La “svendita” di Anterivo

Narra la storia che nell’anno 1321 il duca Enrico di Carinzia e Tirolo, re di Boemia grazie alla consorte, unico figlio sopravvissuto del potentissimo e ingordo “inventore” del Tirolo Mainardo II e, pure, padre dell’ultima “regina” del Tirolo indipendente Margarethe Maultasch, all’epoca dominus della Val di Fiemme “rubata” dal padre al vescovado trentino, conferì a tale Gottschalk di Bolzano il diritto di insediare ad Antereu, l’odierna Altrei / Anterivo nella bassa Val di Fiemme, inter Cauerlon et Castel, 10 nuovi masi.

Gottschalk, figlio illegittimo di tale Margaretha Knoger, acquistato a Bolzano e “liberato” da Mainardo, fu vita natural durante l’uomo di fiducia dello stesso regnante tirolese e dei suoi successori. Già dopo la conquista di Bolzano ai danni del vescovo di Trento Enrico nel 1277, Mainardo gli aveva affidato il semidistrutto Castel Roncolo. Il buon Gottschalk, titolare per  ben 37 anni della giurisdizione di Enn-Caldiff (Egna), chiamò, a quanto risulta, 10 famiglie contadine dal Tirolo del Nord e assegnò loro dei lotti di terreno di ca. 15 ettari da disboscare e coltivare.

Al contrario di Gottschalk, uomo avveduto che accumulò grandi ricchezze, Enrico fu un personaggio a dir poco controverso, incline al gioco e alla bella vita più che alle conquiste belliche, indebitato fino al collo tanto che spesso veniva fermato per strada dai creditori imbufaliti o era costretto a chiedere denaro in prestito ai suoi stessi servitori. Nel 1314 era stato convinto, come promesso dal padre sul letto di morte, a restituire l’amata Val di Fiemme al vescovo di Trento ma riuscì comunque a sdebitarsi con il fedele servitore della sua famiglia, che probabilmente aveva foraggiato i suoi vizi, con l’omaggio dei territorio allora boschivo e disabitato di Antereu. 

Qualche secolo più tardi, nel 1778, dopo molte vicissitudini, diatribe e contestazioni, Anterivo, aggregato alla giurisdizione tirolese di Enn-Caldiff dei conti Zenobio, fu oggetto di un controverso scambio “alla pari” con una insignificante località dell’alta Val di Cembra e, a quanto si disse, il paese di Termeno nella valle dell’Adige tra Maria Teresa d’Asburgo e il vescovado trentino. In realtà, Termeno, di cui si apprezzava soprattutto lo speziato vino, era stato acquisito dagli Asburgo l’anno prima in cambio di Castello, sempre in Val di Fiemme, ma i regnanti viennesi preferirono far credere agli irascibili abitanti di Anterivo, che parlarono esplicitamente di “Kuhhandel” (commercio delle vacche),  di essere stati sacrificati per ottenere in cambio il prestigioso paese vinicolo della Bassa Atesina. In realtà, come detto, ci si voleva sbarazzare una volta per sempre degli scomodi e privilegiati Altreier (che tra l’altro non pagavano tasse), e l’oggetto dello scambio fu un paesino marginale della Val di Cembra, Grumesio, oggi Grumes. In tal modo Altrei divenne Anterivo e fu unito, con la sua popolazione in grande maggioranza di lingua tedesca, alla giurisdizione di Cavalese. Il paese, sottoposto ai conti Zenobio, contrarissimi alla cessione del loro gioiello, come in precedenza la vicina Trodena, passò dunque dal “Deutschtirol” al “Welschtirol” direttamente amministrato dai vescovi di Trento, che realizzarono il sogno covato da secoli di possedere l’intera Val di Fiemme. Da un punto di vista ecclesiastico, fin dalle origini Anterivo faceva parte del distretto di Cavalese. 

Poiché lo scambio sembrava impari e gli abitanti di Anterivo si sentivano traditi e sminuiti dalla “svendita” avvenuta a loro insaputa e contro la loro volontà, il vescovo di Tento Thun donò a Maria Teresa anche la giurisdizione di Levico in Valsugana. Per tranquillizzare la popolazione, fu concesso al paese di Anterivo il diritto di caccia e pesca (nell’Avisio) che divenne fonte di introiti secondari dato che spesso venne ceduto in affitto. Qualche decennio dopo Napoleone sconvolse nuovamente l’assetto territoriale e amministrativo del vecchio Tirolo  e Anterivo, con un piede al di qua e l’altro al di là del confine fu ovviamente oggetto  di un estenuante tiramolla tra Trento e Bolzano che prosegui fino al secondo dopoguerra.

Autore: Reinhard Christanell

BOclassic 2024, una grande festa di sport

La BOclassic è senza dubbio uno degli eventi sportivi più attesi e prestigiosi del capoluogo. Ogni 31 dicembre, la città altoatesina si trasforma in un palcoscenico per corridori provenienti da ogni angolo del mondo, che si sfidano in una gara che ha ormai un posto di rilievo nel panorama internazionale delle corse su strada. Con il passare degli anni, la BOclassic ha consolidato la sua reputazione come evento di grande rilevanza, grazie alla sua organizzazione impeccabile, alla partecipazione di atleti di altissimo livello e alla suggestiva cornice naturale che offre Bolzano, con le montagne che la circondano. 

La manifestazione nasce nel 1977, quando un gruppo di appassionati di atletica decide di creare una gara podistica di fine anno che coniughi la passione per la corsa con lo spirito festivo del periodo natalizio. Fin dal suo inizio, l’obiettivo era quello di inserirsi tra le grandi manifestazioni internazionali di atletica, mantenendo però un forte legame con la comunità bolzanina.

Nel corso degli anni la BOclassic ha visto crescere la partecipazione e il prestigio, attirando atleti di fama mondiale. Il percorso tecnico, con un’altimetria mista e il passaggio nel cuore della città, ha fatto della gara un vero test per i professionisti, ma anche una festa per tutti i partecipanti. La competizione ha visto il trionfo di leggende come Kenenisa Bekele, Eliud Kipchoge e Zersenay Tadese, che hanno contribuito a elevarne il profilo, facendo della BOclassic una delle gare più seguite a livello mondiale.

L’edizione 2024 ha confermato la sua fama, con oltre 2.000 atleti al via e un campo di partecipanti che includeva alcuni dei migliori mezzofondisti internazionali. Nel settore maschile, la vittoria è andata al keniano Bekele Telahun, che ha dominato la gara con un tempo di 27’59”, vincendo per la prima volta a Bolzano. Il trentino Yeman Crippa si è piazzato secondo, avvicinando il record della manifestazione e migliorando il suo tempo personale a Bolzano.

Nel settore femminile, la vittoria è stata di Nadia Battocletti, che ha chiuso con il tempo di 15’31”. Già medagliata ai Mondiali e alle Olimpiadi, Nadia ha corso con intelligenza tattica, mantenendo un passo regolare e staccando la concorrenza negli ultimi chilometri, regalando al pubblico bolzanino una prestazione memorabile.

La BOclassic non è solo una gara per professionisti, ma un evento che coinvolge l’intera città. Migliaia di spettatori si accalcano lungo il percorso per incitare i corridori, creando un’atmosfera unica. L’evento si inserisce in un periodo di grande fermento per Bolzano, che attrae ogni anno numerosi turisti non solo per la corsa, ma anche per il mercatino di Natale, i concerti e le altre iniziative festive che animano la città.

La gara continua quindi a crescere, consolidandosi come una manifestazione imperdibile, capace di unire sport e tradizione in un evento che ogni anno cattura l’entusiasmo di corridori e spettatori, rafforzando in questo modo il legame tra Bolzano e il mondo dell’atletica internazionale.

Autore: Niccolò Dametto

Sognare

Qui Intervista Ciro a Saetti in arte Chiro, nato a Bolzano 51 anni fa. E’ Pittore figurativo e insegnante di pittura a olio all’Associazione degli Artisti, dopo aver studiato presso l’Accademia delle Belle Arti “Carrara” di Bergamo. Ha realizzato esposizioni personali in Germania, Austria, Lussemburgo, Atene, Tokyo. Nel 2024 ha pubblicato il romanzo “Io sono Egoismo”, primo Urban Fantasy ambientato a Bolzano.

La cosa di me che mi piace di più.

La fantasia.

Il mio principale difetto.

Credere che tutti siano in grado di fare quello che faccio io.

Il mio momento più felice.

La nascita dei miei figli.

Da bambino sognavo di diventare…

Un artista.

La mia occupazione preferita.

Sognare

Il luogo dove vorrei vivere.

A Bora Bora su un catamarano.

Il mio piatto preferito.

Il gelato.

Non sopporto…

L’ignoranza accompagnata da ignoranza.

Per un giorno vorrei essere…

Donna.

Nel mio frigorifero non manca mai…

La frutta.

Se fossi un animale sarei…

Un ornitorinco, l’animale creato con i pezzi che rimanevano di tutti gli altri.

Dove mi vedo fra dieci anni.

Su un altro pianeta se arrivano gli alieni.

Tre aggettivi per definirmi.

Coerente, attivo, 

Il mio fllm preferito.

Alba rossa (prima versione).

Il mio attore preferito.

Robin Williams.

Il superpotere che vorrei avere.

L’onniscienza.

Il mio ultimo acquisto.

Caffè in grani.

Amo il mio lavoro perché…

Mi permette di comunicare con le altre persone. 

La persona che ammiro di più.

Leonardo da Vinci.

L’ultima volta  che ho pianto.

Quando ho pubblicato il mio primo romanzo.

Il mio motto.

Carpe diem.

La mia maggiore paura.

Perdere la memoria.

Il mio colore preferito.

Turchese.

Il mio colore preferito.

Turchese.

Tutto un secolo di telecomunicazioni

Una volta c’erano i Posti telefonici pubblici, le cabine per le strade e i telefoni in casa, prima neri e poi “bigrigi”. Nei posti telefonici pubblici si andava per ricevere una telefonata da qualcuno o per farla, quando il telefono a casa era solo un sogno.

Al Posto telefonico pubblico chiedevi di parlare con Tizio. Il gestore chiamava la mitica “signorina”, quella che sapeva un po’ i fatti di tutti(!) e chiedeva di mandare un avviso al posto pubblico del paese di Tizio, che gli faceva recapitare a sua volta un avviso con un fattorino. Tizio doveva presentarsi ad una certa ora per parlare con te. E così quando entrambi eravamo al Posto pubblico del nostro paese, la “magia” della signorina ci metteva in comunicazione. Se lo raccontate oggi ad un ragazzo, non potrà che strabuzzare gli occhi! 

Piano piano poi venne la “teleselezione”, quella che ti faceva mettere il prefisso del distretto chiamato prima del numero di telefono e potevi finalmente telefonare direttamente a casa dell’amico o del parente lontano. E poi vennero le cabine telefoniche stradali, i telefoni a gettonee poi a moneta e con la scheda telefonica, tutti reperti che mostrati oggi fanno tenerezza, mentre quelle cabine piano piano vengono smantellate e se fai vedere un telefono a disco a un bambino ti chiede cosa sia e non capisce quella strana rotella coi buchi. Quella rotella dove i genitori infilavano un lucchetto perché i figli non abusassero del telefono (telefonare costava!) e che i figli prontamente trovarono il modo di eludere ticchettando sulla forcella, quei due puntini sui quali si appoggiava la cornetta per aprire e chiudere i contatti. 

Venne anche il tempo di fare arrivare il telefono nelle case di tutti: eravamo nei primi anni Settanta e in Alto Adige si facevano chilometri di palificazioni e scavi per portare i cavi del telefono nelle frazioni più sperdute e nei masi più in quota. 

In Val Senales, a Maso Corto, si realizzò il primo collegamento in ponte radio per dotare la stazione a monte di un telefono che la collegasse con il resto del mondo. E sempre a Maso Corto arrivò anni dopo, nelle mani di quel visionario che fu Leo Gurchler, il primo telefono portatile. Era una valigetta più grande di una ventiquattrore e neanche tanto leggera che conteneva il tutto! Sono ricordi di un tempo andato, legati ad alcuni anniversari tondi celebrati nel 2024 appena salutato. 

Era il 1924 infatti, cent’anni fa, quando furono fondale le aziende che gestivano le telecomunicazioni del territorio nazionale. La Telve era quella che presidiava il territorio del Triveneto e quindi anche la nostra regione. Nel 1964 dalla fusione di queste aziende nacque la Sip e trent’anni dopo nel 1994 un’altra operazione di fusione eliminò lo spezzatino di gestori di TLC in Italia dando vita a Telecom Italia dalla cui costola nacque Tim per gestire la telefonia mobile che nel frattempo si stava diffondendo a passi da gigante. Tim ha mandato in pensione il vecchio marchio di Telecom Italia per assorbire anche la telefonia fissa ed offrire molti servizi di information tecnology (IT) come web cloud e hosting. L’ultimo passaggio – quello forse più grande e decisivo che chiude un capitolo storico – si è concretizzato lo scorso luglio, ovvero cento anni dopo, con lo scorporo da Tim della rete telefonica pubblica ceduta alla newco FiberCop. Una volta c’era Telecom Italia oggi ci sono Tim e FiberCop: cioè il mercato e i servizi da una parte la rete dall’altra. Un cambio epocale che forse non tutti abbiamo visto passare sotto i nostri occhi. Come capirlo in concreto? Non vedremo più armeggiare negli armadi sulle strade o intervenire a casa nostra i tecnici con le macchine rosse e la divisa Tim. Insomma: siamo passati dalle “signorine” col grembiule nero ed il colletto di pizzo bianco all’era delle telecomunicazioni senza confini nell’arco di cent’anni che molti, almeno in parte, hanno attraversato e possono ricordare.

Autore: Enzo Coco

Natale dei diritti

Il 10 dicembre in tutto il mondo è stata celebrata la Giornata Mondiale dei Diritti Umani. Per l’occasione il segretario generale delle Nazioni Unite ha scritto un messaggio che a mio avviso deve essere preso molto sul serio, specie in questo momento di bilanci di fine anno, di buoni propositi per il futuro e di preparazione per le festività. Di questo messaggio ho pensato di proporvene un estratto, prima di formularvi i miei auguri di buone feste.
“Nella Giornata dei Diritti Umani, ci troviamo di fronte a una dura verità. I diritti umani sono sotto attacco. Decine di milioni di persone sono impantanate nella povertà, nella fame, nei cattivi sistemi sanitari e scolastici. Le disuguaglianze globali sono dilaganti e i conflitti si stanno intensificando. Il diritto internazionale viene deliberatamente ignorato e l’autoritarismo è in marcia mentre lo spazio civico si sta restringendo. La retorica dell’odio sta alimentando la discriminazione, la divisione e la violenza vera e propria, mentre i diritti delle donne continuano ad essere arretrati nella legge e nella pratica. I diritti umani riguardano la costruzione del futuro, e lo fanno proprio ora. Dobbiamo anche guarire le divisioni e costruire la pace e affrontare le piaghe della povertà e della fame. Così come garantire l’assistenza sanitaria e l’istruzione per tutti, promuovere la giustizia e l’uguaglianza per le donne, le ragazze e le minoranze, difendere la democrazia, la libertà di stampa e i diritti dei lavoratori. Non basta: bisogna promuovere il diritto a un ambiente sicuro, pulito, sano e sostenibile. E poi difendere i difensori dei diritti umani mentre svolgono il loro lavoro vitale.”
Il segretario generale delle Nazioni Unite conclude il suo messaggio ricordando il “Patto per il Futuro” – approvato di recente dall’Assemblea dell’ONU purtroppo non all’unanimità, ma con una maggioranza di ben 143 voti su 165 – un patto che ha rafforzato l’impegno del mondo nei confronti della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.
In questi giorni di dicembre prendiamoci il tempo per leggerci sia il testo del Patto che la Dichiarazione Universale per i Diritti Umani, carta fondamentale del nostro vivere civile.
La moltiplicazione recente dei conflitti armati, la crescita drammatica delle diseguaglianze sociali e il mancato rispetto per l’ambiente, sono temi che riguardano anche la nostra piccola terra tra i monti. Una rinnovata attenzione a questi temi è il miglior regalo che possiamo fare a noi stessi, ai nostri cari e al nostro futuro. Buone feste a tutti voi.

Autore: Luca Sticcotti

Un anno di notizie, giorno per giorno

Con l’aiuto del direttore del quotidiano Alto Adige ripercorriamo insieme i fatti più importanti del 2024, gettando uno sguardo anche sulle più importanti aspettative per l’anno nuovo che si avvicina.


Anche quest’anno si rinnova l’appuntamento con la retrospettiva che vi proponiamo ripercorrendo i fatti più importanti di questo 2024. Come sapete i periodici QuiMedia non si occupano direttamente di politica nonché di cronaca nera e giudiziaria, ma tali fatti riaffiorano per forza di cose assieme alle altre notizie salienti quando nel corso del mese di dicembre ci sediamo a un tavolo assieme a un collega giornalista per tracciare una sorta di bilancio dell’anno che si sta per chiudere. Quest’anno abbiamo deciso di farci accompagnare da Mirco Marchiodi, il nuovo direttore del quotidiano Alto Adige subentrato ad Alberto Faustini nello scorso mese di maggio. Con lui abbiamo cercato di identificare i momenti più significativi di questo 2024, quelli che a nostro avviso sono riusciti in un modo o nell’altro, nel bene e nel male, a lasciare il segno.

L’INTERVISTA

Iniziamo dalla stretta attualità. Lo scandalo Benko-Hager sta davvero  scuotendo questi ultimi giorni del 2024…

Sì, rischia di essere il fatto dell’anno, anche se nel 2024 di cose ne sono successe tante, in realtà. Ad esempio l’accordo di governo in provincia tra SVP e Fratelli d’Italia è stato un passaggio davvero epocale per l’Alto Adige. La scoperta del ”sistema” Hager è altrettanto epocale perché rischia di avere conseguenze enormi, ma in realtà di scandali nel nostro territorio ne abbiamo già avuti, ad esempio con SEL e prima con Tangentopoli, quindi la cosa è meno inedita. A livello internazionale la rielezione di Trump è un altro fatto importante che finirà per avere conseguenze ovunque, anche in Alto Adige. Lo stesso vale per la crisi che si è profilata in Europa. Ci sono state le elezioni europee, ma a pesare di più sono le crisi politiche in Francia, Germania e Austria, tutti paesi vicini a noi. Le loro crisi indeboliscono di molto il continente in cui viviamo e quindi anche noi. Rispetto agli Stati Uniti di Trump, la Cina e la Russia, rischiamo anche noi di essere l’anello debole in quanto parte dell’Italia e dell’Europa. Basti guardare la crisi dell’auto in Germania e l’effetto a catena che si sta producendo in questo periodo in Italia e anche da noi. In Alto Adige abbiamo un indotto legato all’automotive che impiega tra i 10 e i 15 mila addetti e ci sono aziende importanti che rischiano di andare in crisi per mancanza di commesse, con la conseguenti cassa integrazione e licenziamenti. Significa perdita di ricchezza per il territorio; attualmente abbiamo un bilancio record della provincia di 8 miliardi ma se l’economia inizia ad andare male, le risorse pubbliche per forza di cose sono destinate a diminuire.  

In Alto Adige però il turismo tira ancora tantissimo, lo abbiamo visto anche in questi ultimi giorni con gli arrivi in massa per i mercatini di Natale.

Premetto che il turismo come tutti gli altri settori economici naturalmente è fondamentale per lo sviluppo del nostro territorio. Ma va ricordato che il turismo conta solo per un 10-12 % del prodotto interno lordo altoatesino. Insomma: è una parte importante ma non è in nessun modo maggioritaria. Le industrie e il manifatturiero, con le tante ditte artigiane che spesso hanno sede nella tanto bistrattata zona di Bolzano Sud, contano da soli per un 25%. Poi c’è il commercio con il suo 10-12 %, e così via… La nostra fortuna, in Alto Adige, è di avere un’economia equilibrata che non dipende da un unico settore e questo anche in passato è stato un grande vantaggio. Lo si vede anche dai numeri dell’occupazione. 

Questo è un altro tema delicato, noi soffriamo sempre di più del problema opposto rispetto a quello della disoccupazione. 

La piena occupazione naturalmente è un bene, ma c’è l’altra faccia della medaglia. Come quotidiano ce ne siamo occupati tanto quest’anno. Mancano occupati in tutti i settori e a tutti i livelli. Fino a poco tempo fa mancava solo la manodopera qualificata, ma ora manca tutto, persino nel turismo, nelle pulizie e naturalmente nei nostri ospedali. E con il cambiamento demografico nei prossimi anni sarà sempre peggio. 

Ci vorrebbe un approccio politico ad hoc, per riuscire ad affrontare questo grande problema e trovare delle soluzioni per risolverlo. 

C’è un numero che dice tutto. Negli anni ’50 e ’60 le nuove nascite in Alto Adige raggiungevano quota 8.000 ogni anno, mentre ora siamo a meno di 5.000. Gli 8.000 degli anni ’50 e ’60 ora stanno per andare in pensione e al loro posto subentrano i 5.000 che però sono pochi. Quindi nel giro di 10 anni ci mancheranno 25/30mila persone nel mercato del lavoro. Ci vuole un approccio nuovo, potremmo portarli da fuori ma…

Appunto: portare qui lavoratori da fuori deve essere sostenibile sotto diversi punti di vista, primi fra tutti i salari, il costo della vita e i prezzi degli alloggi. Per non parlare del consenso politico per alcuni partiti che si oppongono all’immigrazione.

Esatto. Ci sono diversi piani sui quali occorre lavorare. Una cosa è certa: abbiamo bisogno fin da subito di forza lavoro che venga da fuori, a prescindere dalla sua provenienza. E la politica non riuscirà a bloccare questo meccanismo. Ci sono degli aspetti sociali da affrontare, questo è certo. E l’integrazione che necessita e necessiterà in futuro non è solo linguistica, ma appunto anche sociale. è un compito che spetta a tutta la società, non solo alla politica. Poi c’è la questione abitativa, che è davvero un grosso problema.

Lì siamo arrivati ad una saturazione completa, in particolare a Bolzano. E le difficoltà non riguardano solo i lavoratori qualificati che vengono da fuori e le loro famiglie, ma anche i giovani altoatesini che lavorano qui e vogliono rendersi indipendenti, magari costruendosi una famiglia. E sappiamo quanto questo è importante per il futuro di tutti noi. 

La situazione è insostenibile e come abbiamo visto sul nostro giornale ormai tutti segnalano questa cosa. Lo dice l’università, lo dicono le imprese, lo dicono i sindacati, lo dicono le associazioni di volontariato, lo dice la stessa politica. Sul fatto che i costi degli alloggi siano diventati insostenibili siamo tutti d’accordo. Adesso però bisogna trovare un modo per uscirne. Ci vuole un approccio nuovo. Ci vogliono nuovi terreni ma anche un modo diverso di costruire che tenga in considerazione il fatto che le esigenze delle famiglie sono diverse oggi rispetto a quelle dei decenni scorsi. 

Parliamo di overtourism, fino a qualche anno fa non sapevamo neanche cosa volesse dire… 

Il fenomeno è stato massiccio anche in passato, ma la cosa nuova di quest’anno è la percezione negativa della popolazione locale verso il turismo. In determinate zone della provincia siamo arrivati oggettivamente a dei livelli difficilmente sostenibili. I numeri di per sé sono impressionanti. Se noi pensiamo ai più di 36 milioni di pernottamenti all’anno, questo vuol dire che noi ospitiamo ogni giorno in Alto Adige come media 100.000 turisti. è lo stesso numero degli abitanti di Bolzano. 

Anche qui: uno può fare i calcoli e dire che in realtà abbiamo tantissimi alberghi per ospitarli, ma questo ad esempio non vale per il capoluogo dove i turisti sempre di più occupano gli alloggi che appunto vengono a mancare nel mercato per i residenti.

Proprio così.

Poi c’è il tema della nuova povertà. Oggi ci sono tantissime persone, nella nostra provincia benestante, che in realtà pur lavorando fanno fatica ad arrivare alla fine del mese. C’è uno squilibrio sempre maggiore?

Le diseguaglianze in Alto Adige non sono così marcate come in altri territori, però si registra un aumento delle persone che fanno fatica. Spesso il problema è causato dal caro casa che si riflette sui mille ambiti della nostra vita, perché ad avere prezzi esorbitanti non sono solo gli alloggi ma anche i luoghi dove hanno sede le imprese, anche quelle più piccole come i bar che poi appunto aumentano il prezzo del caffè, ad esempio.

La sanità in Alto Adige continua ad avere una serie di problemi. Molte speranze erano state riposte nel nuovo assessore provinciale competente, per una volta almeno davvero competente in materia. Ma la strada da percorrere sembra ancora lunga.

Qualche segnale di buona volontà c’è stato, ma come per tutte le cose cambiare è difficile. Il nuovo assessore Messner è arrivato con tante idee ma si sta scontrando con la difficoltà di ottimizzare un sistema che ha una lunga storia. La buona volontà c’è ma in concreto facciamo molta fatica a vedere oggettivi miglioramenti.

Ci sono poi i temi della sicurezza, percepita e reale, e dell’ordine pubblico. Ma anche della sicurezza sul lavoro.   

Dalle lettere che arrivano al giornale vedo che il tema della sicurezza tocca davvero molte persone. La situazione è diversa tra i grandi centri, come Bolzano e Merano, e il resto della provincia. Nelle città i cittadini hanno percepito un aumento della microcriminalità, ma andando a vedere i dati non è vero che l’Alto Adige si sta trasformando nel Bronx. Le forze dell’ordine in ogni caso quest’anno hanno fatto sentire molto di più la loro presenza nel territorio, anche per favorire la collaborazione da parte dei cittadini e farli sentire ascoltati. 
Per quanto riguarda la sicurezza sul lavoro il grave incidente di giugno all’Aluminium di Bolzano è stato uno degli avvenimenti più tragici in questo senso. Bisogna fare di tutto perché questi incidenti non si verifichino, investendo su formazione e sicurezza. L’attenzione è alta ma non è mai abbastanza, così come non è mai abbastanza anche la prudenza che prestiamo sulle strade. 

Nei mesi scorsi si è parlato anche del modello scolastico, che ha un po’ scricchiolato sulla scia della proposta di creare una classe composta da soli bambini con una non sufficiente padronanza della lingua tedesca in una scuola elementare del capoluogo. Sono stati segnali nuovi nell’ottica che bisogna cominciare a pensare di mettere mano al nostro sistema scolastico?

La società sta cambiando e quindi ha esigenze diverse. Tanti ambiti sono ancora legati al passato e la scuola è da sempre uno di quelli che si toccano di meno, quindi facciamo fatica ad adeguarci ai cambiamenti che obiettivamente noi non potremo fermare. Le nostre scuole saranno sempre più “colorate” e si tratta di uno sviluppo inevitabile che senz’altro non potremo fermare erigendo muri, anche perché i cambiamenti poi i muri li abbattono, come sappiamo bene. La cosa positiva del tentativo di forzatura è che è partita una discussione in merito.

Poi ci sono state le elezioni comunali a Laives…

Le elezioni lì sono state un segnale di rottura rispetto al passato, su due fronti in particolare. Innanzitutto la comunità di lingua italiana ha perso il sindaco e questo è stato causa delle divisioni nel gruppo italiano. C’è stata una frammentazione incredibile sia nel centrodestra che nel centrosinistra italiani e questo ha portato all’elezione di un sindaco dell’SVP, anche se sappiamo che la comunità di lingua tedesca di Laives è assolutamente di minoranza rispetto a quella italiana. Non penso che la stessa cosa possa accadere anche a Bolzano, perché i rapporti di forza tra i gruppi sono abbastanza definiti. A Merano invece la composizione linguistica è molto più equilibrata e il prossimo anno potrà succedere di tutto. A Laives di fatto si è replicata a livello comunale l’alleanza tra SVP e Fratelli d’Italia varata l’anno scorso in Provincia. è un’alleanza che si sta muovendo anche ai massimi livelli, basti vedere i rapporti tra il presidente Kompatscher e la premier Meloni sulla riforma dello statuto di autonomia. 

C’è poi la natura che bussa, con i cambiamenti climatici. E poi nel 2024 si è parlato molto ancora del tema della gestione dei grandi carnivori.

Ne abbiamo scritto molto: gli eventi atmosferici sono sempre più violenti anche da noi. Si tratta di un tema che non scalda molto i lettori, però bisogna farci i conti, a tutti i livelli e in tutte le stagioni. In futuro ci saranno ulteriori cambiamenti, non solo climatici ma anche economici e sociali. Il tema dei grandi carnivori ha invece toccato più il Trentino, con tre orsi abbattuti. Da noi gli orsi quest’anno sono stati meno presenti ma è invece molto presente la tematica del lupo, che stanno cercando di affrontare a livello europeo. 

La città di Bolzano dal canto suo resta ferma anche se ci sono tanti lavori in corso. La viabilità resta incastrata, per non parlare delle grandi opere ferme al palo e l’espansione edilizia quasi impossibile…

Anche su queste cose se n’è discusso molto, ma si è risolto molto poco. Bisogna anche considerare che i bolzanini hanno la lamentela facile. Quando anche solo piccole cose vengono decise, poi fioccano subito le lettere contrarie che arrivano al nostro giornale. Non si accontenta mai nessuno: basti pensare a quello che avviene per le nuove ciclabili o per il Park Vittoria. Resta il fatto che non è giusto che il capoluogo abbia gli attuali problemi di alloggi, viabilità e infrastrutture. E le elezioni alle porte non aiutano: l’amministrazione resterà bloccata nei prossimi mesi e tutti saranno concentrati sulla campagna elettorale. 

Poi c’è lo sport. Sopra tutti calcio, hockey e… Sinner.  

Sinner è stata forse la notizia dell’anno, o per lo meno una delle più importanti. Questo ragazzo di poco più di 20 anni quasi ogni giorno ci ha dato da scrivere, e mai per notizie di poco conto. Ci sono stati record su record. Siamo partiti dalla fine del 2023 con la prima vittoria in coppa Davis, ma poi non si è più fermato ed è diventato il numero uno. La provincia di Bolzano ha avuto tanti sportivi al primo posto del mondo, ma mai in uno sport di primo livello mondiale come il tennis. Sinner è comunque rimasto un ragazzo molto semplice nel senso buono del termine. 

Possiamo dire che Sinner sia diventato uno dei simboli mondiali del fair play?

Assolutamente sì. C’è stato anche il caso doping, che non è chiuso,  e anche lì Sinner si è dimostrato molto maturo e trasparente. Per il calcio abbiamo vissuto le montagne russe e quelle attuali sono le settimane più difficili per la salvezza in serie B. Va detto che nessuno ad inizio stagione si sarebbe aspettato queste difficoltà. Nell’hockey quella dei Foxes invece è una situazione opposta: anche in questa stagione la nostra squadra di hockey si sta dimostrando in grado di poter lottare per i primissimi posti. 

Com’è stato fare un quotidiano in questi mesi? Quali le principali motivazioni, ma anche gioie e dolori?

Prima di rispondere voglio ricordare i fatti di cronaca nera più importanti di questo 2024. Entrambi hanno toccato la val Pusteria, tra l’altro in simultanea. Sto parlando del doppio omicidio di San Candido e il giallo della motosega a Terento. Hanno toccato molto i lettori, non solo quelli della Pusteria. 
La quotidianità che viviamo in Alto Adige, che va dai trionfi di Sinner agli scandali politici degli ultimi giorni, ti fa svegliare la mattina pensando che ci sarà senz’altro qualcosa da raccontare ai lettori. Questo va fatto nel modo migliore e più corretto possibile ed è davvero una sfida per noi come giornale. L’altra faccia della medaglia è che questa quotidianità non ti abbandona mai e non ti dà modo di respirare: mandato in stampa un giornale bisogna infatti subito pensare al giorno dopo. La nostra fortuna è quella di vivere, nonostante tutte le difficoltà, in un territorio che sta ancora meglio rispetto a molti altri intorni a noi. Questa è una cosa a cui tengo molto: fanno sempre più notizia i fatti negativi ma – senza nascondere i problemi, le difficoltà e il malaffare che in qualche caso affiorano – bisogna anche raccontare l’Alto Adige che funziona. 

Ogni giorno per noi si ripresenta anche la sfida di rilanciare il nostro ruolo di giornalisti, offrendo un’informazione di qualità che sappia imporsi rispetto alle voci, alle approssimazioni e – soprattutto alle fake news. D’altronde è anche compito dei cittadini scegliere di informarsi come si deve, privilegiando l’autorevolezza, laddove questa venga identificata.

Sono perfettamente d’accordo. Colgo l’occasione per ricordare che il quotidiano Alto Adige il 24 maggio del 2025 compirà 80 anni. Con il suo impegno di qualità e affidabilità l’Alto Adige accompagna gli altoatesini fin dal 1945 e questa storia già di per sé è segno di autorevolezza.

Autore: Luca Sticcotti

Censimento 2024. Situazione stabile con qualche sorpresa

Almeno dalla seconda metà del secolo scorso i censimenti linguistici – allora quelli della vecchia Austria – hanno provocato aspri dibattiti e contestazioni. La prima “conta etnica” post-Covid sembra invece essere stata svolta e infine accolta con particolare rilassatezza. Si tratta di indifferenza, di maturità, di altro?

Il primo motivo per cui le reazioni sono relativamente ordinate è che i numeri usciti dalla rilevazione non cambiano di molto la situazione precedente, quella relativa al 2011. 68,61 per cento il gruppo linguistico tedesco, 26,98 per cento quello italiano e 4,41 per cento il ladino, questi i numeri percentuali estratti dal sacchetto di San Nicolò dal presidente della Provincia Arno Kompatscher assieme al direttore dell’Istituto provinciale di statistica ASTAT Timon Gärtner. 

Le percentuali sono dunque molto simili a quelle del 2011: 69,41 dichiaranti di lingua tedesca, 26,06 di lingua italiana, 4,56 di lingua ladina. Rispetto al censimento precedente la consistenza del gruppo linguistico tedesco è diminuita di 0,80 punti percentuali, quella del gruppo linguistico italiano è cresciuta di 0,92 e quella del gruppo ladino è calata di 0,12 punti.

Benché le differenze siano molto piccole, però una novità di rilievo va sottolineata. Si tratta proprio del lieve aumento del gruppo di lingua italiana, che passa, arrotondando, dal 26 al 27 per cento. Non accadeva da quando, con l’entrata in vigore della riforma dello Statuto (1972), molti equilibri in Provincia erano drasticamente cambiati, gettando la componente di lingua italiana in uno stato di incertezza, di “disagio” (il famoso “disagio degli italiani”), di vulnerabilità. Una “marcia della morte” (la “Todesmarsch” di gamperiana memoria) che pareva inarrestabile.

Che cosa è cambiato invece? Non saranno solo i “nuovi cittadini” che, avendo acquisito la cittadinanza italiana, si sono aggregati più al gruppo italiano che a quello tedesco (senza contare quel 10 per cento di cittadini stranieri che fanno parte della realtà altoatesina come tutti gli altri). Forse il nazionalismo è venuto meno, nelle dinamiche della “terza guerra mondiale a pezzi”, dove sembrano esserci problemi più importanti del proprio ombelico? In realtà in Alto Adige il “pensiero etnico” non è affatto scomparso, in particolare in parte della classe dirigente. Ma il mondo attorno al villaggio di Asterix è cambiato, sta cambiando. E i numeri che attraggono l’attenzione sono altri (non necessariamente più interessanti di quelli degli equilibri linguistici).

Autore: Paolo Bill Valente

Una storia di migrazione in scena al Pippo.Stage

Il concept di teatro-canzone realizzato dall’Associazione Direzione Ostynata è diventato un CD e verrà presentato giovedì 12 dicembre al Pippi.Stage di Vai Cadorna a Bolzano.

L’Associazione Direzione Ostinata è nata alcuni anni fa per iniziativa di un gruppo di persone desiderose di raccontare storie attraverso la musica, mettendo in scena dei concept, un po’ come si usava fare già negli anni sessanta e settanta quando molti gruppi pop nei loro dischi cercavano di fare la stessa cosa. Non si tratta di musical, e nemmeno di quello che viene definito teatro-canzone, bensì di un modo di raccontare attraverso brani strumentali che fanno da sottofondo ai momenti parlati degli spettacoli e attraverso vere e proprie canzoni.

“Sono cresciuto con la musica prog – ci racconta Andrea Piazza, che con Rolando Girardi, Filippo Grimaldi e Andrea Nones ha firmato le parti musicali del progetto, i cui testi sono invece opera di Elisabetta Marcantonio – ed è evidente che questo genere musicale, come però molti altri, emerga a più riprese in Agli antipodi del tempo migliore, il concept che abbiamo realizzato insieme e che ora è un CD registrato presso gli studi di Musica Blu con l’aiuto di David Altieri e Antonio Del Giudice”. Il disco e lo spettacolo, raccontano la storia di una bambina che all’inizio del Novecento parte dal trentino con la famiglia in cerca di un futuro migliore in Sudamerica: una storia di migrazione allo stesso tempo molto simile e profondamente diversa dalle storie di migrazione dei giorni nostri. “La nostra storia – è Elisabetta Marcantonio a parlare – è iniziata quando alcuni di noi, dopo esperienze in campo teatrale e musicale nell’ambito delle cover band, hanno sentito il bisogno di fare qualcosa di originale. Mi è stato chiesto di pensare ad una storia, a scriverne il canevaccio e quando ci siamo trovati e ho letto agli altri il mio testo, uno dei musicisti è partito a suonarci sotto qualcosa. È stato il segnale che le cose potevano funzionare e che dalle idee sarebbero sgorgate le emozioni”. Dopo un primo lavoro basato sulla storia del celebre gabbiano di Richard Bach, è venuto quindi questo Agli antipodi del tempo migliore, che vede il collettivo Direzione Ostinata mettere in fila una serie di musicisti e cantanti che annovera, oltre ai già menzionati, le chitarre elettriche di Roby Massa, Alberto Magri e Lorenzo Maistrelli, il flauto traverso di Niccolò Fornasini, la fisarmonica di Loris Bortolato, il batterista Giovanni Di Vella e le voci di Mariana Vega, Paola Lasca, Marta Guatelli e Clarissa Arena. “Per la stesura del testo – prosegue Marcantonio – mi sono informata visitando centri di documentazione sul tema della migrazione e ho scelto di vedere la storia dal punto di vista di una ragazzina adolescente, perché a quell’età c’è un fiorire di emozioni esasperante, la paura non è paura ma è terrore, la curiosità è stupore, tutto viene molto esaltato”. La storia si evolve quindi in un caleidoscopio di emozioni, il viaggio in treno, la grande città, la nave il mare, il passaggio delle un tempo invalicabili delle Colonne d’Ercole, la tempesta che in mare non manca mai, la noia delle giornate sempre uguali che la ragazzina riempie coi giochi e ai sogni. Interessante è l’inserimento, a proposito della parte musicale, di ritmi come quelli della samba e del tango che accompagnano lo scalo intermedio in Brasile e l’arrivo a Buenos Aires. Saggiamente poi, nel disco sono state omesse le parti parlate – incluse però nel ricco libretto – di modo che la continuità della narrazione musicale non s’interrompa, lasciando al lettore la facoltà di leggere quei passaggi ascoltando i brani strumentali coniati all’uopo dall’ensemble.Il disco verrà presentato giovedì 12 dicembre al Pippo.Stage alle 20.45, ogni spettatore ne riceverà una copia in omaggio e per l’occasione verrà presentata solo la parte musicale e cantata del progetto, che tra l’altro è stato già presentato sia in regione che in altre località, tra cui Umago, in Croazia, e Trieste.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Il bianco manto di Alfons Walde 

Alfons Walde fu forse meno famoso di Gustav Klimt ed Egon Schiele ma lasciò un segno indelebile nell’arte austriaca. I suoi dipinti di paesaggi innevati, sciatori della prima ora, baite immerse nel biancore luccicante della neve nelle belle giornate dai cieli blu intenso hanno fatto sognare intere generazioni e ancora oggi smuovono emozioni. 

Alfons Walde (Oberndorf in Tirol, 1891 – Kitzbühel, 1958) fu pittore, fotografo e architetto. 

Influenzato dal secessionismo, creò nature morte, paesaggi e scene di vita contadina. Ma è per i suoi paesaggi innnevati per i numerosi manifesti di stazioni sciistiche e sport invernali che produsse tra il 1920 e il 1938 che Alfons Walde divenne noto a livello internazionale. 

Egli è senza dubbio il maggiore pittore della neve e suoi sono quadri capaci di narrare le giornate sulla neve, il fascino delle stazioni sciistiche, la vita nelle baite o nei grandi alberghi alla moda degli sciatori o del glamour sulle piste e in alta quota. Egli è però stato indubbiamente anche uno dei protagonisti della pittura austriaca del primo Novecento. Alla fine della Prima guerra mondiale è proprio lui a portare nuova linfa all’arte austriaca. Fin dai suoi vent’anni il suo talento fu riconosciuto e la sua prima mostra si tenne a Innsbruck nel 1912. I primi dipinti di Walde sono ispirati al pointellisime, egli si era infatti formato sulla scia della pittura post-impressionista, trasferitosi a Vienna nel 1910 per studiare architettura alla Technische Hochschule, si era avvicinato ai pittori della Secessione viennese. Le sue opere degli anni Dieci conoscono dunque un notevole cambio di direzione e si avvicinano agli esiti dei dipinti di Gustav Klimt  e Egon Schiele. A Vienna Walde si inserì ben presto nei circoli artistici e nel 1913 espose alla 43. mostra della Secessione viennese. Da Klimt ereditò la luminosità tersa e da Schile  i forti contrasti tonali che li sviluppò in uno stile del tutto personale. Nel 1914 decise di rientrare in Tirolo poiché l’arte secessionista aveva smesso di influenzarlo: “Attraverso Schiele sono arrivato a Klimt e alla sua cerchia, ma quello che per loro era arte per me era qualcosa d’ingannevole, quindi mi accorsi che era ora di tornare in Tirolo”. Così ebbe a dichiarare in una intervista del 1925. Ottenuta la laurea finì per Walde anche l’esperienza viennese e rientrato a Kietzbühel non si mosse più per il resto della sua esistenza. 

Alcuni critici d’arte individuano nel trasferimento dell’artista anche il coincidere con un cambiamento nella sua pratica pittorica, sia nella scelta dei soggetti che nel trattamento della tela. Walde sviluppò uno stile fatto di ampie pennellate e colori densi, creando paesaggi sempre catturati nella luce brillante di una limpida giornata alpina. Per Walde, l’arte doveva essere uno specchio dell’anima, e poiché il pittore si sentiva in armonia con la natura e si reputava una persona semplice e genuina, anche la sua pittura doveva essere semplice, e pure i soggetti dei suoi dipinti. 

Il ritorno a Kitzbühel coincise anche con l’inizio della fortuna della cittadina tirolese come meta sciistica internazionale: le piste si dotavano di moderni impianti di risalita, alberghi di lusso aprivano uno dopo l’altro, e lo sci era divenuto uno sport sempre più diffuso. La fortuna turistica di Kitzbühel significò anche la fortuna commerciale di Walde, che riuscì a vendere i suoi dipinti a una clientela internazionale. 

Le sue opere furono esposte anche in importanti collettive all’estero e nel 1923 l’artista fondò una casa editrice specializzata in cartoline, che in ventisette anni d’attività vendette un milione di cartoline e 200mila stampe a colori dei propri dipinti.

Molti di questi dipinti sono esposti fino al 2 marzo a Palais Mamming a Merano nella Mostra intitolata Colours of snow. 

Alfons Walde e Max von Esterle e gli artisti coevi a sud a nord delle alpi. una felice possibilità di conoscere l’autore da vicino e vederlo in dialogo con altri 20 artisti coevi che raffigurarono la neve a nord e a sud delle Alpi.

Autrice: Rosanna Pruccoli

La stazione diventerà un Polo culturale

Partirà quanto prima la progettazione per il risanamento della vecchia stazione ferroviaria della Val di Fiemme nell’abitato di Ora: una notizia importante per la Bassa Atesina, ma anche per tutta la provincia.

La decisione del risanamento della struttura che per decenni ha ospitato la storica stazione ferroviaria dell’ex ferrovia da e per la Val di Fiemme, è stata deliberata durante l’ultimo civico consesso tenuto nella sala consiliare di Ora. E a lavorare sul progetto, l’architetto Natalia Holguin; la struttura rischiava di cadere nel degrado, e invece è destinata a diventare un Centro culturale importante dedicato alla promozione della diversità culturale e allo scambio intergenerazionale. 

Un risultato possibile grazie all’impegno dell’associazione culturale “AurOra”, che all’attivo conta oltre 40 membri uniti dal comune obiettivo di trasformare quello spazio in un punto di riferimento per l’arte, la cultura e la comunità. Il progetto sarà co-finanziato per buona parte dalla Provincia e si basa su un modello gestionale e di finanziamento ideato dall’associazione stessa, in collaborazione con il Bildungsausschuss – Comitato Educazione Permanente di Ora. 

“Questo approccio garantisce che i costi operativi non andranno a gravare sul bilancio comunale, rendendo il centro un esempio di sostenibilità economica e di efficienza amministrativa – spiegano i dirigenti dell’associazione – La futura struttura non sarà solo un luogo per eventi e mostre, ma anche un laboratorio di idee dove le generazioni si incontreranno, creando un ponte fra tradizione e innovazione”.

Dunque l’obiettivo è chiaro: fornire un palcoscenico alla creatività indipendente, offrendo un’alternativa culturale in una zona com’è la Bassa Atesina, tradizionalmente carente di spazi dedicati a questo genere di attività. Occorre dire che la decisione è arrivata in un momento cruciale per la cultura altoatesina: “Questo progetto rappresenta un raro esempio di come la volontà politica e l’impegno della società civile possano convergere per realizzare un’iniziativa innovativa e inclusiva. Con il recupero della stazione ferroviaria, si gettano quindi le basi con cui si potrebbe ridefinire il panorama culturale locale, valorizzando quelle potenzialità inespresse del territorio. Il risanamento della Vecchia Stazione Val di Fiemme è un simbolo di resistenza e innovazione culturale – concludono dall’associazione AurOra -. Sarà un luogo dove idee, persone e generazioni si potranno incontrare, inaugurando una nuova stagione culturale per la Bassa Atesina e oltre”.

In un contesto in cui la cultura spesso si trova a lottare per la sua sopravvivenza, questo spazio promette di diventare un esempio concreto di come la creatività possa prosperare quando incontra una visione chiara ed un supporto solido. In altre parole l’invito è di guardare al futuro con ottimismo e ancora di più con fiducia.

Autore: Daniele Bebber