Beato Arrigo

A collegare via Weggenstein con via Sant’Antonio vi è via Beato Arrigo; si tratta del beato Enrico da Bolzano. Nato a Bolzano nel 1250 da genitori poveri, Enrico dovette ben presto guadagnarsi da vivere come operaio a giornata, ma, pur essendo analfabeta, partecipò con devozione alle funzioni religiose. Sposato e con un figlio di nome Lorenzo, a circa 30 anni, di ritorno da un pellegrinaggio a Roma con la moglie e il figlio, si trasferì a Biancade (Treviso);  morta la moglie si stabilì a Treviso dove continuò a condurre una vita di umile lavoro, come bracciante,  e a partecipare a varie celebrazioni liturgiche. Quando a causa dell’età avanzata non poté più lavorare, condusse una vita di penitenza, chiedendo l’elemosina, mendicando non tanto per sé quanto per i poveri della città. Recitava il Rosario in qualche angolo della chiesa e se la chiesa era chiusa pregava in ginocchio davanti al portale. Morto in fama di santità il 10 giugno 1315, grande fu la partecipazione di popolo alle sue esequie, durante le quali, si narra, un paralitico improvvisamente guarì. Fu sepolto nel Duomo di Treviso e da allora ci fu un grande afflusso di pellegrini. Beatificato il 29 luglio 1750, nel 1759 sue reliquie (due costole) furono solennemente traslate, con grande partecipazione di fedeli, nella chiesa parrocchiale di Bolzano, da allora conservate nella cappella di Loreto in un prezioso scrigno ed esposte alla pubblica venerazione. Arrigo divenne presto popolare in tutta l’Italia del Nord. Il beato Enrico da Bolzano, patrono di Bolzano, la cui ricorrenza si celebra il 10 giugno, è considerato protettore dei boscaioli. Al beato Enrico di Bolzano è intitolata una parrocchia della diocesi di Bolzano-Bressanone; si tratta della parrocchia Beato Enrico da Bolzano di La Costa/Seit (frazione di Laives); divenuta parrocchia nel 1986, dopo esser stata espositura dal 1859, curazia dal 1948, fa parte del Decanato di Laives, istituito nel 1993.

Autore: Leone Sticcotti

Revisione scaduta

Un vecchio detto sostiene, giustamente, che la talpa della storia continua a scavare per poi riemergere quando vuole lei. è un modo per dire che il tempo passa, non c’è nulla di immutabile. Anche se ci sembra che le cose rimangano tali, in realtà il cambiamento è sempre dentro di noi e intorno a noi. E prima o poi ci troviamo a doverci fare i conti. Più rimandiamo e peggio è.
è una prospettiva che vale anche per la nostra autonomia, un sistema normativo faticosamente conseguito 52 anni fa, dopo un percorso durato decenni per sanare una serie di problematiche manifestatesi nella prima parte del secolo scorso e culminate con gli anni tragici della seconda guerra mondiale. Da allora lo statuto di autonomia è rimasto tale, a parte una serie di correttivi giunti più a regolamentare più che a modificare le regole del gioco, nonostante il fatto che negli ultimi 15 anni ci si sia posti a più riprese la questione di una necessaria revisione, legata alle grandi trasformazioni sociali e politiche sopraggiunte.
I primi tentativi di operare dei cambiamenti significativi nello statuto si sono incagliati, com’è noto. I delicati equilibri e le motivazioni legate al consenso dei partiti, sempre più difficile conquistare e conservare, hanno spinto a prendere tempo. Ma – a giudicare dalle cronache – tale revisione del quadro normativo è tornata nei giorni scorsi a manifestare la sua grande urgenza.
I cambiamenti demografici, il mercato del lavoro in sofferenza, l’inesistenza di un’efficace politica per la casa, il sovraffollamento turistico, impongono ora come mai l’individuazione di un nuovo paradigma. E le contraddizioni emerse nelle ultime settimane riguardanti i più giovani, la loro formazione, e più in generale il loro futuro indicano un’urgenza rispetto alla quale non possiamo più tergiversare. I temi dello ius scholae per i ragazzi con background straniero ma nati in Italia, la proposta di “classi speciali” nelle scuole pubbliche composte da soli “stranieri”, l’abbandono scolastico record a livello nazionale, i costi spropositati a cui sono sottoposte le famiglie degli studenti universitari a Bolzano, e – non ultima – la fuga dei giovani più in gamba non più in grado di costruirsi il destino in Alto Adige, impongono a mio avviso la convocazione di una sorta di “stati generali” del… nostro futuro, che coinvolgano tutte le articolazioni del nostro finora tanto decantato modello altoatesino. La talpa sta già scavando da un bel pezzo…

Autore: Luca Sticcotti

Boom di abbonamenti per la stagione 2024/25 del Teatro Stabile di Bolzano


Inserzione pubblicitaria – Giuliana De Sio, Paolo Fresu, Toni Servillo, Sergio Rubini, Valeria Solarino, Paolo Calabresi, Valerio Binasco, Marco Paolini, Filippo Dini, Pippo Delbono, Stefano Massini e Manuel Agnelli tra i protagonisti della nuova Stagione del Teatro Stabile Di Bolzano (Tsb).

“Intimità sociale”: la stagione 2024/2025 del TSB afferma l’importanza vitale del teatro come punto di riferimento della comunità. Il cartellone disegnato per il Teatro Comunale di Bolzano si compone di 13 appuntamenti con l’eccellenza del teatro che nascono dall’incontro tra testi e artisti/e di altissima caratura. Al pubblico bolzanino TSB offre l’occasione di assistere a spettacoli dal respiro internazionale che avranno per protagonisti Giuliana De Sio, Paolo Fresu, Toni Servillo, Sergio Rubini, Valeria Solarino, Paolo Calabresi, Valerio Binasco, Marco Paolini, Filippo Dini, Christian Meyer, Pippo Delbono, Stefano Massini, Marco Bernardi, Andrea Bernard e Manuel Agnelli. 

Ad aprire la stagione bolzanina dal 2 al 6 ottobre sarà l’anteprima di “Mein Kampf”, il nuovo spettacolo di Stefano Massini. A 100 anni dall’uscita del testo maledetto Massini guarda in faccia, senza remore, il delirio hitleriano, perché la conoscenza impedisca il ripetersi della Storia.

Dal 24 al 27 ottobre, Paolo Fresu è autore e interprete di “kind of Miles”, un omaggio a Miles Davis, artista mitico per antonomasia, che nasce dalle musiche composte dal fuoriclasse del jazz ed eseguite dal vivo assieme a musicisti di altissimo profilo: Bebo Ferra (chitarra elettrica), Dino Rubino (pianoforte e Fender Rhodes Eletric Piano), Marco Bardoscia (contrabbasso), Stefano Bagnoli (batteria), Filippo Vignato (trombone, multi-effetti elettronici, keyboard), Federico Malaman (basso elettrico) e Christian Meyer (batteria). La regia è curata da Andrea Bernard, bolzanino dalla carriera internazionale.

Dal 14 al 17 novembre Valerio Binasco porta in scena “Cose che so essere vere” di Andrew Bovell. La commedia – interpretata dallo stesso Binasco affiancato da Giuliana De Sio e da Fabrizio Costella, Giovanni Drago, Giordana Faggiano e Stefania Medri – racconta con coraggio i meccanismi familiari. 

Un altro spaccato crudele della famiglia e della società è “I parenti terribili”, l’opera teatrale più riuscita di Jean Cocteau. Dal 19 al 22 dicembre Filippo Dini dirige e interpreta questa commedia, confrontandosi con il grande drammaturgo francese assieme a Milvia Marigliano, Mariangela Granelli, Filippo Dini, Giulia Briata e Cosimo Grilli. 

Dal 5 all’8 dicembre Toni Servillo accompagna il pubblico nel reading “Tre modi per non morire” di Giuseppe Montesano, un viaggio teatrale attraverso tre momenti culminanti in cui alcuni poeti hanno messo in pratica l’arte di non morire e ci hanno insegnato a cercare la vita: Baudelaire, Dante e i Greci.

Dal 12 al 15 dicembre TSB ospiterà “Il Risveglio” nuovo spettacolo di e con Pippo Delbono, il talento più folle del teatro, apprezzato in tutto il mondo per i suoi spettacoli poetici e visionari, capaci di mescolare autobiografia e storia.

Sergio Rubini apre quindi il nuovo anno di teatro dal 9 al 12 gennaio come autore, regista e interprete de “Il caso Jekyll”. Assieme a Daniele Russo, Rubini dà vita a una lettura psicoanalitica del celebre romanzo “Lo strano caso del Dr. Jekyll e di Mr. Hyde” con cui Robert Louis Stevenson porta alla luce il doppio che alberga in ognuno di noi. 

Dal 30 gennaio al 2 febbraio Paolo Genovese firma la sua prima regia teatrale con l’adattamento di “Perfetti Sconosciuti” suo clamoroso successo cinematografico. Una commedia brillante sull’amicizia, interpretata da Dino Abbrescia, Marco Bonini, Paolo Calabresi, Massimo De Lorenzo, Lorenza Indovina e Valeria Solarino, nella quale quattro coppie di amici scopriranno di non conoscersi per nulla. 

Marco Paolini è poi il protagonista di “Darwin, Nevada” spettacolo scritto con Francesco Niccolini e Telmo Pievani, dedicato al Charles R. Darwin più segreto, scoperto nei taccuini della trasmutazione scritti tra il 1838 e il 1842. Lo spettacolo diretto dallo scozzese Matthew Lenton, è presentato dal 27 febbraio al 2 marzo. 

Dal 4 al 16 marzo Marco Bernardi torna alla regia con “Risveglio di primavera” testo di Franz Wedekind, emblema delle condizioni giovanili di ogni tempo. Questa nuova rilettura, è ispirata al pittore di Ostenda James Ensor con le sue maschere misteriose e grottesche, grande artista contemporaneo di Wedekind. A interpretare lo spettacolo sarà una compagnia capitanata da Patrizia Milani e composta da Giovanni Battaglia, Fabrizio Contri, Giovanna Rossi affiancati da Giacomo Albites Coen, Giovanni Cannata, Bianca Castanini, Pietro Landini, Sebastian Luque Herrera, Sara Manzoni, Max Meraner, Edoardo Rossi, Emma Francesca Savoldi e Giacomo Toccaceli. 

Dal 9 al 13 aprile giunge nella Stagione del TSB “Lazarus”, l’opera rock di David Bowie, il testamento creativo del musicista che, secondo la rivista Rolling Stone, è stata la più grande rock star di sempre. Un evento speciale, presentato per cinque recite che vede Valter Malosti firmare la regia e la versione italiana del testo e il rocker Manuel Agnelli nei panni del tormentato protagonista di quest’opera, ricca di numerosi brani storici di Bowie e altri scritti appositamente per l’occasione.

Anche quest’anno la stagione in abbonamento si impreziosisce di due appuntamenti con la danza contemporanea internazionale. Dal 28 novembre all’1 dicembre Opus Ballet presenta “Sogno di una notte di mezza estate” di William Shakespeare con le coreografie di Davide Bombana, mentre dal 27 al 30 marzo Kidd Pivot, compagnia canadese, punto di riferimento del teatro-danza, firma il suggestivo spettacolo “Assembly Hall”.

Parallela alla stagione in abbonamento, si snoda la terza edizione della Stagione Regionale Contemporanea realizzata in collaborazione con CSC. Il 19 novembre Bolzano ospita “Santa Giovanna dei Macelli” di Bertolt Brecht riletto dalla compagnia ravennate ErosAntEros confrontandosi con la band cult slovena LAIBACH e con un cast internazionale, composto da attori del teatro Sloveno e del Teatro Nazionale del Lussemburgo, nonché dagli interpreti italiani Danilo Nigrelli e da Agata Tomšič. 

Il 24 novembre la compagnia Abbonadanza/Bertoni porta poi in scena “Viro”, mentre il 16 aprile Jacopo Squizzato dirige e interpreta “Scandisk”, primo testo della trilogia teatrale Wordstar(s), composta da Vitaliano Trevisan. Questa tragicommedia di contemporanea umanità ha per protagonisti alcuni operai ed è interpretata, oltre che da Squizzato anche da Mauro Bernardi e Beppe Casales. 

ABBONAMENTI

Gli abbonamenti alla stagione sono in vendita fino al 26 ottobre presso le Casse del Teatro Comunale di Bolzano. 

I prezzi degli abbonamenti rimangono invariati rispetto alle passate stagioni e si confermano tra i più vantaggiosi del panorama italiano. I turni degli abbonamenti alla Stagione di Bolzano sono quattro. 

Turno A giovedì  ore 20.30; 

TURNO B venerdì ore 19; 

TURNO C sabato ore 19; 

TURNO D domenica ore 16. 

Vendita biglietti singoli per 

“Mein Kampf: dal 24 settembre.

Vendita biglietti per tutti gli spettacoli dal 22 ottobre.

(inserzione pubblicitaria)

Tra paesaggio e mitologia

Paesaggi marini, orizzonti liberi e sconfinati e paesaggi di montagna, così come confini del nostro presente e confini mitologici sono alcuni dei temi delle opere di Karin Schmuck. Il suo approccio artistico prevede di studiare per lunghi periodi un luogo e la possibilità di conoscerlo da vicino attraverso il cammino, attraverso una conoscenza e una esperienza fisica. I suoi sono spesso paesaggi che scaturiscono da aree di transizione umane e metafisiche. Nell’idea di confine a Karin interessa la scomposizione della parola e l’ispirazione trae dal frammento “fine” e poi da “con”, ossia una separazione ma al tempo stesso una condivisione un insieme. La dicotomia e l’ambiguità sono elementi ricorrenti nel lavoro di Schmuck e ben si adatta al mezzo fotografico.

L’artista è interessata alla natura incontaminata, ai “non” luoghi a cui spesso viene data poca importanza.

Una particolare attitudine dell’artista è quella di esplorare i miti dei luoghi che visita muovendosi così fra il dato naturalistico e quello leggendario. In questi giorni le sue fotografie ma anche i suoi dipinti e oggetti d’arte sono esposti nella mostra personale intitolata INFINITY ospite della piattaforma per artisti Carte Blanche dell’Hotel Europa. Karin Schmuck è nata a Bolzano nel 1981 a Bolzano e vive e lavora a Siusi, in Alto Adige. Prima del Master in Fotografia all’Accademia di Belle Arti di Bologna, aveva studiato Pittura all’Accademia di Belle Arti di Urbino. Dal 2009 ha esposto le sue opere in diverse mostre personali e collettive e ha vinto diversi premi come il premio COMBAT e il PREMIO CARLO GAJANI. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

L’articolo 19, il mondo che non c’è e la lingua che rende liberi


Il sistema scolastico di un Paese democratico è specchio della realtà, espressione di storia, cultura e tradizione. D’altro lato è il luogo dove si seminano parole, valori e visioni che domani – ma in parte già oggi – producono i cambiamenti necessari in una società dinamica, attenta ai bisogni e ai sogni delle persone.

Da quando, alla fine del ‘700, nel Tirolo fu introdotto l’obbligo scolastico, nei territori dell’Austria multietnica si pose il tema della lingua d’insegnamento. Soprattutto nelle zone di confine sorsero conflitti che portarono, nel secolo successivo, allo sviluppo dei nazionalismi. Il fascismo agì, come sappiamo, nell’alveo di quel paradigma politico-culturale. Solo per dire che scuola e nazionalismi/etnocentrismi hanno qualche conto in sospeso.

L’accordo di Parigi del 1946 (art. 1) prevede per i “cittadini di lingua tedesca”, “l’insegnamento primario e secondario nella loro lingua materna”. La Costituzione repubblicana dichiara (art. 6) di voler tutelare “con apposite norme le minoranze linguistiche”. Lo Statuto di autonomia recita all’art. 19: “Nella provincia di Bolzano l’insegnamento nelle scuole materne, elementari e secondarie è impartito nella lingua materna italiana o tedesca degli alunni da docenti per i quali tale lingua sia ugualmente quella materna”. L’articolo 19 è molto chiaro, ma parla di un mondo che non c’è. Già nel 1972 si dava il caso di alunni figli di famiglie miste. Oggi sono molti di più. Nel 2024 (e da decenni) le nostre scuole sono frequentate da bambini, bambine e giovani la cui lingua materna non è il tedesco né l’italiano (prescindiamo qui dalla questione ladina). L’articolo 19 nella sua formulazione non è dunque applicabile se non mettendo alla porta gli alunni di altra madrelingua. Il che, purtroppo, non è “fantascuola”.

Come mai dopo decenni, con tutta l’esperienza disponibile, l’Alto Adige non ha ancora sviluppato un sistema capace di rafforzare i ragazzi nella propria lingua e di dare loro una conoscenza effettiva della seconda lingua? È come se una certa politica avesse paura di un bilinguismo effettivo, perché la lingua rende liberi e abilita alla partecipazione. “È solo la lingua che ci fa eguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione altrui” (don Lorenzo Milani).

L’Alto Adige (con l’Eurac, l’Università e altre istituzioni) ha tutti i numeri e dunque il dovere di elaborare sistemi e metodi che diano ai futuri cittadini un plurilinguismo effettivo da spendere in provincia, in Europa e nel mondo. A tutti, senza anacronistiche riserve e pericolose discriminazioni.

Autore: Paolo Bill Valente

La strada dedicata a Toni Ebner


In zona produttiva nel quartere di Oltrisarco a collegare via Bruno Buozzi a via Luigi Galvani vi è la strada dedicata a Toni Ebner, politico, editore, giornalista. Nato il 22 dicembre 1918 ad Aldino, frequentò il Ginnasio Liceo del Seminario arcivescovile di Tirolo. Conseguita la maturità nell’estate 1938, il 29 novembre si immatricolò all’Università di Bologna, facoltà di Giurisprudenza; morto il padre il 9 giugno 1940, dovette recarsi  spesso a casa per gestire il maso dei genitori. Tra studi e gestione del maso, lavorò anche nello studio legale bolzanino Pichler/Silbernagl; laureatosi  il 30 marzo 1943, in  tale studio lavorò fino alla chiamata al servizio militare, che svolse come interprete nel IV Corpo d’Armata. Il 10 aprile 1944 si sposò con Martha Flies, nipote del canonico Michael Gamper; ebbero quattro figli, uno dei quali, Michael, più noto come Michl, seguì le orme del padre. Terminata la guerra, Toni Ebner aprì ad Egna uno studio legale, ma si dedicò anche alla politica: l’8 maggio 1945 fu uno dei cofondatori della Südtiroler Volkspartei; ne fu il primo segretario;  nei bienni 1951/1952 e 1956/1957 fu presidente. Dal 1961 al 1964 fu consigliere comunale a Bolzano. Importante incarico fu quello affidatogli dal canonico Gamper, direttore dell’editrice “Athesia”, di gestirne l’amministrazione; della casa editrice Toni Ebner  divenne direttore il 1° aprile 1951. Morto il canonico Gamper nell’aprile 1956, Toni Ebner fu chiamato a dirigere il quotidiano “Dolomiten”. Fu eletto (SVP) alla Camera dei deputati nel 1948, 1953, 1958. Fu attivo anche nel campo giuridico; nel 1977 fu chiamato a Roma come giudice aggregato della Corte Costituzionale; dal 2 ottobre 1981 fece parte del Consiglio di Stato. Non mancarono i riconoscimenti pubblici. La mole di lavoro editoriale e giornalistico, svolto con grande zelo, non mancò di influire sulla sua salute. Eletto presidente dell’Athesia nell’ottobre 1981, tra il 12 e il 13 dicembre fu ricoverato all’ospedale di  Bolzano, dove morì il 13 dicembre.

Autore: Leone Sticcotti

Singoli e intingoli nella stagione dei tormentoni


L’estate, si sa, è per definizione la stagione dei tormentoni. Una volta, d’estate, la politica andava in vacanza come le fabbriche, ora invece è in fase di campagna elettorale continua, ogni scusa è buona per tediarci con la politica, con buona pace dei tormentoni estivi, che comunque negli ultimi anni non sono più quelli di una volta neppure loro. Anche la scena musicale locale ha avuto una flessione a riguardo, poche novità, anche poca voglia di novità forse, anche se qualcosa che si eleva sul poco indubbiamente c’è, per fortuna. Vediamo insieme di cosa si tratta.

Innanzitutto c’è il nuovo singolo degli Shanti Powa, la band solare (e quindi estiva) per definizione. La musica di questi ragazzi è talmente contagiosa e radiosa che riesce ad essere solare anche nell’affrontare temi magari non proprio qualunque. Opportunity, il brano uscito lo scorso 26 luglio, è figlio della trasferta americana del dicembre 2022, quando il gruppo si è esibito a Washington insieme ad altri artisti internazionali, stringendo in particolare amicizia con il musicista del Malawi Faith Mussa. Il risultato è una canzone di presa sicura, ma definirla tormentone sarebbe offensivo, con una base musicale in puro stile Shanti Powa, con la sezione fiati quantomai in forma e col testo cantato a tre voci da Berise, Peter Burchia (finalmente tornato a pieno ritmo in seno al gruppo) e l’ospite Mussa. Quasi quindicimila visualizzazioni per il video (montato e filmato ad arte per sembrare dal vivo) in poco più di due settimane, sono indice dell’alta credibilità e professionalità raggiunta da questa formazione che, tutto lo fa supporre, l’anno prossimo dovrebbe tornare in studio per un nuovo disco.

Buone notizie anche sul fronte rock più puro: William T & The Black Fifties il 12 luglio hanno pubblicato un ottimo video intitolato I Cut My Hair: il brano è di quelli che conquistano subito, ci sono echi di Bob Seger, dello Springsteen di fine anni settanta, il tutto filtrato attraverso l’esperienza del gruppo con la musica degli anni cinquanta e in particolare con il repertorio di Elvis, a cui il cantato di Willy Telser si rifà. Ma il brano riesce a brillare di luce propria per il fatto di non essere sfacciatamente mainstream, o elvisiano; onore alla musica opera del chitarrista Roland Novak e all’esecuzione che conta sul basso del veterano rockabilly Mike Bottiglieri e del batterista Marco Vicentini che costituiscono un veicolo solido per la voce di Telser, qui totalmente a proprio agio con un testo di cui oltre che interprete è autore.

Nuovo brano, estivo ma con moderazione, anche per i Fratelli Stonati che, dopo aver fatto un’ottima impressione con Rakete (che sì aveva le potenzialità del tormentone estivo), tornano alla carica con un brano più in stile schlager intitolato Ich nehm dich mit. La sensazione è che da Aaron Timpone e soci possiamo attenderci qualcosa di più, diamo tempo al tempo.

Sfacciatamente sfacciato invece il singolo dei pusteresi Oh Rose guidati da Markus Seeber che ad inizio agosto se ne sono usciti con Feel Like A Rolling Stone: oltre a citare nel testo i musicisti della greatest rock’n’roll band di sempre, gli Oh Rose ne citano lo stile, i riff, i suoni, lo spirito, con tanto di armonica che fa proprio Rolling Stones anni sessanta e assolo di chitarra da copione. Non saranno originali, ma sembra si divertano molto, a partire dalla copertina del singolo che in stile cartoon propone un divertente Mick Jagger da spiaggia.

E chiudiamo questa breve rassegna di singoli con una new entry al femminile che si merita davvero applausi a scena aperta: Tessa Kai, un’artista che si è fatta le ossa nei Supraphonic e che fa parte di quel magnifico collettivo/fucina di talenti che va sotto il nome di Supermarket (Marco Di Stasio e Thomas Traversa sono i produttori e punti di riferimento di questa realtà locale che da un paio d’anni continua a destare interesse e ad entusiasmare). Tessa (all’anagrafe Lisa Pivetta), cantautrice fresca e piacevole, non è che la più recente uscita solista del consolidato team e con la sua canzone Panda si candida ad essere una delle artiste bolzanine da tener d’occhio in futuro. Rimanete sintonizzati!

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Una vita da filologo romanzo


Il professor Mattia Cavagna, bolzanino, ma anche parigino e bruxellois, racconta come ha scoperto la filologia romanza, di come ne abbia fatto la sua professione e di come la sua vita si evolva all’insegna della ricerca e della scoperta. Di luoghi, di persone e di nuovi punti di vista.

Da dove nasce la tua passione per la filologia romanza?

Quando mi sono iscritto a lettere non avevo mai sentito il termine “filologia”, poi ho incontrato un professore con un approccio interessante: riusciva ad attualizzare delle problematiche di questa disciplina. Per me la storia di ognuno di noi è una storia d’incontri e con questo professore c’è stato un colpo di fulmine. La filologia è affascinante perché ti permette di analizzare manoscritti mai letti e di scoprire nuove cose; ti insegna inoltre ad attualizzare i problemi, ad esempio, riconoscere le fake news è filologia: è la distinzione tra la copia d’autore e quella del copista, cambia la terminologia, ma le problematiche restano le stesse.

Hai sempre avuto l’obiettivo di insegnare all’università?

Questa volontà è maturata molto presto, quando ho capito che la filologia romanza è una materia grezza in cui c’è moltissimo da scoprire ho compreso che era davvero quello che volevo fare. È stato interessante: mi sono appassionato all’antico francese — la tappa intermedia tra latino e francese moderno, tappa che manca all’italiano e spagnolo — e ho imparato prima quello del francese moderno.

Quanto è stato importante l’Erasmus nella tua carriera?

Importantissimo. L’Erasmus non è un viaggio, è un’esperienza in un’altra realtà che ti forma da moltissimi punti di vista. Lo dico sempre ai miei studenti: l’Erasmus è incontournable (non ci puoi girare attorno). Dopo l’Erasmus sono tornato in Italia a laurearmi, per poi ritornare subito a Parigi dove ho lavorato al Louvre, ho conseguito il Diplôme d’études approfondies, tappa intermedia tra la tesi di laurea e il dottorato che ho vinto a Bologna in cotutela con Parigi. Non sono più tornato in Italia per la differenza dello statuto dei dottorandi, ai miei tempi più considerati in Francia; ora insegno a Bruxelles all’Université catholique de Louvain e lì sono rimasto.

Hai mai pensato di tornare in Italia?

Non mi sono mai sentito esiliato: Bolzano è casa mia come lo sono Parigi e Bruxelles. Sono sempre in Italia. L’Universitas esiste: l’Erasmus c’è anche per gli insegnanti, vengo a insegnare almeno due volte a semestre in Italia, come, spesso, vado anche all’estero; sono stato in Brasile, in Vietnam e prossimamente andrò a Shanghai.

Qual è l’esperienza extraeuropea che ti è dato di più?

Quando esci dall’Europa sei obbligato a varcare i confini della tua ricerca, nel mio caso la filologia romanza stricto sensu, e devi adattarti al pubblico e alle sue istanze: sono nuove esperienze culturali e umane, ma anche scientifiche, ti lanciano nuove sfide con cui anche i tuoi corsi vengono arricchiti. In Brasile ad esempio ho incontrato persone meravigliose che leggono Cicerone attraverso Valla e Bruni e si interrogano sul ruolo dell’umanismo civico nel Rinascimento. Sono rimasto a bocca aperta. Lì ho incontrato persone di una grande umanità ed erudizione, gli studenti capiscono il valore profondo dei libri e dell’approfondire il più possibile.

Autrice: Anna Michelazzi

La curiosa storia della parrocchia di Malles


Se siete degli amanti dello stile liberty e del “curioso” nell’arte è Malles la vostra meta. Nel 1903 i fedeli della parrocchiale di Malles ebbero l’occasione di scoprire la propria chiesa in una nuova “luminosità”:  quella cioè data dalle luce elettrica. Il 17 dicembre infatti i più ansiosi si recarono alla prima funzione, quella delle cinque del mattino, per essere i primi a godere di quella visione. Ma le novità di carattere tecnologico sembravano non finire, nel luglio del 1906, infatti fu inaugurato l’ultimo troncone della tratta ferroviaria Merano – Malles. Ora il paese era raggiungibile con un viaggio comodo e relativamente breve. Forse una parte del turismo che affollava la vicina Merano avrebbe potuto raggiungere anche l’alta Val Venosta e arricchire la parrocchiale di nuovi e raffinati affreschi non poteva essere che ben fatto. 

Così nel 1914 il decano Dietl chiamò a Malles il pittore Emanuel Raffainer di Schwaz e insieme pianificarono l’intera dipintura dell’abside e della navata. L’artista, allora trentatreenne, eseguì il progetto pittorico e uno schizzo e, ottenuta l’approvazione del decano, iniziò a dipingere. Poco tempo prima dello scoppio del primo conflitto mondiale il pittore, che aveva iniziato i lavori partendo dalla zona absidale, si trovava a dipingere l’Incoronazione di Maria. Gli echi, edulcorati dalla propaganda, dei vari successi al fronte, i fatti riportati nei bollettini di guerra e gli avvenimenti nella zona serba, rimbalzavano anche fra le viuzze del piccolo agglomerato venostano e ispirarono l’artista al punto che volle fissarne alcuni frammenti sulla parete di quel luogo sacro, anzi proprio nella rappresentazione stessa dell’Incoronazione. 

Sulla volta l’artista ha organizzato lo spazio pittorico in modo da riuscire a far convivere soggetti diversi. Un nuvolone suddivide il mondo terreno da quello ultraterreno ed in entrambe gli spazi, gremiti di personaggi, si articolano i diversi racconti. Solo a noi è dato di partecipare con lo sguardo agli accadimenti di entrambe le realtà, mentre i diretti interessati sembrano ignari gli uni degli altri. La Santissima Trinità sta per porre sul capo di Maria una corona di gusto bizantineggiante. Assistono Gioacchino e Anna, San Giovanni Battista, Santa Barbara e Santa Caterina, da un lato, Giuseppe e Giovanni Evangelista dall’altro.

Nel mondo terreno, intanto, le scene, apparentemente slegate fra loro, si accalcano una accanto all’altra ma forse si tratta delle diverse sfaccettature di un unico incubo premonitore: la guerra, che semina fame, morte e distruzione, lascia donne e bambini privi di sostegno mentre i padri sono al fronte, mette gli uni contro gli altri. Sullo sfondo, un paese va in fiamme, mentre sul lato destro, in primo piano, un uomo giace sul letto di morte: sono i suoi ultimi istanti di vita, la morte è al suo capezzale e con la clessidra in mano lo attende. Al centro, la figura in piedi sembra creare una tred’union tra quei due mondi, si tratta infatti di Bernardo di Chiaravalle, colui che nel Medioevo determinò la devozione per la Madonna. 

COME ARRIVARCI

Malles si raggiunge percorrendo prima la MeBo in direzione Merano poi imboccando e percorrendo quasi per intero la val Venosta. La parrocchiale di Santa Maria Assunta si trova in paese in via dell’Ospedale 2.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Giocando con la palla ovale, tra rispetto e lealtà


Quindici giocatori, un campo da cento per settanta metri, una palla ovale e tanta grinta; questo è il mondo del rugby e i ragazzi del Bolzano ne sanno qualcosa. La loro società nasce a cavallo degli anni ‘70 con le prime partite giocate allo stadio Druso contro le compagini venete. Nella sua storia, la squadra ha cambiato diverse volte nome. Sin dal primo momento di crescita più significativo, dal 2004 in poi, la società era conosciuta come Sudtirolo Rugby.  Recentemente, ha deciso di riprendere il suo nome originario: Bolzano Rugby.

Dopo i primi anni duemila la società ha cominciato a costruire e lavorare su un vero e proprio vivaio giovanile che le ha consentito di arrivare, ad oggi, a circa duecentocinquanta tesserati in tutte le categorie dalla under sei alla categoria old, sia maschili che femminili. Riprendendo il nome storico degli anni ‘70, il Bolzano Rugby, è oggi pronto per cominciare una nuova sfida e continuare il suo percorso di crescita, con la nuova prima squadra iscritta nel campionato di serie C della Federazione Italiana Rugby e con tutte le categorie giovanili impegnate nei campionati interregionali del Triveneto. 

Dopo vent’anni di storia, fango e sudore, la società ha deciso di cambiare denominazione sia per la presenza di altre realtà rugbystiche in provincia sia per identificarsi maggiormente con la nostra città, rendendo omaggio al capoluogo e alla comunità che ha sempre fatto sentire il suo calore e il suo supporto. Se a prima vista il rugby può sembrare uno sport molto aggressivo, la realtà è ben diversa. Si tratta di uno sport di contatto è vero, ma il rispetto, ne è alla base. Lo conferma il presidente dell’ex Sudtirolo Rugby, Massimo Fontana “E poi c’è il terzo tempo…” – racconta Massimo – “Quel momento che questo sport non salta mai. Dopo una partita, magari molto combattuta e dura, chi ti ospita offre da mangiare e da bere e ci si ritrova tutti assieme a condividere il momento forse più bello di questo sport. Si fanno e si ricevono complimenti per il bel placcaggio, per la bella azione o per il bel passaggio fatto o subito. Strano, vero? Ma è proprio così: le regole sul campo trovano proprio nel terzo tempo la massima espressione come il rispetto, la correttezza e la lealtà che sono alla base del gioco e direi anche oltre.”

Il Bolzano Rugby si allena da ormai cinque anni allo stadio “Europa” in via Resia, l’unica struttura cittadina a poter ospitare partite di rugby federali ma che ad oggi risulta un po’ antiquata. Lo stadio abbisogna di importanti interventi di rifacimento del manto sintetico, ormai giunto a fine vita tecnica, per garantire la miglior qualità possibile delle partite in casa del Bolzano. È una grande preoccupazione da parte di tutte le società che si allenano allo stadio Europa, visto soprattutto l’avvicinarsi della stagione competitiva.

La società è sempre pronta ad accogliere nuovi giocatori da inserire nelle sue squadre. “Il nostro è uno sport proprio per tutti, in mischia serve il più robusto, nei trequarti il più agile e scattante, in mediana (diciamo la regia per intendersi) chi è anche capace a calciare. Sin da piccoli i nostri giovani atleti prendono coscienza che alla squadra servono gli uni e gli altri”, continua Massimo.

Per chiunque voglia conoscere e avvicinarsi a questo sport di valori veri, si possono trovare tutte le informazioni sul sito www.bolzanorugby.it o scrivendo a info@bolzanorugby.it o chiamando il numero 351 8355285.

Autore: Niccolò Dametto