I veri testimoni sono divisivi. Sono pietre d’inciampo

Gli studenti del Liceo scientifico di Partinico, provincia di Palermo, si sono espressi contro l’intitolazione della scuola a Peppino Impastato. Si tratta di una figura “divisiva”, dicono. Ma quale vero testimone, quale autentico resistente – quando non sia stato ridotto a un innocuo santino – non risulta divisivo?

Ricorre proprio in questi giorni (18 marzo) l’anniversario della proclamazione a beato di Josef Mayr-Nusser. C’è un rischio: che l’onore degli altari lo collochi in alto, dove non dà più fastidio. Le pietre d’inciampo, quelle che fanno male, sono invece sulle strade. Il messaggio di Pepi Nusser resta scomodo, nella società e nella chiesa, disse il figlio Albert, perché il suo esempio obbliga “a riconoscere il diritto di un uomo ad agire secondo coscienza contro l’autorità, se questa è totalitaria e assassina. A riconoscere la libertà dell’individuo di dire ‘no’. Un salto culturale molto difficile in un mondo ancorato al principio della cieca obbedienza”. Anche a lui, nel 1985, si sarebbe voluta negare l’intitolazione di una scuola. È personaggio divisivo.

Non stupisce che Peppino Impastato, colpito perché si oppose apertamente all’arroganza, agli abusi di potere, alle violenze della criminalità organizzata, non sia amato da tutti. Non tanto per i suoi modi impattanti, ma perché mise (e mette) in evidenza le tragiche contraddizioni del potere mafioso. Disse: “La mafia uccide, il silenzio pure”. Fu fatto saltare in aria lo stesso giorno in cui le Brigate Rosse troncarono la vita di Aldo Moro (9 maggio 1978). Personaggi divisivi.

Sia chiaro: non basta essere divisivi per dare testimonianza del bene. Ci sono personaggi, molto pieni di sé, a cui piace proprio essere divisivi (e giudicanti). Non sono testimoni, ma solo dei bastian contrari seminatori di zizzania. Il testimone però, quello autentico, non può che essere divisivo. Suo malgrado. Per mettere d’accordo tutti bisogna invece tendere al nulla. Inchinarsi alle contraddizioni anziché denunciarle.

Dell’unico (anche lui divisivo: “Sono venuto a separare…”) capace di restare pietra d’inciampo anche una volta “innalzato da terra”, di “separare” e, al tempo stesso, di “attirare tutti a sé”, ricorderemo la storia (tragica ma piena di buone notizie) la settimana che viene.

Mi è rimasto impresso il cartello, un semplice foglio A4 stampato alla buona, appeso alla parete del suo ufficio da uno che fu poi “struck from the list”; una frase tratta da uno scritto assai diffuso ma poco praticato: “Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi”. Appunto.

Autore: Paolo Bill Valente

La strada dedicata a Maria Winkelmann

Tra via Alessandro Volta e via Toni Ebner, parallela a via Bruno Buozzi, si trova via Maria Winkelmann. Nata il 25 febbraio 1670 a Panitzsch, presso Lipsia, Maria Margarethe Winkelmann rimase presto orfana. Crebbe a Sommerfeld presso Lipsia, nella casa di Christoph Arnold (1650-1695), detto “l’astronomo contadino”, il quale diede alla ragazza i primi rudimenti dell’astronomia. Nella cerchia di amici di Christoph Arnold, Maria Margarethe conobbe Gottfried Kirch (1639-1710), anche lui astronomo; si sposarono il 5 maggio 1692; ebbero quattro figli, di cui due, Christfried (1694-1740) e Christine (1697-1782), portarono avanti con grande successo la tradizione di famiglia concernente l’astronomia e la meteorologia. Trasferiti a Guben, Maria Margarethe Winkelmann, oltre ad essere la più fidata e accorta collaboratrice di Gottfried, iniziò lei stessa con regolari e quotidiani calcoli e appunti meteorologici. Nel luglio 1700 Gottfried Kirch fu nominato primo astronomo dell’Osservatorio astronomico della Società berlinese delle scienze; la famiglia si trasferì a Berlino. Se a Gottfried Kirch, deceduto il 25 luglio 1710, si deve un gran numero di osservazioni astronomiche e meteorologiche del periodo berlinese, sua moglie Maria Margarethe non fu da meno; dal 1° gennaio 1701 aveva iniziato autonomamente le proprie osservazioni, che nel 1702 portarono alla scoperta di una cometa. La vedova poté lavorare nell’Osservatorio privato del barone Bernhard Friedrich von Krosigk (1656-1714), sul tetto della casa nella Wallstrasse. Invitata a Danzica, vi rimase dal 1714 al 1716, anno in cui ritornò a Berlino per raggiungere il figlio Christfried, nominato direttore dell’Osservatorio astronomico berlinese; lo sostenne, come per anni aveva fatto per il marito, nei suoi lavori astronomici. Lei stessa riprese con le proprie osservazioni astronomiche, cosa che fece fino al 17 dicembre 1720. Morì alcuni giorni dopo, il 29 dicembre.

Autore: Leone Sticcotti

Intingoli di primavera

La stagione è agli sgoccioli, l’inverno, peraltro piuttosto mite rispetto alla media, sta lasciando spazio alla primavera con una specie di rigurgito d’orgoglio che se proprio non ha portato le basse temperature, ha quanto meno innevato le cime e non solo loro, per la gioia di sciatori ed operatori turistici d’alta quota. Tutto questo ovviamente non ha minimamente sfiorato l’operato dei nostri musicisti che giustamente del tempo se ne infischiano e continuano imperterriti il loro cammino. Vediamo insieme le principali novità di questo periodo.

Il primo giorno di marzo è stato pubblicato il nuovo singolo del team Maka & Saf, Parlami di te. Il giovane cantante Alessandro Makselj in arte Maka, bolzanino, classe 2003, ha già all’attivo diverse canzoni, a dispetto della giovane età e per questa nuova proposta ha fatto coppia col concittadino Saf (all’anagrafe Matteo Saffiotti) che oltre ad occuparsi della produzione, divide le sorti canore con l’amico. Il brano s’inserisce a testa alta nella corrente musicale che in Italia sembra andare per la maggiore, quel pop melodico col cantato che usa la metrica del rap senza però scandirla eccessivamente e facendo un uso non invasivo dell’autotune. È la musica della generazione di “Amici” per intenderci, quella dei like e delle visualizzazioni, la piccola alternativa a un mainstream che continua a riproporre canzoni di quaranta, cinquant’anni fa come se in mezzo non fosse accaduto (musicalmente) nulla: e per molti, in effetti, non è accaduto davvero nulla.

Il brano di Maka e Saf si presenta come una ballad dalla forte carica emozionale. Attraverso i suoi versi ispirati, l’artista racconta le dinamiche di una relazione, appassionata quanto tormentata, descrivendo il turbine emotivo che pervade la mente del protagonista della vicenda.

Di una settimana successivo è invece il brano (stavolta anche in formato video su youtube) pubblicato dal bolzanino Dayoff col titolo di Ce la farò. La sfera musicale è la stessa in cui si colloca la canzone di Maka, con un più accentuato uso della ritmica, laddove invece l’altra proposta si sorreggeva su un’atmosfera acustica. Su una curatissima produzione firmata da Ric de Large, Dessa One e dallo stesso Dayoff, il timbro espressivo delicato della vocalità dell’artista scorre sulla ritmica accompagnato da chitarre graffianti e da elementi sonori club, urban e r’n’b. La rappresentazione del turbine emotivo interiore prende forma attraverso linee melodiche catchy che esaltano la ricercata cifra stilistica di Dayoff, il quale, riesce a calare l’ascoltatore nella dimensione della vicenda creando una componente di immedesimazione che non ritroviamo però nel video d’accompagnamento, girato con atmosfere soffuse che vogliono richiamare atmosfere degli anni trenta del secolo scorso senza però riuscirci.

Sul fronte techno pop, ad inizio marzo è arrivato invece il nuovo singolo di Annabel De Melchiori, Little Things, brano strumentale indirizzato principalmente al pubblico delle discoteche, come del resto era Today night,  brano uscito a fine gennaio ad opera del produttore beetlejuice a cui la De Melchiori aveva preso parte come vocalist.

Concludiamo con quello che ci pare lo sforzo più interessante delle ultime settimane, il video della band The Rumpled, in cui milita il fisarmonicista bolzanino Tommaso Zamboni, autore della parte musicale del brano in questione. The Rumpled, la cui musica si è conquistata la stima e l’apprezzamento di pubblico e critica anche all’estero, fa di nuovo centro col titolo di Vaja’s breath, il respiro di Vaja, canzone  sostenuta da un’energica siringata di celtic folk virato al punk, secondo la lezione dei mai dimenticati Pogues e dei loro epigoni Dropkick Murphys, condendo il tutto, oltre che con un occhio di riguardo per un problema scottante come il cambiamento climatico, con particolare attenzione anche alla parte visual del progetto che riporta il gruppo sulle nevi dolomitiche e nelle foreste devastate dalla furia della tempesta del 2018 a cui il brano s’ispira.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Corodoro: canto per il benessere femminile

Corodoro è un percorso di canto e teatro per il benessere femminile nato nell’ambito dei progetti di Officine Vispa- LISCIÀ. Ideato da Lorena La Rocca si inserisce nei percorsi di promozione della salute attraverso l’attività culturale che porta avanti dal 2011, grazie ai molti anni di studio e lavoro nell’area del welfare culturale tra Torino, Bologna e Vienna. 

Si tratta di scegliere e proporre un linguaggio artistico finalizzato a coltivare competenze sociali in persone con particolari bisogni. Nel caso di Corodoro il canto da principio è stato proposto per l’alfabetizzazione di donne migranti. Nato nel 2021 con l’obiettivo di potenziare le competenze linguistiche attraverso il canto, il coro è diventato un veicolo creativo e inclusivo, volto a promuovere legami e integrazione attraverso la musica. Oltre a favorire l’apprendimento, il coro offre alle donne un’opportunità di benessere, permettendo loro di riunirsi, cantare e prendersi cura di sé stesse. Con circa 15 partecipanti, il coro è aperto a tutte le donne della città riflettendo la varietà e la diversità delle partecipanti. 

Com’è nato Corodoro?

Corodoro è nato da un’idea maturata all’interno del progetto FSE “District Innovation Lab” in cui Officine Vispa ha accolto lo strumento artistico come leva di innovazione sociale per l’’alfabetizzazione e la professionalizzazione di donne con esperienze migratorie. In particolare, il coro è stato creato come strumento per sostenere l’apprendimento della lingua italiana attraverso il canto. L’uso del canto è stato considerato un metodo efficace per aumentare le competenze linguistiche delle donne coinvolte nel progetto. Pertanto, il Corodoro ha avuto origine come risposta creativa e inclusiva per promuovere l’alfabetizzazione e l’integrazione attraverso l’apprendimento di canti della tradizione popolare italiana.

Cosa vuole trasmettere e cosa rappresenta il vostro coro?

Questo coro rappresenta un’opportunità per le donne di riunirsi, stare bene cantando e prendersi cura di sé. Nel tempo abbiamo stretti una partnership con i consultori AIED (che ha sede in Corso Italia) e ARCA per informare anche donne in particolari condizioni di vita (post parto, menopausa…) che c’è uno spazio libero in cui è possibile vivere un’esperienza di sollievo. Cantare allena la lingua, la memoria, la corretta respirazione.  È divertente e aumenta molto il senso di appartenenza a un gruppo. Il coro rappresenta un luogo sicuro e un’occasione creativa, generativa di legami di supporto, oltre che uno spazio di lavoro artistico in costante crescita, grazie anche al supporto di Sandra Passarello che ne cura la parte tecnico vocale. 

Da quante donne è formato il Coro? 

Il coro è aperto gratuitamente a tutte le donne della città, il che significa che il numero di partecipanti varia; a volte siamo di più, altre volte di meno, a seconda del periodo. Attualmente siamo circa 15 partecipanti. 

Quando è nato Corodoro?

Dopo l’esperienza Fse il coro ha assunto una sua identità stabile all’interno dei percorsi di Officine Vispa e dal 2022 abbiamo iniziato a identificarci più precisamente come Corodoro, un coro aperto alle donne per promuovere la partecipazione culturale e il benessere femminile. Si inserisce in una prospettiva più ampia di canto e teatro, l’idea di un gruppo artistico che coinvolge donne di ogni età e provenienza per lavorare insieme raccontando piccole e grandi storie femminili attraverso canto e performance teatrale.

Avete partecipato a qualche evento in particolare? 

Partecipiamo regolarmente a diversi eventi, direi che la città sa che ci siamo. A maggio scorso abbiamo partecipato all’evento Tutta tua la città- Teatro Cristallo, a novembre abbiamo preso parte, cantando, alla corsa contro la violenza sulle donne promossa da UISP,  il 16 marzo saremo alla libreria Cappelli per accompagnare un progetto di chiusura dei percorsi LISCIÀ. Abbiamo inoltre preso parte a vari eventi organizzati da Officine Vispa nel rione Ortles-Casanova per sostenere, attraverso canto e teatro, il più ampio progetto di sviluppo di comunità della cooperativa.

Info:
lorena.larocca@officinevispa.com 

Anna Pezzetta: giovane promessa del pattinaggio

Il pattinaggio artistico è uno delle discipline più seguite alle Olimpiadi Invernali e da qualche edizione è stata introdotta anche la prova a squadre. Da quando si è ritirata Carolina Kostner, la prova femminile costituisce l’anello debole della nostra squadra, proprio ora che siamo competitivi nelle altre tre specialità. Tuttavia, nei prossimi anni questa tendenza proverà ad essere invertita da Anna Pezzetta, giovanissimo talento bolzanino in rampa di lancio in questo sport. Andiamo a scoprire la sua storia e a conoscere i suoi obbiettivi futuri.

Ciao Anna, raccontaci un po’ chi sei… 

Sono Anna Pezzetta, sono nata a Bolzano nel 2007 e qui sono cresciuta; ho frequentato la scuola a Bolzano fino a quando mi sono spostata alla scuola di Egna, dove mi allenavo.  Al momento sto finendo il liceo linguistico. 

Quando hai iniziato a pattinare?

Ho iniziato quando ero molto giovane, avevo cinque anni. Mio fratello giocava a hockey e io mi trovavo spesso al palaghiaccio, quando, un giorno, ho voluto provare a pattinare anche io e i miei genitori mi hanno iscritta a dei corsi a Bolzano. Da quel momento non ho più smesso.

Dove ti alleni?

Da settembre 2023 purtroppo non mi alleno più ad Egna, ma mi alleno al forum di Assago, a Milano. L’Arena di Egna ci ha comunicato che non ci sarebbe stato più posto per noi dell’artistico e che avrebbero tenuto solo la danza sul ghiaccio a Egna. Abbiamo deciso così, io e il mio team, di spostarci ad Assago. 

Ci descrivi una tua giornata tipo?

La mattina mi sveglio per le 7 e dopo la colazione vado alla pista per iniziare gli allenamenti che durano dalle 9 circa alle 15. Si inizia con il riscaldamento a secco e poi con l’allenamento sul ghiaccio, e finisco con danza oppure ginnastica, in base ai giorni. Finiti gli allenamenti vado a casa per seguire le lezioni scolastiche online. In mezzo alla giornata cerco di fare stretching per recuperare dagli allenamenti. Finite le lezioni preparo la cena, mi rilasso guardando delle serie tv e vado a dormire.

Quante volte a settimana ti alleni e quanti sacrifici ci sono dietro a tutto questo?

Mi alleno sei volte a settimana, sicuramente i sacrifici sono tanti sia da parte mia sia da parte di chi mi supporta in questo percorso, a partire dalla mia famiglia e a tutto il team che mi segue. Sono sacrifici che faccio perché amo questo sport e pattinando da quasi tutta la mia vita ormai non li vedo nemmeno più come “sacrifici”, ma quasi come la normalità.

Che cosa ti piace di più di questo sport?

La cosa che mi piace di più è scivolare sul ghiaccio e saltare, ma anche viaggiare per le gare e incontrare nuovi amici che vengono da paesi diversi.

Hobby?

Sì, ne ho diversi, ma purtroppo non ho tantissimo tempo per praticarli. Mi piace nuotare, andare al cinema e fare shopping oppure semplicemente passare del tempo con gli amici. Una cosa che mi manca molto è giocare con i miei animali domestici (cani e gatti) che purtroppo non riesco più a vedere molto, non abitando più a casa.

Obiettivi futuri?

Preferisco rimanere sul vago, sono molto scaramantica (ride n.d.r.). Sicuramente dare il meglio di me stessa in tutto quello che faccio. L’obbiettivo e il sogno principale sono ovviamente, come per tutti gli atleti, le olimpiadi.

La città di Bolzano ti ha aiutato a raggiungere i tuoi obbiettivi?

Di recente sono stata inserita nel “progetto elite” che sostiene economicamente, attraverso la Südtirol Sporthilfe, gli atleti nel periodo preolimpico. È un aiuto molto importante di cui sono molto grata.

Autore: Niccolò Dametto

Il coro Plose di Bressanone fa rivivere lo spirito della montagna

Nato nel 1964 il Coro Plose C.A.I. Bressanone ha una lunga storia alle spalle, caratterizzata da un’intensa attività e quest’anno si appresta a festeggiare l’anniversario dei 60 anni dalla sua fondazione. Abbiamo avuto il piacere di parlarne con Maurizio Brocco, presidente del coro. 

Quando e come è nato il coro Plose C.A.I. Bressanone?

Il Coro Plose C.A.I. è nato 60 anni fa proprio sulle panchine dei Giardini Rapp a Bressanone dove alcuni giovani brissinesi hanno mosso i primi passi nell´allora inesplorato mondo del canto corale e, con grande passione e divertimento, hanno dato vita ad un piccolo e inesperto coro. Negli anni il coro è cresciuto ed è diventato un riferimento per l´attività culturale della nostra città. Attraverso concerti ed eventi ha saputo conquistare un numeroso pubblico di appassionati del canto popolare.

Com’è composto il coro?

Attualmente il coro è composto da 26 elementi: 7 nel gruppo dei tenori primi, 8 nei tenori secondi, 7 nei baritoni, 4 nei bassi. Il coro attualmente è diretto dal maestro Stefano Barberio di Bressanone.

Qual è il vostro repertorio?

Ci concentriamo tipicamente canti di montagna e della tradizione popolare.

Negli anni avete partecipato a eventi davvero importanti. Qual è quello che le è rimasto più impresso?

Il Coro Plose ha finora all’attivo circa 900 concerti. Sicuramente una delle nostre partecipazioni più sentite è stata quella del 2010 a Roma dove, in occasione della consegna ufficiale dell’Albero di Natale alla Santa Sede proveniente dal Comune di Luson, il Coro ha accompagnato una delegazione di Bressanone e si è potuto esibire davanti al Santo Padre Benedetto 16.mo all’interno della Sala Clementina in Vaticano e poi ancora in Piazza San Pietro durante la cerimonia ufficiale di accensione dell’albero.

Cosa avete in programma per quest’anno? Avete già dei programmi per il festeggiamento dei sessanta anni del coro?

In questo 2024 il nostro coro ha in programma un´attività particolarmente intensa proprio per festeggiare nel migliore dei modi i 60 anni di attività. L´evento più importante sarà comunque ad ottobre, quando sabato 19 proporremo alla Cusano un concerto con la partecipazione del coro Vós de Mont dalla provincia di Udine, un coro molto conosciuto e guidato dal maestro Marco Maiero, considerato uno dei principali maestri della coralità italiana. Anche noi del Plose abbiamo in repertorio diverse canzoni dal lui stesso scritte e armonizzate.

Qual è il segreto della longevità e dell’entusiasmo di questo coro?

La passione, ma anche il costante impegno e sacrifici di coristi e maestri, hanno permesso 60 anni di ininterrotta attività. Inoltre da sempre il nostro coro è ambasciatore del canto popolare e di montagna. Il coro è fatto di amicizia, di impegno personale, di divertimento e di responsabilità. Tutti stanno insieme legati dalla passione per il canto e dalla stima reciproca e vivono il volontariato nella sua espressione più genuina. Il coro esige però sempre serietà e perseveranza, ma restituisce gioia e allegria, in incontri, conoscenze e soddisfazioni.

Autori: redazione COOLtour

Psicologia e intercultura

Qui Intervista a Ricciarda Cavosi. Meranese, laureata in psicologia a La Sapienza di Roma, specializzata in psicoterapie autogene e brevi a Padova ed esperta di psicologia interculturale nonché entno-psicologia. Il nome di Ricciarda Cavosi è legato a doppio filo con il termine “integrazione”: è lei l’anima dell’Associazione Trait d’Union che si occupa di intercultura, promuovendo periodicamente il progetto “Un musical per l’integrazione” e organizzando sostegno ai compiti scolastici e di insegnamento dell’italiano agli stranieri.

La cosa che mi piace di me.

L’ottimismo e il perseguire i miei obiettivi.

Il mio principale difetto.

Il mio disordine, dove però ritrovo sempre tutto.

Il mio momento più felice.
Ce ne sono diversi, ma sicuramente la nascita di mia figlia.

Le persone che ammiro di più.

Tutti coloro che hanno saputo e che sanno lottare per i propri ideali e per un modo migliore.

Un libro sull’isola deserta.

“Istruzioni per rendersi infelici”, di Paul Watzlawick.

La mia occupazione preferita.

Nel tempo libero stare a contatto con la natura, ascoltare musica e dedicarmi alle persone che amo.

Il paese dove vorrei vivere.

Con tutti i suoi difetti, l’Italia mi va benissimo.

Non sopporto…

Le falsità.

La mia paura maggiore.

La guerra.

Nel mio frigo non mancano mai…

Il parmigiano e il prosecco.
Se fossi un animale sarei.

Un leone.

Mi sono sentita orgogliosa… 

Quando sono riuscita a fondare L’Associazione Trait d’Union.

Il mio motto.

“Un giorno senza sorriso è un giorno sprecato”.

Il capriccio che non mi sono tolta.

Non esser ancora andata a visitare i luoghi dove è nato mio padre, Il Marocco, e dove ha studiato, la Repubblica Domenicana… ma mai dire mai.
I miei pittori preferiti.

Al di là di mio padre, Turner .
Il dono di natura che vorrei avere.

A dire la verità non saprei, anche perché globalmente sono soddisfatta di me stessa e di quello che la natura mi ha già donato.

Dico bugie solo…

Quando è necessario a fin di bene.

Dove mi vedo fra dieci anni.

Dove sono adesso con la mia famiglia.

L’ultima volta che ho perso la calma.

La perdo difficilmente, ma forse tre mesi fa per abbassare i toni all’interno di una dinamica di gruppo.

Da bambina sognavo…

Di diventare una pattinatrice di Holiday on Ice.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Frieda Riss e Ada von der Planitz fra le artiste cadute nell’oblio

Secondo Plinio fu proprio una donna a dar vita all’arte occidentale, eppure per secoli il canone artistico ha celato questa presenza “ininterrotta” delle donne nell’arte. Se il Novecento può essere considerato il “secolo del riscatto” non meno difficile fu il raggiungimento del “riconoscimento” e soprattutto troppo esile e troppo breve fu il loro ricordo, obliandole nelle amnesie della storia anche recente. Fra gli iscritti al Meraner Küstlerbund che aveva aperto i battenti nel 1906, ben 21 sono i nomi di donna ma della maggior parte di loro è impossibile reperire informazioni, opere e tracce d’alcun genere.  

Figlia d’arte, Frieda Riss (Merano 1908-Stams 1982) si accostò all’arte attraverso suo padre, il famoso ritrattista Thomas Riss (1871-1959), residente a Merano fin dal 1898 e assai apprezzato fra i notabili della città anche per i suoi personaggi caratteristici e quasi di genere.

Come una moderna Artemisia, per Frieda, vivendo accanto al padre, fu facile accostarsi al disegno, ai colori e pian piano affiancarlo nella sua produzione pittorica e a far diventare questa passione un vero e proprio mestiere. L’influenza pittorica del padre fu preponderante ma Frieda tentò di allontanarsene anche frequentando un semestre nel 1930/31 all’Accademia di Monaco. Non portò mai a termine gli studi d’arte e scelse invece di tornare in seno alla famiglia. Così, rientrata ad Innsbruck, dove il padre si era trasferito lasciando Merano nel 1927, continuò a lavorare con lui nell’atelier di famiglia. Frieda riuscì a distaccarsi stilisticamente dal padre aggiungendo freschezza e modernità ai propri dipinti ma non riuscì mai ad allontanarsi dal suo alone di notorietà continuando piuttosto a muoversi nella sua ombra. 

Fra le numerose tele e disegni a tutt’oggi in commercio infatti, esiste più di un’opera firmata solamente “Riss” e atipiche nella resa dei volti, delle acconciature e degli abiti, per l’impostazione stilistica di Thomas e che probabilmente andrebbero ascritte alla figlia. Frieda non rinunciò neppure a qualche incarico tutto suo come fu quello per il ritratto del sindaco di Merano Maximilian Markart. 

Di Ada von der Planitz (Merano 1 giugno 1880 – Merano 26 gennaio 1936) si era persa la memoria. Condusse una vita agiata e dedita all’arte. 

Non si sposò mai e visse per quasi tutta la sua esistenza nella villa immersa in un parco lussureggiante di piante esotiche che il padre Arthur, ricco imprenditore. , aveva fatto costruire nel 1882 dall’architetto Karl Möser. Iscritta al Künstlerbund fin dalla sua fondazione alla quale partecipò ella stessa attivamente nei panni di membro straordinario. Amante della natura, della montagna e degli animali, i suoi olii, così come i suoi acquarelli o le sue tempere raccontano il paesaggio e la fauna alpina, le vette innevate, gli scalatori intenti a contemplare i panorami arditi, i masi o i rifugi in quota, il lavoro dei contadini, le chiesette di montagna. Consueti per lei furono anche i soggiorni al Lago di Garda che trascorreva soprattutto a Torbole o a Riva. 

Anche questi produssero numerosi paesaggi di quelle zone con uliveti e cipressi, i villaggi costieri, i cieli al crepuscolo riflessi sull’acqua o le rive del lago caratterizzati da ghiaia e massi erratici. A tutto questo Ada sapeva imprimere quella tipica illusione di sud. 

Ada non trascurò neppure le vedute più emozionanti del Burgraviato come ad esempio il maniero avito dei conti del Tirolo immerso nella natura autunnale. Tipici della sua pittura erano anche i cieli dove il sole sapeva filtrare attraverso le nubi e donare una particolare atmosfera di attesa, di epifania, di magia. Per tutto ciò fu pittrice ammirata e conosciuta fra gli amanti dell’arte meranesi, bolzanini e trentini.

Autrice: Rosanna Pruccoli

La scrittura terapeutica

Il cinquantacinquenne Marco Veronese, nato a Bolzano ma residente da sempre nel comune di Bronzolo, da ventisette anni lavora in una grande multinazionale altoatesina, dove si occupa di sicurezza. Però in anni recenti si è dedicato molto anche alla scrittura. In particolare di poesie in versi liberi, come forma terapeutica per se stesso e come messaggio per gli altri.

La cosa di me che mi piace di più. 

L’imprevedibilità.

Il mio principale difetto. 

La fragilità. 

Il mio momento più felice. 

La nascita dei figli. 

Le persone che ammiro. 

I miei genitori.

Un libro da portare sull’isola deserta. 

“Un giorno apparirà”.

Il paese dove vorrei vivere. 

In un paese asiatico.

Non sopporto… 

L’arroganza.

Per un giorno vorrei essere…

Una mosca.

La mia paura maggiore. 

Non riuscire a dare molto ai figli.

Nel mio frigo non manca… 

La carne.

Se fossi un animale sarei. 

Una pantera.

Il mio motto. 

Non mollare mai.

Il capriccio che non mi sono mai tolto. 

Volare.

Il giocattolo che ho amato di più. 

Un peluche.

I miei poeti preferiti. 

Alda Merini, Fabrizio de André.

Il mio pittore preferito. 

Munch.

Il dono di natura che vorrei avere. 

L’invisibilità.

Dico bugie solo… 

Non le dico mai.

Dove mi vedo fra dieci anni. 

Di sicuro in pensione in un’isola.

Il colore che preferisco. 

Azzurro.

L’ultima volta che ho perso la calma. 

La perdo tante volte.

Da bambino sognavo… 

L’amore eterno.

Autore: Daniele Bebber

Mirko Ciech l’artista del riutilizzo

La creatività di Mirko Ciech nasce dal riutilizzo: sono i materiali poveri, quelli che vengono scartati nei cantieri in cui lavora, che lui ricicla per creare le proprie sculture. 

“Sono ormai una ventina di anni che mi dedico alla scultura, tanto che sono riuscito a riempire un garage di opere”, spiega con voce fiera Mirko Ciech, classe 1969 residente a Bronzolo.

Dopo gli studi professionali come maestro muratore e numerosi corsi, ha iniziato a lavorare nei cantieri senza mai trascurare l’amore per l’arte, nato fra i banchi di scuola. “Con le mie sculture mi piace lanciare un messaggio, spiegare l’importanza dell’andare tutti d’accordo”. Esemplificativa è l’opera “Prima di agire devi dormire”: ritraendo una testa dormiente, l’autore comunica che prima di dire qualsiasi cosa occorre avere la mente lucida. “È un pezzo nato da un’unica gittata di calcestruzzo, modellato all’80 per cento con la cazzuola e rifinito con il disco diamantato. “Diversi ma uniti”, poi, è fatta invece con tre cubi in calcestruzzo legati con dei tubi di ferro ed è l’opera di più recente realizzazione: è una scultura che rende omaggio ai quattro elementi che stanno alla base della costruzione, vale a dire il legno, il sasso, il mattone e recentemente il calcestruzzo. “Sono contrario a tutti quei materiali applicati alle facciate, tipo il polistirolo, che un domani dovranno essere smaltiti”.

Mirko Ciech, com’è venuta l’idea di realizzare sculture con questi materiali? 

Dopo quarant’anni di lavoro come capocantiere ho pensato di creare qualcosa unendo il mio amore per l’arte con ciò che conosco molto bene e uso ogni giorno per lavorare. Nelle mie sculture inserisco colori ad ossido di ferro, scelgo l’inerte, scelgo i sassi nei fiumi e faccio le gittate. Ciò che ne esce lo modello e lo levigo con il disco diamantato, fino a che dal conglomerato ne esce la scultura. Ho fatto anche dei quadri in calcestruzzo.

Ma oltre agli strumenti servirà anche del tempo…

Una scultura occupa sulle trenta ora di lavoro. Oltre il disco diamantato o flex e la cazzuola, compagna di una vita di lavoro nei cantieri e alla base delle mie opere, è necessario lo scalpello. Generalmente creo le mie sculture nel garage durante i fine settimana: è come essere in ferie, è appagante. Poi il calcestruzzo è un materiale che nessuno usa nell’arte.

Ha già fatto anche qualche mostra? 

Ho fatto due mostre a Bolzano e al campo da golf di Pietralba. Ma purtroppo l’arte è un qualcosa che interessa davvero a pochissime persone, da queste parti.

Cosa pensano i colleghi in cantiere di questo suo talento? 

Reagiscono in maniera simpatica: ridono e mi chiamano “il professore”.

Autore: Daniele Bebber