Parliamo di intelligenza emotiva, per favore!

“La nostra gioventù ama il lusso, è maleducata, se ne infischia dell’autorità…” eccetera. Questa frase la si trova in rete e viene furbescamente attribuita a Socrate, ma poco importa in realtà che l’abbia detta lui o meno, si tratta infatti di un pensiero diffuso trasversalmente in tutte le epoche, cioè: i giovani sono problematici. Ma, in fondo, è davvero una questione generazionale? O forse è semplicemente il trito e ritrito conflitto tra il vecchio e il nuovo?

Ecco, se dovessi scrivere un articolo sull’intelligenza emotiva comincerei proprio così: citazione farlocca presa dal web e predicozzo sui conflitti intergenerazionali. Ma sotto-sotto io non so cosa sia l’intelligenza emotiva, posso intuirne i contenuti, ma rimango pur sempre un profano. E a quanto pare va bene così!

Va bene così, perché per capire che i “giovani” (categoria rigorosamente monolitica!) non si conformano, ma si ribellano e sperimentano, non ci vuole un esperto in psicologia.

Spesso li giudichiamo con leggerezza, senza considerare che – oggi più che mai – vivono in un mondo fatto di ignoto e di futuro incerto. E questo scenario rende l’intelligenza emotiva più rilevante che mai, perché non è solo una competenza individuale, ma anche un antidoto per affrontare le sfide che ci circondano.

Per convincervi che non serve essere esperti per prendere dimestichezza con l’intelligenza emotiva, mi faccio aiutare da… un’esperta: Francesca Alemanno, psicologa e psicoterapeuta.

“La vera sfida educativa è prendere per mano i giovani e accompagnarli in quello che decideranno essere il loro futuro. Ciò non significa preservarli da ogni rischio, come si fa con dei vasi di porcellana, ma accompagnarli e sostenerli ad affrontare il mondo in autonomia.”

Però il mondo è pieno di rischi, è un po’ come una “foresta”.

“Certo, di per sé la foresta nasconde in sé molti pericoli, però è anche un luogo ricco di opportunità (e di biodiversità). Maldestramente potremmo avere la tentazione di vietarne l’ingresso ai “giovani”… ma di poche cose si può essere certi a questo mondo, e una di queste è che, proibita o no, in quella foresta ci andranno, tanto vale – quindi – fornire loro gli strumenti per affrontarla.”

Del resto evitare loro ogni difficoltà significa privarli della possibilità di sviluppare resilienza e “antifragilità”. 

“Un concetto affascinante coniato da Nassim Taleb, che descrive l’attitudine di un oggetto o di un sistema di migliorarsi in seguito a un trauma. Jonathan Haidt, psicologo americano, lo applica al sistema immunitario psicologico. Imparare a gestire sofferenze, ingiustizie, tensioni ed emozioni negative trasformandole in risorse per crescere, e poi, saper riconoscere le proprie emozioni, gestirle in modo sano e – quindi – comprendere le emozioni altrui, sviluppando empatia, è essere emotivamente intelligenti.”

Eccoci arrivati all’intelligenza emotiva. Quelli bravi ora direbbero che “l’intelligenza scolastica è la più sopravvalutata di tutte le intelligenze”…

Sì, perché non basta saper fare calcoli complessi, scrivere testi, avere una cultura enciclopedica… in pratica essere ChatGPT. Bisogna essere capaci di costruire e gestire relazioni sane e significative.
Ricordandoci che la foresta è foresta, anche per noi. È sorpresa, è novità. E che per crescere giovani antifragili, c’è bisogno di educatori antifragili ed emotivamente intelligenti.”

Quindi, zaino in spalla, ché si va nella foresta.

Autore: Marco Valente

La strada dedicata a Johann Gutenberg

La via  che collega viale Europa alla parte finale di via Milano è dedicata a Johann Gutenberg, un personaggio al quale l’umanità deve molto se si pensa a quanto sono serviti, e servono tuttora, libri, giornali ecc. per la crescita culturale di persone, famiglie, popoli. Ciò grazie all’invenzione da parte dell’artigiano tedesco Johann Gutenberg di un metodo per fabbricare lettere o tipi metallici con i quali si potevano stampare migliaia di testi identici. Johannes Gensfleisch, più noto come Johann Gutenberg, era nato a Magonza  tra il 1393 e il 1403. Lavorò a Strasburgo come apprendista orafo. Intraprese varie attività con altri artigiani, entrò in contatto con degli orafi che padroneggiavano le tecniche di elaborazione dei punzoni e della fusione dei metalli.  In quel periodo tra gli artigiani europei erano in corso esperimenti paralleli per la scrittura meccanica dei testi. Nel 1448 Johann Gutenberg poté tornare  a Magonza, dove stabilì la sua officina. Nel 1450 si mise in società con Johann Fust, proveniente da agiata famiglia di orafi, e con l’incisore Peter Schröffer, per la produzione di un libro stampato con la nuova tecnica. L’invenzione di Gutenberg fu, sintetizzando strumenti e tecniche già esistenti e applicandoli alla stampa, quella di un processo industriale comprendente: i caratteri mobili, forgiati in metallo tenero e fondibile; l’inchiostro per i caratteri mobili con qualità chimiche appropriate ai caratteri in metallo; il processo di composizione, con il torchio tipografico come attrezzatura principale. Tra i testi prodotti a Magonza fu, in latino, la “Bibbia a 42 linee” (dal numero di righe per ogni colonna di testo); il progetto della Bibbia fu ufficialmente completato il 23 febbraio 1455, con 180 esemplari (come in tale anno dichiarò il vescovo umanista Enea Silvio Piccolomini, futuro papa Pio II). Mentre la stampa si era diffusa in Germania  e nel resto d’Europa, Johann Gutenberg, pressoché cieco, morì nel febbraio 1468.

Autore: Leone Sticcotti

Trentini e sudtirolesi in Spagna: storia di ideali e sacrifici

Enzo Ianes racconta il nuovo libro Un’alba sorgerà, che ripercorre le vicende degli internazionalisti che combatterono nella guerra civile spagnola a difesa della libertà e della giustizia sociale.

Enzo Ianes, di cosa parla il libro?

Questo libro, che ho scritto insieme a Lorenzo Vicentini, ricostruisce le vicende travagliate di 88 uomini, di cui 72 trentini e 16 sudtirolesi, che fra il 1936 e il 1939, hanno deciso di lasciare i  propri luoghi di emigrazione – ovvero prevalentemente l’Austria, per i sudtirolesi, e la Francia e il Belgio per i trentini – per varcare i Pirenei e andare a combattere i franchisti arruolandosi fra le file dell’esercito repubblicano, oppure fra le milizie antifasciste o le brigate internazionali.

Molto spesso la componente che spinge le persone ad arruolarsi in una guerra di altri è quella economica; spesso è un modo di sfuggire alla miseria. Nel caso degli internazionalisti, invece, la motivazione è stata ideologica/antifascista.

Trovo il paragone un po’ azzardato, anche se è innegabile che, in alcuni casi, a spingere questi volontari a partire per la Spagna siano state sia una certa precarietà esistenziale, sia difficoltà economiche. Tuttavia, la maggioranza dei volontari di cui abbiamo scritto, erano mossi da un ideale antifascista,  di libertà e di giustizia sociale. Essi rischiarono la propria vita, arruolandosi in un esercito straniero per combattere quella che veniva percepita come una minaccia. Una minaccia che, qualora avesse trionfato in Spagna, avrebbe rapidamente soggiogato il resto dell’Europa, ancora non completamente sotto il tallone nazifascista.

Il volume conta oltre 900 pagine, di cui 100 di fotografie. C’è una storia di un sudtirolese che si sente di condividere?

Dei 16 sudtirolesi che partirono per la Spagna, quattro erano quelli nati a Bolzano: Karl Huber, Johann Dobersberger, Johann Pfund e Kurt Pollitzer-Retzer. Se proprio devo scegliere, vorrei segnalare la storia di Jochen Wielander nativo di Castelbello: nel 1935, per evitare l’arruolamento nel servizio militare e quindi combattere nella guerra d’Etiopia, espatriò clandestinamente in Austria e successivamente visse anche per un periodo in Germania. Durante il periodo dell’emigrazione si avvicinò agli ideali socialisti e comunisti, maturando l’idea di andare a combattere in Spagna arruolandosi nelle Brigate Internazionali. In Spagna fu gravemente ferito e ricoverato per lunghi periodi in ospedale. In quel periodo scrisse molte lettere alla propria famiglia residente in Val Venosta, nelle quali spiegava come sia Hitler che Mussolini fossero nemici del popolo sudtirolese, entrambi determinati a soggiogare e opprimere i popoli. Nelle lettere sottolineava inoltre quanto fosse assolutamente falso che Hitler volesse difendere la nazione tedesca e il popolo sudtirolese dall’oppressione fascista

Il libro ha un prezzo di copertina importante (49€). Dove lo si può trovare? Il volume è già stato presentato alla Biblioteca Claudia Augusta, ma pensa che ci sarà una seconda presentazione a Bolzano?

Si troverà nelle biblioteche e quindi negli archivi. Chi fosse interessato ad acquistarlo, lo può ordinare online nelle varie piattaforme, ma chiaramente il mio invito è quello di andare presso le librerie, in particolare alla Nuova Libreria Cappelli in piazza Vittoria a Bolzano, dove il 27 febbraio alle ore 17.30 Lorenzo Vicentini ed io faremo una nuova presentazione di questo libro.

Till Antonio Mola

Il 6 gennaio è deceduto il famoso archeologo e etnografo Reimo Lunz

Archeologo, etnografo, autore di numerosi libri, direttore del Museo civico di Bolzano, collaboratore della Sovrintendenza ai beni culturali, collaboratore della rivista Der Schlern, importanti furono gli studi, gli scavi, gli scritti e le scoperte che Reimo Lunz compì nell’arco della sua carriera, consentendo di comprendere meglio il territorio altoatesino e per certi versi l’intero arco alpino ponendo spesso a confronto lo sviluppo delle popolazioni che lo percorsero e lo abitarono nelle varie epoche dalla protostoria all’antichità. 

Reimo Lunz studiò fra l’altro gli influssi culturali fra le diverse popolazioni che attraversarono e si stanziarono nelle zone alpine e riscontrabili nei reperti archeologici soprattutto nella produzione di alcuni oggetti metallici della prima e media età del bronzo rinvenuti nella nostra regione. 

Così Lunz scriveva ad esempio nel saggio intitolato “Considerazioni sull’età del bronzo finale e la prima età del ferro nel Trentino – Alto Adige” e pubblicato nel Vol. XLVII di Studi Trentini di Scienze Naturali del 1970. 

“Gli influssi culturali dell’area bavarese e danubiana che si rispecchiano soprattutto in una serie di oggetti metallici della prima e media età del bronzo rinvenuti nella nostra regione alpina, si vanno via via perdendo durante un orizzonte recente dell’età del bronzo dando luogo ad un intensificarsi dei rapporti con la zona prealpina tra Brenta e Mincio. Da un esame dei materiali della prima e media età del bronzo, ci sono parsi d’intravvedere, nelle vallate alpine, diversi centri locali, con uno specifico inventario di forme vascolari e di bronzi; anche per una fase recente dell’età del bronzo, notiamo un fenomeno analogo determinato più che altro dalla posizione geografica delle singole aree prese in considerazione. Nei bronzi ravvisiamo diversi punti di contatto con l’ambiente palafitticolo di Peschiera, mentre rimane circoscritta alla V al Pusteria l’infiltrazione di elementi irradianti dai bacini di Villach e Klagenfurt e dalla Stiria”. 

Reimo Lunz era nato a Innsbruck nel 1943, ma dopo la guerra la famiglia fece ritorno a Brunico dove Reimo frequentò le scuole elementari e medie. A Bressanone frequentò invece il liceo scientifico. Nel 1962 ebbe modo di partecipare agli scavi presso il cimitero di Windschnur vicino a Rasun e appartenente al periodo di Hallstatt. Da quel momento l’archeologia divenne la passione e la professione di una vita. Nel 1964 infatti iniziò a studiare preistoria e storia antica all’Università di Innsbruck, che completò nel 1971 dopo un periodo di studi anche all’Università di Marburgo. La sua tesi, supervisionata da Osmund Menghin, direttore del Dipartimento di Preistoria e Storia Antica della Regione Alpina dell’Università di Innsbruck, era intitolata “Studi sulla fine dell’età del bronzo e sull’età del ferro antica nella regione alpina meridionale”. Nel 1973 pubblicò con Athesia Preistoria e protostoria dell’Alto Adige. Nello stesso anno, sempre con Athesia, pubblicò La collezione archeologica del Museo civico di Bolzano. L’anno dopo con Sansoni pubblicò Studi sulla tarda età del bronzo e sull’età del ferro antico nella regione alpina meridionale.  Nel 1981 pubblicò Venosten und Raeter che resterà una pietra miliare negli studi sulla Val Venosta. 

Numerosissimi furono gli scavi archeologici cui prese parte e altrettanti che diresse sia nel Tirolo del Nord che in Trentino e ovviamente in Alto Adige. La sua attenzione scientifica si concentrò in particolare sull’età del ferro, ma i suoi numerosi scavi lo fecero progredire anche nella conoscenza di altre epoche. Egli scoprì ad esempio diversi luoghi di riposo di cacciatori mesolitici sui passi dell’Alto Adige. 

Dal 1971 al 1999 Reimo Lunz lavorò al Museo Civico di Bolzano. Qui la sua carriera iniziò dapprima come conservatore della sezione archeologica e, a partire dal 1986, divenne il direttore del museo. Nel 1977 fu premiato con l’ambito riconoscimento “Walther von der Vogelweide Preis” e nel 1982 la città di Brunico gli conferì la Medaglia d’onore per la cultura. Negli anni Novanta sotto la sua direzione ci fu la riorganizzazione, secondo schemi scientificamente più rigorosi, dell’esposizione archeologica del museo. Ai funerali, tenutisi a Brunico, Helmut Rizzolli ha ricordato con parole toccanti l’attività scientifica di questo studioso. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

“Il tennis è la mia vita, con un futuro ancora da scrivere”

Nicolò Toffanin ha ventun anni, e la sua vita si intreccia indissolubilmente con il tennis, un amore che è nato da bambino e che lo ha portato a conquistare i primi punti ATP, un traguardo che ha reso il suo sogno professionale sempre più concreto. Lontano dal frastuono dei grandi centri sportivi, Nicolò è cresciuto a Laives, ma la sua carriera l’ha portato a esplorare orizzonti sempre più ampi. Oggi andremo ad intervistarlo per conoscere meglio questo giovane talento, che con sacrificio e passione sta costruendo il suo cammino nel mondo del tennis.

Nicolò, raccontaci un po’ di te… 

Sono nato e cresciuto a Laives, ma ho frequentato la scuola a Bolzano, prima alle elementari e medie alla scuola privata Marcelline, poi i primi due anni di liceo al Toniolo, con indirizzo scientifico sportivo. Durante gli ultimi tre anni, ho cambiato scuola e sono passato all’Istituto Walther, una scelta che mi ha permesso di allenarmi la mattina e il pomeriggio e andare a scuola la sera, seguendo la mia passione per il tennis.

Come hai iniziato a giocare a tennis?

Ho cominciato a giocare all’età di quattro anni, ai campi di tennis di Laives, che purtroppo oggi non esistono più. A sette anni mi sono trasferito al circolo tennis di Caldaro, dove c’erano più bambini e allenatori. A dodici anni ho deciso di dedicarmi seriamente al tennis e ho conosciuto il Tc Rungg, dove mi alleno tutt’oggi. Credo sia la struttura più completa dell’Alto Adige e tra le migliori d’Italia per l’attività agonistica.

Chi ti ha ispirato a intraprendere questa carriera?

Mio nonno e mia mamma! Entrambi hanno giocato, ma mai a livello professionistico. Sono sempre stati molto vicini a questa disciplina, e credo che siano stati loro a trasmettermi l’amore per questo sport.

Quali pensi siano le caratteristiche più importanti per un tennista?

Sicuramente la forza mentale e la perseveranza. Questo sport richiede molta determinazione, e se non hai una mente forte, rischi di non andare lontano. Poi c’è la parte fisica, che oggi è sempre più determinante. Il talento tennistico arriva infine come un elemento aggiuntivo, ma senza le prime due caratteristiche, non si va lontano.

Hai fatto molta strada in poco tempo. Quali sono i tuoi risultati più significativi finora?

L’anno scorso è stato molto positivo: ho conquistato il mio primo punto ATP, e successivamente altri due. Alla fine dell’anno, ho ottenuto il mio miglior ranking, 1539° al mondo. Questo mi ha dato una grande soddisfazione, e mi ha fatto capire che posso alzare il mio livello di gioco.

Quali sono i tuoi obiettivi per il futuro?

Quest’anno mi sono reso conto di aver alzato molto il mio livello di gioco, ma so che ora la sfida è riuscire a mantenerlo costante e a esprimerlo su più partite possibili. Voglio continuare a crescere e a migliorare.

Consiglieresti il tennis ad altri ragazzi?

Assolutamente sì. Il tennis è uno sport che ti insegna molto, non solo sul piano atletico, ma anche nella vita. Ti mette di fronte a sfide che devi affrontare da solo, e questo ti aiuta a sviluppare una grande resilienza. È un’esperienza che ti forma, e credo che ogni ragazzo dovrebbe provarlo.

Hobby al di fuori del tennis?

I miei hobby sono l’hockey, che ho praticato da bambino fino a otto anni, e gli sport automobilistici, una passione che seguo con grande entusiasmo. 

Autore: Niccolò Dametto

Cesare Maggi, il pittore della neve

Nella mostra in cui si celebra i grandi pittori austriaci Alfons Walde e Max von Esterle e i loro paesaggi innevati non poteva mancare un dialogo con i pittori che si cimentarono nella difficile resa della neve e degli effetti della luce sulla neve che vissero e operarono a Nord e a Sud delle Alpi. 

Primo fra tutti merita di essere conosciuto il torinese Cesare Maggi, che è rappresentato in mostra da un trittico composto da tre tele intitolate: “Mattino d’inverno” (1908), “Neve” (1909), “Nevicata” (1911) e proveniente dal Museo del Paesaggio di Verbania.

Classe 1881 inizia a dipingere fin da bambino, a 17 anni Maggi fu allievo del famoso ritrattista livornese di origine ebraica Vittorio Corcos a Firenze. Sono gli anni in cui Corcos rientra dal suo periodo Parigino ma continua ad esporre al Salon. Successivamente Maggi frequentò lo studio del ritrattista, paesaggista e pittore di genere Gaetano Esposito a Napoli. Una formazione precoce questa, che lo portò a un esordio quasi da enfant prodige quando, appena maggiorenne, la Società delle Belle Arti di Firenze ammise una sua opera all’Esposizione Annuale. 

Nel 1899 fu quindi la volta del viaggio a Parigi, all’epoca il centro europeo dell’arte. Qui lavorò presso il paesaggista e pittore di genere Fernand Cormon. Parigi in quegli anni era la città prescelta dal folto gruppo dei divisionisti, fu qui quindi che ebbe modo si approfondire questa tecnica.  

Ma fu la pittura di Giovanni Segantini, quella della svolta del 1886 divisionista e simbolista a far breccia nella personalità di Maggi e a guidarlo nella sua futura produzione e nella scelta della sua tecnica artistica. Nel 1900 Maggi si recò a Maloja dove si dedicò ai paesaggi alpini engadinesi e valdostani e la tecnica cara a Segantini, il divisionismo. Grazie alla collaborazione commerciale con Alberto Grubicy fino al 1913, il Maggi si impone rapidamente tra i maggiori rappresentanti del secondo divisionismo in Italia con un repertorio di paesaggi di montagna, indagati perlopiù negli aspetti di percezione visiva della rifrazione della luce e del colore, ma privi della profonda spiritualità dell’opera segantiniana. 

Due furono i punti fondanti dell’affermazione di Cesare Maggi quale pittore della montagna: da un lato il suo trasferimento a Torino, sede ottimale per l’approccio al paesaggio alpino, dall’altro proprio la collaborazione con la galleria d’arte di Alberto Grubicy de Dragon, mediatore di chiara fama, e una delle voci più autorevoli del panorama artistico dell’epoca. Che inoltre aveva in esclusiva la rappresentanza delle opere di Segantini. Fu proprio per suo tramite che Cesare Maggi riuscì a far conoscere la propria opera e ad imporsi con il soprannome di “pittore della montagna” con il quale verrà conosciuto anche negli anni successivi.

Promotore, esponente e fulcro della corrente detta “Secondo Divisionismo”, le sue opere condividevano con la produzione Segantiniana la ricerca del colore e la percezione personale del paesaggio, discostandosene tuttavia per una più approfondita indagine sulla rifrazione della luce, che Maggi mostra di privilegiare rispetto alla ricerca della spiritualità che era stata trait d’union delle opere di Segantini.

Nel “Secondo Divisionismo” Cesare Maggi incontrò la sua tecnica espressiva più profonda e distintiva, 

Prese parte a numerose esposizioni italiane e estere e nel 1912  partecipò alla Biennale di Venezia dove ebbe l’onore di una sala interamente a lui dedicata. Pur prediligendo ancora le vedute d’alta montagna, ampliò i propri soggetti impegnandosi anche nelle marine e nelle nature morte, utilizzando una tecnica che con accenti divisionisti accostava una stesura ad impasto e a larghi tocchi di colore, risentendo tra il 1920 e il 1930 anche dell’influenza del movimento artistico Novecento. Nella fase tarda ritornò ad un naturalismo più illustrativo. Il 1935 vide la nomina a insegnante alla Cattedra di Pittura presso l’Accademia Albertina, carica che mantenne fino al 1951. Dieci anni più tardi, nel 1961 Cesare Maggi morì a Torino.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Da Bolzano a Praga con Erasmus+

George Ciprian-Lungu è uno studente di Scienze Storiche presso l’Università di Trento. Viene dalla Romania e ha sempre avuto la passione per la storia, che, durante la triennale, l’ha spinto a iscriversi al programma Erasmus+ con il quale è giunto fino a Praga. 

Come mai hai scelto di studiare scienze storiche?

Ho sempre avuto una grande passione per la storia quindi intraprendere questo percorso è stato abbastanza naturale; a Trento il corso si occupa di vari ambiti della materia e ciò mi ha dato un’ulteriore motivazione, sapendo di poter approfondire la “grande storia” molto più di come non avessi potuto fare alle superiori o individualmente.

Perché hai scelto di andare in Erasmus? Dove sei stato?

Sin dalle superiori ho avuto l’obiettivo di partire per un’esperienza universitaria all’estero. Sono stato in Repubblica Ceca a Praga, nonostante non fosse stata la mia prima scelta. Quest’ultima sarebbe stata un’università nella Federazione Russa, tuttavia, a causa dell’invasione dell’Ucraina del 2022, i bandi per questa destinazione sono stati cancellati. 

Quali sono i pro e i contro di questa esperienza?

Sicuramente l’offerta didattica diversa da quella italiana, i professori e i corsi. Uno dei corsi che ho frequentato, che a Trento purtroppo non è disponibile, è “Storia degli Stati Uniti tra gli anni ‘80 e ‘90” nel quale non si guardava solo alla storia politica, ma anche a quella economica e culturale utilizzando anche serie tv, musica e film prodotti in quel periodo come fonti per avere una percezione della realtà americana di quel periodo e di come veniva percepita o come voleva essere fatta percepire dal resto del mondo. Di contro non ce ne sono, per me. Tutto è andato bene, l’unico svantaggio è la burocrazia cartacea che, però, è un problema principalmente italiano.

Questa esperienza ti ha arricchito?

L’offerta formativa mi ha dato nuovi punti di vista grazie ai corsi che non avrei mai avuto occasione di frequentare su molti periodi storici e argomenti differenti. Per fare un esempio, un argomento su cui mi sono soffermato è stato la storiografia russa e l’interpretazione storiografica dei Paesi che facevano parte dell’Unione Sovietica e dell’Impero Russo. Chiaramente un ulteriore arricchimento risiede nelle persone che ho conosciuto nei diversi ambiti di studio, anche perché in Repubblica Ceca la storia non è parte della facoltà umanistica, perché viene considerata una scienza sociale con un apporto più scientifico-sociologico già dalla triennale e molto più aperto al dibattito. è una cosa che in Italia manca, vista la generale predilezione per le lezioni frontali.

Da storico, l’esperienza in Repubblica Ceca ti ha aperto nuovi orizzonti?

I metodi di studio mi hanno davvero arricchito. Oltre all’offerta formativa in sé anche l’esperienza universitaria in generale ha giocato un gran ruolo in questo. L’Università Carolina, essendo un ateneo molto più grande di quello di Trento, offre una qualità dello studio proporzionalmente più alta. Questo dal punto di vista dei miei studi sulla storiografia est-europea, della Russia sono stati un cambiamento di prospettiva non indifferente grazie anche all’approccio attuale, visto il conflitto in corso, e l’obiettivo di comprendere il perché si pensino determinate cose.

Consiglieresti anche ad altri di partire?

Sì. Non pensate di perdere tempo andando all’estero; è impegnativo, ma è un’esperienza formativa a 360 gradi. 

Autrice: Anna Michelazzi

Laudes e la venerazione di san Leonardo

Insolito e quanto mai suggestivo appare il gioco di arcate che fanno da base all’edificio sacro e che dal corpo di fabbrica ridiscendono, a scaricare il sistema delle spinte e controspinte, tipico dell’architettura gotica, fin sulla carreggiata creando oggi una sorta di galleria. 

Questa è solo una delle caratteristiche di spicco della chiesa di San Leonardo di Laudes che per più motivi merita d’essere conosciuta. Laudes si trova in val Venosta all’imbocco della val Monastero. Si tratta di un edificio che subì ampliamenti e rifacimenti al punto da presentare una pianta ed un alzato assai compositi. Fu infatti ricostruita nel 1408, quando vi si aggiunse anche l’imponente torre campanaria. Dopo le devastazioni dovute alla guerra d’Engadina fu ristrutturata nel 1505. I fori delle finestre e delle porte nonché le arcate sembrano sottolineare con le loro forme diversificate la successione delle epoche stilistiche intervenute. L’edificio, che racchiude una chiesa doppia costituita dalla cappella e dalla cripta, fungeva anche da chiusa sull’importante nodo viario Resia-Malles-Tubre, riuscendo a creare un vero e proprio sbarramento di controllo.

La scelta del patrocino può essere giustificata col fatto che il santo è molto venerato in tutte le regioni germanofone e soprattutto in area bavarese e tirolese. Il culto di San Leonardo data all’XI secolo e nelle zone teutoniche fu diffuso dalla predicazione degli ordini cistercensi. 

San Leonardo è considerato in Tirolo il più grande protettore del bestiame e dei cavalli: in molte zone si conserva ancora la tradizione della cavalcata di San Leonardo che termina con l’offerta di ferri di cavallo e di catene, in altre durante la festa vengono benedetti i cavalli.

La raffigurazione della leggenda del santo patrono si sviluppa nei riquadri affrescati sulla parete meridionale dal pittore Hans Jakob Greiter e dalla sua bottega nel 1609. Al centro della raffigurazione spicca san Leonardo con il saio e le catene in mano, simbolo del tempo che egli dedicava ai carcerati. Nei riquadri della composizione appaiono sei episodi della sua vita e della sua opera: il soggiorno di Leonardo con Lifardo in un monastero nei pressi di Orleans, Leonardo salva la regina nella casa di caccia, la costruzione del convento di Noblat e l’arrivo periodico di carcerati e così via. I riquadri terminano in basso con una tenda dipinta illusionisticamente. Gli affreschi sono stati restaurati insieme all’altare fra il 1984 e il 1986. 

All’esterno, in una nicchia vicino all’ingresso alla piccola cripta, è raffigurato san Cristoforo, ma si conserva solo la parte alta dell’immagine mentre dalla cintola in giù l’intonaco è caduto. L’opera non può che essere il prodotto di un artigiano minore viste le sproporzioni e le piccole e grandi ingenuità e i veri e propri errori come il braccio sinistro del Bambin Gesù che pare non aver collegamento col resto della corporatura. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Vivere, ridere e amare

Qui Intervista a Johanna Brunner, pusterese DOC, che ha studiato Lavoro Sociale, Filosofia e Teologia a Benediktbeuern, in Baviera. Per nove anni ha diretto il collegio femminile delle Orsoline di Brunico e dal 2017 è direttrice dell’Ufficio Famiglia della Diocesi di Bolzano-Bressanone. È impegnata nella promozione di un linguaggio inclusivo e ha contribuito all’istituzione del gruppo di lavoro “Fede e omosessualità”, volto a favorire l’inclusione e il dialogo all’interno della diocesi.

La cosa di me che mi piace di più.

La mia voglia di vivere.

Il mio principale difetto.

L’autocritica.

Il mio momento più felice.

La nascita dei miei figli.

La mia occupazione preferita.

Far “niente”.

Il luogo dove vorrei vivere.

Su un maso di montagna.

Il mio piatto preferito.

Parmigiana, panzanella.

Non sopporto…

Scortesia e grettezza.

Per un giorno vorrei essere…

Il papa (come donna, ovviamente!).

Se fossi un animale sarei…

Un gatto, semplicemente perché loro possono essere così meravigliosamente pigri e rilassati.

Sono stata orgogliosa di me stessa quella volta che… 

Sono andata in bici da casa mia fino a Vienna.

Tre aggettivi per definirmi.

Testarda, empatica, a volte imprevedibile.

La prima cosa che faccio al mattino.

Orientarmi… 

Il mio film preferito

“I ponti di Madison County” con Meryl Streep e Clint Eastwood.

Il mio ultimo acquisto.

Un maglione di lana coccoloso.

Cosa apprezzo di più del luogo in cui vivo?

La natura proprio davanti alla porta di casa e il fatto che il sole, d’inverno, mi raggiunge sul divano.  

Amo il mio lavoro perché…

Perché lavoro con le persone.

L’errore che non rifarei.

Rinunciare alla buona musica, in occasione del mio matrimonio. 

La persona che ammiro di più.

Ammiro le persone disposte a mettere in gioco la propria vita per altri o per le proprie convinzioni.

L’ultima volta che ho pianto.

Oggi, quando una conoscente mi ha raccontato dell’improvvisa morte di sua mamma.

Il mio motto.

Vivere, ridere, amare. 

Il mio primo ricordo.

“Cucinare” canederli di fango (Matschknödel) da bambina.

Autore: Marco Valente

Gli antichi abitanti della Val d’Adige

Per milioni di anni la valle dell’Adige tra Bolzano e Trento è stata un territorio unitario. Insomma, la barriera linguistica alla Chiusa di Salorno, che da qualche secolo appena separa l’Unterland dalla Piana Rotaliana, non esisteva e le due regioni erano abitate – o forse sarebbe meglio dire percorse  – da uomini e donne della medesima provenienza e lingua.

Orbene: chi fossero i pionieri della valle dell’Adige rimane tuttora un mistero. Trattandosi di popolazioni nomadi, abituate a grandi spostamenti in tutta l’area padana e prealpina, si può ipotizzare un’origine mediterranea e mediorientale. Certo è che a partire dal mesolitico (IX millennio a.C.), in seguito al lento ritiro dei ghiacciai che avevano sepolto la valle sotto una spessa lingua di ghiaccio, il territorio offrì a questi sparuti gruppi di cacciatori / pescatori e raccoglitori un clima favorevole e un ottimo punto di partenza per raggiungere i siti in altura lungo la dorsale della Mendola e verso gli altipiani sotto il Corno Nero.

Proprio tra la Piana Rotaliana e il Monte di Mezzo da un lato e i monti che sovrastano gli abitati della Bassa Atesina dall’altro sono stati scoperti molti siti che testimoniano la presenza di gruppi più o meno numerosi di cacciatori e raccoglitori. Noti sono anche il Riparo Gaban nei pressi di Romagnano, Zambana, il Dos della Forca e vari ripari sottoroccia  presso Mezzocorona, i siti sulla Mendola, i ripari tra Faedo e la Val d’Ega, tra cui alcuni molto significativi anche tra Laives / S. Giacomo (Staller) e Castel Firmiano.  

A tal riguardo è entrata nella leggenda archeologica la straordinaria  “nonna di Mezzocorona”, una sepoltura di donna trentenne risalente a 8000 anni fa e quindi antenata, per così dire, anche del noto Ötzi. È stata scoperta nel 1995 in località Borgonuovo sotto il Monte di Mezzocorona e oggi si può visitare nel locale Centro di Documentazione.

Questi camminatori instancabili con il passare del tempo iniziarono a frequentare sempre gli stessi siti, dove a poco a poco sono nati piccoli insediamenti semi-permanenti. Questi spazi dovevano garantire la sicurezza delle persone e perciò occupavano aree difficilmente raggiungibili e, soprattutto, con ottima vista sulla valle. Stranamente, proprio  in quei luoghi sono poi stati rinvenuti gli insediamenti più tradizionali dell’area alpina, i cosiddetti castellieri (da non confondere con i castelli medievali), in tedesco Wallburgen. Il solo ingegnere bolzanino Georg Innerebner ne localizzò e documentò all’incirca 600, tra cui moltissimi anche in Bassa Atesina e Oltradige. Uno di questi, impressionante ma ancora tutto da “decifrare”, era Trens Birg sul Montelargo, la “montagna sacra” che sovrasta Laives.

Ci si è chiesti molte volte per quale motivo questi castellieri sorgessero sempre in luoghi così scomodi, distanti dai campi coltivati e dalle vie di transito. Il noto antropologo Karl Felix Wolff ha avanzato un’ipotesi assai condivisibile: questi castellieri non facevano riferimento ai contadini neolitici che realizzarono i primi villaggi sui terrazzamenti e sui conoidi alluvionali della Val d’Adige o dell’Oltradige ma alle popolazioni precedenti, mesolitiche, che da costoro venivano chiamati “selvaggi”, Wilde. Insomma, dai vecchi cacciatori e raccoglitori. Per molti secoli queste due popolazioni di contadini provenienti dall’Asia Minore (ecco perché anche Ötzi era di sangue “turco”) e di “selvaggi” locali ritiratisi in luoghi riparati in altura hanno convissuto e ci sono voluti moltissimi anni  prima che prevalesse definitivamente la cultura contadina. Da questa convivenza, caratterizzata da forti contrasti ma anche da molti matrimoni “misti”, dovrebbe essere uscita la cultura di Fritzens-Sanzeno dei Reti. Ne rimane traccia in molte storie e leggende che lo stesso Wolff ha raccolto.

Autore: Reinhard Christanell