La lettera di San Vigilio e l’evangelizzazione

Il Cristianesimo impiegò molti secoli per “conquistare” l’Occidente e, in particolare, la valle dell’Adige. I cittadini romani di questa regione erano fedelissimi alle loro divinità ancestrali, tra le quali spiccava sicuramente Saturno. Per nessun motivo al mondo erano disposti ad abbracciare la dottrina del predicatore orientale che stava facendo breccia in Egitto e in Turchia, in Siria e in Palestina, ma molto meno in Gallia, in Germania e in Italia.

Nel 313, l’Editto di Milano autorizzò la pratica della religione cristiana nell’Impero; nel 380, con l’Editto di Tessalonica, essa diventò religione ufficiale dello Stato. I primi patriarchi siedono a Roma, Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme. Da queste città e da alcuni “missionari” parte quella grande impresa che, nel giro di pochi secoli, convertirà al Cristianesimo l’intero mondo occidentale.

Per quanto riguarda il nostro territorio, la sede della diocesi era a Trento, a sua volta suffraganea della sede metropolitana di Milano. A contrastare il dominio trentino sorse poi la sede vescovile di Sabiona. Nasce in questo contesto la “competizione” tra le due diocesi, che durerà per molti secoli. Alcuni comuni e parrocchie di confine come Laives, Bronzolo e Salorno furono ambiti da Bressanone; Caldaro, Appiano e Termeno, invece, restarono fedeli a Trento.

Le parrocchie rurali (Urpfarren) sorsero lentamente sul territorio e cercarono  di legittimarsi con documenti spesso retrodatati. Il più noto di questi è la Lettera di San Vigilio, o Epistola beati Vigilii episcopi ad Calderenses. Il contenuto della “lettera” (in realtà una raccolta di documenti) riguarda  il viaggio missionario del vescovo Vigilio, insediato nel 385 e morto nel 403, la lotta al paganesimo, la fondazione di una chiesa a Caldaro, l’istituzione di una Urpfarre con nomina di un sacerdote, l’attribuzione di un territorio e di diritti, la sottomissione della comunità a Trento e l’ammonizione a non ricadere nei riti pagani.

La lettera viene attribuita a Vigilio, effettivamente il protagonista  dell’evangelizzazione della Bassa Atesina. In realtà, il testo risale a un’epoca  tra l’XI e il XIII secolo, e raccoglie notizie trasmesse oralmente e  anche in parte inventate. Che l’opera di cristianizzazione di Vigilio non sia stata semplice è un dato di fatto. Alcuni suoi confratelli vennero massacrati, e lo stesso Vigilio morì lapidato dai pagani dopo aver gettato nel fiume Sarca una statua di Saturno. Egli fondò numerose chiese in Oltradige e Bassa Atesina. Scrive dunque la lettera, per bocca di Vigilio o di chi ne raccolse le memorie: “In loco qui dicitur Caldarium, idolatria reperta est”,  a riprova del fatto che nel IV secolo la Bassa Atesina era ancora completamente pagana. In quel luogo di idolatri fece costruire una “ecclesia in honore sanctae Mariae” e “presbyterum ordinavi qui plebem doceret et divina celebraret”. Questo sacerdote si insediò al posto dei vecchi sacerdoti pagani affinché “nullus auderet ritu gentilium sacrificare”, cioè nessuno ardisse più sacrificare secondo i riti dei pagani.

Quello che avvenne a Caldaro avvenne anche in altri comuni. Ne è prova la dedizione storica di molte comunità al vescovo di Trento, come Laives, Bronzolo, Ora, Egna e Salorno. Un’ultima annotazione della lettera merita attenzione, quando si legge: “Sit haec parochia sub potestate episcopi Tridentini”, cioè: rimanga questa parrocchia per sempre sotto l’autorità del vescovo di Trento. Questo legame venne di fatto mantenuto fino quasi ai giorno nostri grazie alla donazione dell’intero territorio della Bassa Atesina al vescovo Udalrico II da parte dell’imperatore Corrado II nel 1027.

Autore: Reinhard Christanell

10 foto e una poesia per Elisabeth Hölzl

Elisabeth Hölzl ha fatto nuovamente centro. La sua nuova mostra, visitabile gratuitamente all’Accademia di Merano è intitolata “Abitare la vita” ed è dedicata alla poetessa Mary de Rachewiltz nel suo centenario. 

La mostra all’Accademia si interfaccia con quella a Palais Mamming che cerca di dare un ritratto biografico-letterario della poetessa, della sua opera e dei rapporti intellettuali che ella intessette nel fluire dei lustri. L’esposizione ideata da Elisabeth Hölzl coglie, con la sensibilità poetica che contraddistingue questa affermata fotografa, un aspetto più intimo della poetessa quello del suo quotidiano, colto fra le sue stanze nel castello di Brunnenburg.

Sono infatti esposte dieci fotografie scattate nel corso del 2015 nella casa di Mary a  Brunnenburg. Durante le ripetute visite di Elisabeth Hölzl a Mary,  ha vissuto la poetessa nel suo appartamento traendone una sorta di biografia intima. I suoi scatti colgono gli scaffali colmi di libri. Le vecchie e preziose edizioni amorevolmente avvolte in pergamena, alcuni scaffali coperti da tende per proteggerli dalla polvere e dalla luce del sole contengono opere e inediti. Fotografie incorniciate, dipinti e sculture, rappresentano i ricordi di una vita ricordi e i cimeli dei genitori. Tutto è animato, cambia da un punto di vista all’altro. Le carte giacciono sul tavolo e a volte si mescolano, mentre la corrispondenza aspetta di essere spedita. Ogni ricordo è tangibile e a portata di mano attraverso un oggetto. La sua stessa scrittura è presente, il computer è in funzione. L’appartamento di Mary non è un archivio, ma uno spazio vissuto attraversato dalla storia, dalle parole delle tante traduzioni e delle innumerevoli poesie. Aglio occhi di un estraneo nulla pare organizzato ma sembra seguire un voce interna un fluire nascosto all’estraneo. I tanti oggetti appesi e appoggiati raccontano il pensiero, la scrittura, l’appartenenza, il linguaggio come stile di vita.

Elisabeth ha cercato di catturare il dialogo che nel corso della giornata avviene tra gli oggetti e la luce che, vagante, cade da diverse angolazioni, illuminando costantemente oggetti diversi e portandoli al centro dell’attenzione di chi osserva. È un ritratto di Maria fatto di immagini e colpi d occhio, lanciati nei suoi spazi abitativi privati, con il loro ordine costituito da più strati, così come appare una vita vissuta appieno, con passione, dedizione e creatività. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Agial-generazioni: storie di comunità a Don Bosco

La giovane Salma Sammah intervista Leila e Naima, dell’Associazione Agial-GenerAzioni, fondata per dare uno spazio inclusivo e accogliente alla comunità di immigrati che vivono a Bolzano in Via Cagliari.

Come è nata la vostra Associazione?

è nata in modo spontaneo, osservando quotidianamente i bambini del quartiere via Cagliari, molti figli di famiglie straniere, che passavano il tempo per strada senza attività educative. Preoccupate per l’abbandono scolastico, io e la mia collega Naima, che conosce bene molte famiglie, abbiamo creato uno spazio sicuro e accogliente dove i bambini potessero sentirsi valorizzati e non giudicati. Abbiamo iniziato con attività semplici, come giochi con regole e momenti di condivisione. La risposta positiva di bambini e genitori ci ha portate a fondare ufficialmente l’Associazione “Agial GenerAzioni”, grazie anche al supporto burocratico dell’Associazione “La Strada–Der Weg”.

Quali sono gli obiettivi e le attività principali dell’Associazione?

Cerchiamo di offrire un ambiente sicuro e educativo ai bambini del quartiere Don Bosco, in particolare a chi ha difficoltà con l’italiano o manca di sostegno familiare. Vogliamo che ogni bambino si senta visto e rispettato, e teniamo molto a insegnare anche la lingua araba per mantenere il legame con le proprie radici. Organizziamo incontri con giovani marocchini di Bolzano che raccontano le loro esperienze per ispirare i più piccoli. Attraverso letture, giochi, attività artistiche e manuali, insegniamo anche valori come il rispetto, la gentilezza e la pazienza. Il dialogo e l’ascolto sono fondamentali nel nostro approccio educativo.

Quali difficoltà avete incontrato nel portare avanti il progetto?

La burocrazia italiana è stata complessa, soprattutto per noi che non siamo madrelingua. Nonostante il mio dottorato in economia in francese, adattarmi al sistema italiano non è stato semplice. Anche la mancanza di fondi ha reso difficile l’inizio. Inoltre, guadagnare la fiducia delle famiglie è stata una sfida: all’inizio alcune erano diffidenti e i bambini spesso provenivano da contesti familiari con poca educazione di base. Noi non giudichiamo, ma lavoriamo con impegno, imparando e crescendo insieme.

Come fate per coinvolgere altre donne nel progetto?

Non è facile perché siamo ancora poco conosciute fuori dal quartiere. Ci affidiamo al passaparola delle mamme che partecipano con i loro bambini o ai corsi di italiano e tedesco che offriamo, per aiutarle a sentirsi più autonome e sicure. In futuro prevediamo di usare maggiormente i social per farci conoscere e attrarre giovani volontarie desiderose di contribuire.

Che cosa significa per voi far parte di questa associazione?

Questa esperienza dà un senso profondo al nostro essere donne, madri e cittadine. Non vogliamo solo aiutare i bambini, ma anche cambiare la percezione della città sulle famiglie straniere. Crediamo molto nell’Associazione e vediamo i primi risultati: bambini più felici, genitori che si fidano, donne che si aprono. Questo ci dà speranza e ci fa sentire parte di una comunità in evoluzione.

Autrice: Salma Sammah COOLtour

Le nuove leve delle bocce si preparano per i “nazionali”

Ai primi di giugno alcuni giovani di atleti della Bocciofila Bolzano sono stati in visita in provincia di Vicenza dall’istrutture Umberto Campagnolo, che li seguirà nella preparazione in vista della loro partecipazione ai Campionati italiani juniores, in programma nel prossimo mese di settembre. 

Nel 2018, la Federazione Italiana Bocce ha lanciato il progetto “Bocciando si impara”, per promuovere la conoscenza dello sport delle bocce anche tra le fasce dei più piccoli, facendo leva su un’offerta formativa scolastica variegata, multifunzionale e pienamente inclusiva, con la finalità di formare cittadini consapevoli e responsabili. In questo modo lo sport diventa veicolo di messaggi positivi d’inclusione scolastica e sociale e moltiplicatore di buone pratiche volte alla condivisione e allo stare insieme sinergico e collaborativo, incentrato sul confronto e sul dialogo. 

La Bocciofila Bolzano, forte del fatto di avere a disposizione una struttura all’avanguardia come il Bocciodromo Cittadino di Viale Trieste e di avere tra le sue fila “volontari” dotati di grande esperienza, ha subito fatto suo il progetto, coinvolgendo inizialmente gli scolari delle scuole elementari e medie e successivamente anche gli alunni degli istituti superiori presenti sul territorio. 

Il progetto a Bolzano, nei primi anni dalla nascita, nonostante sia stato benevolmente accolto da alunni ed insegnanti, non ha però ottenuto gli effetti desiderati. I giovani infatti hanno praticato lo sport delle bocce durante le ore scolastiche, ma non si sono “fermati” oltre.

Questo fino al 2024, l’anno della svolta, quando a novembre di ragazzi se ne sono fermati addirittura quattro. Dopo tanti anni dunque la Bocciofila ha potuto tornare ad annoverare tra i suoi iscritti non più soltanto Senior ma “finalmente” anche Junior.
Ed è proprio grazie ai suoi Under 18 che il Comitato Provinciale, nella persona della Delegata, Sig.ra Tatiana Menegolo, ha prontamente chiesto i cosiddetti “quorum” di partecipazione ai Campionati Italiani Juniores. In prima battuta purtroppo però la risposta è stata negativa, non concedendo posti disponibili al Comitato Provinciale di Bolzano. Ma se le speranze sono labili, sono anche le ultime a morire.

Infatti lo scorso 5 giugno è arrivata la “chiamata”, perché alcuni atleti del Comitato Provinciale di Trento hanno rinunciato alla convocazione.

Per trovare traccia di una partecipazione ai Campionati Italiani Juniores negli annali della Bocciofila, bisogna riavvolgere i nastri sino al 1994, anno in cui un “allievo” di nome Alessandro Salmaso – oggi affermatissimo Arbitro Provinciale, nonché abilissimo Direttore di Gara – partecipò ai Campionati Italiani Juniores che si svolsero a Milano.

A settembre 2025 dunque dopo circa 30 anni, a Campobasso in Molise, gli atleti della Bocciofila Bolzano torneranno a calcare palcoscenici importanti. L’estate è il periodo migliore, per allenare i ragazzi, vista la pausa negli impegni scolastici.  

Per questo la Bocciofila Bolzano ha deciso di appoggiarsi a qualcuno che conosce bene l’ambiente nazionale ma che soprattutto abbia la formazione giusta.

La scelta è caduta su Umberto Campagnolo, un ragazzo di 25 anni di Bassano del Grappa, con la passione per le bocce scoperta da bambino senza per così dire ereditarla. Campagnolo anche se giovane è ma già atleta di serie A, nonché istruttore FIB e membro esperto del Comitato Provinciale Veneto, con un focus ben centrato sul compito di portare i ragazzi e giovani sulle corsie dei bocciodromi. 

Umberto, grazie al progetto Bocciando si impara, promuovendolo nelle scuole, è riuscito a “calamitare” circa 200 giocatori che lasciano ben sperare per il futuro.

A inizio giugno Campagnolo ha accolto i giovani atleti e i membri della Bocciofila Bolzano nel Bocciodromo “Magnabosco” di Zugliano (VI), dove regolarmente allena i suoi ragazzi, per uno stage giovanile, alla fine del quale ha apprezzato le doti degli atleti altoatesini ed ha piacevolmente accolto la richiesta di diventare il loro “tutor”.

Largo ai giovani quindi affinché questa popolare disciplina sportiva trovi il suo giusto inserimento, creando validi presupposti per una sua espansione qualitativa a differenza del passato quando veniva posta ai margini dell’attività sportiva nazionale. 

“Cervelli in fuga”: perché molti giovani decidono di lavorare all’estero?

Lo chiediamo a Jacopo Prescianotto, che si è laureato in triennale all’Università di Trento e ha frequentato un corso magistrale diviso tra Madrid e Rennes. Ora vive a Berlino dove lavora in una start-up nel mercato dell’energia.

Qual è la tua professione?

La start-up in cui lavoro produce un software per il mercato del gas naturale liquido. Io svolgo molti ruoli differenti: passo, quindi, dal settore business a quello più tecnico dello sviluppo del software in base alle necessità.

Come sei arrivato a Berlino e a questa posizione?

Tra la fine del 2023 e l’inizio del 2024 ero alla ricerca di un tirocinio, obbligatorio per il mio corso di laurea. L’obiettivo era trovarlo in Spagna oppure nella Svizzera tedesca, meta appetibile, dove avrei avuto il vantaggio del tedesco imparato a Bolzano e la vicinanza all’Alto Adige. La ricerca è stata molto complicata e mi ha sorpreso la quantità di porte chiuse che ho incontrato. L’opportunità nella capitale tedesca è arrivata per caso tramite un messaggio su LinkedIn: in una settimana ho firmato il contratto. Ho fatto i miei sei mesi di tirocinio e il giorno seguente alla sua conclusione ho potuto iniziare a lavorare per l’azienda come full time indeterminato. 

Pensi che avresti potuto trovare una posizione simile in Italia?

È difficile paragonare l’Italia all’estero. L’unico luogo forse paragonabile a livello di opportunità è Milano. Tuttavia il rapporto tra il costo della vita e il salario per posizioni simili, per come conosco io la situazione milanese, è peggiore rispetto a quello che si può trovare nel resto d’Europa. Questo è importante, soprattutto per un giovane a inizio carriera che non ha molti soldi messi da parte e cerca una stabilità. 

La tua idea era rimanere all’estero sin dall’inizio?

La mia idea era studiare e fare il tirocinio all’estero per un periodo limitato. Vivendo all’estero e iniziando a conoscere le opportunità offerte da altri paesi in relazione ai miei progetti mi sono reso conto che tornare in Italia nel breve periodo non conviene. Tornerei per la famiglia e i miei cari però dovrei rinunciare a grandi opportunità. Io amo l’Italia e cerco di tornare a casa spesso avendo anche la possibilità di lavorare in smart working. Mi mancano i miei parenti e i miei amici di sempre però il mio obiettivo è trovare un lavoro che mi piaccia e che mi faccia sentire realizzato cosa difficile da raggiungere in Italia. Ho trovato la mia strada all’estero, per ora. Al momento non vedo l’Italia come un luogo che mi possa dare le stesse possibilità nonostante la voglia di tornare e contribuire in maniera positiva alla crescita del mio Paese. Non è facile andare via, lo si fa perchè si cerca qualcosa che a casa purtroppo non si può trovare, vorrei poter avere le stesse possibilità in Italia per poter stare vicino alla mia famiglia e ai miei amici e vivere nel paese che amo nonostante i suoi difetti; la voglia di tornare e portare la mia esperienza c’è, ma si scontra con la probabilità di dover penalizzare altri aspetti della vita altrettanto importanti.

Com’è il trattamento riservato ai giovani appena laureati in Germania?

Appena arrivato in Germania ero insicuro e mi chiedevo se sarei stato all’altezza del lavoro però con la sicurezza delle mie capacità. Questa mia sicurezza di avere delle competenze e la capacità di apprenderne di nuove è sempre stata altamente ricompensata. Non sono mai stato penalizzato per il mio essere giovane e non ho mai ricevuto un trattamento diverso perché ero quello con meno esperienza. Con il tempo ognuno ha la possibilità di ritagliarsi il proprio spazio senza partire con un debito iniziale. Qua mi sento valorizzato per ciò che so fare ora e le responsabilità proporzionate a questo mi vengono sempre date. Questo mi dà un incentivo a continuare a migliorare. 

Autrice: Anna Michelazzi

Un libro dedicato ai “corridoi”, umanitari ma non solo

Nei giorni scorsi per la casa editrice EMI è uscito un libro intitolato “L’altra strada: i corridoi umanitari, universitari, lavorativi”. Il volume – a cura di Oliviero Forti e del vicedirettotore di Caritas Italiana Paolo Valente, meranese – è una bussola nel mare agitato della mobilità umana contemporanea. Raccoglie analisi, numeri, racconti e voci, tracciando con chiarezza la traiettoria di una “altra strada” percorribile: quella dei corridoi umanitari, universitari e lavorativi. Del libro ne abbiamo parlato con Paolo Valente, collega giornalista e nostro collaboratore da anni per la rubrica “Senza Confini”. 

Come è nato questo libro e qual è il suo scopo?

Papa Benedetto disse che quelle della Caritas devono essere delle opere “parlanti”. Il libro vuole essere uno strumento in più per dare al progetto dei Corridoi la possibilità di trasmettere il suo messaggio.

Le cronache schizofreniche di questa epoca ci parlano di calo delle nascite in Europa e necessità di importante manodopera, a tutti i livelli, per mantenere livelli di produttività e stato sociale. Allo stesso tempo però molta parte della politica identifica lo straniero e l’immigrato in particolare come uno dei principali problemi sociali da cui difendersi. In che misura il libro “L’altra strada, i corridoi umanitari, universitari, lavorativi” può indicare una via per tornare ad una razionalità nell’approccio alle dinamiche dell’immigrazione, in grado di tenere conto anche della solidarietà, fino a prova contraria elemento costitutivo delle nostre democrazie?

Il libro racconta storie e racconta il loro contesto. Un contesto fatto di idee e di forti convinzioni, come quella di dover lavorare per il bene comune e non solo per l’interesse di pochi privilegiati. Papa Francesco ci ha chiesto di accogliere, proteggere, promuovere e integrare le persone. I corridoi umanitari sono un’“opera-segno”, ovvero un progetto che da solo non risolve tutti i problemi, ma indica una strada. Nel nostro caso “l’altra strada”, come dice il titolo. Cioè non la strada della mercificazione e della morte delle persone, dei viaggi disperati attraverso il deserto e il Mediterraneo, ma la strada della vita.

Come sono state raccolte le storie presenti nel libro?

Il libro racconta da un lato le vicende di persone che sono arrivate in Italia (a Ragusa, a Firenze e a Milano) attraverso i corridoi umanitari, universitari e lavorativi. Sono anche le storie della comunità che ha accolto. E che si è lasciata interrogare e trasformare da questa esperienza. 

“Integrare” deriva da “integro”, cioè “intero”. Esprime la consapevolezza che le nostre società, le nostre comunità non sono mai intere, complete. Non bastano a se stesse. Manca sempre un pezzo. Questo pezzo sono i bambini che nascono, le persone in difficoltà che trovano il loro spazio, le persone migranti che bussano alla porta e, in buona parte, contribuiscono al benessere di tutti.

Qual è l’attuale contesto normativo e politico europeo che riguarda i “corridoi”? Nel libro viene spiegato?

L’Unione Europea riconosce la validità dello strumento del corridoio umanitario. In particolare, promuove percorsi per le persone bisognose di protezione legati allo studio o al lavoro attraverso il finanziamento di appositi progetti. Tuttavia, data la sensibilità (e le strumentalizzazioni) del tema, molto è demandato alla buona volontà dei singoli Stati membri e resta forte la spinta a difendere i confini piuttosto che a guardare oltre.

Qual è il meccanismo con cui Caritas Italiana si relaziona con le altre sedi nazionali nel mondo per portare promuovere la “strada dei corridoi”?   

Caritas Italiana opera all’interno della rete Caritas globale, composta da 162 membri nazionali, coordinati da Caritas Internationalis. Vuol dire che in quasi tutti i Paesi del mondo c’è una Caritas con la quale siamo in contatto diretto. Questo è essenziale per lo scambio di informazioni, per l’attuazione di progetti comuni, per gli interventi in caso di emergenze (purtroppo molte, ultimamente). Anche per i corridoi hanno grande valore queste relazioni. La prima parte del percorso avviene infatti nei Paesi di prima accoglienza. È lì che i nostri operatori incontrano le persone, verificano le situazioni più adatte al progetto e cercano di superare, con l’aiuto dei colleghi del luogo, le barriere burocratiche. Il corridoio umanitario presuppone l’esistenza di una solida rete sia all’estero che in Italia. Per questo quelle che raccontiamo non sono solo storie di singole persone, ma storie di comunità e società che si sono attivate.

Autore: Luca Sticcotti

L’agricoltura biologica ante litteram 

Il Novecento può considerarsi il secolo della ricerca e della sperimentazione agricola. Donne come Lady Eve Balfour o Olivia Rossetti Agresti avevano cambiato il concetto stesso di agricoltura e di prodotto della terra, con azioni pionieristiche di grande importanza che restarono nella storia.

“Un suolo sano è il fondamento di tutta l’agricoltura”. Concentrandosi sulla vita del suolo, le pratiche biologiche creano agroecosistemi equilibrati a beneficio sia degli agricoltori che dell’ambiente, così la pensava Lady Eve Balfour, un’agricoltrice visionaria, educatrice e sostenitrice dell’agricoltura biologica che ha trasformato gli atteggiamenti nei confronti dell’agricoltura sostenibile. Acquistato Haughley Green Farm, una fattoria abbandonata di 93 acri nel Suffolk, in Inghilterra, nel 1939, e vi condusse i primi confronti scientifici a lungo termine tra agricoltura biologica e chimica. La sua ricerca rivoluzionaria dimostrò che i metodi biologici possono eguagliare le rese convenzionali, migliorando al contempo la fertilità del suolo e il valore nutrizionale degli alimenti. Balfour documentò le sue scoperte nel suo influente libro “The Living Soil”, pubblicato nel 1943. La sua ricerca ha dimostrato i benefici ambientali ed economici delle pratiche biologiche ed è diventata una delle principali sostenitrici dell’agricoltura sostenibile. Il libro scatenò un vero e proprio movimento presentando l’agricoltura biologica non solo come una filosofia astratta, ma come un sistema agricolo praticabile e produttivo fondato sulla scienza. Fondò The Soil Association, con la quale guidò l’adozione delle pratiche biologiche. Grazie alla sua instancabile difesa, fu considerata la madre del movimento biologico. Mary de Rachewiltz fu fra gli iscritti alla British Soil Association e ne applicò a Brunnenburg i principi. Lady Balfour stessa visitò e soggiornò a Brunnenburg. 

Mary de Rachewiltz aveva infatti deciso – fin dalla metà degli anni Quaranta – che fra le mura di Brunnenburg avrebbe portato avanti le istanze apprese ai corsi sul metodo colturale di Giulio del Pelo Pardi presso la Federazione Nazionale dei dottori in scienze agrarie, l’agricoltura biologica di Lady Balfour, gli studi di Ronald Duncan e l’esperienza con gli aceri da zucchero fatta da Helen e Scott Nearing. Helen era cresciuta in una famiglia teosofista e fu vegetariana per tutta la vita.

Nel 1934, la coppia lasciò New York per Winhall, in Vermont, dove acquistarono un grande tratto di foresta per 2200 dollari e una fattoria di medie dimensioni per 2500 dollari. Desideravano vivere una vita più “significativa”, migliorare la loro salute e distanziarsi dalla società moderna.Nel loro podere condussero un’esistenza in gran parte ascetica e autosufficiente, coltivando gran parte del loro cibo e costruendo nove edifici in pietra in due decenni. Si guadagnavano da vivere producendo sciroppo e zucchero d’acero dagli alberi del loro terreno e attraverso occasionali conferenze a pagamento di Scott Nearing. 

Mary si interessò agli scritti di Olivia Rossetti Agresti, co-fondatrice della Fao, su come combattere la fame nel mondo aggiornandosi sulle sperimentazioni Fao ed entrò a far parte della Soil Association di Lady Eve Balfour,. Mary piantò a Brunnenburg aceri da zucchero e si adoperò affinché questi alberi di grande bellezza e di utilità per l’alimentazione umana, venissero piantati in via sperimentale in Alto Adige e in altre parti d’Italia. In un tempo in cui il mais dolce veniva utilizzato esclusivamente come mangime per gli animali, Mary portava in tavola le pannocchie utilizzandole come un cibo altamente nutriente e dal sapore delizioso.
La vita agricola Mary l’aveva vissuta fin da piccola a Gsis al maso Sama dove era cresciuta, nella sua adolescenza all’esperienza pusterese si era unita quella sul Mugello nella residenza estiva del collegio La Quite di Firenze che Mary frequentò. 
Furono i metodi improntati alla sostenibilità e all’autosufficienza, come l’allora nascente agricoltura biologica, organica e rigenerativa esposte nelle riviste inglesi come “The Farmer”, tedesche come “Organischer Landbau” e italiane come “L’Agricoltura” a colpire gli interessi di Mary informata anche sulle ricerche che in campo alimentare compiva la Fao. Gli aceri da zucchero ne furono un esempio.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Bombe e bandiere

È più di un mese che nella nostra ridente terra tra i monti non si fa altro che parlare di bandiere. Evidentemente non abbiamo di meglio da fare. Il dibattito è tutto sulla capacità che avrebbero le bandiere da un lato di unire e dall’altro di dividere. Per fortuna in queste latitudini in fatto di contrapposizioni ci limitiamo a questo. La nostra terra ha un ricco armamentario di queste dispute da rispolverare, periodicamente. A proposito: è da un po’ che non sentiamo parlare di toponomastica… che succede?
In altri luoghi del mondo sembra invece governare il caos e si intravvede un’evidente spinta verso un nuovo equilibrio (?), basato sulla forza e – nello specifico – quella delle armi. Nei giorni scorsi siamo addirittura arrivati ad una situazione in cui grandi potenze si dicono convinte che la pace si costruisce con le armi. Ma le bombe – sembrano sostenere i più – oggi non sono tutte uguali. Lo sintetizzava molto bene una vignetta che mi è capitato di incontrare sui social. Una vignetta che – guarda a caso – associa bombe e bandiere. Ebbene: nell’interpretazione comune oggi una bomba russa è definita “cattiva”, una iraniana “molto cattiva”, una americana “giusta”, una ucraina “molto giusta” e una bomba con la bandiera d’Israele di fatto sarebbe ingiudicabile, perché se la giudichi sei inevitabilmente “anti-semita”.
Anche i bambini capiscono che la deriva che sta prendendo la comunità internazionale non porterà nulla di buono e che la pace si costruisce in altro modo e non con l’accumulo e l’uso delle armi. In questo periodo c’è addirittura chi dichiara (il segretario della Nato), che il riarmo ci farà diventare più ricchi. Peccato che ogni giorno di bombardamento in questi giorni sia costato quasi un miliardo di dollari, che avremmo potuto usare in modi molto migliori. Per non parlare delle persone ammazzate, soprattutto quelle civili, che sono sempre la stragrande maggioranza in ogni conflitto. E di quelle che vivono una vita disperata, come i 120 milioni di rifugiati che ci sono oggi nel mondo, primi fra tutti quelli che sopravvivono nella striscia di Gaza.
Domandiamoci anche noi come fare per promuovere il ripristinino di un po’ di raziocinio e di responsabilità, intorno a noi. Anche il papa recentemente ha elogiato la nostra terra come terra di pace. Facciamo in modo che non rimanga un’isola.

Autore: Luca Sticcotti

A Trento inizia la programmazione estiva del Teatro Capovolto

Inserzione pubblicitaria – Manca ormai poco all’arrivo dell’estate, e per il Centro Servizi Culturali S. Chiara di Trento è arrivato il momento di dare il via alla nuova programmazione del Teatro Capovolto – La città in scena, la Stagione estiva del Teatro Sociale. 

Giovedì 3 luglio prenderà il via il nuovo calendario di appuntamenti che, fino al 30 agosto, colorerà Piazza Cesare Battisti a Trento con un ricco ventaglio di proposte per ogni gusto e per ogni età, tra musica, cinema, spettacoli di prosa, il concorso di poetry slam, incontri letterari e appuntamenti all’insegna della comicità e del divertimento.

Un’offerta di appuntamenti particolarmente articolata, distribuita su quarantatré serate, che per il sesto anno consecutivo si svolgeranno all’interno della meravigliosa cornice offerta dal Teatro Sociale di Trento, con il palco rivolto verso Piazza Cesare Battisti. Una veste insolita, ormai entrata nel cuore e nelle abitudini del pubblico trentino e non solo.

Anche quest’anno sul palco del Teatro Capovolto verrà dato ampio spazio alla musica, con concerti che vedranno protagonisti artisti di caratura internazionale come la stella del desert blues Bombino, il prodigioso pianista carioca Amaro Freitas, l’incantevole voce dell’artista franco-caraibica Adi Oasis e la Vegetable Orchestra (in collaborazione con il MUSE-Museo delle Scienze), la prima orchestra tutta vegetale di Vienna, oltre a musicisti provenienti dal panorama musicale italiano come Paolo Jannacci, con un repertorio che include anche le canzoni più amate di suo papà Enzo, I Patagarri e l’artista trentina Caterina Cropelli. E ancora, cori, bande, in collaborazione con alcune tra le più prestigiose realtà musicali del territorio regionale come il Conservatorio “F.A. Bonporti” di Trento e Riva del Garda, l’Orchestra Haydn di Bolzano e Trento, e l’Associazione Musica Riva e il Corpo Musicale Città di Trento, senza dimenticare il concerto dei Jemm Music Project, formazione guidata dal percussionista altoatesino Max Castlunger, il progetto innovativo che riunisce East Coast Cats, Christelle Pascal e la musicista non vedente Ciara Moser, concludendo infine con l’orchestra di legni HoBla-O, un ensemble formato da quasi cinquanta giovani musicisti provenienti da tutto l’Alto Adige.

Ma non finisce qui, perché tornerà la Danza Capovolta, una serata realizzata con la Federazione Trentino Danza che vedrà protagonisti i migliori talenti provenienti dalle scuole di danza della Provincia, e non poteva di certo mancare un’attenzione particolare al teatro, con quattro monologhi tutti al femminile all’insegna della comicità, interpretati da quattro brillanti attrici: ci sarà la stand up comedian Alice Mangione con il suo primo spettacolo da solista “Cruda e nuda”, Arianna Porcelli Safonov con il suo nuovo e divertente progetto “Alimentire”, Lucia Raffaelli Mariani con “Freevola – Confessione sull’insostenibile bisogno di ammirazione”, e Gioia Salvatori con “Cuoro”, oltre al monologo tutto da ridere intorno al tema del vino di Lucio Gardin, che avrà il compito di inaugurare il calendario.

E poi, come ogni anno, ad accompagnare i due mesi estivi del Teatro Capovolto ci saranno i consueti appuntamenti dedicati al cinema realizzati in collaborazione con Cineworld Trento, pronti anche quest’anno a offrire il meglio del cinema italiano ed europeo, tra cui il pluripremiato “Vermiglio” di Maura Delpero.

Infine, a completare la ricca programmazione del Teatro Capovolto ci sarà spazio per gli eventi dedicati alla poesia con il poetry slam e la quarta edizione del premio intitolato a David Wilkinson, poeta, letterato e docente scomparso nel 2021, e al mondo della letteratura con “Prometeo Capovolto”, piccolo festival letterario di due giorni, realizzato in collaborazione con la Libreria Ubik, che quest’anno avrà il piacere di ospitare due importanti attori. L’ospite della prima giornata sarà Andrea Pennacchi, che prima presenterà il suo libro omaggio a Shakesperare, “Se la rosa non avesse il suo nome”, per poi proseguire con “Carta Bianca”, altro momento di spettacolo dedicato al Bardo, con le musiche dal vivo di Giorgio Gobbo. Il giorno seguente, infine, sono in calendario due momenti di incontro e spettacolo dedicati all’indimenticata scrittrice Anna Banti, che vedranno protagonista l’attrice Michela Cescon, vincitrice di un David di Donatello nel 2012, che aprirà il pomeriggio con un incontro dal titolo “Riprendersi il tempo. La narrativa di Anna Banti” (insieme a Giuliana Misserville), per dare successivamente vita a “Lavinia Fuggita”, melologo tratto dall’omonimo racconto di Anna Banti. Il lavoro di Michela Cescon è inserito all’interno del progetto “Lessemi”, prodotto dal Teatro Dioniso, il cui obiettivo è quello di ricostruire l’esperienza e la storia delle donne partendo dalla loro letteratura.

La Stagione estiva del Teatro Sociale si inserisce all’interno del contenitore “Trento aperta 2025 – Un’estate, una città”, ricco palinsesto coordinato dall’Ufficio Cultura turismo eventi del Comune di Trento. 

Tutti gli spettacoli avranno inizio alle ore 21.15.

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Scoprire la vallata con l’ornitologo

Negli ultimi sei anni Enrico Bissardella, ornitologo di Vadena, ha accompagnato con passione i cittadini alla scoperta del territorio. Le sue escursioni, promosse dal Comune tramite il servizio bibliotecario e con il supporto dell’associazione “La secondaluna”, sono aperte a tutti e soprattutto gratuite. L’obiettivo? Far conoscere le bellezze naturali e storiche, che sono spesso sfuggenti, pur trovandosi a pochi passi da casa.

“Ogni anno propongo un nuovo itinerario con l’idea di stimolare la curiosità e sensibilizzare i cittadini al rispetto per l’ambiente – racconta Enrico Bissardella -. Tutti i percorsi si svolgono tra la Bassa Atesina e l’Oltradige, un territorio ricchissimo di biodiversità e storia”. 

In sei anni sono state realizzate la bellezza di dodici escursioni partendo dal Monte di Mezzo, nel territorio comunale di Vadena, per poi toccare luoghi come i laghi di Monticolo, il Colle Olmo, Castel Feder e, lo scorso anno, la vecchia funivia per la Val di Fiemme. 

L’edizione 2025 ha condotto i partecipanti, una ventina in tutto, alla scoperta della forra del torrente Rastenbach, spettacolare canyon naturale che scende dalle pendici di Castelvecchio fino a sfociare nei pressi di Caldaro. “È un ambiente affascinante dove si può osservare una ricca fauna, tra cui la salamandra e, in uno dei pochi luoghi dell’Alto Adige, il gambero di fiume”, spiega Bissardella. 

Ascoltare la voce della natura

Negli ultimi anni l’accessibilità del sito è stata migliorata grazie alla realizzazione di nuove scalinate in metallo e terrazzamenti panoramici, che sostituiscono le vecchie strutture in legno deteriorate dall’umidità. I balconi naturali offrono scorci mozzafiato sulla Bassa Atesina, l’Oltradige e il lago di Caldaro. 

Durante la camminata, priva di particolari difficoltà, Bissardella ha alternato momenti d’osservazione naturalistica a spiegazioni su vegetazione e fauna. “Abbiamo distinto insieme i suoni del bosco, ascoltato i richiami e avuto la fortuna di osservare rapaci in volo, come la poiana e perfino un falco pellegrino intento in un’azione di caccia”. Non è mancato l’aspetto storico, perché alla sommità del percorso sorgono le rovine della basilica paleocristiana di San Pietro, risalente al VI secolo d.C. 

Ne rimangono visibili i muri perimetrali, l’abside e tracce di antichi affreschi. Poco distante si trovano una vasca scavata nel porfido, probabilmente un fonte battesimale, e un dosso con coppelle, incavi circolari usati secondo alcune teorie per scopi rituali o pratici. A conclusione dell’escursione, i partecipanti hanno potuto ammirare il paesaggio dalla terrazza panoramica di Castelvecchio, tra commenti entusiasti e promesse di tornare. “Mi ha fatto piacere – conclude Bissardella – sentire nei giorni successivi alcuni escursionisti parlarne ancora con stupore nei bar del paese. È segno che questa iniziativa riesce davvero a lasciare il segno”. 

Obiettivo benessere

Sempre presente anche la vicesindaca Martine Parise, che da anni sostiene attivamente il progetto, credendo fermamente nel suo valore ambientale, culturale e sociale. “Oltre questa iniziativa, con Enrico organizziamo i corsi di Quyi Gong. Il bello di queste iniziative è che sono totalmente gratuite per permettere a tutti di partecipare e mirano al benessere psicofisico dei nostri cittadini – riferisce Parise -.  Spesso si promuovono attività culturali e musicali, che vanno benissimo, però quello del benessere fisico e della salute mentale è un tema di cui si parla ancora troppo poco. Con quest’attività, non ci siamo fermati nemmeno durante il periodo della pandemia. Prendendo le dovute cautele e misure necessarie, abbiamo offerto tra molti ringraziamenti la possibilità di muoversi all’aria aperta, pur rimanendo entro i confini comunali”.

Autore: Daniele Bebber