“Le mestruazioni non sono un lusso”

Sono una sorta di appuntamento fisso per ogni adulta, il passaggio dall’essere bambina al diventare donna; poi ancora un segnale che sancisce l’inizio di una nuova era come mamma, e più avanti ancora quello che indica il termine della fertilità. Se ne parla spesso, e molte volte in maniera sarcastica, forse per esorcizzare quel fenomeno fisiologico che ancora spaventa molti uomini e crea imbarazzo fra molte donne; ma chi pensa realmente a loro? E chi pensa a chi non può permettersi di comprare quei prodotti necessari per trascorrere in serenità il “periodo”? La risposta arriva da Julia Dalsant, cofondatrice dell’Infocafé femminista di Merano, che ha avviato una campagna per la raccolta di prodotti per il ciclo mestruale per chi non può permetterselo.

È iniziato tutto per caso, da un’idea buttata lì fra amiche, poi il progetto di raccolta di articoli di igiene mestruale ha riscosso quel successo che si meritava, e da Merano oggi sta prendendo piede in tutta la provincia: “Non ce l’aspettavamo, è andato tutto così in fretta che non ci siamo neanche rese conto della portata di questa azione”, spiega con modestia Julia Dalsant, una delle prime promotrici.

Julia Dalsant, quando è nato questo progetto?
Più o meno in concomitanza con la fondazione dell’Infocafé Femminista: era il 2019, e con un gruppo di amiche che frequentano il club Est Ovest abbiamo deciso di formare questo collettivo. Non avevamo le idee chiare, abbiamo iniziato ad incontrarci una volta al mese per parlare di tutto senza barriere; dopo un piccolo periodo di rodaggio abbiamo compreso che questi nostri incontri rappresentavano una sorta di luogo sicuro in cui noi donne (ma non solo) potevamo esprimerci in libertà; ancora oggi ci troviamo e parliamo a ruota libera senza prefissarci alcuno schema: di fatti semplici, di esperienze personali, ma anche di violenza, di problemi che affrontiamo nella nostra quotidianità, come quando si esce da sole, per esempio. Poco prima delle elezioni comunali, un anno fa, abbiamo poi deciso di mettere in piedi una campagna per esortare gli elettori a votare di più per le donne: un’iniziativa senza colore politico, senza ideologie particolari, volta solo a voler aumentare la rappresentanza femminile nel mondo della politica. Crediamo di essere riuscite nel nostro intento, ne abbiamo gioito, così abbiamo compreso che potevamo e dovevamo iniziare a creare qualcosa di tangibile.

È stato quello il momento in cui avete pensato alla campagna per i prodotti mestruali?
Non esattamente, tutto è accaduto alcuni mesi fa. Avevo letto un articolo online sulla difficoltà delle donne che vivono per strada quando hanno il ciclo e quanto sia difficile per loro gestire questa cosa: non sai dove dormi, hai male, non hai gli antidolorifici, non puoi farti la doccia, non ci sono ovunque dei bagni pubblici, eccetera. Oltretutto stiamo vivendo nel mezzo di una pandemia, la situazione finanziaria per tante famiglie è difficile, non solo per le senzatetto: da qui l’idea di lanciare la raccolta.

Volevamo organizzare una raccolta di prodotti mestruali per le donne del meranese, ma il successo dell’iniziativa ci ha portato a caprire una zona molto più vasta.



Come vi siete organizzate?
Abbiamo innanzitutto  chiesto la collaborazione del servizio giovani –  Jugenddienst di Merano e del Museo delle donne; si sono dimostrati da subito molto entusiasti, hanno accettato e hanno sistemato un contenitore di cartone davanti alle loro sedi: qui le persone possono donare i loro prodotti. Una volta a settimana passiamo, li ritiriamo e poi li portiamo al Centro diurno Plus, che si occupa delle persone che vivono per strada.
L’intenzione iniziale era di portare avanti questa iniziativa per il mese di marzo, ma poi abbiamo iniziato a “sconfinare” a Bolzano, donando i prodotti al progetto “Dorea”  e allo “Spazio autogestito 77”; i cittadini si sono rivelati addirittura più generosi del previsto, così ci sono arrivate proposte di collaborazione anche da Bressanone e dalla Bassa Atesina: non ci potevamo credere…

Come si può collaborare all’iniziativa?
Oltre a quei due punti di raccolta, il sabato mattina a Merano siamo presenti al banco alimentare del centro Kimm di Maia Bassa. Abbiamo allestito uno stand con i prodotti mestruali, e ognuno può ritirare ciò di cui ha bisogno. È un momento molto speciale e intimo: arrivano molte donne con cui si può parlare liberamente, ma anche tanti uomini, padri e mariti.

Le mestruazioni oggi sono ancora un tabù?
Sì, questa esperienza mi ha insegnato che parole come “mestruazioni”, “ciclo” o “prodotti mestruali”, vengono pronunciate ancora con grande diffidenza e imbarazzo. Ci sono ancora moltissime donne che si nascondono durante il ciclo, ma moltissimo è cambiato da quando ero ragazza io. 

Qual è il rapporto delle ragazze di oggi con il ciclo?
Poco tempo fa abbiamo inviato un questionario a tutte le scuole per comprendere di cosa avrebbero bisogno le ragazze durante il ciclo. Molte di loro hanno risposto che sarebbe bellissimo avere dei prodotti a disposizione nell’ambiente scolastico e si sono rapportate con il questionario in maniera molto sincera.
Ho capito (anche come mamma…) che le giovani donne sono oggi molto più aperte, molto più in gamba di noi alla loro età, non hanno più paura di parlare delle “loro cose”. Ne discutono molto fra di loro, e credo che questo sia dovuto anche dalla maggiore informazione che arriva loro direttamente da internet. 

E ora quale sarà il prossimo vostro passo?
Ci piacerebbe sensibilizzare la popolazione suIl’utilizzo di prodotti sostenibili per l’ambiente. Magari organizzando dei corsi e mettendo in piedi una campagna per spiegare come si usano le coppette mestruali o gli assorbenti di tessuto riutilizzabili, per esempio. I comuni assorbenti hanno un alto contenuto di plastica, e il loro impatto sull’ambiente è pesante. Ma andiamo per gradi: un passo alla volta…

Autore: Luca Masiello

La burocrazia mette al tappeto il Bubi

Se il campo di gioco fosse un quadrato, invece di un rettangolo, si potrebbe dire che hanno gettato la spugna. Ma, sempre restando nel gergo boxistico, la manifesta inferiorità non è dovuta a un avversario più allenato, bensì a qualcuno molto più difficile da mandare al tappeto: la burocrazia. Il Bubi Merano, compagine di calcio a 5, si ritira dal Campionato di serie A2, e lo fa con amarezza: “Fra casi di Covid e misure restrittive valide solo in Alto Adige abbiamo dovuto saltare troppe partite, e adesso avremmo dovuto recuperarle, giocandone una ogni 48 ore”. “Impossibile”, spiega deluso il presidente della società, Antonio Calovi.

Presidente Calovi, che cosa è successo?
È iniziato tutto già con la fase iniziale del campionato: dopo la prima giornata  abbiamo avuto dei casi di Covid, quindi ci siamo dovuti fermare per due settimane. A novembre, poi, una volta terminato il periodo di quarantena è uscita la prima ordinanza del Comune, quella che chiudeva tutti gli impianti sportivi. Scaduta quella, è stata pubblicata l’ordinanza della Provincia, quella che bloccava completamente l’attività sportiva. Facendo due rapidi conti, dopo la prima giornata siamo rimasti fermi per 40 giorni.

Ma in dicembre siete potuti andare avanti…
Esatto, abbiamo ripreso con tante partite da recuperare, perché comunque nel resto d’Italia il campionato è proseguito anche nelle zone rosse: giochiamo in A2, ma noi dovevamo rispettare quelle ordinanze che scavalcavano le normative del Coni, quelle che consentivano alle società dei campionati nazionali di proseguire.
All’epoca avevamo otto partite da recuperare; abbiamo fatto in tempo a giocarne tre, poi ci siamo dovuti fermare per un caso di Covid nella squadra. Dieci giorni di stop, e poi siamo tornati in campo per disputare due partite. Ma  poi ci siamo di nuovo fermati per un caso di Covid in una squadra avversaria.
Intanto a metà febbraio è uscita la nuova ordinanza della Provincia, che ha bloccato nuovamente le attività sportive, e siamo rimasti fermi ancora per un mese. 
Quando abbiamo potuto riprendere a giocare era metà marzo, e la Federazione Calcio a cinque di Roma ci ha imposto un calendario di 12 partite da recuperare entro il 24 di aprile, cioè entro poco più di un mese.

Ci siamo dovuti fermare a causa delle restrizioni provinciali per Covid – 19, ora per recuperare dovremmo disputare una partita ogni 48 ore, è umanamente impossibile.

Non sono troppe, dodici partite in un solo mese?
Lo sono, anche per i professionisti: anche chi gioca in Champions o in Coppa Italia ha sempre diritto a tre giorni di pausa fra una partita e l’altra. Ma il problema è ancora più grosso di quanto possa sembrare: il calendario prevedeva che nelle prime due settimane avremmo dovuto giocare due volte a settimana, il martedì ed il sabato, e successivamente avremmo disputato tre partite a  settimana, ogni martedì giovedì e sabato. Praticamente un match ogni 48 ore.

E la dirigenza cosa ha fatto?
A quel punto abbiamo contattato la Federazione, chiedendo di essere esclusi dal campionato per l’impossibilità di proseguire in queste condizioni, e chiedendo la garanzia di essere riammessi in A2 il prossimo anno. Ma la questione non poteva essere affrontata dalla Divisione calcio a 5 di Roma, bensì dal Consiglio di presidenza della Figc, addirittura da Gravina in persona. Ci avevano detto che avremmo dovuto aspettare, che la questione si sarebbe risolta, così abbiamo iniziato le partite di recupero. E in una di queste un nostro atleta si è lesionato il crociato del ginocchio. Forse questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso: non siamo professionisti, non possiamo rischiare di compromettere il nostro posto di lavoro per un infortunio. In serie A2 si gioca ad intensità altissima, la trasferta più vicina è a 300 chilometri, non abbiamo neppure tempo di allenarci o di fare un recupero a livello fisico, è impossibile affrontare un campionato così. 

Antonio Calovi


E quindi?
Ho chiamato Roma, mi hanno detto di avere pazienza; ma non ho più avuto la forza di aspettare, e ho mandato una mail di posta certificata per ritirare la squadra.

Come l’hanno presa giocatori e sostenitori? 
Abbiamo avuto la solidarietà di tutte le società d’Italia, dei nostro sponsor e di tutti i nostri sostenitori. Questo, almeno, ci rallegra.

E ora come andrà avanti?
Siamo ancora in attesa di una risposta da Roma, ma sono due i possibili scenari: che accettino la nostra proposta e ci riammettano in A2 per  la prossima stagione, o che ci declassino in serie B, come prevedrebbe la prassi in caso di ritiro spontaneo. Spero che prima o poi ci rispondano, e che prevalga il buon senso: non ci siamo ritirati perché siamo pigri, è stata davvero e solo una questione di forza maggiore.

Autore: Luca Masiello

A piedi a Roma in compagnia di tre lama

Tre uomini, tre lama, 1075 chilometri. Sono questi i protagonisti di “A piedi a Roma con tre lama”, il libro di Thomas Mohr pubblicato quest’anno da Athesia Verlag. Un lungo pellegrinaggio che, partendo da Soprabolzano e percorrendo l’antica Via Romea Germanica, porterà i camminatori a Roma. Un’avventura estrema, che richiede un enorme impegno fisico e ancor più mentale, nella quale il protagonista viene coinvolto dagli amici Thomas Burger e Walter Mair. 
Quando il cammino inizia, a Thomas Mohr è stato diagnosticato da tre anni un carcinoma per il quale ha subito due interventi chirurgici e due cicli di radioterapia. “Con l’avvicinarsi del Natale sono nel pieno della terza fase del trattamento e non mi sento né guarito, né tranquillo, bensì solo messo di fronte a un ineluttabile destino. Non godo di buona salute e verso in cattive condizioni fisiche, ad appena cinquantun anni. Ora devo e voglio dare una svolta alla mia vita”, scrive. Ecco dunque l’occasione che cercava: quasi due mesi di marcia al fianco di buoni amici, simpatici animali e compagni di viaggio incontrati lungo il percorso. E il desiderio di allontanare i pensieri, le responsabilità e i doveri per concentrarsi sul momento presente. L’impresa si rivela più difficile del previsto; il fisico accusa i chilometri e il freddo, e disincagliare la mente dalle contingenze non è certo semplice e immediato. Il ritmo dettato dallo stress e dalla frenesia della vita quotidiana rischia di inficiare quello del cammino. A proposito di uno dei suoi compagni di viaggio, Mohr scrive: “Poco prima del pellegrinaggio, Tom aveva portato a termine un ambizioso progetto aziendale in tempi di realizzazione ristretti. Per un pelo, ma ce l’ha fatta. Poi si è tirato fuori dal ritmo frenetico scandito dalle necessità lavorative ed è partito con noi. Se avesse mantenuto quel ritmo, sarebbe arrivato a Roma praticamente di corsa. (…) E probabilmente ci avrebbe messo la metà del tempo a coprire i 1000 chilometri di cammino. E il tempo guadagnato avrebbe potuto usarlo per un’altra avventura… ma, a che pro?”. E continua: “Tutti e tre abbiamo un’età in cui sappiamo cosa è inutile, in cui ci rendiamo conto, il più delle volte in breve tempo, che ci lasciamo influenzare da persone il cui comportamento e modo di pensare non corrispondono ai nostri. È importante diventare selettivi, prendere decisioni. (…) Io so che in passato molto spesso mi sono dedicato a cose completamente inutili e spesso anche a persone che prendevano solo senza darmi nulla in cambio. Va da sé che questo, a lungo andare, ti priva di tutte le energie. Proteggere sé stessi non ha nulla a che vedere con l’egoismo. Si tratta di trovare il giusto equilibrio e decidere cosa sia giusto. Mi chiedo come le persone intorno a me affronteranno il mio nuovo atteggiamento interiore”. Ma questa è solo una delle riflessioni che si trovano nelle pagine del libro. Al diario di viaggio, infatti, si alternano riflessioni sulla vita, sull’amicizia e sulla fede che si fanno più dense via via che i tre si mettono strada alle spalle, fino alla tappa conclusiva di un viaggio che non si conclude certo con l’ultimo chilometro percorso. 

Autore: Alex Piovan

Donare capelli significa regalare fiducia

In Alto Adige il progetto Raperonzolo aiuta le persone ammalate di tumore. La donazione dei capelli contribuisce all’acquisto di una parrucca.  

Il cancro e le sue terapie provocano importanti cambiamenti psicologici e fisici, che hanno un effetto negativo sulle persone ammalate. La chemioterapia, per esempio, porta alla caduta dei capelli: una conseguenza visibile della malattia, che è spesso percepita come stigmatizzante e può compromettere l’autostima. Molte pazienti oncologiche portano una parrucca, che dà loro sicurezza e facilita la loro partecipazione alla vita sociale. Tuttavia, l’acquisto di una parrucca di alta qualità con capelli veri comporta un costo più elevato. Quindi il progetto “Raperonzolo” di Evi Weger, in collaborazione con l’Assistenza Tumori Alto Adige e altri partner, dà un aiuto per l’acquisto di una di queste parrucche e contemporaneamente contribuisce a sensibilizzare le persone su questa tematica. L’idea è molto semplice: donare i capelli per poter realizzare parrucche di alta qualità, per aiutare persone ammalate di tumore nell’acquisto delle stesse. Si possono inviare o consegnare i propri capelli ai parrucchieri che partecipano al progetto, o anche passare in uno dei saloni per un taglio di capelli. I parrucchieri che attualmente aderiscono al progetto sono “Haarstudio Mayr” a Brunico, il salone “fantasy – hair e beauty” a Terlano e il salone Elisabeth a San Martino in Passiria – ulteriori partner sono sempre benvenuti! I saloni fungono da punto di raccolta per i capelli donati, che verranno inoltrati ai produttori di parrucche. Per poter essere utilizzati per le parrucche, i capelli devono avere alcune caratteristiche precise: una lunghezza minima di 30 cm e non essere tinti. Vanno bene tutti i tipi di capelli, purché di colore naturale dal biondo fino al castano/nero. Anche trecce già tagliate tempo prima e conservate possono essere riutilizzate. Il ricavato sarà dato in beneficenza all’ATAA, che utilizzerà l’offerta in forma di aiuto finanziario per l’acquisto di una parrucca. Ulteriori informazioni possono essere trovate al sito www.projekt-rapunzel.com


Ogni anno le donazioni di capelli aumentano: così lo studio Mayr è riuscito a raccogliere più di 8 kg di capelli negli ultimi mesi! I capelli provengono da privati, vengono spediti anche per posta assieme a belle lettere da bambini che vogliono fare qualcosa di utile con i propri capelli. Ma anche altri saloni di parrucchiere inviano capelli donati. Miriam Mayr dello Haarstudio Mayr a Brunico invia a sua volta i capelli donati a Laupheim dal produttore di parrucche Bergmann. Il ricavato, nel 2020 1.350 euro, va a beneficio dell’Assistenza Tumori Alto Adige.

Nell’immagine principale: Monika Wolfsgruber dell’Assistenza Tumori e Miriam Mayr dello Haarstudio Mayr

Outbox: arte urbana e comunità

Il progetto Breathe!, in collaborazione con Young Inside, da questo mese fino a ottobre colorerà alcune delle città altoatesine con delle inedite opere murarie. La realizzazione dei lavori verrà eseguita da 6 artiste e artisti di respiro europeo e internazionale. Gli interventi di street art saranno ospitati a Bolzano, Merano, Bressanone, Laives e Brunico. La prima opera del progetto è in lavorazione in questi giorni a Bolzano, a cura dell’artista Tellas in Via Brennero 8. 

La street art è un linguaggio artistico abbastanza recente e forse anche per questo non ancora così noto, soprattutto nel panorama altoatesino. È proprio partendo da tale presupposto che Anna Carol e Matteo Picelli, conosciuto come Egeon, fondano, nel 2018, il progetto OUTbox. 
OUTbox nasce dalla difficoltà nella realizzazione di opere su facciata all’interno del territorio provinciale. Proprio da tale impedimento i due fondatori decidono di porre come obiettivo primario dell’organizzazione la produzione, realizzazione e curatela di opere d’arte pubblica nel contesto sudtirolese.   Come spiega Anna, OUTbox “è la cartella delle mail che stanno per essere inviate, ovvero dei saperi e messaggi che sono pronti per essere condivisi; allo stesso tempo la parola in sé descrive un qualcosa che sta all’esterno, out, di una scatola, box… per cui se siamo abituati a vedere opere d’arte in un museo o in una galleria, dove la cittadinanza si deve recare per poterne fruire, con OUTbox l’obiettivo è invece andare noi con le nostre opere e i loro messaggi fra le persone”.  
L’attività di OUTbox parte con l’ormai conosciuto murale “Ricorda la bellezza” realizzato da Egeon e situato in Via Roen a Bolzano.  


L’aspetto chiave del loro operato, così come dell’arte urbana, è coinvolgere attivamente la comunità, facendola sentire partecipe e avvicinandola al linguaggio artistico della street art, di cui può essere a sua volta promotrice. 
Con tali propositi nasce il progetto Breathe!, in collaborazione con Young Inside, che da questo mese fino ad ottobre colorerà alcune delle città altoatesine con delle inedite opere murarie. La realizzazione dei lavori verrà eseguita da 6 artiste e artisti di respiro europeo e internazionale. 
Gli interventi di street art saranno ospitati a Bolzano, Merano, Bressanone, Laives e Brunico grazie alla partecipazione dei rispettivi comuni e dal sostegno dell’Ufficio Politiche Giovanili della Provincia Autonoma di Bolzano. 
La tematica dell’evento è Breathe, ossia respirare, concetto che si collega all’attuale pandemia e che verrà proposto sotto profili diversi a seconda dell’artista.  
Ogni creazione verrà accompagnata da attività di coinvolgimento della comunità, così che l’opera stessa possa essere poi portatrice dei contenuti culturali che animano i luoghi di realizzazione. A tal fine, OUTbox prevede di porre sotto ogni lavoro una cassetta dove tutti possano lasciare la propria opinione rispetto all’opera, in modo da abbattere le barriere tra cittadini e mondo dell’arte. “Perché – afferma Anna – arte è qualcosa di estremamente naturale, e spesso semplice necessità di comunicazione e condivisione”. La prima opera del progetto è in lavorazione in questi giorni dall’artista Tellas in Via Brennero 8 a Bolzano. 

Autrice: Alessandra Pini – COOLtour

Il ritorno vincente delle ginnaste dell’Scm

Dopo più di un anno lontane dal campo gara, le ginnaste senior Alessia Paggetti, Noemi Longo e Sofia Pellegrini della società Sportclub Merano, hanno fatto il loro ritorno sui quattro attrezzi nella prima prova serie D di Padova lo scorso 2 aprile. È stata una grande emozione per le atlete, soprattutto perché la preparazione per questa competizione è stata una corsa contro il tempo: tra palestre chiuse, stop imposti dall’alto e quarantene, le ragazze hanno avuto a disposizione solo tre settimane per preparare tutti gli esercizi. Gli allenamenti a casa per mantenere la condizione fisica non sono certamente mancati, ma alla ginnastica artistica questo non basta, necessita prove su prove sugli attrezzi trave, corpo libero, volteggio e parallele. Nonostante ciò, le atlete hanno raggiunto dei risultati strabilianti: 1. posto per Noemi Longo con punti 43.400, 2. Posto per Alessia Paggetti con un totale di 40.400 e 3. posto per Sofia Pellegrini con 39.800. Tre medaglie che sanno tutte d’oro per l’impegno, la determinazione e l’energia che le atlete hanno dedicato raggiungendo un successo più che meritato. Il podio firmato Sportclub è anche opera della loro allenatrice Clio Rossetto, che non si è mai arresa e ha sempre motivato le ragazze incitandole a non mollare mai, soprattutto in un anno complicato come questo. Purtroppo, all’appello mancava la compagna di squadra Anna Höllrigl, che a causa di un infortunio al piede non ha potuto partecipare alla gara. L’atleta è in via di ripresa e sta facendo di tutto per poter confermare la sua presenza alla seconda tappa del campionato, prevista per l’8 maggio a Padova. 

La sezione di ginnastica Sportclub dimostra così il suo impegno e la sua passione nel cercare di portare avanti le attività nonostante tutti gli ostacoli a cui deve far fronte. L’ultimo anno tra allenamenti a casa e all’aperto, chiusure e riaperture delle palestre, misure precauzionali da adottare, è stato molto complicato: un continuo “Stop &Go” per le ginnaste agoniste. Il 2021 non ha portato con sé buone notizie e ogni ordinanza veniva attesa con grande ansia e preoccupazione dalle allenatrici, perché si temeva una richiusura delle strutture. Molto spesso i weekend venivano dedicati alla lettura e all’interpretazione delle nuove disposizioni, così da poter organizzare al meglio le settimane successive e le sessioni di allenamento. Dopo il terzo stop di febbraio, l’umore di tutti era sottoterra, ma fortunatamente a marzo le atlete agoniste sono potute risalire sui loro attrezzi. Ciò è stato possibile grazie alla collaborazione degli infermieri Ruth Martintoni e Roberto Filippi, che ogni settimana testano le ginnaste con i tamponi rapidi proprio prima di entrare in palestra.Le atlete meranesi tesserate alla Federazione Ginnastica d’Italia (con 8 anni compiuti), hanno ripreso così a pieno ritmo. Grazie a questi provvedimenti, anche le squadre agoniste delle allieve potranno finalmente fare ritorno in gara con la prima prova del campionato Silver a Bressanone la prossima domenica, a distanza di 14 lunghi mesi dall’ultima competizione. 

Ci sono state buone notizie anche per le atlete giovanissime, che da qualche settimana hanno potuto iniziare a riallenarsi all’aperto, dopo quasi cinque mesi di stop. I campi di mele sono diventati nuovi luoghi per svolgere attività sportiva in tutta sicurezza e a renderlo possibile è stata l’allenatrice Lisa Ladurner, nonché caposezione della ginnastica femminile meranese. 

Se da una parte la ginnastica Sportclub è molto entusiasta di questa ripartenza, dall’altra è dispiaciuta per l’interruzione di tutti i corsi non agonisti che si sono bloccati a novembre e non hanno più potuto riprendere. Per questo motivo vuole offrire una bellissima e nuova formula di ginnastica per l’estate: La settimana estiva 2021 – Ginnastica artistica & Nuoto. Un’esperienza all’insegna dello sport e del divertimento, dedicato a tutti i bambini e le bambine dai 6 ai 10 anni, che dal 26 al 30 luglio vorranno cimentarsi ingiochi e attività in palestra e in piscina, seguiti da istruttori di nuoto e allenatori di ginnastica artistica specializzati.  

Autrice: Chiara Caobelli

In Croce Rossa, al servizio degli altri

I giovani volontari del Comitato Bolzano della Croce Rossa Italiana, che oltre all’omonimo capoluogo comprende i comuni di Laives, Merano, Bressanone e la Val Gardena, raccontano le esperienze, le fatiche e le emozioni vissute in un periodo senza precedenti.

Le attività oltre il soccorso
“Nell’immaginario collettivo noi volontari della Croce Rossa ci occupiamo esclusivamente delle emergenze e del soccorso in ambulanza; in realtà sono diverse le attività che svolgiamo e, fin dall’inizio della pandemia, siamo venuti in contro a numerose esigenze. Ad esempio, ci siamo attivati fin da subito per consegnare medicinali e beni di prima necessità ad anziani e soggetti in quarantena. Per quanto riguarda i tamponi, in quest’ultimo periodo siamo andati nelle scuole a spiegare agli studenti come svolgere la procedura ‘fai-da-te’ dei test rapidi. Infine – spiega Matteo Macchia, responsabile della categoria giovani – cerchiamo di sensibilizzare e informare la popolazione sull’importanza dei vaccini anti-covid. La Croce Rossa offre molte opportunità per aiutare il prossimo che non si limitano al turno in ambulanza e al soccorso d’emergenza”.

Conciliare volontariato e scuola
Tra i 272 ragazzi e ragazze che fanno parte dell’organizzazione locale, c’è anche Sofia Treccarichi, che racconta: “Essere volontaria significa sicuramente mettersi a servizio degli altri. Questo permette di affacciarsi in prima persona al mondo sanitario; un settore, questo, che affascina molti di noi, alcuni infatti scelgono di intraprendere un vero e proprio percorso di studi e di formazione avendo poi uno sbocco lavorativo nell’ambito sanitario.
Alcuni dei servizi che offriamo richiedono poco tempo a chi si mette a disposizione, organizzandosi si riesce a fare molto e conciliare senza problemi l’attività di volontariato e, nel mio caso, la scuola. Ultimamente sono stata a svolgere la misurazione della febbre in stazione e alle acciaierie, ma la cosa che mi ha colpito di più è stato l’aumento della richiesta di distribuzione dei viveri a cui ho preso parte. Ci vuole coraggio a richiedere aiuto per necessità così basilari e dignitose come il cibo, e spesso molti aspettano troppo tempo, quando invece non dovrebbero farsi problemi a chiedere aiuto” ha concluso Sofia.

“Ora siamo più numerosi”
“Il timore più grande – racconta Matthias Autengruber, giovane volontario C.R.I. – è quello di diventare veicolo di contagio per i propri familiari quando, durante un servizio, ci si trova a contatto con persone potenzialmente contagiose. In questo periodo abbiamo tutti sacrificato qualcosa, i giovani in particolare, e per questo è sbagliato additarli. Non si può mai generalizzare quando si parla di chi non rispetta le norme; a infrangere le regole possono essere i giovani come gli adulti. Durante la pandemia, come C.R.I. avevamo bisogno di più aiuti e molti giovani si sono fatti avanti, ora siamo più numerosi di prima. Quando mi è capitato di consegnare la spesa agli anziani, molti ci chiamavano piangendo, ma poi, arrivati sul pianerottolo, ci lasciavano con il sorriso sentendosi meno soli, questa è una ricompensa immensa”.

Autore: Andrea Dalla Serra

La natura che fa bene

Negli ultimi giorni hanno destato curiosità lungo le passeggiate dell’Isarco, tra ponte Roma e Ponte Palermo, le prime panchine pitturate con i colori dell’arcobaleno e i nomi degli organi del corpo umano. Nel frattempo sappiamo trattarsi di un nuovo progetto di parco bioenergetico, promosso dal comune di Bolzano, come evidenziato dalla segnaletica apposta.

Già nell’antichità era convinzione comune che la natura avesse un effetto positivo sulla salute fisica e mentale dell’uomo. Recenti studi scientifici hanno dimostrato come questa convinzione sia del tutto fondata. L’uomo e le piante, infatti, emettono campi elettromagnetici,    e quelli emessi dagli alberi, in certe condizioni, possono influire sullo stato energetico dell’organismo umano.
“Per questo progetto ci siamo avvalsi della collaborazione del bioricercatore Marco Nieri, della provincia di Bologna: utilizzando un’innovativa tecnica che permette di rilevare i campi bio-elettromagnetici che caratterizzano la vita nella biosfera, nell’uomo e nelle piante, è stato effettuato un rilevamento della passeggiata tra Ponte Roma e Via Bassano, includendo anche la parte verso il fiume, tra la pista ciclabile e l’Isarco”, ci spiega la geom. Katia Zanoner della Giardineria comunale.

Ma cosa’è uno “spazio bioenergetico”?
“Ogni pianta, come ogni essere vivente, emette una o più frequenze elettromagnetiche, che sono le stesse emesse dai nostri organi e apparati. Il nostro pianeta a sua volta si trova all’interno di una rete di linee elettromagnetiche distanti 26-30 metri l’una dall’altra. Se una di queste linee energetiche della biosfera attraversa un tronco d’albero, il potere benefico della pianta si amplia e va a creare una sorta di bolla, la cui estremità arriva fino a 10-12 metri oltre, nella quale il tronco non è che la prima estremità. Questa bolla è l’area bioenergetica. La sosta e il relax all’interno di quegli spazi risultano quindi estremamente utili per il nostro benessere. Quanto più a lungo vi si sosta – si consigliano 10-15 minuti – tanto maggiore ne è il beneficio ottenuto dall’organismo, in particolare dagli organi e nelle funzioni indicate. All’interno di questi spazi bioenergetici abbiamo posizionato sia le panchine colorate che grandi sassi del fiume, e anche un tronco di uno dei platani recentemente abbattuti in Piazza Stazione”.

Però potremmo obiettare che sono benefici che ci sarebbero a prescindere…
“Certo, tutte le aree verdi sono salutari. Ma è ovvio che non sappiamo esattamente quanto finché che non andiamo a misurare, cosa che si può fare con una speciale antenna. Sono studi che vengono fatti da anni. In Inghilterra e negli Stati Uniti ci sono diversi giardini bioenergetici. Siamo il primo parco pubblico in Italia e abbiamo scelto questa passeggiata in quanto è frequentatissima tutta la settimana, mattina e pomeriggio, da anziani e mamme con bambini…
Durante la mappatura abbiamo individuato degli incroci di linee energetiche e vi abbiamo piantato degli alberelli (nella zona sotto alla ciclabile, ndr). Nel giro di poco tempo abbiamo notato che c’è stato chi, a modo suo, ha valorizzato questi posti, decorando i sassi per le sedute e ornando l’alberello di prunus nume, considerato albero portafortuna dagli orientali, per farlo diventare l’albero della felicità. Mi piace pensare che c’è chi, anche se inconsciamente, percepisce l’energia positiva del luogo”.

Autore: Till Antonio Mola

Volontariato e capitale sociale, umano e culturale

La Società di Scienza Politica dell’Alto Adige Politika – per il 2020 e in via del tutto eccezionale – ha deciso di attribuire il tradizionale premio dedicato alla “Personalità politica dell’anno” non a una persona specifica ma piuttosto ad una figura generica, ovvero quella del/la Volontario/a. 
Normalmente la Società assegna il suo premio valorizzando la qualità dell’azione nell’ambito della politica e dell’educazione civica. A maggior ragione dunque risulta significativa la scelta compiuta quest’anno. 
“Il volontariato nelle sue varie espressioni, dalle attività organizzate e ben strutturate in associazioni più o meno grandi, fino ad arrivare a iniziative individuali e spontanee, ha dato e continua a fornire un aiuto determinante per navigare durante i difficili mesi della pandemia, rinvigorendo la solidarietà e i legami della comunità”, mettono in evidenza le motivazioni del premio. 
La Società di Scienza Politica dell’Alto Adige fa anche riferimento al concetto di “democrazia partecipativa” così come al “principio di sussidiarietà”, enunciato dall’articolo 118 della Costituzione italiana. Le tante iniziative di volontariato svolte ai più diversi livelli dunque hanno messo in luce – secondo Politika – “la voglia di prendersi cura del bene comune e dei più deboli, nell’interesse generale”.
Stiamo facendo riferimento alle decine di migliaia di persone che – di fatto – “si sono dimostrate un vero e proprio pilastro della salute e del buon funzionamento della società altoatesina”. 
La Società di Scienza Politica conclude le sue motivazioni al premio con le seguenti parole, invitando la politica altoatesina e gli elettori a sostenere anche in futuro il volontariato in tutte le sue forme.
“L’impegno dei volontari – che si dispiega nei più diversi settori, dall’assistenza sociale e sanitaria alla cultura e educazione, dalle attività sportive e ricreative alla convivenza civile – rappresenta una risorsa chiave per sostenere la fiducia, la partecipazione e lo sviluppo dell’Alto Adige, riflettendo e allo stesso tempo arricchendo il suo capitale sociale, umano e culturale.“

Autore: Luca Sticcotti – Direttore del giornale

Disegnare, amare e illuminare

Greta Ballerini, 28 anni, è nata all’Isola d’Elba nel dicembre 1992. Appassionata di cucito e bellezza, confeziona abiti da quando aveva 12 anni e da poco ha aperto la sua piccola impresa, uno studio di Moda. Crea abiti da sera e costumi da bagno su misura. Ama viaggiare e leggere.

La cosa che mi piace di più di me stessa.
Il carattere solare e il viso sorridente.

Il mio principale difetto. 
Tendo a essere troppo schietta alle volte. Non so mentire.

La volta in cui sono stata più felice.
Quando la mia mamma mi ha detto “credo in te e nel tuo talento”.

La volta che sono stata più infelice.
Quando ho scoperto il tradimento di una cara persona…

Da bambina sognavo di diventare…
Un’attrice. 

La persona che ammiro di più.
La stilista Elisabetta Franchi. 

Un libro da portare sull’isola deserta.
Il Signore degli Anelli.

L’ultima volta che ho pianto.
L’altro ieri.

La mia occupazione preferita.
Disegnare.

Il paese dove vorrei vivere.
Nuova Zelanda.

Il colore che preferisco.
Rosso.

Il fiore che amo.
Tutti quelli colorati.

Non sopporto… 
Le persone con la doppia faccia.

La qualità che preferisco in un uomo.
Generosità, dolcezza.

E in una donna.
Sincerità. 

Dico bugie solo…
Se devo proteggere chi amo.

La mia paura maggiore.
La delusione da parte di chi stimo.

Il giocattolo che ho amato di più.
La Barbie.

L’oggetto a cui sono più legata.
Il mio cuscino di piume.

Mi sono sentita orgogliosa di me stessa. 
Ogni qualvolta termino un lavoro, l’ho fatto bene e la persona a cui è destinato è contenta.

Il mio motto.
Amati e illumina.

Il mio primo ricordo…
Il mio cagnolino Trillo, che scondinzolava nel mio giardino.

Il mio più grande rimpianto.
Non avere detto certe parole a certe persone. Ma la vita va avanti.

Dove mi vedo tra dieci anni. 
A capo della mia azienda, che ora è una start up nel mondo tessile.

Per un giorno vorrei essere.
Milionaria.

Nel mio frigorifero non manca mai…
La salsa di soia.

Se fossi un animale sarei…
Una giraffa.

In famiglia mi chiamano…
Il grillo.

L’ultima volta che ho pregato.
Oggi a pranzo.