Cordialità

Più passa il tempo e più ho la sensazione che la parola cordialità e il suo significato tendano ad essere considerati un retaggio del passato. Quasi come se nelle nostre consuetudini non ci siano più le condizioni e lo spazio per la cortesia, condita da gentilezza e affabilità, associata magari ad un atteggiamento amichevole. Questo vale sia per il nostro modo di porci nei confronti delle persone che incontriamo per la prima volta, che per la nostra quotidianità fatta di relazioni con conoscenti, colleghi, clienti, parenti e… amici.
Continuo a domandarmi perché questo accade. In teoria a tutti noi fa piacere avere a che fare con persone ben disposte nei nostri confronti, no? Si tratta evidentemente di un quesito di non facile soluzione; avremmo bisogno di una schiera di sociologi, psicologi, pedagogisti, eccetera eccetera, per cercare di trovare una soluzione a questa domanda.
Nel mentre non ci resta che apprezzare il comportamento delle persone – per fortuna ancora molte – che, nonostante tutto, si ostinano ad essere cordiali con noi, magari nei momenti più inaspettati, ovvero quelli più… importanti.
La cortesia e quindi la cordialità, come sappiamo, sono le premesse fondamentali per l’amicizia.
Così come la gentilezza, la disponibilità, la sincerità, l’attenzione a non prevaricare gli altri. Fondamentali sono anche la mitezza e la mansuetudine, categorie caratteriali e di comportamento forse ancora più in crisi nella nostra società, rispetto alla cordialità.
Un altro aspetto che si collega alla cordialità è l’atteggiamento gioviale e affettuoso, come sappiamo un po’ meno diffuso nel nostro territorio rispetto ad altri luoghi dove talvolta ci troviamo a transitare più o meno di frequente nella nostra vita.
Se davvero apprezziamo (ancora) la cordialità delle persone, non possiamo che trovarci poi a riflettere sul nostro modo di porci nei confronti degli altri. Un atteggiamento accogliente, aperto, non invadente e giudicante, a mio avviso fa bene anche al corpo. Non essere sempre sulla difensiva comporta senz’altro qualche pericolo rendendoci in parte vulnerabili, ma in compenso spesso un nostro sorriso, gratuito, e un gesto gentile e inaspettato, possono davvero creare le migliori condizioni per far scattare quegli attimi di serenità di cui tutti noi in definitiva abbiamo davvero un grande bisogno.

Autore: Luca Sticcotti

L’Arma tutela gli “over”

“Sono il maresciallo dei carabinieri, è successo un incidente a suo figlio. Niente di grave, ma dovrebbe pagare subito la caparra per l’avvocato”. Una telefonata, la vittima si dispera, poi arriva a casa il finto avvocato al quale vengono consegnati contanti e gioielli. Una truffa, ignobile, che malviventi senza scrupoli riescono a portare a termine giocando con i sentimenti degli anziani. Un crimine che si è consumato anche nella nostra (sempre meno) paciosa provincia, ai danni di due anziani di Laives e di Bronzolo. E per fortuna i responsabili sono stati identificati. 

Non è stato semplice per i carabinieri di Egna risalire all’identità dei presunti responsabili di questo reato odioso, che sfrutta la buona fede delle persone più fragili, gli anziani. L’indagine si è rivelata articolata ed è stata portata a termine in maniera discreta. I militari dell’Arma delle stazioni di Laives e di Bronzolo, in stretto coordinamento con l’Aliquota Operativa di Egna, erano da diversi giorni sulle tracce dei due malfattori e grazie ad una serrata attività investigativa, nella quale hanno ricorso anche all’ausilio di supporti tecnico-informatici, sono riusciti a risalire agli autori di due truffe consumate nel mese di febbraio. 

IL TRUCCO DEL “FALSO MARESCIALLO”

I responsabili sono due disoccupati residenti in provincia di Napoli, che avevano messo in atto un vero e proprio stratagemma per raggirare gli anziani con l’obbiettivo di accaparrarsi i loro risparmi e gioielli.

Sono due anziani, residenti a Laives e Bronzolo, le vittime di questa ignobile vicenda i cui fatti risalgono al febbraio scorso. 

La modalità della truffa è purtroppo nota come quella del “falso maresciallo”, ovvero una persona che, qualificandosi come maresciallo dei carabinieri, telefona al numero di casa dell’anziano e gli riferisce di una disgrazia, in questo caso un incidente stradale, in cui è rimasto colposamente coinvolto un suo familiare stretto. 

A quel punto il finto maresciallo tranquillizza l’anziano dicendogli di poter aiutare il suo congiunto in quanto conosce un ottimo avvocato al quale però va subito versato un anticipo. Ottenuto l’assenso dell’anziano il finto avvocato si presenta presso l’abitazione per farsi consegnare quanti più soldi e gioielli possibili.

Così una signora del ‘39 di Laives e un signore del ‘34 di Bronzolo sono stati truffati perdendo complessivamente circa 30.000 euro tra contanti e gioielli: i risparmi di una vita.

Gli investigatori dell’Arma stanno ricostruendo il recente passato dei due soggetti, nel tentativo di risalire ad altre truffe portare a termine dagli indagati, la cui posizione ora è al vaglio della Procura della Repubblica.

Il comandante della Compagnia carabinieri di Egna, il capitano Federico Seracini, invita i cittadini che si trovassero a ricevere delle telefonate dubbie, a prendere tempo contattando immediatamente il numero di emergenza 112 oppure rivolgendosi ad un presidio dell’Arma sul territorio, in modo da ricevere assistenza.

LA CAMPAGNA DI PREVENZIONE

Nel frattempo i carabinieri della Compagnia di Bolzano, attraverso la stazione di Nova Ponente, che per prima ha proceduto ad avviare l’iniziativa, come ogni anno hanno iniziato una campagna di sensibilizzazione sul fenomeno delle truffe agli anziani. L’idea, che ha come obiettivo primario quello di avvicinare sempre di più le fasce più deboli della popolazione all’Arma, è finalizzata ad incontrare le persone più esposte all’insidioso reato nei luoghi di maggior ritrovo quali la chiesa, il bar o la piazza, per informarle sulle nuove strategie adottate dai malfattori autori di potenziali truffe nei loro confronti.

Il progetto, che si affianca a numerose attività di confronto ed incontro con la cittadinanza di ogni fascia d’età ed appartenenza linguistica, tra cui quello più recente con i Nonni vigili, fa parte di un macro – concetto “La cultura della legalità”, che viene diffusa sulle strade, negli istituti di formazione e, più in generale, ove ce n’è più bisogno. “Ringrazio i militari che anche quest’anno stanno svolgendo una nobile attività di informazione e prevenzione dei reati di truffa – spiega il comandante della Compagnia di Bolzano, il  Tenente colonnello Stefano Esposito Vangone – Gli incontri, in parallelo con i quotidiani servizi d’istituto, mirano a sensibilizzare le fasce più deboli della nostra cittadinanza sul modus operandi e le tecniche più diffuse messe in atto dai truffatori. Sappiate che nessun carabiniere vi chiederà mai del denaro: fate attenzione a chi vi chiama, soprattutto se non riconoscete il timbro di voce dell’interlocutore e il suo numero di telefono. Prestate attenzione anche al tenore della richiesta ed inoltre osservate sempre anche chi vi si avvicina durante il prelievo di denaro ai bancomat. L’Arma ha anche distribuito dei dépliant con delle specifiche istruzioni su come riconoscere i tentativi di truffa e su come comportarsi. Chiamate il 112 o recatevi presso il Comando stazione più vicino qualora abbiate dei dubbi o qualcuno, soprattutto estranei, provi a farsi consegnare somme di denaro o preziosi”.

Autore: Luca Masiello

La nascita dei Prati del Talvera

Una vicenda all’insegna del genio e della sregolatezza. Con l’aiuto di Michele Di Puppo riviviamo insieme la rocambolesca vicenda che vide la nascita del polmone di Bolzano, frequentato ogni anno da migliaia di cittadini e ospiti. 

Tra il 1970 e il 1972 si compì la trasformazione del greto sassoso del torrente Talvera in quello che a tutt’oggi sono i Prati del Talvera, una delle aree verdi più amate del capoluogo. L’opera fu resa possibile grazie alla visione, il genio e la tenacia dell’Ing. Michele Lettieri, al tempo professore all’Istituto per geometri “Delai”. L’Ing. Lettieri è scomparso nel 2016 all’età di 92 anni e questo autunno avrebbe compiuto 100 anni. Per ripercorrere la sua storia con la giusta energia, Qui Bolzano ha deciso di intervistare un suo amico, Michele Di Puppo, già assessore e vicepresidente della Provincia dal 1993 al 2003.

L’INTERVISTA

Chi era Michele Lettieri per lei?

Un amico che ho conosciuto quando ormai era in tarda età e del quale ho avuto modo di ricostruire il percorso di vita grazie ai suoi racconti. Ritengo che i Prati del Talvera siano stati l’opera più significativa nel secolo scorso per la città di Bolzano. 
Prima dei lavori, il greto del fiume era una discarica in cui si poteva trovare di tutto, calcinacci, vasi e lavandini di chi ristrutturava il bagno, ma anche immondizia dietro ai cespugli. Le scuole ci mandavano gli studenti a correre per farli sfogare e non lasciarli sempre in palestra.
Un giorno il preside di un Istituto fece notare a Michele Lettieri, allora insegnante all’Istituto Geometri, che sarebbero serviti un paio di campi di calcio per far fare dello sport ai ragazzi. 
Al tempo e dai tempi del CUC, il Circolo Universitario Cittadino, Lettieri era molto conosciuto, avendo anche una certa facilità di rapporti sociali. Consideri che conosceva anche molto bene l’ambiente militare in quanto uno dei suoi fratelli era comandante dell’ospedale militare, e suo padre sarto dell’Unione Militare, cioè l’unica azienda abilitata alla fabbricazione di uniformi. Inoltre, a Bolzano era presente il secondo reggimento Genio. Tutte queste circostanze costituivano una polvere pronta ad esplodere se ci fosse stata una miccia che la innescava. La miccia era appunto la genialità e la sregolatezza di Michele Lettieri, il quale fece partire l’opera del risanamento del greto del torrente Talvera, come diceva lui, da… fuorilegge. 

Perché il Comune di Bolzano prese la decisione di realizzare due campi da calcio? 

Perché il Genio militare aveva segnalato la sua volontà di mettere a disposizione le macchine e gli uomini per realizzare i campi sportivi, sulla base di un desiderio del Comune stesso. In realtà né l’uno né l’altro avevano mai convenuto su questa strada, ma finirono per trovarsi coinvolti, senza una delibera,  sulla scia delle proposte  che fece loro Michele Lettieri. Quindi il Genio mise a disposizione le macchine e le scavatrici, che erano residuati militari di guerra, la Giardineria del Comune pagò il carburante e, quando le macchine si rompevano, si occupò anche della realizzazione e sostituzione dei pezzi di ricambio. Pensi che il Genio arrivò a chiedere agli altri comandi in giro per l’Italia di mandare altre macchiine, anche scassatissime, che vennero cannibalizzate per i pezzi di ricambio in modo da poter andare avanti coi lavori. Questi poterono proseguire anche grazie alla facilità che aveva Lettieri nel suo rapportarsi con le imprese edili. Lui era un “ingegnere strutturista” e aveva molti clienti tra le imprese locali, solo che spesso “si dimenticava” di mandare il conto dei progetti fatti e quindi queste si trovavano in debito verso di lui. Fu così che nei passaggi più difficili si fece mandare specialisti per gli scavi, oppure materiali particolari, come ad esempio i massi ciclopici che sostengono il terrapieno dei due campi di calcio. Questi in sostanza venivano prelevati in cava, portati e messi in opera gratuitamente. Quindi se oggi noi possiamo usufruire dei Prati del Talvera, dobbiamo ringraziare questa persona che non aveva nessun tipo di considerazione per le… formalità.

Quanti mezzi vennero utilizzati per lavorare nel greto? E quanti soldati e studenti?

I mezzi erano una ventina circa. Quanto al numero di persone: le classi venivano portate sul terreno a rotazione, calcoliamo 25 studenti per classe… Se fossero fatte ruotare tre classi, sarebbero stati già 75 studenti. Tra i soldati, oltre agli operatori dei mezzi, c’era anche chi faceva servizio a terra, quindi potevano essere altri 30-40 uomini, tant’è che arrivavano al cantiere con due camion e c’era la corsa in caserma a chi saltava su. Piuttosto che fare servizi di caserma i soldati preferivano venire qui ai Prati e c’era la corsa per accaparrarsi la macchina più comoda per lavorare. Quindi c’era un entusiasmo straordinario; c’era chi addirittura saltava l’intervallo per non perdere la macchina.

E i lavori erano tra Ponte Sant’Antonio e Ponte Talvera, giusto?

Michele Lettieri mi raccontò che il progetto aveva bisogno di consenso, per cui decise di iniziare da Ponte Talvera, in quanto la gente che passava si affacciava al parapetto e vedeva queste macchine, questi soldati lavorare e quindi nessuno ebbe più il coraggio di ritirarsi dall’opera, né il Comune, né i militari. Poi i campi da calcio vennero fatti, ma furono l’ultima opera in tutto questo cantiere.

Può raccontarci qualcosa su come Lettieri fosse come insegnante?

Si dice che non si limitasse ad insegnare la topografia, e a portare gli studenti nel greto del torrente per un’ora. Lui “si dimenticava” di farli rientrare (e pure di dar loro i voti), per cui saltavano anche le altre lezioni, mandando su tutte le furie il suo preside, l’ingegner Morrione. Gli studenti collaborarono attivamente alla progettazione dei lavori. E una volta diplomati, questi ragazzi erano geometri veri, visto che la pratica l’avevano fatta realmente. 

Ha qualche ricordo recente di Michele Lettieri?

Ricordo l’ultima volta che se l’è sentita di fare una passeggiata da Via della Roggia, dove abitava nella casa di riposo, fino all’inizio del Ponte Talvera, dove ci siamo affacciati al parapetto. Era un Martedì Grasso, i Prati erano pieni di bambini in maschera, l’erba confusa con i coriandoli. Devo dire che la vista di Michele Lettieri non era più così capace di distinguere, però si capiva che respirava a pieni polmoni. Quel vociare, quei colori, quel movimento sui suoi prati. Credo che si sia portata via quell’immagine fino all’ultimo minuto della sua vita.

Autore: Till Antonio Mola

È assolutamente povera quasi una persona su dieci

Quasi una persona su dieci, in Italia, è in situazione di povertà assoluta. Lo dicono le cifre, ancora provvisorie ma già significative, diffuse dall’Istat a fine marzo. I poveri assoluti alla fine del 2023 erano 5 milioni 752mila. La percentuale del disagio è più alta al Sud, ma è proprio al Nord che si registra un aumento.

Nel 2022 i poveri assoluti erano “solo” 5 milioni 674 mila. L’Istat definisce questa situazione come “stabile”, però è la stabilità del malato grave che forse non peggiora molto, ma non dà nemmeno segni di miglioramento.

Chi sono i poveri assoluti? Spiega l’Istat: le persone che hanno “una spesa mensile pari o inferiore al valore della soglia di povertà assoluta”. In altre parole: non arrivano a fine mese, non hanno quanto basta per vivere con dignità. Sono al di sotto della cosiddetta “soglia di povertà” che viene calcolata, zona per zona, in base ad alcuni parametri: luogo di residenza e costo della vita, età, ampiezza e composizione della famiglia. Per fare alcuni esempi (in questo caso le tabelle si riferiscono al 2022): nel centro di Milano una persona sola (di età tra 30 e 59 anni) non può vivere con meno di 1.175 euro mensili (in periferia ne bastano 991), a Roma la soglia è di 1.050 euro, a Napoli sono sufficienti 713 euro. A Bolzano? 994 euro. Il dato ovviamente diminuisce quando si sommano i redditi di più persone conviventi.

I dati più preoccupanti sono quelli che riguardano i minori e agli stranieri. Le famiglie con figli sono quelle che maggiormente rischiano situazioni di disagio economico. E un settimo di tutti i minori è povero, in tutto ben un milione e trecentomila bambini e ragazzi.

La più alta percentuale di povertà si riscontra tra le famiglie composte di soli stranieri: il 35,6 per cento. Quelle di soli italiani sono povere al 6,4 per cento. Il divario è abissale e la disuguaglianza deve far riflettere.

Peggiora infine la condizione delle persone che, pur avendo un lavoro, non superano la soglia di povertà. La povertà assoluta tra le famiglie con “persona di riferimento” occupata (soprattutto se si tratta di un lavoro dipendente) è ora all’8,2 per cento (nel 2022 era il 7,7). Per il 2021 l’Astat, per la provincia di Bolzano, aveva definito “working poor” le persone il cui reddito lordo era inferiore di 11.850 euro annui, calcolando che in Alto Adige questa situazione avrebbe potuto interessare (al netto di diverse variabili) quasi un terzo del personale dipendente (se questo “dovesse vivere unicamente del proprio salario”). Ovvio, chi non ha nemmeno il lavoro è messo ancora peggio: qui la percentuale di poveri, a livello nazionale, sale al 20,6 per cento.

La povertà non si misura solo con i numeri. E al di là degli aspetti economici ci sono forme di povertà non materiale, come le solitudini. Date le dimensioni va detto che la povertà in Italia è un fenomeno strutturale e multidimensionale e va affrontata in modo organico, guardando alla totalità della persona e delle persone.

Autore: Paolo Bill Valente

Chris Costa is back in town

Nativo di Corvara, ma da diverso tempo residente a Milano, dopo aver stabilito per un paio d’anni la residenza a Londra, Chris Costa è in realtà un musicista molto legato alla nostra città, che ha frequentato molto ai tempi delle scuole superiori e dove aveva stabilito il suo quartier generale all’indomani dell’esperienza londinese.
È quindi sempre una bella notizia sapere che nell’immediato futuro c’è in vista un suo concerto, nella fattispecie il 12 aprile prossimo al Sudwerk di via Andreas Hofer, dove appunto Costa si esibirà nella sua più recente incarnazione artistica denominata Hot Dust/The Human and The Machine, che pur facendo riferimento alla più recente uscita discografica del nostro, ne è ormai una derivazione in costante mutazione.

Per l’occasione abbiamo contattato Chris nel suo studio casalingo milanese, dove la sua musica nasce e dove si occupa anche delle produzioni per altri artisti, come lui d’ambito electro pop.

“Sono molto contento di suonare di nuovo a Bolzano – premette Chris – perché sono molto legato alla città. E mi fa piacere che ci siano dei luoghi attenti alle nuove tendenze musicali, locali come Waaghaus e Sudwerk. Pensa che ricordo come fosse ieri che ai tempi della scuola rimasi folgorato dal primo disco di Medeski, Martin & Woods, acquistato nel negozio di Laura Weber e quando lei stessa li portò a Bolzano poco dopo, andai al loro concerto. Fu una grande esperienza, erano l’avanguardia a quell’epoca e fu l’averli visti che mi ha spinto nel giro di sei mesi a comprare un organo Hammond!”

È trascorso qualche annetto da allora e Chris Costa di strada ne ha fatta parecchia, ha avuto un gruppo col compatriota Alex Trebo, ha fondato un interessante gruppo funk chiamato Capsicum Tree, ha avviato più progetti come solista, ha fatto esperienza come corista dapprima con Malika Ayane e poi, in un tour mondiale, con un gigante quale Eros Ramazzotti. Ma per quanto riguarda la sua musica ha sempre cercato di essere all’avanguardia, magari non producendo musica facile da accostare, ma mettendoci sempre la faccia.

“Il progetto Hot Dust è uscito nel 2019 – prosegue l’artista badioto – ma in realtà il covid e i suoi postumi ne hanno tardato la diffusione. E poi quando lo presento dal vivo il disco subisce sempre delle variazioni. Ho lavorato tantissimo per capire come portarlo in pubblico, ho provato ad usare diverse soluzioni sonore e diversi macchinari, considerando che si tratta di musica elettronica. Il risultato è stato che mi annoiavo tantissimo. Nell’ultimo paio d’anni sono arrivato ad una soluzione che invece mi dà parecchie soddisfazioni, anche se è molto impegnativa: ho dovuto imparare a suonare il drum pad (lo strumento che sostituisce i suoni di batteria, n.d.r) con la mano e con un piede, cosa che mi dà la possibilità di avere l’equivalente di una batteria completa. Con la mano sinistra suono una tastiera che manda i suoni di due synth all’unisono. Mi gestisco i cori, cantando dal vivo e usando un harmonizer. In parole povere sono passato da un sistema in cui io ero schiavo della macchina ad un altro in cui invece le macchine sono al mio servizio. La tecnologia mi ha sempre aiutato ad esprimermi, l’ho sempre amata, è il motivo per cui il progetto ora è stato ribattezzato The human and the machine, perché c’è sì la macchina, ma il ritmo e l’imput devono giungere dal performer.”

Artista a tutto tondo, Costa ha davvero un background vastissimo, ha studiato piano e canto, si è esibito nei pub suonando cover e standard, si è adattato a suonare nei bar, alle feste di matrimonio: come lui stesso ama dire scherzando: “Mi mancano solo i Bar Mitzvah, ma mai dire mai. Per quanto riguarda lo spettacolo del Sudwerk, vorrei aggiungere che per me è molto importante stabilire una sorta di trascendenza con gli ascoltatori, col pubblico. Quando suoni sei portato a concentrarti sul tuo trip, ma è importante chiedersi cosa accada dall’altra parte, al di là della goduria personale che si può avere suonando, anzi più che goduria per me è proprio trascendenza, e spero sempre di condurre chi ascolta in una sorta di trip, un vortice intenso che almeno per quel momento gli lasci qualcosa, portandolo per quel momento in una dimensione differente. Questo, soprattutto, è per me la musica, essere tutti in uno stesso luogo senza nome e nello stesso stato d’animo.”

Autore: Paolo Crazy Carnevale

La piazza dedicata a Piero Siena

Piero Siena: era doveroso dedicargli lo spazio antistante il Museion, museo d’arte moderna e contemporanea.  Era nato il 27 aprile 1912 a Castelbelforte (Mantova); fu al liceo che nacque in Piero la passione artistica. A Mantova entrò a far parte del neocostituito “Gruppo del Novecento”, un movimento artistico. Vinta una borsa di studio si iscrisse all’Accademia di Venezia; partecipò alle lezioni di incisione tenute dal professor Emanuele Brugnoli. Finiti i tre anni si dedicò alla pittura. Lo scrittore e docente Giuseppe Cerrina gli propose di fare una mostra; fu a Merano che il ventenne Piero Siena tenne la prima mostra. Tra gli anni Trenta e Quaranta iniziò a frequentare Bolzano e a dipingere in montagna. Chiamato alle armi, nel 1941 partì per la campagna di Russia. Durante la ritirata finì in un campo di prigionia, vicino a Mosca;  ebbe modo di incontrare Palmiro Togliatti, sia nel campo che  a Mosca. A guerra finita, dopo un viaggio di quarantacinque giorni stipato in carro bestiame, da Mosca giunse a Bolzano, dove partecipò alle iniziative culturali del Partito comunista. Ebbe rapporti di amicizia  con personaggi di spicco di tale Partito. Fu attivo anche come critico d’arte; stabilì rapporti di amicizia con molti artisti e critici d’arte, come  Renato Birolli, Antonio Corpora, Lucio Fontana, Nino Franchina, Achille Perilli, Karl Plattner, Gino Severini, Emilio Vedova, Toni Zancanaro.  Nel 1986 venne chiamato a far parte del comitato artistico della associazione promotrice del Museo d’Arte Moderna di Bolzano, che nel 1991 prese il nome di Museion, del quale Piero Siena fu direttore dal 1987 al 2001. A lui si deve la promozione di decine di mostre ed eventi; lo stesso Museion fu sede di importanti mostre.  Dal 1960 al 2001 Piero Siena fu collaboratore della rivista “Il Cristallo”, nata nel 1959, promossa dal “Centro di cultura dell’Alto Adige”. Piero Siena morì in casa di riposo il 17 novembre 2003.

Autore: Leone Sticcotti

B.O.M.: le giovani menti aperte si ritrovano in biblioteca

Jacopo Schiesaro, da tempo attivo nella realtà culturale bolzanina, è un operatore determinato a promuovere la salute mentale nella comunità. Sin dalle superiori ha iniziato un percorso fuori dalle aule scolastiche per avvicinarsi alla cultura, partecipando a diversi progetti culturali e sociali. Il suo bisogno di affrontare il tema della salute mentale è sorto da esperienze personali che lo hanno spinto a voler abbatterne il tabù. Il Collettivo Open Mind è nato con l’obiettivo di creare un gruppo libero da pregiudizi dove le persone, soprattutto quelle di età compresa tra i 18 ed i 35 anni, possano confrontarsi apertamente su diversi temi, incluso quello della salute mentale.

Il collettivo si compone di 28 volontari e comprende anche diverse figure professionali quali psicologi, assistenti sociali, bibliotecari e un’assistente alla maternità. La forza trainante di questo progetto è l’empatia e il desiderio di creare una comunità accogliente e solidale. Il progetto BOM, Biblioteca Open Mind, nasce per rivedere il concetto di biblioteca e promuovere la narrazione come strumento per comprendere la salute mentale. “La biblioteca è uno spazio che può essere vissuto e il nostro obiettivo è che BOM diventi un luogo in cui una persona possa sentirsi accolta e raccontarsi liberamente” afferma Jacopo Schiesaro. La Biblioteca è sostenuta dall’associazione Be Young, all’interno del quale si svolgono gli incontri mensili. Inoltre all’interno dello spazio Drin si possono prendere in prestito i libri dedicati al tema della salute mentale. Lo scopo non è quello di creare un gruppo di assistenza o di autoaiuto, ma quello di normalizzare la necessità di cercare sostegno e supporto nei momenti difficili. “Siamo spesso abituati a stare male senza fare rumore” afferma Schiesaro. Tra le attività proposte vengono organizzate delle trasferte per visitare diverse realtà culturali e sociali nazionali come, ad esempio, la biblioteca sociale UAU di Brescia, la Biblioteca degli Oggetti Leila di Bologna e l’Accademia di Comunità “La Foresta” di Rovereto. Ogni mese vengono organizzati inoltre incontri aperti alla cittadinanza e talk con esponenti della cultura con cui i ragazzi possono confrontarsi e creare un dialogo costruttivo. Un’iniziativa particolarmente interessante è quella di creare un “finto farmaco” all’interno del quale ci sono due foglietti illustrativi contenenti informazioni sulla salute mentale e una mappa dei servizi disponibili a Bolzano. Inoltre BOM sta lavorando a un libro che raccoglie 30 interviste relative alle storie di giovani adulti, con l’obiettivo di colmare il vuoto informativo sulla salute mentale. BOM Biblioteca Open Mind si trova in Viale Trieste 30 a Bolzano. 

Autore: Martin Bonaccio COOLtour

Ennemose: oltre un quarto di secolo

Fino a non molti anni fa l’espressione comune era “oggetti di seconda mano”, oggi si chiama più comunemente “usato”, ed è quello che da poco più d’un quarto di secolo si trova sui banchi del mercatino delle pulci di Egna.

Espositori, compratori, curiosi, avventori occasionali, ci sono anche turisti fra coloro che fanno tappa al mercatino; collezionisti e interessati all’usato sono i protagonisti di quella che ormai è una tradizione del terzo sabato di ogni mese dalle 8 del mattino fino al pomeriggio alle 16. È il mercatino delle pulci promosso dall’Associazione Ennemase, che negli ultimi ventisei anni ha animato il centro storico. “Far conoscere ed apprezzare la singolare bellezza della borgata di Egna è stato uno degli obiettivi di un’associazione aperta e proiettata verso esperienze condivise, che già ventisei anni fa poneva le basi per quello che mensilmente ancora si rinnova: un mercatino delle pulci conosciuto anche fuori regione, spesso associato a eventi in grado di soddisfare grandi e piccoli”, riferisce Carla Nones, presidente dell’Associazione Ennemase e tra le fondatrici di questa realtà.

Com’è nata l’idea del mercatino? 

Era il 1998, quando con Lissi Mair e Marlene Stein abbiamo deciso di intraprendere questa avventura. Valorizzare il nostro centro storico e permettere agli interessati di mettere a disposizione degli oggetti magari lasciati all’abbandono in case, cantine, che invece si vogliono liberare.

E l’idea si è rivelata un successo…

Negli anni abbiamo introdotto il mercatino dell’usato per i bambini e i ragazzi, a giugno e a settembre, e uno spazio per il riuso cercando di soddisfare richieste e bisogni da parte dei cittadini. Siamo quindi riusciti a incrementare quanto inizialmente avevamo posto come obiettivo. Passione e dinamicità giocano un ruolo importante, e il bello è che c’è partecipazione. Nel corso degli anni, anche all’interno del nostro gruppo, abbiamo coinvolto molte persone e abbiamo deciso di aderire alla Festa dei portici “Laubenfest”, con un nostro piccolo spazio arredato con mobili usati ed elementi che richiamano il passato.

Come mai la scelta del terzo sabato di ogni mese? 

Ai tempi della fondazione avevamo fatto un sondaggio a livello regionale per capire quali fossero i mercati già presenti e per evitare sovrapposizioni. Nel corso degli anni si è mantenuto un numero costante di presenze per quanto riguarda gli espositori e si è registrata una grande partecipazione di visitatori, sia giovani che meno giovani.

Cercate dunque di coinvolgere adulti e bambini, dunque? 

Organizziamo laboratori creativi per bambini, coinvolgiamo degli animatori, operatori di settore e anche artigiani, che con materiale riciclato creano oggetti nuovi. È tutto in sintonia con la filosofia del mercato stesso. Oltre a quanto è in vendita, c’è anche una buona fetta di avventori che segue i concerti itineranti durante il mercato: i musicisti si muovono lungo il centro storico.

Quanti banchi ci sono solitamente? 

Settanta, ottanta. Ci occupiamo della gestione del mercato, organizziamo entrate ed uscite, garantiamo agli espositori il parcheggio in sicurezza tramite un tagliando; il ricavo permette all’associazione di organizzare anche attività collaterali e fare donazioni ad associazioni umanitarie. Le associazioni locali, tra queste anche il Museo di cultura popolare, hanno la possibilità di partecipare in forma gratuita.

Quanto tempo ci vuole per organizzare il tutto? 

Tanto! Garantiamo la nostra presenza ogni mese con quattrodici appuntamenti fissi all’anno più le attività collaterali.

Progetti futuri? 

Abbiamo in previsione una pubblicazione che parla degli eventi e delle attività svolte in questi anni. Quest’anno riproponiamo lo spazio del riuso a giugno e ottobre. Parteciperemo alla “Giornata mondiale dell’ambiente”, introdotta lo scorso anno da parte del Comune di Egna. Valuteremo ulteriori iniziative volte a valorizzare il patrimonio storico di qualche collezionista locale. E poi porteremo avanti il nostro mercatino: 20 aprile, 18 maggio 15 giugno, 20 luglio, 17 agosto, 21 settembre, 19 ottobre, 16 novembre e 21 dicembre sono le prossime date.

Autore: Daniele Bebber

Dj Giangee: la musica come espressione dell’anima 

Gianluca Comploj, in arte dj Giangee, è un noto artista brissinese che ci ha raccontato il suo amore per la musica in tutte le sue sfumature.  

Quando è nata la tua passione per la musica? 

La mia passione non ha una data di nascita precisa, ho davvero un’infinità di ricordi legati a diverse canzoni, devo tantissimo ai miei genitori che mi hanno sempre cresciuto a pane e audio cassette. Dai primi album di Luca Carboni che ascoltavo da bambino alle sessioni di Slayer/ Slipknot in solitaria da adolescente. Per darti una linea temporale mi piace pensare che la mia passione sia nata da quando sono riuscito a registrare le prime frequenze in testa!

Come si sono evoluti i tuoi gusti musicali nel tempo? Da quali fattori, persone o gruppi musicali sei stato maggiormente influenzato?

Sono sempre stato una persona con gusti musicali variegati, sono cresciuto a suon di rock, blues, jazz e musica etnica per poi conoscere, con l’evoluzione parallela del mondo della musica, la musica elettronica ed è stato amore a prima vista! Le sonorità che mi hanno influenzato principalmente sono state sicuramente le percussioni, i fiati, la musica blues e jazz. I personaggi e i gruppi che mi hanno influenzato di più sono stati Jimi Hendrix, i Dire Straits, i Police , Enya, Zucchero e Pino Daniele per poi ampliare la mia visione sul mondo dell’elettronica con artisti come Joe T Vannelli, Ralf e la vecchia scuola dell’hip hop Italiano da Bassi Maestro a Frankie hi NRG.

Qual è il singolo a cui sei più legato e perché?

è il primo singolo che ho scritto: SEA WOLF. Quando ho registrato il brano per me era tutto nuovo e per la prima volta ho avuto la possibilità di andare a registrare in uno “studio”. Mi ricordo come se fosse ieri come e quando l’ho prodotta, registravo un mio amico che accordava una chitarra, altri amici con il sax e un paio di microfoni arrangiati. È stato tutto davvero magico.

Qual è il tuo rapporto con i vinili? Quanto sono importanti per la tua musica? 

I vinili per me hanno sempre avuto un ruolo importantissimo. Fin da bambino ammiravo chi sapeva mixare e scratchare e grazie a questo ho iniziato a voler imparare e migliorare la tecnica del mixare con i dischi, oltre a voler accumularne sempre più. Non dimenticherò mai la mia prima lezione con lo storico DJ Dino, che mi ha fatto mixare talmente tante volte il brano “In the music – deepswing” che ormai il disco avrà un solco al posto della traccia. Per me i dischi sono fondamentali non solo per suonare, ma anche per campionarli e usare qualche sample ritagliato da qualche brano che mi fa impazzire, per iniziare a produrre una bella traccia in studio.

Cosa vuoi trasmettere con la tua musica?

Lo scopo è far immedesimare l’ascoltatore, vorrei riuscire condividere tutte le emozioni, compresa l’energia che ho provato nel comporre il brano. Mi piace l’idea che l’ascoltatore possa entrare in sincronia con il brano. Vorrei che la mia musica riuscisse a far staccare dalla vita quotidiana e far vivere un momento pieno ed emozionante, sollevando l’ascoltatore per qualche istante da qualsiasi tipo di dovere o responsabilità. Ho sempre considerato la musica come un mezzo. Dove ti porta però, lo decide solo l’ascoltatore!

Qual è stata la tua più grande soddisfazione in questo percorso?  

Sicuramente una delle più grandi soddisfazioni è stata la prima console da dj che ho comprato con i miei primi soldini. Poi sono arrivati i primi passi fatti su un giradischi con risultati decenti e la firma del mio primo contratto musicale con un’etichetta. Sicuramente un grande orgoglio è essere riconosciuto non solo come dj, ma anche come artista.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Mi piacerebbe trasformare questa passione nel mio lavoro, continuare a produrre e suonare, crescere artisticamente, conoscere sempre più gente del settore, comporre più brani possibili e collaborare con i migliori per poter prendere spunto dalle loro tecniche. Insomma il mio progetto è di continuare a imparare e conoscere per riuscire a fare di ciò che amo il mio antidoto alla quotidianità.

Autori: Redazione COOLtour

Le bancarelle delle mamme

Numeri sempre più alti quelli che si prospettano per la quarta edizione del mercatino ideato da alcune mamme di Laives nel 2022; un’occasione di riutilizzo, socializzazione e solidarietà al Don Bosco.

Sarà anche per questa nuova – quarta edizione – il Centro Don Bosco di Laives con il suo poliedrico presidente Giancarlo Schiavon a patrocinare quello che si può ormai considerare come un appuntamento fisso a ogni cambio stagione. Il Mercatino dell’usato noto come Mercatino delle Mamme di Laives, che si terrà nel week end del 6 e 7 aprile prossimi. Un appuntamento irrinunciabile non solo per le famiglie di Laives e dintorni ma per tutte quelle della Bassa Atesina, di Bolzano e oltre – è infatti sempre più numerosa da “oltre confine” del territorio comunale la provenienza non solo di chi acquista, ma anche di chi chiede di partecipare vendendo la propria merce. 

Considerato uno dei mercatini di usato rivolto al target delle famiglie con bambini più grandi della provincia per spazi a disposizione e merce in vendita – l’ultima edizione a ottobre 2023 ha contato 175 venditori e oltre 5.500 oggetti in vendita su una superficie di quasi 600 m² – il mercatino nasce 2 anni or sono dall’esigenza di diverse famiglie di far spazio in casa, trovando però degna ricollocazione per oggetti ancora in ottimo stato, in grado di rendere più semplice la vita di chi non può permettersi il nuovo o, più semplicemente, per consentire un circolo virtuoso delle merci in nome di una sostenibilità economica e ambientale sempre più sentita all’interno della popolazione. 

Nata l’idea, serviva “semplicemente” lo spazio più adatto a ospitare una gran quantità di oggetti spesso anche ingombranti (come seggioloni e biciclette); è così che si è fatto avanti il centro Don Bosco che, non solo ha messo gli spazi a disposizione ma, trovando l’idea entusiasmante, si è offerto di patrocinare gratuitamente l’evento. Ed eccoci quindi all’edizione primaverile in cui, accanto al consueto abbigliamento per bambini da 0 a 14 anni, troveranno posto i must di stagione, dalle biciclette ai giochi da spiaggia e outdoor, pattini a rotelle e chi più ne ha più ne metta per farsi trovare pronti all’arrivo della bella stagione! Accanto ai prodotti più adatti al periodo, non mancheranno i consueti giocattoli e pelouches, libri, film e cd e tutto quello che può interessare o essere utile per la fascia d’età presa in considerazione.

Abbiamo parlato però anche di solidarietà, perché non solo si aiutano famiglie meno abbienti a trovare sia il necessario che il superfluo per i bambini a ottimo prezzo, ma a ogni edizione le mamme partecipanti hanno sempre destinato una parte del ricavato ad associazioni e scuole del territorio, così come al reparto di medicina pediatrica del nosocomio di Bolzano.

La partecipazione come venditori è facilissima: è sufficiente chiedere informazioni presso il mercatino stesso per poter essere inseriti gratuitamente nella chat whatsapp che organizza ogni edizione. Per comprare….beh, basta andarci!

Il primo week end di aprile quindi, avanti tutta per prepararsi all’estate grazie al Mercatino dell’usato delle Mamme di Laives.

Autrice: Raffaella Trimarchi