Politica, bocce e scacchi

Qui Intervista a Alessandro Bertinazzo. E’ nato nel dicembre 1958 e si è sposato nel 1983. Il suo unico figlio è nato nel 1988. Ha iniziato a lavorare a 17 anni e dall’età di 60 si sta godendo la pensione. Ha lavorato 10 anni da operaio e quindi altri 33 da funzionario pubblico, prima nello Stato e poi in Provincia. Appassionato dalla politica, è da 22 anni segretario provinciale del Partito Socialista. Ha candidato più volte a Sindaco nel comune di Bronzolo, dove è nato. Nel 2005 è stato eletto per la prima volta, nel 2015 la seconda. In tutto è stato 25 anni in consiglio comunale. Da quattro anni presiede la società Bocciofila e la società USD Bronzolo, che quest’anno organizza la 50a edizione della corsa in montagna Bronzolo Aldino.

Le mie occupazioni preferite.

Politica, bocce, scacchi. 

Il luogo dove vorrei vivere.

Toscana, Elba.

Il mio piatto preferito.

I risotti.

Non sopporto…

I voltafaccia.

Nel mio frigorifero non manca mai…

Il formaggio.

Se fossi un animale sarei…

Un lupo.

Sono stato orgoglioso di me stesso quella volta che…

Non ho ceduto alle lusinghe economiche, quando avevo potere decisionale.

L’errore che non rifarei.

Fidarmi dei partner in politica.

Dove mi vedo fra dieci anni

Tra il volonterosi (volontari) e altruisti.

L’ultima volta che ho perso la calma.

è difficile che la perda, ma quando sono arrabbiato può succedere, come avvenuto recentemente  fra bocciofili. Poi mi pento.

La prima cosa che faccio al mattino.

Stacco l’allarme di casa.

Il mio sogno ricorrente

Vedere meno odio e più consapevolezza della fortuna che abbiamo.

La cosa che apprezzo di più nel luogo in cui vivo.

Il saluto delle persone che incontro.

Il mio motto.

Nulla è impossibile e nulla è irrisolvibile; fra alcuni giorni saprò come ho risolto il tutto.

Del mio aspetto non mi piace…

Il peso.

I miei colori preferiti.

Rosso e giallo.

Il mio primo ricordo. 

Un trenino in legno con cui giocavo.

Giovani decatleti crescono

Argento per Kevin Lubello del CSS Leonardo da Vinci ai campionati italiani di prove multiple indoor U20. Il diciottenne eptatleta di Bolzano ha totalizzato 5.103 punti. Dopo cinque gare Lubello era ancora in testa alla classifica generale, ma alla fine ha dovuto cedere il passo al lombardo Tommaso Franzè. Oggi andremo ad intervistare il suo allenatore, Riccardo Vantini, per scoprire qualcosa in più su questo giovane talento bolzanino.

Ciao Riccardo, raccontaci un po’ quando vi siete conosciuti…

Kevin è mio atleta da ormai tre anni, prima era nella SAF Bolzano, poi ha deciso di cambiare società; è arrivato al CSS come saltatore, faceva salto in alto principalmente. Negli anni successivi Kevin ha avuto piacere di provare qualcosa di diverso e ha iniziato con le prove multiple, passando proprio a questa disciplina in maniera definitiva.

Quante volte a settimana vi allenate? Che tipo di allenamento fate?

Kevin si allena solitamente sei o sette volte a settimana e gli allenamenti sono piuttosto lunghi perché spesso allena più di una disciplina alla volta.

Campionati italiani… c’è stato il primo exploit… ve lo aspettavate?

Sì, io mi aspettavo che sarebbe andato bene, già l’anno scorso comunque al campionato italiano era andato bene. Quest’ inverno ha fatto un gran bel lavoro profondo e ha imparato molto; settimane prima della gara già vedevo che era in un ottimo stato di forma e sapevo che si poteva giocare una medaglia.

Raccontaci un po’ com’è andata la gara…

Ha esordito molto bene sui sessanta metri dove ha fatto un grandissimo miglioramento, poi nel salto in lungo ha fatto veramente bene (sei metri e ottanta); già dopo le prime due gare era primo. Nel peso avevo paura che non riuscisse a reggere, perché ha una struttura un po’ esile, ma invece si è difeso bene. Va detto che i ragazzi lavorano molto bene dal punto di vista tecnico, per i lanci e i getti ci facciamo aiutare anche da un allenatore del Lagarina, Paolo Chiusole. Poi Kevin nell’alto è stato incredibile! La cosa interessante è che c’era sua sorella a guardare e mi ha chiesto quanto avrebbe fatto secondo me, e io le ho detto “guarda, se la gara va male, un metro e novantuno, se la gara va bene uno e novantasette”, la gara è andata bene (ride n.d.r.). 
Negli ostacoli è andato molto bene, è riuscito a pareggiare il suo stagionale, sull’asta invece un po’ sottotono, quest’inverno non abbiamo saltato molto non avendo un impianto indoor in regione. Infine, nei mille metri, quando ha capito che comunque non sarebbe riuscito a vincere e che il secondo posto era ormai suo, ha lasciato un po’ andare e ha concluso in tranquillità. 

Prossimi obiettivi?

Sicuramente fare bene alle outdoor. Un piccolo sogno nel cassetto sarebbe poterlo vedere con la maglia azzurra. Quest’anno sarà difficile, ci sono i mondiali e il limite di partecipazione è molto alto, ma l’anno prossimo gli europei dovrebbero essere alla sua portata.

Cosa vorresti dire a Kevin?

Kevin… sono molto fiero di te! 

CSS e prove multiple, c’è un bel movimento ultimamente…

Quello che a me piace in questo momento dei ragazzi è che hanno un gruppo di lavoro e si allenano assieme, dagli assoluti come Jan Fragiacomo ai nostri junior Kevin, Mattia Graif e Daniele Tomasi fino ai più piccolini Mattia Andreasi, Mattia Giovanazzi, Francesco Antonelli e Marco Santoni. Stare assieme è la loro forza. Stare tre ore al campo da soli è difficile, farlo assieme è tutta un’altra cosa.

Autore: Niccolò Dametto

Franca Ghitti, una scultrice fra le pittrici in mostra al Mamming

Nella seconda metà del Novecento per le donne diventò più facile cimentarsi con gli studi d’arte e iniziare veri e propri percorsi da artiste. Ciononostante non molte furono le artiste in grado di emergere e raggiungere la notorietà. Alcune si diedero anima e corpo alla sperimentazione, affinando le proprie tecniche, cercando nuovi materiali, nuovi mezzi espressivi insoliti da intessere, incollare, nelle proprie opere. Altre si spinsero oltre, perseguendo la costante ricerca del nuovo, dell’inconsueto, del vincente, ma soprattutto di quel qualcosa che potesse rendere chiare le tematiche anche sociali per loro imprescindibili. 

A questa arte di ricerca e innovazione appartengono le opere di alcune delle artiste in mostra. 

Fin da bambina Franca Ghitti visse vicino ai siti rupestri dell’antica Civiltà Camuna. Nella falegnameria del padre imparò a conoscere gli attrezzi e la consistenza della materia da lavorare, da scolpire. Legno e ferro furono fin da subito le materie prime per le sue opere. 

Il suo immaginario artistico si sviluppò fra le piccole comunità montane e i boschi incontaminati, ma anche fra gli opifici che in quelle regioni lavoravano il ferro. È infatti dagli scarti di questi ultimi che iniziarono a prendere vita molte delle sue opere in ferro. 

Franca Ghitti frequentò l’Accademia di Brera e successivamente scelse il luogo più affascinante possibile per proseguire la sua formazione, ossia  l’Académie de la Grande Chaumière, vale a dire quell’insieme di laboratori siti nel leggendario quartiere parigino di Montparnasse, dove lavorarono i più famosi artisti francesi e stranieri, da Chagall a Giacometti, da Louise Bourgeois a Tamara de Lempicka, per nominarne solo alcuni. 

Era sempre in questi studi che nel 1870 si era trasferita la storica Académie Colarossi, la scuola privata gratuita che offriva un’alternativa all’istituzione dell’École des Beaux-Arts di Parigi quando questa ancora precludeva l’ingresso alle donne e agli stranieri. 

E ancora qui, pur in tempi molto lontani rispetto a quelli di Franca Ghitti, era stato concesso alle studentesse ciò che ovunque era vietato: dipingere dal vivo modelli maschili nudi. 

A Salisburgo Franca fu allieva del pittore e drammaturgo austriaco Oskar Kokoschka (1886 – 1980). 

A partire dai primi anni Cinquanta la Ghitti creò una serie di dipinti e cicli pittorici dove senso della tradizione e invenzione si combinavano, producendo opere originali e di grande fascino. All’inizio degli anni Sessanta realizzò invece le prime sculture in legno, proponendosi di definire un’immagine dello spazio che avesse anche una dimensione del tempo e della storia: veniva infatti usato legno di recupero, spesso usurato dal tempo. 

Tra il 1969 e il 1971 visse e lavorò in Kenya, dove realizzò, per incarico del Ministero degli Esteri, le grandi vetrate nella Chiesa degli Italiani di Nairobi. Questo e altri viaggi le insegnarono l’importanza della presenza di “altri alfabeti”.  Rientrata in Italia, lavorò ancora il legno e il ferro, rivisitando linguaggi ormai emarginati, legati alle vecchie tradizioni di lavoro nei boschi e nelle fucine.

Introdotta al microcosmo intellettuale di Brunnenburg dall’editore milanese Vanni Scheiwiller, per Franca Ghitti si trattò di amore a prima vista e si risolse in lunghi soggiorni e nel desiderio di inserire le sue creazioni fra quelle mura. Ne nacquero sculture sia in legno che ferro, ma anche ringhiere e, nel 1979, il famoso cancello d’accesso che prende il nome di Ghitti-Gate. Le opere in mostra scaturiscono dal connubio con Brunnenburg e rappresentano in miniatura alcune sequenze presenti in altre opere interne al maniero.

Inferiate di ferro battuto per bifore e finestre abbelliscono il castello di Brunnenburg; le opere Albero e Vicinie fanno invece bella mostra di sé nel cortile interno del maniero e sono esemplificative della produzione lignea dell’artista, ma soprattutto del ciclo di opere intitolato appunto Vicinie e iniziato nel 1965 per raccontare le comunità contadine di medievale memoria.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Le bancarelle delle mamme

Numeri sempre più alti quelli che si prospettano per la quarta edizione del mercatino ideato da alcune mamme di Laives nel 2022; un’occasione di riutilizzo, socializzazione e solidarietà al Don Bosco.

Sarà anche per questa nuova – quarta edizione – il Centro Don Bosco di Laives con il suo poliedrico presidente Giancarlo Schiavon a patrocinare quello che si può ormai considerare come un appuntamento fisso a ogni cambio stagione. Il Mercatino dell’usato noto come Mercatino delle Mamme di Laives, che si terrà nel week end del 6 e 7 aprile prossimi. Un appuntamento irrinunciabile non solo per le famiglie di Laives e dintorni ma per tutte quelle della Bassa Atesina, di Bolzano e oltre – è infatti sempre più numerosa da “oltre confine” del territorio comunale la provenienza non solo di chi acquista, ma anche di chi chiede di partecipare vendendo la propria merce. 

Considerato uno dei mercatini di usato rivolto al target delle famiglie con bambini più grandi della provincia per spazi a disposizione e merce in vendita – l’ultima edizione a ottobre 2023 ha contato 175 venditori e oltre 5.500 oggetti in vendita su una superficie di quasi 600 m² – il mercatino nasce 2 anni or sono dall’esigenza di diverse famiglie di far spazio in casa, trovando però degna ricollocazione per oggetti ancora in ottimo stato, in grado di rendere più semplice la vita di chi non può permettersi il nuovo o, più semplicemente, per consentire un circolo virtuoso delle merci in nome di una sostenibilità economica e ambientale sempre più sentita all’interno della popolazione. 

Nata l’idea, serviva “semplicemente” lo spazio più adatto a ospitare una gran quantità di oggetti spesso anche ingombranti (come seggioloni e biciclette); è così che si è fatto avanti il centro Don Bosco che, non solo ha messo gli spazi a disposizione ma, trovando l’idea entusiasmante, si è offerto di patrocinare gratuitamente l’evento. Ed eccoci quindi all’edizione primaverile in cui, accanto al consueto abbigliamento per bambini da 0 a 14 anni, troveranno posto i must di stagione, dalle biciclette ai giochi da spiaggia e outdoor, pattini a rotelle e chi più ne ha più ne metta per farsi trovare pronti all’arrivo della bella stagione! Accanto ai prodotti più adatti al periodo, non mancheranno i consueti giocattoli e pelouches, libri, film e cd e tutto quello che può interessare o essere utile per la fascia d’età presa in considerazione.

Abbiamo parlato però anche di solidarietà, perché non solo si aiutano famiglie meno abbienti a trovare sia il necessario che il superfluo per i bambini a ottimo prezzo, ma a ogni edizione le mamme partecipanti hanno sempre destinato una parte del ricavato ad associazioni e scuole del territorio, così come al reparto di medicina pediatrica del nosocomio di Bolzano.

La partecipazione come venditori è facilissima: è sufficiente chiedere informazioni presso il mercatino stesso per poter essere inseriti gratuitamente nella chat whatsapp che organizza ogni edizione. Per comprare….beh, basta andarci!

Il primo week end di aprile quindi, avanti tutta per prepararsi all’estate grazie al Mercatino dell’usato delle Mamme di Laives.

Autrice: Raffaella Trimarchi

I confini linguistici nella Bassa Atesina

La storia dell’umanità è, per certi versi, una storia di confini. Confini collettivi e privati, politici e linguistici. Confini imposti e, nello stesso tempo, minacciati o violati. Anche la cosiddetta “privacy” altro non è che un confine tra le singole persone. E un confine rappresenta la “Heimat”, il luogo ideale in cui “confinare” la propria individualità. 

Ma come nascono i confini? Quelli politici, si sa, quasi sempre in seguito a conflitti, raramente grazie a pacifici accordi. Più complessa è la questione dei confini linguistici o culturali. Infatti, se è abbastanza semplice fissare o spostare una linea immaginaria su una carta geografica, è più difficile popolare in modo omogeneo un territorio o sradicare persone, famiglie, comunità dai luoghi dove risiedono da decenni, a volte da secoli. Perciò lo spostamento di un confine linguistico non è quasi mai repentino ma frutto di un processo lento, spesso irriconoscibile. 

Un esempio in tal senso è la storia della Bassa Atesina, territorio tra Bolzano e Trento schiacciato da un millennio e mezzo tra due grandi culture e realtà linguistiche: quella tedesca e quella italiana. In questi pochi chilometri di spazio che funge, in certo qual modo, da confine “liquido” e cerniera nel corso dei secoli le linee di demarcazione linguistiche, indipendentemente da quelle politiche mutate più volte, si sono spostate quasi impercettibilmente da sud verso nord.

Il punto di partenza “storico” è il periodo di occupazione romana, in cui tutto il territorio dell’odierno Trentino-Alto Adige era parte integrante dell’impero – anche da un punto di vista linguistico. 

Certo anche allora erano ancora presenti isole linguistiche riferibili alle vecchie popolazioni retiche ma non si può comunque parlare di un vero e proprio confine linguistico come si è formato in seguito.

Dopo la scomparsa dei Romani, abbiamo assistito all’arrivo delle popolazioni germaniche: Franchi, Longobardi e Bavari.

Specialmente le ultime due hanno determinato la divisione sistematica di un territorio prima unitario: a nord, appena sotto Bolzano o Laives, i Bavari, a sud i Longobardi. In un articolo apparso sul periodico Schlern nel 1949, lo storico Otto Stolz ha tracciato bene le linee principali della “separazione” territoriale e linguistica della regione partendo proprio dai confini imposti da queste due popolazioni nell’VIII e IX secolo. Da un punto di vista politico non è del tutto chiaro dove corressero i confini in Val d’Adige, a quanto pare piuttosto “ballerini”. 

Da quello linguistico, tutta la Bassa Atesina risultò a lungo influenzata dal precedente periodo romano progressivamente soppiantato dall’insediamento dei Longobardi romanizzati e soprattutto dai coloni bavari. Nel 1027 le contee di Trento e Bolzano passarono al principe-vescovo di Trento e in quel periodo Bolzano faceva parte del ducato bavaro. Nel 1305 il re tedesco Albrecht I affidò ai conti del Tirolo la sovranità doganale fino ai confini  politici – e probabilmente linguistici – contraddistinti dal torrente Efeis (oggi Avisio). 

È verosimile che il territorio al di là dell’Avisio venisse considerato “welsch” ossia di cultura italiana, quello al di qua tedesco  –  benché politicamente anche Trento facesse parte dello stesso regno di Bolzano. Nella vecchia pretura di Königsberg con i comuni Nefis (oggi Lavis), Pressan (Pressano), Faid (Faedo), Jaufen (Giovo) e St. Michael (San Michele) i toponimi e i cognomi delle famiglie ricordano ancora la loro origine tedesca. 

Anche tra le vecchie preture di Kron- o Deutschmetz (Mezzocorona o Mezzo Tedesco)  da un lato e di Welschmetz o Merzzolombardo dall’altro possiamo trovare tracce univoche di un’antica linea di confine linguistico. Nel XVI secolo,  Marx Sittich von Wolkenstein parla già di “welsches Volk nach Sprach und Sitten“ (popolazione italiana per lingua e usanze) con riferimento a Königsberg, mentre dice “alles teitsch Volk” per quanto riguarda le vicine Salorno e Cortaccia. Probabilmente in quei due o tre secoli è avvenuto un significativo spostamento del confine linguistico verso nord, fermandosi poi fino ai nostri tempi all’altezza di Salorno. 

Scrisse infatti Denis Diderot a proposito di Salorno: “Un gros bourg aux confins d’Alemagne et d’Italie dans le Tyrol, dont il fait la séparation“. Quello di Salorno si è rivelato un confine “resistente”, tanto che sia Napoleone, sia il regime fascista qualche decennio più tardi, pur scompaginando i confini politici regionali, non riuscirono a scalfire la solidità linguistico-culturale della Bassa Atesina.

Autore: Reinhard Christanell

Ennemose: oltre un quarto di secolo

Fino a non molti anni fa l’espressione comune era “oggetti di seconda mano”, oggi si chiama più comunemente “usato”, ed è quello che da poco più d’un quarto di secolo si trova sui banchi del mercatino delle pulci di Egna.

Espositori, compratori, curiosi, avventori occasionali, ci sono anche turisti fra coloro che fanno tappa al mercatino; collezionisti e interessati all’usato sono i protagonisti di quella che ormai è una tradizione del terzo sabato di ogni mese dalle 8 del mattino fino al pomeriggio alle 16. È il mercatino delle pulci promosso dall’Associazione Ennemase, che negli ultimi ventisei anni ha animato il centro storico. “Far conoscere ed apprezzare la singolare bellezza della borgata di Egna è stato uno degli obiettivi di un’associazione aperta e proiettata verso esperienze condivise, che già ventisei anni fa poneva le basi per quello che mensilmente ancora si rinnova: un mercatino delle pulci conosciuto anche fuori regione, spesso associato a eventi in grado di soddisfare grandi e piccoli”, riferisce Carla Nones, presidente dell’Associazione Ennemase e tra le fondatrici di questa realtà.

Com’è nata l’idea del mercatino? 

Era il 1998, quando con Lissi Mair e Marlene Stein abbiamo deciso di intraprendere questa avventura. Valorizzare il nostro centro storico e permettere agli interessati di mettere a disposizione degli oggetti magari lasciati all’abbandono in case, cantine, che invece si vogliono liberare.

E l’idea si è rivelata un successo…

Negli anni abbiamo introdotto il mercatino dell’usato per i bambini e i ragazzi, a giugno e a settembre, e uno spazio per il riuso cercando di soddisfare richieste e bisogni da parte dei cittadini. Siamo quindi riusciti a incrementare quanto inizialmente avevamo posto come obiettivo. Passione e dinamicità giocano un ruolo importante, e il bello è che c’è partecipazione. Nel corso degli anni, anche all’interno del nostro gruppo, abbiamo coinvolto molte persone e abbiamo deciso di aderire alla Festa dei portici “Laubenfest”, con un nostro piccolo spazio arredato con mobili usati ed elementi che richiamano il passato.

Come mai la scelta del terzo sabato di ogni mese? 

Ai tempi della fondazione avevamo fatto un sondaggio a livello regionale per capire quali fossero i mercati già presenti e per evitare sovrapposizioni. Nel corso degli anni si è mantenuto un numero costante di presenze per quanto riguarda gli espositori e si è registrata una grande partecipazione di visitatori, sia giovani che meno giovani.

Cercate dunque di coinvolgere adulti e bambini, dunque? 

Organizziamo laboratori creativi per bambini, coinvolgiamo degli animatori, operatori di settore e anche artigiani, che con materiale riciclato creano oggetti nuovi. È tutto in sintonia con la filosofia del mercato stesso. Oltre a quanto è in vendita, c’è anche una buona fetta di avventori che segue i concerti itineranti durante il mercato: i musicisti si muovono lungo il centro storico.

Quanti banchi ci sono solitamente? 

Settanta, ottanta. Ci occupiamo della gestione del mercato, organizziamo entrate ed uscite, garantiamo agli espositori il parcheggio in sicurezza tramite un tagliando; il ricavo permette all’associazione di organizzare anche attività collaterali e fare donazioni ad associazioni umanitarie. Le associazioni locali, tra queste anche il Museo di cultura popolare, hanno la possibilità di partecipare in forma gratuita.

Quanto tempo ci vuole per organizzare il tutto? 

Tanto! Garantiamo la nostra presenza ogni mese con quattrodici appuntamenti fissi all’anno più le attività collaterali.

Progetti futuri? 

Abbiamo in previsione una pubblicazione che parla degli eventi e delle attività svolte in questi anni. Quest’anno riproponiamo lo spazio del riuso a giugno e ottobre. Parteciperemo alla “Giornata mondiale dell’ambiente”, introdotta lo scorso anno da parte del Comune di Egna. Valuteremo ulteriori iniziative volte a valorizzare il patrimonio storico di qualche collezionista locale. E poi porteremo avanti il nostro mercatino: 20 aprile, 18 maggio 15 giugno, 20 luglio, 17 agosto, 21 settembre, 19 ottobre, 16 novembre e 21 dicembre sono le prossime date.

Autore: Daniele Bebber

Padri

Il 19 marzo 2024 è stato occasione per tornare su due temi, uno religioso e l’altro eminentemente sociale. Per quanto riguarda l’aspetto religioso si è nuovamente parlato della proposta di rendere festiva a tutti gli effetti la ricorrenza di San Giuseppe, patrono dei tirolesi, resa ufficiale l’anno scorso attraverso una mozione approvata in consiglio provinciale. L’impegno della giunta provinciale di “introdurre il 19 marzo come festività nel settore pubblico e privato entro i prossimi tre anni, avviando un confronto diretto con i/le rappresentanti della Chiesa, della società civile e del mondo politico al fine di valutare le modalità più consone per celebrare degnamente a livello locale la festa di San Giuseppe” è rimasto tale. L’idea di introdurre un nuovo giorno festivo evidentemente, seppur sulla carta affascinante, non riscuote grande entusiasmo in una società abituata da tempo a soprassedere anche sul riposo domenicale, in molti settori lavorativi.
Per quanto riguarda il secondo aspetto, laico, da molti versanti è giunta la richiesta di rivedere l’attuale normativa che riguarda il congedo di paternità, estendendone sia l’obbligatorietà che la durata. L’idea è quella di responsabilizzare, finalmente, sia i padri che i loro datori di lavoro nonché la società tutta, rispetto al ruolo paterno, in continua evoluzione nel proprio significato rispetto alla tradizione ma quindi ancora più “urgente” da riaffermare e rilanciare. A chiederlo è giustamente soprattutto l’universo femminile, ma sono sempre di più anche i maschi a rivendicarlo, consci dell’importanza della paternità, come esperienza di vita.
Dando il mio piccolo contributo personale posso dire di aver sperimentato personalmente l’utilità e il profondo significato del congedo di paternità, da me a suo tempo richiesto e ottenuto non senza fatica, tra l’altro a un datore di lavoro che avrebbe dovuto dimostrare da questo punto di vista una grande sensibilità: la chiesa cattolica. I giorni magici trascorsi a casa con i miei figli e con mia moglie resteranno per sempre impressi nella mia memoria come pietre miliari non solo della mia famiglia, ma del mio stesso percorso umano. Mi sento di consigliare questa scelta a tutti coloro – troppo pochi oggi, purtroppo – che scelgono di diventare padri. Scommettendo in prima persona sulla costruzione del futuro di tutti noi.

Autore: Luca Sticcotti

Due meranesi in aiuto a Zanzibar

Uno lavora nel campo sanitario, l’altro è un ingegnere. Entrambi hanno deciso di mettere a disposizione del prossimo le proprie competenze ed il proprio cuore: due meranesi, Ivan Pierotti e Francesco Menegazzo, sono diventati parte attiva del progetto “ZanzibarHelp”, in Tanzania.

Se si parla di Tanzania si pensa a Zanzibar, e la mente si lancia immediatamente in un viaggio che vuole abbracciare immagini di spiagge coralline che incorniciano un mare azzurro, noci di cocco fresche e cocktail serviti con l’ombrellino di carta. 

Tutto vero, in parte; o almeno questo è ciò che “si vuole” vedere. In realtà questo angolo di paradiso non è fatto solo di acque cristalline e noci di cocco da gustare sorridendo: a testimoniarlo c’è un italiano, Marco Pugliese, originario di Torino che ha fatto di Zanzibar la sua nuova patria. Marco vive a Kilombero, dove mare e spiagge sono incantevoli, ma i turisti non ci sono: niente cocktail con l’ombrellino, niente soldi, solo fame. Si è trasferito nel paese africano nel 2019, un anno dopo la scomparsa della sua amata moglie Graziella: con lei condivideva gli ideali di aiuto e di solidarietà, soprattutto in favore della popolazione di Zanzibar, e per tenere viva la sua memoria ha compiuto questo grande passo. Per i bambini ha dato il via al progetto “ZanzibarHelp”, presente su Facebook alla pagina “Donnino’s Family School & Farm”, che prevede quattro diversi punti d’intervento per andare loro incontro: scuola (per la necessaria educazione dei bambini), pronto soccorso (che spesso salva la vita), mensa (sono davvero tanti i poveri e naturalmente non vengono ristorati solo i bambini), e alloggi, soprattutto per i bambini che possono avere un posto dove stare al sicuro. 

I RINFORZI ARRIVANO ANCHE DALL’ALTO ADIGE

Ed ecco che dalla città in riva al Passirio arrivano i rinforzi: Ivan Pierotti non è certo nuovo ad esperienze del genere, visto che è stato attore di diverse missioni all’estero come le ultime in Ucraina. Presidente del poliambulatorio Medical center, si è fatto carico dell’organizzazione della parte sanitaria e di sviluppare un progetto di gestione operativa così da recuperare presìdi, elettromedicali, sistemi diagnostici, monitor multiparametrici ed arredi, sull’esempio del molto già realizzato grazie ad una coppia di medici siciliani, Rossana Tosti e Antonio Rizzo. L’idea è di creare una struttura che garantisca le necessarie cure per patologie lì numerose come la sindrome di Down, l’acondroplasia (nanismo), l’epilessia, la distrofia muscolare di Duchenne ed altre, ma addirittura per quelle cure che non ci si aspetta, come le cadute delle noci di cocco sulla testa che creano danni anche cerebrali soprattutto ai bambini. 

Suo compagno di viaggio è l’ingegner Francesco Menegazzo, la cui professionalità è determinante nel progettare un sistema per migliorare il servizio di fornitura elettrica attualmente in essere. A ciò si aggiungono altri progetti, alcuni realizzati e altri presenti ma migliorabili, del fondatore Marco Pugliese, quali la cura dell’agricoltura per produrre a chilometro zero, o il Pronto soccorso, una struttura da poco inaugurata. 

SONO IN ARRIVO I PRIMI RISULTATI

A breve verrà festeggiato il primo raccolto, grazie anche al contributo dell’associazione culturale bolzanina Logos che ha sponsorizzato il costo di un indispensabile pozzo per l’acqua a cui, si spera, se ne aggiungeranno altri. 

Anche in questo caso l’incipit più importante è stato dato dal prezioso contributo economico di due medici campani che hanno comprato i primi due ettari. Grazie al loro esempio, ora stanno aderendo molti altri professionisti. “Gli aiuti non devono essere solo o esclusivamente economici – spiega Ivan Pierotti – ma anche pratici: si possono organizzare conferenze, richiedere aiuti tramite il web in patria, o recandosi sul posto, magari sfruttando una mezza vacanza fatta anche con il cuore e non solo con il ventre. Per rendere più facili le collaborazioni anche casuali, inoltre, il Polly Lodge Bungalow, gestito da una coppia italiana che partecipa al progetto, offre ospitalità ai volontari che vogliono recarsi sul posto per collaborare alla riuscita di un sogno”.

Chi fosse interessato a contribuire al progetto può scrivere a ivan.pierotti@gmail.com, mentre per donazioni coi si può rivolgere direttamente a Marco Pugliese: marco@zanzibarhelp.com

IL DETTAGLIO

ZanzibarHelp nasce da un piccolo aiuto e un grande amore, ovvero dall’iniziativa condivisa di Marco Pugliese e di sua moglie Graziella che, nel 1998, vengono accolti da un’isola colorata, allegra e ospitale.

Da piccole collaborazioni nascono importanti legami e, da questi, crescono radiciche affondano tra i colori di Zanzibar: così Marco e Graziella coltivano un amore partendo dalle loro piccole risorse, aiutando le famiglie di Zanzibar in difficoltà, in particolare le vedove con figli e i bambini malati. 

È proprio questo piccolo mondo di sfumature parallelo a catturare il cuore della coppia e porre le basi per la futura anima dell’associazione. Dare luce alla diversità e spazio a queste piccole mani desiderose di lasciare la propria impronta diventa il seme da cui nasce un progetto di vita condiviso.

Un seme tanto fertile da resistere alla scomparsa prematura di Graziella e dare a Marco la forza e la motivazione per dare vita all’organizzazione umanitaria ZanzibarHelp. Da una promessa un impegno, dal piccolo aiuto alle famiglie in difficoltà si apre una finestra sulla bellezza delle sfumature nascoste di Zanzibar: il mondo dei bambini con disabilità fisiche o cognitive, un meraviglioso mondo di vivacità, ma privo di uno spazio per esprimere le proprie potenzialità e costruire un futuro. Sono loro l’anima e il motore di ZanzibarHelp, una realtà dove una piccola mano si trasforma in un grande progetto e un sogno condiviso diventa un futuro a colori per tante piccole mani.

Autore: Luca Masiello

“Ciak si guida” per un futuro senza più incidenti

Era il settembre del 2017 quando Davide Simoni, diciassettenne di Laives e studente del Liceo Scientifico Torricelli di Bolzano, perdeva la vita in un tragico incidente in sella alla sua moto nella frazione di Birti, a Vadena. 

Da allora, la famiglia di Davide ha trasformato questo grandissimo dolore in un’occasione perchè incidenti del genere non accadano più. 

L’anno successivo, spinta anche dall’impegno degli amici di Simone e suoi compagni del liceo Torricelli, ha fondato l’associazione No-profit “Davide Sempre con Noi”, con l’intento di promuovere in molti modi i principi della sicurezza stradale a ogni livello. 

In quest’ottica, la sensibilizzazione non può che partire dalle fasce più giovani, affinchè il concetto di sicurezza sulla strada e di percezione del rischio a tutti i livelli si sedimenti nella coscienza delle nuove generazioni, a cominciare dagli studenti delle scuole superiori, che si apprestano a conseguire magari il patentino per lo scooter oppure la patente per la moto o per la macchina.

L’associazione ha quindi avviato diversi progetti cominciando proprio dagli istituti superiori, e partendo dal liceo frequentato da Simone. 

UN PROGETTO BEN STRUTTURATO

Ma – in un’ottica di sensibilizzazione a livello globale, che comprenda anche il personale scolastico e le istituzioni, oltre che i fruitori della strada nel complesso, dal pedone al ciclista – l’associazione si è indirizzata verso progetti più strutturati, stipulando un accordo in questo senso già nel 2023 con l’Istituto Comprensivo di Laives. 

Si è arrivati in questo modo a progetti che sono stati inclusi a tutto tondo all’interno delle ore di educazione civica, con formazione specifica degli insegnanti e l’intervento della polizia stradale in progetti pratici come il patentino per la bicicletta.

UNA FOLLA DI STUDENTI PER VIDEO E FUMETTI

Il 26 febbraio scorso, presso il Teatro Gino Coseri di Laives, alla presenza della dirigenza dell’Istituto Comprensivo e delle personalità del Comune di Laives, oltre 250 studenti tra Liceo Torricelli e bambini e ragazzi delle primarie Gandhi di Laives, la primaria di san Giacomo e le medie F. Filzi, hanno atteso la premiazione del concorso “Ciak si Guida”, dove i liceali, così come gli studenti delle classi quarte della primaria e delle classi seconde della primaria di secondo grado, si sono cimentati nell’ideazione e realizzazione di elaborati nelle due categorie del video e del fumetto.

Tema degli elaborati, naturalmente, la sicurezza sulle strade. Si è scelto di percorrere questa strada “perchè – secondo Patrizio Simoni, padre di Davide e presidente dell’associazione ‘Davide Sempre con Noi’ – ciò che i ragazzi producono in prima persona è anche ciò che porta a avere maggiore visibilità proprio tra le fasce di coetanei”.

Ma – chiediamo – qual è l’obiettivo di questi elaborati realizzati da bambini e ragazzi? “Vogliamo farli circolare tra i nostri canali social – spiega ancora Patrizio Simoni – e il video breve e il fumetto sono tra gli strumenti al momento più forti su queste piattaforme tra i giovani. Abbiamo già raggiunto un buon numero di visualizzazioni in tutta Italia e se questo significa, nel nostro piccolo, ottenere che se ne parli, che qualcuno presti più attenzione al proprio comportamento in strada, allora avremo senz’altro raggiunto l’obiettivo”.

TUTTI VINCITORI E TUTTI IN FESTA AL SAFETY PARK

Le classi vincitrici del concorso – premiate perchè gli elaborati hanno soddisfatto i criteri stabiliti dalla giuria e perchè, come ci tiene a sottolineare il signor Simoni, tutti gli elaborati erano davvero bellissimi e tutti verranno fatti circolare sui social – sono state premiate con una giornata all’evento Hallo Auto presso il Safety Park di Vadena. Qui, in base alle diverse fasce d’età, i ragazzi hanno potuto partecipare a diversi programmi pratici, dal patentino per la bicicletta alla simulazione di guida in stato di ebbrezza.

è un progetto in divenire quello dell’associazione che, per quanto riguarda la Bassa Atesina, vedrà un importante appuntamento il prossimo 5 maggio con l’iniziativa “Villaggio della Sicurezza” presso la Piazzetta Falcone e Borsellino di Laives dove verrà allestito un programma variegato di percorsi, da quello sull’uso della segnaletica a quello con le minimoto per bambini dai 5 ai 12 anni. Tutto questo perché tragedie come quella di Davide davvero non si ripetano più.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Case: prezzi impossibili

In Alto Adige e in particolare a Bolzano i prezzi degli alloggi in vendita e in affitto hanno raggiunto livelli tali da mettere in crisi non solo la maggior parte delle giovani famiglie autoctone, ma anche molti dei lavoratori e studenti che giungono da fuori provincia. Si tratta di dinamiche che rischiano di avere ripercussioni molto significative sia sulla demografia che sulla composizione stessa della società altoatesina, sempre meno in grado di rinnovarsi. Il costo della vita in Alto Adige rischia di aggravare la carenza di personale che si registra da tempo in molteplici settori, nella sanità in primis. Ne abbiamo parlato con Marino Melissano, ex dirigente scolastico a Bolzano e segretario generale di Altroconsumo. 

Per acquistare casa a Bolzano occorrono oggi in media quasi 4700 euro a metro quadro, ovvero 1500 euro in più della media nazionale. Il capoluogo altoatesino è secondo solo a Milano, in questa speciale classifica  stilata dall’Osservatorio trimestrale del portale Immobiliare.it
A Bolzano ormai poi per un appartamento in affitto occorrono 1.500 euro al mese. Gli economisti dicono che un affitto equo dovrebbe corrispondere al 30% dello stipendio. Ma quale famiglia oggi a Bolzano può contare su 5mila euro al mese di stipendio?
Per non parlare del fatto che gli affitti oggi, soprattutto nel capoluogo, sono vincolati a clausole vessatorie quali fideiussioni, numerose mensilità anticipate e – spesso – adeguamenti automatici all’inflazione. Cosa che, naturalmente, non avviene per gli stipendi. I problemi economici per le giovani famiglie, diventano quindi quasi insormontabili per i giovani single, sempre che non abbiano patrimoni o genitori alle spalle che li sostengono. La conseguenza di ciò è che sempre più persone decidono di cercare un’abitazione fuori dal capoluogo o – addirittura – lasciare del tutto la provincia di Bolzano. Il progressivo calo demografico di Bolzano, certificato nei giorni scorsi, è forse solo appena iniziato. Di queste cose ne abbiamo parlato con Marino Melissano di Altroconsumo, che da anni segue i rincari nel mercato immobiliare del capoluogo.  

L’INTERVISTA

Per quale motivo ci ritroviamo con i prezzi per gli alloggi, in affitto e in vendita, più alti d’Italia? Siamo secondi solo a Milano, è possibile?

In merito qualcuno ha suggerito delle motivazioni. C’è chi dice che sì, Bolzano è una città cara, ma che d’altronde non c’è disoccupazione e quindi bene o male tutti possono permettersi di acquistare o prendere un alloggio in affitto. Poi si osserva che mancano terreni per le nuove costruzioni e che quindi è logico che i prezzi degli alloggi lievitino, visto che ai prezzi dei terreni si aggiungono costi di costruzione tutt’altro che contenuti. Queste due motivazioni, devo dire, non mi convincono più di tanto. Mi convince piuttosto di più chi dice che a Bolzano ci sono molte agevolazioni, sia per l’acquisto che per l’affitto, e che queste finiscono per dare ai prezzi una spinta verso l’alto. Chi vende sa che chi acquista o va in affitto può accedere a queste agevolazioni, e questa dinamica alza i prezzi. Questo meccanismo però, a bene vedere, c’è sempre stato. Ma i prezzi in passato non erano mai stati così alti. La legge di mercato dice poi che se c’è poca offerta e tanta domanda, i prezzi salgono. Questo però di nuovo mi convince di meno, perché a Bolzano i prezzi sono rimasti alti anche quando la domanda era calata, come è avvenuto durante il periodo del covid. Un’altra motivazione che viene addotta è che in Alto Adige l’economia tira e c’è poca concorrenza, in tutti i settori. Dicono che dove c’è poca concorrenza per forza di cose è alto il costo della vita così come i prezzi delle abitazioni. Questa motivazione in effetti è convincente e sono anni che le associazioni dei consumatori denunciano questa situazione. Chiedendo dei correttivi.

D’altronde Bolzano è la città d’Italia più ricca non solo dal punto di vista della qualità della vita dei cittadini ma anche della disponibilità economica dell’amministrazione pubblica, provinciale in primis. Ecco: la politica cosa può fare per arginare questo caro casa? 

Già da qualche anno sono stati identificati dei possibili interventi correttivi. Ma poi alla teoria non è seguita la pratica. Ad esempio per rendere di nuovo disponibili i tanti alloggi sfitti sono state fatte delle ipotesi di intervento. Ma siamo rimasti alle ipotesi.

Si ha la sensazione che, alla fine, gli interessi dei proprietari finiscono sempre per prevalere… 

Esatto. Ma poi ci sono le altre possibilità di intervento identificate. Per esempio si è parlato di alloggi multigenerazionali da realizzare e poi di recuperare le tante abitazioni di grandi dimensioni che al momento sono occupati da una sola persona… Poi occorrerebbe anche riflettere sulla distribuzione degli alloggi sociali su base etnica. Non corrisponde alla realtà del bisogno.

Le giustificazioni ci sono. Per gli alloggi multigenerazionali i tempi di realizzazione rischiano di essere troppo lunghi, e anche spostare le persone singole in alloggi più piccoli è tutt’altro che semplice… Per quanto riguarda il riequilibrio nella distribuzione degli alloggi sulla base della sola necessità e non dell’appartenenza linguistica, si vanno poi a toccare fili scoperti. La politica, forse, oggi non ha le capacità o il coraggio per muoversi su terreni così delicati dal punto di vista del mantenimento del consenso elettorale…  

Come ho già detto: vorrei che il politico di turno passasse finalmente dalla teoria alla pratica. In questa fase basterebbero anche dei singoli segnali, come portare finalmente a compimento il progetto di recupero a fini residenziali con affitti calmierati per giovani per l’edificio degli ex telefoni di stato in Corso Italia a Bolzano. I progetti non possono restare progetti. Sono fatti per essere finalmente realizzati. Lo stesso discorso vale per gli edifici multigenerazionali. La legge provinciale che li indica è nata nel 2022 e nel 2023 è arrivato il regolamento di esecuzione. La legge prevede alloggi per giovani, anziani e disabili. Peccato però che nella legge stessa si dica che prima ci vuole la pianificazione del territorio. Non si deve fare così! 

Già. Per i piani urbanistici ci vogliono anni, e intanto la gente se ne va. Ed è proprio dei giorni scorsi la notizia che la popolazione di Bolzano ha iniziato a diminuire. Sono in tanti, ormai, che rinunciano a cercare un alloggio a Bolzano. Quando va bene cercano in periferia, quando va male decidono proprio di lasciare la nostra provincia, perché non vedono qui una sostenibilità economica in ottica futura. E si tratta – purtroppo – soprattutto di giovani.  

A ben vedere si tratta di problemi che non si presentano solo da noi. Però altrove – nel passato e anche e soprattutto nel presente – delle soluzioni concrete sono state provate, per governare queste situazioni. 

Sì, perché non siamo solo noi ad essere “malati” di benessere…

Già. In Austria si pratica l’affitto a prezzi contenuti anche alle classi medie e il 40% dei cittadini di Vienna vive in case pubbliche. Questo crea un mix abitativo che rende forte il tessuto urbano. In Francia i comuni con più di 3.500 abitanti sono obbligati a raggiungere almeno il 25% di social housing. In Olanda si può acquistare solo una casa per la residenza ed è vietato acquistare la seconda casa per fini speculativi. Dal 2006 la Germania ha creato più di 540 alloggi multigenerazionali. L’Italia è il fanalino di coda, ma nella ricca provincia di Bolzano ci aspetteremmo una maggiore attenzione a un’abitabilità più sociale, meno cara, più attenta ai bisogni dei cittadini. 

Insomma: ci vuole coraggio politico. Altrimenti non si va da nessuna parte. E anche lungimiranza. Ad esempio per iniziare a limitare la pratica di riservare centinaia di alloggi ad uso turistico estemporaneo, spesso tra l’altro difficilmente tracciabile anche dal fisco. 

Sì. E se sul patrimonio edilizio esistente è difficile agire, si può farlo invece sulle nuove costruzioni. I paesi europei hanno senz’altro la possibilità di decidere di riservare programmaticamente all’edilizia sociale una percentuale specifica delle nuove costruzioni. Se altrove si fa, perché non deve essere possibile farlo anche da noi? Le basi normative ci sono già! Ci si mette attorno a un tavolo e si decide, ad esempio, che il 10% delle nuove costruzioni devono essere in cohousing. Le cooperative che potrebbero gestire queste cose ce le abbiamo già. E la Provincia sarebbe anche nelle condizioni di poter “incentivare” dal punto di vista economico queste nuove pratiche abitative. 

Negli ultimi mesi in realtà sono successe due cose che hanno dato un pizzico di speranza. Si è trattato di due grida di allarme. La prima è venuta dagli imprenditori che fanno sempre più fatica a trattenere il personale giovane e altamente specializzato e che, dopo essere arrivato, getta la spugna a causa del costo della vita troppo elevato e nell’impossibilità di trovare alloggi economicamente sostenibili, specie se intendono formarsi una famiglia. Il secondo grido, collegato al primo, è giunto dall’Università di Bolzano che si sta sviluppando con nuove facoltà fortemente volute (ingegneria e medicina) ma che non sa più dove mettere gli studenti. Per non parlare dei prezzi folli delle (poche) camere in affitto. Questi appelli possono contribuire a dare coraggio a politici e locatori privati? 

Per il momento purtroppo non sto vedendo alcun passo avanti. Ci riempiamo la bocca decantando l’eccellenza della nostra università trilingue con lo scopo di attirare studenti da fuori. Ma è evidente: se andiamo avanti così sarà sempre più difficile attirarli. E questo ci si rivolterà contro. Pensando allo sviluppo dell’università, occorrerebbe pensare prima di tutto agli alloggi, e poi fare tutto il resto. In più ci sarà un motivo se l’80 per cento degli altoatesini se ne va altrove a studiare. Occorrerebbe rifletterci… 

Autore: Luca Sticcotti