Una vita dedicata alle donne e ai loro diritti

In occasione della giornata internazionale della donna, sul nostro giornale torna una rubrica che nel recente passato è stata dedicata a mettere in luce figure femminili particolarmente significative nel nostro panorama locale. Per l’occasione abbiamo incontrato Claudia Tomio, responsabile dei progetti di Pari Opportunità messi in atto dal Comune di Merano. 

Laureata in lingue, Claudia Tomio è stata per molti anni stimata traduttrice del Comune di Merano. Ma il suo impegno per i diritti delle donne ha segnato il cammino delle Pari Opportunità del Comune di Merano. 

Dottoressa Tomio la Sua carriera potrebbe essere presa ad esempio dalle giovani donne che si affacciano allo studio o al mondo del lavoro. Due anni e mezzo fa Lei si è concessa di rinnovarsi e lanciarsi in una nuova stimolante sfida. 

Sì, non nego che ci siano voluti coraggio e una buona dose di incoscienza. Passare dal ruolo di traduttrice a quello di dirigente (ndr dell’Ufficio Scuole, Istruzione e Giovani ) ha comportato un grande cambiamento professionale ma anche personale e un moltiplicarsi di impegni e responsabilità. Ma si è anche aperto un capitolo che – al di là dei molti problemi da risolvere – regala soddisfazioni e occasioni di crescita. Questo soprattutto grazie alla possibilità di attivarsi in settori cruciali quali la prima infanzia, la scuola, la ristorazione scolastica, le politiche giovanili. Ho mantenuto tra l’altro appunto anche l’impegno nel campo delle Pari Opportunità, che seguivo anche prima.

Vicino alla vita professionale lei è riuscita ad essere anche moglie e madre. Era difficile conciliare famiglia e carriera? 

Conciliare queste due sfere della vita è una grande sfida per tutte le donne. Non si tratta solo di essere brave a barcamenarsi tra famiglia e lavoro, si tratta soprattutto – durante un’esperienza totalizzante come quella di avere e crescere un figlio – di riuscire a mantenere intatte lucidità, impegno e passione anche a livello professionale.
La conciliazione è un nodo cruciale e sento di dover mettere in guardia le giovani donne dal considerare il part time l’unica soluzione possibile. Perché il part time ci penalizza dal punto di vista retributivo e pensionistico: credo che per riuscire a coniugare lavoro e carriera servano orari flessibili e, soprattutto, la collaborazione fattiva dei compagni o mariti. 

Ciò che trovo particolarmente stimabile in Lei è l’impegno profuso per molti anni per il rispetto dei diritti delle donne e le pari opportunità. 

Partendo dalla condizione di privilegio di donna con un buon lavoro, un’indipendenza economica e una vita di coppia all’insegna del rispetto, ho sempre sentito il dovere di impegnarmi a favore di donne meno fortunate, vittime di discriminazioni, violenze, molestie. L’impegno è iniziato con il Comitato pari opportunità del Comune, con cui ho lavorato quasi vent’anni a favore delle dipendenti comunali. Ben presto si è aggiunta la collaborazione con l’Ufficio Pari Opportunità, che attua interventi a favore di tutte le donne meranesi.

Cosa fa concretamente l’Ufficio Pari Opportunità del Comune? 

L’Ufficio ha il compito di supportare tutte le donne di Merano sia rilevando esigenze e situazioni di disagio e attivando interventi ad hoc, sia valorizzando i talenti e la creatività femminile favorendo l’empowerment e l’autodeterminazione delle donne. 

Quali sono state le conquiste da voi messe in atto fino ad oggi?

In vent’anni abbiamo messo in atto degli interventi in larga parte innovativi, e abbiamo avuto un ruolo da apripista per altre Amministrazioni anche oltre i confini di provincia e regione. In particolare In primis voglio segnalare i due Piani per l’Uguaglianza tra donne e uomini 2013-2017 e 2020-2024, documenti strategici e programmatici che contengono azioni positive a favore delle donne di Merano. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

La libertà di Sieglinde Tatz – Borgogno

In questi giorni nei corridoi della nuova sede della fondazione Benjamin Kofler a Salorno, è esposta una trentina di acquerelli: si tratta del più recente “prestito” (così lo definisce lei) dell’artista Sieglinde Tatz – Borgogno, la stessa che ha installato oltre settecento sculture nel “Giardino del desiderio”, caratteristico della frazione Pochi.

Sieglinde Tatz – Borgogno è uno spirito libero, come liberi sono i pensieri nel fermare l’attimo per raccontare una vita artistica fatta di gioie e pure di spine. “Purtroppo l’arte non viene molto considerata, soprattutto se è di una donna – si rammarica – La mia passione è l’arte, sto bene quando posso lavorare esprimendo le mie sensazioni. Dopo l’ultimo viaggio in Marocco del mese scorso, ho ideato una tecnica a mosaico, in vetro, che utilizzerò su alcuni disegni”.

Come mai la scelta di esporre in casa di riposo a Salorno? 

Ho prestato parecchi anni di volontariato a Villa Serena, mi occupavo di laboratori artistici, da cui sono nati bellissimi lavori. Mentre alla casa di riposo di Salorno il mio sogno è che mi diano uno spazio dove poter fare una gipsoteca, qualcosa di bello dove esporre le opere in gesso.

Ricorda come si è avvicinata al mondo dell’arte? 

Certo. A casa di mio papà passavano molte persone, tra loro anche il rinomato artista Hans Weber-Tyrol che era un caro amico di famiglia. Un giorno andai dalla moglie di questo pittore, ero ancora piccola. Lui era sul balcone e sua moglie gli disse che io volevo prendere lezioni da lui perché lo consideravo una persona libera. Si mise a ridere e mi mandò a Bolzano a frequentare i corsi del Südtiroler Künstlerbund, con i maestri Hans Prünster (grafica), Maria Delago (ceramica) e Lore Arnold Maurer (pittura). L’ambiente era davvero impegnativo, ma una decina di anni dopo iniziai a tenere anche dei corsi presso questo ente.

E poi cos’è accaduto? 

Dopo essermi sposata, mio padre mi disse che una donna deve sapere aiutare il marito economicamente. Per alcuni anni allora mi dedicai ad altre attività e accumulai dei risparmi. Il grande regalo arrivò con l’apertura in paese della scuola media; per insegnare educazione artistica avevo bisogno dell’abilitazione, quindi andai a Palermo per ottenerla. Ho insegnato ai ragazzi la libertà dell’arte: molti di loro ancora mi ricordano.

Poi si è dedicata soprattutto alla scultura… 

In più di cinquant’anni ho lavorato moltissimo con bronzo, marmo e gesso. Ma quando si viaggia è impegnativo portare con sé gli scalpelli…

A proposito: lei ha viaggiato parecchio, ma quali sono i luoghi che più l’hanno più ispirata? 

Ho adorato Egitto, ho apprezzato molto l’Argentina e conosco abbastanza bene tutti i paesi europei. Pisa, Parigi, Innsbruck, Atene, Possagno, sono alcuni dei luoghi dove ho esposto. Il mese prossimo torno anche a Bassano del Grappa per una gita: è un paese che mi ha accolto molto bene quando andai ad esporre.

Come vede il mondo dell’arte oggi? 

Sono piuttosto solitaria. Ho sempre insegnato a scuola e i miei studenti mi amavano, perché lasciavo loro la libertà. Penso che qualunque persona dovrebbe esprimere ciò che sente. È importante buttare fuori ciò che si ha dentro senza farsi troppo corrompere dai soldi facili. Essere artisti significa essere innamorati della bellezza e della natura, perché l’arte è natura.

Progetti per il futuro? 

Alla Cassa di Risparmio di Bolzano nei prossimi giorni presenterò la prima statuetta che ho realizzato nel 1968/69: ricordo ancora mio padre che mi disse: se vuoi fare l’artista devi andare nei palazzi e come donna devi venderti. Invece su quella statuetta scrissi: io non mi vendo. Quello che artisticamente ho realizzato l’ho fatto da sola, investendo i miei risparmi.

Autore: Daniele Bebber

La “vacca” di Caldaro, il treno della Bassa

Tra la fine del XIX e il primo decennio del XX secolo furono realizzate in tutto il Tirolo diverse linee ferroviarie “secondarie” poi frettolosamente smantellate nel secondo dopoguerra e oggi rimpiante da tutti. Tra le più importanti si ricorda il collegamento Bolzano-Renon, la Dermulo – Fondo – Mendola, la funicolare della Mendola e, soprattutto, la ferrovia elettrica transatesina a scartamento normale tra Bolzano – Gries e Caldaro.

Quest’ultima fu inaugurata il 15 dicembre 1898, dopo oltre un decennio di lavori preparatori. La nuova ferrovia dell’Oltradige o Überetscherbahn nel gergo popolare era chiamata Lepsbahnl (dalla bevanda denominata Leps, bevuta dai contadini nei campi), poiché trasportava soprattutto il vino prodotto in zona verso lo snodo ferroviario di Bolzano, o la vacca di Caldaro, per quel suo andamento lento e ondeggiante simile a quello dei pacifici ruminanti. Sarebbe rimasta in funzione fino al 1963 per quanto riguarda il trasporto di persone (ne potevano salire fino a 75), fino al 1971 per il servizio merci. Nel 1903 fu realizzato anche il collegamento tra la stazione di Caldaro e Sant’Antonio, dove si trovava la stazione a valle della spettacolare funicolare della Mendola. Proprio quest’opera favorì la nascita dell’importante movimento turistico che interessò il Passo della Mendola in quel periodo. Non fu invece mai completato il collegamento inizialmente previsto con Termeno ed Egna.

Si realizzò così un sogno lungamente covato dagli agricoltori a dagli operatori turistici dell’Oltradige. Il collegamento alla rete ferroviaria nazionale e internazionale permise per la prima volta il superamento del laborioso trasporto dei prodotti agricoli – soprattutto vino e mais –  con carri trainati da buoi e inoltre favorì decisamente l’afflusso di turisti verso le amene località tra S. Paolo, il Lago di Caldaro e la Mendola. Numerosi alberghi e posti di ristoro sorsero proprio lungo la linea ferroviaria e nella bella stagione mezza Bolzano si trasferiva in Oltradige.

Il percorso del treno era non solo funzionale alle esigenze degli abitanti di Appiano e Caldaro ma anche grandioso da un punto di vista paesaggistico. Oggi il tracciato è interamente occupato da una frequentatissima pista ciclabile che circumnaviga il Monte di Mezzo con partenza e arrivo sotto Castel Firmiano. I cicloamatori contemporanei lo chiamano il giro delle Fiandre. Nel suo tratto iniziale, il treno sfruttava la già esistente linea di Merano, poi da Castel Firmano iniziavano i 10,742 km di salita fino ad Appiano e pianura fino a Caldaro. Velocità massima in pianura 45 km all’ora, in salita 30. Complessivamente la linea aveva una lunghezza di 14,974 km, ai quali si aggiunsero i 2,4 ripidissimi chilometri da Caldaro alla funicolare della Mendola. 

Partito da Bolzano, il treno si fermava a Ponte Roma, Ponte Resia, Kaiserau, Castel Firmiano, S. Paolo, Appiano, Monticolo-Pianizza e Caldaro. Nella sua corsa – inizialmente e fino al 1911 con pittoresca locomotiva a vapore, quindi con locomotori elettrici  – il treno doveva oltrepassare due ponti sul Talvera e sull’Adige e due gallerie: la prima sotto Castel Firmiano, la seconda all’altezza di San Paolo. Il breve tratto all’interno dell’abitato di Caldaro fu elettrificato fin dall’origine ed anche la funicolare che raggiungeva il Passo della Mendola fruiva della trazione a corrente elettrica.

L’opera fu “sponsorizzata” dai comuni interessati e in particolare da quello di Caldaro con il sindaco Andreas Di Pauli. Il finanziamento fu invece garantito dal banchiere bolzanino Sigismund Schwarz, che favorì la nascita della Aktiengesellschaft Überetscherbahn  (Società per azioni Ferrovia dell’Oltradige) con sede a Bolzano. La realizzazione dell’opera fu affidata alla ditta Stern & Hafferl per un costo complessivo di 2,5 milioni di Corone. La gestione fu inizialmente assegnata alla società privata “k.k. Südbahngesellschaft”, alla quale, dopo il passaggio dell’Alto Adige all’Italia, subentrarono le FF.SS. Negli ultimi anni gestì la linea la Überetscherbahn AG.

Autore: Reinhard Christanell

Verde pubblico e verde privato

Com’è noto i patrimoni naturali più importanti di cui godiamo nel nostro territorio alpino sono due: l’acqua e il verde. 

In merito alla gestione idrica abbiamo fatto già in passato alcune riflessioni, domandandoci come ci dovremo muovere negli anni venturi per poter disporre, ancora, dell’acqua a noi necessaria per i consumi potabili, l’irrigazione in agricoltura e – dulcis in fundo – il tentativo di preservare la neve per il turismo invernale. Si tratta di un tema di strettissima attualità, visto che stiamo vivendo ormai come normalità in febbraio minime di temperatura nettamente al di sopra lo zero non solo nei fondovalle ma pure a 1500 metri di quota. Per non dire delle massime che ormai superano tranquillamente i 20 gradi a Bolzano, nella Valle dell’Adige e in Bassa Atesina, ma si tengono sopra i 10 gradi con continuità anche in prossimità delle stazioni a valle degli impianti di risalita. 

Del fabbisogno idrico con ogni probabilità torneremo a parlarne, vista l’imminenza della stagione più calda che quest’anno rischierà ancora una volta di superare i record finora registrati. 

In merito alla gestione del verde a mio avviso però un altro è il ragionamento che andrebbe fatto, e una volta per tutte. Siamo infatti stati abituati, finora, a pensare inesauribile il nostro patrimonio, anche se recentemente la tempesta Vaia e la piaga del bostrico sono valsi come come un campanello d’allarme. Forse allora è il momento che ci si fermi tutti a riflettere sull’importanza di cominciare a ripensare il nostro atteggiamento nei confronti del patrimonio boschivo, smettendo di ampliare ulteriormente gli attuali impianti di risalita viste le previsioni di cambiamento del clima che metteranno in difficoltà lo sci alpino negli anni venturi per lo meno fino ai 2.500 metri di quota.

Com’è noto, poi, il verde viene usualmente classificato anche come, pubblico, privato ed agricolo. 

Ecco: a mio avviso andrebbero organizzati quanto prima degli stati generali perché forse non ci possiamo più permettere di avere nei fondovalle un verde in larghissima parte monopolizzato da monocolture intensive, tra l’altro molto restie limitare l’uso dei persticidi, non solo a ridosso ma addirittura “nei” centri urbani. Insomma: non solo nel capoluogo ma specialmente in esso, urge ripensare al verde agricolo convertendone per lo meno una parte in verde pubblico e spazi per uno sviluppo urbano che dia prospettiva e respiro allo sviluppo complessivo e ordinato delle nostre comunità.

Autore: Luca Sticcotti

Responsabilità globale multilaterale autorevole cercasi

Il 24 febbraio sono due anni di guerra in Ucraina. Quindici giorni dopo saranno cinque mesi dal riesplodere della pluridecennale ostilità israelo-palestinese. Infuriano guerre ovunque sul pianeta: i cosiddetti “conflitti dimenticati”. E la transizione ecologica fa fatica ad essere governata. Serve un governo mondiale autorevole?

Si può invocare una svolta autoritaria: un Grande Poliziotto che metta le cose a posto. Altri vorranno immaginare soluzioni drastiche come un nuovo Diluvio universale. Ma a parte il fatto che l’andazzo attuale rende realistica sia l’una che l’altra ipotesi, si tratterebbe comunque di una tragica deriva. Soluzioni peggio del problema.

Fa specie che oggi l’unica voce riconosciuta autorevole – anche se non da tutti, nemmeno in casa sua – a livello mondiale, sia quella di papa Francesco. Nel documento Laudate Deum, scritto in vista della COP28 di Dubai, il pontefice dedica un capitolo alla “debolezza della politica internazionale”. Constata che “la storia sta dando segni di un ritorno all’indietro” e insiste nel dire che “vanno favoriti gli accordi multilaterali tra gli Stati”. Specifica: “Non giova confondere il multilateralismo con un’autorità mondiale concentrata in una sola persona o in un’élite con eccessivo potere”. Si parla invece di “organizzazioni mondiali più efficaci, dotate di autorità per assicurare il bene comune mondiale, lo sradicamento della fame e della miseria e la difesa certa dei diritti umani fondamentali”.

Ma non ci sono già le Nazioni Unite? Evidentemente gli eventi in Ucraina, Palestina, Sudan e altrove mostrano la drammatica impotenza dell’ONU. Le organizzazioni mondiali, sottolinea Francesco, “devono essere dotate di una reale autorità per ‘assicurare’ la realizzazione di alcuni obiettivi irrinunciabili. Così si darebbe vita a un multilateralismo che non dipende dalle mutevoli circostanze politiche o dagli interessi di pochi e che abbia un’efficacia stabile”.

Il multilateralismo va riconfigurato. In concreto il papa propone che “si attui una nuova procedura per il processo decisionale e per la legittimazione di tali decisioni”, che si creino “spazi di conversazione, consultazione, arbitrato, risoluzione dei conflitti, supervisione e, in sintesi, una sorta di maggiore “democratizzazione” nella sfera globale”, perché “non sarà più utile sostenere istituzioni che preservino i diritti dei più forti senza occuparsi dei diritti di tutti”.

Autore: Paolo Bill Valente

Giustizia riparativa, per ricostruire il rapporto con il condannato

È di questi giorni la notizia che in Alabama è avvenuta la prima esecuzione mediante inalazione di azoto. Una forma di tortura, secondo le Nazioni Unite. Nel 2023, nei soli Stati Uniti sono state eseguite 24 condanne a morte. Altri 55 stati, tra cui Cina, India, Cuba, Iran e Giappone, permettono la pena capitale. Insomma, oltre la metà della popolazione mondiale è ancora esposta alla legge del taglione, che presso i popoli antichi prevedeva di infliggere all’autore di una lesione personale un’uguale lesione. In alcuni stati come la Nuova Zelanda, il Canada, l’Australia, il Regno Unito, la Norvegia, la Svezia e l’Olanda si sono intrapresi percorsi diversi, volti al riconoscimento della vittima del reato e alla responsabilizzazione “morale” del reo mediante una risoluzione mediata delle questioni derivanti dal reato.

In Italia la possibilità di accedere a programmi di giustizia riparativa è stata introdotta con la legge 150/2022.  Dell’esperienza italiana si è parlato la sera del 24 gennaio nella sala di rappresentanza del Comune di Bolzano. Presente, accanto ai rappresentanti del Centro regionale per la giustizia riparativa, l’ex magistrato milanese Gherardo Colombo. “Che la pena, oltre ad essere proporzionata al reato e tesa alla rieducazione del condannato, non debba essere contraria al senso di umanità lo prevede la nostra Costituzione”, ha esordito Colombo. Insomma, è la società stessa a pretendere un sistema “punitivo” che miri al reinserimento del condannato e non alla pura vendetta. 

Il dibattito sulla giustizia, spesso strumentalizzato dal mondo politico per garantirsi l’impunità, dev’essere incentrato sulla relazione che intercorre tra l’autore di un reato, la sua vittima e la comunità. Se seguiamo il filo rosso dell’etimologia, scopriamo che il termine deriva da iustus, che trae origine da jus, diritto. Jus contiene la radice yu o yug, che esprime il concetto di unire, legare insieme. Dalla stessa radice derivano anche le parole jugum, giogo, e jurare, legarsi con giuramento. L’eremita non ha bisogno di giustizia, se non di quella divina. Si capisce dunque che la giustizia è il collante di ogni comunità, ciò che permette lo svolgimento di una vita civile. Per assurdo, anche una giustizia “ingiusta” o amministrata da persone “ingiuste” come spesso è accaduto nella storia, svolge la medesima funzione. Nelle società “democratiche”, la giustizia si amministra nel nome del popolo e non dei potenti. 

Nelle ore precedenti l’incontro, Gherardo Colombo ha visitato il carcere di Bolzano, notoriamente inadeguato e fatiscente. “Ciononostante”, ha affermato Antonella Valer del Centro regionale per la giustizia riparativa, ”è necessario non abbandonare l’argomento e, soprattutto, gli essere umani che compongono l’universo carcerario.” 

Mediante gli strumenti introdotti dalla Riforma Cartabia, che agi artt. 42-67 disciplina la giustizia riparativa, l’ordinamento italiano permette, su base volontaria e gratuita, alle vittime e agli autori di reati, assistiti da mediatori, di avviare un percorso “riconciliativo” teso non alla “negazione del male fatto” ma alla riparazione dell’offesa mediante un risarcimento simbolico o materiale. 

Gherardo Colombo ha quindi raccontato l’esperienza vissuta in Belgio, un paese che applica la giustizia riparativa da molti anni, da “55 magistrati che sono rimasti per un giorno rinchiusi in un carcere per potersi rendere conto di cosa significhi la detenzione e di ciò che segue la condanna. In un altro stato come la Norvegia – ha proseguito l’ex magistrato –, la pena massima applicata è di 22 anni e le carceri prevedono spazi adeguati affinché un detenuto, al di là della privazione della libertà personale, possa condurre una vita che rispetti la sua dignità di essere umano”. 

Su questo punto Colombo è stato categorico: “Il male esiste e i reati sono il male ma la società non può rispondere semplicemente con altro male”. Sempre secondo Colombo, la carcerazione, se proprio non sia possibile trovare un altro modo di “punire” chi delinque, dovrebbe comunque limitarsi al periodo di pericolosità di un soggetto. Colombo ha anche ribadito il concetto che sta alla base delle sue affermazioni: come essere umani siamo tutti uguali, “io non sono più di te, io sono degno come te”. 

Riguardo a esperienze di giustizia riparativa, l’ex magistrato ha raccontato un episodio di scippo perpetrato da due giovani ai danni di una donna anziana. Accettato un percorso di mediazione su base volontaria, “gli autori del reato si sono resi conto del male reale procurato alla vittima e hanno smesso di banalizzare il loro gesto”. 

La giustizia riparativa può essere applicata in ogni stato e grado del processo. Per i minori, il percorso di mediazione può addirittura portare all’esclusione della condanna, per gli autori di reati non gravi alla sostituzione della pena. In altri casi sono previste delle attenuanti che abbattono la pena di un terzo anche in sede esecutiva. 

Intensa anche l’attività del Centro regionale di giustizia riparativa, che opera dal 2004, illustrata da Antonella Valer. Al centro dell’attività dei mediatori, che hanno affrontato una sessantina di casi, vi sono soprattutto programmi di dialogo. Ai percorsi proposti dal RIRE (riparare relazioni), hanno aderito una novantina di persone. Significativa al riguardo l’esperienza di un ragazzo rom bolzanino, che è intervenuto di persona per raccontare la propria storia ed esperienza di giustizia riparativa.

COS’E’ LA GIUSTIZIA RIPARATIVA?

La giustizia riparativa rappresenta un orientamento innovativo che mira a risolvere i conflitti penali attraverso la mediazione e il ripristino delle relazioni danneggiate. Questo approccio è visto come un’alternativa al sistema tradizionale, concentrato sulla punizione, e favorisce la comprensione reciproca tra autore e vittima del reato. Sebbene ci siano sfide nell’implementare questo modello, molti ritengono che contribuisca a una società più equa e centrata sulla riparazione dei danni causati piuttosto che sulla retribuzione. 

Tuttavia, esistono delle limitazioni, e alcuni reati particolarmente gravi o violenti sono esclusi dal processo di mediazione penale. Inoltre, la partecipazione ai percorsi di giustizia riparativa è sempre volontaria per entrambe le parti coinvolte. Se una delle parti non è disposta a partecipare o se la mediazione non riesce a raggiungere un accordo soddisfacente, il procedimento penale tradizionale può proseguire.

Autore: Reinhard Christanell

La via dedicata al principe Eugenio 

Casa Savoia, una tra le più antiche dinastie d’Europa, è oggetto d’attenzione in questi giorni, con  la morte il 3 febbraio di Vittorio Emanuele, nato il 12.2.1937, figlio dell’ultimo re d’Italia, Umberto II (1904-1983). Qualche cenno su un illustre componente di tale Casa, il Principe Eugenio di Savoia, al quale è dedicata la via che ad un certo punto costeggia il Commissariato del Governo. Eugenio Francesco di Savoia-Carignano, nato nel 1663 a Parigi, vi passò la giovinezza. Interessato alla carriera militare più che a quella ecclesiastica, alla quale volevano indirizzarlo sia la nonna che il Re Sole, fu accolto a Vienna nell’esercito dell’imperatore Leopoldo I d’Asburgo (1640-1705); iniziò la carriera come Aiutante di Campo, meritandosi il grado di Colonnello per essersi distinto nei vari scontri con i Turchi in ritirata dall’assedio di Vienna (1683); vi furono altre promozioni, fino a quella a Tenente Generale; partecipò all’assedio e alla conquista di Belgrado il 6 settembre 1688. Comandante Generale di cavalleria dal maggio 1690, fu inviato a soccorrere il Duca di Savoia, Vittorio Amedeo II (1666-1732), suo cugino, essendo il Piemonte invaso dai Francesi; combatté per sei anni. Richiamato in Austria, con il titolo di Feldmaresciallo fronteggiò i Turchi che avevano riconquistato Belgrado. Li mise in rotta presso Zentha. Ritornò a combattere contro i Francesi; nel 1707 ne distrusse la flotta; nel 1708 espugnò Lilla. Di nuovo contro i Turchi, li sconfisse il 5 agosto 1716, liberando Belgrado. Fu grazie a lui che l’Impero raggiunse la sua massima espansione. Alla guida della politica estera concluse vari Patti e Trattati di alleanza. Il settantenne guerriero morì nel 1736, nel sonno, durante le trattative di pace con i Francesi, nel suo palazzo di Belvedere a Vienna. Dopo solenni esequie a Vienna e a Torino, il corpo fu tumulato nella cattedrale viennese di Santo Stefano; il cuore si trova nella cripta della basilica di Superga.

Autore: Leone Sticcotti

Cantanapoli: Napoli con lo Spritz!

Parafrasare il tipico incipit di molte canzoni dell’immenso Renato Carosone ci pare il modo migliore per occuparci di questo prezioso dischetto intitolato “Napule è…” che vede la Spritz Band di Andrea Maffei alle prese con un repertorio bastato esclusivamente su alcuni classici della canzone partenopea, sette canzoni composte tra la fine dell’ottocento e gli anni settanta del novecento, da Carosone a Salvatore Di Giacomo a Pino Daniele, canzoni che fanno ormai parte del DNA non solo dei napoletani.

La canzone napoletana è un classico, indiscutibile. Ne è profondamente convinto lo stesso Andrea Maffei che con i suoi compari è protagonista del dischetto. Non è un caso che molti anni fa in un’intervista Maffei abbia confessato di avere un sogno nel cassetto: cantare “Reginella” dal vivo accompagnato da un’orchestra. Quel sogno si è realizzato poco più di un anno fa quando Andrea ha collaborato con la Merano Pop Symphony Orchestra, e ora quel brano è anche incluso in versione Spritz nel disco di cui ci occupiamo. Ma da buon sognatore, Maffei ha ora un altro sogno:

“Stavolta sogno in grande – ci racconta – ma ammetto che mi piacerebbe poter cantare sul palco di un grandissimo teatro di Napoli Era de maggio, la più antica delle sette canzoni incluse nel disco, e la vorrei cantare però non da solo, ma in duetto con Maria Pia De Vito! È una canzone che amo tantissimo; io penso che dalle canzoni napoletane sia partita tutta una serie di melodie mondiali, non solo italiane. Se andiamo a guardare e ascoltare un po’ in giro, soprattutto sulle sponde del Mediterraneo, vediamo come la musica napoletana sia passata ed abbia lasciato delle influenze, lasciandosi dietro una ricchezza unica di melodie”.

A dispetto dello spritz del nome del gruppo, che al bar sta a significare un vino più o meno annacquato, la proposta dell’Andrea Maffei Spritz Band è tutt’altro che diluita con l’acqua, Andrea è perfettamente credibile nel suo cantare in napoletano e gli arrangiamenti che la sua formazione (Davide Dalpiaz, Giorgio Mezzalira, Marco Gardini, Mirko Giocondo e il neoacquisito Davide Groff) hanno tessuto per le canzoni sono indovinatissimi: c’è rispetto per la tradizione ma c’è anche innovazione, mai sopra le righe. Tutto è suonato in presa diretta in sala prove, i brani, collaudatissimi, erano già stati eseguiti nell’ambito di una selezione più ampia per un concerto tenutosi a San Giacomo. Gardini pennella qua e là con la chitarra elettrica, le chitarre acustiche e classiche di Mezzalira vengono fuori come forse non era mai accaduto in precedenza, non ci sono sbavature e c’è persino un po’ di rock’n’roll, con ironia (una delle caratteristiche storiche del gruppo) quando nel refrain finale di “Tu vuò fà l’americano Maffei e soci cantano “spritz and soda e rock’n’roll” al posto del canonico whiskey and soda.

“Questo amore per la musica napoletana – prosegue Maffei – mi deriva da uno zio: quando ero piccolo, questo zio, che deportato in Germania durante la guerra vi era poi rimasto a lavorare a guerra finita, tornava solitamente per le festività e si portava la sua chitarra e deliziandoci cantando queste canzoni napoletane, magari con un testo un po’ ad orecchio visto che lui era veneto e lo aveva imparato da qualche compare d’immigrazione o da una trasmissione radiofonica. Mi teneva in braccio e mi cantava queste canzoni ed io sono cresciuto con queste melodie in testa. È da lì che mi arriva il rispetto per questa scuola musicale. Durante la pandemia, per non stare con le mani in mano ho cominciato a postare delle mie versioni di brani napoletani, poi la cosa ha preso piede, abbiamo cominciato a provarle in gruppo e ci è stato proposto di suonarle dal vivo a San Giacomo. Alla base della spontaneità c’è il fatto che stiamo bene a suonare insieme, ci divertiamo e cerchiamo di non prenderci mai troppo sul serio. Il fatto di averle registrate per un disco, è la logica conseguenza, volevamo lasciare un segno, anche se i dischi non li compra più nessuno. Visto che avremmo cominciato a lavorare ad un disco nuovo di brani originali, abbiamo deciso di farne due di dischi. E intanto ecco pronto questo. L’altro arriverà presto”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Le vecchie strade della Bassa Atesina

Tutte le strade portano a Roma, si diceva un tempo. Forse era un’esagerazione ma è un dato di fatto che le pietre miliari lungo i 100.000 chilometri di rete stradale lastricata indicavano la distanza dal cosiddetto miliario aureo del Foro romano. 

Tra le tre meraviglie dell’era romana citate da Plinio il Vecchio le strade stanno al primo posto. Le altre due sono gli acquedotti e le cloache. A dire il vero, le strade extraurbane si chiamavano viae mentre con il termine “strata” (fatta a strati) si indicavano quelle nei centri urbani. Oggi la maggior parte di queste strade sono scomparse, hanno preso altri nomi o seguono tracciati diversi che ne rendono complicata la localizzazione. I vecchi percorsi rimangono nella memoria collettiva come “strada vecchia” o, appunto, strada “romana”. 

È sorprendente con quale velocità scompaiano le strade abbandonate, tanto che già dopo pochi anni è difficile riconoscerne il percorso. Se volessimo ricostruire la rete stradale che nei secoli attraversò la Bassa Atesina, dovremmo andare alla ricerca di alcuni elementi che solitamente caratterizzano la presenza di una vecchia strada: pietre miliari, ponti, capitelli. Sappiamo per esempio che al tempo di Augusto una strada di grande importanza, la Via Claudia Augusta, attraversava la Bassa Atesina fino a Ora. Qui, scesa da Castelfeder, dove ancora oggi possiamo ammirarne un breve tratto con una pietra miliare, probabilmente si biforcava: da una parte verso Gmund / Monte attraversando il vecchio rione San Pietro, dove rimane nella memoria il vecchio nome “Strass”, fino all’argine dell’Adige (Urfer), dove un tipico ponte romano di barche e tavole permetteva agli eserciti e ai commercianti l’attraversamento del fiume. Poi la strada proseguiva lungo la valle Lavason fino ad Appiano e Castelfirmiano per imboccare la Val Venosta fino ad Augusta, l’odierna Augsburg. Il tratto forse meno importante e all’epoca ricco di foreste fluviali e paludi proseguiva sotto la montagna in direzione di Bronzolo e Laives, per poi raggiungere Pons Drusi attraverso l’odierno viale Trento e Ponte Loreto. 

Con la crescita dei villaggi della Bassa Atesina tra il XII e il XV secolo, anche la strade, probabilmente abbandonate o trascurate da secoli, si sono adeguate alle nuove esigenze. Lungo le strade si trovavano gli edifici più importanti come chiese, alberghi, magazzini. A Ora sono riconoscibili vari tracciati della “alte Straße”, tutti risalenti all’epoca di espansione medievale della località. Lungo la via principale, raggiunta la piazza centrale (Hotel Elefante) si dirigeva verso l’odierna stazione dove proseguiva in linea retta verso Bronzolo in mezzo alla valle e alla palude. Certo la strada era molto più breve di quelle pedemontane precedenti ma di non semplice manutenzione. Questa strada è anche la prima segnata nel catasto teresiano (1782/85) con il nome di “Landstraße”. Scrive nel 1839 J. Staffler nella sua famosa “Statistik und Topographie von Tirol: “Ancora 42 anni fa la strada tra Bronzolo e Ora di una lunghezza di 300 Klafter correva in mezzo a paludi e acquitrini. Ogni anno doveva essere faticosamente ripulita.” Alcuni decenni dopo, nel 1839, la nuova “Haupt-, Post- und Commerzialstraße” seguiva già il percorso sotto la montagna. Quando fu realizzata non si sa ma un documento del 1821 ci parla di un terreno ubicato presso “la nuova Landstraße”. La costruzione ha sicuramente richiesto anni di lavoro e secondo la leggenda Andreas Hofer nella sua marcia verso Mantova avrebbe percorso ancora la vecchia strada attraverso le paludi. Solo nel 1850 fu realizzato il rettilineo tra l’Hotel Elefante e la chiesa di San Pietro. Era stranamente l’epoca in cui si portavano le grandi arterie nel luogo più centrale del paese, tranciando in due poderi e vigneti. La stessa cosa avvenne a Laives, dove il vecchio precorso attraverso le vie Damiano Chiesa e Marconi fu abbandonato a favore del lungo rettilineo che ancora oggi attraversa il paese. 

Per quasi 150 la strada è rimasta invariata, salvi gli adeguamenti avvenuti a partire dagli anni ‘60 che hanno portato alla situazione odierna con circonvallazione e gallerie per riportare fuori dai centri urbani le strade di grande percorrenza.

Autore: Reinhard Christanell

Jacopo e lo studio in Francia e Spagna

Jacopo Prescianotto, studente bolzanino che ha deciso di studiare per due anni tra Madrid e Rennes (Francia), ci racconta cosa significa per un giovane avventurarsi per l’Europa alla ricerca di nuovi percorsi e nuove versioni di sé.

Cosa ti ha spinto a decidere di studiare all’estero?

Dover passare un lungo periodo in casa durante il Covid mentre frequentavo il mio primo anno di università mi ha dato la sensazione che Bolzano “mi stesse stretta” e mi ha offerto l’opportunità di riflettere sulle mie scelte future alimentando il mio desiderio di provare qualcos’altro.

Il bilinguismo altoatesino ha avuto un ruolo nella tua decisione?

Sicuramente mi ha influenzato nella decisione di aggiungere la Germania alla lista delle possibili destinazioni per cercare un lavoro. Non ho ancora avuto l’occasione di mettere in pratica il mio tedesco, ma ho realizzato quanto sia un plus incredibile; le persone internazionali che conosco quando scoprono che sono italiano e so il tedesco rimangono sempre stupefatte.

Quali sono le differenze più grandi che hai trovato tra Spagna, Francia e Italia?

Le differenze più sostanziali che ho trovato tra il nostro modo di vivere per la Spagna è l’efficienza dei trasporti pubblici, mentre per la Francia l’offerta agli studenti di un welfare universitario incredibile. Dal punto di vista della didattica, le università spagnole e francesi sono più orientate alla pratica e a lasciare agli studenti lo spazio di vivere con maggiore serenità la vita universitaria.
Ho avuto così l’impressione che spagnoli e francesi siano più bravi di noi a limitare la sovrapposizione di vita lavorativa e vita privata, dando la priorità al proprio benessere piuttosto che alla produttività.

Cosa ti manca e cosa no di Bolzano?

Oltre alle persone, la prima cosa che mi viene in mente sono certi luoghi di Bolzano, come le passeggiate del Talvera, il paesaggio dalla finestra di camera mia, Via Novacella con i ciliegi in fiore. Sono tutti luoghi familiari che mi rievocano una sensazione di pace e sicurezza. Tuttavia vivere in un posto nuovo in cui si entra in contatto con nuove persone dà la possibilità di “reinventarsi” ed essere la versione più recente di sé stessi, a Bolzano questo risulta più difficile.

Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di questa esperienza?

I vantaggi sono sicuramente dati dalla realizzazione delle aspettative che mi hanno spinto a partire. Inoltre ho costruito una rete di persone che per me saranno dei punti di riferimento in giro per l’Europa. È come se avessi due vite parallele da cui cerco di attingere il meglio. La lontananza ti insegna ad arrangiarti e ad adattarti alle situazioni. Dall’altra non è sempre facile dover ricominciare da capo in città nuove e con persone nuove senza sapere cosa accadrà dopo. Sono contento e convinto di questa esperienza, ma sento anche il bisogno di stabilità. La cosa difficile è lasciare la famiglia e gli amici, ogni volta che riparto da Bolzano mi sale un po’ il magone.

Autrice: Anna Michelazzi COOLtour