Marco Niro e il suo “predatore”

Se gli orsi avessero la stessa indole dei lupi, l’entusiasmante debutto solista di Marco Niro (una metà del collettivo letterario che come Tersite Rossi ha al suo attivo già sei volumi, di cui un paio imperdibili) si potrebbe riassumere nelle tre parole “homo homini ursus”, parafrasando il detto latino coniato da Plauto e ripreso più autorevolmente dal filosofo Thomas Hobbes secondo cui l’uomo sarebbe un lupo nei confronti degli altri uomini.

Lo scrittore e giornalista trentino Marco Niro ha ampiamente dimostrato, nelle opere realizzate come Tersite Rossi, un’informata, indefessa, costante voglia di fare della letteratura resistente, sociale, d’impegno, ma al tempo stesso fruibile: con questa prima uscita a proprio nome, la sua dichiarazione d’intenti viene pienamente rispettata e rinvigorita.

Il predatore, distribuito nelle librerie lo scorso 24 gennaio per i tipi di Bottega Errante Edizioni, è un volume avvincente, sconcertante, di quelli che fanno arrabbiare per la subdola storia che si nasconde dietro un concertato massacro di orsi ad opera di un politicante corrotte e dei suoi emissari e scagnozzi.

Va da sé che il libro prende in più di qualche modo ispirazione dai recenti fatti legati al problema degli orsi che nel vicino Trentino è diventato nell’ultimo triennio uno dei leit motiv su cui vengono impostate le campagne elettorali.

Va da sé anche che i personaggi siano di fantasia, ma nella loro piccolezza e nelle loro debolezze sono umanissimi (in senso negativo) e non distanti dai loro corrispondenti reali, anche se agiscono in maniera più esagerata: non dimentichiamo che la realtà ha la tendenza scostumata a superare sempre e comunque la fantasia.

Con una scrittura lucida, Niro crea una storia truce, un noir ursino in cui i personaggi umani sono tutti cattivi, con la sola eccezione dei ragazzi, che non essendo ancora uomini a tutti gli effetti in qualche modo si salvano.

Non solo, Niro racconta tra le righe, ma neppure troppo a dire il vero, di una provincialità gretta, omertosa e di comodo non troppo distante da quella del nostro Alto Adige: anche se i nomi di persone e luoghi sono di fantasia e l’ambientazione è vagamente identificata con l’area del Trentino occidentale in cui proliferano gli orsi, il Trentino è la location indiscutibile in cui si svolge la trama del romanzo, lo confermano indubitabilmente i cognomi tipici di alcuni personaggi.

Quanto all’orso (o orsi, considerando che ve n’è più d’uno nel romanzo di Niro), è visto qui come capro espiatorio delle umane debolezze e come metafora dell’“altro”, del “diverso” in senso lato, animale, emarginato, straniero che sia. Inutile dire che sia proprio lui a riscuotere incondizionatamente le simpatie del lettore.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Jacopo e lo studio in Francia e Spagna

Jacopo Prescianotto, studente bolzanino che ha deciso di studiare per due anni tra Madrid e Rennes (Francia), ci racconta cosa significa per un giovane avventurarsi per l’Europa alla ricerca di nuovi percorsi e nuove versioni di sé.

Cosa ti ha spinto a decidere di studiare all’estero?

Dover passare un lungo periodo in casa durante il Covid mentre frequentavo il mio primo anno di università mi ha dato la sensazione che Bolzano “mi stesse stretta” e mi ha offerto l’opportunità di riflettere sulle mie scelte future alimentando il mio desiderio di provare qualcos’altro.

Il bilinguismo altoatesino ha avuto un ruolo nella tua decisione?

Sicuramente mi ha influenzato nella decisione di aggiungere la Germania alla lista delle possibili destinazioni per cercare un lavoro. Non ho ancora avuto l’occasione di mettere in pratica il mio tedesco, ma ho realizzato quanto sia un plus incredibile; le persone internazionali che conosco quando scoprono che sono italiano e so il tedesco rimangono sempre stupefatte.

Quali sono le differenze più grandi che hai trovato tra Spagna, Francia e Italia?

Le differenze più sostanziali che ho trovato tra il nostro modo di vivere per la Spagna è l’efficienza dei trasporti pubblici, mentre per la Francia l’offerta agli studenti di un welfare universitario incredibile. Dal punto di vista della didattica, le università spagnole e francesi sono più orientate alla pratica e a lasciare agli studenti lo spazio di vivere con maggiore serenità la vita universitaria.
Ho avuto così l’impressione che spagnoli e francesi siano più bravi di noi a limitare la sovrapposizione di vita lavorativa e vita privata, dando la priorità al proprio benessere piuttosto che alla produttività.

Cosa ti manca e cosa no di Bolzano?

Oltre alle persone, la prima cosa che mi viene in mente sono certi luoghi di Bolzano, come le passeggiate del Talvera, il paesaggio dalla finestra di camera mia, Via Novacella con i ciliegi in fiore. Sono tutti luoghi familiari che mi rievocano una sensazione di pace e sicurezza. Tuttavia vivere in un posto nuovo in cui si entra in contatto con nuove persone dà la possibilità di “reinventarsi” ed essere la versione più recente di sé stessi, a Bolzano questo risulta più difficile.

Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di questa esperienza?

I vantaggi sono sicuramente dati dalla realizzazione delle aspettative che mi hanno spinto a partire. Inoltre ho costruito una rete di persone che per me saranno dei punti di riferimento in giro per l’Europa. È come se avessi due vite parallele da cui cerco di attingere il meglio. La lontananza ti insegna ad arrangiarti e ad adattarti alle situazioni. Dall’altra non è sempre facile dover ricominciare da capo in città nuove e con persone nuove senza sapere cosa accadrà dopo. Sono contento e convinto di questa esperienza, ma sento anche il bisogno di stabilità. La cosa difficile è lasciare la famiglia e gli amici, ogni volta che riparto da Bolzano mi sale un po’ il magone.

Autrice: Anna Michelazzi COOLtour

Uno sport di determinazione e inclusività

Giulia Padovani, trentunenne, bolzanina, nella vita si occupa di ergoterapia e nel suo tempo libero pratica uno sport un po’ insolito. Giulia pratica uno sport sui pattini, a rotelle, di contatto, ma senza palla. Uno sport nato nel 1935 a Chicago, tanto spettacolare quanto avanguardistico. In Alto Adige viene rappresentato dalla squadra Alp’n Rockets Roller Derby, fondata a Bolzano nel 2012. Oggi andremo assieme a scoprire qualcosa di più su questo affascinante e poco conosciuto sport.

Ciao Giulia, raccontaci cos’è il Roller Derby… 

Il Roller Derby è uno sport di contatto sui pattini a rotelle in cui due squadre si sfidano in un circuito ad anello. A differenza di quello che si possa pensare nel roller derby non c’è una palla, ma per ogni squadra c’è una giocatrice “attaccante” che si chiama Jammer e quattro giocatrici in difesa, le Blocker. L’attaccante può fare punti superando le giocatrici della squadra avversaria. Ovviamente le Blocker avversarie devono difendere e fare in modo di non farla passare, ad esempio buttandola fuori dal campo. 
Le due squadre condividono lo stesso spazio nel circuito e continuano a bloccarsi o superarsi a vicenda facendo così il giro del circuito. Una partita dura circa un ora, suddivisa in due tempi da 30 minuti. Vince chi totalizza il maggior numero di punti.

È uno sport prettamente femminile o aperto anche al mondo maschile?

È forse uno dei pochi sport in Italia che è più diffuso tra le donne che tra gli uomini. Attualmente in Italia non ci sono tornei maschili di roller derby, ma gli uomini possono giocare insieme alle donne in alcune partite amichevoli oppure possono decidere di arbitrare le partite. 

Come ti sei avvicinata a questo sport?

Prima di entrare in squadra non avevo idea dell’esistenza di questo sport, ne sono venuta a conoscenza tramite amici e mi ha subito incuriosita. Una volta iniziato mi ha cambiato la vita e mi ha fatto scoprire i miei punti di forza. Non sono mai stata una persona sportiva, ma in questo sport ho trovato il mio posto ed ormai è la mia passione.

Quali sono le caratteristiche che ti rendono una buona giocatrice?

Bisogna avere tanta voglia di mettersi in gioco. La bellezza di questo sport sta nel fatto che non è necessario avere un fisico atletico o essere sportivo per giocare, è uno sport che trova i punti di forza in ogni tipo di fisicità.  È importante avere spirito di squadra e saper dare fiducia alle proprie compagne. 

È possibile provare questo sport?

Chiunque voglia provare il roller derby è ben accetto! Siamo sempre lieti di accogliere nuovi membri in squadra, e prima di iniziare a giocare insegniamo a tutti a pattinare. Chiunque voglia provare può contattarci su Instagram e gli forniremo tutta l’attrezzatura necessaria per pattinare per la prima volta. Siamo aperti a tutte le persone a prescindere dal genere a partire dai 18 anni di età.

Che cosa ti piace di più del Roller Derby?

L’aspetto che amo di più del roller derby è la sua inclusività, lo spirito di squadra e la forza che tira fuori dalle persone, perché se puoi affrontare una pattinatrice che ti arriva addosso e cerca di buttarti giù, allora sì che sei forte e puoi affrontare tutto!  
Ti cambia la vita e il modo in cui la approcci, può dare tanta forza e tanto coraggio. Quello del roller derby è un mondo bellissimo, allegro e inclusivo, fatto di persone forti e determinate, in cui tutti alla fine di una partita (ma anche durante) si vogliono bene e festeggiano insieme. È uno sport in cui si può imparare a contare sugli altri, che, nonostante tutto, anche nelle partite più difficili sono lì con te a combattere. 

Autore: Niccolò Dametto

Eva Thaler Pixner: essenza della materia e fascino delle strutture

Nata in una famiglia creativa Eva inizia presto a muoversi fra carta, matite e pennelli. Per molti anni si dedica a dipingere ad olio, a tempera e acquerello. Inizia presto ad osservare gli oggetti che la circondano restando affascinata dall’essenza materica di molto di ciò che le capitava fra le mani. E cerca di rappresentarlo. Ben presto scopre che l’incisione la tecnica che più di altre può offrirle la possibilità di esprimersi e soprattutto le consente di approfondire la sua ricerca sulla materia delle cose. Sceglie quindi con sicurezza la sua strada: l’incisione e in essa tutto quanto possa essere innovativo e sperimentale. La sua indagine iconografica si attesta su quel mondo intrigante delle strutture, delle sovrapposizioni, delle differenti materie ora lisce ore gretolose che la terra, la natura fatta di cortecce, radici, zolle, pietre le offrono. Tutto questo intreccio fatto dei soggetti di sua scelta e delle tecniche grafiche che le consentono di restituirle artisticamente la catturano, la affascinano e la tengono attiva in una ricerca inesausta.  Dalle sue opere però non sono totalmente escluse le figure umane o gli animali che di quando in quando fanno capolino nelle sue opere. I suoi occhi catturano immagini, le sue mani le trasformano in sensazioni ed emozioni da condividere col fruitore. Il mondo dell’arte la accompagna da sempre senza mai abbandonarla nel vissuto quotidiano anche se il lavoro che ha scelto è altro e altrove. Il suo è un lavoro importante nel quale trova soddisfazione e che svolge con passione. Anche la famiglia ha un ruolo assai importante nella vita di Eva ma è nell’arte che si compie il completamento della sua  interessante personalità. All’arte incisoria ha dedicato e dedica anni di formazione e approfondimento. Il suo impegno è premiato dall’apprezzamento e dal riscontro che ha ottenuto e ottiene nelle numerose mostre cui ha preso parte. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Anima e corpo per l’arte

Dopo gli anni di formazione trascorsi fra Venezia, dove ha frequentato il liceo artistico e  Urbino, dove ha frequentato l’Accademia di Belle Arti, il bolzanino Marco de Sio, classe 1972, si è dedicato anima e corpo all’arte. Egli è artista nel senso più antico del termine, vive della propria arte senza ricorrere a quei compromessi che gli renderebbero le cose più facili. Innamorato del suo mestiere e dei suoi soggetti, de Sio è in continua formazione e ricerca. 

La cosa che più mi piace di me.

La voglia inesauribile di migliorarmi.

Il mio principale difetto.

Credere ancora nella possibilità di migliorare.

Il mio momento più felice.

Quando ho sentito la vocazione alla pittura.

La persona che ammiro di più.

Quella che desidera essere sé stessa.

Un libro sull’isola deserta.

Tempi andati di Llewelyn Lloyd.

La mia occupazione preferita.

Dipingere e camminare.

Il paese dove vorrei vivere.

L’Italia, nonostante tutto.

Il mio piatto preferito.

Pollo con verdure.

Non sopporto…

Fare le cose senza passione.

Per un giorno vorrei essere…

Discepolo di Velasquez.

La mia paura maggiore.

Le vertigini.

Nel mio frigo non manca mai…

La verdura.

Se fossi un animale sarei..

Un orso polare.

Mi sono sentito orgoglioso quando…

Ho capito qualcosa.

Il mio motto.

Non esistono le cose, ma i toni.

Il capriccio che non mi sono mai tolto.

Girare a piedi l’Italia.

Il giocattolo che ho amato di più.

Le macchinine.

I miei poeti preferiti.

Pavese, Merini, Neruda, Baudelaire.

I miei pittori preferiti.

Velasquez, Mancini, Morelli, Rembrandt, Caravaggio, Sargent, Favretto…

Il dono di natura che vorrei avere.

Poter volare.

Non sopporto…

L’indolenza.

Dico bugie solo…

Per temporeggiare.

Dove mi vedo fra dieci anni.

Al cavalletto.

L’ultima volta che ho perso la calma.

L’anno scorso.

Da bambino sognavo…

Di essere Ercolino.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Pubblicare un libro ad undici anni: Siegfried, il nipote di Ezra Pound

“Caro Walt, siccome la tua famiglia sembra occupata in attività culturali e altro, perché non traduci tu l’articolo di Giono?”. Ecco il frammento di una lettera del ricco epistolario che intercorse fra Siegfried de Rachewiltz e il famoso nonno Ezra Pound. 

Attraverso un ricco e quanto mai affiatato rapporto epistolare, Ezra Pound riusciva ad essere un nonno affettuoso anche dalla sua stanza al Saint Elizabeth. La lunga detenzione non gli aveva mai permesso di tenere il neonato in braccio, né di partecipare al suo battesimo o alla sua prima comunione, non aveva mai potuto abbracciarlo né sfiorarne la pelle, ma con l’andare degli anni la scrittura si era sostituita alle carezze, alla favola della sera, e poi, pian piano, si era fatta anche confidenza e complicità. 

Così, nella lettera del 4 novembre 1956, il nonno Ezra aveva commissionato al piccolo ometto un delicato lavoro di traduzione, ma si era premurato di allegarne anche le istruzioni: “Potrà sembrati un lavoro lungo, ma se tu facessi quattro o cinque righe al giorno, a Pasqua avresti fatto già qualcosa”. Poi, a conclusione, con quel fare convincente e complice, tipico di un nonno, aggiungeva: “Anche per sapere qualcosa che il tuo babbo non sa, potresti includere tre o quattro caratteri sumeri in ogni lettera che mi mandi, così quando arrivi all’Università sapresti qualcosa di diverso”. E, quasi per smorzarne la valenza, passava a parlare d’altro: “Credo che il dizionario sia finalmente arrivato a Brunnenburg. Per i prossimi trent’anni il greco sarà più vivace del latino, io non conosco il greco abbastanza. (…)”

Siegfried, che era nato nel 1947, frequentava le scuole a Tirolo, e portò a termine il suo impegno. Aveva 11 anni, quando fu pubblicata la sua traduzione di L’uomo che seminò speranza e raccolse felicità, Scheiwiller, Milano 1958.

Vanni Scheiwiller che, come ricorda oggi con orgoglio ed emozione lo stesso Siegfried de Rachewiltz, era il suo padrino, lesse la traduzione e, affascinato dall’impegno e dalla serietà del bambino, decise di pubblicarla nella collana “All’insegna del pesce d’oro” in cinquecento copie numerate e precedute dalla firma autografa di Jean Giono e da un disegno “opera del traduttore”. 

Siegfried aveva infatti deciso di corredare la traduzione con una illustrazione di sua produzione e scelse un passo ben preciso per il suo disegno: “Il pastore andò a prendere un sacchetto e ne rovesciò un mucchio di ghiande sulla tavola. Incominciò a ispezionarle, una per una, con grande attenzione, separando le buone dalle cattive. Io fumavo la mia pipa, mi offrii di aiutarlo. Mi disse che era lavoro suo. E, vedendo l’attenzione che vi poneva, non insistetti (…). Quando ebbe selezionato cento ghiande perfette, smise e andammo a letto”.

Autrice: Rosanna Pruccoli

La festa è targata oratorio Santiago

Maschere e mascherine di ogni genere; genitori, nonni e bambini in prima linea per festeggiare il carnevale, ma anche per creare comunità, in un quartiere sempre più popoloso e desideroso di vita e attività.

Ormai da diversi anni nella settimana più festosa dell’anno, anche la comunità di San Giacomo può vantare il “suo” carnevale, tanto più importante e apprezzato quanto più la comunità del paese cresce di numero. Questo successo è dovuto all’impegno incessante dei volontari dell’Oratorio Santiago che, pur con le difficoltà di trovare tempo e risorse per l’organizzazione, anche per quest’anno sono riusciti a imbastire una festa rumorosa e coloratissima, trasformando la piazza della chiesa di San Giacomo in un luogo di divertimento e spensieratezza. Tanti i partecipanti e di tutte le età, come di tutte le età sono stati i volontari, chi al comando delle squadre di gioco, chi al banco dei krapfen. 

La formula vincente che l’oratorio ha riproposto anche quest’anno è stata quella dei balli di gruppo e dei giochi a squadre. Nelle diverse postazioni di gioco bambini in maschera, genitori e nonni, si sono cimentati nelle varie sfide per riuscire a vincere l’ambito premio finale. Ma in questo pomeriggio di carnevale, nessuno ha perso.

Tutti i bambini hanno ricevuto come premio per la partecipazione un krapfen; genitori e nonni si sono messi in gioco e i volontari hanno visto realizzarsi il loro più grande desiderio: una comunità che si incontra per socializzare e trascorrere alcune ore in maniera gioiosa. Si tratta di una necessità sempre più sentita dalla popolazione, con l’aumento esponenziale delle famiglie residenti grazie al nuovo Residence Amonn, cui l’Oratorio coi suoi volontari cerca di rispondere il più possibile proponendo corsi, attività e feste per ogni fascia d’età.

Come ciliegina sulla torta domenica 11 febbraio è stato riproposto il tradizionale pranzo di Carnevale del gruppo “Arcobaleno” degli anziani di S. Giacomo, coordinato dall’instancabile Elena Cattoni. 

San Giacomo, negli ultimi anni, ha visto crescere la propria popolazione e l’oratorio Santiago sta diventando sempre di più un importante punto di riferimento per persone di tutte le età. Durante l’anno vengono proposti diversi eventi, corsi e laboratori. In calendario per il 10 marzo 2024 è previsto lo spettacolo dal titolo “Donna, vita tra le… rughe”; a seguire nella Domenica delle Palme ci sarà il tradizionale mercatino organizzato dal Frauenchor e – in aprile – per gli amanti del burraco, il torneo a premi. 

Tutti gli eventi, i corsi e le diverse iniziative sono consultabili sul sito:
www.oratoriumsantiago.it 

Autrice: Raffaella Trimarchi

Una biblioteca bilingue con sorprese

Tra presentazioni di libri, alcune mostre d’arte, tante attività e laboratori per tutte le età, il 2024 della Biblioteca di Vadena si presenta piuttosto ricco. Oltre al voler mantenere ben salde le collaborazioni con le associazioni locali, altre biblioteche e le istituzioni, la struttura ha anche il merito di essere in grado di accogliere libri e utenti senza distinzioni in un perfetto clima bilingue.

Il Consiglio di biblioteca a Vadena si è espresso di recente, puntando nuovamente la propria attenzione verso la cultura quale mezzo di socializzazione. Questo è da sempre un punto di forza, perché quella di Vadena è una delle prime biblioteche sudtirolesi dov’è possibile approfondire la cultura italiana con gli stessi mezzi di quella tedesca. 

Quindi si tratta di un simbolo della buona convivenza e dell’integrazione tra le due realtà: “È un luogo di valorizzazione dell’eredità culturale specializzata soprattutto in volumi per bambini e ragazzi, in cui intendiamo mettere a punto approcci innovativi basati anche sull’utilizzo di nuove tecnologie. Da qui l’uso di una lavagna digitale, due postazioni pc per navigare in Rete, la possibilità di collegamento ai portatili, un telo per le proiezioni con un proiettore da utilizzare nel corso di presentazioni e conferenze nella sala polifunzionale attigua alla biblioteca – fa presente la vicesindaca Martine Parise, delegata alla gestione delle politiche culturali – La Biblioteca non vuole essere solo l’edificio dove si conservano e distribuiscono libri, ma tanto altro: vuole essere un luogo di uguaglianza in cui le persone si accomodano liberamente e i lettori diventano attori consapevoli e partecipi di un progetto di crescita culturale collettivo, con la proposta di iniziative che collegano la comunità all’amore per il teatro, andando a creare un ponte con la letteratura, con arte e musica, e tra la letteratura e la ceramica”. 

Un altro nodo importante della biblioteca è quello di soddisfare al meglio le curiosità di giovani e giovanissimi, proponendo nuove e stimolanti opere letterarie e nuovi metodi d’approccio alla lettura “tramite l’organizzazione di incontri con le scuole e associazioni come Lettera 7 – continua Parise -. Aderiremo anche ai  progetti ‘Nati per leggere’ e ‘Bookstart’. Promuoveremo la lettura con il concorso mensile ‘Leggi e vinci’ e siamo aperti alle varie iniziative promosse dall’Ufficio biblioteche della Provincia, volte ad incentivare la passione per i libri e la lettura”. 

Insomma, la voglia di fare sembra proprio non mancare, con numerose iniziative il cui occhio di riguardo punta anche, e soprattutto, sull’originalità della promozione alla lettura, sulla visibilità di giovani autori della Provincia e sulla valorizzazione di opere di letteratura classica.

Autore: Daniele Bebber

Le vecchie strade della Bassa Atesina

Tutte le strade portano a Roma, si diceva un tempo. Forse era un’esagerazione ma è un dato di fatto che le pietre miliari lungo i 100.000 chilometri di rete stradale lastricata indicavano la distanza dal cosiddetto miliario aureo del Foro romano. 

Tra le tre meraviglie dell’era romana citate da Plinio il Vecchio le strade stanno al primo posto. Le altre due sono gli acquedotti e le cloache. A dire il vero, le strade extraurbane si chiamavano viae mentre con il termine “strata” (fatta a strati) si indicavano quelle nei centri urbani. Oggi la maggior parte di queste strade sono scomparse, hanno preso altri nomi o seguono tracciati diversi che ne rendono complicata la localizzazione. I vecchi percorsi rimangono nella memoria collettiva come “strada vecchia” o, appunto, strada “romana”. 

È sorprendente con quale velocità scompaiano le strade abbandonate, tanto che già dopo pochi anni è difficile riconoscerne il percorso. Se volessimo ricostruire la rete stradale che nei secoli attraversò la Bassa Atesina, dovremmo andare alla ricerca di alcuni elementi che solitamente caratterizzano la presenza di una vecchia strada: pietre miliari, ponti, capitelli. Sappiamo per esempio che al tempo di Augusto una strada di grande importanza, la Via Claudia Augusta, attraversava la Bassa Atesina fino a Ora. Qui, scesa da Castelfeder, dove ancora oggi possiamo ammirarne un breve tratto con una pietra miliare, probabilmente si biforcava: da una parte verso Gmund / Monte attraversando il vecchio rione San Pietro, dove rimane nella memoria il vecchio nome “Strass”, fino all’argine dell’Adige (Urfer), dove un tipico ponte romano di barche e tavole permetteva agli eserciti e ai commercianti l’attraversamento del fiume. Poi la strada proseguiva lungo la valle Lavason fino ad Appiano e Castelfirmiano per imboccare la Val Venosta fino ad Augusta, l’odierna Augsburg. Il tratto forse meno importante e all’epoca ricco di foreste fluviali e paludi proseguiva sotto la montagna in direzione di Bronzolo e Laives, per poi raggiungere Pons Drusi attraverso l’odierno viale Trento e Ponte Loreto. 

Con la crescita dei villaggi della Bassa Atesina tra il XII e il XV secolo, anche la strade, probabilmente abbandonate o trascurate da secoli, si sono adeguate alle nuove esigenze. Lungo le strade si trovavano gli edifici più importanti come chiese, alberghi, magazzini. A Ora sono riconoscibili vari tracciati della “alte Straße”, tutti risalenti all’epoca di espansione medievale della località. Lungo la via principale, raggiunta la piazza centrale (Hotel Elefante) si dirigeva verso l’odierna stazione dove proseguiva in linea retta verso Bronzolo in mezzo alla valle e alla palude. Certo la strada era molto più breve di quelle pedemontane precedenti ma di non semplice manutenzione. Questa strada è anche la prima segnata nel catasto teresiano (1782/85) con il nome di “Landstraße”. Scrive nel 1839 J. Staffler nella sua famosa “Statistik und Topographie von Tirol: “Ancora 42 anni fa la strada tra Bronzolo e Ora di una lunghezza di 300 Klafter correva in mezzo a paludi e acquitrini. Ogni anno doveva essere faticosamente ripulita.” Alcuni decenni dopo, nel 1839, la nuova “Haupt-, Post- und Commerzialstraße” seguiva già il percorso sotto la montagna. Quando fu realizzata non si sa ma un documento del 1821 ci parla di un terreno ubicato presso “la nuova Landstraße”. La costruzione ha sicuramente richiesto anni di lavoro e secondo la leggenda Andreas Hofer nella sua marcia verso Mantova avrebbe percorso ancora la vecchia strada attraverso le paludi. Solo nel 1850 fu realizzato il rettilineo tra l’Hotel Elefante e la chiesa di San Pietro. Era stranamente l’epoca in cui si portavano le grandi arterie nel luogo più centrale del paese, tranciando in due poderi e vigneti. La stessa cosa avvenne a Laives, dove il vecchio precorso attraverso le vie Damiano Chiesa e Marconi fu abbandonato a favore del lungo rettilineo che ancora oggi attraversa il paese. 

Per quasi 150 la strada è rimasta invariata, salvi gli adeguamenti avvenuti a partire dagli anni ‘60 che hanno portato alla situazione odierna con circonvallazione e gallerie per riportare fuori dai centri urbani le strade di grande percorrenza.

Autore: Reinhard Christanell

Una raccolta di strumenti musicali per il carcere 

Erjon Zeqo è un ricercatore dell’Eurac, conosciuto anche come musicista – prevalentemente con il suo gruppo Zio Cantante – e mediatore interculturale. In anni recenti lo abbiamo visto coinvolto all’interno di progetti culturali con i detenuti della casa circondariale di Bolzano. L’ultimo, in ordine di tempo, riguarda la raccolta di strumenti musicali per i detenuti.

Di cosa si tratta?

Si tratta di una raccolta di strumenti musicali da donare alla casa circondariale per essere utilizzati in progetti di educazione musicale e di musica d’insieme con i detenuti. Il progetto parte come una mia iniziativa personale, anche se poi mi appoggio alle associazioni che sostengono le iniziative formative, tra cui Biblioteca Culture del Mondo, Alpha Beta, ecc. 

Come hanno accolto questa sua proposta i detenuti?

Sono entusiasti, non ultimo in quanto scoprono nuovi modi per poter occupare il tempo in maniera creativa. Vedere e potersi esercitare su a una tastiera, una fisarmonica, un contrabbasso, un sassofono o un flauto è sicuramente una scoperta che stimola sia la creatività, sia la voglia poi di intraprendere dei percorsi di crescita individuale personale. Compito dei mediatori è trasferire questo stimolo in un piano educativo e formativo a lungo termine, volto ad un reinserimento.

Che musica suonate?

Suoniamo pezzi di musica rock, di musica pop, ma non manca chi si cimenta nel freestyle, quindi con il rap. Molti detenuti sono giovani e giovanissimi e quindi rappresentano anche un po’ le tendenze e le preferenze musicali dei giovani.

Immaginarla alle prese con il rap è una visione insolita… 

La proposta di musiche etniche è spesso la base del percorso in quanto è il modo che permette alle tante persone che provengono da altri paesi di trovare un legame con le proprie radici, con la propria storia e la propria tradizione.
Per quello che riguarda il rap, posso solo mettermi a disposizione per realizzare con gli altri musicisti una base musicale con strumenti suonati dal vivo, o anche attraverso la musica elettronica. Si tratta di creare un ponte…

Che tipo di strumenti sarebbero ben accetti? La domanda racchiude un appello implicito ai nostri lettori per destinare ad una causa nobile lo strumento che magari da una vita sta nell’angolo e non viene mai suonato… 

Cerchiamo in un buono stato, che non abbiano necessità di manutenzione straordinaria, anche perché non abbiamo dei fondi per poter eseguire delle riparazioni. Sono ben accetti tutti gli strumenti, purché funzionanti. Chiaramente ci auguriamo che vengano donati strumenti che possano essere passati di mano in mano, quindi per esempio una chitarra, un ukulele o anche una tastiera. In questo momento ci manca – potrei dire – un basso o strumenti che possano servire per uno studio di registrazione, come per esempio un computer, dei microfoni, dei cavi e altra strumentazione accessoria.  

Come ci si mette in contatto con lei?

Sono su Facebook come Erjon Zio Cantante, ma mi si può contattare mandando una e-mail a erjon.zeqo@gmail.com

Autore: Till Antonio Mola