Sabrina Veronesi, l’artista sognatrice

Sabrina Veronesi, artista bolzanina, considera l’arte non solo come un mezzo per comunicare, ma anche come una forma di espressione personale. 

“Ho sempre scarabocchiato, disegnato e dipinto perché questo è il modo più naturale per me di comunicare con il mondo ed esprimere me stessa” afferma. La sua vita è caratterizzata da una dualità tra il disegno tecnico, che contraddistingue il suo lavoro da geometra, e le pennellate di acrilico su tela. “Per svariati motivi, purtroppo, l’arte è rimasta un hobby. Non ho mai avuto l’opportunità di frequentare una scuola d’arte e la vita mi ha portato verso una professione da tecnico…” dichiara , aggiungendo. “…devo ammettere, però, che mi piacciono entrambi gli aspetti della mia vita, anche se il mio cuore è totalmente artistico”. 

Sabrina Veronesi descrive la sua arte come sperimentazione, evoluzione, liberazione, espressione di eé e forma di comunicazione. In ambito artistico, lei si trova spesso a riflettere sul significato e sull’intento delle sue opere. Ciò che vuole comunicare si basa sullo stato d’animo e sulle esperienze che vive nel momento preciso di fronte alla tela. Ogni pennellata è una manifestazione dei suoi sentimenti, pensieri e della sua visione del mondo. Nonostante alcuni personaggi possano comparire più volte all’interno delle sue opere, ogni opera è unica e racconta una storia autoconclusiva. 

La natura è una protagonista ricorrente nei quadri di Veronesi. “Nulla mi ispira più della natura”, afferma, “Siamo parte della natura, è la nostra essenza e c’è una connessione evidente con essa. Amo tutto quello che di naturale mi circonda e quindi non può mancare nei miei quadri”. 

Le influenze e le fonti da cui trae ispirazione l’artista sono molteplici e sono spesso legate all’ambiente circostante, agli amici, alla famiglia o a immagini che catturano la sua attenzione. Sabrina Veronesi esprime una grande ammirazione per Klimt, fonte di ispirazione per la scelta dei colori e per le forme a spirale presenti nelle sue opere. 

Tra i suoi lavori, l’artista identifica “Controcorrente” come il suo preferito. L’opera raffigura tre farfalle rosse in fila indiana ed una blu che si distingue dalle altre per la direzione opposta. La farfalla blu simboleggia l’unicità di ognuno di noi e invita a seguire il proprio percorso, non costringendosi a seguire i canoni imposti dalla società. 

Veronesi ha avuto la possibilità di esporre le sue tele presso Cooltour, dove ha tenuto una mostra della durata di due mesi. “Sono stata felice di aver avuto l’opportunità di condividere la mia passione con gli altri. Mi ha emozionato il consenso generale”, dichiara. 

Al momento, l’artista non ha in programma altre esposizioni, ma continuerà a sperimentare nuove tecniche e ad esprimersi attraverso l’arte.

Autrice: Sanaa El Abid COOLtour

Mirko Ciech l’artista del riutilizzo

La creatività di Mirko Ciech nasce dal riutilizzo: sono i materiali poveri, quelli che vengono scartati nei cantieri in cui lavora, che lui ricicla per creare le proprie sculture. 

“Sono ormai una ventina di anni che mi dedico alla scultura, tanto che sono riuscito a riempire un garage di opere”, spiega con voce fiera Mirko Ciech, classe 1969 residente a Bronzolo.

Dopo gli studi professionali come maestro muratore e numerosi corsi, ha iniziato a lavorare nei cantieri senza mai trascurare l’amore per l’arte, nato fra i banchi di scuola. “Con le mie sculture mi piace lanciare un messaggio, spiegare l’importanza dell’andare tutti d’accordo”. Esemplificativa è l’opera “Prima di agire devi dormire”: ritraendo una testa dormiente, l’autore comunica che prima di dire qualsiasi cosa occorre avere la mente lucida. “È un pezzo nato da un’unica gittata di calcestruzzo, modellato all’80 per cento con la cazzuola e rifinito con il disco diamantato. “Diversi ma uniti”, poi, è fatta invece con tre cubi in calcestruzzo legati con dei tubi di ferro ed è l’opera di più recente realizzazione: è una scultura che rende omaggio ai quattro elementi che stanno alla base della costruzione, vale a dire il legno, il sasso, il mattone e recentemente il calcestruzzo. “Sono contrario a tutti quei materiali applicati alle facciate, tipo il polistirolo, che un domani dovranno essere smaltiti”.

Mirko Ciech, com’è venuta l’idea di realizzare sculture con questi materiali? 

Dopo quarant’anni di lavoro come capocantiere ho pensato di creare qualcosa unendo il mio amore per l’arte con ciò che conosco molto bene e uso ogni giorno per lavorare. Nelle mie sculture inserisco colori ad ossido di ferro, scelgo l’inerte, scelgo i sassi nei fiumi e faccio le gittate. Ciò che ne esce lo modello e lo levigo con il disco diamantato, fino a che dal conglomerato ne esce la scultura. Ho fatto anche dei quadri in calcestruzzo.

Ma oltre agli strumenti servirà anche del tempo…

Una scultura occupa sulle trenta ora di lavoro. Oltre il disco diamantato o flex e la cazzuola, compagna di una vita di lavoro nei cantieri e alla base delle mie opere, è necessario lo scalpello. Generalmente creo le mie sculture nel garage durante i fine settimana: è come essere in ferie, è appagante. Poi il calcestruzzo è un materiale che nessuno usa nell’arte.

Ha già fatto anche qualche mostra? 

Ho fatto due mostre a Bolzano e al campo da golf di Pietralba. Ma purtroppo l’arte è un qualcosa che interessa davvero a pochissime persone, da queste parti.

Cosa pensano i colleghi in cantiere di questo suo talento? 

Reagiscono in maniera simpatica: ridono e mi chiamano “il professore”.

Autore: Daniele Bebber

Redditi

Il consiglio provinciale di Bolzano ha pubblicato i dati sui redditi dichiarati dai trentacinque attuali consiglieri eletti lo scorso ottobre. Al primo posto, con un reddito dichiarato che supera il milione di euro, troviamo Renate Holzeisen di “VITA”. Ora si capisce perché, interrogata su un rimedio NO VAX per affrontare un raffreddore imminente, abbia risposto “avvolgersi in coperte di cashmere e fare bagni di champagne!”. All’ultimo posto della classifica, con reddito nullo, troviamo Jürgen Wirth Anderlan: “vivo esclusivamente di uova delle mie galline, la mia vaccinazione personale contro ogni malanno e contro il fisco italiano”. 

Autore: Roberto Tubaro

Il coro Plose di Bressanone fa rivivere lo spirito della montagna

Nato nel 1964 il Coro Plose C.A.I. Bressanone ha una lunga storia alle spalle, caratterizzata da un’intensa attività e quest’anno si appresta a festeggiare l’anniversario dei 60 anni dalla sua fondazione. Abbiamo avuto il piacere di parlarne con Maurizio Brocco, presidente del coro. 

Quando e come è nato il coro Plose C.A.I. Bressanone?

Il Coro Plose C.A.I. è nato 60 anni fa proprio sulle panchine dei Giardini Rapp a Bressanone dove alcuni giovani brissinesi hanno mosso i primi passi nell´allora inesplorato mondo del canto corale e, con grande passione e divertimento, hanno dato vita ad un piccolo e inesperto coro. Negli anni il coro è cresciuto ed è diventato un riferimento per l´attività culturale della nostra città. Attraverso concerti ed eventi ha saputo conquistare un numeroso pubblico di appassionati del canto popolare.

Com’è composto il coro?

Attualmente il coro è composto da 26 elementi: 7 nel gruppo dei tenori primi, 8 nei tenori secondi, 7 nei baritoni, 4 nei bassi. Il coro attualmente è diretto dal maestro Stefano Barberio di Bressanone.

Qual è il vostro repertorio?

Ci concentriamo tipicamente canti di montagna e della tradizione popolare.

Negli anni avete partecipato a eventi davvero importanti. Qual è quello che le è rimasto più impresso?

Il Coro Plose ha finora all’attivo circa 900 concerti. Sicuramente una delle nostre partecipazioni più sentite è stata quella del 2010 a Roma dove, in occasione della consegna ufficiale dell’Albero di Natale alla Santa Sede proveniente dal Comune di Luson, il Coro ha accompagnato una delegazione di Bressanone e si è potuto esibire davanti al Santo Padre Benedetto 16.mo all’interno della Sala Clementina in Vaticano e poi ancora in Piazza San Pietro durante la cerimonia ufficiale di accensione dell’albero.

Cosa avete in programma per quest’anno? Avete già dei programmi per il festeggiamento dei sessanta anni del coro?

In questo 2024 il nostro coro ha in programma un´attività particolarmente intensa proprio per festeggiare nel migliore dei modi i 60 anni di attività. L´evento più importante sarà comunque ad ottobre, quando sabato 19 proporremo alla Cusano un concerto con la partecipazione del coro Vós de Mont dalla provincia di Udine, un coro molto conosciuto e guidato dal maestro Marco Maiero, considerato uno dei principali maestri della coralità italiana. Anche noi del Plose abbiamo in repertorio diverse canzoni dal lui stesso scritte e armonizzate.

Qual è il segreto della longevità e dell’entusiasmo di questo coro?

La passione, ma anche il costante impegno e sacrifici di coristi e maestri, hanno permesso 60 anni di ininterrotta attività. Inoltre da sempre il nostro coro è ambasciatore del canto popolare e di montagna. Il coro è fatto di amicizia, di impegno personale, di divertimento e di responsabilità. Tutti stanno insieme legati dalla passione per il canto e dalla stima reciproca e vivono il volontariato nella sua espressione più genuina. Il coro esige però sempre serietà e perseveranza, ma restituisce gioia e allegria, in incontri, conoscenze e soddisfazioni.

Autori: redazione COOLtour

Anna Pezzetta: giovane promessa del pattinaggio

Il pattinaggio artistico è uno delle discipline più seguite alle Olimpiadi Invernali e da qualche edizione è stata introdotta anche la prova a squadre. Da quando si è ritirata Carolina Kostner, la prova femminile costituisce l’anello debole della nostra squadra, proprio ora che siamo competitivi nelle altre tre specialità. Tuttavia, nei prossimi anni questa tendenza proverà ad essere invertita da Anna Pezzetta, giovanissimo talento bolzanino in rampa di lancio in questo sport. Andiamo a scoprire la sua storia e a conoscere i suoi obbiettivi futuri.

Ciao Anna, raccontaci un po’ chi sei… 

Sono Anna Pezzetta, sono nata a Bolzano nel 2007 e qui sono cresciuta; ho frequentato la scuola a Bolzano fino a quando mi sono spostata alla scuola di Egna, dove mi allenavo.  Al momento sto finendo il liceo linguistico. 

Quando hai iniziato a pattinare?

Ho iniziato quando ero molto giovane, avevo cinque anni. Mio fratello giocava a hockey e io mi trovavo spesso al palaghiaccio, quando, un giorno, ho voluto provare a pattinare anche io e i miei genitori mi hanno iscritta a dei corsi a Bolzano. Da quel momento non ho più smesso.

Dove ti alleni?

Da settembre 2023 purtroppo non mi alleno più ad Egna, ma mi alleno al forum di Assago, a Milano. L’Arena di Egna ci ha comunicato che non ci sarebbe stato più posto per noi dell’artistico e che avrebbero tenuto solo la danza sul ghiaccio a Egna. Abbiamo deciso così, io e il mio team, di spostarci ad Assago. 

Ci descrivi una tua giornata tipo?

La mattina mi sveglio per le 7 e dopo la colazione vado alla pista per iniziare gli allenamenti che durano dalle 9 circa alle 15. Si inizia con il riscaldamento a secco e poi con l’allenamento sul ghiaccio, e finisco con danza oppure ginnastica, in base ai giorni. Finiti gli allenamenti vado a casa per seguire le lezioni scolastiche online. In mezzo alla giornata cerco di fare stretching per recuperare dagli allenamenti. Finite le lezioni preparo la cena, mi rilasso guardando delle serie tv e vado a dormire.

Quante volte a settimana ti alleni e quanti sacrifici ci sono dietro a tutto questo?

Mi alleno sei volte a settimana, sicuramente i sacrifici sono tanti sia da parte mia sia da parte di chi mi supporta in questo percorso, a partire dalla mia famiglia e a tutto il team che mi segue. Sono sacrifici che faccio perché amo questo sport e pattinando da quasi tutta la mia vita ormai non li vedo nemmeno più come “sacrifici”, ma quasi come la normalità.

Che cosa ti piace di più di questo sport?

La cosa che mi piace di più è scivolare sul ghiaccio e saltare, ma anche viaggiare per le gare e incontrare nuovi amici che vengono da paesi diversi.

Hobby?

Sì, ne ho diversi, ma purtroppo non ho tantissimo tempo per praticarli. Mi piace nuotare, andare al cinema e fare shopping oppure semplicemente passare del tempo con gli amici. Una cosa che mi manca molto è giocare con i miei animali domestici (cani e gatti) che purtroppo non riesco più a vedere molto, non abitando più a casa.

Obiettivi futuri?

Preferisco rimanere sul vago, sono molto scaramantica (ride n.d.r.). Sicuramente dare il meglio di me stessa in tutto quello che faccio. L’obbiettivo e il sogno principale sono ovviamente, come per tutti gli atleti, le olimpiadi.

La città di Bolzano ti ha aiutato a raggiungere i tuoi obbiettivi?

Di recente sono stata inserita nel “progetto elite” che sostiene economicamente, attraverso la Südtirol Sporthilfe, gli atleti nel periodo preolimpico. È un aiuto molto importante di cui sono molto grata.

Autore: Niccolò Dametto

La salvezza più vicina che c’è

La primavera meteorologica s’è presentata con la Porta Atlantica finalmente spalancata e ci siamo liberati dell’anticiclone subtropicale. L’aria è tornata respirabile al punto di non sentire più quel fastidio irritante al naso e alla gola, mentre si cammina per le città. Le montagne, a giorni alterni, hanno riabbracciato la neve, tramutatasi in pioggia per poi girare di nuovo in dama bianca anche se a quote sempre più alte. Purtroppo i fondivalle, a parte un paio di episodi di nevischio durante tutto l’inverno, non hanno mai ricevuto un accumulo, una coltre dignitosa. Ma noi innamorati dell’inverno, quand’esso si comporta da Generale Inverno, restiamo ottimisti e non ci scomponiamo, nonostante la gravità della situazione. Le immagini che provengono dalle Alpi occidentali sommerse di neve sono un toccasana per l’animo e per gli occhi. Sappiamo, tuttavia, che solo nella conca bolzanina le precipitazioni nevose negli ultimi 10 anni si sono ridotte del 75%, ma il capoluogo per motivi orografici non è mai stato supportato durante le perturbazioni nevose. Gli mancano difatti –  nelle immediate vicinanze – delle alture superiori ai 2000 metri che avrebbero la capacità di sostenere le precipitazioni e creare l’effetto sbarramento (cfr. Stau) e non solo; e non come avviene, per esempio, a Trento, che sebbene si trovi 60 metri più in basso ha una media nivometrica doppia rispetto a Bolzano. Benevolmente, e senza ricorrere ad improperi o alzare le mani, sorridiamo quando un nostro amico ci confida che gradirebbe vivere in un luogo con 20/25°C stabili durante tutto l‘anno, una situazione piuttosto remota lungo la fascia alpina. La stessa temperatura in particolar modo che serve ai nostri semi, già superficialmente interrati, a germinare. Sui davanzali cavoli neri precoci, peperoni, porri, cicerchie hanno già fatto capolino, le melanzane invece si fanno attendere e se la tirano; entro la seconda decade di marzo vedranno il ‘suolo alveolato’ pomodori, girasoli e pomodorini. Bisognerà attendere aprile per i legumi, le zucche e le zucchine ed un aprile inoltrato per i cetrioli ai quali il freddo non garba. Domenica mattina l’aria era umida, ma non pungente; il terreno era inzuppo e morbido. Il sole c’ha provato, come la pioviggine del resto. Non ho visto né sentito ronzare insetti impollinatori, ma solo le perfide limacce al passo da lumaca. Nel piccolo orto procedono i lavori per ripicchettare il cedevole, sostituire qualche asse dei camminamenti ed imbastire una struttura per la rete antigrandine; nonché poi tutti quei minuziosi dettagli e accorgimenti quando siamo immersi nell’essenzialità della Natura, la salvezza più vicina che c’è.

Autore: Donatello Vallotta

La pandemia come rinascita artistica: Louis Celia Zippo

“Era da qualche tempo che non mi dedicavo seriamente allo sviluppo di un progetto fotografico, quando improvvisamente la pandemia catapultò il mondo in una nuova inedita quotidianità costellata di situazioni irreali, che sentii il forte impulso di documentare. Le misure di contenimento della pandemia da Covid 19 tuttavia non consentivano che rare uscite motivate da esigenze eccezionali o urgenti”.
Così scrive Louis Celia Zippo nell’introduzione all’invito alla sua nuova mostra “De zona rubra” che prenderà il via il 20 marzo presso Im Kult a Marlengo. 

Le immagini in mostra sono depositarie della memoria delle emozioni vissute dal fotografo in quei lunghi mesi di sospensione dalla vita così come la conoscevamo e della difficoltà a relazionarsi con le persone. Si tratta di inquadrature dal taglio particolare, di istantanee di ciò che era possibile osservare come i fiori del proprio giardino, i giochi di luci e ombre sulle strade deserte, lo sbocciare in una notte del “tulipano queen of the night” che avrebbe vissuto quella unica notte e parte del giorno successivo come è nella sua natura e il suo destino. Speciale è anche la realizzazione della stampa di queste fotografie. Sono infatti in bianco e nero tranne che per alcuni piccoli elementi che sono stati dipinti a mano ad acquerello dall’artista Monika Hartl proprio come si usava un tempo quando ancora non esistevano le fotografie a colori. Le immagini sono stampate su cartoncino di cotone FineArt con bordi irregolari della ditta Hahnemühle. Quindi scatti d’artista che diventano oggetti ricercati e preziosi.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Una scuola che accoglie

“La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.”
Non è la prima volta che richiamiamo in questo spazio l’art. 34 della Costituzione. Ma lo facciamo perché nei giorni scorsi, in maniera “scomposta”, nella nostra provincia si è parlato di nuovo di scuola sollevando il “problema” legato alla presunta non opportunità che taluni bambini si iscrivano a talune scuole. Ad essere messo in discussione, secondo alcuni, sarebbe il diritto dei bambini di taluna madrelingua di poterla apprendere in maniera adeguata, vista la presenza nella medesima scuola e nelle medesime classi di bambini con insufficienti conoscenze di base nella medesima madrelingua di riferimento della scuola stessa.
Ad essere richiamato in queste situazioni è soprattutto (ma non solo) il diritto (sacrosanto e sancito dallo statuto di autonomia) dei bambini di madrelingua tedesca, di poter frequentare una scuola che abbia come riferimento la lingua della loro minoranza nello stato italiano, nella fattispecie il tedesco standard. Il problema è che il sistema scolastico altoatesino, così com’è stato finora, mostra la sua inadeguatezza e tutte le sue contraddizioni, alla luce dell’art. 34 della Costituzione. Che fare se delle famiglie di lingua italiana iscrivono i loro figli alle scuole di lingua tedesca? E se a farlo sono famiglie con background migratorio, magari appena giunte sul territorio? Insomma: la scuola di lingua tedesca deve poter godere in qualche modo di un sistema di sicurezza per evitare iscrizioni “spurie”?
Dal punto di vista politico e normativo si tratta di un problema di difficile soluzione, stante l’attuale sistema scolastico altoatesino. Specie se la questione viene vista sempre dal punto di vista degli adulti, ovvero i genitori, gli insegnanti, i politici, e così via. Invece ad essere messi in primo piano in questa vicenda dovrebbero essere messi i veri protagonisti della scuola, ovvero i bambini. Ma tutti i bambini presenti nel nostro territorio. Ripeto: tutti, non solo una parte di loro. Tutti i bambini infatti hanno il diritto di sentirsi accolti, socializzare tra pari e iniziare la propria costruzione di sé, nella scuola prescelta dai loro genitori. Sia che essa sia quella dell’“altra madrelingua” che quella di una madrelingua che in ogni caso non è la loro. Ogni opzione volta a ipotizzare un “rifiuto” da parte della scuola nei confronti di un bambino, non può che essere vista come un fallimento del nostro sistema politico, sociale e formativo.

Autore: Luca Sticcotti

Quel gemellaggio fra Krampus e Mamuthones

Chiunque sia stato in Sardegna non può non aver sentito parlare dei Mamuthones, quelle maschere tradizionali che ondeggiano fra la folla cariche di campanacci e dallo sguardo severo. E qualsiasi altoatesino che le ha viste, non può non aver trovato un’analogia con i Krampus. Ma quanto sono simili queste due figure? Moltissimo. Lo sanno bene i soci dell’“Algfagor Krampus”, l’associazione che poco tempo ha partecipato al celebre carnevale di Orani portando con sé pelli, fruste e maschere demoniache. Un sodalizio che vuole divulgare la cultura del Krampus nel resto dello Stivale e che – particolare  curioso – è formato in maggioranza da meranesi di lingua italiana.

In Sardegna il carnevale è qualcosa di molto diverso dalle feste che si celebrano nel Continente, dove si festeggia quasi esclusivamente nei giorni di giovedì e martedì grasso. Qui il carnevale (meglio: “su Carresecare”, in lingua sarda) è un’altra cosa: antica, ancestrale, radicata in tradizioni medievali; un rito suggestivo, diverso da zona a zona, ricco di rimandi al mito e alle misteriose usanze dell’isola. E le maschere sono un altro tassello fondamentale del Carrasegare: ci sono quelle dedicate al mondo dei mestieri, quelle ispirate agli animali, e quelle che ritraggono personaggi fantastici, come i famosi Mamuthones. 

Ed è proprio qui che pochi giorni fa i campanacci di questi figuri isolani hanno suonato all’unisono con le nordiche maschere cornuti, nell’ambito di un gemellaggio d’affetto fra i Krampus meranesi e i Mamuthones sardi, a Orani, un paesino che si erge a 500 metri d’altitudine nel cuore della Barbagia, attorniato da colline verdi. A guidare il gruppo di 12 “diavoli” altoatesini c’era Andrea Medda, presidente dell’”Alfagor Krampus”.

Andrea Medda, non è strano girare con i Krampus fuori dal periodo natalizio?

Potrebbe sembrarlo, certo, ma solo perché in Alto Adige siamo abituati in questo modo, ed è proprio questa la consuetudine che stiamo cercando di cambiare con la nostra associazione. La maggior parte dei club locali si riunisce nei giorni attorno alla festa di San Nicolò. Noi ci siamo posti come obiettivo quello di portare la nostra tradizione dove non la si conosce, valorizzarla e promuoverla. 

Come è nata l’idea di fondare un gruppo di Krampus a Merano?

Era il 2016, l’idea è venuta a mio fratello Gianluca, che fra l’altro ricopre la carica di vicepresidente, e a me. Avevamo notato che ogni comune della provincia ha un suo gruppo; ma nella città dive vivo io, Merano, non c’era. Così ci siamo riuniti con altri appassionati e oggi siamo arrivati a radunare una quindicina di soci attivi. Siamo nati e cresciuti in Alto Adige, quella dei Krampus è una tradizione nostra, che ci portiamo nel cuore da quando siamo nati. È anche per questo che siamo interessati a farla conoscere fuori dai nostri confini. E, senza falsa modestia, ci stiamo riuscendo anche bene: già dall’anno successivo alla fondazione abbiamo iniziato a muoverci fuori da Merano. Oggi nel nostro curriculum possiamo vantare sfilate in tutto l’Alto Adige ma anche in Liguria, Toscana, in tre comuni del Veneto, Repubblica Ceca, Austria, Germania, Svizzera e Sardegna, dove è iniziata una proficua collaborazione.

Non siete dei volti sconosciuti in Sardegna…

Non più: è il terzo anno che ci invitano, e ogni volta è una bellissima soddisfazione. Abbiamo già sfilato in quattro paesi diversi: loro organizzano le rassegne con le maschere tradizionali sarde e poi invitano anche noi. Quest’anno, in particolare, al carnevale di Oruni c’era una decina di gruppi folkloristici dell’isola, più noi.

Come reagiscono i locali alla vostra presenza? Come giudicano le vostre maschere?

La prima volta che siamo arrivati in Sardegna la mia impressione era che ci guardassero con circospezione, ed erano curiosissimi: volevano sapere tutto sulle nostre maschere, dalla storia alla fattura dei nostri costumi. Ma questa sensazione è durata un battito di ciglio, poco dopo siamo entrati in confidenza e oggi ci trattano come parte della loro famiglia. 

Avete provato i costumi da Mamuthones?

Certamente, chi non l’avrebbe fatto? Così come loro hanno provato i nostri. E devo dire che loro sono più fortunati: indossano un vestito leggerissimo e anche la maschera pesa davvero poco, a differenza delle nostre: noi in totale ci portiamo addosso una trentina di chili!

Autore: Luca Masiello

Ospitare, ma in un modo diverso

Il turismo non è certo una novità nel nostro territorio. Ma esistono forme di viaggio e ospitalità che esulano dai consueti meccanismi, mettendo al centro uno scambio in natura fatto di convivialità e rapporti umani. Ecco l’esperienza di Giovanna e Erich, due bolzanini che abitano alle porte del capoluogo.

Giovanna Carnevale ed Erich Schmid vivono a San Genesio e nella loro casa entra il mondo. E non si tratta solo di un modo di dire.  La coppia è infatti host – praticamente sono ospitanti – di couchsurfing, una opportunità totalmente gratuita per il viaggiatore che trova ospitalità a casa di volontari, così gentili da accogliere sconosciuti nelle loro abitazioni, senza alcun compenso.

Nota a margine: dal 2020 gli sviluppatori del servizio couchsurfing, disponibile in tutto il mondo, hanno rinunciato alla pubblicità di terze parti. Per compensare questa scelta, hanno reso l’utilizzo della piattaforma a pagamento (richiedono un abbonamento di circa 2 euro al mese e 15 € l’anno), ma il costo è esclusivamente relativo all’utilizzo della piattaforma.

L’INTERVISTA

Ciao Giovanna e Erich. Come funziona questa vostra esperienza?
Giovanna Carnevale – Si tratta  di una app e piattaforma internet, fondata nel 1999, alla quale noi ci siamo iscritti, dove ci sono persone da tutto il mondo e c’è la possibilità di ospitare o richiedere ospitalità quando si è in viaggio. Quando ci si trova in una città che non si conosce, è bello incontrare qualcuno che ti guida e ti dà anche delle indicazioni su cosa vedere, che non è necessariamente sempre quello dove vanno tutti i turisti.

È quindi una forma di viaggio molto sociale, dove alla base di tutto c’è l’arricchimento culturale. Che tipo di viaggiatori avete ospitato?
Erich Schmid – Senz’altro tante persone molto aperte e desiderose di conoscere cose nuove dei paesi attraverso i quali si trovano a viaggiare.
Giovanna Carnevale – Anche quando siamo noi a viaggiare, normalmente utilizziamo la richiesta di ospitalità presso persone i cui profili evidenziano interessi comuni, e devo dire che abbiamo fatto delle esperienze molto belle, in quanto in questi incontri ci si scambia: quando ospiti fai entrare il mondo in casa tua, e quando viaggi sei tu che vai incontro al mondo.

E confermate che non c’è scambio di soldi…
Giovanna Carnevale – Preparare da mangiare a chi ti ospita o arrivare con un presente e non a mani vuote sono di fatto suggerimenti o consuetudini indicate anche nel sito del couchsurfing.
Erich Schmid – Indirettamente uno scambio c’è, anche se non di soldi. Quando viaggiamo, ci riempiamo l’auto di cose buone da mangiare e di bottiglie di vino buono da offrire in cambio dell’ospitalità. Normalmente diamo la disponibilità o ci offriamo di cucinare qualcosa di tipico italiano. Ovviamente tante volte prepariamo una pastasciutta, ma possiamo preparare la pasta fatta in casa, fare la pizza o cucinare qualche risotto, cose che sono sempre molto apprezzate.

Quindi è proprio un incontro culturale dove si presuppone che ci sia questa sensibilità di base per la condivisione. Può capitare che questa sensibilità non ci sia?
Erich Schmid – Sì, può capitare, specie con i viaggiatori che rimangono solo per una notte, che arrivino la sera e partano la mattina presto. Hanno poco da darti, perché il tempo non è sufficiente.
Giovanna Carnevale –  Ma chi ospita può anche scegliere di escludere soggiorni di una notte perché non sei un albergo. Noi non lo facciamo, anche se preferiamo chi si ferma da noi per 2-3 giorni.

Ricordate come avete iniziato? 
Giovanna Carnevale – Non avevamo ancora completato il profilo sulla piattaforma di couchsurfing, che già siamo stati contattati. Il nostro primo ospite è stato un viaggiatore dell’est europeo residente in Germania e in viaggio verso la Liguria, che abbiamo ospitato per due notti.
La nostra seconda ospite è stata una ragazza di Genova, suppergiù della nostra età, che lavorava alla fiera e che si spostava solo in autostop. Era espertissima del couchsurfing e mi ha aiutato anche a completare il nostro profilo. È stata con noi cinque notti. La sera mangiavamo insieme, ha cucinato anche lei, anche prodotti suoi, e ci siamo trovati molto bene insieme, tanto che ci siamo anche rivisti più di una volta e siamo rimasti in contatto. Insomma è stata una bellissima esperienza. E da lì in avanti, ogni mese abbiamo ospitato qualcuno, questo prima che anche noi cominciassimo la nostra di esperienza di viaggio.

In genere come accogliete i vostri ospiti?
Erich Schmid – Per noi è fondamentale che l’accoglienza sia calorosa. Di base c’è che gli ospiti arrivano attraverso un sistema che permette di conoscerli prima. E un abbraccio di benvenuto è un ottimo modo per abbattere subito le barriere.

I vostri ospiti come li sistemate? 
Giovanna Carnevale – Dal nostro appartamento c’è una scala che collega ad un appartamento con due stanze nel sottotetto. Possiamo ospitare singoli viaggiatori o coppie, ma ci è capitato anche di ospitare una mamma con le sue due figlie.

Come valutate il sistema di recensioni della app di couchsurfing? Lo ritenete affidabile? 
Giovanna Carnevale – Ci sono tantissime persone, ognuna ha visioni diverse della vita e un modo diverso di ospitare e di vivere l’ospitalità. Però sia l’ospite che l’ospitante rilasciano un giudizio alla fine del soggiorno e questi giudizi si possono leggere. Quando qualcuno ti fa una richiesta, tu vedi se è stato già ospitato, che cosa hanno scritto di lui e poi tu puoi anche decidere se vuoi ospitare o meno. Non si è mai obbligati a dare la possibilità di venire a casa propria. Se la persona ti ispira, e hai la possibilità e il tempo di ospitarla in quel periodo, dici di sì, altrimenti rifiuti la richiesta e non succede niente.

Avete una idea di quanti iscritti al servizio ci siano?
Giovanna Carnevale – Quando la prima volta sono andata ad iscriverci, sono rimasta sorpresa perché in provincia di Bolzano c’erano più di 1000 persone. Ma immagino si tratti di un dato che comprende anche i profili non attivi, di gente che magari si iscrive e poi non utilizza la piattaforma.

Autore: Till Antonio Mola