LanaLive: le tradizioni in movimento

Quanto contano le tradizioni nella nostra quotidianità? Quando sono importanti le usanze nel nostro modo di vivere? Con il motto “Rethinking Rituals”, l’edizione 2024 di LanaLive si dedica all’esplorazione e alla riflessione sui rituali tradizionali. Avvalendosi della partecipazione di artisti, scienziati e rappresentanti di associazioni tradizionali come la Banda musicale di Lana, il festival invita il pubblico a scoprire nuove prospettive su usi e costumi.

In un’epoca caratterizzata da un rapido progresso sociale e tecnologico, sorgono domande sulla conservazione e il mutamento delle tradizioni; in quest’ottica, LanaLive 2024 offre uno spazio per la riflessione e il dibattito. 

Attraverso un programma variegato di musica, arti visive, performance, conferenze e discussioni, i partecipanti saranno incoraggiati a mettere in discussione il significato dei rituali nella società di oggi ed esplorare possibili scenari futuri.

La grande festa andrà in scena dal 24 maggio al 2 giugno; l’anteprima sarà il tradizionale “Huangart” della Banda musicale di Lana, che si terrà sabato 18 maggio alle ore 19 al Pfefferlechner. Nel frattempo, la locale banda di ottoni ha già iniziato a lavorare ad un progetto di ampio respiro per l’anno 2025, in cui si darà vita ad un nuovo rituale insieme al musicista e insegnante di jodel Markus Prieth, agli Opas Diandl e all’insegnante di yoga Stephanie Dariz.

L’inaugurazione

L’inaugurazione di LanaLive 2024 avrà luogo a Sant’Ippolito a Narano venerdì 24 maggio alle 18.30, con l’inaugurazione della mostra “Ritual Rhythms: Modern Practices, Ancient Echoes” a cura di Annika Terwey. La collettiva (aperta tutti i giorni fino al 2 giugno dalle 14 alle 18) vedrà esposte opere di Vinzenz Aubry, Valentina Cavion, Tatiana Pakhmutova, Rob Bothof e Mike Rijnierse, e rifletterà sul mutevole panorama delle pratiche rituali in un’era di trasformazione tecnologica e sociale.

Il giorno successivo, alle ore 10.30, Roland Angerer – che ha contribuito a far rivivere la tradizione del “Stilzer Pfluagziachn” a Stelvio – assieme allo storico, archivista e vicepresidente del comitato della festa della Natività di Maria Simon Terzer e Judith Rubatscher, che ha studiato la tradizione e l’evoluzione nei canti hutteriti attraverso l’osservazione partecipante, discuteranno nella biblioteca di Foiana di come far vivere, rivivere e preservare le tradizioni. Modera Hannes Egger.
Karin Kofler del maso di Bauer am Stein, contadina dell’anno 2023, inviterà quindi il pubblico ad un pranzo a tema: nel cortile interno della biblioteca, servirà una zuppa di pane con “Frigelen”. 

Invece con la performance “Blauer Schurz”, Maya Stimpfl strumentalizza l’atto di “cambiarsi d’abito” utilizzando il tradizionale grembiule contadino altoatesino come “strumento di modifica”.

Tanta musica dal vivo

Con il concerto “Zeit” la cetra prenderà poi nuova vita: la virtuosa di questo strumento Reinhilde Gamper e il compositore e polistrumentista Simon Gamper hanno sviluppato un nuovo programma di concerti insieme all’ingegnere del suono Claus Stecher e al visual concept creator Julian Geier. Dalle ore 19.30, nella Cappella di Santa Margherita si intrecceranno suoni e immagini in un’esperienza complessiva spettacolare. Il primo fine settimana di LanaLive si concluderà domenica 26 maggio alle ore 16, con la Cerimonia del cacao o Cerimonia del cuore con Alexia Amort e Krystsina Eyeva a Sant’Ippolito (adesioni a info@lanalive.it).

Al via il secondo fine settimana

Presso il Coworking della Memoria Enrico Fink e Massimo Ferri si dedicano lunedì 27 maggio alle ore 20.30 a nuove interpretazioni della cultura ebraica, seguendo un percorso fra tradizione e contemporaneità, fra musica e teatro, in contesti musicali che comprendono musica antica, jazz, classica e contemporanea.

Martedì 28 maggio Villa Arnica apre al pubblico le porte del suo giardino, per presentare Marc Alexandre Dumoulin, artista residente di quest’anno. Il pittore “tradizionale” parlerà con Hannes Egger della sua pratica artistica.

Mercoledì 29 maggio LanaLive farà una gita al Waltherhaus di Bolzano dove, dalle 17.30, Bella Angora (artista), Hannes Egger (direttore artistico di LanaLive), Markus Prieth (musicista) e Lisa Trockner (direttrice del Künstlerbund) racconteranno le loro esperienze alla luce del titolo “ReThinking.Traditions Scambio culturale Alto Adige-Vorarlberg: esperienze e prospettive”. L’incontro sarà moderato da Volker Klotz.

Quanto contano le usanze

Dal punto di vista tematico, un punto culminante del festival sarà la conferenza “Re-setting Culture. Sull’uso e la perdita delle tradizioni”, tenutata dalla folclorista e filosofa Elsbeth Wallnöfer. 

Giovedì 30 maggio alle ore 19.30, nella biblioteca civica Kultur.Lana, la studiosa parlerà di quanto possano essere “buone” le usanze e del perché esse stiano diventando sempre più temi di rilevanza politica o di rottura, riguardo le questioni di genere.

Il secondo fine settimana di LanaLive è dedicato allo scambio culturale tra Vorarlberg e Alto Adige, e da venerdì 31 maggio a domenica 2 giugno si esibiranno tre artisti di ciascuna delle due regioni, spesso considerate particolarmente legate alle tradizioni. Si comincerà venerdì alle 19.30 nel cortile interno del Thalerhof am Gries con le performance di Matthias Schönweger, Sophie Lazari e Bianca Lugmayr/Alex Kranabetter. Successivamente, Dj Teatime, nome d’arte di Ella von Brandis, ex membro della crew viennese di Dj e promotori The Loud Minority, proporrà il suo Dj-Set.

Diverse performance per la chiusura 

Sabato 1 giugno, a partire dalle ore 11, nella zona pedonale di Lana Vivienne Causemann metterà in atto la performance “Working Hours”, che si propone di superare l’artificialità del battito e del ritmo.

LanaLive si concluderà domenica 2 giugno con le esibizioni di Christine Lederer e Barbara Gamper al Kränzelhof di Cermes. Alle 14.30 Lederer invita ad una celebrazione dell’inattività che tradizionalmente caratterizza la domenica, mentre alle 16 Gamper proporrà Atemmuster (breathing patterns), ovvero un laboratorio di movimento somatico dedicato alla creazione di nuovi rituali condivisi, in cui il respiro è pratica di connessione e relazioni con se stessi, gli altri e l’ambiente che ci circonda (adesioni a info@lanalive.it).

Dal 9 al 12 luglio, dalle ore 17 alle 20 presso la Gaudi Bar, l’artista Josef Rainer condurrà infine un processo partecipativo della durata di più giorni per creare un modello e un aggiornamento artistico della processione della Natività della Vergine, che si svolge dal 1687.

Autore: Luca Masiello

L’officina di Galileo Chini a Merano

Incredibilmente ricca, varia e di successo fu l’intera vita di questo artista che frequentò con le sue opere le esposizioni Universali, la Biennale di Venezia, le esposizioni della Secessione di Roma, fu docente all’Accademia d’Arte e a quella di Architettura. Per i suoi lavori in ceramica venne premiato alle esposizioni internazionali di Bruxelles, di San Pietroburgo e di Saint Louis. 

Galileo Chini (Firenze 1873 – Firenze 1956) nacque e morì a Firenze ma questi due  dati non devono trarci in inganno! Galileo viaggiò moltissimo, fu capace imprenditore di sè stesso e frequentò senza posa e con enorme successo sia le Esposizioni Universali che le Biennali di Venezia. Fu sempre aperto alle influenze del suo tempo tanto da diventarne un colto, raffinato ed esperto interprete. Fu infatti influenzato dagli esiti artistici provenienti dall’Inghilterra, soprattutto quelle condotte dalle Arts and Crafts capeggiate da William Morrison, che voleva una riforma e una valorizzazione delle arti applicate, abolendo ogni confine tra arte e arte applicata prediligendo piuttosto una arte totale capace di esplicarsi in ogni ambito. 

Questi erano appunto anche gli intendimenti del Chini. Conobbe e fece sue le istanze preraffaellite descritte da John Ruskin e Dante Gabriele Rossetti. Non di meno subì il fascino di Klimt e della Secessione viennese ma non trascurabile fu il gusto esotico che egli sviluppò traendolo dalla sua personale esperienza biennale di lavoro in Tailandia. 

In Chini dunque si fondevano oriente e occidente, la tradizione medievale e rinascimentale con lo stile Liberty fino a spingersi all’Art Deco e negli ultimi anni della sua vita ad un espressionismo più cupo. Nel 1910 il re del Siam, Rama V, inviò in Italia Carlo Allegri, allora ingegnere capo presso il Ministero dei Lavori Pubblici del Siam, con l’incarico di trovare un pittore per la nuova Sala del Trono Ananta Samakhom di Bangkok: firmato il contratto a Firenze nel 1910 tra Galileo Chini e Carlo Allegri, nel 1911 l’artista si imbarcò a Genova, diretto in estremo Oriente. 

Chini affrescò la sala del trono presso il nuovo palazzo Ananta Samakhom e realizzò una serie di ritratti di Rama VI.

Nella centrale di Marlengo Galileo Chini firmò un insieme decorativo che si prendeva cura dell’intero rivestimento di piastrelle di ceramica di pavimenti e pareti, le lampade in vetro piombato, i supporti delle lampade stesse, le decorazioni Deco di arconi soffitti e archivolti. Sono figure geometriche quelle che si rincorrono e si allineano in più ordini. Occupano ogni spazio saturandolo delle tonalità calde con le quali sono dipinte.

Magnifici i due dipinti posti in pendant l’uno davanti all’altro. Il primo rappresenta una inarrestabile mandria di cavalli al galoppo, allegoria della forza dell’acqua capace di azionare i motori e produrre energia. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

“Sì” alla sicurezza nel nome di Davide

C’è stata una grande – e rassicurante – partecipazione alla prima edizione della Giornata della Sicurezza stradale promossa dall’associazione “Davide sempre con noi”.

Un successo non scontato in una domenica di sole primaverile dopo tanta pioggia, quello che domenica 5 maggio ha registrato la prima edizione dell’evento “Giornata della Sicurezza – Città di Laives”. Molti cittadini hanno scelto invece di rimandare l’occasione per una gita fuoriporta per presenziare a questo importante evento di sensibilizzazione su un tema quanto mai attuale, la sicurezza stradale. 

Nel 2017 Patrizio Simoni ha perso suo figlio Davide, appena diciassettenne, a causa di un incidente stradale. Da allora, come presidente dell’associazione “Davide sempre con noi”, si fa in 4 per portare il tema della sicurezza sulle strade nelle scuole e tra i cittadini. E sono stati davvero tanti i piccoli e piccolissimi ad appassionarsi alle tante iniziative proposte in Piazzetta Falcone e Borsellino dai tanti enti e associazioni del territorio che hanno collaborato attivamente con “Davide Sempre con Noi” perchè l’iniziativa fosse un successo: dal Centro Giovani Don Bosco al Fly Jugendzentrum, dal Gruppo Giovani della Cri Croce Rossa Italiana Comitato di Bolzano a YoUnited, Mc Evergreen, fino alla sezione giovani della Polizia Stradale Comitato di Bolzano e alla Stazione dei Carabinieri di Laives. Eventi legati all’arte e alla creatività, come l’iniziativa “Colora la strada” dove i bambini hanno potuto esprimersi in modo divertente, alla impattante mostra fotografica “Strade senza ritorno” ma – soprattutto – iniziative pratiche per avvicinare tutti gli utenti della strada al pericolo concreto e a un corretto uso della strada stessa e dei mezzi di trasporto. I bambini hanno così potuto imparare le regole del codice della strada in bicicletta lungo il percorso urbano predisposto con segnaletica stradale e semafori; mentre i giovani, ma anche gli adulti, hanno potuto toccare con mano la pericolosità della guida in stato di ebbrezza grazie a un’esercitazione su uno speciale tappeto alcolemico e a un percorso esperienziale con l’uso di speciali occhiali che simulano l’alterazione percettiva causata dall’abuso di alcool. I giovani della CRI hanno invece offerto dimostrazioni concrete di soccorso stradale, ma non sono mancante anche le occasioni di puro divertimento e svago grazie al castello gonfiabile per i bambini, la musica dal vivo e gli stand di street food. Apprezzatissime dai piccoli inoltre, le minimoto su cui fare una prima esperienza sulle due ruote, sempre in sicurezza!

Prevenzione degli incidenti stradali, questo il fulcro dell’iniziativa promossa dall’Associazione e dai tanti attori che la hanno resa possibile. Prevenzione che passa anche attraverso – oltre alla consapevolezza del rispetto delle regole del codice stradale – la cultura del rispetto e della collaborazione con i professionisti e le forze dell’ordine che prestano servizio sulla strada: “Sentiamo la necessità di cambiare la cultura del “faccio il bravo altrimenti mi fanno la multa – spiega Patrizio Simoni – Bisogna andare oltre il concetto che sulla strada ci si comporta correttamente solo per un tornaconto economico. Rispettare le regole è importante per se stessi, la propria vita e quella altrui ed è anche bello. Abbiamo il dovere di approfittare della possibilità di cambiare questo modo di pensare nelle nuove generazioni, ricostruendo anche un rapporto di fiducia e collaborazione con chi si occupa ogni giorno, spesso senza orari e – spesso – in maniera del tutto volontaria – della nostra sicurezza e del nostro benessere”.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Un lavoro “giusto”

A cinque anni di distanza dalla rilevazione effettuata su questo tema nel 2019, l’Istituto altoatesino per la promozione dei lavoratori, promosso dai sindacati, ha nuovamente chiesto a un gruppo rappresentativo di dipendenti di tutte le età in Alto Adige quali siano i fattori decisivi nella scelta di un posto di lavoro.
Ebbene: i criteri più importanti sottolineati dai dipendenti altoatesini sono una retribuzione dignitosa, mansioni interessanti e una buona atmosfera lavorativa.
In particolare, il salario di base, cioè lo stipendio senza benefici aggiuntivi che potrebbero potenzialmente cambiare nel tempo, è stato identificato come l’elemento più decisivo. E questo risultato non sorprende, hanno osservato gli esperti che hanno realizzato l’indagine, se si considera che i lavoratori dipendenti in Alto Adige devono spendere una parte significativa del loro reddito per le spese di base come l’affitto, le bollette e il cibo.
L’alto costo della vita e la diminuzione della capacità di risparmio lasciano poco spazio ad altre considerazioni. Eppure, non si tratta solo di una questione di salari adeguati al costo della vita.
Anche altri elementi, infatti, sono molto gettonati: se è vero che lo stipendio base ha ricevuto una valutazione compresa tra 8 e 10 dal 79% degli intervistati (i partecipanti dovevano valutare gli elementi indicati su una scala da 1, poco importante, a 10, molto importante), lo è anche il fatto che pure il contenuto del lavoro e i rapporti con i superiori e i colleghi hanno ottenuto quote elevate (76%). Questo dimostra che gli altoatesini non sono affatto indifferenti alla loro spinta interiore e all’ambiente di lavoro. Insomma: a contribuire alla qualità della vita concorrono anche un lavoro interessante e un buon clima di lavoro.
In questa settimana abbiamo celebrato la festa dei lavoratori che, lo ricordiamo, è stata istituita in ricordo dello sciopero del 1866 che, negli Stati Uniti, portò per la prima volta all’istituzione della giornata di otto ore lavorative. Al di là dei diritti e dei doveri sul posto di lavoro, è dunque sempre più importante considerare la necessità che l’attività lavorativa sia “integrata” all’interno della nostra vita, vista la sua importanza e il suo “peso”.

Autore: Luca Sticcotti

Raccontando storie

Ogni giorno, ciascuno di noi condivide esperienze, emozioni e ricordi attraverso narrazioni, ma sono pochi coloro che riescono a trasformare questi semplici racconti in storie coinvolgenti. In questo numero incontriamo Martina Pisciali, una storyteller bolzanina che con le sue parole riesce a incantare chiunque.

Raccontare storie è un’attività che ha contraddistinto l’essere umano da prima della nascita della scrittura. Lo “storytelling” è l’arte di narrare in modo avvincente, che va oltre la semplice lettura: lo storyteller coinvolge gli ascoltatori, dipingendo le immagini della storia attraverso la voce e il corpo. Proprio per questa capacità di stimolare l’immaginazione degli spettatori, lo storytelling è spesso definito il “cinema dei poveri”.

Nell’età contemporanea – in cui i film, le serie televisive e i video online monopolizzano l’industria della narrazione – potrebbe sembrare che lo storytelling sia un lavoro destinato a sparire. Molti invece sostengono che si tratti della professione del futuro, in grado di riportare una ventata d’aria fresca nei nostri mondi digitali.

L’INTERVISTA

Come ti sei avvicinata allo storytelling?

Quando ero alle superiori facevo un laboratorio di teatro con il Teatro Cristallo, dove ho conosciuto Chiara Visca. Grazie a lei, ho avuto l’opportunità di partecipare, quasi per caso, a un festival di storytelling a Roma. Questo evento è stato un punto di svolta per me, perché mi ha permesso di entrare in contatto con storytellers provenienti da tutto il mondo e di partecipare a numerosi workshops. Mi sono innamorata dell’arte di raccontare e ho deciso di proseguire nella formazione con la compagnia “Raccontamiunastoria” di Roma.

A quale età il pubblico resta più impressionato dalle storie?

Non c’è la persona sbagliata per le storie, ma solo la storia sbagliata per la persona. Io ho lavorato con tutte le fasce d’età, dai bambini più piccoli agli adulti e non ho mai trovato nessuno per cui non ci fosse una storia adatta.
Sicuramente gli adulti sono in astinenza da storie: mentre ai bambini vengono narrati spesso tanti racconti, gli adulti sono in ve trascurati, per cui quando vengono ad ascoltare si divertono di più. 
Ho fatto diversi progetti anche alle superiori e devo ammettere che coinvolgere gli adolescenti è la sfida più ardua del mio mestiere, però alla fine si riesce sempre a sfondare le barriere.
I bambini invece sono sempre molto contenti di ascoltare, a volte fin troppo: se non li si tiene a bada si rischia che vogliano raccontarla loro stessi, ma dopotutto anche questo è il bello dello storytelling.

Lo storytelling è il tuo unico lavoro?

Attualmente lavoro anche presso il Museo di Scienze Naturali di Bolzano e mi ritrovo in una posizione dove i miei due ruoli professionali si influenzano reciprocamente. Facendo la guida al museo, io sono sempre a contatto con il pubblico e sempre con gruppi diversi: è un utilissimo allenamento per comprendere le differenti fasce d’età e gli interessi di bambini, adolescenti e adulti.
Inoltre, durante il mio lavoro al museo cerco sempre di inserire nelle varie attività delle storie, anche nelle audioguide e nelle trame per i “delitti al museo”, che sono nelle serate che organizziamo al museo simili alle più conosciute “cene con delitto”. I miti sono il modo in cui i nostri antenati cercavano di darsi risposte, dunque per capire il progresso che ha portato alle scienze naturali di oggi bisogna partire da lì.

La città di Bolzano offre molte opportunità agli storytellers?

Le opportunità a Bolzano ci sono, però vanno cercate o create. Bisogna farsi conoscere e spesso spiegare in cosa consista lo storytelling: purtroppo in molti non sanno cosa sia…
Tuttavia, il lavoro c’è sicuramente e i progetti non mancano mai, ma per lavorare in Italia è necessaria molta burocrazia che ostacola il processo artistico. In altri Paesi europei gli storytellers sono più conosciuti e tutelati, ma sono fiduciosa che presto anche in Italia inizierà ad affermarsi come professione.

Pensi che le nuove tecnologie favoriscano o ostacolino il tuo lavoro?

Le nuove tecnologie rappresentano sicuramente un’opportunità per il mio lavoro di storyteller, poiché consentono di accedere a una vasta gamma di immagini ed esperienze che altrimenti sarebbero difficili da raggiungere. Tuttavia, negli ultimi tempi ho notato un cambiamento nei comportamenti dei giovani: sembrano dedicare sempre meno tempo a vivere esperienze dirette e ad arricchire il loro “archivio personale”. Non si passa abbastanza tempo ad assaporare le esperienze vissute in prima persona. Si fa sempre fatica ad immaginare i paesaggi naturali, anche i più semplici, come i fiumi e le pianure. Bisognerebbe vivere attivamente, prestando attenzione a tutti i cinque sensi in ogni momento.

Anche il luogo in cui si svolge lo storytelling è fondamentale: la stessa storia raccontata a persone e in ambienti diversi risulta completamente differente. Alcune ambientazioni in cui ho lavorato sono perfette per stimolare la fantasia del pubblico, come un’isoletta-oasi negli Emirati Arabi Uniti, ma anche il Belvedere di Canazei per rimanere in Trentino-Alto Adige.

Hai qualche consiglio per coloro che desiderano intraprendere la strada dello storytelling?

Lo storyteller deve certamente essere sempre attento a quello che ha intorno: quando ci si muove nel mondo bisogna osservare, annusare e sentire il più possibile. Quando si desidera che il pubblico visualizzi un’immagine descritta, è cruciale che lo storyteller la visualizzi chiaramente per primo: proprio come un attore teatrale deve incarnare appieno il personaggio che interpreta, allo stesso modo lo storyteller deve essere in grado di “vivere” la storia che narra.
Inoltre, è importante per gli storytellers ascoltare chi vuole raccontare qualcosa: l’esperienza altrui rappresenta un tesoro inestimabile se non è possibile visitare di persona i luoghi, percepire i profumi o immergersi direttamente in una cultura. L’ascolto e gli occhi attenti sul mondo diventano un elemento imprescindibile per arricchire e rendere autentiche le proprie narrazioni.

Autore: Luca Pompili COOLtour

Non c’è autonomia senza responsabilità e solidarietà

La Repubblica italiana, per quanto “una e indivisibile”, “promuove le autonomie locali”. La Costituzione assegna particolari forme di autonomia a cinque Regioni e due Province, tra cui l’Alto Adige, ma prevede che anche le altre Regioni possano sviluppare “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”.

L’attribuzione di queste “ulteriori forme” di autonomia segue una procedura definita dall’art. 116 della Carta. Serve una legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, “la legge è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intesa fra lo Stato e la Regione interessata”. L’autonomia regionale che ne esce non può dunque che essere particolare, cioè tipica per quella Regione. In altri termini “differenziata”.

La via dell’autonomia non è un’opzione tra tante. Essa è parte dei principi fondamentali della Repubblica che (art. 5) “riconosce e promuove le autonomie locali” e “attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo”. Comuni, Province, Città metropolitane, Regioni sono definiti (art. 114) “enti autonomi” con “poteri e funzioni secondo i principî fissati dalla Costituzione” i quali (art. 118) “favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”.

Riassumendo. L’autonomia non è un’idea balzana della Lega o di qualche altra forza politica, ma è stata introdotta nella Costituzione dai Padri costituenti e sviluppata in seguito dal Parlamento. Essa riguarda enti e cittadini. L’autonomia in quanto tale non deve far paura. Ma i timori nei confronti di una deriva dell’autonomia “differenziata” (tanto più se alimentata da elementi ideologici o elettoralistici) possono essere giustificati.

L’autonomia, infatti, è virtuosa solo in presenza di una cultura politica fatta di alcuni elementi necessari. Il primo è l’orientamento al bene comune. L’autonomia non deve servire a favorire un gruppo (linguistico, economico, di potere …), un territorio, una popolazione, a prescindere dal resto del mondo. Essa deve essere orientata al bene comune e vincolata ai doveri (inderogabili) di solidarietà (art. 2).

Poi il senso delle istituzioni. Se permane l’idea che Stato e cittadino si debbano fare le scarpe l’uno con l’altro, l’autonomia diventa un escamotage o un trucco per tirare al proprio mulino più acqua possibile.

Infine, il principio di sussidiarietà. Ognuno deve poter fare tutto ciò che sa e può fare, demandando ai livelli superiori solo ciò che richiede necessariamente il loro intervento. Ma questo significa in primo luogo essere responsabili. Fare per primi la propria parte. Essere convinti che la politica è l’arte della costruzione – ognuno il suo pezzetto – del bene comune, ovvero del bene di tutti e di ciascuno.

Autore: Paolo Bill Valente

Con una via si ricorda Werner von Siemens

Tra le vie della zona industriale dedicate a protagonisti di scienza e tecnica vi è via Werner von Siemens. Ernst Werner Siemens era nato il 13 dicembre 1816 a Lenthe, presso Hannover. Il titolo nobiliare “von” si aggiunse nel 1888 con l’elevazione al rango nobiliare da parte di Federico III, imperatore di Germania e re di Prussia, per i meriti in ambito scientifico e imprenditoriale. Nel 1823 la famiglia si trasferì a Menzendorf, dove nacquero altri sei fratelli di Werner, che si aggiunsero a Ludwig, Mathilde, Hans e Ferdinand. Dopo il Liceo classico a Lubecca (1832-1834) e la Scuola d’artiglieria e ingegneristica di Berlino (1835-1838), nel 1842 Werner divenne membro della Società Politecnica. Già nel 1841 si rese noto per l’invenzione di un metodo per la galvanoplastica, per il quale gli fu conferito il Brevetto prussiano. Nel 1844 viaggiò a Londra, Bruxelles, Parigi. Anno importante fu il 1847: oltre a inventare una tecnica di rivestimento dei fili elettrici con guttaperca, il 1° ottobre fondò la “Telegraphen-Bauanstalt von Siemens und Halske”. Già nel 1848 fu allestita una linea telegrafica tra Berlino e Francoforte sul Meno. Il 1° ottobre 1852 Werner von Siemens si sposò con Mathilde Drumann; ebbero quattro figli (Arnold, Wilhelm, Anna, Känel). Morta Mathilde nel 1865, nel 1868 Werner sposò Antonia Siemens di Hohenheim; nacquero Herta (1870) e Carl Friedrich (1872). Sarebbe lungo descrivere quanto Werner von Siemens realizzò nei diversi campi dell’elettrotecnica, come studi e applicazioni nel campo delle macchine dinamo-elettriche, della telegrafia, delle lampade elettriche, della trazione elettrica. Non mancarono i riconoscimenti: due lauree ad honorem (Berlino nel 1860, Heidelberg nel 1886), la nomina nel 1873 a membro dell’Accademia Prussiana delle Scienze, l’elezione nel 1891 a Presidente del Congresso degli Elettrotecnici. Deceduto per una polmonite a Berlino il 6 dicembre 1892, i suoi resti si trovano nella tomba di famiglia nel Südwestkirchof di Stahnsdorf.

Autore: Leone Sticcotti

Davide Burattin: Dropout nuovo capitolo

Sono trascorsi due anni da quando il bolzanino trapiantato a Osaka Davide Burattin – in arte Dropout – ci ha consegnato un disco composto da brevi colonne sonore strumentali per cortometraggi da lui stesso realizzati: il tema del disco era la memoria di un futuro distante e la dominante musicale era l’elettronica. Il nuovo disco del creativo bolzanino è invece cantato, minimale nella struttura, tratta della fine delle cose ed è figlio dell’urgenza di Burattin di dedicarsi alla musica, prendendo corpose pause dalla famiglia (che è stata comprensiva) e dal lavoro (nello stakanovista Giappone non deve essere stato semplice).

“Il disco precedente – ci spiega Davide – è stato di gestazione lunga e piuttosto certosina, la necessità adesso era invece diametralmente opposta, buttare fuori tutto il più presto e nel modo più autentico possibile. Un po’ come la differenza tra fotografie in teatro di posa e istantanee Polaroid, ecco. Il tutto infatti nasce in modo naturale in un dialogo tra chitarra classica e voce, la domanda è stata: da che luogo della mente proviene questa musica e con che parole la si può vestire? Il resto è stato sovrainciso immediatamente dopo o suonato da altri. Non c’è stata l’egida del metronomo e in particolare ho sentito come una repulsione al beat onnipresente e portante nella musica mainstream attuale, quindi raramente nel disco sono presenti batterie. Ho trovato infatti interessante, durante la produzione, l’alternarsi tra canzoni per così dire di getto, magari registrate su nastro proprio mentre stavano uscendo dalle mie mani e canzoni più regolari, più patinate. Diciamo che alcune stavano bene così come erano nate, altre invece sembravano pretendere di essere trasposte in bella copia”.

Il risultato è Sulla fine delle cose, un disco fresco fresco per ora disponibile solo in formato digitale, in cui come l’autore ci ha detto ci sono soprattutto la sua voce e la sua chitarra acustica, ma non mancano altri interventi: c’è Petra Dotti, del progetto Giardini di Pietra, che contribuisce al ritornello della riuscita Vibrano corde, uno dei due brani del disco risalenti a prima del lockdown, c’è poi Monica Primo che Davide ha conosciuto tramite Carmelo Giacchino, c’è il synth di Piero De Siena e dà una mano anche l’amico DJ Alessandro Signore; ma l’autore ha pescato anche tra le mura domestiche, ha coinvolto il figlio Daniele, i suoi compagni d’asilo e, soprattutto la moglie Luciana Cardi in Attica. Ci doveva essere anche Monika Callegaro, ma per motivi di sovrapposizione di impegni, la collaborazione non si è concretizzata ma è stata un’importante fonte di dialogo per l’autore durante e dopo la lavorazione.

“Da circa 20 anni non cantavo e scrivevo in italiano – ci spiega Burattin riguardo ai testi –, e probabilmente la necessità di comunicare in modo più diretto nella mia lingua madre qui è stata prioritaria. I testi sono molto personali, tanto che all’inizio non pensavo alla pubblicazione, se non che quegli amici che ascoltano le cose in anteprima mi hanno fatto notare che alla fine si tratta di tematiche piuttosto universali per tutti noi, personali ma non tutte strettamente biografiche, a volte è necessaria un po’ di fiction mutuata da storie a me vicine. La particolarità dei testi è di essere scritti su una metrica più anglosassone che italiana, ovvero basati perlopiù su parole bisillabiche o trisillabiche. Un esperimento inconscio dovuto ai miei ascolti più recenti che sono piuttosto internazionali, un po’ come è successo per la generazione Z, quella che usa andare a capo spezzando mentre canta per intenderci, che utilizza più o meno il cosiddetto enjambement, che personalmente poco mi entusiasma. L’alternativa quindi all’andare a capo, per la nostra lingua che è composta da pochissime bisillabe e trisillabe. Quindi per riassumere, visto che si tratta anch’essa di musica di urgenza, ecco come suonerebbe molto probabilmente la musica di tipo Trap se fosse cantata in modo meno prolisso, senza enjambement, senza Autotune, con della melodia, e con frasi che si collegano maggiormente l’una con l’altra.”

Alla fine chi ne esce vincitore sono le canzoni, proprio per il fatto di avere una melodia, di non avere l’Autotune, di non essere prolisse, con la modernità della loro genesi e con il fascino vintage dell’uso di strumenti tradizionali. Anche se l’elettronica continua a stare dietro l’angolo: “A dire la verità – conclude Davide – ancora non so ancora quale sarà la mia prossima mossa, ma sto giocando da un po’ con un campionatore molto particolare, creando nuovi suoni Dropout, e qualche nucleo di idea lo sto già sentendo sbocciare…”

Autore: Paolo Crazy Carnevale

La storia dell’Autonomia nel Klösterle

“L’Autonomia è un’arte – Autonomie ist eine Kunst”: è questo il titolo scelto per l’esposizione che ha arredato il Klösterle, l’antico ospizio a San Floriano, località nel comune di Egna famoso anche perché vi ha soggiornato Albrecht Dürer in uno dei suoi viaggi in Italia. Un racconto dell’Autonomia attraverso il linguaggio dei quadri e delle sculture.

L’occasione era il progetto “La regione fuori dai vetri”, che si propone di offrire l’opportunità a tutta la popolazione, ma specialmente ai giovani, di vivere da vicino la vivacità, l’espressione e la bellezza dell’arte, mettendo a disposizione di tutti le opere d’arte della Regione a km 0, valorizzando le unicità dei comuni attraverso le oltre duemila opere del patrimonio artistico locale.

Erano oltre cento le opere in esposizione, riuscita grazie al contributo di sei associazioni che hanno permesso l’apertura dell’ospizio. Tra queste, la Galleria Kunst Grenzen di Roverè della Luna è stata parte molto attiva della mostra, non solo per il buon numero di artisti che ha presentato, ma anche nell’aiuto alla parte organizzativa dell’evento. In buon numero anche gli artisti altoatesini.

Il compito di chiudere l’evento è stato affidato alla voce narrante dell’attore trentino Alfonso Masi, ha portato in scena la pièce di Patrick Süskind “Il contrabbasso” assieme a Michele Tovazzi, che si è occupato della parte musicale. 

“Ho apprezzato molto questa mostra e penso che anche per Egna è stato un onore ospitare un’esposizione di questo livello”, riferisce Karin Pichler, capofrazione a Laghetti e ponte tra la Provincia e le associazioni nell’organizzare il tutto.

“C’erano una varietà di dipinti che spaziano dagli anni passati ai tempi più recenti con una storia da raccontare – è il pensiero dell’artista Eleonora Mazzaferro – È stata un’occasione per entrare in un ambiente in cui anche il quadro più umile viene valorizzato. Questo è appagante per ognuno di noi”.

Autore: Daniele Bebber