5 Referendum su temi importanti

L’8 e il 9 giugno 2025, anche i cittadini dell’Alto Adige saranno chiamati a esprimersi su cinque referendum abrogativi riguardanti temi di lavoro e cittadinanza. Quattro quesiti, promossi dalla CGIL e da altre associazioni, mirano a modificare norme sul lavoro; il quinto, sostenuto da Più Europa e altri partiti, riguarda la cittadinanza. Ecco di seguito in sintesi i quesiti. Ricordiamo che per sostenere l’abrogazione dei corrispondenti articoli di legge occorre votare sì. 

1. Reintegro per licenziamento illegittimo. Si propone di abrogare le disposizioni del Jobs Act che limitano il reintegro nel posto di lavoro per i dipendenti licenziati senza giusta causa, prevedendo solo un’indennità economica. L’obiettivo è ripristinare la possibilità di reintegro per rafforzare le tutele dei lavoratori.

2. Indennità per licenziamenti nelle piccole imprese. Il quesito mira a eliminare il tetto massimo all’indennizzo per i lavoratori di piccole imprese licenziati illegittimamente, consentendo al giudice di determinare l’entità del risarcimento in base al caso specifico.

3. Contratti a termine. Si propone di abrogare le norme che facilitano l’uso dei contratti a termine, con l’intento di contrastare la precarizzazione del lavoro e promuovere contratti più stabili e duraturi.

4. Responsabilità solidale negli appalti. Il quesito riguarda l’abrogazione di norme che limitano la responsabilità solidale delle aziende committenti in caso di infortuni o malattie professionali dei lavoratori in appalto, rafforzando così le tutele per questi ultimi.

5. Cittadinanza italiana. Si propone di dimezzare da 10 a 5 anni il periodo di residenza legale in Italia richiesto ai cittadini extracomunitari per ottenere la cittadinanza italiana, favorendo n questo modo l’inclusione e il riconoscimento dei diritti per chi vive stabilmente nel Paese.

Ricordiamo che per la validità dei referendum è necessario il raggiungimento del quorum, ovvero la partecipazione al voto della maggioranza degli aventi diritto. Oggi come oggi, con la crisi della partecipazione, si tratta di una sfida non da poco, anche perché diversi partiti della maggioranza di governo hanno invitato i cittadini ad astenersi. 

Io invece personalmente ritengo che queste consultazioni rappresentino un’importante occasione per i cittadini di esprimersi su temi fondamentali per il mondo del lavoro e la società italiana.

Autore: Luca Sticcotti

Simboli e diavoli. Alto Adige, nevrosi da confine

Secondo la Costituzione (art. 12), “la bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni”. È dunque la bandiera “della Repubblica”. Non il feticcio identitario dei “meranesi di lingua italiana”. La Repubblica è una casa comune e tutela le differenze linguistiche.

“Simbolo” è una parola interessante. Deriva dal greco antico “symballo” che significa “mettere insieme, far coincidere”. È qualcosa che unisce, che dà la possibilità di identificare l’altro come un amico. Quasi all’opposto c’è la parola “diavolo” (“diabolos”) che significa propriamente “calunniatore” e deriva dal greco “diaballo”, ovvero “gettare attraverso, calunniare”, in senso lato: separare. C’è una terza parola, “dialogo”, che è simile alla seconda, ma solo in apparenza.

Premetto che, da meranese, ringrazio Dario Dal Medico per il lavoro svolto in questi anni a servizio della città e sono fiducioso che Katharina Zeller saprà fare del suo meglio per confermare a Merano il ruolo di una città inclusiva ed europea. Credo che entrambi siano rimasti vittima di dinamiche che li precedono (“nevrosi da confine”, la definì Piero Agostini) e che si siano trovati a dover gestire loro malgrado una situazione non voluta e non prevista.

Torniamo al tricolore. L’equivoco di fondo è pensare che sia il simbolo di una “nazione”. La Costituzione, nonostante l’età, è più avanti di tutti noi e ci corregge ricordando che essa è “la bandiera della Repubblica”. Di quella Repubblica che tutela le minoranze linguistiche (art. 6). Se identifichiamo il tricolore (ma vale anche per il bicolore provinciale) con un gruppo linguistico, allora non è più un simbolo. Anziché unire, divide. Diventa strumento “del diavolo”.

Si dice che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Nel nostro caso la pentola è l’Autonomia (a livello più ampio, la Repubblica). C’è, è bella, è efficace. Ma non è detto che abbia il coperchio. Il coperchio è il rispetto per tutte le sue componenti, la partecipazione reale, la reciproca conoscenza, una buona comunicazione. Insomma, il “dialogo”, dal greco “dia” e “logos”. “Logos” vuol dire parola, ragione, senso. “Dia” significa “in mezzo a”. In altri termini: la ragione – in Alto Adige – non è solo mia né solo tua, ma un percorso comune. Diavolo permettendo.

Autore: Paolo Bill Valente

La strada dedicata a Michael Gaismair

Tra via Roen e viale Druso si trova via Michael Gaismair.  Nato nel 1490 a Tschöfs (Ceves) presso Vipiteno, alla scuola di latino Michael Gaismair si rivelò uno scolaro diligente, ambizioso e avveduto, alla scuola del duomo di Bressanone  acquisì man mano un atteggiamento sempre più critico nei confronti del ruolo della Chiesa. Preso  servizio come scritturale presso la miniera di Schwaz, dei minatori si fece portavoce nella presentazione di una petizione all’imperatore.  Assunto nel 1518 come scrivano nella cancelleria di Leonhard von Völs, capitano dell’Adige, nei sei anni di servizio apprese molto sulle lotte per il potere, su corruzione e imposture della nobiltà. Assisteva inerte al progressivo impoverimento dei contadini. Ad accendere i loro animi fino a scatenare la rivolta fu il caso Passler. Peter Passler era stato condannato a morte  il 9 maggio 1525, ma i contadini riuscirono a liberarlo. La rivolta si estese: circa 5 mila contadini armati affluirono a Millan da tutte le parti della diocesi. Eletto nella giunta cittadina, Michael Gaismair riuscì a trattenere i ribelli dal saccheggio del palazzo vescovile; il 12 maggio però fu saccheggiato il  monastero di Novacella. Michael proclamò un programma per un nuovo ordinamento regionale cristiano. La rivolta dei contadini si estese a tutto il Tirolo meridionale. Non era facile il compito di Gaismair di rendere masse disordinate e avide di vendetta un popolo cosciente e responsabile. Convocata a Merano una “dieta contadina”, fu redatta una sorta di “ Magna Charta per el populo minuto”. All’arciduca Ferdinando fu richiesta una serie di concessioni. Arrestato a Innsbruck l’11  agosto, Gaismair riuscì a fuggire il 7 ottobre, riparando in Svizzera, dove redasse nuovi statuti per un Tirolo libero. Fallito un tentativo di espugnare Brunico, riparò in territorio veneziano, dove sopravvisse a diversi attentati ma all’alba del 15 aprile 1532 fu catturato e trafitto per 42 volte.

Autore: Leone Sticcotti

Merano – Londra per la propria formazione 

Lisa Laudieri ha iniziato la sua carriera accademica con una laurea in Interior and Furniture Design presso l’Istituto Europeo di Design (IED) di Firenze, dove si è laureata con lode, ha poi iniziato ad avvicinarsi al design spaziale come mezzo di commento sociale e pensiero speculativo attraverso il quale sfidare le narrazioni dominanti e reimmaginare futuri alternativi. Tutto questo l’ha portata al Royal College of Art di Londra.

Ci parli della sua intera carriera scolastica e formazione.

Ho iniziato la mia carriera accademica con una laurea in Interior and Furniture Design presso l’Istituto Europeo di Design (IED) di Firenze, dove mi sono laureata con lode. Gli studi mi hanno poi portato al Royal College of Art di Londra, dove ho recentemente completato un master in interior design. 

Lei non è la prima creativa sudtirolese che studia a Londra anzi in quella città vive una vera e propria colonia di artisti, architetti e intellettuali tirolesi. Lei è in contatto con loro? 

So che c’è una comunità al di fuori dell’Alto Adige, e credo che sia una cosa fantastica. È una comunità di cui mi piacerebbe far parte e che ho intenzione di cercare presto. Credo che provenire dallo stesso luogo crei una connessione immediata e una rassicurazione in un posto straniero. Detto questo, spesso gravito verso la dissonanza piuttosto che verso la familiarità.

Londra è una città ricca di opportunità e di fascino senza tempo. Dopo gli studi, pensa di lasciare Londra per tornare a Merano?

Non penso più alle opportunità come a qualcosa di legato solo al luogo. Con il lavoro a distanza, le comunità online e le piattaforme accessibili, il lavoro creativo è accessibile indipendentemente dal luogo in cui si vive. Londra è stata importante per me, non solo per le sue opportunità, ma anche per le sue dimensioni, il suo attrito, la sua pluralità. Che io rimanga a Londra per un po’ o che scopra altre città, Merano sarà sempre la mia casa, ma non in senso statico. La vedo più come un punto di riferimento.

A cosa sta lavorando attualmente? 

Il mio lavoro recente si concentra sulla nozione di ingiustizia spaziale, affrontando i modi in cui gli ambienti architettonici possono rafforzare o interrompere le strutture di disuguaglianza. Ciò include sia gli aspetti visibili e sistemici della politica spaziale, come l’accesso, lo spostamento e l’esclusione, sia le esperienze più intime e psicologiche dello spazio. Sto lavorando a diversi progetti nel campo del design e delle arti. Sto costruendo la mia carriera come fotografo e designer, all’incrocio tra la ricerca spaziale e il cinema, la fotografia e il design. Attualmente sto producendo un cortometraggio che affronta il tema della violenza di genere, una rappresentazione della storia di persecuzione delle donne attraverso un processo che esamina come le donne siano state e continuino a essere sottoposte a scrutinio, giudizio e cancellazione. Il film abbandona la questione della colpevolezza o dell’innocenza, per analizzare invece l’apparato sociale, emotivo e psicologico che isola e smantella una donna presa nell’occhio della paranoia collettiva.

Nonostante una lotta serrata alla violenza contro le donne il problema continua a dilagare. Perché, secondo lei? 

La violenza contro le donne persiste perché è sistemica, radicata nel linguaggio, nella legge, nella politica e nello spazio. Ciò che mi colpisce maggiormente è la persistenza di narrazioni patriarcali, spesso mascherate dietro un falso senso di neutralità. Le storie delle donne sono spesso filtrate da uno sguardo maschile o liquidate come semplici aneddoti, il che diluisce la loro urgenza. Quando le società normalizzano i media misogini e lasciano alle donne una limitata indipendenza finanziaria o un ricorso legale, i comportamenti abusivi trovano rifugio. Finché non ristruttureremo radicalmente queste dinamiche di potere, il ciclo della violenza continuerà a persistere.

Oltre allo studio come passa il suo tempo libero a Londra? 

Mi piace circondarmi di ispirazione, sia visitando musei e mostre che conversando con gli amici. A dire il vero, spesso confondo il confine tra lavoro e tempo libero. In questo senso sono un po’ uno stacanovista, ma non mi dispiace. Tutte queste esperienze alimentano la mia pratica creativa e fanno parte di una curiosità più ampia che modella il mio modo di pensare, sentire e lavorare.

Londra è una città pericolosa per le donne? 

Come ogni grande città, anche Londra ha i suoi problemi di sicurezza. Ci sono aree e situazioni – soprattutto sui mezzi pubblici – in cui le donne devono stare all’erta perché la città non è sempre uno spazio sicuro. La risposta tende a essere reattiva piuttosto che proattiva. Sebbene esistano campagne e app, spesso scaricano la responsabilità sulle donne. Quando viaggio di sera, apro Uber, pago la tariffa maggiorata e condivido il mio viaggio in modo che gli amici possano vedere l’icona della macchinina scorrere sui loro schermi. Prima di andare a letto ci scambiamo un rapido “a casa?”. Questa precauzione è diventata una memoria muscolare, ma è un costo aggiuntivo che le donne assorbono quando le città e i governi non riescono a farci sentire protette.

Londra è sempre stata ed è tuttora leader nella moda dei giovani, cos’è attuale ora? 

La moda come dichiarazione politica consapevole. Le tendenze sono indicatori del tempo, del panorama socioeconomico e politico. Ciò che indossiamo riflette ciò che stiamo attraversando.

Negli ultimi tempi, con il passaggio al conservatorismo, all’instabilità economica e a una maggiore incertezza, la moda ha iniziato a rispecchiare questa tendenza attraverso orli più lunghi, silhouette più modeste, estetica “pulita”. Allo stesso tempo, c’è una corrente contraria. Silhouette fluide, decostruttivismo, stile non convenzionale e stratificazione. 

Ciò che mi affascina di più è come la moda possa diventare una porta d’accesso. Per molti giovani è un punto di ingresso nella politica, le tendenze diventano un modo per esprimere idee politiche su classe, genere, razza, lavoro, politica del corpo in un linguaggio che sembra immediato. Ho visto come la moda permetta alle persone di comunicare la propria identità e le proprie convinzioni, rendendo le conversazioni politiche più accessibili.

Che consiglio darebbe agli studenti che frequentano il Kunstgymnasium?

Esplorate non solo ciò che vi ispira, ma anche ciò che vi infastidisce. Il disagio indica qualcosa che vale la pena indagare. Non sentitevi obbligati a definirvi troppo presto; non è una decisione, ma emerge dal processo.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Le colonie romane nella Bassa Atesina

Nel 212 d.C., con una lungimiranza rara ai nostri giorni, l’imperatore Caracalla (il cui nome completo era Marco Aurelio Severo Antonino Pio Augusto) promulgò la Constitutio Antoniniana, un editto rivoluzionario che estese la cittadinanza romana a tutti gli uomini liberi dell’Impero, ad eccezione dei cosiddetti peregrini dediticii (stranieri sottomessi senza patti). Fu un evento epocale: si stima che tra i 20 e i 30 milioni di individui su una popolazione totale di circa 60 milioni ottennero i diritti (e i doveri) del civis romanus, primo tra tutti il pagamento delle tasse.

L’editto coinvolse tutti i territori provinciali, dalla Spagna alla Siria, dall’Irlanda alla Mesopotamia, ma ebbe un impatto meno marcato in aree già romanizzate da tempo, come per esempio la Val d’Adige, un tempo dominio ribelle dei Reti. 

Secondo quanto riferisce il geografo contemporaneo Strabone, già nel I secolo d.C., a seguito della conquista del 15 a.C. da parte dei generali Tiberio e Druso, il territorio era stato per così dire pacificato (“Tiberio e Druso condussero via la più gran parte della gioventù e la più robusta”), le vie regolamentate e gli odiati predoni, che non perdevano occasione per assaltare e derubare i  viandanti sempre più numerosi diretti verso le province d’Oltralpe, definitivamente allontanati. In questa cornice si inserisce la deduzione della colonia romana anche nella Val d’Adige, che comportava l’insediamento di cittadini romani con il conferimento della cittadinanza e di terre.

Questo sistema, utilizzato fin dall’epoca repubblicana, prevedeva inizialmente l’attribuzione collettiva dei fondi, di solito due iugeri a testa. Successivamente si passò alla assegnazione viritana, che distribuiva ager publicus a singoli cittadini, spesso veterani, senza fondare una nuova colonia ma con pari effetto romanizzante. La terra non distribuita rimaneva proprietà dell’imperatore.

Le colonie di diritto romano comprendevano almeno 300 coloni e occupavano terre confiscate alle popolazioni sconfitte. I coloni erano obbligati al servizio militare e mantenevano la cittadinanza romana. Tali insediamenti avevano anche lo scopo di controllare i confini (nasce con i Romani la vocazione di “sentinella” territoriale del Trentino-Alto Adige) con il tempo acquisivano lo status di municipium.

Nel nostro caso, la fondazione del Municipium Tridentinum (corrispondente non solo alla città di Trento ma alla successiva diocesi di Trento) testimonia questa dinamica. È ormai ampiamente accettato che la Bassa Atesina, almeno fino a Bolzano e probabilmente fino alla Val Venosta, fosse parte integrante di questo municipio, e quindi oggetto di intensi insediamenti romani. 

Quali sono le prove di ciò? Innanzitutto, la straordinaria quantità di toponimi prediali in -anum (dal nome del possessore latino), che compaiono dal Roveretano alla Val di Fiemme e in Val d’Adige. Tra i più noti: Andriano, Foiana, Albiano, Barbiano, Cornaiano, Appiano, Grissiano, Sirmiano, Torlano, Vezzano e il discusso Lavesanum, che alcuni autori identificano con l’odierna Laives – forse da un originario Lavises, trasformato poi in in una delle numerose varianti gotico-longobarde-bavare che sfociarono nel moderno Leifers.

Sappiamo, inoltre, grazie a un’iscrizione di Caio Valerio Mariano, che la colonia atesina fu denominata Papiria, dal nome della gens Papiria, una nobile famiglia romana a cui era stata affidata l’assegnazione delle terre (ager Papirius).

Curiosamente, nella zona tra la piana Rotaliana e Bolzano non si registrano prediali – ad eccezione dell’area attorno a Egna-Ora (con Casignano, Mazzano e Pinzano) – probabilmente perché all’epoca la Val d’Adige era in gran parte paludosa e inadatta alla colonizzazione agricola.

Infine, la funzione principale di questi insediamenti atesini era garantire il controllo della via Claudia Augusta, arteria militare e commerciale essenziale tra l’Italia e le province germaniche. Lungo questa via si insediarono coloni, agricoltori, artigiani, veterani e famiglie romane, contribuendo alla completa romanizzazione della regione.

Autore: Reinhard Christanell

Radici nella nebbia

L’uomo contemporaneo scivola come acqua tra le dita: senza forma stabile, senza legami durevoli, in continua tensione verso l’ignoto. Le identità si sgretolano sotto il peso della precarietà, le relazioni si contraggono e si dissolvono con la stessa facilità con cui si intraprendono, e le istituzioni sembrano inseguire un mondo che muta troppo in fretta per essere compreso, tanto meno regolato. 

Bauman ci parla di una società in cui tutto è provvisorio, consumabile, sostituibile. L’individuo si ritrova solo, sommerso da scelte infinite ma privo di coordinate, costretto a reinventarsi di continuo senza una bussola etica. In questi contesti, il tempo perde la sua linearità e diventa l’eterno presente da sbranare il più in fretta possibile. E in questa corsa spasmodica, la giustizia si inceppa. Eppure, c’è chi vive tempi diversi. Chi lavora la terra, chi coltiva, chi osserva gli alberi, le stagioni non da uno schermo ma dal cielo, dalla luce, dai segni della natura. Queste persone, spesso invisibili alla società mondana e dell’immagine (pensiamo p.es.. agli zingari, ai senzatetto e ai fotografi), esistono in un ritmo opposto a quello liquido. Loro vivono nella ciclicità, nella pazienza, nell’attesa. Sanno che non tutto può essere subito, che ogni frutto richiede un tempo, che ogni seme ha bisogno di terra, di silenzio e meno cemento. L’agricoltore non si illude di poter controllare tutto! Vive nell’incertezza del riscaldamento globale, dei nubifragi, della siccità, di nuovi fitofagi, di scelte politiche scevre da interessi malvagi (OGM e TEA). Ma in questo abbandono c’è anche una profonda fiducia nel ritmo naturale delle cose, che nella modernità liquida si è persa, sostituita dall’ansia di controllo, dall’illusione tecnologica di prevedere e dominare il tutto, perfino il tempo. La giustizia moderna, ingolfata da codici, burocrazia e ritardi, appare incapace di rispondere ai bisogni concreti. Una giustizia zoppa che, paradossalmente, non riesce nemmeno a tornare alle radici della sua funzione: ricomporre, riparare, riconciliare. Forse è proprio da chi lavora la terra che dovremmo imparare una nuova idea di giustizia. Una giustizia che ascolti, che attenda, che lavori con pazienza, senza tenere conto di quel mostro diarroico che è l’opinione pubblica. Che sappia distinguere il tempo del raccolto da quello della semina. Una giustizia che non si lasci travolgere dall’immediatezza ma che, come l’agricoltore, affondi le mani nella complessità della realtà. 

Se nella società liquida tutto cambia, scivola e si dissolve, c’è ancora bisogno di qualcosa che somigli più alla terra che all’acqua. Più a un campo coltivato che a un algoritmo. Più a una giustizia lenta e umana che a una sentenza rapida ma disincarnata. In questi disequilibri si gioca il nostro futuro. Ed è forse tempo di scegliere da che parte stare: se continuare a galleggiare nel liquido, o tornare a camminare, con passo lento e cosciente, sulla terra. 

Autore: Donatello Vallotta

Franz Tappeiner, fra medicina e antropologia

Franz Tappeiner (Lasa, 7 gennaio 1816 – Merano, 20 agosto 1902) è un nome assai conosciuto a tutti i meranesi che ogni giorno godono il fascino della passeggiate che portano il suo nome, che furono un suo dono alla città, rendendola davvero unica. Ma forse solo pochi si sono soffermati a comprendere chi questo benefattore fosse, come visse, di cosa si interessò e per quali altri aspetti divenne famoso. 


Franz Tappeiner era infatti un medico, un botanico e un antropologo. Era nato a Lasa in una famiglia di contadini che gli permisero però di studiare. Egli scelse medicina e frequentò l’ateneo di Padova e poi quello di Vienna. Dopo gli studi si affrettò a rientrare in patria e nel 1843 inizio a esercitare la professione a Lasa. La sua bravura si riseppe presto in tutto il territorio e furono numerosi i pazienti che raggiunsero il paesino venostano per farsi visitare da lui. Così tre anni dopo aprì il suo studio medico anche a Merano. L’alto numero di pazienti affetti da tubercolosi lo indussero ad iniziare una serie di studi e sperimentazioni sulla tubercolosi, la malattia di cui soffrivano la maggior parte dei pazienti provenienti da altre zone d’Europa e che a partire dal 1836 avevano preso a frequentare la località di Merano che aveva appena intrapreso il suo cammino per diventare una città di cura a livello internazionale. Fin dal 1877 fu in grado di dimostrare che la malattia era contagiosa e che sarebbe stato necessario dividere le persone sane da quelle malate ed evitare il più possibile il propagarsi ulteriore della malattia. Merano stessa dovette iniziare a strutturarsi in questo senso dividendo gli hotel dai sanatori per tubercolotico, separando le zone per l’ascolto dei concerti, separando passeggiate, parchi e giardini. Sperimentò anche tutta una serie di cure che potessero lenire le sofferenze di questo tipo di pazienti. Ma il campo di interesse non si limitava alla medicina, o alla botanica per la quale egli riuscì a selezionare e classificare ben 6.000 piante, l’antropologia e l’etnografici lo aveva catturato. Era soprattutto la frenologia ad affascinarlo. La frenologia, ossia lo studio della mente era una tipica scienza ottocentesca oggi messa in discussione dalla comunità scientifica. Ideata e promossa dal medico tedesco Franz Joseph Gall (1758-1828), si reputava che le  funzioni psichiche sarebbero dipese da alcune regioni del cervello, tanto che valutando le particolarità morfologiche del cranio di una persona, come linee, depressioni e bozze, si potesse giungere a determinare qualità o problematiche psichiche dell’individuo studiato. La frenologia conobbe un grosso sviluppo, tanto che nacquero varie società frenologiche sparse per l’Europa e negli Stati Uniti. In Italia il più noto fautore di questa teoria fu Luigi Ferrarese. Utilizzando la frenologia, cercò di dimostrare l’unità etnica del Tirolo al di là delle differenze linguistiche. A tal fine creò una raccolta di crani umani che oggi è conservata al Naturhistorisches Museum di Vienna. Convinto sostenitore di Merano come città di cura, nel 1893 pagò di tasca propria la costruzione del primo tratto della passeggiata che in seguito avrebbe portato il suo nome: la passeggiata Tappeiner. Ai 22.000 fiorini donati allora alla città di Merano ne aggiunse tre anni dopo altri 5000, a condizione che venissero utilizzati per completare la passeggiata. Morì il 20 agosto 1902 nella sua residenza di castel Reichenbach a Maia Alta. Oltre alla passeggiata, a Merano sono stati intitolati a Tappeiner l’ospedale cittadino, un ponte pedonale sul torrente Passirio e una scuola elementare. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Una Coach per tutti

Qui Intervista a Verena Mengin che è coach, mediatrice e consulente strategica (sistemica). Ama le sfide e si appassiona nel cercare soluzioni, sentendosi nel suo elemento quando può accompagnare persone e organizzazioni nel loro percorso di crescita.

La cosa di me che mi piace di più.

Il fatto che affronto le situazioni che mi si presentano.

Il mio principale difetto.

A volte sono un po’ pignola.

Il capriccio che non mi sono mai tolta.

Un viaggio in Cina… ma non è un capriccio.

Il mio momento più felice.

La nascita dei miei figli.

La mia occupazione preferita.

Realizzare idee e sogni, insieme a chi pensa e sogna con me.

Il luogo dove vorrei vivere.

Su un’isoletta, almeno per un po’.

Il mio piatto preferito.

Tortelli alla zucca.

Non sopporto…

I calunniatori e i vigliacchi.

Per un giorno vorresti essere…

Un’astronauta, per vedere quanto è piccolo il mondo.

Nel mio frigorifero non manca…

Un barattolo di rafano.

Se fossi un animale sarei…

Un topolino.

Sono stata orgogliosa di me stessa…

Quando finalmente le lasagne mi sono venute bene.

Dove mi vedo fra dieci anni.

Con le persone giuste a fare le cose giuste.

L’ultima volta che ho perso la calma.

Quando ho perso gli occhiali poco prima di prendere un aereo per Francoforte (poi li ho ritrovati).

Tre aggettivi per definirmi.

Curiosa, schiva, tenace.

La prima cosa che faccio al mattino.

Un buon caffè, anzi due.

Il superpotere che vorrei avere.

Il teletrasporto.

Il mio sogno ricorrente.

Essere con mio padre sulla cima della Marmolada.

La mia occupazione preferita.

Aiutare qualcuno a mettere a frutto i suoi talenti.

Amo il mio lavoro perché…

È una sfida continua che mi fa crescere, incontrare, uscire dalla routine.

L’errore che non rifarei.

Non essere stata in Francia il tempo necessario per imparare il francese.

Il mio motto.

Un passo alla volta.

La mia maggiore paura.

Deludere chi ha riposto in me la sua fiducia.

Il mio primo ricordo.

Le risate nel calore della mia famiglia.

Autore: Marco Valente

Singoli “sugosi” di primavera

Tra un’uscita discografica solida ed una virtuale, il panorama musicale altoatesino continua a sfornare singoli in formato video o comunque in versione piattaforma, qualunque essa sia, segno che i nostri artisti dopo il semi-letargo invernale si sono ridestati nella classica stagione dei risvegli.

Singolo di primavera ma con tutte le caratteristiche da hit solare è la nuova proposta di Kiuppo, alias Angelo Ippati, sassofonista degli Shanti Powa (ma già anche con gli ahimè defunti Skankin’ Drops). 

Kiuppo è un artista poliedrico, un po’ musicista, un po’ DJ da sound-system, con la sua nuova proposta intitolata Battito e realizzata in tandem con Moksha Dub, esce un brano che si presta ad essere ballatissimo, oltre a – come da tradizione reggae/ragamuffin – proporre nelle liriche un tema che inneggia all’amore universale, cantato in parte in italiano, in parte nel dialetto del Salento da cui è originario. Il singolo non ha fatto tempo ad uscire, sia in versione classica, che in versione riddim, e Kiuppo è stato travolto dalle richieste di numerosi DJ e artisti Dub che si sono candidati a proporre le loro versioni di Battito. 

E a proposito di versioni Dub, è degli stessi giorni l’uscita della versione firmata dal produttore di fama internazionale Gaudì, del più recente singolo degli Shanti Powa, quello intitolato Box e realizzato in collaborazione con Herbert Pixner!

Altra sorpresa degna di nota nel campo dei singoli, ci arriva da Sascha Giacomuzzi, con lo pseudonimo sotto cui si cela da tempo: Beat Noir Deluxe. Artista assai prolifico, negli ultimi mesi Giacomuzzi ha dato alle stampe parecchi singoli, ma quello uscito a fine aprile sembra particolarmente interessante, un po’ per l’estensione del progetto alla cantante Sarita Devi che ne diventa parte integrante. Il singolo uscito con il titolo di Up The 90’s Vol.2 è un evidente omaggio, ben fatto, agli eroi musicali degli anni 90. Particolarmente gradita è la versione cantata dalla sola Sarita del classico dei Nirvana Love Buzz, mentre, su quello che potremmo definire il lato B, i due cantano insieme Baby One More Time di Britney Spears, dando un bell’esempio di come ben si mescolino la voce dark di lui con quella punk di lei.

Trentacinque anni fa vedeva la luce uno degli ultimi vinili dell’epoca pre-digitale, realizzato da artisti della nostra regione. Si trattava di The Stars Are Falling Down dei Chain, un gruppo che con la propria musica destò un certo interesse presso le riviste specializzate in rock indipendente di tutta la penisola. 

Buone recensioni e concerti non mancarono per questi epigoni di certa musica che a metà anni ottanta aveva riportato in auge le quotazioni di un pop-rock che affondava le proprie radici in un’epoca distante. Per celebrare l’anniversario, ha fatto capolino su Youtube un brano intitolato Don’t be Denied in cui ritroviamo tutte le piacevoli sonorità che ci avevano colpiti nel vecchio disco. Il brano, inedito, ripesca i classici suoni di quella psichedelia colta e immediata che aveva i suoi profeti in band come gli australiani Church o gli americani Rain Parade. Vige il mistero su chi siano i musicisti coinvolti nell’operazione, ma il risultato è quello che conta.

Non solo singoli però, per concludere questa rubrica ci sembra doveroso segnalare un breve live in video rintracciabile su yotube nel canale dedicato di Tiny Drin (con riferimento alla simile serie americana chiamata Tiny Desk, assai raccomandata), che offre una serie di piccoli concerti realizzati nello spazio Drin di Corso Italia a Bolzano, dove in anni ormai lontani c’erano i Telefoni di Stato. Si tratta di un gioiellino consistente nel concerto della giovanissima Tessa Kai (di cui si attende a breve il primo EP), accompagnata dagli altrettanto giovanissimi Stereophonics, rivelazione ad Art May Sounds lo scorso anno. Il tutto sotto l’attenta supervisione dei leggermente meno giovani ragazzi del collettivo Supermarket Crew.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

E sempre Forza Viola!

Qui Intervista a chiamo Marco Negrisolo, 46enne, sposato e papà di due figli. Lavora in un ufficio a Bolzano e, nel tempo libero, gioca a basket e va a correre. E’ attivo nella parrocchia di Santo Spirito a Merano, dove tra le altre cose è presidente del Consiglio pastorale parrocchiale. Ama il mare, ma anche la montagna. E sì… è tifoso della Fiorentina!

La cosa di me che mi piace di più.

La perseveranza.

Il mio principale difetto.

Sono testardo.

Il mio momento più felice.

La nascita dei miei figli.

Da bambino sognavo di diventare…

Giocatore di basket.

Il capriccio che non mi sono mai tolto.

Un viaggio lontano… ma mai dire mai!

La mia occupazione preferita.

Camminare o correre all’aria aperta.

Il luogo dove vorrei vivere.

Vicino alle montagne e al mare cristallino.

Il mio piatto preferito.

La pizza.

Non sopporto…

L’arroganza.

Per un giorno vorresti essere…

Il genio della lampada.

Nel mio frigorifero non manca mai…

Lo yogurt.

Se fossi un animale sarei…

Una tartaruga.

Sono stato orgoglioso di me stesso quella volta che…

Mi è stato fatto un complimento.

Dove mi vedo fra dieci anni.

Nel posto in cui sono ora.

La prima cosa che faccio al mattino.

Alzo le tapparelle per vedere il meteo.

I miei attori preferiti.

Bud Spencer e Terence Hill.

Il superpotere che vorrei avere.

Non essere mai stanco.

Il mio ultimo acquisto.

Un orologio.

Cosa apprezzo di più del luogo in cui vivo?

La bellezza che mi circonda.

L’errore che non rifarei.

Leggere troppo pochi libri.

Il mio motto.

“Dai che ce la fai!”

L’oggetto a cui sono più legato.

La fede.

La mia maggiore paura.

Vedere le persone care che soffrono.

Il mio colore preferito.

Il viola.

Autore: Marco Valente