La lunga estate… calda

L’estate 2025 ha avuto un andamento un po’ altalenante. è iniziata  con un periodo di grande caldo ma poi alla fine di luglio è subentrato un periodo più fresco che, a sua volta dopo due settimane ha lasciato il posto a un nuovo grande caldo. Col meteorologo Dieter Peterlin cerchiamo di stilare fin d’ora un bilancio di quanto effettivamente è successo.  

La cosiddetta “bella” stagione è semplicisticamente legata alla quantità di “bel tempo” che porta con sé. Molti infatti, nonostante gli evidenti danni portati dal cambiamento climatico, si ostinano a sognare ogni giorno la presenza di  cole e cielo azzurro, come se non ci fosse un domani. In realtà come ben sappiamo la bellezza del nostro clima alpino – anche e soprattutto d’estate – è legata alla variabilità ovvero all’alternanza di caldo e freddo, presenza o meno di vento e – soprattutto – il giusto numero di precipitazioni, per carità non in forma di tempeste e grandinate. L’estate che stiamo vivendo per molti versi sembra essersi mossa finora nel solco degli scorsi anni, ovvero con temperature più alte rispetto al passato. Ma per uscire dal dimensione delle impressioni e dei “desiderata” abbiamo pensato di contattare Dieter Peterlin dell’Ufficio Meteo della Provincia, per offrirvi un bilancio concreto, ovvero supportato da dati e misurazioni. 

L’INTERVISTA

Prima troppo caldo, poi troppo freddo e poi ancora troppo caldo. Possiamo già dire che tipo di estate stiamo per lasciarci alle spalle?

Si può proprio dire che quest’estate finora si è divisa in tre parti. La seconda metà di giugno è stata da record per quanto riguarda il caldo. Dall’inizio delle misurazioni abbiamo avuto il record assoluto in alcune zone della provincia, mentre in altre come a Bolzano il caldo ha fatto segnare il secondo posto dopo quanto misurato nell’anno 2003. Luglio è poi iniziato ancora molto caldo ma poi sono arrivate due settimane abbastanza fresche. Ma è tutto relativo. Ci è sembrato più freddo di quello che era, proprio perché ci eravamo abituati a temperature molto più alte. è stato sì il mese luglio più freddo degli ultimi 10 anni ma se fossimo andati a vedere com’era la situazione negli anni precedenti, in realtà questo luglio sarebbe stato ancora sopra la media come temperature. 

Ora siamo alle prese con una seconda ondata di calore. Quindi nonostante la rinfrescata di luglio, quella del 2025 sarà di nuovo una delle estati più calde di sempre. Non la più calda, quello lo possiamo già dire, ma senz’altro una delle più calde. 

In che misura si tratta di normalità? I cambiamenti climatici sono confermati?

Per quanto riguarda le temperature i cambiamenti climatici sono assolutamente evidenti. Ci sono delle brevi eccezioni periodiche, ma il trend a lungo termine di crescita della temperatura resta confermato. Solo perché in luglio e solo dalle nostre parti è stato più fresco non significa assolutamente che il cambiamento climatico non ci sia. D’altronde abbiamo avuto temperature da record anche in Nord Europa e Scandinavia, con tantissimi giorni sopra i 30 gradi. 

Non si tratta solo di temperature massime elevate ma anche di temperature minime molto più alte che nel passato. Nel fondovalle altoatesino ormai le notti tropicali sono molto numerose…

Sì in giugno abbiamo avuto il record assoluto come numero di notti tropicali. In luglio come detto ne abbiamo avute di meno, ma di nuovo sono tornate in agosto. Per tutti noi le notti tropicali sono ancora più faticose delle alte temperature di giorno. Se di giorno è caldo si può restare in casa, andare a fare un bagno o recarsi in montagna. Ma se durante la notte fa molto caldo e non si ha l’aria condizionata, allora si fa fatica a dormire e diventa un grande disagio. Si dice addirittura che per la nostra salute una notte tropicale è peggio di tre giornate molto calde. 

Possiamo consolarci almeno del fatto che in Alto Adige il livello di umidità resta comunque molto contenuto, evitando di amplificare l’effetto del caldo eccessivo. 

Questo è vero, anche se l’umidità negli ultimi anni è aumentata anche da noi e in futuro aumenterà ancora. 

Questa situazione ha conseguenze significative sulla vita delle persone, sia quando lavorano, si spostano, vanno in vacanza o lavorano. Ma il caldo ha anche importanti influenze sul territorio, i boschi, la montagna, le infrastrutture umane. Immagino voi siate in stretto contatto con la protezione civile per monitorare la situazione. 

Noi come servizio meteo in effetti facciamo parte dell’Agenzia per la protezione civile. Ogni giorno produciamo un bollettino di allerta e in particolare facciamo previsioni per eventuali eventi estremi che si possono verificare. Come altissime temperature appunto, ma anche forti piogge e forti temporali. 

Alle precipitazioni sono collegate le riserve idriche e allo stato dei ghiacciai. Com’è la situazione in questa estate 2025?

I ghiacciai sono sempre in forte diminuzione. Le due settimane di luglio hanno fatto bene, ma il caldo successivo ha spazzato via tutto il beneficio che avevamo avuto. Il cambiamento climatico influenza ogni aspetto della vita quotidiana. Compreso l’arrivo di zanzare potenzialmente pericolose, nuove malattie, e altro. Anche la maggiore presenza di turismo in montagna è legata alle temperature molto alte che si registrano al mare. 

Cosa dobbiamo aspettarci per l’ultima parte dell’estate? 

Come sempre possiamo fare delle previsioni nella prospettiva di una settimana, al massimo due. Senz’altro andremo incontro man mano a un lieve abbassamento graduale delle temperature. 

Come sempre circolano previsioni a lungo termine… Sono affidabili?

No. Non lo sono. Specie in località alpine in mezzo alle montagne, come le nostre. 

Autore: Luca Sticcotti

Vacanze, ansie e libertà: diario dell’estate 

Che succede quando finisce la scuola? Succede che hai diciotto anni, o quindici, o diciannove, insomma, sei giovane, e ti ritrovi sospeso in una terra di mezzo fatta di lavoretti estivi, vacanze, per qualcuno anche test d’ammissione all’università, voglia di libertà e un pizzico (a volte un sacco intero) di paura. Abbiamo chiesto a cinque ragazze e ragazzi di descriverci in breve la loro estate. Ne esce una piccola fotografia di una generazione che si muove tra desiderio di autonomia e ansia da prestazione, tra aspettative e scelte ancora aperte.

Emma, 18 anni, si divide tra amici, fidanzato e qualche occupazione estiva. Ma la testa è già sul prossimo anno: “Ho paura per la quinta superiore, ma paradossalmente sono prontissima per l’università. Mi sto informando, vedo se ci sono esami da dare, non vedo l’ora di iniziare”. La pressione però si sente: “Ce l’hanno messa da subito, sarà così già da settembre. I professori sono fatti così, non ci posso fare nulla”.

Sta affrontando un percorso Esabac, doppio diploma italo-francese che comporta due prove in più alla maturità. Un impegno in più, ma anche un’opportunità.

Secondo una ricerca condotta nel 2024 da Unisona Live e Unicef, il 75% degli studenti delle scuole superiori vive spesso situazioni di stress scolastico, legate all’ipercompetizione e alla pressione sui risultati. Il 44% si sente inadeguato, con effetti negativi anche sull’apprendimento.

In vacanza prima di andare a lavorare

Davide, anche lui diciottenne, ha in programma una vacanza con i genitori. Un po’ di respiro prima del debutto lavorativo. “Sono curioso di vedere se riesco a gestirmi da solo, senza qualcuno che mi stia dietro”.

Nel 2024, meno del 30% dei giovani italiani tra i 15 e i 24 anni ha un lavoro stabile (fonte: Eurostat). 

Secondo diverse indagini qualitative, molti giovani vedono il lavoro non solo come fonte di reddito, ma anche come occasione di crescita personale. Non per forza in modo epico: a volte basta cominciare a mettere ordine tra orari, doveri e libertà nuove.

Il grande dubbio del cambio di scuola

Jacopo ha 15 anni. Un’estate tra volontariato e un viaggio in Indonesia con la famiglia. Ma in testa gira un pensiero fisso: “Cambio scuola. Alcuni mi hanno detto che quella dove andrò non è una buona scuola. Ho paura di non fare niente. Però sto anche studiando da solo, traduco i termini in tedesco. Altri invece dicono che l’indirizzo è il migliore. Chi ha ragione? Boh.”

I passaggi scolastici, come quello tra medie e superiori, sono tra i momenti più fragili per il benessere mentale. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, tra il 2018 e il 2022 l’ansia tra gli adolescenti è aumentata del 20%. Le cause? Isolamento, uso intensivo dei social, pressioni scolastiche e incertezza sul futuro. Un mix che rende i “salti” più spaventosi, ma anche più carichi di aspettative.

Fatta la maturità si torna subito sui libri

Laura, 19 anni, lavora e studia per il test d’ammissione all’università. Le sue parole arrivano quasi come un mantra: cambiamento, sfida, incertezza… un po’ di paura. “È la fine di un capitolo e l’inizio di un altro. Cambio città, andrò a vivere da sola, conoscerò persone nuove. Dopo la maturità ci sarebbe da riposarsi, e invece bisogna ancora studiare. Ma anche questa è una grande occasione”.

Ogni anno migliaia di ragazze e ragazzi affrontano i test universitari. Non tutti li passano al primo colpo, ma chi sceglie di proseguire gli studi apre una porta importante: secondo l’ISTAT, nel 2023 il tasso di occupazione tra i laureati è stato dell’84,3%, ben 11 punti in più rispetto a chi si ferma al diploma.

La scelta per il futuro: la libertà

Mara, anche lei 18 anni, non ha piani di vacanza. Lavora, e riflette: “La scuola non è per forza un luogo dove mi sento libera. Voglio vedere cosa succede dopo. Cosa posso scegliere io. Quindi se penso al prossimo anno, penso alla libertà”.

Secondo una consultazione dell’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza (2024), oltre la metà degli studenti delle scuole superiori vive la scuola come fonte di ansia, tristezza o forte stanchezza. Il 39% pensa che non prepari davvero al futuro, mentre il 44% si sente sopraffatto dalla competizione e dalle aspettative.

Crescere fra gli spazi da esplorare

E allora cosa raccontano queste voci? 

Che il futuro fa paura, ma anche “desiderio”. Che il lavoro, la scuola, l’università non sono solo tappe da superare, ma spazi da esplorare, da abitare, da cambiare. Che non si tratta solo di crescere, ma di decidere come farlo.

Certo, l’incertezza pesa. 

Ma in mezzo a tutto questo spunta qualcosa di semplice e potente: il desiderio. Il desiderio di capire, di muoversi, di fare qualcosa di proprio. E anche quando non sanno esattamente cosa, sanno che vogliono provarci.

E forse è questa, l’unica vera maturità.

Autore: Marco Valente

Nomi plurilingui. Segno dell’accettazione dell’Altro

Il fatto che la toponomastica sia un campo di battaglia, ormai da molti decenni, si può spiegare in diversi modi. Nazionalismo, etnocentrismo, riserve mentali, malafede, inettitudine, cattiva volontà sono alcune parole chiave. E non se ne esce col buon senso, ma con l’accettazione dell’Altro.

L’accettazione dell’Altro si succhia in buona parte col latte materno. Se fin da piccolo mi hanno insegnato che l’Altro è un intruso, non è come noi, sarebbe meglio che non ci fosse, ci vuole fare del male e via di questo passo, anche quando sarò svezzato da tempo sarà difficile liberarmi del pregiudizio. E se sono un politico, un insegnante, un uomo/donna di cultura, quel pregiudizio finirà col contaminare, in modo più o meno razionale, le mie scelte, le mie parole, le mie azioni.

A monte della questione toponomastica ci sono una storia complessa (ma poi complicata ad arte da chi ha bisogno di tener vivi i conflitti) e qualche riserva mentale. Non serve guardare i cartelli sui sentieri (molti dei quali sono perfettamente bilingui, segno che là dove si vuole, si può), basta camminare per le vie di alcuni dei nostri paesi per ritrovarsi in una “via Dorf” (“traduzione” di Dorfstrasse), in una “via Unterdorf” o in una “via Bach”. Dove “Bach” non sta per Johann Sebastian, ma per “torrente”. Capita pure di incamminarsi per Vallesina (in tedesco Versein, frazione di Meltina) percorrendo una “via Verseiner” (in tedesco Verseinerstrasse). È solo uno dei molti possibili esempi che dimostrano, tra l’altro, quanto poco senso abbia la distinzione tra micro e macrotoponimi.

Si può anche fare una passeggiata in alcuni quartieri anche centrali del capoluogo altoatesino per rendersi conto che il bilinguismo – nelle insegne dei negozi, ad esempio – non è per nulla un fatto acquisito. Per intendersi: tutto solo in italiano. E non apriamo qui il capitolo dell’odonomastica di matrice patriottarda antiaustriaca (24 maggio, Piave, Vittoria e così via).

Nelle situazioni di convivenza le questioni non si risolvono cancellando, ma integrando. Non sottraendo ma aggiungendo. Quanto ai nomi non sono essi il problema, ma chi li usa (come anche la lingua, le scuole, i costumi, la storia) come corpo contundente.

Conoscendo la natura umana e le possibili derive della politica, chi ha firmato e approvato Accordo di Parigi e Statuto di autonomia ha sancito il bi-trilinguismo (anche nella toponomastica) come uno dei criteri di fondo della buona convivenza, segno dell’accettazione dell’Altro.

Autore: Paolo Bill Valente

Singoli, non tormentoni estivi

L’estate musicale bolzanina ha visto i propri figli particolarmente attivi e prolifici, a partire dagli Skanners, la band metal italiana (non solo altoatesina) per eccellenza, che lo scorso 26 giugno ha avuto l’onore di arroventare con le sue chitarre una trionfale serata al Whiskey A Go-Go, storico locale di Los Angeles in cui ebbero ad esibirsi band storiche come Doors, Frank Zappa & The Mothers, Byrds, Buffalo Springfield. In attesa che dopo la trasferta americana la band di Oltrisarco torni a lavorare al nuovo album, segnaliamo qui le uscite molto interessanti di altri talentosi concittadini.

Innanzitutto il ritorno dell’Andrea Maffei Spritzband, un ritorno con un brano tutto nuovo, preludio al tanto atteso disco per cui qualche tempo fa è stato lanciato un crowdfunding. Il 13 luglio è stato lanciato su youtube il singolo apripista intitolato Un figlio così, un brano firmato da Maffei con il chitarrista e amico di sempre, Giorgio Mezzalira. Come c’era da aspettarsi non è un brano qualunque, bensì una canzone dal testo da ascoltare e riascoltare, intarsiato dalle invenzioni sonore ordite dai due compari e produttori Davide Dalpiaz e Marco Gardini (che qui si concede il lusso di offrirci dei passaggi di chitarra che richiamano molto il suo idolo Mark Knopfler), il tutto su un sostegno ritmico ad opera dei due ragazzi del gruppo: Mirko Giocondo e Davide Groff.

Molto gradito anche il ritorno di Chris Costa, poliedrico artista badioto, ma da qualche anno trasferito a Milano, che continua ad approfondire le sue ricerche nell’ambito della musica elettronica. Stavolta lo fa con The Chosen, un brano in cui torna a cantare con quella sua voce unica: rispetto alle produzioni precedenti, pur parte di un lungo percorso partito all’indomani delle ottime produzioni in chiave blue-eyed soul di inizio millennio, Costa sembra qui aver trovato la giusta via per usare la voce ed al tempo stesso continuare il suo percorso di ricerca elettronica.

Tra gli artisti particolarmente in cerca di visibilità (per altro trovata) c’è poi Anna Carol che dopo aver festeggiato l’uscita del suo nuovo disco prendendo parte al concerto romano del Primo Maggio ha cominciato a girare la penisola promuovendo il prodotto, tra i concerti più frequentati c’è stato di sicuro quello del festival milanese “Mi Ami”, a neanche un mese dalla kermesse romana. Le cose in quell’occasione hanno funzionato talmente bene che Anna Carol ha deciso di trarne un nuovo singolo interamente live, Tutto troppo, in cui si esibisce al canto e alla chitarra accompagnata da Andrea Moro al basso e Marco Soldà alla batteria. Non può che far piacere vedere quanto sia cresciuta la nostra concittadina e quanto sappia star bene sul palco anche in una situazione meno angusta di quelle in cui era abituata ad esibirsi finora.

Chapeau a Diego Baruffaldi, per dirla alla francese. Il cantautore, batterista e produttore bolzanino lancia una nuova canzone intitolata Hai visto, una canzone non scontata (e come poteva essere diversamente nel caso di Baruffaldi) dedicata a tutte le persone che hanno trovato la parte migliore di sé attraversando i momenti peggiori della propria vita. Il tutto su uno spunto musicale che entra subito in circolo, una di quelle musiche ci si ritrova a canticchiare e fischiettare come se fosse semplice musica leggera e invece ha in supporto un gran testo. Merito anche dell’arrangiamento di Thomas Traversa, amico e produttore, che negli ultimi mesi è particolarmente alla ribalta sia con il recente disco del collettivo Supermarket, di cui fa parte, che con altri progetti di cui ci occuperemo nelle prossime settimane.

Chiudiamo questa rassegna di singoli di recente uscita con la bellissima Motherland, una canzone acustica rintracciabile sempre tramite youtube, opera della cantautrice Carmen (al secolo Carmen Sofia Sciullo), in assoluto una delle rivelazioni di quest’anno. Il singolo, che speriamo preluda ad una produzione più ampia, è una deliziosa ballad uscita in occasione della festa della Mamma, quindi un po’ di tempo fa, e vede la giovane cantautrice accompagnata da alcuni giovani talenti della nuova scena, tra cui Davide Bruscia al basso, Antonio Del Giudice alle tastiere, Andrei Milea e Fedro Heger.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Dalla meraviglia al metodo: quando la scienza entra in classe e accende curiosità

Tre parole, semplici e potenti: meraviglia, metodo, restituzione. Sono il cuore di un nuovo progetto intitolato Science in depth e che, da settembre, entrerà nelle scuole medie. 

“L’idea” mi racconta Alessandro Gelmi, volto del progetto “è quella di dare ai ragazzi gli strumenti per fare ricerca su un argomento che li interessa davvero. Non una ricerca veloce e superficiale, ma un’indagine che vada a fondo”. 

Sorrido, ricordando gli sguardi persi dei miei studenti durante le lezioni di storia (giuro, interessantissime). Alessandro, come se mi leggesse nel pensiero, rilancia: “Io li aggancio con un piccolo trucco”. 

“Quale?”. 

“L’AI. ChatGPT, per capirci. In aula informatica, faccio scegliere a ognuno un tema scientifico qualsiasi — dalle formiche ai vulcani — e li invito a interrogare la macchina per scoprire i fatti più strani, misteriosi, inquietanti o raccapriccianti. Così, ad esempio, scoprono che esistono formiche zombie. A quel punto devono scegliere tre fatti, quelli che io chiamo ‘pepite d’oro’: i più curiosi o divertenti. Nella seconda fase devono poi inventare altri tre fatti e mischiarli ai veri, per poi sfidarmi a indovinare quali sono reali e quali inventati. Se indovino, vinco io. Se no, vincono loro”.
Me li immagino già, i miei ex studenti, pronti a tutto pur di ‘battere la prof’. 

“Li farà impazzire”, commento. 

“Esatto. E quando sono belli carichi, passo alla fase cruciale: quella analitica”. Qui il divertimento diventa metodo. Per ognuna delle tre ‘pepite d’oro’ selezionate nella prima fase, i ragazzi devono formulare tre domande di ricerca. 

“Li farò riflettere” spiega Alessandro “su come cambia il senso di una domanda modificando anche solo una parola, ovvero come, cosa o quando possono aprire strade completamente diverse. In questa fase potremo esplorare miti popolari, storia, opere d’arte collegate all’argomento”. 

È il momento in cui entrano in gioco la selezione delle fonti, la verifica dell’attendibilità, la capacità di distinguere fatti e opinioni. 

“Non c’è però il rischio” – chiedo – “che alla fine chiedano tutto a ChatGPT senza imparare a fare davvero ricerca?”. 

“No, perché toglierò all’AI la magia che credono abbia. ChatGPT è creato per generare risposte, non per forza corrette. Se ne renderanno conto quando vedranno — con il mio aiuto — che spesso si contraddice, sbaglia o dà versioni diverse della stessa cosa. Capiranno che per fare ricerca servono altre fonti: internet, i libri, i professori”. 

“Con questa lezione renderai felici tutti i docenti”, dico. Alessandro ride, poi conclude: “Per me la meraviglia è il motore. Se qualcosa ti affascina o ti disturba, vuoi saperne di più. Il metodo serve a dare struttura e profondità a questa curiosità. Senza metodo si resta in superficie”.

La fase finale è la restituzione: i ragazzi diventano divulgatori, raccontando le loro scoperte non solo ad Alessandro, ma a tutta la classe. Un passaggio che li trasforma in protagonisti della conoscenza, capaci di condividere ciò che hanno imparato.

Dal primo “lo chiedo a ChatGPT” a un percorso di analisi critica, fino alla presentazione pubblica: Science in Depth è un viaggio che parte dalla curiosità e arriva al pensiero critico.
E che, tra un sorriso e una sfida all’insegnante, insegna il mestiere più antico del mondo: farsi domande e cercare risposte.

Autrice: Giulia Artemisia Buonerba

Servizio civile: davvero un’esperienza dai mille volti

Salma Sammah si confronta con Imane Bihihi in merito al servizio civile svolto presso l’Ufficio Giovani del Comune di Bolzano, e riflettendo anche sulla propria esperienza fatta presso il progetto COOLtour de La Strada Der Weg.

Imane, come hai scoperto la possibilità di fare il servizio civile al Comune di Bolzano? E cosa ti ha convinta a partecipare? Per te Salma invece com’è andata?

I: “L’ho scoperto tramite una mail scolastica, e mi sono candidata all’ultimo. Ero interessata a mettermi in gioco in un contesto istituzionale e di fare qualcosa di concreto per la comunità. Volevo rendermi utile, ma anche capire meglio come funziona il lavoro all’interno di un ente pubblico e approfondire i temi legati ai giovani!”

S: “Ho iniziato anche io quasi per caso, spinta dal desiderio di fare qualcosa che avesse un senso e mi sono ritrovata immersa in un progetto culturale e sociale coinvolgente e creativo.”

Quali attività vi hanno coinvolte maggiormente?

I: “Ho svolto il servizio civile presso l’Ufficio Giovani del Comune di Bolzano e durante la mia esperienza ho partecipato a diversi progetti dedicati al protagonismo giovanile, alla partecipazione e sensibilizzazione. Una delle attività che mi ha coinvolta maggiormente è stata la promozione del fumetto “Arnold”, ideato per sensibilizzare sul tema del bullismo.”

S: “Le nostre due esperienze sono accomunate dall’attenzione ai giovani, agli strumenti per attivare la comunità. Anche io ho potuto partecipare ad attività che mi hanno fatto sentire parte attiva del cambiamento.”

Com’è stato lavorare a stretto contatto con le diverse realtà?

I: “Scoprendo le associazioni del territorio che collaborano con il Comune nell’ambito delle politiche giovanili, è stato molto arricchente confrontarsi con persone che operano ogni giorno a favore della comunità. Ho capito l’importanza di una rete tra istituzioni e associazioni locali, anche dal punto di vista umano, per realizzare iniziative efficaci e inclusive.”

C’è stato un momento in cui vi siete dette “sto facendo davvero qualcosa di utile”? 

I: “Ci sono stati tanti piccoli episodi che mi hanno fatto sentire utile e parte di qualcosa di più grande. Ogni volta che prendevo parte a un progetto, o anche solo partecipare a una conferenza stampa, sentivo di contribuire in modo concreto.”

S: “Questo è uno degli aspetti più belli del servizio civile: è importante esserci, mettersi in ascolto e dare il proprio contributo con umiltà e passione.”

Cosa vi ha lasciato, oggi, questa esperienza?

I: “Oltre allo sviluppo di competenze comunicative e organizzative, mi ha dato una maggiore consapevolezza su ciò che mi interessa davvero. Sto considerando un percorso di studi legato all’ambito legale e, un domani, lavorare in un ente pubblico che si occupi del sociale.”

S: “Anche per me il servizio civile è stato un punto di svolta, per capire cosa mi appassiona davvero e mi ha dato strumenti che porto con me anche oggi, nel lavoro e nella vita.”

Se doveste consigliare a un’amica il servizio civile, cosa le direste?

I: “Le direi di non pensarci troppo e di buttarsi, perché è un’occasione unica per imparare, mettersi alla prova e fare qualcosa di concreto per gli altri e per sè stessi. È un’esperienza che lascia il segno.”

S: “Si può svolgere servizio civile in associazioni o enti del territorio, come al Comune di Bolzano (uffici Famiglia, Donna, Gioventù e Promozione sociale) ed è un modo per mettersi in gioco, imparare e dare un contributo alla propria comunità.”

“Ciak! Si gira”: nel mondo cinematografico per una key set

Maria Bernardi lavora nel mondo del cinema come key set costumer, ovvero colei che si occupa dei costumi sui set cinematografici, e in quest’intervista ci fa dare uno sguardo nel backstage del suo lavoro. 

Qual è stato il tuo percorso?

Mi sono sempre immaginata di lavorare in ambiti artistici, ma il cinema è arrivato casualmente. Ero a Milano a frequentare un corso intensivo di sartoria mentre continuavo a lavorare come stylist. Il Covid mi ha tagliato le gambe. Dopo un periodo di depressione ho deciso di iscrivermi alla Film Commission e sono stata contattata da Milena Canonero per un film che avrebbe girato in Alto Adige. Da qui è iniziato il mio percorso, sul set ho conosciuto il covid manager che mi ha portato a Roma a lavorare in produzione. Da qualche anno sono tornata a fare costumi. Trovarmi in questo mondo mi ha fatto sentire per la prima volta nel posto giusto. 

Cos’è un Key Set Costumer?

La key set è la figura che oltre a vestire gli attori e controllare la continuità e gli stadi di invecchiamento del costume, fa sì che il reparto costumi possa lavorare in modo efficiente sul set, coordinandosi con produzione e regia per gli spazi e i tempi che occorrono al reparto per svolgere il proprio lavoro, facilitando la lavorazione della giornata. 

Che tipo di relazioni sviluppi con attori e attrici e registi/e?

A me piace stabilire un rapporto di reciproca fiducia, mantenendo il giusto distacco e rispetto per il lavoro e gli spazi di tutti. Alcuni attori hanno più bisogno di aprirsi e appoggiarsi alla nostra figura mentre altri preferiscono rimanere più autonomi. È un reparto delicato, ti relazioni con l’attore in un momento di intimità e vulnerabilità. La cosa più importante è mantenere un buon equilibrio. Con i registi invece il rapporto è diverso: ogni indicazione per il reparto costumi sul set passa dal key set al costumista, quindi le interazioni con la regia sono continue. 

Quali sono i progetti più importanti a cui hai lavorato?

Ai costumi al momento Christopher Nolan. Trovarsi in una sorta di tempio sacro del cinema contemporaneo è emozionante. Sul set stiamo facendo tutti il nostro lavoro e cerco di mantenere professionalità, ma l’aurea attorno a certe figure si percepisce. In produzione invece direi La Stranezza. è stato un progetto molto difficile dal punto di vista logistico essendo pieno Covid, ma mi sono divertita moltissimo ed è un film importante per me. 

Quali sono le maggiori differenze tra progetti italiani e non?

Quando ero in produzione ho lavorato per la maggior parte del tempo su film italiani. Alla BiBi Film devo tantissimo, è quasi una famiglia. Con i costumi invece ho lavorato principalmente con produzioni estere che si sono appoggiate a service italiani. La principale differenza si sente a livello di paga: tendenzialmente un progetto americano ti paga di più ma lavori molte più ore, che di base sono già dodici. Inoltre noi italiani siamo più multitasking, tutti hanno vari ruoli, e tendiamo ad avere una maggiore gerarchia. Negli ambienti americani si tende a rimanere nel proprio. 

Quali competenze pensi siano indispensabili per questo lavoro?

Il requisito principale è avere una passione molto grande: questa vita ti sfianca e richiede tanti sacrifici personali. Ogni progetto che inizi diventa la tua vita a 360 gradi finchè non finisce. Ogni volta è come creare una piccola famiglia che poi devi salutare; non c’è niente di glamour sui set cinematografici. Quando si finisce un progetto è difficile uscire dalla bolla e tornare alla normalità. C’è bisogno di tanto equilibrio. Inoltre serve essere in grado di ascoltare e osservare perché ti permette di anticipare l’imprevedibilità del set. È il lavoro più bello del mondo, ma la situazione di crisi che sta affrontando il settore cinematografico mi spaventa. Spero di poter continuare a fare questa lavoro per sempre, è un sogno che non sapevo di avere. Le persone a me più vicine, che rimangono anche se non capiscono del tutto la mia vita, sono importantissime, senza il loro appoggio probabilmente non avrei continuato.

Autrice: Anna Michelazzi


La strada dedicata ad Antonio Rosmini

Da ponte Talvera, provenendo da piazza Vittoria,  si accede a destra in via Antonio Rosmini. Nato a Rovereto il 24 marzo 1797, Antonio  Rosmini dopo l’Imperial regio Ginnasio di Rovereto  frequentò la facoltà di teologia dell’Università di Padova, laureandosi nel 1822 in Teologia e Diritto canonico, dopo esser stato ordinato sacerdote a Chioggia il 21 aprile 1821. Mostrò profonda inclinazione per gli studi filosofici, per approfondire i quali nel 1826 si recò a Milano, dove divenne amico di Alessandro Manzoni. Dopo qualche tempo in Trentino, nel 1828 fondò al Sacro Monte Calvario  di Domodossola la Congregazione religiosa dell’Istituto della Carità, la prima comunità di religiosi, i “Rosminiani”, cui seguì il ramo femminile. Le  Costituzioni furono approvate nel 1839 da papa Gregorio XVI. Antonio Rosmini, oltre ad affrontare i problemi della conoscenza, la morale e la metafisica, rivolse l’attenzione ai problemi etico-politici. Fu insegnante e guida spirituale a Borgomanero in un collegio rosminiano. Scrittore  fecondissimo, fu autore di opere filosofiche, ma anche teologiche e ascetiche. Inviato a Roma in missione diplomatica dal governo piemontese, cercò di portare avanti esigenze politiche ed ecclesiali, come quella dell’indipendenza della Chiesa dal potere civile; la dipendenza era la quarta delle “cinque piaghe”, di cui Rosmini tratta nell’opera “Delle Cinque Piaghe della S. Chiesa” (1848); seguì, nel 1849, la “Costituzione secondo la giustizia”. Le due opere furono messe all’Indice dei libri proibiti. Rosmini si ritirò a Stresa sul Lago Maggiore. Con il tempo la polemica sulle sue opere si attenuò e “Le Cinque Piaghe” furono tolte dall’Indice. Antonio Rosmini per misteriosa e dolorosa malattia si spense a Stresa il 1° luglio 1855; è sepolto nel santuario del Santissimo Crocifisso di Stresa. Vita, messaggio e opera di Rosmini sono ancora oggetto di riflessione e approfondimento. Fu beatificato il 18 novembre 2007.

Autore: Leone Sticcotti

Si fa presto a dire…“Una spremuta! Grazie”

Stefano Furlani, 29 anni, nato a Trento, lavora a Bolzano come in un polo educativo e ha trasformato la sua passione per le spremute d’arancia in un vero e proprio progetto social. Negli ultimi due anni Stefano, conosciuto come @una.spremuta.grazie sui social, ha messo alla prova 86 spremute d’arancia, concentrandosi esclusivamente sui bar delle stazioni ferroviarie, dove mette insieme racconto urbano, ironia e una metrica semplice ma precisa per confrontare sapori e atmosfere. 

Come e quando hai iniziato a recensire le spremute d’arancia?

Ho cominciato nel privato già nel 2019, annotando in un taccuino le mie impressioni. Non era un progetto pubblico, solo appunti personali con punteggi semplici con voti da uno a dieci. La pagina è nata ufficialmente nel 2023, dopo una grigliata con amici: uno di loro ha visto il mio taccuino e mi ha consigliato fortemente di renderlo fruibile anche agli altri.

Quante spremute hai recensito fino ad ora?

Ad oggi 86, tutte nelle stazioni italiane. Ho continuato a tornare anche sui posti già visitati per dare un formato video alle recensioni e aggiungere categorie come densità, guarnizioni e location, quest’ultima suggerita dai primi follower.

Perché solo le stazioni?

Non sono patentato, quindi mi muovo sempre con i treni. Inoltre, le stazioni hanno un fascino particolare: rappresentano l’ultimo posto che vedi quando te ne vai e il primo quando arrivi. È un legame personale, e credo siano spazi spesso sottovalutati.

Qual è stata la spremuta migliore?

Senza dubbio quella di Genova Nervi: arance locali, di stagione, con un sapore unico e una location che completava l’esperienza.

E la peggiore?

Una di Monaco, in Germania: lì la parola “spremuta” non esiste, quindi mi hanno servito una bottiglietta preconfezionata di succo. È stata un’esperienza divertente e un po’ tragicomica.

I follower ti riconoscono?

Sì, qualche volta sì. A Mezzolombardo e Caldonazzo i baristi mi hanno salutato ricordando i miei video. È buffo, ma il bello è anche questo: interagire con persone che ti seguono per un progetto così particolare.

Come influenzano il teatro e la tua formazione i tuoi video?

Faccio teatro dal 2012, e mi aiuta molto nel gestire la dialettica, la presenza davanti alla telecamera e l’ironia nei video. Posso sparare folli invenzioni o aggiungere dettagli veri: il pubblico non sa mai distinguere cosa sia reale e cosa sia ironia, e questo mi diverte molto.

Secondo te, cosa conquista di più chi ti segue?

Il successo dei video non nasce solo dalla passione per le arance o dalle recensioni delle spremute, ma soprattutto dall’ironia e dal modo in cui racconto le stazioni e le situazioni. Cerco di sorprendere chi mi segue, farlo ridere e confonderlo allo stesso tempo, creando un tipo di interazione diversa rispetto ai social più convenzionali.

Autore: Niccolò Dametto

Gli itinerari musicali di Pignata in Traces

Luca Pignata – fisarmonicista meranese ma da anni residente in Belgio – ha appena pubblicato un nuovo interessante album. Il lavoro si chiama Traces ed è uscito per il  momento solo in versione digitale. Lo potete trovare ed ascoltare a partire dalla pagina bandcamp del musicista, dove è anche possibile acquistare l’album in alta qualità audio con in allegato un libretto che presenta per bene i termini dell’operazione. 

Si tratta infatti di un lavoro di spessore, in grado di abbracciare due continenti sulla scia di un filo conduttore non nuovo, ma che presenta moltissimi motivi di interesse. 

Il tema è quello delle connessioni che la musica  colta, nello specifico declinata nel repertorio peculiare della fisarmonica, ha mantenuto e mantiene con le tradizioni popolari. 

Le tracce dell’album disegnano quindi una sorta di itinerario multiforme, non solo geografico ma anche stilistico e soprattutto delle atmosfere. 

Si va dai classici della musica brasiliana – collocati giusto a metà strada appunto tra tradizione e scrittura – a Domenico Scarlatti. Ma nell’album trovano spazio anche un brano contemporaneo del compositore sloveno Lojze Lebic e due classici del repertorio argentino come Alfonsina y el mar e El dia que me quieiras di Carlo Gardel. 

Fin dai primi secondi dell’album si nota la grande dedizione con cui Pignata si occupa dei suoi progetti, realizzando spesso in completa autonomia gli arrangiamenti per il suo strumento.

Bellissimi sono i brani di Scarlatti e raffinata è la scelta di Pignata di combinare l’esecuzione “classica” con gli echi della musica popolare spagnola che, appunto, appaiono nell’invenzione melodica del grande compositore italiano trapiantato nella penisola iberica. 

Molto azzeccate appaiono anche le scelte interpretative nei brani brasiliani di Ernesto Nazareth e di Egberto Gismonti, dove emergono anche momenti di grande virtuosismo nella proposta del numero voci nel contrappunto. 

Forse il momento più bello più bello di tutto l’album risulta forse l’esecuzione del brano Agua e Vinho  di Egberto Gismonti, attraverso il quale l’incontro tra la musica colta e quella brasiliana si arricchisce di un ulteriore “rimbalzo” stilistico e geografico. 

Ricordando infatti che la cultura di Argentina e Brasile ha tra gli elementi costitutivi del proprio dna proprio la tradizione melodica italiana, in grado di influenzare non solo la musica ma addirittura le lingue parlate nei due grandi paesi.

Quello di Pignata è davvero un ottimo lavoro. L’auspicio è che  il musicista possa proseguire in questa direzione anche nel prossimo futuro.

Autore: Luca Sticcotti