Trasformare l’invenduto in solidarietà 

Nato nel 2013 da un’intuizione di Christian Bacci e sostenuto da Confesercenti Alto Adige, il progetto “Cacciatori di briciole” ha saputo trasformare un problema quotidiano – lo spreco alimentare – in una risorsa preziosa per chi è in difficoltà. Grazie a una rete di volontari e partner locali, il cibo invenduto viene raccolto e distribuito a chi ne ha bisogno. L’entusiasmo degli imprenditori coinvolti e l’azione di volontariato che coinvolge oltre 160 persone a Bolzano, Merano e Brunico, raccontano una storia di collaborazione e impegno civile. QuiBolzano ha incontrato l’ideatore del progetto Christian Bacci e il direttore di Confesercenti Alto Adige Mirco Benetello.

Quando è nato il vostro progetto?

Christian Bacci – Il progetto Cacciatore di briciole di Volontarius è nato nel 2013 grazie alla collaborazione con il direttore di Confesercenti Alto Adige Mirco Benetello, che mi ha aiutato ad andare nei negozi, nei bar e nei panifici del centro città e mi ha presentato ai suoi associati parlandogli del progetto, di quello che noi volevamo fare, cioè recuperare tutto l’invenduto, quello che sarebbe stato buttato via: panini e brioche per poi donarlo a persone in stato di bisogno e senzatetto.

Molti sanno chi siete perché hanno in testa le vostre biciclette, che sono particolarissime.

Le abbiamo chiamate “brici”. Sono delle bici cargo, adatte al trasporto di merci. Sono molto contenitive e ci aiutano a recuperare i grandi quantitativi di merce che anche i supermercati ci donano.

Possiamo dire che siete diventati grandi…

Sìamo partiti dal piccolo commerciante, dal bar e dal panificio, e adesso recuperiamo sia dai supermercati ma anche dall’industria alimentare. Il progetto “Cacciatori di briciole” adesso viene portato avanti, oltre che a Bolzano, anche a Merano e a Brunico, e coinvolge oltre 160 volontari che  giornalmente ritirano l’invenduto.

E il ruolo di Confesercenti in tutto questo cosa è stato?

Mirco Benetello – Per Confesercenti questo coinvolgimento è stata una fortuna perché non capita spesso di avere l’occasione di poter fare del bene e certe occasioni bisogna coglierle al volo. Christian ha chiesto una cosa semplicissima, cioè quella di poter essere presentato ai nostri imprenditori. Quello che nessuno dei due si aspettava era che da parte dei commercianti, in questo caso dei baristi e dei ristoratori, ci fosse una partecipazione così entusiasta. La raccolta degli avanzi alimentari ha risolto un problema importante per molte attività, in particolare bar e negozi di alimentari, dove spesso il cibo invenduto a fine giornata veniva inevitabilmente gettato. Buttare il cibo è un gesto contro natura, che nessuno compie a cuor leggero. Il progetto dei “Cacciatori di briciole” non solo ha permesso di recuperare alimenti utili per chi ne ha bisogno, ma ha anche dato ai donatori l’opportunità di compiere un gesto significativo verso se stessi: evitare lo spreco di qualcosa di fondamentale come il cibo.

A chi vengono distribuiti gli alimenti raccolti?

Christian Bacci – Inizialmente li destinavamo solo al progetto di Volontarius del camper della stazione, che sostiene persone senza fissa dimora. Poi il progetto si è ampliato e ora sosteniamo le famiglie anche degli empori solidali, non solo quello di Volontarius di piazza Mazzini, ma anche per esempio l’Emporio di Santo Stefano a Oltrisarco o la San Vincenzo in centro a Bolzano. Siamo parte di una rete ampia di associazioni di volontariato che si occupano di aiuto alimentare.

Autore: Till Antonio Mola

L’avventura di Michela Piazzolla nel tiro con l’arco

Il tiro con l’arco è uno sport molto complesso che richiede precisione, concentrazione e controllo mentale. Oggi andremo a scoprire questa disciplina assieme a Michela Piazzolla, una giovane tiratrice con l’arco di ventitré anni, originaria di Bolzano. 

Dopo il diploma Michela ha scelto di entrare nel mondo del lavoro, ma la sua vera passione è il tiro con l’arco, che pratica nel suo tempo libero con grande dedizione. Questo sport ha rapito Michela fin da bambina; lei oggi continua a coltivarlo con impegno, partecipando a diverse competizioni. Michela ci racconterà la sua storia, i suoi successi e le sfide che affronta ogni giorno nel mondo del tiro con l’arco.

Ciao Michela, raccontaci un po’ di te e come hai iniziato a praticare il tiro con l’arco.

La mia avventura con il tiro con l’arco è iniziata da bambina. Ricordo che durante una festa di Carnevale mi ero vestita da indiana e giocavo con un arco di plastica. Quel giorno, però, ho avuto l’opportunità di provare un arco vero con frecce reali, ed è stato amore a prima vista. Qualche mese dopo, i miei genitori mi hanno regalato il mio primo arco in legno, e da lì ho deciso di iscrivermi all’Arco Club Laives per imparare seriamente.

Hai iniziato da giovanissima, ma poi hai preso una pausa per dedicarti ad altri sport. Come mai questa interruzione e come è stato il ritorno al tiro con l’arco?

Sì, dopo circa quattro anni di pratica con l’arco, mi sono allontanata dalla disciplina per dedicarmi alla pallavolo, un altro sport che mi piaceva molto. Ho smesso di pensare al tiro con l’arco per un po’, ma poi durante una vacanza in campeggio ho trovato un’area dedicata al tiro con l’arco. Quella piccola esperienza ha risvegliato in me l’entusiasmo, e così, una volta tornata a casa, ho deciso di riprendere. Mi sono iscritta di nuovo nel 2021 e da allora non ho più smesso.

Cosa ti affascina di più di questo sport?

Il tiro con l’arco è un mix di tecnica e concentrazione mentale. In particolare, adoro le competizioni 3D, in cui si tirano frecce verso sagome di animali in un ambiente naturale, e il tiro di campagna, dove i bersagli sono circolari e i punteggi vanno dal sei al mancato (M), con distanze che variano dai cinque ai sessanta metri, metà conosciute e metà sconosciute. Ogni tipo di gara ha il suo fascino, ma il vero segreto del tiro con l’arco è la mente: è fondamentale riuscire a mantenere calma e concentrazione. Ogni distrazione, anche la più piccola, può influire sul risultato.

Com’è organizzato il tuo allenamento e quanto tempo riesci a dedicare alla pratica?

Non è sempre facile, visto che lavoro come impiegata. D’estate, però, grazie alla disponibilità di un campo all’aperto, riesco a essere più flessibile negli allenamenti. In inverno, invece, gli orari sono più rigidi e devo adattarmi. Cerco comunque di allenarmi almeno due/tre volte a settimana, anche se so di avere ancora margini di miglioramento, soprattutto nella concentrazione. In gara, a volte mi trovo a distrarmi facilmente, influenzata dall’ambiente intorno a me.

I risultati, però, sono già arrivati. Quali sono i tuoi successi più importanti?

Quest’anno sono diventata campionessa provinciale in tre discipline: tiro alla targa (70 metri), tiro indoor (18 metri) e tiro di campagna. Inoltre, mi sono qualificata per i campionati italiani indoor e di tiro di campagna, e spero di fare ancora meglio il prossimo anno. Ogni vittoria è una piccola soddisfazione, ma l’obiettivo principale è migliorare sempre. 

Consiglieresti a qualcuno di iniziare a praticare il tiro con l’arco? 

Lo consiglio vivamente! È uno sport accessibile a tutti, indipendentemente dall’età o dalla preparazione fisica. Non richiede una grande forza, perché l’intensità del tiro si adatta alle capacità individuali. Inoltre, le competizioni sono suddivise per categorie di età e tipo di arco, il che rende il tiro con l’arco un’attività inclusiva e stimolante. La precisione, la concentrazione e la disciplina sono fondamentali, e credo che chiunque possa trarne beneficio.

Un’ultima domanda: qual è il tuo obiettivo futuro nel tiro con l’arco?

Il mio obiettivo principale è continuare a migliorare, perfezionare il mio tiro e cercare di vincere il più possibile. Ma, soprattutto, voglio continuare a divertirmi e a sentire quella sensazione di concentrazione assoluta che il tiro con l’arco sa offrire.

Autore: Niccolò Dametto

Daniela Brugger e l’arte del ghiaccio

Daniela Brugger è una artista assai interessante sia per la sua formazione che per le tematiche che tratta nelle sue fotografie e nelle sue installazioni ma anche per il suo modo di vivere ritirata nel piccolo paesino di Certosa in Val Senales, dove però svolge una attività molto importante per la cultura e l’arte nell’intera vallata. Daniela Brugger è impegnata anche nella conservazione della memoria e la sua mediazione ai giovani.  

Negli anni della formazione Daniela Brunner ha frequentato la scuola di fotografia di Linz conosciuta col nome di Prager Fotoschule Österreich. Oggi lavora come fotografa e ha all’attivo svariate mostre in Italia e in Austria. Numerosi sono i soggetti che affronta dall’architettura razionalista delle città italiane alle montagne della regione tirolese ma sono soprattutto i ghiacciai in sofferenza a causa del cambiamento climatico il soggetto principe delle sue campagne fotografiche costringendola ad ascese complicate anche dalla presenza dei tessuti geotessili che ricoprono i ghiacci per proteggerli il più possibile dal raggiungere il punto di fusione. Queste coperture hanno però radicalmente mutato il paesaggio naturale e per Daniela sono divenute spunto per stampare le proprie fotografie su questi stessi tessuti. I suoi scatti non rinunciano alla composizione estetica e formale nonostante il desiderio di comunicare la catastrofe imminente. Nelle sue opere le montagne appaiono sospese fra bellezza, fascinazione e fragilità. Sono un vero e proprio monito. Da anni Daniela Brugger fa opera di sensibilizzazione. Attualmente è in mostra a Merano a Palais Mamming con una installazione che, provvista anche di suoni, può mostrare e far ascoltare il ghiaccio mentre si scioglie.  

Autrice: Rosanna Pruccoli

Dipingere sulla rete

Eleonora Mazzaferro, artista eclettica, ceramista, presepista, poeta e molto altro, è definita “L’artista che dipinge su rete”. Ha partecipato a diverse mostre di pittura e fa parte di molte associazioni. Scrive poesie e racconti, diversi pubblicati negli annuali dell’Associazione “Il carro delle Muse” (Premio Letterario Internazionale) ed alcuni dell’Associazione “Rosso Veneziano”.

La cosa che mi piace di me. 

La mia creatività perché quando creo riesco ad isolarmi. Posso dimenticarmi di tutto, lasciare da parte i problemi e le preoccupazioni.

Il mio principale difetto. 

L’impulsività.

Il mio momento più felice. 

Quando è nata mia figlia.

Chi ammiro. 

Ammiro le persone che sanno rimanere se stesse nonostante la società odierna.

Un libro sull’isola deserta. 

Se è un buon libro, è sufficiente.

La mia occupazione preferita. 

L’arte in tutte le sue sfumature.

Il paese dove vorrei vivere. 

Non esiste un paese che rispecchi i miei canoni di paese civile.

Non sopporto… 

L’ipocrisia, l’arroganza, la falsità, la delinquenza, i cosiddetti furbi e la maschera che la gente porta.

Per un giorno vorrei essere… 

Invisibile, sai quante risate?

La mia paura maggiore. 

Inizia farmi paura il futuro per tutti i giovani che non riescono ad avere una vita equilibrata, troppe le incertezze. E mi fa paura la situazione politica attuale, il mondo è impazzito.

Mi sono sentita orgogliosa…

Ogni volta che mi sono trovata in difficoltà e sono riuscita a superarla senza l’aiuto di nessuno.

Il mio motto. 

Chi fa da se fa per tre.

Il giocattolo che ho amato di più. 

Nessuno, erano talmente pochi che nemmeno li ricordo.

I miei pittori preferiti. 

Dalì, Kandinsky.

Il dono di natura che vorrei avere. 

Saper disegnare a mano libera come quelli che io reputo “veri artisti”, che anche chiudendo gli occhi mettono insieme dei capolavori.

Dico bugie solo… 

Se strettamente necessario, magari per non ferire una persona. Purtroppo sono anche troppo sincera e, questo, alla gente non piace.

Dove mi vedo fra dieci anni. 

Spero di riuscire ancora a vedermi.

L’ultima volta che ho perso la calma.

Quando una persona che si credeva superiore voleva farmi passare per stupida. Ma ha sbagliato indirizzo.

Da bambina sognavo… 

Non sognavo, ero troppo occupata a reggere la realtà.

Autore: Daniele Bebber

Il bianco manto di Alfons Walde 

Alfons Walde fu forse meno famoso di Gustav Klimt ed Egon Schiele ma lasciò un segno indelebile nell’arte austriaca. I suoi dipinti di paesaggi innevati, sciatori della prima ora, baite immerse nel biancore luccicante della neve nelle belle giornate dai cieli blu intenso hanno fatto sognare intere generazioni e ancora oggi smuovono emozioni. 

Alfons Walde (Oberndorf in Tirol, 1891 – Kitzbühel, 1958) fu pittore, fotografo e architetto. 

Influenzato dal secessionismo, creò nature morte, paesaggi e scene di vita contadina. Ma è per i suoi paesaggi innnevati per i numerosi manifesti di stazioni sciistiche e sport invernali che produsse tra il 1920 e il 1938 che Alfons Walde divenne noto a livello internazionale. 

Egli è senza dubbio il maggiore pittore della neve e suoi sono quadri capaci di narrare le giornate sulla neve, il fascino delle stazioni sciistiche, la vita nelle baite o nei grandi alberghi alla moda degli sciatori o del glamour sulle piste e in alta quota. Egli è però stato indubbiamente anche uno dei protagonisti della pittura austriaca del primo Novecento. Alla fine della Prima guerra mondiale è proprio lui a portare nuova linfa all’arte austriaca. Fin dai suoi vent’anni il suo talento fu riconosciuto e la sua prima mostra si tenne a Innsbruck nel 1912. I primi dipinti di Walde sono ispirati al pointellisime, egli si era infatti formato sulla scia della pittura post-impressionista, trasferitosi a Vienna nel 1910 per studiare architettura alla Technische Hochschule, si era avvicinato ai pittori della Secessione viennese. Le sue opere degli anni Dieci conoscono dunque un notevole cambio di direzione e si avvicinano agli esiti dei dipinti di Gustav Klimt  e Egon Schiele. A Vienna Walde si inserì ben presto nei circoli artistici e nel 1913 espose alla 43. mostra della Secessione viennese. Da Klimt ereditò la luminosità tersa e da Schile  i forti contrasti tonali che li sviluppò in uno stile del tutto personale. Nel 1914 decise di rientrare in Tirolo poiché l’arte secessionista aveva smesso di influenzarlo: “Attraverso Schiele sono arrivato a Klimt e alla sua cerchia, ma quello che per loro era arte per me era qualcosa d’ingannevole, quindi mi accorsi che era ora di tornare in Tirolo”. Così ebbe a dichiarare in una intervista del 1925. Ottenuta la laurea finì per Walde anche l’esperienza viennese e rientrato a Kietzbühel non si mosse più per il resto della sua esistenza. 

Alcuni critici d’arte individuano nel trasferimento dell’artista anche il coincidere con un cambiamento nella sua pratica pittorica, sia nella scelta dei soggetti che nel trattamento della tela. Walde sviluppò uno stile fatto di ampie pennellate e colori densi, creando paesaggi sempre catturati nella luce brillante di una limpida giornata alpina. Per Walde, l’arte doveva essere uno specchio dell’anima, e poiché il pittore si sentiva in armonia con la natura e si reputava una persona semplice e genuina, anche la sua pittura doveva essere semplice, e pure i soggetti dei suoi dipinti. 

Il ritorno a Kitzbühel coincise anche con l’inizio della fortuna della cittadina tirolese come meta sciistica internazionale: le piste si dotavano di moderni impianti di risalita, alberghi di lusso aprivano uno dopo l’altro, e lo sci era divenuto uno sport sempre più diffuso. La fortuna turistica di Kitzbühel significò anche la fortuna commerciale di Walde, che riuscì a vendere i suoi dipinti a una clientela internazionale. 

Le sue opere furono esposte anche in importanti collettive all’estero e nel 1923 l’artista fondò una casa editrice specializzata in cartoline, che in ventisette anni d’attività vendette un milione di cartoline e 200mila stampe a colori dei propri dipinti.

Molti di questi dipinti sono esposti fino al 2 marzo a Palais Mamming a Merano nella Mostra intitolata Colours of snow. 

Alfons Walde e Max von Esterle e gli artisti coevi a sud a nord delle alpi. una felice possibilità di conoscere l’autore da vicino e vederlo in dialogo con altri 20 artisti coevi che raffigurarono la neve a nord e a sud delle Alpi.

Autrice: Rosanna Pruccoli

La Croce rossa di Laives entra negli Anta

Sono trascorsi quarant’anni da quel giorno in cui anche a Laives si decise di aprire una sezione della Croce rossa; e per celebrare l’evento c’è stata una grande festa al Centro Don Bosco di Laives.

Correva l’anno 1984: da tempo ci si era resi conto che l’attesa delle ambulanze in arrivo da Bolzano per la zona di Laives e della Bassa Atesina era troppo, impedendo spesso la necessaria tempestività. In quell’anno arrivava a Laives la prima postazione di soccorso della Croce Rossa, che ebbe inizialmente sede in una roulotte e con una sola ambulanza attiva, per poi trasferirsi in una tenda di soccorso nelle vicinanze del Centro Don Bosco; ed è stato proprio il Centro Don Bosco, anch’esso rinnovato negli anni, ad ospitare una grande festa per onorare questi primi 40 anni al servizio dei cittadini. Grande la partecipazione, e oltre alle autorità civili locali c’erano anche quelle militari (con la responsabile dei volontari di Laives Sandra Clemente a fare gli onori di casa) e tanti volontari: era presente anche un nutrito gruppo di “ex” che, nel corso di questi decenni, ha reso il loro prezioso servizio alla Cri. Un ruolo che è doveroso sottolineare – a ridosso proprio della Giornata del Volontariato istituita il 5 dicembre – perché, accanto al professionismo dei lavoratori della Croce Rossa, sono ogni giorno le decine di volontari della Cri che permettono di garantire i tanti servizi che vengono messi in campo a favore della cittadinanza. Ricordiamo infatti che, accanto all’attività di soccorso, sono molti altri gli ambiti in cui opera la Croce Rossa, dalla distribuzione di viveri al trasporto degli infermi, solo per citarne un paio. Oggi, la sezione conta una quarantina di volontari, diversi giovani, che hanno avuto un ruolo prezioso per esempio durante il periodo Covid, anche se è sempre più difficile coinvolgere le persone nel volontariato. Per questo sarà fondamentale nel prossimo futuro un impegno costante per riavvicinare soprattutto i giovani a realtà così importanti per le comunità e per le quali l’apporto del volontariato è vitale.

E al futuro la sezione laivesotta della Croce Rossa guarda con ottimismo, anche alla luce del trasferimento nella nuova sede in fase di costruzione, all’interno di quella che diventerà la Casa della Comunità, che vedrà la luce in Via Sottomonte e che ospiterà anche il nuovo Distretto. Spazi più grandi, maggiore vicinanza ad altre realtà che operano sul territorio e anche una maggiore sicurezza, con l’allontanamento del transito delle ambulanze dalla zona scolastica in cui si trova l’attuale sede della Cri.

Quella andata in scena al Centro Don Bosco non era la festa per un anniversario qualsiasi, è stata una celebrazione dell’intera comunità che da ormai 40 anni e, si spera, per molti altri ancora, può contare su una realtà preziosa. Un ringraziamento va pertanto a tutti coloro – professionisti e volontari – che ogni giorno, senza sosta, si adoperano per portare sostegno all’intera comunità della Bassa Atesina.

Autrice: Raffaella Trimarchi

La stazione diventerà un Polo culturale

Partirà quanto prima la progettazione per il risanamento della vecchia stazione ferroviaria della Val di Fiemme nell’abitato di Ora: una notizia importante per la Bassa Atesina, ma anche per tutta la provincia.

La decisione del risanamento della struttura che per decenni ha ospitato la storica stazione ferroviaria dell’ex ferrovia da e per la Val di Fiemme, è stata deliberata durante l’ultimo civico consesso tenuto nella sala consiliare di Ora. E a lavorare sul progetto, l’architetto Natalia Holguin; la struttura rischiava di cadere nel degrado, e invece è destinata a diventare un Centro culturale importante dedicato alla promozione della diversità culturale e allo scambio intergenerazionale. 

Un risultato possibile grazie all’impegno dell’associazione culturale “AurOra”, che all’attivo conta oltre 40 membri uniti dal comune obiettivo di trasformare quello spazio in un punto di riferimento per l’arte, la cultura e la comunità. Il progetto sarà co-finanziato per buona parte dalla Provincia e si basa su un modello gestionale e di finanziamento ideato dall’associazione stessa, in collaborazione con il Bildungsausschuss – Comitato Educazione Permanente di Ora. 

“Questo approccio garantisce che i costi operativi non andranno a gravare sul bilancio comunale, rendendo il centro un esempio di sostenibilità economica e di efficienza amministrativa – spiegano i dirigenti dell’associazione – La futura struttura non sarà solo un luogo per eventi e mostre, ma anche un laboratorio di idee dove le generazioni si incontreranno, creando un ponte fra tradizione e innovazione”.

Dunque l’obiettivo è chiaro: fornire un palcoscenico alla creatività indipendente, offrendo un’alternativa culturale in una zona com’è la Bassa Atesina, tradizionalmente carente di spazi dedicati a questo genere di attività. Occorre dire che la decisione è arrivata in un momento cruciale per la cultura altoatesina: “Questo progetto rappresenta un raro esempio di come la volontà politica e l’impegno della società civile possano convergere per realizzare un’iniziativa innovativa e inclusiva. Con il recupero della stazione ferroviaria, si gettano quindi le basi con cui si potrebbe ridefinire il panorama culturale locale, valorizzando quelle potenzialità inespresse del territorio. Il risanamento della Vecchia Stazione Val di Fiemme è un simbolo di resistenza e innovazione culturale – concludono dall’associazione AurOra -. Sarà un luogo dove idee, persone e generazioni si potranno incontrare, inaugurando una nuova stagione culturale per la Bassa Atesina e oltre”.

In un contesto in cui la cultura spesso si trova a lottare per la sua sopravvivenza, questo spazio promette di diventare un esempio concreto di come la creatività possa prosperare quando incontra una visione chiara ed un supporto solido. In altre parole l’invito è di guardare al futuro con ottimismo e ancora di più con fiducia.

Autore: Daniele Bebber

Salorno, ovvero “I nostri giusti confini”

Non di rado in Bassa Atesina, terra di confine per eccellenza, le partite politiche più scabrose si sono giocate sulla pelle di ignari alunni delle scuole elementari. Sembra quasi che i  facinorosi di una parte e dell’altra non trovassero altro luogo in cui dare libero sfogo alla loro incurabile faziosità. D’altronde, anche ai giorni nostri la contesa scolastica è sempre all’ordine del giorno e l’assalto alla diligenza “dell’istruzione e del merito” fa parte integrante del background culturale di molti salvatori della patria.

Successe a suo tempo a Vadena, poi a Laghetti e, infine, dopo la guerra, anche a Salorno. Questo paesino sul confine linguistico-culturale assurto a simbolo di qualcosa di molto più grande della sua reale dimensione appare nei libri di storia grazie a Paolo Diacono, lo storico longobardo che ci narra di una battaglia avvenuta qui nel 577 tra i Longobardi guidati dal conte Edvino e i Franchi. Salurnis, centro amministrativo di una “curtis” che comprendeva anche Laghetti, Cortina e Magrè, faceva parte del ducato longobardo di Trento e diversi chilometri a nord, tra Laives e Bronzolo, scorreva il confine tra i due popoli ”barbari” dei Baiuvari e dei Longobardi. 

Dopo questo evento, per quattro secoli non sentiamo più parlare di Salorno, che sicuramente rimane nell’orbita del mondo romanzo plasmato dal vecchio impero romano e dalla presenza dei longobardi romanizzarti. Come gli altri paesi della Bassa Atesina, a partire dall’XI secolo subisce in misura crescente l’influenza dei Baiuvari, che espandono il loro raggio d’azione ben oltre la famosa Chiusa. 

Nella cronaca di un convento bavarese si parla di “castellum quod dicitur Salurna” e una comitiva di viaggiatori transitata da quelle parti descrisse il grande lago formato dalle acque dell’Adige all’altezza di Laghetti, che peraltro diede il nome al paesino stesso. Sempre più spesso, nei documenti dell’XI e XII secolo compaiono persone e toponimi di origine germanica; probabilmente in quell’epoca gli immigrati bavaresi ottennero il sopravvento sulla popolazione autoctona e imposero anche il loro idioma, qui come nel resto della Bassa Atesina “ladina”.

Ma torniamo a tempi meno remoti e al fatto che agitò non solo l’opinione pubblica locale ma, grazie ad un quotidiano nazionale, anche quella dell’Italia di allora. Il 29 gennaio 1961 il giornale filogovernativo romano “Il Messaggero” pubblicò sul suo supplemento domenicale un reportage a dir poco ingiurioso nei confronti del paese di Salorno e in particolare della sua scuola elementare e del corpo insegnante, con l’evidente scopo di disegnare un quadro a tinte fosche della realtà e del popolo sudtirolese. “Il problema dell’Alto Adige – I nostri giusti confini” fu il titolo provocatorio del servizio. Al centro dell’inchiesta il sistema scolastico “autonomo” delle scuole pubbliche di lingua tedesca. Prendendo come testimone, a quanto pare involontario, il sindaco democristiano Giacomo Pojer, il giornale scrisse: “Vi racconterò, per esemplificare, quel che succede a Salorno, ad una decina di chilometri da Trento. (…) Gli insegnanti sud-tirolesi hanno indotto i loro allievi a non salutare il sindaco italiano quando lo incontrano per strada. (…) Il sindaco stesso un giorno si recò a visitare la quarta elementare “tedesca” (…) che lo accolse con l’inno di Andrea Hofer…” In sostanza, secondo il giornale “ufficioso” del governo romano, che evidentemente intendeva risolvere la “questione sudtirolese” a modo suo, i bimbi salurnesi non conoscevano la capitale d’Italia Roma, l’eroe dei due mondi Garibaldi e neppure gli affluenti del fiume Tevere ma, ahimè, solo quelli del teutonico Reno. 

L’allora deputato regionale Hans Dietl reagì con veemenza al servizio giornalistico e attaccò pesantemente lo stesso sindaco Pojer, che si era prestato alla rappresentazione palesemente distorta della realtà sudtirolese, e pretese da lui, esponente provinciale di un partito cattolico come la DC e per di più di origine trentina, una smentita immediata dell’accaduto. Giacomo Pojer rispose con una rettifica ai sensi della legge sulla stampa, negando peraltro di essersi mai recato in visita a una scuola di lingua tedesca. 

Dietl prese atto della smentita del sindaco ma chiese allo stesso, capo dell’amministrazione del suo comune, di querelare il giornale e il corrispondente Matteo de Monte. Cosa che, a quanto risulta, non avvenne.

Autore: Reinhard Christanell

L’antica arte del presepe incanta ancora

Si rinnova una fra le tradizioni più amate durante il periodo natalizio, ovvero il “Sentiero dei Presepi” nella città di Laives. Un itinerario suggestivo che già da sabato 30 novembre, e fino al prossimo lunedì 6 gennaio, trasforma l’abitato in una grande esposizione a cielo aperto.

Presepi d’ogni forma e d’ogni dimensione, realizzati con maestria e con passione dai soci del gruppo “Amici dei Presepi” hanno trovato la propria collocazione entro vari punti del territorio nell’idea di regalare delle emozioni (o quanto meno provare a farlo) e quindi celebrare la magia del Natale. 

È lecito parlare di una tradizione in grado di unire il passato al presente, e a tal proposito, il gruppo “Amici dei Presepi” di Laives rappresenta una vera eccellenza nell’ambito dell’arte presepiale. Fondato il 12 dicembre 2012, è parte integrante dell’Associazione “Südtiroler Krippenfreund”, organizzazione che da oltre quarant’anni si impegna a preservare e promuovere questa tradizione artistica sotto la guida dell’attuale presidente Helmuth Baldo. Il sodalizio non si occupa solo di tenere viva quest’antica usanza, ma si impegna a tutto tondo a coinvolgere appassionati d’ogni età attraverso l’organizzazione di corsi ed iniziative in grado di garantirne la continuità. Oltre al sentiero, gli amici dei presepi propongono anche la tradizionale mostra di presepi artigianali, ospitata nella sala espositiva del Comune di Laives, in via Pietralba 29. Un’esposizione d’arte e di artigianato, aperta al pubblico sabato 14 e domenica 15 dicembre dalle 10 al mezzogiorno e dalle 14 alle 18. 

La mostra offre una panoramica sull’arte presepiale locale, con opere che spaziano da creazioni semplici a veri e propri diorami complessi, frutto di ore ed ore di lavoro e di un’attenzione meticolosa nei confronti di ogni dettaglio. Tra le opere in esposizione ci sono anche i lavori realizzati dai principianti che hanno partecipato al corso organizzato lo scorso settembre, un segno tangibile dell’impegno nella formazione e nella condivisione di questa tradizione. 

Quest’anno l’evento si arricchisce di un’ulteriore elemento artistico, con l’esposizione, accanto ai presepi, di alcuni quadri a tema “Sacra Famiglia” realizzati dall’artista Eleonora Mazzaferro. “Questa collaborazione aggiunge una nota di raffinatezza e di spiritualità, ampliando l’esperienza per i visitatori”, spiegano gli organizzatori. Un appuntamento da non perdere, dunque, tra una passeggiata lungo il Sentiero dei Presepi ed una sosta alla mostra artigianale, che rappresenta un’occasione per riscoprire la bellezza della tradizione e per lasciarsi affascinare dalla creatività.

Autore: Daniele Bebber

Federico racconta il diabete nei giovani

Federico Travagli, studente di infermieristica presso il polo universitario Claudiana, ci racconta com’è la vita di un giovane con il diabete di tipo uno e quali iniziative ci sono per chi, giovane e non, ha questa malattia autoimmune.

Quando hai scoperto di avere il diabete?

Avevo 7 anni, la mia pediatra è stata molto brava: ha subito colto i sintomi, mi ha prescritto i test e fatto ricoverare immediatamente. Per me è stato poco traumatico, ero piccolo, quindi non ho ricordi della vita prima. è stato di certo più traumatico per i miei genitori che hanno dovuto cambiare stile di vita e imparare tutto. Per quanto riguarda somministrazione di farmaci, misurazioni e insulina io ho imparato con gli anni;  all’inizio dovevano infatti gestire tutto i miei genitori. 

Crescendo la cosa è stata difficile da gestire?

Per me era la normalità. Ho avuto la fortuna di avere un bravo diabetologo: non era rigido, mi ha sempre lasciato la libertà di gestire le cose come più mi sentivo e i miei genitori sono stati molto bravi a delegarmi ogni anno compiti maggiori finché a 12/13 anni sono arrivato a una completa autonomia. Una volta che si impara a gestirsi non c’è nulla che non si possa fare.

I giovani come vivono il diabete?

Per quanto mi riguarda non ho mai vissuto episodi di bullismo o di esclusione a causa del diabete, ma ho amici che invece hanno vissuto un forte bullismo. Se ne parla sempre di più, questa cosa ancora non si conosce bene. Se non si ha un diabetico in famiglia o tra gli amici stretti spesso non si sa nulla; so di partner di persone diabetiche che anche dopo anni di matrimonio non conoscono ancora quasi per nulla la patologia. Spesso si arriva a conoscere il diabetico quando ormai è autonomo e quindi non si impara a conoscere ciò che serve, ma sarebbe importantissimo educare le persone più vicine.  

Quali sono gli strumenti per vivere meglio? Sono accessibili?

Alla base ci sono il glucometro e le penne dell’insulina; questa è la terapia base che viene sempre insegnata. Si fa un periodo iniziale con questo kit, ma, nei giovani, si opta per passare a sensori e microinfusori il prima possibile. La Provincia copre i costi di tutte le forniture. Per i microinfusori, che sono degli strumenti che con i sensori misurano automaticamente la glicemia e forniscono direttamente la dose necessaria di insulina, c’è una lista d’attesa che per i giovani è abbastanza rapida in quanto il fattore dell’età è un criterio importante.

Ci sono iniziative dedicate ai giovani?

La Diabetes Union ne organizza moltissime accessibili a tutti. Le principali a cui io ho partecipato sono i Summer Camp che sono dedicati ai bambini dai 9 ai 14 anni e i Camp 14+. In entrambi i camp è presente personale sanitario fisso e l’ultimo giorno dei medici vengono a fare un Q&A per rispondere a dubbi e quesiti anonimi dei partecipanti, i quali hanno poi spazio per discutere e scambiarsi opinioni. È un’occasione per conoscere persone diabetiche che normalmente non hai occasione di incontrare. Le attività sono moltissime, ovvero giochi, passeggiate in montagna, visite a laghi… E i momenti educativi sono davvero utili. Nel camp 14+ si ampliano per affrontare temi di cui magari non si parla col proprio medico o coi genitori come sesso e diabete e alcol e diabete. Io ho partecipato a entrambi e ora sono parte dello staff. Una nuova iniziativa che sta per partire è quella dedicata alle coppie in cui si passa un weekend con altre coppie e la psicologa, e in cui si fanno attività e si hanno dei momenti di discussione. In generale sono dei momenti da passare in compagnia in montagna, in cui si uniscono educazione e attività con animatori e personale sanitario, che aiutano a diventare autonomi, sentendosi capiti e divertendosi.

Autrice: Anna Michelazzi