Julia Bornefeld ospite a Carte Blanche

A partire dal 9 gennaio Julia Bornefel è ospite di Carte Blanche, la piattaforma per artisti locali e internazionali dell’Hotel Aurora curata da Eva von Ingram Harpf. Eclettica, sempre pronta a nuove sperimentazioni, conosciutissima e apprezzata a livello internazionale, Julia Bornefeld ha origini germaniche è infatti nata a Kiel nel 1963. Particolari le città nelle quali ha compiuto i propri studi: dopo Kiel si è infatti trasferita a Lubiana dove ha frequentato l’Accademie di Belle Arti. Ma è stato poi anche l’Accademia di Venezia, frequentando i corsi tenuti da Emilio Vedova. Vive e lavora tra Berlino e Brunico. 

Julia Bornefeld si esprime attraverso la pittura, la fotografia, le installazioni e il video, ma il suo linguaggio fondamentale di riferimento è la danza. Ha esordito nel mondo dell’arte con opere pittoriche evolvendo via via in esiti sempre nuovi usando la fotografia, il disegno, la scultura, il collage, ecc. Bornefeld guarda al passato e al futuro tenendo in grande considerazione anche non solo la storia ma anche le tradizioni. Da questo interesse scaturiscono opere legate a tematiche quali la femminilità, il corpo, l’ambiente, la morte e la sua ritualità. Per le sue installazioni o performance spesso si appoggia agli esperti di altri campi cercando di dar vita ad una produzione artistica capace di coinvolgere il fruitore sia emotivamente che fisicamente. Le sue opere sono presenti in collezioni private e pubbliche, tra cui: Fondazione Antonio Dalle Nogare a Bolzano; Raiffeisen Kunstsammlung di Innsbruck, Bolzano e Brunico; Lentos Kunstmuseum Linz, Austria; Fondazione Van de Loo, Monaco; Art Gallery of Nova Scotia, Halifax, Canada. 
Julia Bornefeld ha esposto in svariate mostre collettive e personali e ha ricevuto premi a livello nazionale e internazionale. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Parole importanti

Durante le feste appena trascorse ancora una volta alcune parole chiave si sono imposte all’attenzione dell’opinione pubblica. 

Per prima è arrivata la parola “rispetto”, nominata parola dell’anno 2024 dalla prestigiosa enciclopedia Treccani. Nell’ambito della campagna di comunicazione #leparolevalgono, volta a promuovere un uso corretto e consapevole della lingua, l’Istituto ha motivato così la scelta: “Per la sua estrema attualità e rilevanza sociale”. Sfogliando il Dizionario Treccani, rispetto è definito come un “sentimento e atteggiamento di stima, di attenzione, ma anche di riguardo verso una persona, un’istituzione, una cultura, che si può esprimere con azioni o parole”. “Questa parola – spiegano i condirettori del Vocabolario – dovrebbe essere posta al centro di ogni progetto pedagogico, fin dalla prima infanzia, e poi diffondersi nelle relazioni tra le persone, in famiglia e nel lavoro, nel rapporto con le istituzioni civili e religiose, con la politica e con le opinioni altrui. Il termine rispetto, continuazione del latino respectus, va oggi rivalutato e usato in tutte le sue sfumature, proprio perché la mancanza di rispetto è alla base della violenza esercitata quotidianamente nei confronti delle donne, delle minoranze, delle istituzioni, della natura e del mondo animale”.     

La seconda parola messa in primo piano in questo periodo è stata “speranza” ed è stata lanciata dalla chiesa cattolica nell’atto di aprire l’anno giubilare. Il titolo del messaggio del papa che ha indetto il giubileo significativamente è stato la speranza non delude, e Francesco ha invitato i credenti (e non solo) a “non cadere nella tentazione di ritenerci sopraffatti dal male e dalla violenza e invece riflettere “su tutto il buono che c’è”. Si tratta di una prospettiva che si estende dalla dimensione interiore a quella globale, pensando alle ingiustizie che non solo oggi sono ancora presenti nel mondo ma che tendono pure ad aumentare, insieme alla crescente e colpevole “normalizzazione” delle guerre da parte degli stati. 

Anche il presidente Mattarella alla fine del suo discorso di fine anno ha parlato di speranza, ricordando però che “la speranza non è attesa inoperosa, siamo noi, il nostro impegno, la nostra libertà”. 

Ecco dunque una terza parola chiave. Precedentemente nel discorso il presidente aveva già citato la parola libertà, associandola ad altri termini quali pace, dignità, rispetto, giustizia, democrazia. Sì, perché in una società civile e in uno stato di diritto libertà non è pensare solo ai fatti propri e ai propri interessi, come purtroppo molti di noi siamo portati a pensare. Sbagliando.

Autore: Luca Sticcotti

Una scala = una comunità

Mara Granitto è l’inquilina di una scala del quartiere Casanova in cui si è creata una comunità di vicinato. In questa intervista racconta il rapporto tra i vicini e la positività che ne scaturisce.

Secondo te perché è nata questa forte unione tra vicini di casa?

Sicuramente perché c’è necessità di avere supporto, amicizie che ti sostengono nelle cose belle e brutte di tutti giorni. Si tratta di condividere le piccole cose: un saluto, un sorriso, se si ha bisogno della spesa, condividere consigli riguardanti i figli… Siamo entrati in cooperativa nel 2009 più o meno con le stesse necessità, avendo in media la stessa età. Se si avevano e hanno pensieri e bisogni, si possono pure condividere e c’è sempre un grande scambio di idee. è mix fortunato perché siamo persone socievoli che hanno voglia di stare insieme e di darsi sostegno reciproco.

Quali sono le principali attività o tradizioni che legano voi vicini?

Le attività sono prevalentemente “pratiche”; abbiamo creato il gruppo whatsapp della scala per tenerci aggiornati sulle necessità del condominio che possono andare dalla gestione delle piante comuni alle lampadine da cambiare; se succede qualcosa ci si avvisa subito, si scambiano tutti i tipi di informazioni utili. Si è sempre attivi: se qualcuno si dimentica il garage aperto o le chiavi sulla porta, il problema viene subito risolto, c’è un controllo generale. I caposcala si attivano subito per le necessità. Abbiamo creato anche uno spazio in cui ognuno ha portato degli attrezzi per una specie di “palestra condominiale”. Abbiamo poi delle tradizioni come quella di incontrarci sotto Natale nell’atrio per almeno una mezz’ora in cui ognuno porta qualcosa da bere e da mangiare in cui ci scambiamo gli auguri e abbiamo l’occasione di passare del tempo insieme. Si è creata una bella situazione. Ci si fa la spesa o ci si aiuta con gli animali domestici quando c’è necessità e c’è davvero un “pronto intervento”  quando c’è bisogno di aiuto. Se manca qualcosa in casa sono tutti disponibili, c’è sempre qualcuno, tra i 17 condomini, che ti dà qualcosa per finire la preparazione della torta quando magari i negozi sono tutti chiusi. Chi ha l’orto lascia molte volte una cassetta in entrata con i prodotti da condividere, e la stessa cosa avviene con i punti e buoni del supermercato. All’inizio facevamo anche le pizzate, ma ora è più complicato organizzarsi. Essendo tutti più o meno della stessa età ci siamo accompagnati un po’ in tutte le fasi della vita degli ultimi 16 anni; siamo passati da darci consigli sui figli a darci dritte sui nonni e a sostenerci nelle difficoltà legate alle vari situazioni.

Come vi aiutate a vicenda nelle situazioni quotidiane?

Ritiriamo i pacchi gli uni per gli altri; se qualcuno sta male o ha degli imprevisti ci si organizza per fare la spesa o portare a spasso il cane. Se qualcuno è malato gli si porta da mangiare direttamente a casa. Un esempio significativo può essere raccontare di quando mia figlia è stata molto male e io e mio marito eravamo via e ho potuto chiamare varie vicine che si sono subito attivate per dare una mano e portarla al pronto soccorso e a prendersi cura di lei nei giorni successivi. Nel 2022 in occasione dello scoppio del conflitto in Ucraina io e mia figlia ci siamo attivate per la raccolta di beni di prima necessità da poter inviare ai rifugiati e tutti i condomini si sono attivati. Basta scrivere sul gruppo e tutti sono pronti ad aiutare. Si spegne la macchina? C’è chi arriva con la batteria. Si è rotta la lavatrice? C’è sempre chi ha la porta aperta. L’ascensore è diventato il primo luogo di incontro in cui c’è sempre sostegno e condivisione, sia nelle situazioni negative che positive.

Cosa ti piace di più di vivere in una comunità così unita?

Mi sento molto serena, so che se c’è bisogno non sono mai sola. Inoltre si cerca sempre di condividere momenti speciali. 

In che modo questa comunità ha influenzato la tua vita quotidiana?

Non ero contenta di andare via dalla vecchia casa perché era vicina a tutto ciò che conoscevo. Venire in un quartiere nuovo e sconosciuto e lontano dalle mia abitudini e familiari con le bambine piccole non è stato facile, ma la fortuna è stata proprio in questa scala in cui tutti ci siamo sostenuti e aiutati sin dall’inizio. Si torna a casa tranquilli, ci si sente al sicuro. C’è attenzione. Non ci si vede tanto, ma sappiamo che ci siamo. Quando arrivano nuovi inquilini vengono accolti bene e si inseriscono al meglio in questo gruppo affiatato. Alcune di queste persone sono diventate vere e proprie amiche e amici con cui si condivide la vita, dal festeggiare la fine dell’anno ad andare in vacanza e a concerti. Durante il covid è stato spettacolare: avendo il giroscale a ringhiera riuscivamo, sempre mantenendo le distanze, a chiacchierare, scambiare informazioni e a fare i brindisi di tutti i compleanni sui pianerottoli. E se qualcuno rimaneva in quarantena sapeva che aveva sostengo. In quel periodo questo rapporto si è esteso a tutto il condominio: organizzavamo appuntamenti alle finestre e balconi con musica, brindisi e chiacchiere.

Quale consiglio daresti ad altre persone che vivono in un condominio e vorrebbero creare un ambiente simile di collaborazione e amicizia?

Di essere propositivi e avere fiducia nelle persone. Tutti stanno bene a stare insieme, ma purtroppo c’è paura e diffidenza. Si tende a mettersi sulla difensiva per proteggersi ed è un peccato perché si perdono occasioni. Fare il primo passo spesso apre porte che poi si rivelano veramente belle. Riuscire a creare una comunità di scala aiuta a stare meglio e sentirsi al sicuro. 

Autrice: Anna Michelazzi

La “rinascita” di Tamara Lunger

Poter toccare il cielo dalla cima (o quasi) del K2 non è cosa per tutti. Davvero in pochi sarebbero inoltre in grado di trovare la forza di spirito e la volontà d’animo per continuare ad inseguire una passione dopo un fatto tragico. Lei è fra quei pochi, perché “lei” è Tamara Lunger, un’atleta che non ha certo bisogno di presentazioni.

L’auditorium Alma Bertotti di Egna era affollato, quando Tamara Lunger, ospite della sezione locale del Cai si è aperta al pubblico raccontando la sua vita, le sue imprese e le sue aspirazioni. “Di solito proponiamo due serate all’anno a tema montagna, e negli ultimi sette anni sono state una trentina le personalità che sono intervenute – spiega il presidente del Cai Luca Dondero, aggiungendo che si tratta d “ospiti preziosi perché hanno contribuito a divulgare la cultura e dell’alpinismo”. 

E davanti ad un pubblico attento, Tamara Lunger si è concentrata sul racconto delle sue due ultime grandi imprese, ma soprattutto sull’ultima l’ascesa al K2, una spedizione cominciata con tanto entusiasmo e finita in tragedia, con cinque alpinisti morti. 

Tamara, perché ha scelto di raccontare proprio quell’episodio? 

Perché da lì in avanti ho cambiato vita. Ho passato un anno chiusa in casa nella mia tristezza. Poi ho deciso di fare un passo avanti e prendere in mano la mia vita cercando di capire meglio la mia attuale personalità e scegliendo un altro rapporto con la montagna. Mi sono trovata costretta a farlo e questo mi ha salvato la vita. 

Come sta andando? 

Ci sto riuscendo piano piano; è un percorso lungo, perché finora ho vissuto in simbiosi con lo sport e la montagna, fattori che adesso non vedo più nello stesso modo di prima. Ho dovuto mollare ed è stato difficilissimo da accettare. Adesso sono diventata allenatrice di rigenerazione, ho ritrovato un equilibrio ed ho lavorato molto su di me.

Da dove arriva questa sua passione per la montagna? 

Fin da bambina ero sempre in giro con il mio papà, che partecipava a gare di mountain bike. È stato lì che ho capito che sarei diventata un’atleta professionista, anche se non sapevo ancora in quale specialità. Ero appassionata di atletica leggera, ma ho fatto tanti sport. Scalavo, ma lo sci alpinismo è stato il primo amore e mi ha permesso di fare le gare, entrando anche in nazionale. 

Questo fino all’incidente sul K2… Se potesse, tornerebbe indietro? Farebbe un’altra vita? 

Mai: sceglierei sempre lo sport! La montagna per me è la maestra più grande dopo la mia famiglia: una maestra silenziosa ma molto forte.

Che cosa porta dentro di sé dopo la serata pubblica ad Egna?

Erano anni che non facevo più nulla in Alto Adige, e ne sono uscita soddisfatta. È stato bello il feedback che ho ricevuto dal pubblico, mi piace pensare che io possa ispirare qualcuno, e vorrei davvero andare avanti a lavorare sul discorso motivazionale.

Vuole lanciare un messaggio motivazionale ai nostri lettori? 

Certo, e non solo a chi sceglie di andare in montagna: restiamo umani. La tecnologia ci aiuta, ma allo stesso tempo può essere anche una trappola. Noi tutti siamo speciali e unici: teniamo d’occhio le emozioni, usiamo le nostre intuizioni per decidere, e non facciamoci comandare da un computer. E poi: non seguiamo la massa: prendiamoci tempo e spazio per seguire e capire meglio noi stessi.

Autore: Daniele Bebber

Le guerre si possono evitare. Servono coraggio e intelligenza

Oggi le guerre infuriano ovunque. Si contano 56 conflitti, molti dei quali del tutto sconosciuti, non solo al grande pubblico. Prevalgono interessi di parte e sembra essersi persa l’idea di un Bene comune globale. La via per uscirne è lo sviluppo di organizzazioni internazionali che siano “pienamente efficaci e coerenti”?

Quello altoatesino è un piccolo esempio (per quanto imperfetto). La situazione rischiò una deriva violenta soprattutto negli anni ’60 e avrebbe potuto essere oggi uno dei tanti conflitti irrisolti, se non si fosse allora optato – tra le varie altre iniziative – per coinvolgere le istanze sovranazionali, tra cui l’ONU, e se non si fosse percorsa la strada del diritto internazionale, mettendo al bando l’uso della violenza.

Il presidente Sergio Mattarella è stato chiaro in occasione della recente cerimonia di scambio di auguri con il Corpo diplomatico. Il fatto che la comunità internazionale non riesca oggi a contrastare i conflitti non è una “impotenza oggettiva”. “Come sovente accade, è il risultato di scelte, più o meno consapevoli”.

La Comunità internazionale, dice Mattarella, “anziché affrontare i problemi … reagisce per eluderli, assumendo atteggiamenti inadeguati, se non di chiusura, di estraneità ai destini dei popoli”. L’analisi è pesante e il monito limpido. “Il diritto umanitario internazionale non contempla sospensioni o congelamenti”. “La guerra non è soltanto un inammissibile anacronismo fuori dalla storia: rappresenta la negazione dell’umanità. È la pace a dover essere promossa e difesa”.

La Comunità internazionale ha perso di vista il Bene comune. “Oggi si parla sempre più spesso di un ‘multiallineamento’ ovvero di alleanze a geometria variabile in un contesto di multipolarismo”. Opportunismo fondato sulla ricerca di un facile consenso. “Tornare indietro, al tempo della frammentazione, delle ambizioni espansionistiche nazionali, non potrà mai significare progresso”.

Si tratta invece “di essere capaci di costruire un ordine internazionale che non sia mero risultato dei conflitti – e fotografia delle loro conseguenze – ma il frutto di uno sforzo lungimirante compiuto in pace. Il multipolarismo odierno sollecita a ripensare l’architettura e i metodi di lavoro delle organizzazioni internazionali, per portarle ad essere pienamente efficaci e coerenti”.

Tanto più che “l’esasperazione delle tensioni tra Stati” distolgono lo “sguardo dalla nostra casa comune, la Terra, e dal suo stato di salute”.

Autore: Paolo Bill Valente

Singoli in intingolo natalizio (Do They Know It’s Christmas Time)

È da qualche anno che gli artisti di casa nostra hanno adottato la tradizione, da tempo radicata nella musica pop e rock d’oltreoceano, di registrare canzoni natalizie, talvolta originali, tal altra ripescate nel vastissimo repertorio del genere. Per quanto riguarda il Natale del 2024, i nostri musicisti non si sono smentiti e il web è ricco di proposte in questo senso.

La palma del pezzo più bello, più riuscito sotto ogni aspetto (dalla fluidità della musica alla funzionalità del testo, che pur essendo in lingua tedesca è musicale come pochi altri) va a Weihnachten mit dir, canzone natalizia e canzone d’amore nel contempo, con cui il venostano Dominik Plangger chiude il suo recente album Limes, già di per sé una delle cose più belle ascoltate nel corso di quest’anno. Plangger è un cantautore di razza e anche in questo caso non si smentisce, non è un caso se il suo modo di mescolare lo stile dei liedermacher germanici con il songwriting di marca yankee e la canzone d’autore italiana di De Gregori e De Andrè, gli è valso apprezzamenti su ambo i versanti delle Alpi. Il brano è un autentico gioiellino contagioso nella sua struttura, con tanto di citazione di Josè Feliciano.

Le canzoni di Natale del mondo pop/rock spesso hanno cercato di associarsi a tematiche importanti, sociali, pacifiste, benefiche: pensiamo al successo della britannica all star song che nel 1984 Bob Geldof compose per guadagnare fondi a favore dei bimbi etiopi che morivano di fame, pensiamo alla Merry Christmas (War is Over) di lennoniana memoria. In questo senso si è mosso il meranese William Telser, autore e interprete col suo gruppo di Two Faces Of Christmas invito in chiave rock al non dimenticarsi di quelle parti del mondo in cui lo spirito natalizio è del tutto latitante, con guerre e ingiustizie in cui il prezzo più caro lo pagano i bambini, vale a dire coloro per cui il Natale dovrebbe essere maggiormente un momento di gioia. Telser non è nuovo alle canzoni natalizie, ricordiamo che negli anni passati aveva già fatto sue White Christmas e una Blue Christmas in chiave che più presleyana non si poteva. Snow Is Falling On Christmas è poi il contributo natalizio del bluesman pusterese Hubert Dorigatti, che già lo scorso anno si era cimentato col genere e che quest’anno ci riprova con una deliziosa composizione acustica cantata in coppia con la moglie Laura Willeit, consegnando all’ascoltatore una melodia incantevole lontana dai suoi corposi rock-blues ed al tempo stesso densa d’ispirazione in misura eguale.

Sempre dal capoluogo pusterese arriva Peppino Adamo, un altro fedelissimo delle canzoni natalizie, col suo gruppo The Hillbilly Redneck Trio mette sul piatto una composizione originale di Chris Kaufmann intitolata Yeehaw It’s Christmas, in puro stile Nashville: in passato Adamo per le sue produzioni natalizie si era avvalso della collaborazione di Barbara Zanetti, stavolta il riuscito sodalizio è con la cantante bolzanina Sara Alice Ridolfi. Concludiamo la nostra rassegna con il Natale pop del duo Achtung Freundschaft, composto da Tobi Mair e Manu Stix, che ha da poco messo online il singolo, l’unico del lotto con un gustoso video realizzato alla bisogna, intitolato Oh Merry Christmas. Il testo dedicato ai piccoli momenti piacevoli della vita si adatta bene alla parte musicale di facile assimilazione, realizzata in autonomia, con strumentazione efficace ma essenziale e accurate armonie vocali di sicura presa.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

La strada dedicata ad Ipazia

Percorrendo via Galvani ad un certo punto si trova a destra l’indicazione stradale “via Ipazia”. Chi era e cosa fece? Era una matematica, astronoma e filosofa greca, vissuta ad Alessandria d’Egitto tra il 350  e il 415 dopo Cristo. Suo padre, Teone, ad Alessandria studiava e insegnava, in particolare matematica e astronomia. Ipazia ne fu allieva e collaboratrice; gli succedette come docente di matematica, astronomia, filosofia. Tra gli allievi di Ipazia va ricordato Sinesio di Cirene (370-413), il quale rimase devotissimo alla sua maestra per tutta la vita. Riferì che sulla base delle indicazioni di Ipazia furono costruiti strumenti, come l’astrolabio e l’idroscopio. Ipazia volle dedicarsi, oltre che alle scienze matematiche,  a quelle filosofiche. Volle poi spiegare ad altri quanto appreso ed approfondito. Insegnò alla Scuola di Alessandria, ma non mancava di spiegare, uscendo per le strade, Platone, Aristotele, o altri filosofi. Se molti, come il prefetto Oreste, l’ammiravano, ci fu che deplorava il suo comportamento, anche perché era donna. Tra il prefetto Oreste e il vescovo Cirillo sorse un conflitto politico, oltre che giurisdizionale. Ci fu persino l’aggressione al prefetto, colpito alla testa con una pietra, da parte dei monaci detti “parabolani”. In tale clima maturò l’omicidio di cui fu vittima Ipazia, alla quale tra l’altro si imputava il buon rapporto con Oreste. Nel marzo 415 una turba di monaci, guidati da uno di nome Pietro, si accordarono per sorprendere la filosofa mentre tornava a casa; la tirarono giù dal carro, la trascinarono fino alla chiesa detta Cesareo, le strapparono la veste, la colpirono a morte con frammenti di conchiglia. A Costantinopoli fu aperta un’inchiesta, ma il caso fu archiviato. Rimase il dubbio sul ruolo avuto da Cirillo (370-444), patriarca di Alessandria e dottore della Chiesa, in merito alla tragica fine di Ipazia, ciò per il discorde parere degli storici.

Autore: Leone Sticcotti

BOclassic 2024, una grande festa di sport

La BOclassic è senza dubbio uno degli eventi sportivi più attesi e prestigiosi del capoluogo. Ogni 31 dicembre, la città altoatesina si trasforma in un palcoscenico per corridori provenienti da ogni angolo del mondo, che si sfidano in una gara che ha ormai un posto di rilievo nel panorama internazionale delle corse su strada. Con il passare degli anni, la BOclassic ha consolidato la sua reputazione come evento di grande rilevanza, grazie alla sua organizzazione impeccabile, alla partecipazione di atleti di altissimo livello e alla suggestiva cornice naturale che offre Bolzano, con le montagne che la circondano. 

La manifestazione nasce nel 1977, quando un gruppo di appassionati di atletica decide di creare una gara podistica di fine anno che coniughi la passione per la corsa con lo spirito festivo del periodo natalizio. Fin dal suo inizio, l’obiettivo era quello di inserirsi tra le grandi manifestazioni internazionali di atletica, mantenendo però un forte legame con la comunità bolzanina.

Nel corso degli anni la BOclassic ha visto crescere la partecipazione e il prestigio, attirando atleti di fama mondiale. Il percorso tecnico, con un’altimetria mista e il passaggio nel cuore della città, ha fatto della gara un vero test per i professionisti, ma anche una festa per tutti i partecipanti. La competizione ha visto il trionfo di leggende come Kenenisa Bekele, Eliud Kipchoge e Zersenay Tadese, che hanno contribuito a elevarne il profilo, facendo della BOclassic una delle gare più seguite a livello mondiale.

L’edizione 2024 ha confermato la sua fama, con oltre 2.000 atleti al via e un campo di partecipanti che includeva alcuni dei migliori mezzofondisti internazionali. Nel settore maschile, la vittoria è andata al keniano Bekele Telahun, che ha dominato la gara con un tempo di 27’59”, vincendo per la prima volta a Bolzano. Il trentino Yeman Crippa si è piazzato secondo, avvicinando il record della manifestazione e migliorando il suo tempo personale a Bolzano.

Nel settore femminile, la vittoria è stata di Nadia Battocletti, che ha chiuso con il tempo di 15’31”. Già medagliata ai Mondiali e alle Olimpiadi, Nadia ha corso con intelligenza tattica, mantenendo un passo regolare e staccando la concorrenza negli ultimi chilometri, regalando al pubblico bolzanino una prestazione memorabile.

La BOclassic non è solo una gara per professionisti, ma un evento che coinvolge l’intera città. Migliaia di spettatori si accalcano lungo il percorso per incitare i corridori, creando un’atmosfera unica. L’evento si inserisce in un periodo di grande fermento per Bolzano, che attrae ogni anno numerosi turisti non solo per la corsa, ma anche per il mercatino di Natale, i concerti e le altre iniziative festive che animano la città.

La gara continua quindi a crescere, consolidandosi come una manifestazione imperdibile, capace di unire sport e tradizione in un evento che ogni anno cattura l’entusiasmo di corridori e spettatori, rafforzando in questo modo il legame tra Bolzano e il mondo dell’atletica internazionale.

Autore: Niccolò Dametto

L’aglione della Val di Chiana

Collocata in Centro Italia, tra le province di Arezzo e Siena e tra Perugia e Terni, la Val di Chiana è una valle tettonica lunga 104 km. Solcata dal fiume sacro Clanis Aretinum fu il palcoscenico di Etruschi, Romani, pontefici, Signori e Corti, eserciti, persone famose e comuni, tra paludi e bonifiche. Assieme alla costa grossetana, questa piana è la zona di origine dell’aglione. L’Allium ampeloprasum var. Holmense è una geofita bulbosa, perennante, annuale in coltura. Le radici sono fascicolate, cordiformi e superficiali. Il fusto è detto “cormo” o “girello”, le foglie in numero di dodici, sono amplessicauli alla base, mentre a distanza sono lineari, nastriformi, acuminate, leggermente carenate. Lo scapo fiorale è cilindrico, pieno e ricurvo, quando in piena fioritura è eretto e può raggiungere altezze rilevanti. Il bulbo detto “capo” o “testa” è di colore bianco avorio e molto grosso (Ø 10/15cm), può raggiungere da fresco i 600/800 gr. Ogni bulbo è composto da 3/6 spicchi sessili, molto grossi (peso medio 60/80 gr con punte fino a 250 gr), a forma di “castagna”, carnosi, addossati al fusto e rivestiti da squame esterne scariose. Al contrario di ciò che si pensa e che il nome suggerisce l’aglione ha più caratteri in comune con il porro che con l’aglio e organoletticamente ha gusto più delicato. Caduto nel dimenticatoio, dagli anni ’90 è tornato in auge, tanto da essere tutelato e valorizzato nel disciplinare di produzione, 2017. L’Aglione non necessita di elevata disponibilità idrica, tuttavia nei mesi primaverili, in simultaneità dell’ingrossamento dei bulbi e dell’aumento dell’evapotraspirazione dei suoli, deve poter disporre di sufficienti riserve d’acqua. Predilige terreni  sabbiosi, permeabili e non argillosi. I grossi spicchi della sua testa sono troppo teneri per uscire incolumi dalle spedizioni postali, pertanto, la riproduzione di questa varietà avviene tramite i bulbillini; queste palline irregolari, dalla buccia spessa e coriacea, penzolano attaccate alle radici delle piante madri, in numero variabile, e ne costituiscono la semenza. Le differenze per tecnica e tempistiche di raccolta, tra colture a base di spicchi e di bulbillini sono diverse: con i primi si segue lo schema dell’aglio (semina a settembre, raccolta a luglio), mentre nei bulbillini si deve giocoforza rimuovere la dura pellicina che li riveste – ma solo nella parte apicale – per favorire la germogliazione, interrando poi le palline in vasetti Ø 10cm. Brevi irrigazioni periodiche e lunghe attese, finanche a un anno, sono gli ingredienti necessari. Quando le piante raggiungeranno altezze e sviluppo accettabili si collocheranno in piena terra o sul BalconORTO, nel mese di settembre: raccoglieremo infine le teste di aglione fresco nel luglio successivo. 

Autore: Donatello Vallotta

La chiesa di San Giorgio

Il piccolo agglomerato di San Giorgio, a 700 metri sul livello del mare e affacciato sulla conca meranese, si stende intorno alla piccola chiesa a pianta accentrata. La chiesetta, particolare per la sua planimetria, fungeva da cappella gentilizia per il castello di Alt-Schenna dei signori di Scena, fin dal 1149 ministeriali del conte di Tirolo.

Varcato il portale d’ingresso non si potrà fare a meno di subire il fascino della struttura e della sua ricchezza decorativa, attraverso la quale leggere rapiti le storie narrate nei diversi riquadri di cui il vasto affresco si struttura. La tradizione vuole che in origine l’apparato decorativo coprisse per intero l’interno e che ne sia rimasto dimezzato dopo che un fulmine si abbatté sull’edificio. Secondo lo studioso Erich Egg, committente delle pitture sarebbe stata Osanna di Starkenberg, la stessa nobildonna che, sempre a suo avviso, aveva commissionato anche il ciclo d’affreschi della cappella di San Giovanni nella parrocchiale di Scena. Gli Starkenberg avevano consolidato il proprio potere fra il 1400 e il 1420, quando opponendosi al principe territoriale Federico, persero d’improvviso tutte la loro sostanze. Nel Medioevo era consuetudine affidare a san Giorgio, patrono dei cavalieri, la cappella gentilizia di un castello, e anche i proprietari di Scena vi si uniformarono commissionando inoltre la vasta rappresentazione della vita del santo originario della Cappadocia. I riquadri sono incorniciati in basso da teorie di animali e in alto da una serie di quadrilobi contenenti busti di santi. Uno schema questo, secondo l’Egg, tipico dell’arte bolzanina a partire dal 1375. La storia di san Giorgio si sviluppa, a partire da dietro l’altare a portelle, con la scena del combattimento intrapreso dal santo contro il drago di Silena per salvare la giovane principessa destinata al sacrificio.

È molto interessante notare come per la sua iconografia l’artista non abbia tenuto completamente conto della Legenda Aurea di Iacopo da Varazze, ma abbia probabilmente reperito altrove la base per la sua rappresentazione. I personaggi vestono gli abiti di corte di moda a quel tempo e il prefetto Daziano, che ordinò che fosse perpetrato ogni sorta di tormento su Giorgio, è raffigurato, con un volto scavato corniciato da una barbetta aguzza e riccamente abbigliato, e compare in ogni riquadro dedicato al martirio del santo. A differenza che nella Legenda Aurea, nel racconto di Scena è un angelo a far visita a Giorgio nel carcere. Diverso è anche l’episodio che compare a Scena secondo il quale Daziano ordinò che Giorgio fosse fatto precipitare da una rupe in un lago. Rimasto illeso, Giorgio venne fatto entrare in una botte, un aguzzino la faceva ruotare mentre uno sgherro vi infilava dei chiodi roventi che gli venivano passati con delle tenaglie da un aiutante addetto al fuoco. Ma Giorgio continuava a rimanere illeso. Daziano allora, così narra anche la Legenda Aurea diede ordine che fosse messo sulla ruota che era stata appositamente arricchita di numerose spade aguzze e ben affilate. Sotto lo sguardo vigile di Daziano e fra i latrati di un cane aizzato contro di lui, Giorgio venne steso sulla ruota, uno dei persecutori la faceva girare e le spade, che si sarebbero dovute conficcare nel suo corpo, andarono in pezzi. La scena finale del martirio, forse la più spaventosa e la più tristemente nota, ha trovato posto nella strombatura della finestra. Lo spazio angusto rende quasi più angosciante l’attesa che il martire sia squarciato in quattro parti dalla corsa in direzioni opposte di altrettanti cavalli. La tensione è al massimo almeno per chi non sa che per far morire san Giorgio, Daziano ricorse, dopo i tentativi più sanguinolenti e le torture più crudeli, alla decapitazione, raffigurata accanto. Dell’ambiente artistico e degli aspetti stilistici della zona intorno a Merano, agli inizi del XIV secolo, Rasmo ebbe a scrivere: ”Intorno al 1400 anche nella zona meranese alla tradizione giottesca, sia pure filtrata attraverso le interpretazioni bolzanine, si sostituiscono tendenze figurative nordiche, dapprima moderate ed in seguito sempre più palesi. Il pittore delle storie di San Giorgio a Scena accentua il linearismo disegnativo delle composizioni che perdono gradualmente di consistenza volumetrica e di plausibilità spaziale”. Si è così giunti alla porta ma non per uscire, altre storie stanno per esserci raccontate nell’affresco successivo. Si tratta di un episodio della vita di san Nicola.

PER VISITARE
Il paese di Scena è posto sulle pendici a nord-ovest di Merano, a 5 km di distanza dalla città. Provenendo da Bolzano, lasciare la superstrada MeBo al’uscita Merano sud e seguire poi le indicazioni per Scena. In centro al paese, al colmo della salita, voltare a destra per la piccola frazione di San Giorgio.

Autrice: Rosanna Pruccoli