Singoli, intingoli, caffè, nomination…

Non ci sono dubbi, la notizia della settimana musicale, nel momento in cui ci accingiamo a scriverne, è senza dubbio la nomination del badiota Hubert Dorigatti alla quarantasettesima edizione dei Blues Music Awards che si terrà a Memphis il 7 maggio prossimo: del disco, Poor Boy, ci siamo già occupati su queste pagine e se a qualcuno può essere sembrato eccessivo l’entusiasmo con cui ne abbiamo trattato, la notizia della nomination dovrebbe fugare ogni dubbio sulle capacità e sul potenziale del nostro compaesano. Non c’è tema di cadere in errore, Dorigatti e gli Skanners sono in questo momento gli artisti altoatesini che riescono a far parlare di sé a livello mondiale. Dovremo attendere un paio di mese per conoscere l’esito della nomination, comunque per ora c’è di che andar fieri del fatto che il disco di Dorigatti sia stato considerato tra i migliori cinque di blues non made in USA. Un risultato che vale tanto quello ottenuto per ben due volte negli anni Novanta dalla Spritz Band di Andrea Maffei al Premio Recanati dedicato alla canzone d’autore.

Per quanto riguarda le uscite degli ultimi giorni, spicca senza dubbio il nuovo singolo dei Fratelli Stonati: di questo effervescente combo altoatesino ci siamo già occupati in occasione dell’uscita di altri singoli, la novità stavolta, è che il gruppo guidato da Aaron Timpone e Simon Mayrl, debutta cantando in italiano. Caffè bruciato, questo il titolo della canzone, è un efficace condensato di quello che può essere un lunedì partito male, dal caffè che si brucia alla squadra del cuore che non è andata bene, alla lei di turno che non si fa sentire. Per un gruppo nato all’ombra dello Sciliar, con influenze che vanno dai Blur ai Kastelruther Spatzen, il risultato è tutt’altro che scontato, una canzone di pop italiano che non scimmiotta nulla, cosa che la fa diventare particolarmente apprezzabile.

Sul versante dell’indie rock a metà febbraio è uscito anche un nuovo singolo dei Timbreroots, gruppo di cui ci siamo indirettamente occupati di recente: Take Me Back conferma quanto di buono già sapevamo su di loro. Se hanno avuto successo ad Upload e se i loro brani vengono premiati nel contest Sonx, indetto ogni anno da Liedersezene 2.0, un motivo ci dev’essere. I Timbreroots sono assolutamente credibili, le loro canzoni sono ben costruite e ben suonate, la cura del suono sembra essere alla base del loro lavoro, dimostrando che dopo anni in cui la cosiddetta produzione è spesso stata presa sottogamba nella scena altoatesine (pochi sono gli artisti della nostra regione che in passato hanno dimostrato attenzione a questo fattore), ora finalmente la qualità artistica viene appaiata ad uguale attenzione nei confronti del risultato sonoro.

Cheese Tax è uno dei recenti singoli dei Seltsamen Senfsamen, coraggioso e originale quintetto che punta molto su una sezione fiati fuori dall’ordinario, una combinazione di suoni che spesso rasenta la genialità del mai abbastanza rimpianto Frank Zappa. La nuova composizione è eseguita in tandem con Alex The Judge ed è incredibile notare, ascoltando il brano, come questa voce e i fiati si combinino insieme fino a rilasciare una sorta di armonia vocale in cui però le altre voci sono appunto gli ottoni.

Highways And Hangovers è invece il nuovo singolo dei Rumpled, in circolazione dal 20 febbraio: la band celtic punk interregionale sta vivendo un momento a dir poco magico, tra concerti, partecipazioni ad acclamati festival dedicati al genere, con particolari attenzioni da parte del pubblico francofono. Il brano conferma il buon momento del gruppo in cui milita il fisarmonicista bolzanino Tommaso Zamboni, per il nuovo disco però pare dovremo attendere l’anno prossimo, nel frattempo possiamo comunque goderci l’indiavolata giga punk che sta alla base del nuovo brano.

Chiudiamo la rubrica col singolo Better Together, accreditato a Ina Pröss, cantante che è un po’ come il prezzemolo nella scena musicale regionale. Il singolo è frutto della collaborazione con Evi Mair, Magdalena Casal e Lea Casal e forse bene sarebbe stato se l’artista ne avesse condiviso la maternità con le altre tre. Peccato, perché con le sue pose nel video (spesso viste anche dal vivo) tende a mettere in secondo piano chi divide palco o dischi con lei. Il brano sarebbe anche piacevole, la combinazione delle voci e il lavoro di Matteo Rossetto e Marco Gardini in fase di produzione e strumentale rendono un notevole servizio al singolo.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Dalla reggia di Madrid a Chiusa. Il Tesoro di Loreto nel Museo Civico

Le piccole cittadine altoatesine sono veri e propri scrigni capaci di custodire importanti pagine di storia e di tesori artistici e architettonici. Chiusa è particolarmente ricca e preziosa e, fra le tante storie che può raccontare, riesce a trasportarci alla reggia di Madrid tra fine Seicento e inizio Settecento, al cospetto della regina Maria Anna di Spagna. 

Maria Anna era figlia del principe elettore Filippo Guglielmo di Baviera-Neuburg ed era nata nel 1667.

Nel 1685, Gabriel Pontifeser (1653-1706), Padre Cappuccino nato a Chiusa, era stato invitato alla corte di Heidelberg e qui designato padre confessore della giovane Maria Anna. 

Nel 1690 la giovane era andata in sposa a Carlo II di Spagna, rimasto vedovo. Divenuta regina di Spagna, fin da subito Maria Anna installò nella corte di Madrid il proprio entourage, primo fra tutti il suo padre confessore. Padre Gabriel a Madrid seppe guadagnarsi la fiducia, la devozione e la stima della corte. 

Conoscendo il grande desiderio di Padre Gabriel, la regina, a lui sempre grata, volle esaudire questa sua aspirazione di fondare un convento dei cappuccini e una chiesa annessa, nella sua lontana Chiusa. In aggiunta a ciò, con altri dignitari di corte, gli fecero il dono di una collezione di oggetti d’arte sacra di inestimabile valore. 

La fondazione del monastero dei Cappuccini e della chiesa a Chiusa avvenne in pochissimo tempo, fra il 1699 al 1701 e l’edificio fu subito occupato dall’ordine. Fra il 1702 e l’anno successivo fu costruita la vicina Cappella Loreto. Il monastero e la chiesa formavano un complesso compatto alla periferia sud-occidentale di Chiusa a tutt’oggi visibile e visitabile. Sulla facciata spicca lo stemma della fondatrice, la regina Maria Anna di Spagna, e la statua del santo patrono della chiesa, San Felice. Di lato all’ingresso si trova una grotta di Loreto con una Madonna con Pietro e Maria Maddalena. La chiesa è molto semplice, a navata unica con volta a botte. L’altare maggiore reca un dipinto di San Felice mentre l’altare nella cappella laterale raffigura i Santi Francesco e Antonio di Padova con il Bambino Gesù. Gli altari furono realizzati da Paolo Pagini e da Stefano Maria Legnani e non mancano le somiglianze con gli altari di chiese milanesi come quella di San Celso realizzato dallo stesso artista. Nell’edificio del convento oggi è ubicato il Museo civico di Chiusa e qui è racchiusa quella collezione giunta da Madrid. Dalla corte spagnola era stato mandato un prezioso tesoro che in seguito venne denominato “Tesoro di Loreto” in quanto prese il nome della cappella in cui fu custodito. La ricca collezione è costituita da preziosissimi oggetti sacri, d’argento e d’argento dorato incastonati da coralli, pietre preziose ma ne fanno parte anche preziosi tessuti, porcellane orientali, quadri di notevole qualità e altre opere d´arte, tra le quali anche l’altare da campo di re Carlo II di Spagna. Sono per la maggior parte lavori di noti artisti italiani, spagnoli e fiamminghi, realizzati nel XVI e XVII secolo. La donazione, il cosiddetto “Tesoro di Loreto” è a tutt’oggi visibile nel Museo civico di Chiusa. 

Quando Carlo II re di Spagna morì, fu Filippo V a succedergli sul trono, così la regina Maria Anna si ritirò a Toledo e Padre Gabriel lasciò la Spagna per Roma. Maria Anna morì il 16 luglio 1740 a Baiona. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Immersioni nell’oceano maldiviano

Manta Freediving è una società bolzanina di apnea che a febbraio è partita, con i propri allievi, soci e tesserati, alla volta delle Maldive per vivere le isole da un punto di vista subacqueo. Il viaggio è stato organizzato in funzione dell’apnea, della sostenibilità e della scoperta della cultura locale, così influenzata dal mare.

Perché avete organizzato questo viaggio?

La nostra idea è fare dei viaggi legati alla nostra attività apneistica per conoscere nuove acque attraverso le culture locali che basano le proprie tradizioni sul mondo marino. Volevamo offrire ai partecipanti tante attività in acqua con il fine di conoscere il mondo marino tropicale attraverso un’esperienza a contatto con i locali.

Come cambia l’apnea in un ambiente così?

È più ricreativa che sportiva. Poter usufruire di tutte le conoscenze apneistiche imparate nei corsi a livello ricreativo divertendosi sulle barriere coralline ha reso tutti felici. Inoltre le Maldive sono un ambiente con molta corrente quindi l’apnea sportiva su cavo risulta più complicata e tecnica, ciò ci ha permesso di allenare competenze diverse. 

Cosa vi portate a casa?

Maggiore consapevolezza tecnica e ambientale. Abbiamo conosciuto un ambiente marino molto delicato e la cultura locale grazie all’interazione con i maldiviani che vivono il mare quotidianamente e in maniera diversa dalla nostra. 

Quali sono state le esperienze subacquee più memorabili?

Ogni barriera visitata ci ha offerto qualcosa di diverso, ma sicuramente l’esperienza fatta di notte è stata memorabile, qualcosa di fantascientifico. Tutti gli incontri con la fauna marina — tartarughe, delfini, aquile di mare… — sono stati incredibili.

In che modo siete entrati in contatto con la cultura e le tradizioni maldiviane?

Abbiamo scelto un’isola vissuta veramente dai maldiviani. Abbiamo voluto passare una settimana intera tra le loro tradizioni sociali, culturali e culinarie. La visita dell’isola con una guida maldiviana ci ha fatto capire come viveva e come vive attualmente questo straordinario popolo. La guida ci ha raccontato delle tradizioni religiose, del vivere quotidiano — dalla sanità al sostentamento energetico autonomo. Abbiamo anche ballato musica tradizionale con dei ballerini locali con i quali è nata pure una sfida di calcio Italia-Maldive. 

Come avete affrontato il tema della tutela dell’ambiente marino?

Tutta la vacanza è stata improntata alla massima sostenibilità ambientale a partire dalla scelta della guesthouse, all’ottimizzazione dei tour e alle azioni concrete, come la pulizia giornaliera delle spiagge e delle barriere coralline. L’obiettivo era istruire e sensibilizzare i partecipanti: non toccare le barriere coralline, usare prodotti reef safe etc. Stare in un ambiente così particolare e aver potuto vedere direttamente le problematiche del clima e dell’inquinamento che stanno trasformando, rovinando e sporcando i nostri oceani hanno donato molta più consapevolezza a noi e ai nostri ragazzi. 

Avete in programma nuove esperienze simili in futuro?

Assolutamente sì, il nostro scopo è quello di insegnare e trasmettere l’apnea per poi visitare il mondo sott’acqua. Il progetto sarebbe andare in Messico sempre con le stesse modalità per fare apnea nei cenote. 

Autrice: Anna Michelazzi

A proposito di concerti…

Da veterano dell’andar per concerti, ho letto con interesse la recente intervista di Anna Michelazzi a Siria Stenico pubblicata sul nostro giornale riguardo alle difficoltà cui va incontro chi ha la passione della musica dal vivo. Proprio durante la lettura dell’articolo in questione mi sono passate davanti agli occhi un serie di argomentazioni, nonché ricordi, considerazioni riguardo alla musica dal vivo, ai suoi luoghi e ai suoi costi. Premetto che sono un matusa della materia, ma nell’ultimo decennio ho avuto anche modo di assistere a concerti di artisti provenienti dal mondo dei talent show e quindi la mia esperienza di musica dal vivo non è limitata ai generi prediletti dalla mia generazione.

Condivido molto, se non tutto quello che l’intervistata racconta ad Anna Michelazzi.

E comprendo il suo desiderio di quei cosiddetti bagni di folla che sono i concerti negli stadi, i grandi raduni, quegli appuntamenti irrinunciabili in cui a volte – non di regola – la spettacolarità e il fatto che ci siano migliaia di persone ad emozionarsi, commuoversi, cantare a squarciagola con l’artista del cuore, prendono il sopravvento sul fattore musica, che, per quanto mi riguarda è ciò che vado cercando quando mi reco ad un concerto.

Nel corso di oltre quarant’anni di musica dal vivo vista e ascoltata, ho maturato la convinzione che, da parte di chi i concerti (quelli da migliaia di spettatori) li organizza, ci sia poco rispetto per coloro che ai concerti si recano. Ho ascoltato, si fa per dire, esibizioni al limite della decenza, con i musicisti costretti a suonare in un palasport di cemento dall’acustica inaccettabile, anche in tempi recenti: insomma, un insulto anche per chi la musica la suona e non solo per chi ne fruisce.

Sul discorso costi poi, nemmeno parlarne, i biglietti degli eventi sono davvero proibitivi, un paragone col secolo passato è insostenibile, ma molta colpa è delle agenzia di ticketing (veri e propri squali senza ritegno). Ed è un peccato, perché a detta di molti artisti stranieri, il calore e l’accoglienza del pubblico italiano sono qualcosa di unico, il problema è l’organizzazione  spesso non all’altezza di quella dei paesi del nord Europa.

Nonostante nel mio piccolo abbia anch’io fatto chilometri per andare a vedere dal vivo i miei beniamini, cosa che, meno frequentemente, continuo a fare, oggi come oggi prediligo assistere a concerti meno affollati, in situazioni più confortevoli che non sul prato di uno stadio. Non è solo una questione di età, se si ama la musica di qualità e si ha voglia di ascoltarla in condizioni ottimali, le occasioni non mancano. Certo, se la priorità è il bagno di folla le cose cambiano.

Limitatamente alla realtà locale, Bolzano pur essendo città UNESCO della musica ha sempre brillato e continua a farlo per l’assenza di spazi deputati alla musica giovane e non colta. Pensiamo alla terribile acustica del vecchio Palaghiaccio di via Roma, al Palasport, al Palaonda e pensiamo a strutture volute dall’ente pubblico, come il KuBo. Tutte situazioni nemiche della buona acustica. Per non dire della promozione della produzione locale, un tempo deputata alle associazioni foraggiate dalla pubblica amministrazione ed oggi fagocitata dalla medesima o affidata alla buona volontà di pochissime realtà autonome.

Anche a rischio di flop clamorosi.

Ecco, credo che il nocciolo della questione sia questo: c’è troppa attenzione per il concerto in quanto evento mediatico che raduna folle oceaniche (penso a Vasco a Trento, ai concerti all’autodromo di Imola) e ce n’è troppa poca per quella musica più “piccola”, ma ugualmente bella che a Bolzano si può ascoltare nei teatri o in luoghi come Laurin, Sudwerk, Pippo.Stage, Carambolage, Zoona.

Non dico che ci sia da andare a vedere un concerto al giorno (talvolta purtroppo succede che in un giorno ce ne siano due o tre in contemporanea), ma un paio alla settimana ci stanno. E se la spinta per andare ad un concerto è l’amore per la Musica, con la Emme grande, vi assicuro che in giro ce n’è, ci sono artisti italiani e stranieri, minori solo per considerazione, che propongono cose spettacolari per pochi intimi, c’è il jazz, ci sono i cantautori, le band, l’elettronica. E c’è un universo di musicisti locali che sono bravissimi e meriterebbero più attenzione, in particolare da parte dei loro coetanei, nel caso dei più giovani. La musica c’è, magari va cercata, ma credo sia meglio pagare 10 o 20 euro per un buon concerto di dimensioni ridotte, dove poi magari è possibile anche scambiare due chiacchiere coi musicisti, che pagare fino a qualche centinaio di euro per il mega evento a San Siro dove per vedere i musicisti serve il mega schermo di turno, pregando di non avere l’impalcatura del mixer davanti.

Comunque sia, buona musica a tutti e long live rock’n’roll.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

I soggiorni meranesi di Stefan e Friederike Zweig 

Nato a Vienna nel 1881 da una abbiente famiglia ebraica, Stefan Zweig era figlio dell’industriale Moritz Zweig (1845-1926) e di Ida Brettauer (1854-1938), nata ad Ancona da una famiglia di banchieri di Hohenems. Dopo gli studi di filosofia compiuti fra Vienna e Berlino e ultimati con la laurea nel 1904, Zweig prese a viaggiare attraverso l’Europa. Fra il 1908 e il 1909 compì un viaggio in Asia. Al suo rientro conobbe Friederike Maria Burger von Winternitz, coniugata. Friderike era nata a Vienna nel 1882, fu fra le prime donne ad essere ammessa all’Università di Vienna e studiò letteratura francese.

Con il cognome del primo marito, von Winternitz, Friderike riuscì a farsi conoscere come scrittrice fin dal 1902, pubblicando diversi romanzi e scrivendo per la Monatshefte di Westermann, la Wiener Zeitung e la Vossische Zeitung. Nel 1905 come molti altri intellettuali ebrei Friedericke si convertì alla religione cattolica aggiungendo Maria al suo nome. Nel 1910 Friederike e Stefan Zweig trascorsero un lungo soggiorno a Merano. La città era per Stefan Zweig un luogo piacevole e rilassante, il luogo dove restare anche per trarre ispirazione e scrivere. Furono infatti tre i suoi soggiorni a Castel Labers. Dal Castello nel marzo del 1908 scrisse “Herbstwinter in Meran”. E non erano poche le persone a cui, nelle sue lettere, consigliasse la città: “In autunno voglio essere in Tirolo, a Merano […]. Lì troverete una tranquillità unica, un paesaggio meraviglioso e un autunno ricco di frutti come non avete mai visto prima. […] In nessun altro posto al mondo – e non ho visto pochi paesi – l’autunno è così bello come a Merano, perché lì l’intero paesaggio è colorato dai diversi frutti e l’aria è buona e mite.”

Friederike vi fece ritorno nel 1913 con la figlioletta malata Susanna Benediktine detta Suse. Qui ella scrisse gran parte del suo romanzo “Der Ruf der Heimat” che pubblicò l’anno dopo per i tipi di Schuster & Loeffler. Nello stesso 1914 divorziò dal primo marito. 

Durante la Prima Guerra Mondiale, che considerava un crimine, Friederike organizzò il Comitato Internazionale per una Pace Duratura. Anche Stefan Zweig si batteva per l’umanità e la pace oltre qualsiasi partito o comunità religiosa.

Friderike Zweig partecipò e organizzò numerose conferenze femminili di argomento pacifista. Nel 1915, ad esempio, fece parte del Comitato austriaco al 1º Congresso Internazionale per la Pace delle Donne, tenutosi all’Aia e che riunì donne da tutta Europa e dagli Stati Uniti D’America. Friederike consegnò le richieste di pace presentate anche al governo austriaco. Nel 1917 partecipò alla riunione femminile del Comitato Internazionale per una Pace Duratura a Vienna. Fece anche parte dell’Associazione Generale Austriaca delle Donne e fece parte della rete internazionali nel movimento per la pace femminile. Il suo impegno fu espresso negli articoli Die Frauen und der Krieg e Die schwarze Grenze, entrambi apparsi nel 1918 sulla rivista Die Friedens-Warte. In Women and the War, chiese il sostegno alla Conferenza delle Donne del Comitato Internazionale per una Pace Duratura, che si tenne a Berna nell’aprile 1918. Nel 1919, il comitato fu rinominato e, ancora oggi si chiama ancora Lega Internazionale delle Donne per la Pace e la Libertà (IFFF). Nel 1920 Friederike e Stefan si sposarono e andarono a vivere a Salisburgo fino al 1938 quando divorziarono. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

OGM, TEA, NGT (parte 1)

Il mondo dell’agricoltura sta vivendo una trasformazione silenziosa ma radicale. Si parla sempre più spesso di TEA (Tecniche di Evoluzione Assistita) o NGT, presentandole come la soluzione moderna e “pulita” ai problemi della fame e del cambiamento climatico. Ma cosa si nasconde dietro queste sigle? Il professor Salvatore Ceccarelli, genetista di fama internazionale, ci invita a guardare oltre la propaganda.

Per capire i nuovi OGM, bisogna guardare a come sono fatti. Mentre i vecchi OGM mescolavano specie diverse (ad esempio un gene di un batterio in una pianta), i nuovi intervengono sul DNA della pianta stessa. I sostenitori dicono che è come usare “forbicine di precisione”, ma la realtà tecnica è diversa: si usano ancora batteri e geni resistenti agli antibiotici per “trasportare” le modifiche. Il risultato è un organismo che in natura non esisterebbe in quella forma e di cui non conosciamo gli effetti a lungo termine sulla salute e sull’ambiente.

Il problema principale, spiega Ceccarelli, è di tipo evolutivo. Creare una pianta resistente a un insetto o a un fungo tramite la modifica di un singolo gene è una strategia destinata a fallire. La natura non sta a guardare: parassiti e infestanti evolvono rapidamente per superare quell’ostacolo. È una “corsa agli armamenti” in cui l’agricoltore perde sempre: dopo pochi anni, la pianta modificata non funziona più e bisogna acquistarne una nuova, ancora più costosa e complessa.

Questo meccanismo serve a chi vende i semi, non a chi coltiva. Dietro ogni seme modificato c’è un brevetto. Se il polline di un campo OGM finisce per errore nel campo del vicino (cosa che accade normalmente con il vento), quell’agricoltore potrebbe trovarsi legalmente perseguibile perché la sua pianta ora contiene un gene di proprietà di una multinazionale. È la fine della libertà contadina e l’inizio di una dipendenza totale dalle grandi aziende sementiere.

Inoltre, la liberalizzazione che si sta discutendo in Europa vorrebbe eliminare l’obbligo di indicare in etichetta la presenza di questi nuovi OGM. Questo significa che noi consumatori perderemmo il diritto fondamentale di scegliere cosa mettere nel piatto. Senza tracciabilità e senza il rispetto del “principio di precauzione”, stiamo accettando una scommessa sulla nostra salute di cui non conosciamo i rischi, trasformando i nostri campi in laboratori a cielo aperto. La scienza che serve all’agricoltura non è quella che cerca di dominare la natura con la tecnologia, ma quella che impara a collaborare con essa.

Autore: Donatello Vallotta

Gli “Ötzi” a spasso nella valle dell’Adige

Secondo la paleogenetica, l’ultimo antenato comune tra noi e i nostri “cugini” scimpanzé, con cui condividiamo quasi il 99% del DNA, visse circa tredici milioni di anni fa. Oggi vediamo il risultato delle mutazioni genetiche intervenute in questo lunghissimo processo evolutivo, ma possiamo solo immaginare che aspetto avesse quel “nonno” comune.

Karl Marx, che ne capiva, scrisse che l’anatomia dell’uomo spiegava quella della scimmia. Noi abbiamo due certezze: stava lentamente imparando a camminare su due gambe e non aveva la coda. Alla luce di questa enorme distanza temporale possiamo affermare che l’uomo del Similaun, vissuto “appena” 50 secoli fa, non è un nostro lontanissimo parente ma, per così dire, uno di noi. Anzi, Ötzi siamo noi.

La sua raffigurazione corrente presenta però alcuni problemi. Viene immaginato come una sorta di “nonno di Heidi”, un archetipo dell’antico montanaro alpino: robusto, chiaro di pelle, con tratti quasi folkloristici. Le analisi genetiche più recenti raccontano invece una storia diversa. Ötzi aveva – come tutti gli europei originari – la pelle scura. Il suo patrimonio genetico mostra inoltre che l’80% del suo genoma proveniva dagli agricoltori neolitici anatolici, mentre solo una parte minore derivava dai cacciatori-raccoglitori europei dell’era post-glaciale.

Ötzi, che in realtà avrebbe dovuto chiamarsi Velthune, Larth, Kutzi o Thana, apparteneva alla cultura di Remedello, diffusa nell’Italia settentrionale. Le comunità di quell’epoca erano inserite in reti di scambio che collegavano le regioni alpine con la pianura padana e altre aree europee. Anche la sua lingua apparteneva a un contesto pre-indoeuropeo, come il retico e l’etrusco.

Quando nel 1991, a oltre 3.200 metri di quota, venne alla luce il suo corpo mummificato si aprì una finestra sull’età del Rame (3300–3000 a.C.), un mondo di transizione in cui antiche tradizioni di caccia convivevano con agricoltura, allevamento e prime forme di metallurgia. Per comprenderlo bisogna però tornare alla fine dell’ultima glaciazione. Con il ritiro dei ghiacci, circa 13.000 anni fa, la valle dell’Adige divenne un importante corridoio ecologico e umano: terrazzi fluviali e zone umide favorivano insediamenti stagionali, mentre il fiume offriva risorse e, soprattutto, vie di spostamento.

Nel Mesolitico gruppi di cacciatori-raccoglitori iniziarono a percorrere l’asse atesino e le valli laterali. Siti come il Riparo Gaban presso Martignano di Trento, San Giacomo o il crinale della Mendola testimoniano comunità che vivevano di cervo, stambecco, pesca fluviale e raccolta di frutti spontanei. Ripari sotto roccia, focolari e strumenti in selce rivelano una profonda conoscenza dell’ambiente alpino. L’equipaggiamento di Ötzi riflette bene questo mondo. L’ascia in rame non era un utensile comune ma un oggetto di prestigio. Le sepolture remedelliane con pugnali in selce e armi deposte accanto ai defunti mostrano una società già articolata. Il resto del corredo è essenziale: coltello in selce, arco incompiuto, frecce e abiti in pelli di capra, pecora e orso, con un mantello di fibre vegetali e scarpe isolate con erbe secche.

Rimane il mistero della sua morte.

Una freccia nella spalla indica violenza e conflitto. Forse fuggiva da un’imboscata o da tensioni locali. Il ghiacciaio ha conservato il corpo ma non il contesto; è quasi certo che gli aggressori appartenessero al suo stesso gruppo e non si siano impossessati della preziosa ascia o di altri oggetti per paura di essere subito individuati come autori dell’omicidio.

Ötzi si inserisce così in una storia millenaria che unisce primi cacciatori e pescatori mesolitici della valle dell’Adige, agricoltori neolitici e metallurghi dell’età del Rame. Nel suo corpo, nel suo DNA e nel suo equipaggiamento si riflette un’Europa già dinamica e connessa. 

Non è solo una mummia eccezionale: è il testimone di un territorio atesino che, molto prima della storia scritta, era già spazio di mobilità e scambi culturali.

Autore: Reinhard Christanell

Nasce “un fiume di libri” per la lettura

La Biblioteca A. Vivaldi di Bronzolo offre ai lettori della Bassa Atesina uno spazio per incontrarsi e parlare di libri. Ogni mese, dopo aver letto un romanzo prestabilito, i partecipanti possono condividere le proprie impressioni, suggestioni e giudizi in piena libertà. L’iniziativa dà nuovo vigore a una realtà che negli ultimi anni stava iniziando a passare in secondo piano e che può ora sperare di diventare uno dei principali punti di ritrovo e di coesione sociale del paese.

“Sarà un momento fertile, di confronto e di scoperta. Ovviamente, sempre nel rispetto dell’opinione dell’altro”, dice Daisy Fellin, la bibliotecaria volontaria che ha organizzato e dirige l’iniziativa. Le regole: “Leggere ciò che si può nel tempo che si ha; presentarsi all’incontro anche se non si è finito di leggere o se il libro non è piaciuto affatto: in questo caso, il gruppo di lettura è il posto giusto per discuterne assieme”.

Si parlerà di libri, sì, ma i protagonisti sono i lettori: “Dopo varie esperienze dirette, mi sono resa conto che i gruppi di lettura non riguardano solo i libri, ma soprattutto le persone che li leggono: leggere insieme e parlare delle proprie letture crea forti connessioni, un sentimento di coesione tra i partecipanti, quasi di familiarità. I libri, da soli, prendono polvere. Sono le persone che li rendono vivi”.

L’impegno di ritrovarsi una volta al mese per confrontarsi su un interesse in comune consente di avvicinare persone molto lontane tra loro, che solitamente non avrebbero né il motivo né l’occasione di entrare in contatto: “Ritagliarsi un momento per discutere di un argomento condiviso permette ai giovani di aprirsi alla realtà fuori dalla propria bolla social e agli anziani di uscire dal grande isolamento che vivono nel quotidiano. Ciò che volevo era creare un gruppo intergenerazionale per mettere in connessione età diverse. Il libro è il punto di partenza che favorisce l’incontro e il confronto tra mondi spesso lontani. E poi, chi lo sa, potrebbero nascere delle belle amicizie”.

Durante l’incontro preliminare, una ventina di persone si sono ritrovate nelle sale della biblioteca per scegliere tra gli otto titoli proposti da Daisy. Si tratta di letture veloci e adatte a tutti i gusti: “Ho scelto libri che non fossero solo consolatori, la classica lettura da spiaggia, per intenderci. Ci sono anche titoli che possono stimolare riflessioni critiche, addirittura negative, com’è giusto che sia quando si legge”, afferma la bibliotecaria. La scelta dei lettori è infine ricaduta su quattro libri. Di seguito, l’elenco con i rispettivi appuntamenti: lunedì 23 marzo, “La luna e i falò” di C. Pavese; lunedì 20 aprile, “L’Avversario” di E. Carrère; lunedì 18 maggio, “I miei stupidi intenti” di B. Zannoni. Tutti gli incontri avverranno dalle 20 alle 21.

Per l’occasione, è stato creato un gruppo WhatsApp e ogni comunicazione avverrà tramite la pagina Instagram della biblioteca: @bibliotecavivaldibronzolo. 

Per ulteriori informazioni, ci si può rivolgere all’indirizzo e-mail: bibliotecavivaldi@tiscali.it

Autore: Tommaso Calamaro

Disegnare per vivere

Qui Intervista a Christian Luccarini, in arte OAK, muralista e illustratore. Nel suo lavoro mette al centro ciò che lo fa stare bene, ovvero: disegnare, stare con le persone a cui tiene, la musica. Quando riesce a unire tutto questo, trova il suo equilibrio. I suoi lavori sono visibili su Instagram: @oakmood

La prima cosa che faccio al mattino.

Cerco di capire quanto carico posso fare il caffè in base al mio stato d’animo.

La mia occupazione preferita.

Essere gentile con gli altri perché poi la gentilezza ti ritorna sempre sotto altre forme.

La cosa di me che mi piace di più.

Cerco sempre di ascoltarmi per capire cosa mi fa stare bene.

Da bambino sognavo di diventare…

Dipende dal periodo, a 6/7 anni probabilmente Buzz Lightyear.

Il luogo dove vorrei vivere.

Avrei sempre voluto vivere su una casa sull’albero.

Il mio piatto preferito.

Senza girarci troppo intorno: la pizza.

Non sopporto…

Le persone frustrate.

Per un giorno vorresti essere…

Un allevatore che vive con i suoi animali e se ne prende cura.

Nel mio frigorifero non manca mai…

Il formaggio grana.

Se fossi un animale sarei…

Molto probabilmente un orso.

Dove mi vedo fra dieci anni.

A vivere su una casa sull’albero.

Tre aggettivi per definirmi.

Affettuoso, riflessivo, gentile.

Il mio film preferito.

“Il mio vicino Totoro” di Miyazaki.

Il superpotere che vorrei avere.

Il teletrasporto.

Cosa apprezzo di più del luogo in cui vivo.

L’infinità di panifici per comprare la colazione e la merenda.

Amo il mio lavoro perché…

Non è performativo e il ritmo e il processo li posso decidere io.

La persona che ammiro di più.

Se parliamo di personaggi conosciuti: Zerocalcare.

Il mio motto.

Meglio troppo che troppo poco.

Il mio colore preferito.

Quello che sta bene nel contesto.

Il mio primo ricordo.

Io che scrivo il mio nome sul cassetto dell’asilo.

Autore: Marco Valente