Un giurista meranese a Utrecht

Domenico Rosani è un giovane meranese che vive a Utrecht dove insegna diritto penale presso la facoltà di Giurisprudenza ed Economia.

Professor Rosani, quale è stato il percorso di studi che l’ha condotta a questa carriera universitaria e a questa cattedra?

Un percorso è spesso il frutto sia di pianificazione sia del caso, una combinazione di scelte strategiche e occasioni. Tra le prime rientra il fatto che io abbia voluto dare alla mia formazione un taglio internazionale, studiando diritto a Innsbruck e Rotterdam e lavorando poi a Bruxelles e Vienna. Anche nel mio dottorato, svolto a Innsbruck e Padova con la professoressa Margareth Helfer, mi sono concentrato su temi di respiro europeo. Avvicinandomi alla conclusione, cominciai a guardare verso il centro e nord Europa per i prossimi passi. Al più tardi qua entra in gioco il caso: l’università di Utrecht, una delle principali scuole di legge in Europa, aveva in quel periodo bandito una posizione da professore aggregato. Ed eccomi nei Paesi Bassi.

Lei si è occupato di più ambiti del diritto, può brevemente descriverli?

Se la società cambia, come deve cambiare il diritto? Questa è la domanda sottintesa a molte mie ricerche. Mi interesso infatti di come i principi del diritto si rapportano ai mutamenti sociali e tecnologici. Lo sviluppo digitale, ad esempio, ha portato all’introduzione di nuovi reati o a interpretare in maniera ampia quelli esistenti. Un canone fondamentale del nostro sistema ci imporrebbe però di essere prudenti a creare nuovi reati e di leggere restrittivamente le norme penali… L’Unione europea ha poi crescente influenza sui Paesi membri. Fino a che punto ciò è ammissibile senza violare il principio democratico e la sovranità degli Stati? Anche la giurisprudenza ha un peso sempre maggiore, anche perché i parlamenti delegano di fatto molte decisioni ad essa. Ciò però non è molto democratico e di sicuro sta portando a un sistema più frammentato e meno coerente.

In questo momento si sta occupando di “giovani e social media”, è davvero solo un problema dei giovani? Siamo certi che gli adulti siano informati di tutti i rischi legali che si possono correre dando vita ad un proprio profilo?

In tanti ambiti del diritto, chi è più giovane gode di una disciplina speciale perché “ne sa di meno”, mentre l’adulto, per definizione, sa come comportarsi. Rispetto ai giovani, agli adulti vengono quindi attribuite maggiori libertà, riconosciute più responsabilità e fornite meno tutele. Con riguardo alla tecnologia, non sono però sicuro che questo sia necessariamente corretto, in quanto pure tanti adulti hanno una conoscenza limitata degli strumenti digitali e di ciò che vi sta dietro. Allo stesso tempo, questo non deve far dimenticare che anche tanti “nativi digitali”, a dispetto del nome, spesso non sono consapevoli delle conseguenze, per sé e per altri, delle proprie azioni sui social media.

Lei vive a Utrecht, come si trova? 

Utrecht è stata per tanti secoli la città principale dei Paesi Bassi e lo si nota tuttora nella ricchezza degli edifici. La mia facoltà ha inoltre il privilegio di essere situata nel cuore del centro storico, il che aggiunge ulteriore bellezza alle giornate lavorative. Ho colleghi appassionati e un clima lavorativo molto positivo, favorito dall’approccio poco gerarchico tipico di questi posti. La cultura locale, poi, è molto pragmatica, rifuggendo i discorsi altisonanti e preferendo la sostanza. Aspetti positivi, questi, che permettono di chiudere un occhio sul meteo e sull’alimentazione olandese. 

Ha conosciuto altri italiani o magari altri altoatesini residenti nella stessa città o nelle vicinanze? 

Se in passato i Paesi Bassi hanno conosciuto la dominazione spagnola, si dice che ora sperimentino quella italiana. Sono infatti moltissimi i nostri connazionali che si sono trasferiti qua per lavoro, in particolare in ambito accademico. Con molti di essi si entra rapidamente in confidenza, sia per la comune origine culturale, sia per il percorso professionale simile. Esiste poi una rete di altoatesini all’estero, chiamata “Südstern”, che permette di entrare in contatto tra persone della nostra terra.

Stando all’estero avrà modo di apprezzare alcuni aspetti della mentalità e dello stile di vita olandese e forse di essere a disagio per altri.

La popolazione olandese è molto gentile: tanto al lavoro come al supermercato, si viene spesso salutati con un sorriso e una battuta. Questo è sicuramente qualcosa che manca in altri posti d’Europa. Al contempo, non è facile entrare in maggiore confidenza: tutti sono sempre impegnati e tendono a pianificare ogni aspetto della propria vita. Mi è successo di dover organizzare una cena fra amici con tre mesi di anticipo, perché prima nessuno aveva tempo! Se quindi tanti popoli potrebbero imparare dalla cordialità e apertura mentale degli olandesi, pure a loro non farebbe male acquistare un po’ della spontaneità e semplicità di vita propria di noi più “meridionali”.

Cosa rimpiange della sua città?

Lasciando ora da parte famiglia e amici, certamente Merano presenta una bellezza diffusa che è difficile ritrovare altrove. Una città leggera ed elegante, luogo di incontro tra culture, in una mite conca circondata da alte montagne e belle valli – se sicuramente ci sono tanti bei posti nel mondo, Merano è senz’altro uno di essi! In particolare, nei Paesi Bassi non è facile trovare simili angoli di natura e pure il sole non si fa vedere troppo spesso. Al contempo, ciò insegna ad apprezzare anche i più piccoli momenti di bellezza.

Da questa distanza come le appare l’Alto Adige con le sue problematiche storico-politiche e sociali?

Vivere all’estero permette di osservare la propria terra con un occhio più distaccato. Io noto una idealizzazione del modo di vita sudtirolese e delle sue caratteristiche: l’ambiente, il dialetto, i tre gruppi linguistici, l’efficienza. Sembra voler dire: “Noi siamo meglio”. A uno sguardo più attento, si notano però varie rigidità che magari, dall’interno, possono sembrare normali. Ad esempio, una certa tensione a ripetere gli schemi usuali, anche tra gruppi linguistici, oppure una divisione di fatto tra popolazione autoctona e immigrata, o una concezione utilitaristica dell’ambiente.

Quando qui vengono indette nuove elezioni, comunali, provinciali o nazionali lei ha modo di tenersi aggiornato, seguire le campagne elettorali, farsi un’idea che la guidi poi nella scelta alle urne? 

Il momento “passivo” – tenersi informato, seguire i dibattiti – non è un problema: buona parte delle notizie giunge anche nei Paesi Bassi. Il momento “attivo”, invece, può essere più difficile. Ad esempio, per le elezioni comunali in primavera, uno dovrebbe tornare due volte in città nel giro di poche settimane, per eleggere prima il consiglio comunale e quindi per il ballottaggio. Sorprende che per le elezioni provinciali sia stata introdotta la possibilità di votare per posta ma non per quelle comunali.

Trovandosi all’estero avrà avuto modo di vedere soluzioni interessanti a questo o a quel problema come ambiente, viabilità, sostenibilità, sostegno ai giovani, educazione, cultura, per nominarne solo alcune. Se potesse, quali consigli avrebbe per Merano o magari per la provincia tutta?

Non ci sono soluzioni che funzionano dappertutto. All’Alto Adige penso però farebbe bene “osare” di più, lasciando maggiore libertà di provare strade diverse da quelle abituali. È questo un discorso che si potrebbe fare in tanti settori: tanto in ambito culturale, educativo, della ricerca, quanto con riguardo ai rapporti sociali o all’economia. A riguardo si potrebbe trarre ispirazione dalla cultura olandese, che tende a sostenere chi sperimenta e innova. In provincia c’è poi un problema salariale: mentre c’è chi sta molto bene, gli stipendi di tante persone non corrispondono al costo della vita. Questo è un motivo perché non pochi vanno a lavorare all’estero.

Che cosa considera invece un irrinunciabile bene prezioso della nostra città o della nostra provincia? 

La nostra terra ti insegna ad essere straniero. Parlare più lingue e saper essere a proprio agio in ambienti culturali diversi, a cui non appartieni totalmente, è un grande vantaggio in un mondo interconnesso. Un simile straniero conosce a fondo un posto e la sua cultura e però, al contempo, conserva da essi una giusta distanza e autonomia. Mantenere lo sguardo dello straniero, all’estero come in patria, ti permette di essere più libero. In tal senso, l’Alto Adige, con la sua storia e culture, è una fucina di potenziali “stranieri” di questo tipo, di cui il mondo ha tanto bisogno.

Autrice: Rosanna Pruccoli

A scuola è il tono che fa la musica

Alcune settimane fa il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha annunciato le novità per i programmi scolastici elaborate da una Commissione appositamente istituita. Secondo le anticipazioni si tratta tra l’altro di riportare il latino alle medie, più storia e letteratura italiane e anche la conoscenza della Bibbia.

L’assenza di ulteriori dettagli consente di ragionare liberamente sui temi proposti. Si può premettere un vecchio adagio: è il tono che fa la musica.

Una lingua in più non può far male. Nemmeno una lingua, come il latino, che non si parla nella quotidianità, ma è invece presente in ogni aspetto della cultura a livello globale. Il latino, se trattato bene, allarga lo sguardo.

Conoscere la Bibbia è addirittura un dovere civico, prima ancora che un fatto religioso. La Bibbia appartiene alla storia dell’umanità. È un classico, come lo sono le tradizioni del passato che hanno lasciato tracce importanti nei monumenti, nelle immagini, nel pensiero. Visitare un museo senza conoscere la Bibbia è come farlo bendati.

La storia e la letteratura italiane? Certamente è necessario che i cittadini acquisiscano quella prospettiva storica che l’individualismo imperante (il culto dell’attimo) tende a cancellare. Chi sa ragionare tenendo presenti passato e futuro è più difficile da manipolare. Serve conoscere la storia del proprio quartiere, della città, della regione e la storia del proprio Paese, ma inserita nella storia d’Europa e del mondo (senza le quali non si comprende nemmeno quella d’Italia).

Il ministro dichiara: “Non avremo una scuola più sovranista, ma una scuola più seria”.

Se invece si tratta di un rigurgito identitario che vuole sottolineare l’italianità in quanto tale (ma sul concetto stesso di italianità si potrebbero aprire lunghe e vivaci discussioni), riesumando il latino come lingua degli avi (di fronte alla lingua dei “barbari”), la Bibbia a sottolineare le radici giudaico-cristiane (in contrapposizione, ad esempio, all’islam), la letteratura e la storia d’Italia come strumenti di identity building (uso appositamente l’inglese…), allora no grazie.

Autore: Paolo Bill Valente

Stani Smiraglia è di nuovo Stani Labonia!

Per i bolzanini che seguivano il mondo musicale locale di fine anni Sessanta, il nome di Stanislao Smiraglia è sicuramente associato alle band studentesche come i Brahms – in cui militava anche il compianto Alessio Oss Omer – e al suo ruolo di bassista (suonava un Hofner come quello di Paul McCartney) nella storica Doctor Brown’s Fuzz Band. Quando la famiglia di Smiraglia decise di fare ritorno nell’originaria Napoli, per Stani fu un po’ un trauma.

“Venivo da Bolzano – ci racconta –, che per me e i miei coetanei era la porta verso l’Europa, a Bolzano si trovavano i dischi, c’era una scena stimolante, c’era da suonare. A Napoli ci ho messo un po’ per trovare il mio posto, la gente mi guardava strano per via del fatto che avevo i capelli lunghi, e lì non si trovavano i dischi dei Pink Floyd e degli altri gruppi che mi piacevano”.

Col tempo però, Stani avrebbe scoperto che c’era anche una Napoli diversa, più affine al suo mondo: dapprima conobbe Alan Sorrenti e sua sorella Jenny, poi fece amicizia con Tony Cercola, Pino Daniele, Enzo Avitabile, quindi frequentò gli Osanna, Il Balletto di bronzo e persino il futuro maestro Peppe Vessicchio! Nel 1978 col nome d’arte di Stani Labonia pubblicò il suo primo LP, Amarsi, nato proprio all’ombra di quella rigogliosa scena musicale.

“Per la verità la musica credevo di averla messa definitivamente da parte – ci spiega Smiraglia – dopo la mia esperienza discografica degli anni Settanta. Fa parte della mia natura, quando un amore finisce, sia esso sentimentale o di altra natura, come quello per la musica, lo considero finito. Il passato scompare, insomma. Dopo un LP e un paio di singoli litigai col mio produttore, quel Vincenzo Micocci che era stato metaforicamente ucciso da Alberto Fortis nella sua Milano e Vincenzo. Avevo capito che non era intenzionato ad investire seriamente su di me e in quel momento è stato come se la musica si fosse annullata”.

Smiraglia smise di comporre, di cantare, anche di ascoltare musica, per almeno vent’anni, mentre riprese a seguire il mondo musicale intorno al 2000, ma senza farsi coinvolgere. Fino a due anni fa circa.

“Nel 2022 – prosegue nel suo racconto – la mia famiglia ha subito il dramma della scomparsa di mio figlio Davide, a cinquant’anni, e questo mi ha sconvolto. è stata una cosa veloce e durissima; Davide era un musicista, un bravo pianista, suonava in una tribute band dei Genesis, guarda caso uno dei miei gruppi preferiti quando lui era un bimbo. Venuto in possesso di alcuni provini registrati da Davide, ho cominciato ad ascoltarli e ad un certo punto le porte della musica si sono riaperte, ho sentito il bisogno di tornare a scriverne, a cantare. Fare questo disco è stato terapeutico, un modo per ricomporre una frattura, così a quarantasette anni dall’uscita del mio precedente LP con lo pseudonimo di Stani Labonia, sono tornato con quello stesso nome sulle scene musicali”.

Di nuovo!, questo l’azzeccato titolo del disco pubblicato da Retro Records con distribuzione Audioglobe, è un prodotto godibilissimo, non certo allegro, ma denso d’ispirazione, fatto col cuore e con la testa, registrato praticamente a casa con l’aiuto di alcuni amici del figlio, che ben volentieri si sono messi a disposizione.

“Era fondamentale per me – puntualizza Smiraglia/Labonia – che la musica che mi era uscita da dentro non rimanesse lì. La musica è comunicare, non è una cosa autistica, è etero riflessiva, riguarda anche gli altri, è empatica”.

Le canzoni di Di nuovo! si lasciano ascoltare, trasportano, come trasporta la voce matura, ma non vecchia, dell’autore che in certi momenti ricorda il modo in cui Battiato raccontava e scandiva le parole cantando. Gli interventi di Antonio Catalano e Francesco Vitiello alle chitarre, di Francesco Albano al piano, calzano a pennello sulle composizioni. Ciliegina sulla torta, in due brani Stani ha usato anche delle registrazioni provenienti dai demo di suo figlio Davide, e tra queste spicca la bellissima e commovente Adieu, posta in chiusura del disco. E, per non dimenticare i propri natali bolzanini, Smiraglia, che è anche autore dell’eloquente disegno di copertina, ha usato una foto scattata da Gino Insabato e affidato il packaging a Ronny Lorenzoni, due dei suoi compari nella vecchia Doctor Brown’s Fuzz Band.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

L’arte e la buona cucina

Paolo “Toldo” Quaresima, meranese fino al midollo dal 1962, scout, maturità classica al liceo “Giosuè Carducci” di Merano nel 1981, servizio civile presso l’associazione “La strada – der Weg”, diploma all’accademia di Belle Arti a Venezia nel 1986. Da allora dipinge e poi cucina.

La cosa che mi piace di me.

Al momento, i miei baffi.

Il mio principale difetto.

Sono un gran chiacchierone.

Il mio momento più felice.

Il mio matrimonio e la nascita di mio figlio.

Un libro sull’isola deserta.

Orgoglio e pregiudizio.

L’occupazione preferita.

Dipingere.

Il paese dove vorrei vivere.

Un’isola piuttosto piccola.

Il piatto preferito.

ParmigianaPolpetteZuppaIngleseTrippaFritturaDiPesce.

Non sopporto…

Le pubblicità dei materassi.

Per un giorno vorrei essere.

L’incredibile Hulk.

La mia paura maggiore.

Il dolore delle persone a cui voglio bene.

Nel mio frigo non manca.

… quasi niente, è sempre zeppo.

Se fossi un animale sarei.

Kung Fu Panda, Po!

Mi sono sentito orgoglioso quando…

Mio figlio si è laureato.

Il capriccio che non mi sono mai tolto.

Un vecchio Land Rover Defender.

Il giocattolo che ho amato di più.

Soldatini, Meccano, Lego.

I miei poeti preferiti.

Ungaretti, Turoldo, Rilke, Cardenal.

I miei pittori preferiti.

Tantissimi… Mancini, Bonnard, Piazzetta, Vrubel, Caravaggio, Afro, Veronese, Casorati, Velasquez, Chagall.

Il dono di natura che vorrei avere.

Gli occhi di Monet.

Dico bugie solo…

Mi beccano subito.

Dove mi vedo fra dieci anni.

A dipingere.

Il colore che preferisco.

Il blu.

L’ultima volta che ho perso la calma.

La perdo sempre alla lettura delle notizie.

Autore: Marco Valente

A spasso fra le fontane di Salorno

Sono belle, apprezzate e anche molto preziose le fontane che caratterizzano la storia e l’architettura di Salorno. Si tratta di piccoli monumenti che vogliono ricordarci ricordano che la nostra memoria  scorre anche attraverso l’acqua.

Facendo due passi tra le vie storiche di Salorno, salta all’occhio che molte fontane sono risalenti al XVIII e al XIX secolo. Il valore pratico di questi oggetti all’epoca era inestimabile e ancora oggi sono in grado di raccontarci il passato agricolo e commerciale del borgo. Di fatto il legame tra la comunità e le sue fontane ha radici molto profonde. “Un tempo le fontane erano divise in due – racconta Manfred Joppi, esperto del settore -. Per legge l’acqua si versava nella prima fontana, quella solo adibita all’abbeveraggio del bestiame, e chi sporcava l’acqua veniva multato. Poi l’acqua passava nella seconda fontana, quella utilizzata per il lavaggio dei panni. Le fontane servivano anche come approvvigionamento per l’antincendio”. Nel Medioevo, invece, erano essenziali al sostentamento quotidiano degli abitanti e degli animali da soma. Con il passare dei secoli c’è stata un’evoluzione verso un valore soprattutto culturale e simbolico da preservare. 

Alcune fontane sono caratterizzate da linee semplici e dall’essere costruite con materiali locali. Altre sono impreziosite da dettagli gotici e barocchi, rivelando l’influenza delle correnti artistiche che hanno attraversato la zona. Oltre essere testimoni silenziose della vita del borgo, le fontane sono state punti d’incontro, e quindi di socialità, e oggi sono luoghi in cui passato e presente si intrecciano armoniosamente. Recentemente sono state restituite all’antica bellezza grazie a importanti lavori di restauro, e continuano ad offrire acqua potabile ai passanti. “Sono dieci, ma in origine erano sette, tutte collegate all’acquedotto centrale – continua Joppi – Sono stati investiti molti soldi per la costruzione e per la manutenzione.” 

Tra le più significative spicca la Fontana dei Delfini: con la propria eleganza marmorea si erge dinanzi all’edificio comunale. Realizzata in marmo bianco, in una nota sul sito del comune è ricordato che “si ispira all’originaria fontana barocca (1776) di Antonio Giongo, scultore di chiara fama e figlio di Francesco Giongo, famoso autore della fontana del Nettuno in Piazza Duomo a Trento”.

“La fontana originaria, posizionata nella piazza del paese basso e ormai perduta, era completata dalla statua di un Ercole. L’eroe, vestito con la pelle di leone, brandiva la clava e poggiava su dei delfini – prosegue il testo -. Il tema iconografico dell’Ercole vittorioso sulle acque, simboleggiate dai delfini, è da collegare agli sforzi che in quegli anni furono intrapresi per regolare il corso dell’Adige, dopo le infinite e disastrose alluvioni che colpirono più volte il paese. L’originale è stato smontato durante l’invasione francese e la statua di Ercole è sparita”. 

“In quegli anni la popolazione compì grandi sforzi per fare i lavori necessari a domare l’Adige – prosegue Joppi -. La convinzione era quella di far vedere che l’intelligenza umana aveva vinto sulle catastrofi naturali. Ma non fu così perché un’altra alluvione colpì la zona. Venne rifatta la piazza e si pensò bene di non mettere più l’Ercole ma tenere i delfini. Questo perché si spera che la statua mancante venga ritrovata”.  Un’altra fontana, oggi riprodotta con dimensioni più ridotte e moderne, si trova a lato dell’incrocio nord di via Trento. Osservando una vecchia fotografia ritrovata alcuni anni fa dall’amministrazione comunale, si scopre che era centrale nella disposizione urbanistica del paese. “Fino agli anni 60 era fuori dalla Locanda alla Rosa. Poi è stata tolta, perché ostruiva il traffico”, ricorda Joppi.

Autore: Daniele Bebber

La via dedicata a Giovanni Keplero

Via Giovanni Keplero è una delle due vie, a Bolzano Sud, quartiere di Oltrisarco, dedicate ad astronomi (Keplero e Copernico). 
Johannes Kepler era nato il 27 dicembre 1571 a Weil der Stadt, nei pressi di Stoccarda; spostatasi la famiglia a Leonberg, Johannes si iscrisse all’Università di Tubinga; fu nel corso di teologia che gli fu trasmessa la passione per l’astronomia, introducendolo alle due cosmologie, quella geocentrica, tradizionale, di Aristotele, e quella eliocentrica, innovativa, di Copernico. A Graz, dove fu supplente di matematica presso la Scuola evangelica, Keplero coltivò la matematica ma anche l’astronomia. La prima opera di astronomia di Keplero, il “Mysterium cosmographicum”, fu composta nel 1597, anno del matrimonio con Barbara Müller von Mühleck; in tale opera Keplero sostenne che il sole è al centro dell’universo e che intorno ad esso ruotano i pianeti, seguendo orbite circolari. Nel 1600 dovette lasciare Graz; fu assunto a Praga da Tyco Brahe (1546-1601), astronomo di corte di Rodolfo II d’Asburgo (1552-1612); Keplero gli succedette  come matematico e astronomo. Dalle osservazioni del pianeta Marte uscì “l’Astronomia nova”. Nel 1610 pubblicò la “Dissertatio cum nuncio sidereo” a sostegno di Galilei; lo fece anche con la “Narratio de Jovis satellibus”, del 1611, anno anche della “Diottrica”, con la spiegazione del principio su cui si basa il telescopio astronomico. Deceduto nel 1612 Rodolfo II, Keplero ritornò in Austria per assumere a Linz l’incarico di matematico provinciale degli Stati superiori. Nel 1619 pubblicò gli “Harmonices Mundi”, contenente la “terza legge di Keplero”. Nel libro del 1621, “Epitome astronomiae copernicanae”, Keplero estese le tre leggi del moto a tutti i pianeti del sistema solare. Nel 1627, trasferitosi a Ulm, pubblicò le “Tabulae Rudolphinae”: viene riproposta posizione delle oltre mille stelle catalogate da Tyco Brahe. Johannes Kepler morì a Ratisbona il 15 novembre 1630.

Autore: Leone Sticcotti

Bolzano-Trento: una vita universitaria in treno

Federica Santachiara – studentessa dell’ultimo anno di un corso di laurea magistrale in Management e imprese ibride e sostenibili presso l’Università di Trento – ci racconta il perché abbia scelto di essere pendolare e di non risiedere a Trento. 

Perché hai scelto di frequentare l’università a Trento?

In primis perché e considerata una delle università migliori in Italia per economia; inoltre ho iniziato l’università con il covid e se fossi andata in un’altra città mi sarei dovuta trasferire per poi non uscire di casa e senza la possibilità di frequentare le lezioni mentre a Trento, quando davano la possibilità, mi era possibile. Essendomi trovata bene in triennale ho deciso di continuare, anche perché il corso che alla fine ho scelto mi interessava e perché conoscevo già l’ambiente. 

La decisione di fare la pendolare a cosa è dovuta?

Ho deciso di fare la pendolare perché ho sempre avuto poche lezioni a settimana, la maggior parte delle volte avevo solo una lezione al giorno e nemmeno tutti i giorni quindi trasferirmi a Trento sarebbe stato un costo inutile.

Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di questa scelta? 

Per quanto riguarda gli svantaggi: innanzitutto fa perdere davvero molto tempo; infatti, oltre all’ora di treno vanno considerati anche gli altri spostamenti. Poi c’è la vita sociale, infatti non rimanendo molto a Trento dopo le lezioni non ho la possibilità di vivere a pieno la vita universitaria e stringere molti rapporti, anche se sono riuscita a fare nuove amicizie. In più non avendo un appartamento,  per uscire la sera a Trento devo sempre trovare qualcuno che mi ospiti. I vantaggi, invece, sono sicuramente il risparmio sull’affitto e l’organizzazione dei tempi, soprattutto in sessione, per attività come pulire la casa o fare la spesa. Inoltre, fare la pendolare mi ha permesso di conoscere nuovi amici pendolari come me e di Bolzano. Ci si adatta a tutto, infatti molte volte sfrutto il tempo del viaggio per portarmi avanti con lo studio. Sicuramente uno dei migliori pro è riuscire a passare il tempo con i miei amici bolzanini.

L’università tiene conto della presenza degli studenti pendolari?

Non saprei valutare se l’università tenga effettivamente conto dei pendolari. Fortunatamente io non ho quasi mai avuto problemi con gli orari, perché le mie lezioni iniziano quasi tutte in tarda mattinata o comunque a orari ragionevoli, e finiscono tutte abbastanza presto. Tuttavia, so che in alcuni casi, per quanto riguarda altre facoltà, le lezioni vengono fissate molto presto la mattina e finiscono molto tardi la sera, non tenendo conto quindi delle difficoltà di chi non vive a Trento. 

Tre cose che cambieresti? 

Se dovessi scegliere tre cose per migliorare la mia vita da pendolare innanzitutto vorrei venissero aggiunti anche altri treni la mattina, perché a causa del “buco” tra le 9 e le 11 molto spesso sono costretta  a prendere il treno molto prima dell’inizio della lezione per poi dover aspettare a Trento, oppure sono costretta a rimanere a Trento dopo le lezioni perché non ci sono treni di ritorno.
Poi se non ci fossero tutte le problematiche ricorrenti di cancellazioni e ritardi, la vita da pendolare sarebbe molto più leggera e meno stressante. Infine, vorrei un po’ più di compagnia visto che nei miei spostamenti in treno alla fine sono quasi sempre da sola.

Autrice: Anna Michelazzi

Formiche


I giorni della merla non sono più i giorni della merla. Le giornate di ghiaccio in pianura sono ormai scomparse e nei fondivalle alpini si contano sul palmo di una mano. La quota neve è rilegata sempre più in alto, mentre quella che cade dal cielo, a quote calpestabili al di qua delle Alpi, assume le sembianze di un miraggio e dura quanto il volo di effimere adulte. La tempesta Eowyn che ha flagellato Irlanda e Irlanda del Nord, e lasciato a picco oltre un milione di utenze elettriche, ha di fatto spalancato la Porta Atlantica (via del Rodano) dispensando precipitazioni nel Mediterraneo, seppur con  l’inusuale caratteristica di perturbazioni a stampo autunnale in pieno gennaio, ergo tuoni, fulmini e downburst. Le sparute magnolie di piazza Domenicani a Bolzano, che in estate regalano ancora un’ombra risibile, e paiono come uova al tegamino, attorniate tra sampietrini e lastricati roventi, sfoderano appena percettibili e incastonate sui rametti gemme primordiali, ad accennare l’ardire primavera. In queste trasformazioni si muove e si compie la nostra vita, come formichine in un percorso ad ostacoli, distaccata o concitata che sia, ridotta ormai a confrontarsi, se va bene, quasi esclusivamente, e per ogni situazione con il meccanismo economico ad empatia ridotta. Noi abbiamo bisogno di dormire per essere prestanti, ma i soldi non dormono mai. La contraddizione è dunque vivere su un globo terracqueo chiuso e con un sistema di approvvigionamento finito, in cui esaurite tutte le scorte non ci resterebbe che mangiare i soldi; fritti saranno sicuramente buoni! Ma abbiamo soprattutto la necessità di aiutare gli altri e le persone meno fortunate di noi, per stare bene con noi stessi ed allontanarci dal nostro ego. Il nostro equilibrio dipende in gran parte dalla natura, che, come Madre, ci insegna non solo a vedere e a guardare, bensì ad osservare ogni minimo dettaglio e a rapportarlo nel presente. Nei nostri boschi le formiche costruiscono enormi nidi sotterranei tramite gli aghi di conifere e in caso di attacchi esterni secernono l’acido formico per far fuggire i predatori. Corvi e ghiandaie, per esempio, stuzzicano le formiche rosse per ricevere un bagno di acido formico e debellare così i loro parassiti, mentre i picchi si infilano nei formicai per farne incetta. In città, nel BalconORTO la presenza di formiche è legata alla melata che afidi, cocciniglie e psille emettono mentre banchettano con le nostre piante e, sempre loro, provvedono alla difesa di questi fitopatogeni per continuare a nutrirsi; oppure perché sono richiamate dai residui di cibo e da calde intercapedini dove vivono al sicuro. Incredibile la storia che proviene dal Kenya, a che vi invito ad approfondire, dove una specie alloctona ha praticamente messo in crisi l’intera catena alimentare (cfr. formica a testa grossa, Pheidole megacephala).

Autore: Donatello Vallotta

Una vita con la divisa

Qui Intervista a Irma Matteazzi, che è originaria di Ora. madre di due figli, ha lavorato per 30 anni al Comune di Laives, nel corpo di Polizia locale. Dal 2023 è responsabile della Polizia locale di Egna.

La cosa che mi piace di me. 

La caparbietà.

Il mio momento più felice. 

Quando sono andata a vivere da sola.

Il libro sull’isola deserta. 

Una bibbia.

La mia occupazione preferita. 

Il mio lavoro.

Il paese dove vorrei vivere. 

La Bassa Atesina è il top!

Il mio piatto preferito. 

La pizza “Margherita” con origano. 

Non sopporto… 

Le persone che non si impegnano ad ascoltare. 

Per un giorno vorrei essere… 

Nessuno, mi piace essere me stessa, con pregi e difetti.

La mia paura maggiore. 

Forse la maggiore è aver paura di annegare per uno straripamento.

Nel mio frigo non manca…

Sicuramente il latte e qualche birretta fresca.

Se fossi un animale sarei. 

Facile, una gatta. Adoro i gatti e loro amano me.

Mi sono sentita orgogliosa… 

Quando ho vinto il concorso a Egna rimanendo l’unica concorrente in graduatoria dopo le selezioni.

Il mio motto.

Non mollare mai! Nonostante le molte difficoltà che la vita ci presenta dobbiamo essere convinti che c’è sempre la possibilità di ricominciare nella vita: lavorativa, famigliare, sentimentale e in molti altri ambiti!

Il giocattolo che ho amato di più. 

“Mirella”, una bambola gialla di stoffa con la testa di plastica; quand’ero piccola era sempre con me, tra l’altro forse la ho ancora in cantina da mia madre. Poi ho amato moltissimo la Barbie, ci giocavo ore con le mie amiche, facendo volare pomeriggi interi.

Il dono di natura che vorrei avere 

Ridiamoci sopra… 10 cm di altezza in più!

I miei pittori preferiti. 

Gustav Klimt, mi piace il suo approccio armonioso che vede l’intersecarsi di geometrie e di ricche decorazioni nei suoi quadri. 

Dove mi vedo fra dieci anni. 

Mi piacerebbe essere in pensione e poter avere tempo da dedicare a me stessa.

Da bambina sognavo…

Un sogno comune a quelle bambine che ora hanno la mia età, era di fare la parrucchiera. Da piccola non ho mai pensato che avrei portato la divisa.

Autore: Daniele Bebber

Elisa Morra e il mestiere della cardiologa, vissuto con grande passione

Elisa Morra è stata sostituto del direttore e responsabile della struttura prove funzionali dell’Unità Operativa Complessa di Cardiologia dell’Ospedale di Merano. Nell’ambito del club Soroptimist si è già spesa molto per porre l’accento sulle malattie cardiovascolari nel sesso femminile sottolineando come esse siano la prima causa di morte e ne ha evidenziato le differenze sia sul piano clinico che anatomopatologico rispetto al sesso maschile.

Dottoressa Morra lei è una cardiologa, qual è il corso di studi che conduce a questa difficile professione?

Dopo la maturità classica conseguita a Mantova dove abitavo, ho effettuato il successivo percorso di studi presso la università di Padova, scelta motivata dalla vicinanza alla residenza e dal prestigio dell’ateneo.  Il corso di laurea è della durata di 6 anni cui è conseguito un periodo di tirocinio postlaurea e poi il corso di specializzazione in cardiologia della durata di 4 anni. Allora non esisteva ancora il numero chiuso per l’accesso alla facoltà, eravamo 3000 matricole, la selezione è stata molto dura con un numero elevato di abbandono, tanto che alla fine del corso ci conoscevamo tutti. Comunque nella nostra professione non si finisce mai di studiare e di imparare, l’aggiornamento deve essere continuo perché la medicina fa enormi passi sia in campo diagnostico che terapeutico.

Lei è emiliana, cosa la condusse a Bolzano e quando?

Potrei rispondere con il titolo di un libro, ovvero “va dove ti porta il cuore “. Ho conosciuto mio marito a Padova, frequentavamo lo stesso corso di studi, lui è di Bolzano, di madrelingua tedesca, aveva già conseguito il patentino di bilinguismo e vinto un concorso presso l’ospedale di Bolzano, per cui nel 1983 ci siamo sposati e da allora vivo a Bolzano.

Per la sua professione dovette studiare il tedesco? Fu dura? Quali strategie di studio le consentirono in breve tempo di ottenere il patentino? 

Ho studiato il tedesco partendo dalle basi, ho fatto un corso a Padova presso il Goethe-Institut durante la specializzazione in cardiologia, poi a Bolzano i corsi organizzati dalla provincia e anche lezioni private. Non la ho trovata una lingua così difficile come dicono, forse perché avendo studiato latino per 7 anni sono stata facilitata per le regole grammaticali. Indipendentemente dal risultato che avrei conseguito, ho sempre ritenuto che   l’apprendimento di una lingua straniera sia un arricchimento culturale oltre che una grande opportunità.

Da donna e da italiana come fu accolta dai colleghi in reparto? 

Sono stata sempre ben accolta dai colleghi nonostante fossi donna e di madrelingua italiana.

Quali ostacoli riuscì ad infrangere a quali invece le impedirono di evolvere nella sua carriera? 

Pur essendo donna in un ambiente di lavoro a quel tempo prevalentemente maschile, sono riuscita a rapportarmi positivamente con tutti i colleghi/e di ambedue i gruppi linguistici e con i pazienti. Un ostacolo che mi rallentò nella progressione della carriera è stata la rigida attuazione a quei tempi della proporzionale etnica.

Lei è anche madre e oggi nonna felice, cosa significò la sua maternità in ambito lavorativo? Rientrata al lavoro dopo il consueto periodo di maternità dovette cambiare qualcosa nel ritmo e nell’impegno? 

Io ho avuto un solo figlio quando svolgevo libera professione facendo guardie mediche in val di Fiemme e supplenze dei medici di base per cui il mio periodo di assenza dal lavoro è stato molto breve. Nel 1989 sono stata assunta all’ospedale di Merano quando mio figlio aveva 4 anni e frequentava già la scuola materna. Conciliare lavoro e famiglia è stato molto difficile anche perché mio marito aveva lo stesso impegno nell’ospedale di Bolzano. Ho avuto la fortuna di avere suoceri ancora giovani e in buona salute che ci hanno aiutato molto.

Questo la penalizzò sul piano della carriera? 

Nel mio caso la maternità non ha influito sulla carriera ma mi ha imposto di conciliare al meglio, direi quasi al minuto, la vita familiare e lavorativa 

Come medico e come donna cosa vorrebbe raccomandare alle ragazze e alle giovani donne? 

Considerando che 1/3 del nostro tempo lo trascorriamo al lavoro, consiglio alle giovani di scegliere una professione che piaccia, non basata esclusivamente su prospettive di carriera e guadagno. Se le persone sono motivate – e le giovani di oggi lo sono spesso, si possono raggiungere comunque, pur con mille difficoltà gli obiettivi, che si sono proposti.
A loro posso dire di non scoraggiarsi di fronte alle difficoltà e non demordere. La vita non è sempre facile e le difficoltà aiutano anche a crescere.

Se dovesse ricominciare da zero cosa cambierebbe? 

Non cambierei nulla, ho amato il mio lavoro e penso di averlo svolto con impegno e dedizione. Per me che lo ho scelto resta un lavoro meraviglioso. Quello del lavoro è stato un periodo  anche molto faticoso, sia fisicamente che psicologicamente, ma sono stata ricompensata dalla fiducia e dalla gratitudine dei pazienti.

Autrice: Rosanna Pruccoli