Le lettere di Kafka, scritte a Maia Bassa

A 101 anni dalla morte di Franz Kafka, ripercorriamo la sua vita – non solo pubblica ma anche intima – attraverso le lettere che scrisse alla sua amata Milena tra il 1920 e il 1923, molte delle quali risalgono al periodo altoatesino dell’autore. Uscite per la prima volta in italiano nel 1988 a cura di Ferruccio Masini, l’edizione da cui partiamo è quella del 2021, pubblicata da Mondadori nella collana “Oscar moderni. Cult”.

Franz Kafka nacque nel 1883 a Praga, in Boemia, una regione storica della Repubblica Ceca all’epoca sotto il dominio asburgico, ed è stato uno degli autori in lingua tedesca più importanti del Novecento. Nel 1919 conobbe a Praga Milena Jesenská, giornalista scrittrice e traduttrice ceca. Tra i due nacque un grande amore, certamente complesso, difficile, a volte incomprensibile, a volte febbrile, ma sempre totalizzante. Franz aveva trovato in Milena “Un fuoco vivo come non ne ho mai visti prima”.

Con lei ebbe un intenso carteggio, testimone di questo amore, di cui purtroppo conserviamo solo le lettere che lui scrisse a lei, circa centotrenta dall’aprile del 1920 al dicembre del 1923 (Lettere a Milena, pubblicate in italiano per la prima volta nel 1988, a cura di Ferruccio Masini). Sei mesi dopo Kafka morì in un sanatorio per una malattia polmonare che da anni lo stava consumando. Lo scambio di lettere con il suo fuoco vivo è di fondamentale importanza non solo per ricostruire gli ultimi anni di vita di uno dei più importanti esponenti della letteratura europea del XX secolo, ma anche per percorrere i profondi e tormentati corridoi della sua anima, in quegli anni legata indissolubilmente a quella di Milena. Basti pensare che fu proprio a Milena che Franz, o Frank come lo chiamava lei con gli altri, affidò nel 1921 quindici grandi quaderni che formavano i suoi Diari. 

È interessante evidenziare che è proprio dall’Alto Adige, dalla pensione Ottoburg di Maia Bassa (Merano) che partì il più grande numero di lettere che Franz indirizzò a Milena. Durante la primavera del 1920 lo scrittore stava alloggiando lì per motivi di salute e scriveva a Milena praticamente tutti i giorni, spesso più volte al giorno. Milena era capace di calmare le angosce esistenziali che non lasciavano dormire Kafka, così vicino alla verità della vita da sentirsi lontano e incompreso nel mondo che abitava (“La cosa più importante è evidente: nella cerchia intorno a me è impossibile vivere umanamente”). Le lettere pacifiche di Milena lo rendevano felice e riuscivano a dare sollievo alle sue angosce e paure: “ai piedi di queste lettere potrei sedere, felice oltre misura, questa è pioggia sulla testa che arde”. 

Lo scambio epistolare fu ricchissimo, meno frequenti invece i difficili incontri tra i due amanti che all’epoca erano impegnati in altre relazioni amorose. Si trattava di incontri fugaci che seguivano a molte ore di treno, ma erano comunque abbastanza: “Be’, domenica saremo insieme, cinque, sei ore, troppo poco per parlare, abbastanza per tacere, per tenerci per mano, per guardarci negli occhi”, così Kafka in una lettera a Milena.

Una raccolta di lettere fondamentale per ricostruire la vita di due figure importantissime del Novecento e della loro storia d’amore. Un invito a ricordare che l’amore è la via più immediata, anche quando tormentata, per scoprire il profondo di se stessi:

“Sembra un’idea bislacca, ma è così. […] amore è il fatto che tu sei per me il coltello col quale frugo dentro me stesso”.

Autrice: Lidia Tecchiati

Il disegno nell’anima

Valentina Stecchi è una disegnatrice, nell’anima e nel corpo. È una persona entusiasta e molto curiosa. Non esce mai di casa senza il suo blocchetto da disegno e una matita.

La cosa che mi piace di me.

Ascoltare una bella storia.

Il mio principale difetto.

Se mi indigno o mi entusiasmo per qualcosa sono molto chiassosa.

Il mio momento più felice.

Quando riesco a far ridere qualcuno.

Non sopporto… 

L’indifferenza.

Per un giorno vorrei essere…

Di nuovo bambina: per fare un sacco di monellate.

Se fossi un animale sarei…

Una lepre.

Sono stata orgogliosa di me stessa quella volta che…

Mi sono detta “basta, mollo il lavoro e faccio solo la mia vera professione: la disegnatrice”.

Dove mi vedo fra dieci anni.

In questo mondo e con qualche ruga di saggezza in più.

L’ultima volta che ho perso la calma.

Ieri davanti al Tg… probabilmente accadrà anche oggi.

La prima cosa che faccio al mattino.

Stiracchiarmi.

Il superpotere che vorrei avere.

Una bacchetta magica, perché contiene un sacco di altri superpoteri.

Il mio sogno ricorrente.

Perdere il treno.

La disgrazia più grande.

Perdere il treno… no scherzo, perdere la speranza.

Cosa apprezzo di più del luogo in cui vivo?

Le persone a cui voglio bene.

Amo il mio lavoro perché…

È quello che sognavo.

L’errore che non rifarei.

Tutti gli errori sono occasioni.

L’ultima volta che ho pianto.

Ieri per un libro e oggi dal ridere.

Il mio motto.

“E dove hai fatto Natale fai Pasquetta!”

La massima stravaganza della mia vita.

Inventarmi parole e modi di dire, tipo “e dove hai fatto Natale fai Pasquetta!”

Il mio colore preferito…

Direi il rosso, ma non vorrei che gli altri colori si offendessero.

Autore: Marco Valente

La strada dedicata a Giovanni Segantini

Tra le vie della circoscrizione Gries San Quirino dedicate a pittori, come Michael Pacher e Martin Knoller, vi è via Giovanni Segantini, sul quale diamo qualche notizia. Nato ad Arco (TN) il 15 gennaio 1858, trovò lavoro a Milano presso la bottega dell’artigiano decoratore Luigi Tettamanzi; dal 1873 lavorò come garzone in quella del fratellastro Napoleone; frequentò poi a Milano circa tre anni i corsi dell’Accademia di Belle Arti di Brera. Iniziò a dipingere e già nel 1879, durante l’esposizione di Brera, ottenne i primi riconoscimenti. Con Luigia Bigatti, detta Bice, conosciuta nel 1880, si trasferì a Pusiano, in Brianza. Poté dedicarsi a soggetti riguardanti la vita agreste, il lavoro nei campi, il pascolo, la tosatura e la filatura. Pittore delle montagne, nei suoi quadri i soggetti protagonisti sono i paesaggi, i villaggi, le malghe, il bestiame ed i riti quotidiani delle genti di montagna. Non mancarono i riconoscimenti, come la medaglia d’oro per il dipinto “Ave Maria a trasbordo”, durante l’Esposizione Internazionale di Amsterdam. Nel 1886 con Bice e i quattro figli si trasferì a Savognino, nel Canton Ticino. Nel 1894 passò a Maloja, in Engadina, piccolo villaggio in cui visse sino alla morte, avvenuta il 28 settembre 1899. Fu intenso l’itinerario artistico di Segantini, nelle numerose opere, tra i 132 dipinti ad olio delle tappe di vita, Milano (1878-1881), Brianza (1881-1886), Savognino (1886-1894), Maloja (1894-1899), ma anche dei 110 disegni e pastelli, il tutto sapendo coniugare verismo, simbolismo e divisionismo. Convertito alla teoria scientifica della scomposizione dei colori, così Segantini definiva e giustificava la sua famosa “maniera”: “Più puri saranno i colori sulla tela, meglio condurremo il nostro dipinto verso la luce, l’aria e la verità”. Su vita e opere di Segantini è stato prodotto un film-documentario “Segantini-Ritorno alla Natura” di Francesco Fei (2016).

Autore: Leone Sticcotti

Vacanze…

Il mese di luglio, chissà perché, mi porta a pensare a tutti coloro che si mettono a disposizione degli altri per aiutarli in qualche modo o per prendersene cura. Lo feci già l’anno scorso, pensando al comparto sanitario che fa sempre più fatica a venire incontro alle esigenze dei pazienti. Ma anche ricordando i preti di quartiere di una volta, che erano un punto di riferimento anche solo per chiacchierare, come diceva anche Adriano Celentano nel suo “Ragazzo della via Gluck”.
In quest’estate torrida – in cui anche i rari fronti freddi valgono ormai solo come eccezione che conferma la regola – in realtà sono molte di più le categorie di persone che si prendono cura di qualcuno. Senz’altro me ne dimenticherò qualcuna. I nonni dei nipoti, i figli dei genitori, le badanti dei tantissimi nostri anziani sempre più anziani. Poi ci sono i tanti educatori e animatori, spesso adolescenti, che fanno giocare i bambini nelle tante iniziative estive che oggi sostituiscono i cortili di una volta. A prendersi cura degli altri sono anche tutti coloro che si relazionano con dei clienti e utenti, siano essi negozianti, artigiani che installano condizionatori e altro, forze dell’ordine, addetti ai servizi al pubblico nei più diversi modi.
Di questo mondo di persone che si mettono a disposizione degli altri fanno parte tutti coloro che organizzano iniziative di animazione per gli anziani ancora autosufficienti e che hanno bisogno di refrigerio e – sicuramente – anche di un po’ di compagnia. Ci sono poi i vigili del fuoco, che intervengono nelle più varie emergenze: incendi, incidenti stradali anche tragici, ma anche semplici disinfestazioni da nidi di vespe e altro. In montagna a vigilare c’è poi il soccorso alpino, sempre pronto ad intervenire.
Mi piace (ci piace?) però pensare anche che durante l’estate tutti noi siamo disposti a dare una mano, in caso di bisogno, a un vicino in difficoltà, a un bambino molto piccolo che momentaneamente non trova la mamma, o a un anziano disorientato alla fermata del bus. Spesso anche solo una telefonata o un messaggio sullo smartphone possono cambiare la giornata ad una persona in difficoltà o anche solo triste e sola.
Vacanza, forse, allora è anche fermarsi un attimo, smettere di correre per guardarci intorno e vedere se qualcuno ricerca un nostro gesto gentile, un sorriso. Scoprendo che non occorre andare chissà dove o fare chissà cosa per sentirci meglio perché abbiamo contribuito a far stare meglio qualcun’altro.
Buonismo? No, è umanità.
Teniamocela stretta.

Autore: Luca Sticcotti

“Elezioni comunali? Nel complesso pochi i cambiamenti”

A distanza di due mesi dalle elezioni di maggio, la quasi totalità delle amministrazioni comunali altoatesine si è rinnovata. Ci sono alcuni cambiamenti significativi che riguardano i centri principali e alcune linee di tendenza, che abbiamo pensato di analizzare con il politologo Günther Pallaver.

In maggio i cittadini elettori della provincia sono tornati alle urne per rinnovare sindaci, consigli comunali e giunte. Se n’è parlato molto a livello locale e anche i nostri giornali hanno accolto inserzioni elettorali da parte dei principali candidati. Ora che ogni Comune può contare su un nuovo governo, abbiamo pensato di proporre ai nostri lettori una sintesi di quanto è avvenuto, partendo dal primo dato saltato all’occhio, ovvero l’ulteriore crescita dell’astensionismo. Molta curiosità ha suscitato anche il grande cambiamento avvenuto a Bolzano con la vittoria del nuovo sindaco civico di centrodestra Corrarati, che governerà con l’SVP, e l’elezione a Merano della giovane esponente della Volkspartei Katharina Zeller. Ne abbiamo parlato con Günther Pallaver, nato e residente a Bronzolo, professore universitario emerito di scienze politiche all’Università di Innsbruck.

L’INTERVISTA

Il primo dato da commentare è l’afflusso alle urne. Com’è andata?

Sono stati molto meno a votare, soprattutto italiani. Le elezioni comunali di solito sono caratterizzate da tre elementi: fiducia, identità e soprattutto vicinanza. Ma alle comunali l’afflusso è stato più basso che alle provinciali. Siamo arrivati in media al 60% che diventa il 52% a Bolzano (e il 42% al ballottaggio). A partire dalle comunali dal 2015 abbiamo perso il 5% in ogni tornata elettorale. Si tratta di una grande erosione, che alla base ha sicuramente tutta una serie di macro motivi (individualismo, trasformazione della società, ecc.). 

Quali sono gli altri elementi salienti di questa tornata elettorale?

Abbiamo sempre meno competizione perché ci sono sempre meno attori politici che si mettono a disposizione. Nel 2015 abbiamo avuto 21 comuni con una lista sola, che sono diventati 28 nel 2020 e quindi 36 con un solo candidato sindaco nel 2025. Con un candidato unico e una lista unica non c’è una scelta e non si tratta quindi di una vera e propria elezione. Questo non può che penalizzare la partecipazione al voto. Dobbiamo anche dire che c’è stato un cambiamento anche per quanto riguarda le liste civiche, che sono diminuite. Si tratta di un problema non solo altoatesino, ma europeo: la gente si mette a disposizione sempre meno e lo vediamo anche dal fatto che le liste sono sempre più corte. Sono due cose collegate: se non vai a votare è ovvio che non ti metti nemmeno a disposizione. 

Gli “italiani” come sono andati?

Per quanto riguarda il gruppo linguistico italiano possiamo dire che per motivi demografici è sempre meno presente nelle valli. Il resto lo fa la frammentazione: la sinistra italiana non si mette insieme con la destra italiana e quindi non si riesce a raggiungere il quorum per eleggere rappresentanti nei consiglio comunali. Potrebbe cambiare qualcosa con la recente riforma dell’autonomia, che prevede il diritto di voto non dopo 4 anni di residenza ma dopo 2. 

Occorrerebbe vedere quanti sono stati quelli che non hanno potuto, rispetto a quelli che non hanno voluto votare.  

In ogni caso notiamo che a livello comunale la impermeabilità elettorale è minore rispetto al livello provinciale. Impermeabilità è la tendenza di un gruppo linguistico a votare esclusivamente partiti che lo rappresentano. Ebbene: a livello provinciale c’è circa un 2% di elettori di lingua tedesca che votano partiti di lingua italiana. Questa percentuale sale al 10% per quanto riguarda gli elettori di lingua italiana che votano partiti di lingua tedesca. A livello comunale, come detto, questa tendenza è meno significativa. Poi: alle provinciali nelle liste dei partiti italiani si trovano sempre candidati di lingua tedesca, mentre questo non avviene con la SVP perché il loro statuto non lo prevede. Questo è vero a livello provinciale ma meno vero a livello locale, dove nelle liste della SVP infatti si trovano sempre più spesso candidati italiani. Nel momento in cui si perde consenso, si cercano candidati che consentano di invertire la tendenza. Si tratta di meccanismi irreversibili: una volta che incominci poi non riesci più a tornare indietro. In ogni caso notiamo che la logica etnica a livello comunale è molto diminuita. Lo abbiamo visto a Dobbiaco con Bocher, votato ed eletto per anni perché bravo. Ma è successo anche a Vadena, Salorno e adesso Laives. L’appartenenza etnica non è più un problema insormontabile. 

Com’è andata con la presenza politica femminile nei comuni?

Possiamo dire che c’è stato un piccolo miglioramento, anche se non rivoluzionario. Nel ‘95 avevamo 2 donne sindache e ora ne abbiamo 16. Nei consigli comunali nel 2020 la percentuale femminile era circa del 40%, oggi siamo arrivati al 43/44%. Un dato di fatto è che nei voti di preferenza non succede che le donne votino automaticamente le donne. 

La SVP come sta?

Rimane il partito dei comuni. Su 116 comuni solo 12 non sono della Volkspartei. E non è solo l’attrazione emanata dal partito a fare la differenza, ma anche una questione strutturale. è l’unico partito che ha appunto una struttura in ogni paese. Altrimenti anche a livello locale la SVP deve registrare una erosione, ma grazie anche al fatto che a livello locale gli altri partiti  sono meno presenti, alla fine la Volkspartei vince. 

Ecco. Che fine hanno fatto liste civiche, Freiheitlichen e Südtiroler Freiheit?

Le liste civiche sono diminuite, i Freiheitlichen quasi spariti, gli unici ad aumentare sono stati gli esponenti di Südtiroler Freiheit.  

Stiamo parlando però solo di una presenza, nessuno dei loro candidati sindaci ha potuto pensare di impensierire i candidati della SVP?

Proprio così. L’unica eccezione è stato Villandro dove il candidato, consigliere provinciale, è arrivato al 44%. 

La SVP poi è riuscita a riconquistare Merano e a conquistare Laives, dicevamo…

Sì, è un grande risultato. Ma la SVP non si capisce più bene dove va. A Bolzano sono blockfrei, ma poi governano con la destra anche se la maggioranza del loro elettorato aveva votato per il candidato del centrosinistra Andriollo. A Merano invece il PD è andato con la Zeller, mentre appunto la Zeller faceva propaganda per Andriollo su Bolzano. Anche il segretario del partito Steger ha confermato che nel partito esiste un problema con i valori e senza quelli la gente non sa più come orientarsi. 

Forse è il risultato di una politica fatta con continui e alternati colpi al cerchio e alla botte, mentre poi in definitiva a prevalere sono le questioni economiche. 

Sì, e si tratta di un problema che rischia di crescere in futuro. 

A Bolzano poi c’è il cambiamento epocale, con la destra al governo.

Sì. è epocale appunto perché il centrodestra governa per la prima volta. Ma se andiamo a vedere i numeri in sostanza il centrodestra è tornato sui livelli di consenso che aveva già raggiunto a suo tempo con il sindaco Benussi, che però non riuscì a fare la giunta e si dimise.  

Fratelli d’Italia è davvero erede del MSI di una volta? Sembra un partito molto più moderato…

Guardando i programmi elettorali di Fratelli d’Italia vediamo che si tratta di un partito completamente diverso. Non si trova più nulla di antiautonomistico e nessuna riga sulla scuola bilingue che una volta invece era un cavallo di battaglia. Ci sono ancora dei momenti identitari, con Galateo che sfila con Casapound, ma si tratta solo di messaggi lanciati a una parte dell’elettorato. 

L’elettorato di centro a Bolzano dov’è andato?

Probabilmente con la civica di Gennaccaro, ma in parte probabilmente proprio con Fratelli d’Italia. A livello provinciale l’elettorato italiano vota meno di quello tedesco per una percentuale del 20%  e questo si vede anche a Bolzano. Ma ora il fatto che la destra governi a Bolzano potrebbe dare una spinta anche a quei loro elettori che finora sono stati delusi dalla condanna all’opposizione. Vedremo… La SVP ha ottenuto tutto quello che voleva e personalmente sono convinto che il centrodestra a Bolzano riuscirà a governare per questi cinque anni. Lavoreranno senz’altro su alcune iniziative simboliche, ma i simboli non bastano. Se gli autobus non funzionano fai ben poco con i simboli. 

Come vede il sindaco Corrarati?

Lui è un centrista. E il fatto che abbia convinto Salvadori a lasciare dopo lo scivolone social su Goebbels è un buon segno. 

Interessante è la presenza in giunta di un nuovo cittadino “storico” con Tritan Myftiu, di origine albanese. 

Sì, per Bolzano si tratta del il primo assessore con background migratorio. Senz’altro lui non potrà battere il ferro dell’italianità, essendo albanese. La sua presenza in giunta è un passo in avanti non solo per il suo partito, ma per tutta la comunità.

Per il prossimo futuro cosa ci possiamo aspettare?

Secondo me la Volskpartei potrebbe assestarsi sul 30%, rimanendo comunque di gran lunga il partito più votato. Basta guardare la provincia: con il 35% dei consensi sono riusciti comunque a fare una giunta in cui hanno quasi l’80% degli assessori, come quando avevano la maggioranza assoluta. è comunque indubbia un’erosione dell’elettorato tedesco e sappiamo che Kompatscher se ne andrà alla fine di questa legislatura. Vedremo chi arriverà. A me preoccupa l’avanzamento della destra di lingua tedesca (Südtiroler Freiheit), perché potrebbe riaccendere i conflitti etnici. Penso inoltre che Fratelli d’Italia manterrà questo livello di consenso. Nei prossimi anni quindi non vedo in arrivo grandi cambiamenti. Centrale sarà come sempre la Volkspartei che però, come detto, è disorientata. Non si sa in quale direzione si muova. E in un sistema politico in cui questo partito è così importante, davvero è essenziale capire dove va e se è capace di mantenere la sua coesione. Kompatscher cerca di uscire dalla sua esperienza politica con la riforma dell’autonomia. Ma di questa riforma, sventolata come una grande riforma, in realtà rimane poco. è tanto fumo e poco arrosto. Qualche mese fa abbiamo avuto un meeting con insigni giuristi costituzionali e loro hanno detto la stessa cosa. 

Autore: Luca Sticcotti

Da settant’anni col cappello alpino

Era il 1955, quando un gruppo di reduci di guerra di Laghetti decise di riunirsi nel preciso intento di convincere Antonio Piffer a fondare la sezione alpini del paese. Da allora sono trascorsi settant’anni, ma lo spirito di solidarietà, servizio e fratellanza che animava quel gruppo è rimasto lo stesso.

Nella lunga storia degli Alpini di Laghetti, è doveroso ricordare i momenti di profondo impegno, come l’aiuto prestato durante il terremoto del Friuli, o la costruzione del monumento ai caduti; ma anche quell’occhio particolare nei confronti di chi, in paese, si trova in difficoltà. 

Così, per celebrare l’importante traguardo dei settant’anni, nei giorni scorsi è andata in scena una grande festa in località Pinara, alla quale ha partecipato un’ampia rappresentanza dei gruppi Ana altoatesini e del vicino Trentino. 

Tra gli ospiti d’onore, le penne nere di Collalbrigo a rappresentare la sezione di Conegliano (Treviso).

“Con loro abbiamo un legame sincero e profondo – racconta Claudio Toniatti, capogruppo a Laghetti da vent’anni -. Ci siamo conosciuti all’adunata di Bolzano del 2012 e ci siamo ritrovati a Trento. Solo una settimana fa eravamo loro ospiti per il centenario.”

Durante la festa in paese, un momento speciale è arrivato dal premio a sorpresa conferito a Johannes Bortolotti, comandante della compagnia degli Schützen di Laghetti, con i quali gli Alpini hanno instaurato un rapporto di collaborazione ormai consolidato. “Sia Johannes che io ricopriamo lo stesso ruolo da vent’anni – racconta Toniatti – e ogni anno ci aiutiamo reciprocamente nelle rispettive feste sociali. È nata una bellissima sinergia che ci impegniamo a portare avanti anche nel futuro”.

Non poteva mancare un tributo a chi, da decenni, è parte integrante della vita del gruppo: e dunque il direttivo ha voluto consegnare un attestato di riconoscimento ai soci Floriano Pellegrin, Claudio Defrancesco e Bruno Cristofori (detto Gigelo), consiglieri da oltre 40 anni nel sodalizio. 

Dunque la solidarietà, così come l’amicizia e la tradizione, sono i valori che, ieri come oggi, guidano gli Alpini di Laghetti. Sono meno le forze rispetto al passato, ma la determinazione è la stessa di sempre nell’essere una presenza attiva, discreta e preziosa per il prossimo.

L’INTERVISTA

Capogruppo Claudio Toniatti, secondo lei lo spirito alpino dei nostri giorni è cambiato tanto rispetto a quello di un tempo? 

Non penso sia cambiato, se mai sono cambiati altri fatti: i gruppi sono sempre più vecchi da quando la naja è stata abolita, quindi nuove leve non ce ne sono più. Chi ha fatto il servizio militare negli alpini e poi si è iscritto alle nostre associazioni va avanti con la mentalità che ci distingue. 

Qual è lo stato attuale del vostro gruppo parlando di soci e di simpatizzanti? 

Come gruppo Laghetti, ultimamente, siamo una trentina di soci e un paio di amici degli alpini.

Quali sono le attività che proponete, o all’interno delle quali collaborate, per supportare la vostra comunità? 

Nell’iniziativa “Paese Pulito” promossa dal Comune di Egna ci occupiamo di preparare il pranzo ai volontari. In questi ultimi anni sono sempre un’ottantina che partecipano al pulire vie, strade, argini. Noi, appunto, prepariamo il pranzo. Da un paio d’anni organizziamo poi una piccola festa in piazza Dürer, proponendo il piatto tipico Erengrestel.

L’anno scorso abbiamo anche partecipato al sabato in piazza, evento che viene proposto ogni anno e parte del ricavato va in beneficenza. 

Il 6 gennaio organizziamo poi la festa della Befana. Una volta si faceva in canonica, adesso i bambini in paese sono pochi e in questi ultimi anni l’abbiamo accorpata al nostro pranzo sociale.

Per un compleanno così, solitamente, si augurano altrettanti anni di vita, quindi cosa vi augurate per il futuro? 

Sperando che i soci attuali stiano sempre in salute, quindi fin che possiamo andare avanti… andiamo avanti! Poi, chi lo sa… staremo a vedere, magari arriveremo al punto che dovremmo fondare un gruppo più grande.

Autore: Daniele Bebber

L’isola che non c’è ma che potrebbe esserci (almeno un po’)

Nel 1525 – proprio 500 anni fa – il Tirolo fu sede di una rivolta contadina scoppiata sull’onda di quanto stava accadendo in altre parti d’Europa. Nel mirino anche fatti più contingenti, come lo stile di governo del vescovo di allora, ritenuto arbitrario, e le disuguaglianze di una società ancora divisa in caste.

Riuniti a Merano nel mese di giugno 1525, sotto la guida di Michael Gaismair, i contadini rivoltosi stesero una lista di 64 articoli – scritti in tedesco e in italiano – che chiedevano tra l’altro l’uguaglianza di tutti di fronte alla legge e la stesura per questo di un codice di norme, come è normale in uno stato di diritto. Poi l’eliminazione dei privilegi della nobiltà. L’elezione dei giudici e la loro indipendenza, da garantire attraverso uno stipendio e non con le entrate legate alla gestione dei processi. Sull’onda della Riforma protestate si chiedeva l’abolizione del potere temporale della chiesa e l’elezione dei pastori da parte delle comunità. Infine, le decime, raccolte in chiesa, si sarebbero dovute destinare a interventi caritativi e di carattere sociale.

Fatte le dovute contestualizzazioni storiche, si può capire che queste richieste furono respinte definitivamente non appena le circostanze lo permisero e anche Michael Gaismair fu presto dimenticato – o fatto dimenticare – anche perché nel suo programma non stavano Gott, Kaiser und Vaterland (Dio, imperatore e patria) a differenza di altri personaggi assurti invece a eroi, presunti combattenti per la libertà. Naturalmente quando fu il tempo sia Michael che Andreas furono tirati per la giacchetta da questo o da quel movimento politico come si fa in questi casi.

A Gaismair e ad altri protagonisti delle Guerre dei contadini si associa spesso la parola “utopia”, nome assegnato da Tommaso Moro, proprio in quegli anni, all’isola che non c’è. Le società ideali, infatti, non esistono se non nei trattati dei filosofi e negli statuti dei rivoluzionari. Però esistono le società reali. Quanto esse si possano avvicinare a un ideale di giustizia e pace, quanto esse siano rispettose dei più deboli, eque nella distribuzione delle risorse, attente a valorizzare i talenti di tutti i loro cittadini, dipende in gran parte proprio dalle cittadine e dai cittadini stessi e dal loro grado di consapevolezza e di partecipazione. Sapendo che – come sembra insegnare il destino di un Gaismair o di un Moro – ci sono sempre dei rischi da correre.

È più comodo convincersi che l’isola della pace e della giustizia non c’è e non ci potrà mai essere.

Autore: Paolo Bill Valente

Mirko Giocondo alla guida dell’ultima corsa per Chinatown

È un musicista eclettico e prolifico Mirko Giocondo, uno a cui piace percorrere vari sentieri: che si tratti della musica contagiosa e scanzonata della Homeless Band, del rock d’autore dei Ferbegy?, delle canzoni di una band gloriosa e rodata come la Spritzband di Andrea Maffei o di quelle essenziali di Ariel Trettel. E qualunque musica suoni, Mirko lo fa con lo stesso entusiasmo e trasporto, mettendoci l’anima.

“In tutte le band in cui suono – ci spiega – non mi interessa essere un singolo, io mi metto a disposizione, e questo probabilmente è il motivo per cui poi quando indosso i panni del compositore faccio cose molto differenti e le faccio da solo, perché quello che voglio esprimere sono le mie idee. Farei fatica a scrivere a quattro mani, mi metto volentieri al servizio della musica altrui, ma lo faccio in quanto me stesso. Con la mia musica invece scrivo, scrivo, metto giù spartiti che magari in quel momento mi sembrano funzionare e poi il giorno dopo non mi paiono più così riusciti. Credo che per essere compositore sia necessario non divenire vittime dell’ispirazione, quanto piuttosto essere una specie di artigiano della composizione, e come un artigiano fare qualcosa ogni giorno, qualcosa che funzioni”.

Ad appena un anno dal suo lavoro precedente, una sorta di sinfonia concept d’ispirazione science fiction, Mirko Giocondo ha messo in rete, tramite le consuete piattaforme, un nuovo lavoro il cui titolo, Last Race For Chinatown, trae origine dalla passione dell’autore per il Tao, di cui è studioso al punto di collezionarne diverse edizioni e traduzioni. Si tratta di una sorta di suite in dodici movimenti, ciascuno col suo titolo in cui, con certosino lavoro di ricerca per quanto riguarda gli strumenti da usare, Giocondo veste di Cina una musica distante da quel mondo, una musica legata anche alla sua passione per le roboanti colonne sonore di Hans Zimmer.

“Non so se ci sono riuscito – ci confida –, ma ho cercato di spaccare un confine in quello che è l’abito della musica cinese, usando strumenti tradizionali, talvolta molto antichi, come l’erhu, e mettendoli però fuori dal contesto della musica cinese abbinandoli ad un’orchestra. Ho diviso la torta in tre parti: quella con gli strumenti della tradizione, un’altra con l’orchestra usata in maniera ancor più epica, spogliata di qualche elemento, ma ingrandita sul fronte archi/ottoni, e un’ultima con un largo uso di sintetizzatori”. 

L’erhu, uno strumento cordofono tipo violoncello che si suona però strofinando l’archetto verso l’esterno, spingendo le corde verso il vuoto, il cordofono a percussione yangqin, il similare gudzeng che si suona però con le dita, flauti che rispondono ai nomi di bawu e koudi, sono i protagonisti della nuova fatica del musicista bolzanino. Mescolando il tutto all’approccio futuristico dei synth, si crea l’idea della Chinatown del titolo, che come l’autore stesso ci tiene a precisare, non è Cina, ma è una comunità cinese all’interno di una metropoli occidentale.

“La musica cinese – prosegue Giocondo – è molto ferma, non ha alcun tipo di grande costruzione armonica, è tutta concentrata sulla timbrica, quasi sempre costruita su una scala pentatonica, il suo pregio sta tutto nel fascino che può esercitare sull’ascoltatore. Il mio esperimento consiste nel dire: sì siamo qui con la testa ma spacchiamone le regole, via quel vestito. E ci sono voluti dieci mesi per arrivare alla conclusione da quando ho cominciato a lavorare al progetto. Volevo tirare in ballo la grandezza dell’antica Cina, volevo metterci i miei studi sul Tao, che cerca di non dare didascalie ma di fornire metafore per arrivare alla conoscenza. Proprio come la musica, secondo me, che riesce ad esprimere cose che la parola non riesce a comunicare. Il tutto utilizzando l’epicità di una grande orchestra, il fascino degli strumenti tradizionali, e condurre l’ascoltatore a fare un viaggio. La mia musica non usa la forma canzone e non è neppure concepita come commento sonoro a delle immagini, quanto piuttosto ad un viaggio, a delle storie che si dipanano nella mia mente”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Le nuove leve delle bocce si preparano per i “nazionali”

Ai primi di giugno alcuni giovani di atleti della Bocciofila Bolzano sono stati in visita in provincia di Vicenza dall’istrutture Umberto Campagnolo, che li seguirà nella preparazione in vista della loro partecipazione ai Campionati italiani juniores, in programma nel prossimo mese di settembre. 

Nel 2018, la Federazione Italiana Bocce ha lanciato il progetto “Bocciando si impara”, per promuovere la conoscenza dello sport delle bocce anche tra le fasce dei più piccoli, facendo leva su un’offerta formativa scolastica variegata, multifunzionale e pienamente inclusiva, con la finalità di formare cittadini consapevoli e responsabili. In questo modo lo sport diventa veicolo di messaggi positivi d’inclusione scolastica e sociale e moltiplicatore di buone pratiche volte alla condivisione e allo stare insieme sinergico e collaborativo, incentrato sul confronto e sul dialogo. 

La Bocciofila Bolzano, forte del fatto di avere a disposizione una struttura all’avanguardia come il Bocciodromo Cittadino di Viale Trieste e di avere tra le sue fila “volontari” dotati di grande esperienza, ha subito fatto suo il progetto, coinvolgendo inizialmente gli scolari delle scuole elementari e medie e successivamente anche gli alunni degli istituti superiori presenti sul territorio. 

Il progetto a Bolzano, nei primi anni dalla nascita, nonostante sia stato benevolmente accolto da alunni ed insegnanti, non ha però ottenuto gli effetti desiderati. I giovani infatti hanno praticato lo sport delle bocce durante le ore scolastiche, ma non si sono “fermati” oltre.

Questo fino al 2024, l’anno della svolta, quando a novembre di ragazzi se ne sono fermati addirittura quattro. Dopo tanti anni dunque la Bocciofila ha potuto tornare ad annoverare tra i suoi iscritti non più soltanto Senior ma “finalmente” anche Junior.
Ed è proprio grazie ai suoi Under 18 che il Comitato Provinciale, nella persona della Delegata, Sig.ra Tatiana Menegolo, ha prontamente chiesto i cosiddetti “quorum” di partecipazione ai Campionati Italiani Juniores. In prima battuta purtroppo però la risposta è stata negativa, non concedendo posti disponibili al Comitato Provinciale di Bolzano. Ma se le speranze sono labili, sono anche le ultime a morire.

Infatti lo scorso 5 giugno è arrivata la “chiamata”, perché alcuni atleti del Comitato Provinciale di Trento hanno rinunciato alla convocazione.

Per trovare traccia di una partecipazione ai Campionati Italiani Juniores negli annali della Bocciofila, bisogna riavvolgere i nastri sino al 1994, anno in cui un “allievo” di nome Alessandro Salmaso – oggi affermatissimo Arbitro Provinciale, nonché abilissimo Direttore di Gara – partecipò ai Campionati Italiani Juniores che si svolsero a Milano.

A settembre 2025 dunque dopo circa 30 anni, a Campobasso in Molise, gli atleti della Bocciofila Bolzano torneranno a calcare palcoscenici importanti. L’estate è il periodo migliore, per allenare i ragazzi, vista la pausa negli impegni scolastici.  

Per questo la Bocciofila Bolzano ha deciso di appoggiarsi a qualcuno che conosce bene l’ambiente nazionale ma che soprattutto abbia la formazione giusta.

La scelta è caduta su Umberto Campagnolo, un ragazzo di 25 anni di Bassano del Grappa, con la passione per le bocce scoperta da bambino senza per così dire ereditarla. Campagnolo anche se giovane è ma già atleta di serie A, nonché istruttore FIB e membro esperto del Comitato Provinciale Veneto, con un focus ben centrato sul compito di portare i ragazzi e giovani sulle corsie dei bocciodromi. 

Umberto, grazie al progetto Bocciando si impara, promuovendolo nelle scuole, è riuscito a “calamitare” circa 200 giocatori che lasciano ben sperare per il futuro.

A inizio giugno Campagnolo ha accolto i giovani atleti e i membri della Bocciofila Bolzano nel Bocciodromo “Magnabosco” di Zugliano (VI), dove regolarmente allena i suoi ragazzi, per uno stage giovanile, alla fine del quale ha apprezzato le doti degli atleti altoatesini ed ha piacevolmente accolto la richiesta di diventare il loro “tutor”.

Largo ai giovani quindi affinché questa popolare disciplina sportiva trovi il suo giusto inserimento, creando validi presupposti per una sua espansione qualitativa a differenza del passato quando veniva posta ai margini dell’attività sportiva nazionale. 

10 foto e una poesia per Elisabeth Hölzl

Elisabeth Hölzl ha fatto nuovamente centro. La sua nuova mostra, visitabile gratuitamente all’Accademia di Merano è intitolata “Abitare la vita” ed è dedicata alla poetessa Mary de Rachewiltz nel suo centenario. 

La mostra all’Accademia si interfaccia con quella a Palais Mamming che cerca di dare un ritratto biografico-letterario della poetessa, della sua opera e dei rapporti intellettuali che ella intessette nel fluire dei lustri. L’esposizione ideata da Elisabeth Hölzl coglie, con la sensibilità poetica che contraddistingue questa affermata fotografa, un aspetto più intimo della poetessa quello del suo quotidiano, colto fra le sue stanze nel castello di Brunnenburg.

Sono infatti esposte dieci fotografie scattate nel corso del 2015 nella casa di Mary a  Brunnenburg. Durante le ripetute visite di Elisabeth Hölzl a Mary,  ha vissuto la poetessa nel suo appartamento traendone una sorta di biografia intima. I suoi scatti colgono gli scaffali colmi di libri. Le vecchie e preziose edizioni amorevolmente avvolte in pergamena, alcuni scaffali coperti da tende per proteggerli dalla polvere e dalla luce del sole contengono opere e inediti. Fotografie incorniciate, dipinti e sculture, rappresentano i ricordi di una vita ricordi e i cimeli dei genitori. Tutto è animato, cambia da un punto di vista all’altro. Le carte giacciono sul tavolo e a volte si mescolano, mentre la corrispondenza aspetta di essere spedita. Ogni ricordo è tangibile e a portata di mano attraverso un oggetto. La sua stessa scrittura è presente, il computer è in funzione. L’appartamento di Mary non è un archivio, ma uno spazio vissuto attraversato dalla storia, dalle parole delle tante traduzioni e delle innumerevoli poesie. Aglio occhi di un estraneo nulla pare organizzato ma sembra seguire un voce interna un fluire nascosto all’estraneo. I tanti oggetti appesi e appoggiati raccontano il pensiero, la scrittura, l’appartenenza, il linguaggio come stile di vita.

Elisabeth ha cercato di catturare il dialogo che nel corso della giornata avviene tra gli oggetti e la luce che, vagante, cade da diverse angolazioni, illuminando costantemente oggetti diversi e portandoli al centro dell’attenzione di chi osserva. È un ritratto di Maria fatto di immagini e colpi d occhio, lanciati nei suoi spazi abitativi privati, con il loro ordine costituito da più strati, così come appare una vita vissuta appieno, con passione, dedizione e creatività. 

Autrice: Rosanna Pruccoli