Alla scoperta della lingua degli antichi

Non c’è metodo migliore per stabilire l’appartenenza culturale di una popolazione che conoscerne la lingua, sia parlata che scritta. Tuttavia, ciò non è sempre possibile, perché pochi popoli hanno lasciato testi scritti in quantità sufficiente per essere letti e interpretati in modo efficace. Per quanto riguarda la lingua parlata, vale la vecchia massima: verba volant.

Se ne possono trovare alcune tracce negli antichi toponimi (soprattutto nei nomi dei fiumi, risalenti all’epoca preindoeuropea), che certamente furono tramandati oralmente. Tuttavia, anche i toponimi sopravvissuti hanno subito corruzioni e adattamenti dovuti alle esigenze dei nuovi “parlanti”. Restando nel nostro territorio, è difficile individuare il nucleo originario di un toponimo “incomprensibile” – per esempio Leifers / Laives –, modificato prima dai latini e poi dai germanofoni.

L’enigma linguistico principale – che riguarda da vicino anche la valle dell’Adige – è rappresentato dall’etrusco, una lingua preindoeuropea documentata in testi scritti risalenti a un periodo compreso tra l’VIII secolo a.C. e il I secolo d.C. Ci ha lasciato un corpus di circa 13.000 iscrizioni, perlopiù funerarie, alcune delle quali bilingui e dunque leggibili. Per il resto, è buio totale. Gli etruschi utilizzavano un alfabeto di derivazione greca con solo quattro vocali (senza la “o”) e, pur convivendo a lungo con popolazioni di origine indoeuropea, come i Latini e i Veneti, mantennero le peculiarità della loro lingua.

Abbiamo fatto questa lunga premessa perché vogliamo dedicare qualche parola a un’altra lingua che ci riguarda molto da vicino, in quanto fu parlata per un lungo periodo nelle valli alpine e prealpine: il retico. Proprio in questi giorni, nella città di Trento – da sempre strettamente collegata con la Bassa Atesina –, è venuta alla luce una straordinaria necropoli con 200 sepolture dotate di ricchi corredi funebri (armi per gli uomini, monili per le donne), che dovrebbe appartenere al popolo dei Reti ovvero all’area culturale di Fritzens-Sanzeno. I Tridentini dell’età del ferro, presenti anche in Bassa Atesina,  intrattenevano intensi rapporti economico-culturali con l’area padano-emiliano-veneta. Basti pensare che il principale luogo di culto della loro dea Reitia si trovava a Este.

A differenza dell’etrusco, il retico non ci ha lasciato testi significativi, ma solo un corpus piuttosto ridotto di circa 300 iscrizioni. La struttura grammaticale e l’alfabeto presentano notevoli somiglianze con l’etrusco, che certamente fa parte della stessa famiglia di lingue, detta reto-tirrenica. Queste iscrizioni sono incise principalmente su supporti metallici (ferro e bronzo), pietra, ceramica o ossa animali. I reperti sono stati ritrovati prevalentemente in Trentino-Alto Adige, Tirolo e Grigioni. Il periodo di riferimento è quello dell’età del ferro, tra il 600 a.C. e il I secolo a.C. Dopo l’anno 15 iniziò la romanizzazione forzata.

L’alfabeto utilizzato dei nostri predecessori fino all’arrivo dei Romani si divideva in due filoni: Sanzeno-Bolzano e Magrè (Schio). Il primo era utilizzato prevalentemente in Val di Non e nella Val d’Adige, il secondo nelle zone del veronese e del vicentino.

Cosa contengono queste iscrizioni? Principalmente nomi di persone, dediche a divinità e verbi. Un esempio famoso è l’iscrizione su una pietra tombale rinvenuta a Vadena: pnake vitamu la ↑em (forse “qui è sepolto Vitamu”?). Inoltre, in varie iscrizioni appare il nome proprio Lavise (lavisie, lavisealu e laviseseli), romanizzato in Lavisno. Da questo nome potrebbe derivare anche il moderno toponimo Lavason, una valletta tra Caldaro e Appiano, dove probabilmente correva un ramo della Via Claudia Augusta tra Altino e Augusta (Augsburg). Questa località è menzionata nella famosa lettera di San Vigilio con il nome Lauesana. E, perché no, anche la retica Laives, situata oltre il Monte di Mezzo, potrebbe essere stata in origine la terra di Lavise.

In attesa di trovare la chiave interpretativa di questi antichi idiomi, possiamo godere delle straordinarie scoperte archeologiche, come quella trentina, che ci permettono di conoscere più da vicino i nostri misteriosi avi e la loro cultura.

Autore: Reinhard Christanell

La dislessia, vista con gli occhi di una studentessa universitaria

La dislessia è un disturbo dell’apprendimento molto diffuso e Alice, studentessa di Sociologia dell’Università di Trento, ci racconta la sua esperienza e il perchè questo disturvo non sia un ostacolo e di quanto sia importante sapere che cos’è. 

Alice, che cos’è la dislessia?

Per dislessia si intende un disturbo specifico dell’apprendimento che comprende la decodifica delle parole, la difficoltà nella lettura e nella comprensione del testo che porta a essere un po’ più lenti in queste attività.

Quando hai scoperto di essere dislessica? Hai avuto difficoltà?

Ero in terza elementare, quindi avevo otto anni. In generale le mie più grandi difficoltà a scuola sono state il tempo per svolgere i compiti in classe, che risultava essere troppo poco per le mie necessità e sicuramente tutto ciò che riguarda l’italiano, come materia: scrivere i testi, la loro comprensione… Alle elementari i dettati mi mettevano in difficoltà in quanto la dislessia porta a invertire determinate lettere come la D e la B. Sono stata fortunata, perchè ho sempre avuto dei professori molto bravi che comprendevano e conoscevano il disturbo.

Ritieni gli insegnanti preparati in questo ambito?

In generale mi sentirei di dire che la maggior parte dei professori che ho avuto io erano preparati e qualificati, anche se alcuni, soprattutto i professori più avanti con l’età, anche se sapevano cos’era la dislessia non erano preparati al massimo o in generale non erano abituati o si rifiutavano di usare le misure di potenziamento di cui avevo diritto. Conosco persone che hanno avuto una brutta esperienza con gli insegnanti che non calcolavano questo disturbo dell’apprendimento e non davano ai ragazzi le misure di cui avevano bisogno. Queste misure comprendono maggiore tempo per le verifiche, l’utilizzo di mappe concettuali, qualcuno che legga il testo al posto dello studente, non calcolare gli errori ortografici nel tema. Anche nella mia esperienza tutte queste misure non sono sempre state attuate completamente, alcuni errori nei temi venivano sempre calcolati e alcuni professori mi negavano l’uso del computer o il tempo in più.

Perché è importante sapere che cos’è questo disturbo e di averlo? 

È importante saperlo perchè ci sono davvero tante persone che ce l’hanno, negli ultimo anni ho conosciuto moltissime persone dislessiche. Molte persone ancora non sanno cos’è, anche all’università me lo chiedono spesso. È importante per essere più inclusivi: mi succedeva, soprattutto alle elementari, che le persone non sapevano cosa fosse, non veniva spiegato neanche ai miei compagni che quindi pensavano che fossi la “cocca” dei maestri perchè mi davano agevolazioni. Mi è capitato che dei compagni si arrabbiassero con me. Questo problema è importante conoscerlo per aiutarsi a vicenda. È importante sapere di essere dislessici anche perchè così si possono avere gli aiuti compensativi e capire che non è un problema di intelligenza se non si riesce a essere veloce come gli altri, ma semplicemente si ha bisogno di un aiuto in più. Se lo si scopre da piccoli, come me, si possono anche fare dei corsi ed essere aiutati nel capire qual sia il metodo migliore per ognuno e si può migliorare anno per anno. Io sono migliorata tantissimo, ho capito qual è il mio metodo di studio ed è diventato più facile approcciarmi allo studio e tutto questo grazie ai corsi che ho frequentato a Canale Scuola che aveva un programma apposta per i ragazzi dislessici e prevedeva l’insegnamento del metodo di studio e tecniche per l’apprendimento.

Secondo te è un ostacolo? O è solo un pregiudizio?

Secondo me non è un ostacolo, si può fare tutto. Non ho mai avuto problemi con nulla, sono solo un po’ più lenta, ma ho sempre fatto tutto: sono andata all’estero, frequento l’università. L’importante è esserne consapevoli e farlo presente in modo da affrontare ogni esperienza al meglio.

Autrice: Anna Michelazzi

Truffe: i carabinieri fanno chiarezza

È una piaga che sta prendendo sempre più piede, ed il problema più grande è che i malviventi si stanno specializzando sempre di più per raggiungere i propri intenti: il fenomeno delle truffe ai danni delle fasce più vulnerabili della popolazione purtroppo non si arresta, e sono tantissimi i casi registrati in provincia di anziani raggirati da truffatori senza scrupoli, i quali sono riusciti a farsi consegnare cospicue somme di denaro e anche gioielli. Così, per aiutare almeno a tenere sempre gli occhi aperti, le forze dell’ordine organizzano ciclicamente degli incontri con i Seniores, spiegando loro come districarsi fra le nubi dei raggiri.

C’è la “truffa del call center”, quella del “finto maresciallo” e quella del “nipote che si trova nei guai”, ma con molta probabilità i truffatori stanno studiando per trovarne altre. Ed è anche per questo motivo che nei giorni scorsi si è tenuto presso il Centro Anziani di Laives un pomeriggio istruttivo e ricco di contenuti, dove il Maresciallo capo Federico Ragusa, comandante della Stazione dei Carabinieri locale, insieme al Brigadiere capo Manfred Stuppner del Nucleo operativo e radiomobile dei Carabinieri di Egna, ha condotto un incontro informativo rivolto alla prevenzione di truffe e furti.

L’iniziativa si è svolta nelle due lingue, ha ha preso parte anche il Sindaco di Laives Giovanni Seppi, ed ha visto la partecipazione di numerosi anziani che hanno seguito con grande interesse e partecipazione. I due sottufficiali hanno offerto consigli pratici e preziosi su come riconoscere e difendersi dalle insidie dei malintenzionati. Hanno presentato in modo chiaro e accessibile le principali modalità con cui i truffatori agiscono, fornendo ai presenti gli strumenti per proteggere sé stessi e i propri beni da potenziali rischi. Dai falsi operatori delle utenze domestiche ai truffatori che si spacciano per carabinieri, l’incontro ha rappresentato un’importante occasione di sensibilizzazione e formazione, finalizzata a rafforzare la sicurezza personale.

Il coinvolgimento degli anziani è stato entusiasta e attivo, a dimostrazione dell’importanza di eventi di questo tipo per la comunità locale. L’incontro ha inoltre contribuito a rafforzare il legame tra l’Arma dei Carabinieri e il territorio, sottolineando il ruolo fondamentale delle forze dell’ordine non solo come garanti della sicurezza, ma anche come punto di riferimento per la cittadinanza, specialmente in un periodo in cui la consapevolezza sui rischi quotidiani è fondamentale.

Al termine dell’incontro, il Maresciallo Ragusa e il Brigadiere Stuppner hanno ribadito l’importanza di mantenere alta l’attenzione e di non esitare a rivolgersi alle forze dell’ordine in caso di situazioni sospette. Hanno ricordato a tutti i presenti che ciascun cittadino può e deve contribuire alla sicurezza collettiva, con la collaborazione e l’allerta costante come strumenti decisivi per prevenire i crimini.

Autore: Luca Masiello

La strada dedicata a Sir Isaac Newton

Tra le vie nella zona industriale intitolate a protagonisti della scienza e della tecnica, vi è quella dedicata a colui che influenzò per due secoli il pensiero scientifico e lo sviluppo della scienza: si tratta di Isaac Newton. Nato a Woolsthorpe (Inghilterra) nel 1642, a diciotto anni, dopo sei anni alla King’s School, scuola pubblica di Grantham, passò al Trinity College dell’Università di Cambridge. Si interessò in particolare alla matematica e alla fisica. Fu dal 1665 al 1666 che iniziò a elaborare una matematica che segnò una importante svolta: il calcolo infinitesimale, che ebbe un enorme sviluppo, con clamorose applicazioni alle scienze sperimentali e alla tecnica. Costruito nel 1668 un telescopio particolare, tra il 1670 e il 1672 Newton inizio a insegnare l’ottica. Risale al 1666, “annus mirabilis” per Newton, l’episodio, non si sa se realtà o leggenda, in cui Isaac Newton, seduto sotto un melo nella sua tenuta a Woolsthorpe, fu colpito da una mela caduta sul capo. Ciò lo mosse a pensieri che divennero il manoscritto, del 1684, intitolato” De Motu Corporum”, contenente le tre Leggi del Moto. Sempre più famoso, Isaac Newton divenne un personaggio pubblico; entrò in Parlamento per due volte. Trasferitosi a Londra, della Zecca Reale fu Sovrintendente dal 1699, Master dal 1701. Nel 1703 fu eletto presidente della Royal Society. Nel 1704 pubblicò “Ottica”, il trattato sulla riflessione, sulla rifrazione  e sui colori della luce. Nel 1705 fu nominato Sir dalla regina Anna Stuart (1665-1714).  Negli ultimi decenni di vita l’attività scientifica di Newton fu assai ridotta.Verso il 1725 la sua salute iniziò a declinare. La sera del 28 febbraio 1727, dopo aver presieduto una seduta della Royal Society, ebbe una crisi di calcolosi, dalla quale non si riprese. Morì nella notte tra il 20 e il 21 marzo 1727 e fu sepolto con grandi onori nell’abbazia di Westminster.

Autore: Leone Sticcotti

La parrocchiale di Lagundo: uno scrigno d’arte contemporanea

A Lagundo la vecchia parrocchiale è sita nel centro del paese, cioè nella zona più elevata, posta sulle pendici della montagna. Col passare del tempo però lo sviluppo urbano del paese ha avuto luogo più in basso nelle vicinanze della strada nazionale, sulla direttrice Merano – Val Venosta, così si decise di costruire una nuova parrocchiale intitolata a San Giuseppe. I lavori iniziarono già nel 1966 ma furono ultimati nel 1971. Furono i coniugi Willy e Lilly Gutweniger ad essere incaricati del progetto architettonico seguiti con attenzione da un comitato di parrocchiani e dal parroco Josef Chrost. Il 23 maggio 1971 fu aperta al pubblico ma la consacrazione solenne con il vescovo Josef Gargitter si ebbe solo il 13 marzo 1977. 

I coniugi Gutweniger decisero di creare una struttura che fosse in grado di trasmettere il messaggio: “Dio abita in mezzo a noi”. E per far questo pensarono alla struttura tipica del maso, generalmente costituito di piccole costruzioni annesse. L’intera costruzione, gli interni e tutte le opere artistiche sono un continuo rimando simbolico. Il corpo di fabbrica principale è l’aula suddivisa in quadratum populi e quadratum dei ma con soluzioni inusuali. Annessi, seppur contigui, vi sono la torre d’ingresso, il vano penitenziale e il battistero.  Willy e Lilly Gutweniger individuarono nella struttura esagonale del favo delle api la forma perfetta per la planimetria. Azzeccato era naturalmente anche il significato simbolico del favo ossia unione, collaborazione, zelo. All’interno della chiesa e nel susseguirsi dei vani, anche i materiali scelti hanno una funzione simbolica. Semplici come il mattone e la gettata di cemento simbolicamente vogliono invitare il credente a presentarsi “per quello che è senza unitili sovrastrutture e travestimenti”. Nel vano penitenziale -il primo ad essere percorso- il pavimento è d’argilla per ricordare al fedele: “Polvere eri polvere ritornerai”. L’acquasantiera è un masso erratico che schiaccia il pentacolo, simbolo del male. 

La via crucis è una importante opera di Peter Fellin (Revò, 6 settembre 1920 – Merano, 22 aprile 1999) che per la sua realizzazione seguì le indicazioni del Consiglio pastorale di Lagundo che voleva una rappresentazione declinata alla vita quotidiana di oggi e quindi vicina alle persone. Ogni stazione rappresenta ciò che oggi la società può fare ad un uomo. Sul pavimento un triangolo con l’occhio di Dio indica il punto di intersecazione del vano penitenziale, del battistero e della navata. Esattamente in questo punto nella cerimonia battesimale i genitori promettono di condurre il proprio figlio a Dio. La grande pietra battesimale è in marmo bianco di Lasa simboleggia il Cristo, la pietra angolare, la roccia della salvezza. L’acqua corrente che sgorga nel ruscello rappresenta la pienezza della vita dopo il battesimo e i tre gradini che vi scendano rappresentano la discesa al giordano che fece Cristo per essere battezzato. Il muro perimetrale orientale racchiude in sé tre diversi stili: pietre da taglio romaniche, archi gotici ed elementi moderni ad indicare la continuità della storia dell’uomo e della presenza del divino. La parete sud invece è la parete della “Grazia” ed è caratterizzata da una grande vetrata raffigurante un albero colto in tre momenti capaci di simboleggiare le tre età dell’uomo dall’infanzia alla vecchiaia. L’opera è stata realizzata dall’artista meranese Monika Malknecht (Parigi 5.4.1944 -Merano 5.5.2021). Qui i colori ora chiari ora scuri dei vetri rappresentano l’eterna lotta tra bene e male che alberga nell’uomo. Essa terminerà solo sulla soglia della morte, lì i colori della beatitudine si fanno chiari. La navata è un ampio vano multicolore per celebrare la grandezza del Signore. Le Travature sul soffitto disegnano linee che sembrano convergere in un punto posizionato l di là dell’edificio. Da ciò la convinzione di essere in cammino verso una meta, verso il Padre celeste. La parete dietro l’altare lascia intravedere qualcosa di splendente: la vita oltre la morte. Si tratta infatti di una parete imponente un ostacolo invalicabile, che però ad un tratto si apre lasciando intravedere uno zona luminosa costituita da un mosaico dorato opera di Josef Widmoser (Haiming,  1911 – Innsbruck 1991). L’artare maggior, opera dello scultore Josef Brunner (Prato 08.02.1924 – Merano 20.11.2017)

Raffigura un bassorilievo di gusto paleocristiano con al centro la croce trionfante, i quattro pani, due pavoni contrapposti intenti a beccare i quattro pani. La cornice che corre lungo tutto il perimetro dell’altare è costituita da grappoli d’uva e foglie di vite. Il tabernacolo ha una cornice marmorea con i simboli dei quattro evangelisti e i grappoli d’uva. Mentre al centro una grata preziosa di fiori dorati opera dell’orefice Willy Wiehmann. Le vetrate che con i loro colori vivaci illuminano l’aula vengono a pag. 35 nell’articolo dedicato a Susanne Demmel.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Verso un mondo migliore


Qui Intervista a Silvia Gretter, nata a Merano 51 anni fa. Si rimbocca le maniche fin da piccola convinta dell’importanza di spendersi per il prossimo. Lavora nel settore sociale, prima nell’accoglienza dei rifugiati e ora nell’ambito della disabilità, mondo che le ha aperto nuove prospettive ricche di emozioni. Crede nei valori dello scoutismo, nell’amicizia e nella possibilità di costruire un mondo migliore attraverso piccoli passi costanti.

La cosa di me che mi piace di più.

La mia positività.

Il mio principale difetto.

Parlo un sacco!

Il mio momento più felice.

Quando sono nati i miei figli.

Da bambina sognavo di diventare…

Una maestra.

Il capriccio che non mi sono mai tolta.

Un viaggio in Australia.

La mia occupazione preferita.

Leggere.

Il luogo dove vorrei vivere.

In una casa in montagna, in mezzo alla natura, immersa nel silenzio.

Il mio piatto preferito.

Milchreis.

Non sopporto…

La prepotenza.

Nel mio frigorifero non manca mai…

Una verdura.

Se fossi un animale sarei…

Un colibrì.

Tre aggettivi per definirmi.

Tollerante, affidabile, impegnata.

La prima cosa che faccio al mattino.

Mi preparo il caffè quando ancora tutti dormono in casa.

Il superpotere che vorrei avere.

Eliminare la sofferenza dei bambini.

La disgrazia più grande.

Perdere la speranza.

La mia occupazione preferita.

Raccontare le favole.

Il mio ultimo acquisto.

Una borsa.

Amo il mio lavoro perché…

Mi emoziona profondamente.

L’errore che non rifarei.

Andare sulle montagne russe… pensavo di morire!

Il mio motto.

Accetto la sfida!

L’oggetto a cui sono più legata.

Il Gesù Bambino del nostro presepe.

Il mio colore preferito.

Giallo.

Il mio primo ricordo.

Io in braccio a mia sorella e con accanto mio fratello.

Autore: Marco Valente

Cavoli, cavolfiori, cavoli cappucci, verze e rape nella tradizione ebraica 

I cavoli e le rape fanno parte dell’immaginario ebraico così come hanno fatto parte della tradizionale attività agricola e tutt’ora sono ingredienti importanti della cucina e di alcune pietanze dedicate a specifiche festività.  Non possiamo però dimenticare neppure che il cavolo e la rapa fecero tristemente parte della quotidianità disperata degli ebrei del ghetto di Varsavia, quando nell’aprile del 1941 395.000 persone furono costrette a risiedervi.

Il cibo scarseggiava e agli ebrei venivano concesse razioni a bassissimo contenuto calorico: erano infatti le autorità tedesche a rifornire gli ebrei con rape, patate, cavoli, pane secco, farina e un supplemento mensile di margarina, zucchero e carne. Fra l’ottobre del 1940 e il luglio del 1942 morirono di fame e di stenti circa 92.000 persone, le altre furono deportate nei campi di sterminio. 

La grande importanza che l’alimentazione riveste nella vita dell’uomo spiega bene come nel mondo ebraico essa sia disciplinata da una grande quantità di norme. Il singolo alimento e il cibo che se ne ricava così come la prassi per cucinarlo sono sottoposti a numerose regole stabilite nella Torah, soprattutto nel Levitico e nel Deuteronomio, interpretate dall’esegesi del Talmud e codificate nello Shulchan Arukh. 

L’insieme delle norme alimentari è detta Casherut, ossia “adeguatezza”. Ogni alimento deve rispondere a criteri precisi per essere considerato “adeguato” e quindi commestibile. Il capitolo più ampio dei divieti e dei distinguo in tal senso riguarda il regno animale, ma anche il mondo vegetale è sottoposto a una congerie di regole di cui daremo un brevissimo saggio nelle righe a seguire 

L’universo culinario ebraico è assai variegato e sfaccettato a seconda anche del territorio di stanziamento. L’annoso pellegrinare della popolazione ebraica nell’arco dei secoli, infatti, ha fatto sì che ne scaturisse un’ampia offerta gastronomica. Le ricette e i sapori si sono via via arricchiti e hanno subito le influenze degli alimenti e delle spezie tipici del contesto geografico, così cavoli, rape cipolle, patate, aringhe, carpe, grasso d’oca e di pollo sono divenuti gli ingredienti base della cucina degli ebrei Ashkenaziti, stanziati nella Mitteleuropa e nell’Europa dell’Est. Ceci, fagioli, cous cous, verdure, latticini, carne di agnello e di montone, sono divenuti la dieta base degli ebrei Sefarditi, abitanti il bacino del Mediterraneo. Così humus di ceci, pite e falafel sono pietanze della cucina ebraica tanto quanto i carciofi alla giudìa, i bagel newyorkesi al salmone e i borsch di cavolo polacchi. Molte ricette sono dedicate alle singole festività del calendario religioso e altre allo Shabat. In ognuna delle “numerose cucine ebraiche” le pietanze riservate allo Shabat devono essere condotte a cottura lenta o addirittura preparate il giorno prima e tenute in caldo sulla plata. Di generazione in generazione, approfittando via via dello sviluppo tecnologico, le donne ebree credenti hanno messo in tavola le loro ricette di sformati, brasati, brodi, stufati, stracotti, che potessero essere lasciati cuocere, o riposare, dal venerdì sera fino al pranzo del sabato. 

In questo fantasioso e succulento patrimonio culinario i singoli membri della grande famiglia delle Brassicacee hanno un posto d’onore soprattutto nei menù ashkenaziti di molte festività. A Sukkot, la festa delle capanne o del raccolto, nel menù italiano si trova il cavolo ripieno, in quello ashkenazita lo strudel di verze. Nella festa di Tu Bi Shvat, il capodanno degli alberi, nel menù italiano troviamo il cavolo verza in agro e in quello ashkenazita lo strudel di cavolo verza. Per Shavuoth, la festa delle primizie o festa della legge, nel menù ashkenazita troviamo i ravioli ripieni di crauti. Per Simchat Torah gli involtini di cavolo accontentato sia la cucina ashkenazita che quella italiana. Le ricette tradizionali però non finiscono qui: vi sono rape glassate, rape in salsa gialla, minestra di cavolfiore, cavolo verza stufato, cavolfiore fritto.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Prepotenza e ininfluenza

Seguendo le vicende della politica internazionale nei giorni scorsi mi sono ritrovato a pensare ad una parola che normalmente utilizziamo nell’educazione dei bambini quando sono piccoli e che poi, normalmente, mettiamo da parte quando entrano nell’età adulta. La mia impressione è infatti che negli ultimi mesi la regressione politica abbia messo in secondo piano quelle che pensavamo fossero le conquiste più importanti del secolo scorso, pur con tutte le sue ombre. Stato di diritto, democrazia, ricerca del consenso, diplomazia, mediazione, sembrano essere stati (provvisoriamente?) accantonati, in una dinamica in cui a prevalere è la prepotenza dei più forti.
Ho fatto quindi un passo indietro e mi sono messo di nuovo nei panni di un padre che deve rispondere a un figlio che lo interroga, con gli occhi spalancati, chiedendogli: “cos’è la prepotenza?”.
Ebbene: chi è prepotente vuole imporre la sua volontà, anche ricorrendo a coercizioni e soprusi. Bisogna stare attenti, perché spesso questo atteggiamento viene confuso con la sicurezza e la decisione, attenuandone il significato impositivo. Prepotenza spesso diventa sinonimo di grande forza e potenza, dimenticando che la potenza eccessiva può diventare predominio ed egemonia.
Ogni riferimento al nuovo corso della politica americana naturalmente è tutt’altro che casuale. Se poi pensiamo che si tratta di atteggiamenti più o meno condivisi anche da altre superpotenze globali, indubbiamente non c’è che di preoccuparsi, sperando (o meglio agendo!) affinché anche a livello nazionale e locale non si seguano queste derive.
Nei giorni scorsi ho invece sorriso quando ho visto che il comico Dario Vergassola si autodefinisce su Instagram “aspirante ininfluencer”. Quando si è spento il mio sorriso ho pensato che tutto sommato è molto meglio essere ininfluenti, che non finire travolti nella propria vita privata (e non solo) da uno scandalo di falsi pandori solidali. Ma poi nello stesso tempo ho anche pensato che in realtà solidarizzo con tutti coloro – tanti – che modestamente fanno la loro vita, comportandosi con onestà, rispettando i propri principi e gli altri, magari ogni tanto dando una mano a chi sta peggio di loro. Sono ininfluenti? Non credo. Così come continuo ad essere dell’opinione che l’arroganza è cattiva consigliera, nel nostro piccolo così nelle grandi dinamiche della politica e dell’economia mondiale. Dobbiamo averlo ben chiaro e trovare il modo di farlo capire a chi pensa di poter calpestare chi ha intorno, ovvero in un modo o nell’altro anche tutti noi. Prima o poi.

Autore: Luca Sticcotti

Archeologia e scambi culturali: Alto Adige da sempre crocevia di civiltà

Viviamo in una terra che è da sempre una terra di incontri, scambi e influenze culturali, come dimostrano le testimonianze archeologiche che emergono dal suo sottosuolo. A guidarci in questo viaggio nel passato è il professor Umberto Tecchiati, bolzanino, archeologo e docente presso il Dipartimento di Beni Culturali e Ambientali dell’Università degli Studi di Milano. 

Dalle tracce di contatti con il mondo etrusco ai reperti che raccontano l’evoluzione delle comunità locali, Tecchiati ci offre uno sguardo approfondito su un territorio che, ben prima dell’epoca romana, era già parte di una fitta rete di scambi. Un racconto che ci permette di riscoprire le radici più antiche del nostri territorio e di comprendere come la sua storia sia sempre stata segnata dalla multiculturalità e dall’innovazione.

L’INTERVISTA

Tecchiati, si possono individuare influenze e connessioni tra le comunità protostoriche locali, pensiamo ai Reti, e le popolazioni italiche?

Oltre a una serie di oggetti di artigianato riconducibili alla manifattura italica, emergono anche evidenze archeologiche meno appariscenti ma altrettanto significative. Un esempio in tal senso proviene dall’insediamento dell’Età del Ferro di Bressanone, attivo tra il VI e il I secolo a.C., dove sono stati rinvenuti resti di animali non appartenenti alla tradizione locale, come l’asino e il pollo. Questi ritrovamenti indicano chiaramente importazioni da aree esterne. Per quanto riguarda l’asino, possiamo ipotizzare un collegamento con insediamenti etruschi come Adria o Spina. Il caso del pollo è più complesso, poiché la sua presenza è attestata in quell’epoca anche a nord delle Alpi, rendendo difficile stabilire con certezza la sua provenienza. Tuttavia, l’insieme delle testimonianze archeologiche suggerisce un forte legame con il mondo etrusco, in particolare con l’area padana, lasciando intendere che tali introduzioni abbiano influito sull’economia e sulla gestione delle risorse animali della regione.

Quali sono i siti archeologici più significativi in provincia per ricostruire la storia e l’identità di questa terra?

La domanda è un po’ complessa, poiché l’archeologia dell’Alto Adige è molto ricca e copre un ampio arco temporale. Si può partire dai cacciatori-raccoglitori del Mesolitico, che sono ben documentati, soprattutto nelle zone alpine, dove si trovano importanti stazioni di caccia estiva, come quelle dell’Alpe di Siusi. Sono numerosi anche i siti neolitici legati ai primi agricoltori e allevatori. L’Alto Adige è stato abitato intensamente fin dall’antichità, anche durante l’Età del Rame e quella del Bronzo.
Fino a buona parte dell’Età del Bronzo, la nostra terra partecipava a culture più ampiamente estese, condividendo aspetti diffusi sia nell’arco alpino che nella Pianura Padana. In questo periodo, il territorio era dunque inserito in un contesto culturale più vasto. Tuttavia, a partire dalla fine dell’Età del Bronzo, intorno al 1200 a.C., si sviluppa una cultura locale autonoma: la cultura di Luco (dalla località presso Bressanone).
Pur mantenendo contatti con altri territori, questa cultura si distingue per la sua originalità e indipendenza. È la base degli sviluppi successivi dell’Età del Ferro, con la cultura retica. Possiamo quindi dire che, almeno dal 1200 a.C., la presenza umana nel nostro territorio è caratterizzata da espressioni culturali proprie, documentate attraverso gli scavi archeologici. Si tratta di una cultura autonoma, ma al tempo stesso inserita in vaste reti di contatti e scambi, capace di esprimere un’identità ben definita rispetto alle aree circostanti.
Nel 15 a.C., i popoli alpini vengono assoggettati dai Romani, anche se già dalla seconda metà del II secolo a.C. sono attestati scambi che si intensificano nel corso del I secolo a.C. Questi incontri segnano l’inizio di una commistione di lingue e culture che diventerà una caratteristica distintiva del nostro territorio, visibile anche nell’epoca medievale, moderna e fino ai giorni nostri.
Quindi, sebbene non esista un sito archeologico specifico che possa ricostruire un’identità unica e consolidata nell’Alto Adige, ciò che emerge chiaramente dai vari siti è la presenza di una multiculturalità che è una delle caratteristiche fondamentali della nostra terra anche oggi.

Ci può raccontare la storia delle botti di legno, risalenti al V secolo a.C. e scoperte a Bressanone?

Sì, è stata una scoperta affascinante che ho avuto modo di fare quando lavoravo come archeologo presso l’Ufficio Beni Archeologici della Provincia di Bolzano, molti anni fa. A Bressanone, in una casa incendiata risalente all’inizio del V secolo a.C., intorno al 450 a.C. ca., abbiamo trovato tutti gli arredi lignei carbonizzati in un violento incendio. Tra questi, c’erano anche botti in legno di larice, con le doghe e le cinghie ancora perfettamente distinguibili.
Oltre alle botti, c’era un tino e una serie di recipienti ceramici che probabilmente contenevano vino. È molto probabile che almeno una parte di questo vino fosse prodotta localmente, considerato che il clima del V secolo a.C. era particolarmente favorevole agli insediamenti umani e alle attività agricole anche in area alpina.
Tuttavia, è plausibile che in parte il vino provenisse dall’area egea: il vino greco arrivava in Pianura Padana e da lì risaliva l’Adige e arrivava poi, grazie ai commerci, fino ai prìncipi celtici dell’Età del Ferro a nord delle Alpi, molto interessati alle materie prime, ai prodotti alimentari e alle manifatture del mondo greco e mediterraneo.

Tornando alle botti, come possiamo essere certi che fossero una produzione alpina?

Abbiamo un’importante attestazione nell’enciclopedista latino Plinio il Vecchio, dai cui scritti sappiamo che i popoli alpini producevano vasi di legno tenuti insieme con cinghie, che non potevano essere altro che botti.
Questa testimonianza è posteriore rispetto alle botti di Bressanone, ma rappresenta un riferimento essenziale. Inoltre, le botti di Bressanone sono le più antiche mai scoperte: non esistono ritrovamenti simili della stessa epoca in altre zone. Gli studiosi di recipienti antichi ritengono che siano stati proprio i Reti gli inventori di questo tipo di contenitore, destinato a un successo straordinario nei secoli successivi.

Autore: Till Antonio Mola

Unirsi per un futuro più sostenibile? Yes, we can! Con Climate Action South Tyrol

“Fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce”, si dice. E cosa accade quando pure l’albero che cade non fa più rumore? O il fatto che cade diventa quasi ‘normale’? Qualche giorno fa ilpost.it titolava “in Brasile nel 2024 è bruciata una superficie più grande dell’Italia”.

E noi? Stiamo a guardare? Rimaniamo indifferenti? Lo stentiamo questo ‘rumore’?

L’ecologia è la disciplina che si interessa della relazione tra esseri viventi e il loro ambiente: da ‘oikos’ e ‘logos’, cioè, molto liberamente (non ne vogliano i classicisti!): ‘pensare alla casa’.

Ma se fior fiore di esperti descrivono il disastro ecologico in corso come ‘un’automobile lanciata a folle velocità’ (e generalmente le misure per contrastarlo come dei ‘freni da bicicletta’), esattamente, noi, società civile, come stiamo ‘pensando alla casa’?

“La sfida urgente di proteggere la nostra casa comune – scrive Papa Francesco nell’enciclica Laudato si’ – comprende la preoccupazione di unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale, poiché sappiamo che le cose possono cambiare.”

Sì, ‘possono cambiare’, perché per fortuna c’è chi alla casa comune ci pensa e si rimbocca le maniche. Climate Action South Tyrol nasce proprio con l’obiettivo di unire persone e organizzazioni che si impegnano a costruire un futuro più giusto e… più eco-logico.

“Siamo una grande alleanza” dice Theresa Kurz, in prima linea con Climate Action, con cui l’anno passato, assieme ad altri partner sul territorio, ha realizzato il ‘Clima Show’, uno spettacolo in cui vengono presentati fatti e dati sul cambiamento climatico, e soluzioni specifiche per il Trentino-Alto Adige. “Siamo arrivati a venti repliche e a oltre duemila persone raggiunte – aggiunge – e l’anno scorso lo show è stato insignito del Premio Ambiente & Clima 2023.”

Altra iniziativa è il ‘Climate Action Cafè’, con cui sono arrivati all’Otro Mundo Festival di Chiusa, al Zugluft di Bressanone e ad A Place to B(z) di Bolzano, con l’obiettivo di promuovere il dialogo tra persone attraverso uno spazio di discussione e scambio di visioni sulla trasformazione socio-ecologica che anche il nostro Sudtirolo sta vivendo.

“Il rischio di scoraggiarsi è dietro l’angolo. A me personalmente aiuta molto il contatto con gli altri attivisti. Mi dà speranza e mi motiva – confida Kurz – la passione e l’impegno profuso dalle tante persone volontarie.”

Il paradosso è che in un mondo che va a mille all’ora, è proprio la bradipica lentezza della pubblica amministrazione e la riluttanza al cambiamento ad essere d’intralcio. E con la crisi climatica che bussa alla porta (o forse l’ha già sfondata?!) non è proprio un buon segnale. “Per questo è necessario agire rapidamente in molti settori. Facendo però attenzione a non cadere nel tranello dell’ambientalismo di facciata (greenwashing). Poi, da che mondo è mondo, il cambiamento dà fastidio: le abitudini, le comodità… “Questa inerzia però è ormai fuori luogo. L’Alto Adige potrebbe veramente essere ancora più bello e vivibile, e ci sono molti giovani con ottime idee, e penso che sia più che doveroso ascoltarli e dare loro fiducia, anche per scardinare questa superficiale diffidenza verso la novità. Il ‘Clima Show’ è la prova che la collaborazione inter-generazionale è possibile, ognuno impara qualcosa dall’altro, arricchendo così anche il proprio punto di vista, verso un orizzonte comune”.

L’Alto Adige, si sa, è terreno fertile per l’associazionismo, anche quello ‘ecologico’. L’immenso lavoro portato avanti dai Fridays for Future, ma anche da altri gruppi di iniziativa popolare come Nosc Cunfin – che si batte da decenni per istituire una zona protetta ai Piani di Cunfin-, oppure la Plattform pro Pustertal, che assieme alla Federazione Ambientalisti dell’Alto Adige, il Heimatpflegeverband e Climate Action puntano i riflettori sulle opere problematiche legate alle Olimpiadi invernali del 2026. E la lista potrebbe continuare.

“Però un unico individuo è come una goccia nell’oceano, è il sistema che deve essere cambiato”, si dice ancora. Argomento più che valido, certo: “Per un Alto Adige climaticamente neutrale – continua Kurz – bisogna in primo luogo intervenire nel settore dei trasporti e del riscaldamento. I trasporti rappresentano oltre il 46% delle emissioni nel 2022, e il riscaldamento quasi il 25%. Dotandosi di infrastrutture adatte, il miglioramento potrebbe essere significativo. Bisogna però dire che questi dati fanno riferimento alle emissioni prodotte sul nostro territorio, ovviamente siamo co-responsabili anche delle emissioni che importiamo da altri paesi: per esempio, importiamo il 99% della carne, che ha un impatto enorme sul clima.”

La domanda decisiva è allora: “come può risultare desiderabile una civiltà ecologicamente sostenibile?”, come si chiedeva già a suo tempo Alex Langer. “A questo punto, credo davvero che la maggior parte della popolazione abbia capito che stiamo affrontando una crisi climatica, come dimostra anche un sondaggio condotto da EURAC e ASTAT. Tuttavia, ci sono molti ambiti in cui una singola persona ha poco potere d’azione, e questo porta a una sorta di senso di impotenza. Diventa desiderabile perché molte misure hanno effetti positivi anche in altri ambiti, per esempio, il traffico urbano. Una mobilità con meno auto significa: città più sicure, meno rumore, aria più pulita, con effetti positivi sulla salute pubblica, ci sarebbe più spazio per far giocare i bambini e così via.”

Esistono città pionieristiche, quasi profetiche, in questo campo: Barcellona, Copenaghen, Friburgo, solo per fare alcuni esempi. Parigi ha una delle reti di trasporto pubblico più dense ed efficienti al mondo e ha esteso la sua rete di piste ciclabili da 200 km (nel 2001) a più di 1000 km. David Hofmann, volontario di Climate Action, suggerisce anche la best practice spagnola di Pontevedra: “Una città della grandezza di Bolzano, che già da vent’anni ha eliminato il 90% della mobilità motorizzata individuale, aumentando la qualità di vita al punto da avere la crescita percentuale più alta di under 14 in Spagna. Faranno qualcosa di giusto, no?”

“Le maggiori resistenze si trovano a livello politico ed economico – dice Kurz senza mezzi termini – Sarebbe auspicabile che l’Alto Adige desse il buon esempio invece di rimanere indietro per l’avidità di pochi. Il piano climatico provinciale è privo di vincoli, per cui serve una legge sul clima a livello provinciale, come già è stato fatto in Catalogna e in alcuni stati tedeschi.”

“Cosa fare a partire da domani? Attivarsi e soprattutto ‘fare rumore’, unirsi, aderire a iniziative, avviare progetti, fare richieste alla politica o agire direttamente, discutere e confrontarsi e… Reduce, Reuse, Recycle, cioè ridurre i nostri consumi, riutilizzare e dare una nuova vita agli oggetti (per esempio, ragalandoli!) e riciclare i materiali scartati” conclude Kurz.

Il vero cambiamento deve avvenire a livello sistemico, chiaro, ma – come canterebbe Alessandro Mannarino – “… il mondo non cambia spesso, allora la tua vera rivoluzione sarà cambiare te stesso”.

Autore: Marco Valente