Un castello a guardia della Val d’Adige

La fine estate e l’autunno sono l’ideale per la visita di Salorno e del suo castello: nel centro del paese, infatti, si trovano numerose residenze di epoca rinascimentale e barocca.   

Il castello di Salorno,  Haderburg, è il fortilizio che si erge su uno spuntone di roccia, sopra all’omonimo paese di Salorno, in Bassa Atesina e ben visibile anche da lontano. Particolare è la disposizione del castello posto a guardia della Val d’Adige che qui si restringe in una chiusa, e costruito su due pinnacoli rocciosi, che si vanno a distaccare dalla parete verticale del monte Gaier (Geiersberg). I due pinnacoli sono collegati tra di loro da un ponte levatoio. Apparentemente inaccessibile, dovette essere assai difficile il trasporto fino a lassù dei pesanti blocchi di granito e di porfido che servirono alla sua edificazione. Impressionanti sono anche la sala dei cavalieri con le sue finestre insolitamente ampie e gli aggetti difensivi. Il castello fu costruito dai signori di Salorno attorno al 1150 e ampliato nella prima metà del tredicesimo secolo. La prima menzione documentaria risale al 1222.  Grande era il suo significato strategico. Successivamente il castello entrò fra le proprietà del Conte Mainardo II di Tirolo-Gorizia, e successivamente, nel XIV secolo, fu ereditato dalla casata degli Asburgo. Dal tardo Trecento e nel primo Quattrocento al castello fu aggregato un distretto giudiziario. Entrambi retti dai signori Botsch che, nel 1397 li affidarono a Bartolomeo Perger.

Nel 1463 l’imperatore Federico III affidò il castello e il giudizio al nobile tirolese Hans von Spaur. Nell’anno 1514 l’Imperatore Massimiliano d’Asburgo decise di rafforzare le fortificazioni a monte del castello. Ma già a metà del XVI secolo perse ogni sua valenza strategica e fu abbandonato. Nel 1648 il castello fu acquisito dai nobili veneti Conti Zenobio. Nell’arco della sua storia, il castello ospitò alcuni illustri personaggi. Nel 1551 vi giunse Melantone, uno dei più stretti collaboratori di Martin Lutero. Albrecht Dürer il noto pittore. 

Oggi il castello è di proprietà privata. Nel periodo 2001-2003, l’ultimo proprietario, il Barone Ernesto Rubin de Cervin Albrizzi, ha voluto effettuare un restauro del castello, che è stato possibile anche grazie all’aiuto economico della Provincia autonoma di Bolzano ed il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Bolzano.

COME ARRIVARVI

l castello rimane aperto al pubblico nel periodo tra fine marzo e fine ottobre. Lo si raggiunge in circa mezz’ora di cammino partendo dal parcheggio e percorrendo per un tratto il cosiddetto “Sentiero delle Visioni”, per poi proseguire lungo le serpentine che si inerpicano fino al castello. Una serie di scale con balaustre permettono di visitare in piena sicurezza l’interno dello storico maniero.  
Orari di apertura:
mercoledì – domenica dalle ore 11 alle 17.
Giorno di riposo: lunedì e martedì
Contatto:
Il diciottesimo barile
Tel. +39 334 7775843
www.zum18tenfass.it

Autrice: Rosanna Pruccoli

Georg Tappeiner

Georg Tappeiner – meranese, classe 1964, fotografo pubblicitario di automobili dal 1985 al 2020 tra Londra e Milano – a partire dal 2006 e dopo ventuno anni lontano da zone di montagna e dal Sudtirolo, ha iniziato una attività fotografica parallela, una sperimentazione che ha condotto nel suo tempo libero e che dava spazio ad una sua grande passione: la montagna nella fotografia aerea. Il soggetto però non era la montagna in generale ma una zona montuosa specifica, ossia le Dolomiti che, tre anni dopo, nel 2009, furono dichiarate Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO. 

Il 2010 è stato l’anno della svolta: il National Geografic pubblicò in Germania e in molte altre nazioni una storia di copertina con le fotografie delle Dolomiti realizzate da  Georg Tappeiner. Sempre il National Geografic gli propose di creare una mostra itinerante con le sue fotografie. Fu così realizzata la mostra “Dolomiti – il cuore di pietra del mondo” che, tra il 2010 e il 2020, toccò numerose città europee e canadesi. Georg Tappeiner ha lavorato poi con varie riviste come Geo Saison, National Geographic e Conde Nast Traveller, pubblicato libri e calendari, curato mostre per il Ministero dell’Ambiente italiano e per le Nazioni Unite. Ora – in occasione del giubileo per i quaranta anni del “Südtirol Festival Merano” – è stata organizzata una mostra con gli scatti aerei di Georg Tappeiner e le macrofotografie di Ursula Stingel, sulle quali la compositrice inglese Rachel Portman ha creato una sinfonia. Nella mostra una piccola sorpresa attende i fruitori: due gioielli dagli artisti orafi della Posthaus realizzati con la Meranite e con un piccolo fossile preistorico delle Dolomiti. La mostra resta aperta e visitabile gratuitamente dal 27 agosto al 22 settembre 2025.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Pilota spaziale

All’età di 8 anni nel 1967 si è esibito per la prima volta cantando in pubblico. Da quel momento non ha più smesso di cantare, collaborando con sua sorella Lucia e facendo parte dei cori Lurino, Vocalists Le Pleiadi e Note di Classe. 

La cosa di me che mi piace di più.

La passione per il canto corale.

Il mio principale difetto.

A volte me la prendo troppo anche per delle boiate. 

Il mio momento più felice.

Ricevere degli applausi dopo aver cantato.

Da bambino sognavo di diventare.

Pilota spaziale.

Il luogo dove vorrei vivere.

Un altro pianeta, madre terra purtroppo è messa maluccio, colpa nostra.

Il mio piatto preferito.

Melanzane alla parmigiana. 

Non sopporto…

L’arroganza.

Nel mio frigorifero non manca mai…

La verdura.

Se fossi un animale sarei…

Una giraffa.

L’ultima volta che ho perso la calma.

Per il comportamento scorrettissimo di un automobilista.

Il mio attore preferito.

Denzel Washington.

Il mio ultimo acquisto.

Un bel divano.

Cosa apprezzo di più del luogo in cui vivo.

I miei carissimi Amici.

Amo il mio lavoro perché…

Sono in pensione, uno splendido lavoro.

La persona che ammiro di più.

Una donna che da sola ha tirato su il proprio figlio.

L’ultima volta che ho pianto.

Guardando un film… succede!

Il mio motto.

Chi dorme non piglia pesci ma… almeno dorme.

la massima stravaganza della mia vita.

La crema contorno occhi, eh sì, tendo una certa…

L’oggetto a cui sono più legato.

La mia moto.

Del mio aspetto non mi piacciono…

I chilozzi in eccesso, ma ci sto lavorando.

La mia maggiore paura.

Una meteora.

Il mio primo ricordo.

Il cancello che riuscivo a scalare a 3 anni per scappare in strada a giocare in Via Vercelli a Bolzano.

Arthur Eisenkeil, un imprenditore fra design e accoglienza turistica di classe

Lo scorso maggio e stata inaugurata una nuova statua della serie MenschenBilder / FigureUmane, la galleria d’arte a cielo aperto che con le opere di scultori contemporanei assai importanti, ricorda i personaggi che, a vario titolo, hanno reso grande Merano. Il nuovo busto, opera della scultrice francese Sophie Eymond, rende omaggio ad un uomo davvero poliedrico.

Il suo impegno imprenditoriale non gli impedì di prendersi importanti responsabilità per gli albergatori ricoprendo il ruolo di Presidente dell’HGV e accettando anche la Presidenza della Volkbank. Fu l’uomo che, negli anni Settanta, si appellò alla Provincia perché trasformasse l’Hotel Excelsior, ormai in disuso, nella scuola alberghiera Savoy. Arthur Eisenkeil lottò anche perché l’HGV introducesse la formazione e l’aggiornamento a garanzia della qualità e del successo economico del settore. Ma Arthur Eisenkeil è stato anche l’uomo che ebbe il coraggio di sperimentare con i maggiori designer italiani un materiale plastico innovativo per la creazione di lampade da design. 

Arthur Eisenkeil era nato il 4 aprile del 1931 a Tell in Val Venosta, figlio del proprietario del Felberwirt. A 26 anni, nel 1957, aprì lo studio di illuminazione Lichtstudio Manufaktur a Marlengo, diventando così il primo produttore di illuminazione dell’Alto Adige. Le prime serie di lampade erano realizzate principalmente in vetro, ma l’azienda sperimentò anche altri materiali. Nel dopoguerra, infatti, negli Stati Uniti, fu sviluppata un nuovo tipo di plastica spray rinforzata con fibra di vetro chiamata Cocoon. Si trattava di un rivestimento polimerico inizialmente usato per proteggere le navi da guerra in disarmo. Con lungimiranza, Arthur Eisenkeil, aveva preso ad importare in Italia questo materiale d’avanguardia cominciando a studiarne le possibili applicazioni commerciali. Con i suoi primi prototipi dei paralumi cocoon, Artur Eisenkeil, partecipò alla fiera di Milano del 1958 – dove il padiglione Elettricità presentava ogni anno novità straordinarie attirando un folto pubblico. Qui Eisenkeil destò l’interesse di una delle figure imprenditoriali più importanti nel settore dell’arredamento e del design italiano, l’imprenditore e architetto Dino Gavina. Da questo incontro, Arthur Eisenkeil ebbe l’idea vincente di invitare i designer più importanti ed influenti di quegli anni, affinché elaborassero i propri progetti di lampada con il materiale cocoon ed altri nella Lichtstudio Manufaktur. Oltre a Gavina, giunsero a Marlengo il veneziano Tobia Scarpa, e i milanesi Pier Giacomo Castiglioni e suo fratello Achille. Da questa prima collaborazione nacque l’idea di fondare a Marlengo con Arthur Eisenkeil una vera e propria ditta e, nel 1960, nacque la ditta FLOS. L’azienda, nata come piccolo laboratorio dove si sperimentavano nuovi materiali e nuove ricerche stilistiche e funzionali, divenne in breve tempo famosa a livello nazionale e internazionale. La Flos si distinse fin da subito non solo per le novità stilistiche ma anche per l’introduzione di materiali che fino ad allora non erano stati presi in considerazione nelle attività produttive. Nel 1960 Giacomo Castiglioni disegnò per Arthur Eisenkeil la lampada Taraxacum e, nello stesso anno, anche la lampada Gatto e Gatto Piccolo. Nel 1962 Giacomo Castiglioni disegnò la lampada Taccia, e la lampada Toio anch’essa realizzata a Marlengo dalla FLOS. Nel 1962 a Marlengo nacque la lampada Arco disegnata da Achille Castiglioni. Arco è uno dei prodotti di disegno industriale più famosi e venduti, un oggetto icona del design italiano, fa parte delle collezioni permanenti del Triennale Design Museum di Milano e del MoMA di New York. Si tratta inoltre del primo oggetto di disegno industriale a cui venne riconosciuto la tutela del diritto d’autore al pari di un’opera d’arte. Nel 1964, la sede della Flos fu trasferita a Bovezzo, in provincia di Brescia. 

Accanto a questa impresa, l’impegno imprenditoriale di Arthur Eisenkeil si rivolgeva anche all’attività alberghiera. Arthur Eisenkeil aveva sposato Traudl Waldner, figlia del proprietario dell’Oberwirt di Marlengo, e costruttore del primo magazzino di frutta a Marlengo, Josef Waldner. 

Con spirito imprenditoriale e una visione internazionale Traudl e Arthur Eisenkeil gestirono insieme gli hotel più importanti di Merano come il Palace Hotel, il vicino Ritz Stefanie, il Bristol e il Marlingerhof di Marlengo. Nel 1966 decisero di acquistare l’allora Hotel Continental, oggi Hotel Meranerhof, e di ristrutturarlo. Si affidarono a Franz Lenhart che, oltre ad essere un pittore e un ritrattista di fama, era un ottimo architetto d’interni. La coppia voleva infatti creare un ambiente elegante e accogliente al tempo stesso, comfort e raffinatezza dovevano fondersi fra le mura dell’hotel e rendere il soggiorno dei propri clienti indimenticabile. La stagione del Meranerhof partì nel 1967 e i clienti illustri appartenenti al mondo dell’arte, della politica del cinema, dell’industria nazionale e internazionale, che avevano già avuto modo di ospitare negli alberghi precedentemente gestiti, non esitarono a seguirli nella loro nuova avventura. Fra tutti Giulio Andreotti che in breve tempo era divenuto amico di Arthur.  Dopo una vita intensa, Arthur Eisenkeil si è spento all’età di 74 anni, il 15 agosto 2005.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Giovanni Brugnoli: il content creator della spontaneità

Giovanni Brugnoli – content creator e cantante di Bolzano, fondatore dell’agenzia di Management Aurora per aiutare nuovi talenti a crescere – racconta la sua vita con trasparenza attraverso i social media. 

Tre parole con cui descriveresti il tuo lavoro.

Creativo, innovativo e decisamente poco prevedibile.

Come sei arrivato dove sei ora?

Ho iniziato nel 2013 pubblicando cover su YouTube dalla mia cameretta, ottenendo un discreto successo. Questo mi ha permesso di collaborare con etichette discografiche e lavorare come autore per vari artisti, italiani e non solo. In seguito a una proposta discografica, mi sono trasferito a Milano, dove ho iniziato a lavorare per Lorenzo Fragola mentre studiavo. Da lì, si sono susseguite diverse esperienze nel mondo della musica, fino all’arrivo del Covid, che ha messo tutto in pausa. Durante il lockdown, però, è arrivata una sorpresa inaspettata: un grande successo su TikTok. Quello che la pandemia mi ha tolto sul piano musicale, me l’ha restituito a livello creativo.

A Bolzano hai trovato un buon punto di partenza?

Non ho trovato grandi sbocchi o motivi per cui mi sono sentito valorizzato se non per il Festival Studentesco, una grandissima manifestazione che mi ha permesso di in un certo senso di arrivare dove sono. La decisione di spostarmi a Milano è stata dettata proprio dal fatto che per i sogni e progetti che avevo Bolzano mi stava un po’ stretta. 

Com’è il tuo rapporto con chi ti segue?

Lo considererei un po’ come un’amicizia, ma faccio fatica a definirlo. Con le persone che mi seguono parlo come parlerei con un conoscente o un amico, mi piace perché è tutto molto spontaneo. Sono molto trasparente: quello che pubblico rispecchia esattamente come sono, senza sovrastrutture. Sapere che le persone si identificano e apprezzano questo tipo di contenuti mi fa sentire più connesso a loro. Mi è capitato spesso, partecipando a qualche evento, di incontrare alcuni miei follower, passare la serata insieme e poi restare in buoni rapporti.

Quanto ti influenza il feedback del pubblico nelle scelte editoriali?

Non mi influenza, perché quello che pubblico è fondamentalmente la mia vita. Al massimo quando scopro che l’interesse del mio pubblico è indirizzato verso un certo tipo di contenuto allora aumento le pubblicazioni di quel tipo.

Qual è la parte migliore della popolarità? E la peggiore?

Il bello è non sentirsi mai soli, sia grazie al cloud digitale che all’incontrare followers ovunque io vada. Il brutto è sentire sempre una certa responsabilità, sia digitalmente che nella vita di tutti i giorni: se vedi qualcuno che ti guarda o che ti riconosce è difficile rimanere neutrali nei propri comportamenti perché cerchi sempre di mostrare la migliore versione di te. 

Dove trovi l’ispirazione?

È come un lampo. Per molti anni mi sono sentito in dovere di pubblicare seguendo una precisa timeline, ma da due mesi a questa parte pubblico solo quello che mi sento. Tendenzialmente le idee mi arrivano in momenti completamente casuali, senza nessun tipo di ragionamento logico, arrivano e basta e poi le pubblico. In generale quando mi viene un’idea procedo alla stesura su carta per avere una specie di canovaccio da seguire e poi realizzo il video con il mio videomaker o da solo con i miei telefoni.

Qual è la cosa più strana che ti è successa grazie ai social?

Mi sono trovato a Roma a venerare un albero con Alessandro Del Piero.

Autrice: Anna Michelazzi

La strada dedicata a Amedeo Avogadro

Tra le vie dedicate a scienziati, come Galileo Galilei, vi è, per dar risalto al grande contributo che l’Italia ha dato alla scienza, anche via Avogadro. Amedeo Avogadro, battezzato come Lorenzo Romano Amedeo Carlo, nato a Torino il 9 agosto 1776, studiò legge, laureandosi a venti anni, facendosi “avvocato dei poveri”. Ma Amedeo, studente brillante, in pochi anni si laureò anche in filosofia, fisica, chimica, matematica; dopo studi sui fenomeni elettrici, esaminò le relazioni tra fenomeni elettrici e fenomeni chimici. Divenuto docente di fisica matematica all’Università di Torino, approfondì studi ed esperienze, in particolare sulla struttura della materia, con riferimento alla teoria dello scienziato inglese John Dalton (1766-1844), secondo il quale (con riferimento alle minuscole particelle indivisibili di cui aveva parlato il filosofo greco Democrito) tutti gli elementi chimici sono composti di atomi. Avogadro giunse, correggendo l’opinione di Dalton, a fondare la moderna concezione atomica molecolare della materia;  fu Avogadro a chiamare “molecole” le particelle più piccole.  Avogadro stabilì che per formare l’acqua erano necessari due atomi di idrogeno (non soltanto uno come teorizzato da Dalton) e uno di ossigeno. Partendo da tale legge si poté indicare il peso atomico dei vari elementi chimici e stabilire le esatte formule dei loro composti. Soltanto dopo la morte di Avogadro, avvenuta a Torino  il 9 luglio 1856, le sue scoperte vennero difese e dimostrate da un altro scienziato italiano, Stanislao Cannizzaro (1826-1910). Nel 1860, quattro anni dopo la morte di Avogadro, la sua ipotesi venne riconosciuta dalla comunità scientifica internazionale, nel corso del Primo congresso internazionale di chimica, svoltosi a Karlsruhe (Germania). In onore del chimico e fisico torinese sono stati dedicati, oltre a Licei e Università in città italiane, l’asteroide “12294 Avogadro” e il cratere lunare “Avogadro”.

Autore: Leone Sticcotti

SLAM: il circo che unisce arte, gioco ed educazione

SLAM nasce a Bolzano nel marzo 2017 da un gruppo di amici, artisti ed educatori con una passione comune: le arti circensi. Oggi il collettivo porta avanti corsi, laboratori ed esibizioni che coinvolgono centinaia di persone ogni anno. Per conoscere meglio questa realtà abbiamo intervistato Roberta, una delle anime del gruppo, che ci ha raccontato come è nato il progetto e dove vuole arrivare.

Come nasce l’idea di SLAM?

SLAM è nata il 22 marzo 2017 dal desiderio di far conoscere il mondo del circo e permetterne la sperimentazione diretta. Abbiamo iniziato come collettivo di amici e oggi lavoriamo anche nelle scuole, portando laboratori di circo ludico-educativo in vari istituti del territorio.

Quali discipline insegnate?

Proponiamo giocoleria, equilibrismo, acrobatica aerea e al suolo, clownerie e anche un po’ di teatro. Ognuno si concentra sulla disciplina che ama di più, ma cerchiamo tutti di avere una preparazione completa.

Le attività sono rivolte solo ai bambini?

Assolutamente no. La bellezza del circo è proprio la sua adattabilità: è adatto a tutte le età, da chi muove i primi passi a chi vuole rimettersi in gioco da adulto.

In quali contesti vi si può incontrare?

Da anni portiamo laboratori nelle scuole, corsi extrascolastici e serali di acrobatica aerea. Collaboriamo con il VKE durante MiniBz e SpielbusFestival, e partecipiamo a eventi come Kinderfestival, Indiependence Festival, BolzanoinBici, Semirurali SocialPark e la Festa del Primo Maggio. Non mancano anche animazioni e show per associazioni e altre realtà locali.

Quali sono le difficoltà principali che incontrate nella vostra attività?

La più grande è trovare spazi adeguati per allenarci e programmare attività. Nonostante questo, la soddisfazione è enorme: vediamo crescere la consapevolezza del circo nella nostra regione e si è creata una rete sempre più ricca di collaborazioni.

Avete un sogno particolare?

Sì, aprire una vera e propria scuola di circo a Bolzano. È un progetto che ci sta molto a cuore, anche se richiede uno spazio che finora è stato difficile trovare.

Negli ultimi anni avete visto più interesse verso le arti circensi?

Decisamente. Oggi ci vengono richiesti spettacoli e animazioni anche in eventi non circensi, segno che l’attenzione e la curiosità verso questo mondo sono cresciute molto.

Quanto conta l’unione del gruppo?

Tantissimo. Più siamo coesi, più lo spettacolo funziona. Condividiamo non solo il lavoro ma anche la vita fuori dal palco, ed è questo che ci permette di essere in sintonia davanti al pubblico.

Che valore ha per voi il circo, al di là dello spettacolo?

Crediamo che le arti circensi, praticate in chiave ludico-educativa e sociale, siano uno strumento potente di crescita. Il gioco rimane centrale, ma intorno ad esso si sviluppano competenze motorie, relazionali e cognitive. Il circo insegna ad accettare i propri limiti e a valorizzare le proprie particolarità: ognuno può trovare il proprio posto, la propria luce.

Autore: Niccolò Dametto

Cogliere l’attimo

Quest’estate sta portando dei cambiamenti, in gran parte obbligati. Molti sono coloro che, se riescono ancora ad andare in ferie, in ogni caso sono costretti ad abbreviarle. Le canoniche due settimane, tradizionalmente al mare, vengono sostituite da periodi più brevi e trascorsi in modo diverso. Di necessità virtù: molti vanno in montagna oppure svolgono delle ferie itineranti utilizzando i più diversi mezzi di trasporto al di là dell’auto. Voli e autobus low cost, treni, biciclette o… le proprie gambe, se si tratta di “cammini” o pellegrinaggi. 

Al desiderio di fermare il tempo trasformandolo in un eterno presente fatto di 15 (costosissimi) giorni in spiaggia, si è sostituito il desiderio di costruirsi autonomamente un percorso fatto di momenti diversi, dedicati alla scoperta di luoghi d’arte, borghi, luoghi in cui regna la natura, momenti culturali, incontri casuali con altre persone che condividono le nostre passioni. Il percorso di scoperta si trasforma spesso nel desiderio di conoscere meglio noi stessi. Cogliendo l’attimo. 

Il “carpe diem” tratto dall’omonima ode del poeta Orazio ha una serie di vantaggi, che diventano ancora più evidenti durante le vacanze. Apprezzare ciò che si ha, condendo le proprie giornate con luoghi, tempi e incontri preziosi, aiuta inevitabilmente a stare bene, qui e ora.

Con la non trascurabile conseguenza che si mettono in pausa le preoccupazioni, ovvero il futuro negativo che quotidianamente ci prefiguriamo, con tale convinzione da farla diventare la nuova realtà virtuale in cui stentiamo a galleggiare boccheggiando. 

Apprezzare ciò che ha e si vive durante le nostre (brevi) vacanze 2025, ci può dunque riportare con i piedi per terra. Consegnandoci un benessere che, una volta tornati alla nostra routine, può avere una sua continuità. A ben vedere infatti la filosofia del cogliere l’attimo ci potrebbe accompagnare sempre, nei momenti della nostra vita. 

Gandhi esortava sempre i propri discepoli ad aver cura della pulizia della propria mente. Siamo noi ad essere responsabili della gestione dei nostri pensieri. Della “gestione”, sì, perché spesso i pensieri giungono da soli. Ma abbiamo sempre un certo margine nel cercare di allontanare quelli negativi e dare spazio a quelli più positivi. Per farlo ci sono diverse tecniche, ognuno ha la sua. 

Fare delle buone vacanze senz’altro aiuta. E un certo margine per fare in modo che siano quelle giuste per noi, ce l’abbiamo sempre.

Autore: Luca Sticcotti

Una grande festa peri settant’anni delle penne nere

Era il 12 novembre del 1955 quando nasceva il Gruppo Alpini di San Giacomo. Sono quindi ben 70 anni che il gruppo – che conta dagli inizi un numero di soci che si aggira sempre intorno alle 100 unità –  affianca la comunità sangiacomotta con molteplici attività e iniziative sempre più apprezzate da una popolazione in costante crescita e sempre più giovane, che trova nelle tante proposte in cui gli alpini sono protagonisti un’occasione per fare, appunto, “comunità”. Per questo, domenica 20 luglio scorso, la comunità intera si è stretta attorno agli alpini di San Giacomo per festeggiare questi suoi primi 70 anni.

La giornata – nell’ambito dei soliti due weekend di luglio dedicati alla festa campestre –  è cominciata presto al mattino, con i consueti onori presso il monumento ai caduti e la sfilata attraverso la frazione, con l’accompagnamento addirittura della fanfara degli Alpini di Verona, che ha poi fatto da colonna sonora all’intera giornata di festa.

Non è mancato l’intervento delle autorità cittadine di Laives e della Provincia, dal sindaco Giovanni Seppi all’assessore provinciale Christian Bianchi.

Una santa messa speciale

Successivamente, il parroco Don Walter ha tenuto una Santa Messa speciale per onorare il gruppo degli alpini. 

Fin qui, dunque, i passaggi ufficiali e più “seri”. Ma, si sa, quando in mezzo ci sono gli alpini non può mancare la vera festa e la vera buona cucina. 

Perciò, a seguire, tutti i presenti e i concittadini sono stati invitati a prendere parte al Rancio Alpino. A capo della brigata di cucina c’era niente meno che chef Giorgio Nardelli, vero artista della cucina che però si trova altrettanto bene a guidare anche una cucina “da campo” con un nutrito gruppo di volontari, con risultati eccellenti anche nei tradizionali piatti proposti alle feste campestri.

A concludere i festeggiamenti, una mega torta e le foto di rito con tutti i volontari e le autorità.

Una cucina collaudata

La sera e nel weekend successivo, la festa è proseguita secondo il copione ormai collaudato della festa campestre di San Giacomo, trasferitasi ormai definitivamente nel piazzale della parrocchia dopo essere stata ospitata per molti anni nel cortile della vecchia scuola elementare, ormai un lontano ricordo degli abitanti di lungo corso della frazione. 

Anche nel fine settimana del 26 e 27 luglio perciò, in campo la brigata di chef Nardelli per offrire fritto misto, grigliata, gli immancabili Strauben e molto altro, sulle note della musica dal vivo, che ha portato diverse coppie a ballare sotto il palco. Infatti da tempo non solo i sangiacomotti accorrono numerosi ali appuntamenti di festa con gli alpini, ma ad apprezzare sono sempre più ospiti provenienti anche da Bolzano e Laives.

In attesa di rivedere il gruppo Ana San Giacomo impegnato in attività a favore della collettività, l’intera comunità di San Giacomo non può che augurarsi di trascorrere con loro altri 70 anni allo stesso modo.

Autrice: Raffaella Trimarchi