Formiche


I giorni della merla non sono più i giorni della merla. Le giornate di ghiaccio in pianura sono ormai scomparse e nei fondivalle alpini si contano sul palmo di una mano. La quota neve è rilegata sempre più in alto, mentre quella che cade dal cielo, a quote calpestabili al di qua delle Alpi, assume le sembianze di un miraggio e dura quanto il volo di effimere adulte. La tempesta Eowyn che ha flagellato Irlanda e Irlanda del Nord, e lasciato a picco oltre un milione di utenze elettriche, ha di fatto spalancato la Porta Atlantica (via del Rodano) dispensando precipitazioni nel Mediterraneo, seppur con  l’inusuale caratteristica di perturbazioni a stampo autunnale in pieno gennaio, ergo tuoni, fulmini e downburst. Le sparute magnolie di piazza Domenicani a Bolzano, che in estate regalano ancora un’ombra risibile, e paiono come uova al tegamino, attorniate tra sampietrini e lastricati roventi, sfoderano appena percettibili e incastonate sui rametti gemme primordiali, ad accennare l’ardire primavera. In queste trasformazioni si muove e si compie la nostra vita, come formichine in un percorso ad ostacoli, distaccata o concitata che sia, ridotta ormai a confrontarsi, se va bene, quasi esclusivamente, e per ogni situazione con il meccanismo economico ad empatia ridotta. Noi abbiamo bisogno di dormire per essere prestanti, ma i soldi non dormono mai. La contraddizione è dunque vivere su un globo terracqueo chiuso e con un sistema di approvvigionamento finito, in cui esaurite tutte le scorte non ci resterebbe che mangiare i soldi; fritti saranno sicuramente buoni! Ma abbiamo soprattutto la necessità di aiutare gli altri e le persone meno fortunate di noi, per stare bene con noi stessi ed allontanarci dal nostro ego. Il nostro equilibrio dipende in gran parte dalla natura, che, come Madre, ci insegna non solo a vedere e a guardare, bensì ad osservare ogni minimo dettaglio e a rapportarlo nel presente. Nei nostri boschi le formiche costruiscono enormi nidi sotterranei tramite gli aghi di conifere e in caso di attacchi esterni secernono l’acido formico per far fuggire i predatori. Corvi e ghiandaie, per esempio, stuzzicano le formiche rosse per ricevere un bagno di acido formico e debellare così i loro parassiti, mentre i picchi si infilano nei formicai per farne incetta. In città, nel BalconORTO la presenza di formiche è legata alla melata che afidi, cocciniglie e psille emettono mentre banchettano con le nostre piante e, sempre loro, provvedono alla difesa di questi fitopatogeni per continuare a nutrirsi; oppure perché sono richiamate dai residui di cibo e da calde intercapedini dove vivono al sicuro. Incredibile la storia che proviene dal Kenya, a che vi invito ad approfondire, dove una specie alloctona ha praticamente messo in crisi l’intera catena alimentare (cfr. formica a testa grossa, Pheidole megacephala).

Autore: Donatello Vallotta

L’identità alpina e le grandi migrazioni

In un’epoca in cui si discute quotidianamente di “migranti”, ci si sofferma poco su un’altra domanda cruciale: chi sono veramente i “nativi” o “Ureinwohner” attorno a noi? Qual è il segreto che si cela nella loro storia personale e collettiva? E, soprattutto, siamo davvero così stanziali come ci piace pensare? 

La scienza moderna e approfonditi  studi linguistici ci offrono risposte sempre più sorprendenti ed esaustive, raccontando la storia delle migrazioni che hanno plasmato l’identità europea – e quindi nostra – attraverso l’analisi del Dna e della lingua dei nostri antenati.

Circa 60000 anni fa, un gruppo di “sapiens” lasciò l’Africa, dando il via alla colonizzazione del pianeta. Dopo 15000 anni, i loro discendenti raggiunsero l’Europa centro-meridionale attraverso il Medio Oriente. Erano persone dalla carnagione scura e con occhi chiari. L’Europa era in gran parte ricoperta da un imponente strato di ghiaccio e nei pochi luoghi vivibili si erano ritirati gli uomini di Neanderthal, arrivati dall’Africa moltissimo tempo prima. I primi Europei “moderni”, cacciatori e raccoglitori, vissero dunque fianco a fianco con costoro per molti millenni fino alla loro misteriosa scomparsa, avvenuta circa 40000 anni fa. Ciò nonostante, il loro Dna non si è del tutto estinto: ancora oggi il 2% del genoma degli Europei proviene dai Neanderthal, che dunque si sono sicuramente “mescolati” con i sapiens. Solo gli Africani rimasti in Africa ne sono privi.

Dopo il graduale ritiro dei ghiacciai wurmiani e il conseguente riscaldamento climatico, circa 14500 anni fa questi primi Europei iniziarono a spostarsi anche verso nord. Si parla di poche migliaia di persone, che seguirono i fiumi e attraversarono il continente nuovamente ricoperto di fitte foreste. Tracce significative di queste popolazioni sono state trovate anche nella valle dell’Adige, che prima di allora (mesolitico) non risulta essere mai stata frequentata: in misura maggiore in Trentino ma anche in Alto Adige. Le spedizioni estive dei cacciatori “trentini” raggiunsero in particole località lungo la cresta della Mendola e della Val di Non: Sas de la Prieda, Rifugio Mezzavia, Monte Roen, Malga Romeno, Macaion, Penegal sono solo alcuni siti in cui è dimostrato il passaggio e il soggiorno sottoroccia di queste primordiali comunità specializzate nella caccia a caprioli, camosci e cinghiali. Nel fondovalle, i siti rinvenuti sono tuttora pochi ma significativi: San Giacomo di Laives e Castel Firmiano i più importanti.

Circa 8.000 anni fa, una seconda ondata migratoria arrivò dall’Anatolia, nell’odierna Turchia. Questi uomini e donne erano agricoltori. La cosiddetta rivoluzione neolitica trasformò l’Europa, portando una nuova economia basata sulla coltivazione dei campi e l’allevamento di animali. I contadini neolitici si insediarono nei loro villaggi non più in altura ma sui conoidi del fondovalle, i terrazzamenti e a mezzacosta.  Circa 5.400 anni fa, dovettero accogliere una nuova cultura, portata dai guerrieri nomadi Yamnaia provenienti dalle steppe russe e ucraine. Con sé portarono la ruota e i carri, i cavalli e, purtroppo, anche la peste, che decimò la popolazione locale. Questi nuovi abitanti si mescolarono con i contadini neolitici, imponendo la loro lingua proto-indoeuropea che ancora oggi forma la base di molte lingue moderne come le lingue latine, germaniche e slave. 

Non fanno parte di questa famiglia linguistica il Basco, l’Etrusco e il Retico della zona alpina, che probabilmente sono sopravvissuti dall’epoca anatolica e possono essere considerate lingue “autoctone”. Per quale ragione questi idiomi non-indoeuropei siano sopravvissuti ancora non si sa – ed anche questa sarebbe una storia interessante da scoprire e raccontare.

Insomma, è evidente che siamo tutti figli di viaggiatori, il risultato di migrazioni e mescolanze che hanno attraversato millenni. Dai cacciatori e raccoglitori africani ai contadini anatolici, dai nomadi Yamnaia agli uomini di Neanderthal, il nostro Dna è una testimonianza vivente di come i confini culturali e biologici siano sempre stati fluidi.

Autore: Reinhard Christanell

Par

Nel golf questa parola indica la normalità, ovvero il numero ideale di colpi fissato per ciascuna buca. Ma è incredibile quante parole nella lingua italiana cornicino con queste tre lettere e possano essere chiamate in causa per guardare in prospettiva alle prossime elezioni comunali, in programma nella nostra provincia all’inizio del mese di maggio.
La prima cosa che possiamo fare è auspicare che gli elettori vogliano fare un passo indietro rispetto al trend che hanno dimostrato nelle precedenti consultazioni, disertando le urne sempre di più. La qualità – non solo della politica ma dell’intera nostra società – è infatti legata alla partecipazione. Nessuno deve sentirsi escluso, tutti devono poter percepire che il loro apporto non può che essere pari o paragonabile a quello degli altri. Tutti devono poter esprimere, periodicamente, il loro parere sull’operato dei politici e dei partiti. Ognuno esprime il voto partendo dalla sua posizione per forza di cose particolare, ma è invitato a farlo senza paraocchi.
Molti di noi provano un certo fastidio quando osservano le campagne elettorali, vissute sempre di più come delle partite personali di tutti contro tutti e non come delle occasioni per fare uno sforzo insieme per partorire minimi comuni denominatori, punti di condivisione, idee nuove volte a promuovere convergenze di intenti, tra i vari partner. Sì, perché la politica dovrebbe essere vissuta sempre di più come un’occasione per fare a gara nell’individuare soluzioni ai problemi e non a trovare vie più o meno legittime per essere paracadutati in un posto pubblico di sindaco, assessore e consigliere, per poi scaldare la sedia dando il benché minimo contributo per migliorare le cose.
Certo, ci sono poi anche i temi terra terra. A Bolzano i parcheggi vanno per la maggiore, specie la prospettiva del posto auto sotto casa, considerato ormai da troppi come l’unica cosa importante. Oppure i parchi pubblici, che nel capoluogo sono senz’altro troppo pochi rispetto al verde privato.
Alle elezioni comunali del 4 maggio mancano solo tre mesi. Iniziamo fin d’ora a pensare anche noi al percorso che ci porterà a raggiungere una buca, quella dell’urna in cui potrebbe essere posta la nostra scheda elettorale. In essa sarà sintetizzata la nostra indicazione a coloro che avremo scelto di rappresentarci, per risolvere non solo i nostri piccoli problemi ma anche quelli delle nostre comunità. Nessuno escluso.

Autore: Luca Sticcotti

Tra Benin e Togo nel nome della pace

“Bonne arrivée! Accomodatevi, arrivo subito con dell’acqua così poi possiamo cominciare a parlare…”. Con un sorso d’acqua, ovvero un piccolo gesto di ospitalità. È così che sono cominciati molti degli incontri che alcuni soci dell’associazione Pozzo di Giacobbe Jakobsbrunnen e i giovani scout di Merano – sette persone in tutto – hanno vissuto nel loro recentissimo viaggio tra Benin e Togo.

Siamo partiti con qualche domanda, ma siamo tornati con il doppio degli interrogativi, se non il triplo. In un certo senso, quindi, ci siamo arricchiti – riconosce Sofia Rizzi, la più giovane della delegazione – “Alle persone che abbiamo incontrato abbiamo chiesto ‘cos’è per te la pace concreta?’, proprio perché prima di partire, anche con gli altri ragazzi scout, ci siamo detti che spesso tra pace e guerra c’è una ‘zona grigia’, fatta di paci effimere, di dialoghi mancati e di indifferenza. Quindi quale occasione migliore per approfondire il tema della pace raccogliendo i punti di vista addirittura da un altro continente”.

La pace ha bisogno di incontro, di scambio; ha bisogno di “saltatori di muri”, come direbbe Alex Langer, e di andare oltre se stessi. E “andare oltre” qualche volta significa anche viaggiare.
Il rischio è, però, quello di viaggiare con superficialità, e la sfida, quindi, è viaggiare “con stile”, cioè senza pregiudizi o, comunque, consapevoli di averne, e quindi nella libertà di mettersi continuamente in discussione.

Natitingou

“I primi giorni siamo stati alla casa-famiglia di Christine e Andrè a Natitingou, in Benin. Ciò che mi ha veramente colpito – racconta Matteo Ghione – è stata la loro filosofia di tenere le porte aperte a chiunque, offrendo calore familiare o anche solo un pasto a chi ne ha bisogno”.
Christine e Andrè hanno vissuto per diverso tempo in Italia, però poi hanno deciso di tornare, di spendersi completamente per la propria comunità e in particolar modo per i più vulnerabili. Oltre alla casa-famiglia, gestiscono un eco-centro: per puntare sulla raccolta e il riciclaggio di rifiuti, ma anche sulla formazione e la sensibilizzazione su temi ambientali. Una sfida urgente e quanto mai attuale.

La pace, l’ambiente, sono concetti dal sapore quotidiano per chi ha la promessa scout nel cuore. “Paradossalmente è grazie all’incontro con altri scout, dall’altra parte del mondo, che ci rendiamo conto di quanto sia importante questa proposta: i valori che l’accompagnano e che danno un orizzonte a questi bambini e ragazzi, educandoli alla cura della comunità, degli altri, dei più deboli. – spiega Nicola Balzarini – È qui che ci si misura, che si può fare la differenza: allenandosi all’attenzione verso i più piccoli e coloro che stanno ai margini. Ci siamo ritrovati gli uni accanto agli altri, come se fossimo parte di un’unica famiglia, rinvigoriti da un senso di fraternità, per esempio, durante la marcia della pace del primo dell’anno”.

Djougou

Dopo l’ospitalità di Christine e Andrè e lo scambio di visioni con gli scout, il viaggio è proseguito verso Djougou, sempre in Benin, per incontrare vecchi e nuovi amici, e visitare il pozzo realizzato in memoria di Lia Marzoli.

“Siamo arrivati al calar del sole – ricorda Ester Orso, nipote di Lia – in motocicletta, perché la strada è un sentiero che attraversa la savana. Abbiamo visto come la condivisione di un bene primario come l’acqua possa essere lo strumento ideale per favorire la coesione sociale. Ma è stato anche toccante vedere con i propri occhi come la nostra comunità, riunita intorno alla morte della nonna, abbia potuto realizzare una trasformazione concreta a favore di un’altra comunità in un altro angolo del mondo”.

Aniè

Sono ore e ore di strada, un confine e parecchie peripezie – per utilizzare un eufemismo – ciò che separa Djougou da Aniè, città nel centro del Togo dove è direttore scolastico don Emmanuel, prete e insegnante per vocazione.

Don Emmanuel parla cinque lingue molto bene, sei con il francese, l’italiano, si fa capire in inglese, e sa pure qualche frase in tedesco… In più riesce a comunicare ancora in un paio di altre lingue locali. “È davvero importante che i giovani sappiano le lingue, per riuscire a trasmettere il proprio messaggio. Come puoi farlo se non conosci le lingue? Imparare le lingue è necessario per entrare in sintonia”, bacchetta don Emmanuel, mosso dalla sua indole pedagogica. Si tratta senz’altro di un’affermazione che dà da pensare a un gruppo di sette meranesi-sudtirolesi, che si interrogano sulla pace e sul dialogo.

Pensieri

“Il mio primo pensiero? Atterrata in Africa, la sensazione è stata quella di essere tornati in un posto del mondo che puoi inspiegabilmente considerare ‘casa’. I colori, gli odori e la natura ti catapultano in una nuova e diversa realtà. – confida Ester, al suo secondo viaggio assieme al Pozzo di Giacobbe – Poi mi colpisce quel bisogno di ritornare a una dimensione comunitaria, ricca di solidarietà”, aggiunge.

Sofia è, invece, in difficoltà “perché il primo pensiero che ho avuto è stato: ma come racconto questo? Come faccio a raccontare quello che vedo, quello che sto vivendo? Ho paura di perdermi qualcosa o di semplificare troppo”.

“Forse abbiamo due percezioni del tempo diverse, – ammette Adele Aderenti – si dice che in Europa abbiamo l’orologio, mentre in Africa hanno il tempo. Questo inno alla lentezza è incarnato da molti, e a volte si scontra con la nostra frenesia. Appena si esce dalle metropoli, come Lomé e Cotonou, il tempo è ancora scandito dalla natura: il giorno e la luce, la notte e il buio, le piogge, la semina dell’igname e la raccolta dei manghi. Noi ci siamo scordati del ritmo della natura”.

Viaggiare “con stile” permette sempre di aggiornare la propria visione del mondo, affinché rimanga malleabile, “perché dobbiamo abbandonare quella presunzione di riuscire a capire il mondo in un batter d’occhio, soltanto guardandolo di sfuggita o leggendo un post scritto male”.

Tirando le somme: “belli i tramonti, i maestosi baobab, gli sparvieri che solcano i cieli annebbiati dalla polvere del Sahara, ma poi c’è dell’altro, in un’ottica di scambio, di relazione. Il rischio è di riempirsi gli occhi di un’Africa da romanzo, oppure di atteggiarsi da piccoli Babbi Natale, riducendo il “fare del bene” a un “mi fa sentire meglio”. Il desiderio, invece, è quello di incontrare, di instaurare relazioni autentiche con le persone, con cui realizzare uno scambio vero, allontanando quella tossica convinzione che “noi” abbiamo solo da dare e solo da insegnare”.

Autore: Marco Valente

La Memoria per risvegliare la Ragione dal sonno

La Giornata della Memoria – nell’ottantesimo dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz – si celebra in un mondo in cui la lezione della Storia è stata rimossa e i valori codificati nella Dichiarazione universale dei diritti umani messi in stand by. Dimenticati. A maggior ragione, la Memoria, per scuotere la Ragione dal sonno.

Viviamo nell’epoca in cui il presidente degli Stati Uniti annuncia “la più grande operazione di deportazione nella storia americana”, mentre l’estrema destra tedesca promette solennemente espulsioni e re-migrazione (applaudita dagli oligarchi d’Oltreoceano), in cui si pensa di poter risolvere i conflitti con le invasioni (o operazioni speciali), le azioni terroristiche ad alto impatto mediatico, il rapimento e la degradazione di ostaggi, il lancio confuso di missili, i bombardamenti indiscriminati (o chirurgici), l’uso di scudi umani (per lo più donne e bambini). Le persone e i popoli sono carne da cannone, merce buona per campagne elettorali dai toni razzisti o per mantenere il livello di tensione necessario a giustificare la sopravvivenza di un dato gruppo di potere. Anziché interrogarsi seriamente sulle cause delle situazioni e costruire con pazienza le premesse per possibili soluzioni, ci si limita a chiedere (in certi scenari sì, in altri no) che le armi tacciano (importante ma del tutto insufficiente) o si manifesta contro questo e contro quello, risuscitando vecchie ma radicate ideologie (tra cui l’antisemitismo). Anziché dare nuovo impulso al multilateralismo e allo sviluppo di “organizzazioni mondiali più efficaci, dotate di autorità per assicurare il bene comune mondiale, lo sradicamento della fame e della miseria e la difesa certa dei diritti umani fondamentali” (papa Francesco), si opta per accordi bilaterali validi fin quando conviene. Situazioni non molto differenti a quelle che portarono alla Seconda guerra mondiale.

In quest’epoca che “genera mostri” cade dunque l’ottantesimo anniversario della liberazione di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa, il 27 gennaio 1945. L’evento su cui si basa la Giornata della Memoria. L’Alto Adige, da cui il 16 settembre 1943 partì la prima deportazione di ebrei dal territorio italiano (da Merano) è particolarmente chiamato a rileggere la propria storia in relazione alle vicende di questi anni segnati dall’irrompere di un nuovo “sonno della ragione”.

Autore: Paolo Bill Valente

Altre strenne e intingoli vari…

Il termine è un po’ caduto in disuso, è vero, ma ogni tanto torna a fare capolino in particolare per indicare la pubblicazione di dischi o libri in occasione delle festività, ideali per essere scelti come regali a Natale. Il termine ha radici lontane, addirittura ricercabili nelle usanze dell’antica Roma, ed il suo significato sta ad indicare “il buon augurio”. Ci piace prenderlo in prestito per parlare di alcune recenti uscite, qualcuna più strenna delle altre, qualcuna strenna per niente, il periodo d’altronde è quello giusto e usare il termine a ferragosto risulterebbe fuori contesto.

Strenna contagiosamente ritmata e da non sottovalutare, è la recente pubblicazione di un singolo che vede collaborare per la prima volta due delle realtà musicali più in voga e importanti della scena locale: Shanti Powa e Herbert Pixner. Possiamo affermare senza tema di smentite che si tratta dei due nomi che hanno mietuto più successo e destato più interesse nell’ultimo decennio, spopolando all’estero, autogestendosi entrambi sia per quanto riguarda il management, sia per la gestione di un’etichetta indipendente che dà spazio anche ai progetti dei singoli componenti. Si badi bene che la collaborazione con gli Shanti Powa è circoscritta al solo Pixner, senza estensione ai suoi compari musicali. Il risultato è un brano cantato in inglese e in italiano dal vocalist Berise, che mescola lo ska con sonorità celtic punk di cui è responsabile proprio la fisarmonica di Herbert. Staremo ad attendere i risvolti, gli Shanti dovrebbero presto entrare in studio per il loro nuovo disco e da Pixner, attualmente in tour con la Italo Connection e con il ventennale del Pixner Projekt già in prevendita, c’è sempre qualcosa di nuovo da aspettarsi.

Autentica strenna è poi il CD Root Of Three, orgogliosamente autoprodotto dal trio composto dal batterista Sandro Giudici, da Luca Sticcotti e, udite, udite, da Renato Maccacaro, chitarrista e tastierista molto noto nell’ambiente musicale bolzanino, autenticamente talentuoso quanto sfuggente. Il disco, oltre cinquanta minuti, prende il via da una serie di tracce su cui i tre hanno elaborato improvvisazioni, con Sticcotti in funzione di bassista, per lasciare il giusto spazio all’amico Mec (questo il nome con cui tutti conoscono Maccacaro). Quello che ne viene fuori è un disco che nonostante le premesse, risulta più fruibile di quanto possa sembrare. Non solo elettronica o jazz, qui si va oltre e il lavoro di masterizzazione ad opera di Gregor “Sonorus” Marini, contribuisce a farne un’autentica strenna.

Altre chicche in anteprima, sono i brani di Geena B & Rufus, coppia di musicisti sulla breccia da qualche anno: per giugno 2025 è atteso il loro nuovo CD, Tea For Two. Nel frattempo il 6 dicembre è stato messo online su Spotify il primo singolo estratto: una deliziosa slow song dedicata agli anziani e intitolata Like Sand In My Hands, seguita il 27 dalla nuovissima Lu Mari, inteso come il mare, usato come metafora che divide il mondo conosciuto da quello sconosciuto, con riferimento anche ai viaggi di quelle persone che oltre al mare cercano un posto migliore dove iniziare una nuova vita.

Nobile intento, ma produzione invece troppo arruffata, per l’ultima sortita musicale di Johnny Ponta: il medico menestrello bolzanino, con l’aiuto di colleghi, operatori sanitari e rappresentanti delle forze dell’ordine, ha realizzato un brano/video per sensibilizzare gli ascoltatori nei confronti del problema legato ai purtroppo sempre più frequenti atti di intolleranza nei confronti di addetti ai lavori degli ospedali, da parte di cittadini insofferenti ed esasperati, che pensano di risovere i loro problemi con la violenza. 

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Il 6 gennaio è deceduto il famoso archeologo e etnografo Reimo Lunz

Archeologo, etnografo, autore di numerosi libri, direttore del Museo civico di Bolzano, collaboratore della Sovrintendenza ai beni culturali, collaboratore della rivista Der Schlern, importanti furono gli studi, gli scavi, gli scritti e le scoperte che Reimo Lunz compì nell’arco della sua carriera, consentendo di comprendere meglio il territorio altoatesino e per certi versi l’intero arco alpino ponendo spesso a confronto lo sviluppo delle popolazioni che lo percorsero e lo abitarono nelle varie epoche dalla protostoria all’antichità. 

Reimo Lunz studiò fra l’altro gli influssi culturali fra le diverse popolazioni che attraversarono e si stanziarono nelle zone alpine e riscontrabili nei reperti archeologici soprattutto nella produzione di alcuni oggetti metallici della prima e media età del bronzo rinvenuti nella nostra regione. 

Così Lunz scriveva ad esempio nel saggio intitolato “Considerazioni sull’età del bronzo finale e la prima età del ferro nel Trentino – Alto Adige” e pubblicato nel Vol. XLVII di Studi Trentini di Scienze Naturali del 1970. 

“Gli influssi culturali dell’area bavarese e danubiana che si rispecchiano soprattutto in una serie di oggetti metallici della prima e media età del bronzo rinvenuti nella nostra regione alpina, si vanno via via perdendo durante un orizzonte recente dell’età del bronzo dando luogo ad un intensificarsi dei rapporti con la zona prealpina tra Brenta e Mincio. Da un esame dei materiali della prima e media età del bronzo, ci sono parsi d’intravvedere, nelle vallate alpine, diversi centri locali, con uno specifico inventario di forme vascolari e di bronzi; anche per una fase recente dell’età del bronzo, notiamo un fenomeno analogo determinato più che altro dalla posizione geografica delle singole aree prese in considerazione. Nei bronzi ravvisiamo diversi punti di contatto con l’ambiente palafitticolo di Peschiera, mentre rimane circoscritta alla V al Pusteria l’infiltrazione di elementi irradianti dai bacini di Villach e Klagenfurt e dalla Stiria”. 

Reimo Lunz era nato a Innsbruck nel 1943, ma dopo la guerra la famiglia fece ritorno a Brunico dove Reimo frequentò le scuole elementari e medie. A Bressanone frequentò invece il liceo scientifico. Nel 1962 ebbe modo di partecipare agli scavi presso il cimitero di Windschnur vicino a Rasun e appartenente al periodo di Hallstatt. Da quel momento l’archeologia divenne la passione e la professione di una vita. Nel 1964 infatti iniziò a studiare preistoria e storia antica all’Università di Innsbruck, che completò nel 1971 dopo un periodo di studi anche all’Università di Marburgo. La sua tesi, supervisionata da Osmund Menghin, direttore del Dipartimento di Preistoria e Storia Antica della Regione Alpina dell’Università di Innsbruck, era intitolata “Studi sulla fine dell’età del bronzo e sull’età del ferro antica nella regione alpina meridionale”. Nel 1973 pubblicò con Athesia Preistoria e protostoria dell’Alto Adige. Nello stesso anno, sempre con Athesia, pubblicò La collezione archeologica del Museo civico di Bolzano. L’anno dopo con Sansoni pubblicò Studi sulla tarda età del bronzo e sull’età del ferro antico nella regione alpina meridionale.  Nel 1981 pubblicò Venosten und Raeter che resterà una pietra miliare negli studi sulla Val Venosta. 

Numerosissimi furono gli scavi archeologici cui prese parte e altrettanti che diresse sia nel Tirolo del Nord che in Trentino e ovviamente in Alto Adige. La sua attenzione scientifica si concentrò in particolare sull’età del ferro, ma i suoi numerosi scavi lo fecero progredire anche nella conoscenza di altre epoche. Egli scoprì ad esempio diversi luoghi di riposo di cacciatori mesolitici sui passi dell’Alto Adige. 

Dal 1971 al 1999 Reimo Lunz lavorò al Museo Civico di Bolzano. Qui la sua carriera iniziò dapprima come conservatore della sezione archeologica e, a partire dal 1986, divenne il direttore del museo. Nel 1977 fu premiato con l’ambito riconoscimento “Walther von der Vogelweide Preis” e nel 1982 la città di Brunico gli conferì la Medaglia d’onore per la cultura. Negli anni Novanta sotto la sua direzione ci fu la riorganizzazione, secondo schemi scientificamente più rigorosi, dell’esposizione archeologica del museo. Ai funerali, tenutisi a Brunico, Helmut Rizzolli ha ricordato con parole toccanti l’attività scientifica di questo studioso. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Cesare Maggi, il pittore della neve

Nella mostra in cui si celebra i grandi pittori austriaci Alfons Walde e Max von Esterle e i loro paesaggi innevati non poteva mancare un dialogo con i pittori che si cimentarono nella difficile resa della neve e degli effetti della luce sulla neve che vissero e operarono a Nord e a Sud delle Alpi. 

Primo fra tutti merita di essere conosciuto il torinese Cesare Maggi, che è rappresentato in mostra da un trittico composto da tre tele intitolate: “Mattino d’inverno” (1908), “Neve” (1909), “Nevicata” (1911) e proveniente dal Museo del Paesaggio di Verbania.

Classe 1881 inizia a dipingere fin da bambino, a 17 anni Maggi fu allievo del famoso ritrattista livornese di origine ebraica Vittorio Corcos a Firenze. Sono gli anni in cui Corcos rientra dal suo periodo Parigino ma continua ad esporre al Salon. Successivamente Maggi frequentò lo studio del ritrattista, paesaggista e pittore di genere Gaetano Esposito a Napoli. Una formazione precoce questa, che lo portò a un esordio quasi da enfant prodige quando, appena maggiorenne, la Società delle Belle Arti di Firenze ammise una sua opera all’Esposizione Annuale. 

Nel 1899 fu quindi la volta del viaggio a Parigi, all’epoca il centro europeo dell’arte. Qui lavorò presso il paesaggista e pittore di genere Fernand Cormon. Parigi in quegli anni era la città prescelta dal folto gruppo dei divisionisti, fu qui quindi che ebbe modo si approfondire questa tecnica.  

Ma fu la pittura di Giovanni Segantini, quella della svolta del 1886 divisionista e simbolista a far breccia nella personalità di Maggi e a guidarlo nella sua futura produzione e nella scelta della sua tecnica artistica. Nel 1900 Maggi si recò a Maloja dove si dedicò ai paesaggi alpini engadinesi e valdostani e la tecnica cara a Segantini, il divisionismo. Grazie alla collaborazione commerciale con Alberto Grubicy fino al 1913, il Maggi si impone rapidamente tra i maggiori rappresentanti del secondo divisionismo in Italia con un repertorio di paesaggi di montagna, indagati perlopiù negli aspetti di percezione visiva della rifrazione della luce e del colore, ma privi della profonda spiritualità dell’opera segantiniana. 

Due furono i punti fondanti dell’affermazione di Cesare Maggi quale pittore della montagna: da un lato il suo trasferimento a Torino, sede ottimale per l’approccio al paesaggio alpino, dall’altro proprio la collaborazione con la galleria d’arte di Alberto Grubicy de Dragon, mediatore di chiara fama, e una delle voci più autorevoli del panorama artistico dell’epoca. Che inoltre aveva in esclusiva la rappresentanza delle opere di Segantini. Fu proprio per suo tramite che Cesare Maggi riuscì a far conoscere la propria opera e ad imporsi con il soprannome di “pittore della montagna” con il quale verrà conosciuto anche negli anni successivi.

Promotore, esponente e fulcro della corrente detta “Secondo Divisionismo”, le sue opere condividevano con la produzione Segantiniana la ricerca del colore e la percezione personale del paesaggio, discostandosene tuttavia per una più approfondita indagine sulla rifrazione della luce, che Maggi mostra di privilegiare rispetto alla ricerca della spiritualità che era stata trait d’union delle opere di Segantini.

Nel “Secondo Divisionismo” Cesare Maggi incontrò la sua tecnica espressiva più profonda e distintiva, 

Prese parte a numerose esposizioni italiane e estere e nel 1912  partecipò alla Biennale di Venezia dove ebbe l’onore di una sala interamente a lui dedicata. Pur prediligendo ancora le vedute d’alta montagna, ampliò i propri soggetti impegnandosi anche nelle marine e nelle nature morte, utilizzando una tecnica che con accenti divisionisti accostava una stesura ad impasto e a larghi tocchi di colore, risentendo tra il 1920 e il 1930 anche dell’influenza del movimento artistico Novecento. Nella fase tarda ritornò ad un naturalismo più illustrativo. Il 1935 vide la nomina a insegnante alla Cattedra di Pittura presso l’Accademia Albertina, carica che mantenne fino al 1951. Dieci anni più tardi, nel 1961 Cesare Maggi morì a Torino.

Autrice: Rosanna Pruccoli

“Il tennis è la mia vita, con un futuro ancora da scrivere”

Nicolò Toffanin ha ventun anni, e la sua vita si intreccia indissolubilmente con il tennis, un amore che è nato da bambino e che lo ha portato a conquistare i primi punti ATP, un traguardo che ha reso il suo sogno professionale sempre più concreto. Lontano dal frastuono dei grandi centri sportivi, Nicolò è cresciuto a Laives, ma la sua carriera l’ha portato a esplorare orizzonti sempre più ampi. Oggi andremo ad intervistarlo per conoscere meglio questo giovane talento, che con sacrificio e passione sta costruendo il suo cammino nel mondo del tennis.

Nicolò, raccontaci un po’ di te… 

Sono nato e cresciuto a Laives, ma ho frequentato la scuola a Bolzano, prima alle elementari e medie alla scuola privata Marcelline, poi i primi due anni di liceo al Toniolo, con indirizzo scientifico sportivo. Durante gli ultimi tre anni, ho cambiato scuola e sono passato all’Istituto Walther, una scelta che mi ha permesso di allenarmi la mattina e il pomeriggio e andare a scuola la sera, seguendo la mia passione per il tennis.

Come hai iniziato a giocare a tennis?

Ho cominciato a giocare all’età di quattro anni, ai campi di tennis di Laives, che purtroppo oggi non esistono più. A sette anni mi sono trasferito al circolo tennis di Caldaro, dove c’erano più bambini e allenatori. A dodici anni ho deciso di dedicarmi seriamente al tennis e ho conosciuto il Tc Rungg, dove mi alleno tutt’oggi. Credo sia la struttura più completa dell’Alto Adige e tra le migliori d’Italia per l’attività agonistica.

Chi ti ha ispirato a intraprendere questa carriera?

Mio nonno e mia mamma! Entrambi hanno giocato, ma mai a livello professionistico. Sono sempre stati molto vicini a questa disciplina, e credo che siano stati loro a trasmettermi l’amore per questo sport.

Quali pensi siano le caratteristiche più importanti per un tennista?

Sicuramente la forza mentale e la perseveranza. Questo sport richiede molta determinazione, e se non hai una mente forte, rischi di non andare lontano. Poi c’è la parte fisica, che oggi è sempre più determinante. Il talento tennistico arriva infine come un elemento aggiuntivo, ma senza le prime due caratteristiche, non si va lontano.

Hai fatto molta strada in poco tempo. Quali sono i tuoi risultati più significativi finora?

L’anno scorso è stato molto positivo: ho conquistato il mio primo punto ATP, e successivamente altri due. Alla fine dell’anno, ho ottenuto il mio miglior ranking, 1539° al mondo. Questo mi ha dato una grande soddisfazione, e mi ha fatto capire che posso alzare il mio livello di gioco.

Quali sono i tuoi obiettivi per il futuro?

Quest’anno mi sono reso conto di aver alzato molto il mio livello di gioco, ma so che ora la sfida è riuscire a mantenerlo costante e a esprimerlo su più partite possibili. Voglio continuare a crescere e a migliorare.

Consiglieresti il tennis ad altri ragazzi?

Assolutamente sì. Il tennis è uno sport che ti insegna molto, non solo sul piano atletico, ma anche nella vita. Ti mette di fronte a sfide che devi affrontare da solo, e questo ti aiuta a sviluppare una grande resilienza. È un’esperienza che ti forma, e credo che ogni ragazzo dovrebbe provarlo.

Hobby al di fuori del tennis?

I miei hobby sono l’hockey, che ho praticato da bambino fino a otto anni, e gli sport automobilistici, una passione che seguo con grande entusiasmo. 

Autore: Niccolò Dametto

Laudes e la venerazione di san Leonardo

Insolito e quanto mai suggestivo appare il gioco di arcate che fanno da base all’edificio sacro e che dal corpo di fabbrica ridiscendono, a scaricare il sistema delle spinte e controspinte, tipico dell’architettura gotica, fin sulla carreggiata creando oggi una sorta di galleria. 

Questa è solo una delle caratteristiche di spicco della chiesa di San Leonardo di Laudes che per più motivi merita d’essere conosciuta. Laudes si trova in val Venosta all’imbocco della val Monastero. Si tratta di un edificio che subì ampliamenti e rifacimenti al punto da presentare una pianta ed un alzato assai compositi. Fu infatti ricostruita nel 1408, quando vi si aggiunse anche l’imponente torre campanaria. Dopo le devastazioni dovute alla guerra d’Engadina fu ristrutturata nel 1505. I fori delle finestre e delle porte nonché le arcate sembrano sottolineare con le loro forme diversificate la successione delle epoche stilistiche intervenute. L’edificio, che racchiude una chiesa doppia costituita dalla cappella e dalla cripta, fungeva anche da chiusa sull’importante nodo viario Resia-Malles-Tubre, riuscendo a creare un vero e proprio sbarramento di controllo.

La scelta del patrocino può essere giustificata col fatto che il santo è molto venerato in tutte le regioni germanofone e soprattutto in area bavarese e tirolese. Il culto di San Leonardo data all’XI secolo e nelle zone teutoniche fu diffuso dalla predicazione degli ordini cistercensi. 

San Leonardo è considerato in Tirolo il più grande protettore del bestiame e dei cavalli: in molte zone si conserva ancora la tradizione della cavalcata di San Leonardo che termina con l’offerta di ferri di cavallo e di catene, in altre durante la festa vengono benedetti i cavalli.

La raffigurazione della leggenda del santo patrono si sviluppa nei riquadri affrescati sulla parete meridionale dal pittore Hans Jakob Greiter e dalla sua bottega nel 1609. Al centro della raffigurazione spicca san Leonardo con il saio e le catene in mano, simbolo del tempo che egli dedicava ai carcerati. Nei riquadri della composizione appaiono sei episodi della sua vita e della sua opera: il soggiorno di Leonardo con Lifardo in un monastero nei pressi di Orleans, Leonardo salva la regina nella casa di caccia, la costruzione del convento di Noblat e l’arrivo periodico di carcerati e così via. I riquadri terminano in basso con una tenda dipinta illusionisticamente. Gli affreschi sono stati restaurati insieme all’altare fra il 1984 e il 1986. 

All’esterno, in una nicchia vicino all’ingresso alla piccola cripta, è raffigurato san Cristoforo, ma si conserva solo la parte alta dell’immagine mentre dalla cintola in giù l’intonaco è caduto. L’opera non può che essere il prodotto di un artigiano minore viste le sproporzioni e le piccole e grandi ingenuità e i veri e propri errori come il braccio sinistro del Bambin Gesù che pare non aver collegamento col resto della corporatura. 

Autrice: Rosanna Pruccoli