Ecologia integrale per tornare a sperare nel futuro

Il nostro non è più un mondo attento all’ambiente e preoccupato per i cambiamenti climatici, il contrasto ai quali richiede scelte politiche che l’economia non vuole. Non l’economia “normale”, che da sempre valorizza le risorse e placa i bisogni delle persone, ma l’economia che “uccide”.

Quella che uccide, disse papa Francesco, è l’“economia dell’esclusione e della inequità”. “Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole”.

A dieci anni dalla pubblicazione dell’enciclica Laudato sì’ (2015) “sulla cura della casa comune”, alla cura si preferiscono il terrorismo, le guerre, i dazi, alla casa comune le patrie e le nazioni (da far diventare great again). L’immagine di casa che oggi ci offrono i mass media è quella sbriciolata nell’inferno di Gaza. Il diritto e le istituzioni internazionali sono neutralizzati dalla legge del più forte.

Pace e tutela dell’ambiente sono strettamente correlate. Guerra e crisi ambientale anche. Non a caso Francesco insisteva sul concetto di “ecologia integrale”, “dal momento che tutto è intimamente relazionato e che gli attuali problemi richiedono uno sguardo che tenga conto di tutti gli aspetti della crisi mondiale”.

Nel fare memoria dei quarant’anni della tragedia di Stava, il presidente Sergio Mattarella sottolinea che “qui non è stata la natura a distruggere, a uccidere”. La strage è stata “causata artificialmente dall’uomo”, “a determinarla fu l’indifferenza al pericolo per le persone. Sulla base di una errata concezione del rapporto uomo-ambiente, con quest’ultimo considerato risorsa da sfruttare e non da porre, doverosamente, in favore della comunità, come un valore al suo servizio”.

I costi umani, sociali, ambientali delle guerre e dell’economia che uccide sono sotto gli occhi di tutti. Ma sono occhi abbagliati, i nostri, dal fulgore delle esplosioni e delle scie dei missili che solcano i cieli del nostro immaginario. Le coscienze sono confuse. I grandi del mondo sono nani folli che giocano con la vita dei più poveri e indifesi, negando un pianeta vivibile alle prossime generazioni.

Mattarella cita Alex Langer, “personalità acuta e inquieta”, che “parlava di ‘conversione ecologica’ per indicare un processo che deve coinvolgere contemporaneamente cultura, istituzioni, economia, società”.

La musica? La trovate al Supermarket!

Il concetto è semplice, più semplice di quanto possa sembrare: il supermercato è il luogo dove si va a comprare tutto ciò di cui si abbisogna, da qui il nome scelto da una decina di musicisti bolzanini che per le loro particolari attitudini sono in grado di approvvigionare il fabbisogno musicale, sia nel caso della musica che sono loro stessi a produrre, sia che vengano coinvolti nelle produzioni di altri colleghi. Tutto è cominciato durante le limitazioni dovute alla pandemia, e nel 2023 ha dato origine ad una musicassetta autoprodotta a cui a fine giugno ne ha fatto seguito una seconda, intitolata significativamente Sympathia.

“Noi siamo sempre stati un gruppo di amici – ci spiega Cobølt, una delle quattro voci dei Supermarket –, molto prima di essere una formazione musicale. Semplicemente ad un certo punto ci siamo detti: siamo tutti musicisti, facciamo qualcosa insieme. Abbiamo condiviso tantissimo, cose belle e cose brutte, e questo ci tiene molto uniti. La definizione lessicale di Sympathia (concordanza di sentimenti, affinità sentimentale tra persone, partecipazione agli stati d’animo di qualcuno) ci si addice perfettamente. E piuttosto che band ci piace definirci collettivo”.

Scorrendo le note di copertina della nuova raccolta di otto brani in cui si mescolano canzone italiana, rap, prog, elettronica, si evince che nella composizione di ciascun brano vi siano collaborazioni a più livelli, più mani a scrivere i testi, più mani ad arrangiare e non sempre necessariamente le stesse. Ed è un po’ qui che si evince la quanto mai appropriata denominazione dei Supermarket: sugli scaffali c’è tutto. Serve un autore? Basta scegliere. Serve un fonico? Nel gruppo ce n’è più d’uno, che è naturalmente anche compositore. E tutti sono produttori e possono suonare più d’uno strumento.

“Non avendo partecipato come autore a questa cassetta – è il chitarrista/produttore Thomas Traversa a parlare–, ho potuto vedere dall’esterno come si sviluppi l’amalgama tra i miei amici. Tutto avviene con molta naturalezza e spontaneità, magari Cobølt e Bajo propongono una loro idea e altre due persone del gruppo nell’ascolto la elaborano secondo la loro visione: può essere che rimanga un testo con un unico autore che pensa ad un testo per altre voci ma può anche essere che gli autori diventino tre ed ognuno nel brano canti la sua parte; tutto fila alla perfezione come se fosse la cosa più normale del mondo”.

“È stata sicuramente la parte più complicata del percorso – specifica Cobølt –, siamo persone con gusti musicali differenti, ma c’è sempre la volontà di comprendersi a vicenda e il risultato alla fine funziona”.

Nell’economia sonora del gruppo ognuno è fondamentale, dalle sequenze computerizzate di Marco Distasio, alle tastiere di Bajo, alle due batterie, al basso, alle voci.

Sem, il bassista, pur partendo da una passione pura per l’heavy metal, si è adattato al formato Supermarket dimostrando una certa duttilità e adattabilità al progetto: “In principio era il classico basso elettrico. Poi considerando il genere musicale che suoniamo mi è sembrato opportuno mettere in pista anche il basso-synth. Quando l’ho comprato non avevo neppure idea di come funzionasse, poi ci siamo messi lì e con l’aiuto degli altri ne sono venuto a capo. Inizialmente doveva essere solo per fare il disco, ma ora anche dal vivo nella prima parte suono il basso elettrico e nella seconda quello sintetizzato. L’idea del disco era principalmente indirizzata verso la musica elettronica e mi serviva quindi uno strumento che avesse delle caratteristiche che il basso analogico non ha”.

Visti dal vivo, i Supermarket sfoderano poi una presenza scenica e delle sonorità che si discostano da quelle ascoltate nelle registrazioni, dando un’ulteriore prova delle loro capacità. 

“Riusciamo a tirare fuori un sound particolare – è il tastierista e fonico Bajo a parlare ora –, per il live i pezzi sono come riarrangiati perché il pubblico vuole una determinata situazione, vuole un tipo di energia e tu stesso vuoi dare quell’energia. Quando lavoriamo sulla dimensione live, cerchiamo un tipo di suono che stupisca, e siamo i primi a stupirci quando vediamo la risposta del pubblico”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

I Baiuvari tra il Tirolo, il Trentino e il Veneto

Le migrazioni sono tra i fenomeni più profondi e duraturi della storia dell’umanità. In certi casi si trattò di invasioni violente (come quelle degli Ostrogoti o dei Longobardi, che occuparono gran parte della penisola italiana); in altri si tratto invece di insediamenti graduali e pacifici, che modificarono in profondità la struttura demografica, linguistica e culturale delle regioni alpine.

Uno degli esempi più rilevanti – e per certi versi ancora poco indagati – fu la migrazione dei Baiuvari che tra il VI e l’VIII secolo riguardò un territorio compreso tra l’attuale Baviera, il Tirolo austriaco, il Trentino-Alto Adige e parte del Veneto settentrionale. I Baiuvari nacquero probabilmente tra il IV e il V secolo d.C. dalla fusione di residui elementi romanici e germanici. 

Furono alleati dei Franchi merovingi, e poi, nel 788, vennero incorporati nell’Impero Carolingio da Carlo Magno, che costrinse il duca Tassilone III della dinastia degli Agilolfingi (tra l’altro parente di Carlo da parte di madre e marito della figlia dell’ultimo re dei Longobardi Desiderio) ad abdicare. Questo evento segnò l’inizio di un’espansione  franco-bavarese verso sud. Singolare la circostanza che qualche secolo dopo, nel 1027, anche i primi conti di Bolzano fossero di origine bavarese. 

Dalla metà del VI secolo, gruppi baiuvari cominciarono a migrare verso le Alpi e oltrepassarle. Le motivazioni principali furono, a parte il desiderio di nuove terre coltivabili e pascoli, il declino delle strutture tardo-romane e ostrogote e  la necessità dei Franchi di presidiare le vie di comunicazione strategiche, come il passo del Brennero, il Resia e il Monte Croce Comelico.

Nel Tirolo settentrionale, i Baiuvari si insediarono nella valle dell’Inn e nelle valli laterali. Nel Tirolo meridionale (oggi Alto Adige) e in Trentino, gli insediamenti furono inizialmente più frammentati, ma comunque significativi. I Baiuvari si stabilirono in zone montane e periferiche (ma anche a Bolzano), spesso integrandosi con i Longobardi, a loro volta “fusi” con l’antica popolazione romana. 

Tra le aree più importanti troviamo l’Oltradige e la Bassa Atesina, le valli di Non e di Sole, l’Alta Valsugana, le Giudicarie, l’Altopiano di Pinè (Miola, Faida, Montagna e Rizzolaga), il Fersental (Val dei Mocheni) con località come Persen, Palù (Palau), Vignola, Frassilongo (Florutz), Roveda (Gereut), gli Altipiani cimbri con Lavarone (Lafraun), Luserna, Folgaria (Filgreit), Vallarsa (Brandtal), Terragnolo (Latal), Val Ronchi (Rauttal) e Roncegno (Rundscheiner Berg) sopra Borgo. 

I migranti germanici in queste zone vennero spesso chiamati Teutonici o Teutisci (todeschi), nomi generici che solo dal basso medioevo si trasformarono in Cimbri (senza alcun legame diretto con gli antichi Cimbri storici). A lungo, corsi d’acqua come l’Avisio (Eveys) furono considerati confini naturali tra il mondo linguistico latino e quello germanico. 

Lo stesso vale per il Noce (Ulz), che segnava la linea di separazione politica e culturale tra la Contea del Tirolo e il Principato vescovile di Trento, quest’ultimo inserito nel Sacro Romano Impero di Nazione Tedesca dal 1027 al 1803.

I Baiuvari non si fermarono al Trentino. Giunsero, seppur in misura minore, anche nel Veneto alpino, soprattutto nel Bellunese, sugli altipiani vicentini e nelle montagne veronesi, dove la lingua tedesca si conservò fino al XV secolo e oltre.

I Baiuvari contribuirono in modo decisivo alla germanizzazione delle Alpi centro-orientali, lasciando una traccia linguistica, toponomastica e culturale che si riflette ancora oggi nella toponimia, nei dialetti e nella cultura alpina. La loro presenza fu fondamentale per la formazione dell’identità tirolese, che si consolidò solo nei secoli successivi, quando nel 1027 l’Imperatore Corrado II concesse in feudo al vescovo di Trento i territori montani, riconoscendo formalmente una realtà già esistente “de facto”.

Autore: Reinhard Christanell

Il Santiago saluta l’estate con le sette note

Dopo un anno intenso e ricco di soddisfazioni, con una comunità paesana che si è dimostrata compatta nell’apprezzarne le proposte, l’Oratorio Santiago di San Giacomo – ormai punto di riferimento locale per l’aggregazione delle persone del posto ma anche di più lontano – ha salutato in musica la propria affezionata comunità in una splendida giornata di sabato con un concerto davvero speciale. Sì, perchè il gruppo protagonista della serata, i “Breeze of sound”, è composto da artisti e musicisti tutti originari di San Giacomo e Pineta. 

Sulle note di bossanova, swing e jazz, molte sono state le persone che hanno deciso di godersi la frescura della sera a suon di musica.

Le attività dell’Oratorio riprenderanno in settembre e per l’occasione è prevista una grande festa di apertura alla quale sarà difficile mancare.

Nel frattempo il piazzale della parrocchia di San Giacomo sarà allietato dalla festa campestre degli alpini: il gruppo delle penne nere locali compie infatti quest’anno la bellezza di 70 anni, e per celebrare il giubileo al meglio sono state organizzate diverse iniziative. La prossima sarà appunto nel piazzale della parrocchia nel fine settimana del 26 e 27 luglio. Oltre alle prelibatezze della della cucina tradizionale proposte dagli Chef Giorgio Nardelli e Alessandro Grezzani, sabato si ballerà con la musica di Enzo Allegri, e domenica con Devis Ballerini. Tutta la cittadinanza è invitata a partecipare.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Le lettere di Kafka, scritte a Maia Bassa

A 101 anni dalla morte di Franz Kafka, ripercorriamo la sua vita – non solo pubblica ma anche intima – attraverso le lettere che scrisse alla sua amata Milena tra il 1920 e il 1923, molte delle quali risalgono al periodo altoatesino dell’autore. Uscite per la prima volta in italiano nel 1988 a cura di Ferruccio Masini, l’edizione da cui partiamo è quella del 2021, pubblicata da Mondadori nella collana “Oscar moderni. Cult”.

Franz Kafka nacque nel 1883 a Praga, in Boemia, una regione storica della Repubblica Ceca all’epoca sotto il dominio asburgico, ed è stato uno degli autori in lingua tedesca più importanti del Novecento. Nel 1919 conobbe a Praga Milena Jesenská, giornalista scrittrice e traduttrice ceca. Tra i due nacque un grande amore, certamente complesso, difficile, a volte incomprensibile, a volte febbrile, ma sempre totalizzante. Franz aveva trovato in Milena “Un fuoco vivo come non ne ho mai visti prima”.

Con lei ebbe un intenso carteggio, testimone di questo amore, di cui purtroppo conserviamo solo le lettere che lui scrisse a lei, circa centotrenta dall’aprile del 1920 al dicembre del 1923 (Lettere a Milena, pubblicate in italiano per la prima volta nel 1988, a cura di Ferruccio Masini). Sei mesi dopo Kafka morì in un sanatorio per una malattia polmonare che da anni lo stava consumando. Lo scambio di lettere con il suo fuoco vivo è di fondamentale importanza non solo per ricostruire gli ultimi anni di vita di uno dei più importanti esponenti della letteratura europea del XX secolo, ma anche per percorrere i profondi e tormentati corridoi della sua anima, in quegli anni legata indissolubilmente a quella di Milena. Basti pensare che fu proprio a Milena che Franz, o Frank come lo chiamava lei con gli altri, affidò nel 1921 quindici grandi quaderni che formavano i suoi Diari. 

È interessante evidenziare che è proprio dall’Alto Adige, dalla pensione Ottoburg di Maia Bassa (Merano) che partì il più grande numero di lettere che Franz indirizzò a Milena. Durante la primavera del 1920 lo scrittore stava alloggiando lì per motivi di salute e scriveva a Milena praticamente tutti i giorni, spesso più volte al giorno. Milena era capace di calmare le angosce esistenziali che non lasciavano dormire Kafka, così vicino alla verità della vita da sentirsi lontano e incompreso nel mondo che abitava (“La cosa più importante è evidente: nella cerchia intorno a me è impossibile vivere umanamente”). Le lettere pacifiche di Milena lo rendevano felice e riuscivano a dare sollievo alle sue angosce e paure: “ai piedi di queste lettere potrei sedere, felice oltre misura, questa è pioggia sulla testa che arde”. 

Lo scambio epistolare fu ricchissimo, meno frequenti invece i difficili incontri tra i due amanti che all’epoca erano impegnati in altre relazioni amorose. Si trattava di incontri fugaci che seguivano a molte ore di treno, ma erano comunque abbastanza: “Be’, domenica saremo insieme, cinque, sei ore, troppo poco per parlare, abbastanza per tacere, per tenerci per mano, per guardarci negli occhi”, così Kafka in una lettera a Milena.

Una raccolta di lettere fondamentale per ricostruire la vita di due figure importantissime del Novecento e della loro storia d’amore. Un invito a ricordare che l’amore è la via più immediata, anche quando tormentata, per scoprire il profondo di se stessi:

“Sembra un’idea bislacca, ma è così. […] amore è il fatto che tu sei per me il coltello col quale frugo dentro me stesso”.

Autrice: Lidia Tecchiati

Che perduri la tranquillità

Coltiva la passione della fotografia da quando, quattordicenne, girava per la bella Firenze, dov’era ospite degli zii. Ama fotografare le cose che lo colpiscono e quindi dà spazio al paesaggio, alla natura, alla macro, alla foto d’azione ai concerti musicali. Lo fa dapprima col bianco/nero, e poi col colore, visto che la natura per fortuna ce li fa percepire. Ha avuto modo di conoscere molti musicisti e sportivi anche a livello internazionale, alcuni di loro diventati amici.

La cosa di me che mi piace di più.

La tenacia. 

Il mio principale difetto.

A volte divento caparbio. 

Il mio momento più felice.

Sono più di uno! La nascita delle mie tre figlie, del nipotino e l’attesa per l’arrivo di una nipotina.

Da bambino sognavo di diventare…

Astronauta. 

Il luogo dove vorrei vivere.

Sono già in un paradiso… 

Il mio piatto preferito.

Il pesce. 

Non sopporto…

La maleducazione. 

Per un giorno vorrei essere…

Un gabbiano, per vedere il mondo da un’altra prospettiva. 

Nel mio frigorifero non mancano mai….

Le olive. 

Sono stato orgoglioso di me stesso quella volta che…

Sbagliando mi sono poi rimesso in gioco ripartendo da zero. 

La prima cosa che faccio al mattino.

Mi pettino, anzi più che altro li cerco… 

Il superpotere che vorrei avere.

Calmare la cattiveria nel mondo, prima che degeneri. 

Il mio sogno ricorrente.

Che perduri la tranquillità. 

Il mio ultimo acquisto.

Un impianto stereo.

Cosa apprezzo di più nel luogo in cui vivo..

L’integrazione culturale.

Amo il mio lavoro perché…

Sono libero di organizzarmi e sono sempre a contatto con le persone. 

La persona che ammiro di più.

Quella che non ha i miei difetti. 

Il mio motto.

Guardare sempre il bicchiere mezzo pieno.

La massima stravaganza della mia vita.

Scendere dall’auto per fotografare un leone in primo piano.

La mia maggiore paura.

Il ripetersi delle cose fino alla monotonia.

Il mio colore preferito.

Il bianco.

Il mio primo ricordo.

In piedi tra le gambe del papà sulla Vespa.

Il disegno nell’anima

Valentina Stecchi è una disegnatrice, nell’anima e nel corpo. È una persona entusiasta e molto curiosa. Non esce mai di casa senza il suo blocchetto da disegno e una matita.

La cosa che mi piace di me.

Ascoltare una bella storia.

Il mio principale difetto.

Se mi indigno o mi entusiasmo per qualcosa sono molto chiassosa.

Il mio momento più felice.

Quando riesco a far ridere qualcuno.

Non sopporto… 

L’indifferenza.

Per un giorno vorrei essere…

Di nuovo bambina: per fare un sacco di monellate.

Se fossi un animale sarei…

Una lepre.

Sono stata orgogliosa di me stessa quella volta che…

Mi sono detta “basta, mollo il lavoro e faccio solo la mia vera professione: la disegnatrice”.

Dove mi vedo fra dieci anni.

In questo mondo e con qualche ruga di saggezza in più.

L’ultima volta che ho perso la calma.

Ieri davanti al Tg… probabilmente accadrà anche oggi.

La prima cosa che faccio al mattino.

Stiracchiarmi.

Il superpotere che vorrei avere.

Una bacchetta magica, perché contiene un sacco di altri superpoteri.

Il mio sogno ricorrente.

Perdere il treno.

La disgrazia più grande.

Perdere il treno… no scherzo, perdere la speranza.

Cosa apprezzo di più del luogo in cui vivo?

Le persone a cui voglio bene.

Amo il mio lavoro perché…

È quello che sognavo.

L’errore che non rifarei.

Tutti gli errori sono occasioni.

L’ultima volta che ho pianto.

Ieri per un libro e oggi dal ridere.

Il mio motto.

“E dove hai fatto Natale fai Pasquetta!”

La massima stravaganza della mia vita.

Inventarmi parole e modi di dire, tipo “e dove hai fatto Natale fai Pasquetta!”

Il mio colore preferito…

Direi il rosso, ma non vorrei che gli altri colori si offendessero.

Autore: Marco Valente

La forza come fragilità, attraverso l’obiettivo di Stefania

Giulia Artemisia Buonerba intervista Stefania Accettulli, giovane regista di Bolzano.

Stefania ha i capelli corti e uno sguardo che osserva e ascolta come fa cinema: attento, diretto, mai distratto. Se le chiedi qual è il suo biscotto preferito, ti guarda in un modo che ti fa rivalutare tutta la tua infanzia. Regista emergente tra Roma e Bolzano, ha iniziato al liceo Pascoli partecipando al Festival Studentesco. Da lì non si è più fermata: laurea in Linguaggi Multimediali a Bologna, poi corti scritti e diretti a Roma, ora in giro per i festival.

L’ho intervistata con il mio solito tono da caffè e brioche, e lei ha risposto con la precisione di una regista in fase di montaggio. Abbiamo parlato di cinema, set, donne forti (ma fragili), intelligenza artificiale… e canzoni.

Da dove è cominciato tutto?

Al Festival Studentesco. Lì ho capito quanto mi piacesse raccontare per immagini. Da allora non ho più smesso.

Nei tuoi lavori scegli sempre la fiction. Perché non documentari?

Mi affascina creare ciò che non esiste. La fiction è come scrivere un mondo e poi entrarci dentro con la macchina da presa. Mi dà un senso di controllo: creativo, emotivo, narrativo.

Come nasce un film, dall’idea al prodotto finito?

Si parte da un’intuizione. Poi si scrive il soggetto, si sviluppa la sceneggiatura, si cercano produttore, budget, distribuzione. Se va bene, due anni. Ma spesso ne passano cinque. O più.

Il set è davvero stressante e iper-gerarchizzato?

Lo è ma non solo. è vero che si lavora anche 13 ore al giorno, ma è una macchina collettiva bellissima. Ognuno ha un ruolo essenziale. Anche chi porta il caffè può compromettere una scena. Funziona solo se tutti rispettano tutti.

Le protagoniste dei tuoi corti sono spesso donne in ambienti maschili. È un tema che senti tuo?

Mi interessa la fragilità da cui nasce la forza. Le mie protagoniste fanno judo o sono nell’esercito, ma il centro è la loro vulnerabilità. È da lì che parte tutto.

Guardando al futuro, cosa ti spaventa?

L’intelligenza artificiale. Oggi può generare spot interi con attori virtuali e movimenti di macchina credibili. Ho mostrato un video AI a delle persone: nessuno ha capito che non c’erano attori veri. È un rischio enorme per chi lavora nel cinema.

E nel presente? Il prossimo obiettivo?

Un lungometraggio. Finora ho lavorato solo su corti: l’ultimo si chiama Aura, è in giro per i festival di Cinema.

Continui a muoverti tra Roma e Bolzano. Cosa ti fa tornare?

L’aria. E lo spazio mentale. Roma è intensa, ma ti riempie troppo. A Bolzano trovo il vuoto necessario per respirare. E respirare è la base per creare.

Ultima domanda: se fossi una canzone, in questo momento, quale saresti?

Anchor, di Novo Amor.

Perché?

Mi ispira tenerezza, quella che trovi dove non te l’aspetti. E nostalgia per qualcosa che hai vissuto. Sono emozioni che cerco spesso. Anche nel quotidiano.

Autrice: Giulia Artemisia Buonerba COOLtour

“Il floorball mi ha fatto viaggiare, ma anche crescere e cantare l’inno”

Da Bolzano alla nazionale italiana, passando per la Svezia e l’Austria: a soli 24 anni, Vincent Manzardo è un esempio di passione, disciplina e internazionalità. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare il suo percorso, tra studio e sport, e per scoprire da vicino il mondo ancora poco conosciuto del floorball.

Raccontaci in breve chi sei… quanti anni hai, dove sei cresciuto.

Sono nato il 17 marzo 2001 a Bolzano, dove sono cresciuto in una famiglia numerosa, con tre fratelli, e ho completato lì tutto il mio percorso scolastico. È una città che mi è piaciuta molto come luogo in cui crescere. A 19 anni mi sono trasferito in Svezia, a Malmö, dove ho giocato per il Malmö Floorball Club e ho iniziato gli studi in relazioni internazionali all’università.

Dove ti trovi adesso e cosa stai facendo?

Attualmente vivo a Vienna, dove gioco nel Wiener Floorball Verein e studio all’Accademia Diplomatica. Vienna è una città fantastica, e anche l’ambiente universitario è perfetto per me. La squadra in cui gioco è composta soprattutto da studenti austriaci, e sono stati tutti molto accoglienti, il che ha reso facile ambientarmi.

Quando ti sei avvicinato al floorball?

A 15 anni. Fino a quel momento praticavo ciclismo, ma durante la pausa invernale sentivo il bisogno di fare qualcosa di diverso per mantenermi in forma. Un amico mi ha invitato a provare un allenamento di floorball e… non sono più tornato indietro.

Chi ti ha portato a provarlo e cosa ti ha colpito?

È stato Alessandro Russo, difensore dell’SSV Bolzano/Bozen e ancora oggi un mio grande amico. Fin da subito ho percepito un bellissimo equilibrio tra serietà e divertimento: ogni allenamento era divertente. E poi era il mio primo sport di squadra: mi sono subito innamorato di tutto ciò che ruota intorno a una squadra – dalle trasferte alle cene insieme.

Cosa ti piace di più di questo sport?

La velocità del gioco e la fisicità. Con 15 giocatori disponibili, i cambi sono continui e il ritmo resta sempre altissimo per tutti i 60 minuti.

Con che squadra giocavi a Bolzano? Com’è la cultura del floorball qui?

A Bolzano ho giocato con l’SSV Diamante Bozano/Bozen, la squadra più titolata d’Italia. In generale, in Italia il floorball è ancora uno sport di nicchia, ma in Alto Adige è leggermente più conosciuto, anche grazie alla popolarità dell’hockey su ghiaccio. 

Quali sono le principali differenze tra il floorball e l’hockey su ghiaccio?

Nel floorball si gioca con una pallina in plastica forata, non con un disco. La stecca è più corta e leggera, e si gioca con scarpe da ginnastica. Il campo è più piccolo e, tranne il portiere, non ci sono protezioni. Le balaustre nel floorball sono più basse, quindi non ci sono cariche come nell’hockey, ma il contatto corpo a corpo c’è eccome.

Hai indossato la maglia della nazionale più volte: che emozioni si provano?

Emozioni fortissime, ogni volta. Fin da piccolo sognavo di cantare l’inno e rappresentare l’Italia. Il floorball mi ha dato questa opportunità. A febbraio scorso abbiamo sfiorato la qualificazione al mondiale per un solo gol nella differenza reti. Una delusione che però mi motiva ancora di più a riprovarci.

Quali sono i tuoi obiettivi per il futuro?

Dal punto di vista sportivo, riconfermare la vittoria del campionato austriaco con la mia squadra e continuare il percorso in nazionale. A livello personale, voglio godermi appieno l’ultimo anno da studente e poi entrare con entusiasmo nel mondo del lavoro.

Autore: Niccolò Dametto

Lena Wild, la Svezia e l’intelligenza artificiale

Lena Wild è la giovane ricercatrice altoatesina che, in Svezia, si sta facendo strada in campo Stem. Sono l’intelligenza artificiale e le sue applicazioni ad interessarla. Lena Wild non rinuncia neppure alla scrittura; ha infatti da poco pubblicato un libro. 

Lena Wild, che tipo di percorso universitario l’ha portata ad occuparsi di applicazioni di intelligenza artificiale?

Ho studiato filologia classica, filosofia e fisica tecnica a Vienna. Nell’ambito di un progetto, sono finita in un gruppo che lavorava sulla fisica delle particelle al Cern. Ho poi svolto la mia tesi di laurea magistrale in fisica nello stesso gruppo all’indirizzo, anche se mi sono occupato meno di fisica delle particelle e più di machine learning per la fisica delle particelle. Dopo il master, volevo rimanere in quest’area dell’intelligenza artificiale, ma volevo cambiare campo perché la fisica delle particelle di era un po’ troppo lontana dai problemi concreti per me. Per caso, ho ottenuto un posto di dottorato in Svezia, all’indirizzo, dove ora sto svolgendo ricerche sull’intelligenza artificiale nel traffico stradale e sulla guida autonoma.

Se capiamo bene, la sua ricerca riguarda l’ideazione di una intelligenza artificiale che possa guidare i mezzi pesanti?

Esattamente. Stiamo lavorando a sistemi di formazione che utilizzano l’intelligenza artificiale per “capire” la strada in modo che il veicolo possa guidare in sicurezza.

Può spiegarci in maniera semplice cosa produrrà la sua ricerca?

Nella nostra ricerca, addestriamo le reti neurali a comprendere la strada in modo indipendente dai dati dei sensori, come per esempio le telecamere senza alcuna assistenza umana. Si tratta di un aspetto importante per le auto a guida autonoma, che hanno bisogno di un’immagine estremamente accurata della strada per navigare in sicurezza. Forniamo alla nostra Intelligenza artificiale tutti i dati raccolti sulla strada negli ultimi e li facciamo controllare: cos’è ancora corretto? Cosa è cambiato? E migliora queste informazioni in modo comprensibile, passo dopo passo. È come un navigatore satellitare con un cervello: pensa da solo e impara costantemente.

Lei ha appena pubblicato un romanzo può spiegarne i contenuti?

Il protagonista del romanzo, un fisico delle particelle al Cern, vive un’esperienza chiave, che sconvolge la sua intera visione del mondo. È il preludio di una corsa sfrenata, nel corso della quale l’assurdità della vita gioca un ruolo centrale.

Cosa l’ha spinta ad occuparsi di una ricerca tanto complessa?

Sono più o meno scivolata in questo campo. Ora penso che sia stata una coincidenza fortunata, perché la ricerca sull’IA è più o meno nel selvaggio West in questo momento. 

Tutto è nuovo, tutto cambia rapidamente. Un lavoro pubblicato sei mesi fa è già obsoleto oggi, il che a volte è difficile, ma può essere molto interessante soprattutto per un giovane ricercatore, perché semplicemente non ci sono vecchi esperti di lunga data in molte aree.

A che punto stanno le sue ricerche?

Sono circa a metà del mio dottorato.

Lei vive in Svezia per ragioni di studio o private?

Qui vivo, studio e lavoro.

Conta di ritornare a vivere e lavorare in Alto Adige?

Non nel futuro a breve e medio termine, perché probabilmente lì non avrei le opportunità e le risorse di che potrei avere qui. A lungo termine, non so assolutamente nulla e non sto nemmeno pianificando nulla.

Come donna, addentrarsi in questo ambito scientifico le ha causato difficoltà o addirittura discriminazioni?

Naturalmente, come molti campi tecnici, la ricerca sull’Intelligenza artificiale è dominata dagli uomini. Questo non rende necessariamente le cose più facili. Tuttavia, non ho necessariamente scelta: se voglio lavorare in questo campo, e lo voglio, non posso lasciare che queste condizioni di quadro mi fermino. Per questo motivo mi ricordo spesso di un’affermazione che ho sentito una volta durante una conversazione: Una donna deve fare almeno il doppio per ottenere lo stesso lavoro di un uomo. Ma per fortuna non è troppo difficile.

Autrice: Rosanna Pruccoli