Lo scultore e fotografo

Venostano d’origine, meranese d’adozione, scultore e fotografo, Ulrich Egger è uno degli artisti più stimati e noti in ambito regionale e nel resto d’Italia oltre che all’estero. Ha all’attivo molteplici mostre effettuata in altrettante città. Numerose sono le sue istallazioni posizionate in luoghi pubblici o nel tessuto urbano. Di grande impatto, esse sono capaci di caratterizzare esteticamente lo spazio.

La cosa che più mi piace di me.

L’onestà.

Il mio principale difetto.

Voler avere il dono dell’ubiquità.

I miei momenti più felice.

I momenti di serenità.

Un libro da portare sull’isola deserta.

“Le ceneri di Angela” (Frank McCourt).

La mia occupazione preferita.

Lavorare in studio.

Il paese dove vorrei vivere.

Vivo bene in Italia.

Il mio piatto preferito.

La pasta in generale.

Non sopporto…

La disonestà.

Per un giorno vorrei essere.

Non lo so.

La mia paura maggiore.

La morte.

Nel mio frigo non manca mai…

Un buon pezzo di formaggio.

Se fossi un animale sarei…

Un uccello.

Mi sono sentito orgoglioso quando…

Ho venduto la mia prima opera.

Il mio motto.

Non mollare mai.

Il capriccio che non mi sono mai tolto.

Vivere al sole tutto l’anno.

Il giocattolo che ho amato di più.

Ho amato tutti i miei giocattoli.

I miei poeti preferiti.

Sepp Mall, Paul Celan e altri.

I miei pittori preferiti.

Caravaggio, Gerhard Richter e altri.

Il dono di natura che vorrei avere.

Più pazienza.

Non sopporto…

Il buio.

Dico bugie solo…

A fin di bene (ma non è una mia abitudine).

Dove mi vedo fra dieci anni.

Nel mio studio.

I colori che preferisco

Bianco e nero.

L’ultima volta che ho perso la calma.

Con la pubblica amministrazione.

Da bambino sognavo…

Di diventare architetto.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Un mese di ferie…

Qui Intervista a Manuel Mattion, che lavora come referente per le politiche giovanili presso il Comune di Bolzano. Da sempre si occupa di lavorare per e con i ragazzi e mette tutta la sua passione e le sue capacità per valorizzare i giovani bolzanini e creare progetti, iniziative ed eventi dedicati a loro.

La cosa che più mi piace di me.

Cercare sempre il lato positivo delle cose.

Il mio principale difetto.

Faccio fatica a dire di no.

Il mio momento più felice.

La nascita delle mie due principesse.

Da bambino sognavo di diventare…

Calciatore.

Il capriccio che non mi sono mai tolto.

Un mese di ferie.

La mia occupazione preferita.

Fare il papà.

Il mio piatto preferito.

Parmigiana di melanzane.

Non sopporto…

Le persone viscide.

Per un giorno vorrei essere…

Hakuna matata… senza pensieri.

Nel mio frigorifero non manca mai…

Il lievito di birra.

Se fossi un animale sarei…

Un bradipo. Se potessi dormirei tantissimo.

Il mio film preferito.

Sono tanti, troppi. Direi Braveheart cuore impavido.

Il mi oattore preferito.

Robin Williams.

Il superpotere che vorrei avere.

Leggere nel pensiero.

La disgrazia più grande.

La guerra.

La persona che ammiro di più.

Mia moglie che mi sopporta.

L’ultima volta che ho pianto.

Poco tempo fa.

Il mio motto.

Cogli l’attimo.

La massima stravaganza della mia vita.

Forse deve ancora arrivare.

L’oggetto a cui sono più legato.

Una foto della mia classe delle superiori sul comodino.

Del mio aspetto non mi piacciono…

Le unghie delle mani.

La mia principale paura.

Perdere persone vicine.

Il mio colore preferito.

Azzurro.

Cosa apprezzo di più del luogo in cui vivo?

La vivibilità e la pluralità dell’offerta per il tempo libero.

Autori: COOLtour

Gli studenti del Gymme a lezione da Federico Steinhaus

Come ogni anno il Gymme ha osservato la Giornata della Memoria incontrando Federico Steinhaus. Per l’occasione il dottor Steinhaus, ex presidente della Comunità ebraica di Merano, ha presentato il suo nuovo libro, il diario che il dodicenne Leopold Bermann scrisse fra il 1943 e il 1946. 

Gli studenti della 5K del Liceo artistico di lingua tedesca hanno fotografato le Pietre d’inciampo sparse in città e creato una mostra fotografica per la sede di via Verdi e per la sede di via Ottone Huber. Ad ogni foto hanno aggiunto brevi informazioni biografiche affinché questo importante Percorso della Memoria possa essere sempre più conosciuto dai mille studenti dei Licei riuniti. 

Il matinée con Federico Steinhaus è stato una importante occasione di conoscenza che studenti e insegnanti hanno colto con grande interesse.  

“Storia di un ragazzo ebreo. Diario 1943 – 1946”, edizioni Raetia, il titolo che già Leopold aveva dato al suo diario, reca una prefazione e una postfazione di Federico Steinhaus. 

Nella prima spiega la storia della famiglia, della Comunità ebraica meranese e di quelle famiglie che, come i Bermann, contribuirono non poco allo sviluppo economico, turistico e culturale della città. Quindi la ricostruzione degli anni cupi della persecuzione e della deportazione.  

Il primo dei Bermann a giungere in città fu Josef che, originario della Moravia, qui ricoprì il ruolo di addetto alla macellazione rituale. 

Suo figlio Maximilian si laureò in medicina e aprì il rinomato Sanatorio Waldpark. Il di lui figlio Siegfried studiò agraria all’Università di Perugia con il sogno di raggiungere la Palestina dove rimase un anno. Dal matrimonio di Siegfried con Anna nacque Leopold che, a partire dall’8 settembre 1943 scrisse il suo diario annotando, con gli occhi di un bambino, ciò che gli accadeva in prima persona e ciò che osservava intorno a lui.  Il diario inizia proprio con una data chiave, l’8 settembre 1943. A causa delle Leggi razziali Leo non aveva potuto ascoltare il proclama dell’armistizio del generale Pietro Badoglio poiché agli ebrei non era consentito possedere una radio. 

Vista la nuova situazione la madre, Leopold e il fratello Rafael decisero di lasciare Merano alla ricerca di un luogo più sicuro. Le pagine proseguono delineando tutto il lungo peregrinare della famigliola in quegli anni fino a Cinecittà da dove Leopold iniziò una nuova parte del diario che ora si intitolava “Il mio diario 24 maggio 1945 Cinecittà Roma” e prosegue fino all’8 marzo 1946.

La presentazione è stata l’occasione anche per una ricostruzione storica della vita dei meranesi sotto le leggi razziali, e la Shoah a Merano e per ricordare quei cittadini meranesi che, denunciati da vicini di casa, ex amici e concorrenti, la mattina del 16 settembre 1943 furono strappati alle loro case e uccisi nei campi di sterminio. Le pietre d’inciampo in città li ricordano. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

La ricetta contro lo spreco sei… tu

Lo spreco di cibo è un problema grave: si stima che ogni anno venga sprecato un terzo di tutto il cibo prodotto a livello globale. Questo spreco non solo ha un impatto negativo sull’ambiente e sull’economia, ma rappresenta anche un notevole onere finanziario per le famiglie.

Ecco dunque 11 consigli e trucchi per ridurre lo spreco a casa.

• Prima di fare la spesa, controlla nel frigo e nella dispensa quali alimenti hai già e quali ti mancano: eviterai di comprare doppioni.

• Pianifica i pasti che preparerai a casa durante la settimana in modo da comprare la giusta quantità di cibo.

• Prepara la lista della spesa da portare al supermercato e seguila senza cedere alle tentazioni del momento.

• Prediligi i prodotti locali e di stagione.

• Al supermercato fai attenzione a non lasciarti attrarre dalle offerte, rischiano di farti comprare porzioni eccessivamente grandi rispetto alle tue esigenze.

• Evita i prodotti commercializzati con imballaggi inutili.

• A casa conserva correttamente gli alimenti: riponi gli alimenti nei giusti ripiani del frigorifero e usa contenitori ermetici per conservare i cibi nella dispensa.

• Utilizza gli avanzi per creare nuove ricette. Considera anche di congelare gli alimenti per prolungarne la conservazione.

• Fai la spesa più frequentemente e acquista quantità minori di cibo, in questo modo ridurrai il deperimento e riuscirai a utilizzare gli alimenti a disposizione prima che vadano a male.

• Acquista alimenti freschi prossimi alla scadenza e trasformali in conserve, per allungare loro la vita.

• Bevi l’acqua del rubinetto.

Rispettando questi consigli, eviterai il costo nascosto dello spreco alimentare. Questo non solo rappresenta un risparmio di denaro, ma è anche un importante contributo alla riduzione dell’impatto ambientale dei nostri acquisti.

(rubrica realizzata in collaborazione con i “Cacciatori di Briciole” di Volontarius)

Albert Mayr e il suo sguardo “oltre”

Nei giorni scorso è scomparso Albert Mayr, valido compositore di musiche ed insegnante, ma noto ai più come figlio del martire nel nazismo Josef Mayr Nusser.
Ho avuto modo di incontrare Albert Mayr in varie occasioni e ogni volta ne ho apprezzato le diverse e notevoli qualità umane e professionali. 
La prima volta è stato quando ha assistito alla prima esecuzione di un mio brano per archi dedicato a suo padre. Già in quell’occasione a colpirmi è stata la sua gentilezza e la sua attenzione: nel descrivere il mio brano utilizzò infatti aggettivi molto rispettosi, anche se in realtà la mia modalità espressiva era lontana mille miglia dal suo approccio compositivo più sperimentale. Successivamente l’ho incontrato a più riprese nei vari momenti celebrativi che negli anni si sono succeduti, dedicati al padre Josef. Com’è noto il mancato sì ad Hitler costò la vita a Mayr Nusser, arruolato contro la sua volontà nelle file dell’esercito germanico. Per questo motivo in sostanza Albert venne privato della figura paterna. Ciò nonostante si può dire che Albert Mayr abbia dedicato una sostanziosa parte della sua vita alla gestione della figura pubblica del padre. Non è stato facile: per decenni su Mayr Nusser è aleggiato un giudizio negativo da parte della politica e della  chiesa sudtirolese. Un giudizio in realtà ancora in parte attuale ed alimentato da due motivazioni di fondo: da una parte la presunta scelta egoistica di Josef nei confronti delle sue responsabilità di marito e padre, e dall’altra l’aver messo indirettamente in evidenza la posizione filonazista largamente condivisa durante l’occupazione da parte della quasi totalità della popolazione sudtirolese. Ebbene: il modo con cui Albert è riuscito a rapportarsi con l’evoluzione del ricordo del padre nella politica e nella chiesa altoatesina è stato secondo me al contempo un esempio di coerenza e di temperanza. In particolare ha mostrato di apprezzare la scelta della chiesa di riconoscerne il coraggio della scelta di coscienza, ma ha sempre messo in guardia dal pericolo di “sterilizzarne” il messaggio attraverso la scelta di beatificarlo. Per quanto riguarda la politica, poi, sappiamo che i conti con la storia probabilmente non verranno fatti mai fino in fondo.

Nella mia memoria in ogni caso sopra ogni caso resterà impressa una conversazione che ebbi con Albert su una panchina della collina dei saggi di Bolzano, giusto all’ombra della chioma dell’albero dedicato al padre Josef. In quell’occasione, dopo essere stato intervistato da  me, mi invitò a rifuggire nella mia attività di compositore da ogni spinta volta a incasellarmi nelle categorie etnico linguistiche praticamente onnipresenti in ogni contesto, in provincia di Bolzano. Forse questo è uno dei motivi per cui Albert Mayr scelse di vivere in Toscana, nonostante i suoi frequenti soggiorni a Bolzano.  

Autore: Luca Sticcotti

Alla ricerca dei suoni perduti

Oggi incontriamo Francesco Gigliotti, collezionista, ricercatore indipendente, musicista, viaggiatore. Da anni colleziona antiche macchine parlanti e registrazioni sonore.

Come è nata questa tua passione?

Da bambino quando andavo al bar di mio zio in Calabria mi capitava di ascoltare la musica provenire dal Juke Box. Curioso, ascoltavo e osservavo. Non riuscivo a comprendere come da un disco di plastica potesse uscire la musica. Fu così che iniziai la mia ricerca frequentando biblioteche, musei e archivi. L’interesse si è poi trasformato in passione: da oltre 25 anni cerco e colleziono “macchine parlanti e suoni”. Non mi sono ancora fermato.

La tua collezione da cosa è composta?

La collezione è composta da macchine parlanti inventate per la registrazione acustica, quindi dal 1877 fino ai giorni nostri. Si tratta di fonografi, grammofoni, radio valvolari e registratori di ogni natura: a rullo di cera, a filo di stagno, a bobina, a disco e digitali. La collezione comprende inoltre documenti scientifico-informativi, libri, articoli di stampa dell’epoca, monografie, fotografie e autografi di musicisti e cantanti famosi.

Ci sono anche registrazioni sonore?

Certo, ci sono centinaia di cilindri sonori di fine 1800, svariati cataloghi di dischi a 78, 45 e 33 giri, cassette audio e bobine sonore. I generi delle registrazioni sono vari e tra queste si trovano anche la voce di Mahatma Gandhi e quella del mitico Che Guevara.

Qual è la tua registrazione più antica?

Il primo disco registrato in Italia nel 1895 dal titolo “La Risata”, cantato dal napoletano Berardo Cantalamessa e marcato Berliner.  

Qual è il fonografo più rappresentativo della tua collezione?

Il più famoso fonografo di T.A. Edison, quello del 1888, il modello “CLASS M” con motore elettrico. Una rarità mondiale!

Quali eventi hai organizzato per promuovere la tua ricerca?

Dal 2017 sono responsabile del progetto “ArcheoPhonica Sound & Media Research” che si occupa di ricerca e archiviazione di documenti fonografici e mezzi di comunicazione sonora. Dopo il loro ritrovamento all’interno del Phonogrammarchiv di Vienna, mi sono occupato della presentazione delle prime registrazioni audio in dialetto tedesco e ladino effettuate in Alto Adige tra il 1906 e il 1918. Ho organizzato tre mostre: Bolzano, Ortisei e Merano.

Qualche curiosità?

Durante la mostra a Bolzano è stato registrato su cilindro di cera il brano jazz “Tiger Rag” eseguito dal vivo dalla Tiger Dixie Band di Bolzano/Trento.

Hai un sogno?

Si! Realizzare il “PhonoMuseum”, un grande spazio aperto al pubblico dedicato alla storia della comunicazione acustica, dove poter conservare macchine parlanti, apparecchi fonografici, grammofoni, antiche radio e documenti scientifici. Uno spazio condivisibile da altre realtà associative locali, come quella del cinema, del teatro e della fotografia. La città di Bolzano potrebbe vantarsi finalmente di un polo museale unico nel suo genere, così come Vienna, Berlino, Parigi, Torino, Roma e Bologna.

Autrice: Sara Rosca COOLtour

Un centro giovanile in cui fare musica

Tea Ducato, operatrice culturale di BluSpace, ci racconta la nuova veste del centro giovani e i loro progetti vecchi e nuovi.

Quali sono gli obiettivi e i target del centro giovani BluSpace?

Dall’anno scorso il target è cambiato: dalle attività per bambini e bambine della scuola primaria siamo passati a proposte dedicate a ragazzi dalle medie in su. Il progetto BluSpace di MusicaBlu come centro giovani incentrato sulla musica funziona; la sfida è stata, e ancora è, quella di creare attività stimolanti e che possano rispecchiare le esigenze dei ragazzi in modo da creare un gruppo stabile all’interno del centro con cui poter creare un rapporto e sviluppare interessi e competenze sempre intorno al tema musicale. MusicaBlu vuole essere un luogo in cui si possano creare agio e benessere per potersi esprimere, ma anche solo per poter essere.

Come ti senti in questo ruolo di operatrice culturale?

Non è un lavoro semplice, è impegnativo, rischioso e pieno di sfide, ma per questo molto gratificante. Utilizzare la musica come strumento primo nel creare attività e rapporto coni ragazzi è molto stimolante ed educativo a 360 gradi. La musica insegna molto, dall’ascolto all’espressione della propria identità, dalla fragilità al saper improvvisare. Cerco di ispirarmi principalmente a due teorie pedagogiche per svolgere la mia professione al meglio: la creazione di valore di Makiguchi che si concentra sull’idea che l’educazione dovrebbe mirare alla creazione di valore nella vita dei ragazzi; e la pedagogia montessoriana che vede nello slogan “aiutami a fare da solo” il suo leitmotiv. La prospettiva che cerco di adottare è quella di riconoscere nei ragazzi il loro valore e dar loro gli strumenti e la speranza per poter essere autonomi e credere in sé stessi così da riconoscere che l’obiettivo non è la perfezione della prestazione, bensì la felicità.

Che cos’è il progetto “Mettetevi Scomodi”?

È un progetto ideato da Diego Baruffaldi e Maddalena Ansaloni durante il periodo COVID che si è concluso l’anno scorso in cui Ansaloni intervistava artisti locali ponendo loro domande scomode. Le interviste venivano registrate e caricate sui canali del centro così da arrivare agli interessati in via telematica vista la situazione di distanziamento sociale e lockdown. Questo progetto ha passato il testimone a MusicMix che consiste in interviste-concerto live.

Quali sono e sono stati i vostri progetti?

L’anno passato è stato un anno bellissimo: abbiamo seguito moltissime nuove iniziative stimolanti come degli episodi radiofonici in Rai sul tema musica e donna, il progetto della val di Fassa “Pano-rama Music”. Abbiamo collaborato con altre realtà per trasmettere temi sociali come, con Gea e OnLovera, il problema della violenza sulle donne o per partecipare a iniziative intergenerazionali. Un progetto molto interessante in arrivo è “InsideMusic”, che ha come obiettivo quello di introdurre i ragazzi al mondo della produzione e registrazione musicale all’interno dello studio di registrazione della scuola di musica.

Autrice: Anna Michelazzi COOLtour

Città 30

La recente decisione della città di Bologna di istituire il limite di velocità generalizzato di 30 km sta facendo molto discutere.
Giova ricordare che tale limite fa riferimento, in realtà, a un nuovo modello di città denominato “Città 30” e che ha già preso piede in molte città del mondo e dell’Europa. Alla base delle critiche rispetto a questo nuovo modello c’è l’idea che tale limite “blocchi” la città, peggiorando la vita delle persone e limitando la loro “libertà” di muoversi rapidamente. Niente di più sbagliato, dicono le indagini che le varie Città 30 hanno commissionato, prima di scegliere di cambiare progressivamente paradigma. Il comune di Bologna, nello specifico, ha calcolato che i nuovi limiti comportano un ritardo di 12 secondi per ogni viaggio, a fronte di benefici molto grandi. Quali sono? Molti e significativi. Innanzitutto si aumenta la sicurezza stradale. Bruxelles nei primi mesi di sperimentazione ha visto un calo degli incidenti del 22% e delle vittime del 50%, con grandi miglioramenti anche per quanto riguarda l’inquinamento acustico. A Barcellona è stato calcolato che sono più di 600 le morti premature che sono state scongiurate attraverso la diminuzione dell’inquinamento atmosferico e che l’aspettativa di vita di ogni persona è aumentata in media di circa 200 giorni. La diminuzione della velocità massima consentita permette di promuovere la mobilità sostenibile, perché in definitiva le persone sono incentivate a lasciare a casa la macchina e utilizzare i mezzi pubblici, la bicicletta o andare a piedi. Il risultato di tutto ciò è una città “diversa” in cui finalmente lo spazio pubblico torna ad essere di tutti e non solo delle auto. Non tutti sanno, infatti, che le strade, nelle nostre città, rappresentano ben l’80% dello spazio pubblico. Uno spazio spesso occupato dalle auto, ferme o in movimento.
La Città 30 dunque non è solo un limite di velocità ma un modello che punta a rivoluzionare la nostra concezione degli spazi urbani, riorganizzandoli. Un modello che agisce anche attraverso “urbanisimo tattico” all’insegna di una sostenibilità “civica”.
In Italia il percorso delle Città 30 è appena all’inizio. Dobbiamo ricordare che si tratta in primis di un discorso culturale. Un tema di dibattito pubblico, prima ancora che amministrativo. Ci sono città che stanno già nella fase del “come”, e ben altre 60 dove la fase è quella del “quando”.
Sul sito fiabitalia.it è stato pubblicato un vademecum, che spiega bene di cosa si tratta. Chi è interessato può andare a sfogliarlo, magari cercando di capire se i vantaggi previsti sono “desiderabili” anche nelle nostre piccole città, incastrate nei fondovalle tra i monti.

Autore: Luca Sticcotti

Le pietre d’inciampo di Gunter Demnig

Il ruolo dell’arte oggi è spesso dibattuto insieme al quesito se essa debba esprimere bellezza o piuttosto irritazione e portare il fruitore a indignarsi, discutere, riflettere. Ebbene: lo scultore Gunter Demnig ha saputo trovare la propria risposta a questi quesiti amletici, facendo della Memoria la sua opera più importante e riconosciuta. 

Nato a Berlino nel 1947 ha fatto suo il concetto del Talmud secondo cui una persona viene dimenticata solo quando si scorda il suo nome. Nel 1992 creò e posizionò la prima delle sue pietre d’inciampo nella sua città natale e a tutt’oggi sono più di settanta mila le pietre che ricordano in tutta Europa altrettante vittime della Shoah. Si tratta di pietre cubiche molto simili a sanpietrini sulla cui sfaccettatura superiore viene fissata una lamina di ottone di 10 x 10 cm, con incisi il nome, l’anno di nascita, la data e il luogo della deportazione, il luogo e la data della morte della vittima.

Il 28 marzo 2014 anche a Merano furono collocate le pietre d’inciampo. L’idea di questo importante progetto fu della scuola alberghiera Savoy che contattò e tenne i contatti con l’artista; il lavoro di ricerca così come la lista dei nomi e degli edifici che furono l’ultimo domicilio degli ebrei meranesi dove sarebbero state posizionare le pietre, fu effettuata dagli studenti di due classi del Gymme e del Gandhi che lavorarono insieme per due anni scolastici, prima presso l’Archivio storico e poi a scuola per realizzare le biografie inedite e il libro che ne scaturì. Il progetto ha avuto come obiettivo il non lasciar cadere nell’oblio tutte quelle donne, quegli uomini e quei bambini che vissero e operarono in città e la mattina del 16 settembre 1943 furono strappati dalle loro case, deportati e uccisi nei campi di sterminio del Reich.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Am dam des. La conta linguistica del 2024

“Tu conti” è il nome assegnato alla fase forse un po’ sperimentale del “censimento per il calcolo della composizione percentuale dei tre gruppi linguistici” attualmente in corso in provincia di Bolzano. Ma gli altoatesini hanno davvero compreso di che si tratta? Finora la risposta della cittadinanza sembra assai debole.

Il direttore dell’Istituto provinciale di statistica (ASTAT) parla di “risultato intermedio soddisfacente” anche se “c’è ancora margine di miglioramento”. Per “migliorare” c’è tempo fino al 29 febbraio (per fortuna l’anno è bisestile). Dal 4 dicembre alla settimana scorsa aveva partecipato alla rilevazione online solo il 18,3 per cento dei residenti con punte del 43,3 per cento a Tires e del 9,1 a Fortezza. 

Non si tratta di pura curiosità statistica. In ballo c’è la distribuzione dei posti nel pubblico impiego, la ripartizione dei fondi provinciali, la rappresentanza dei gruppi in alcuni organi collegiali provinciali. L’assegnazione di posti, fondi e poltrone avviene in base alla consistenza dei cosiddetti gruppi linguistici che dunque deve essere calcolata (e non solo sondata o stimata). Per qualcuno, dunque, l’appello a contare (“tu conti”) ovvero a contarsi, potrebbe suonare come una “chiamata alle armi”.

I nostri politici, ma soprattutto gli storici, sanno bene che le “conte linguistiche” sono cose da maneggiare con estrema prudenza. È così da almeno un secolo e mezzo. Mentre la madrelingua delle persone è un fatto oggettivo (per quanto ci siano molte persone cresciute in ambiente multilingue), l’appartenenza a un “gruppo linguistico” è un costrutto politico-ideologico. Un conto è parlare, altro è “appartenere”. Un conto è parlare francese, altro è “essere” francese, ad esempio. Le lingue aprono, le appartenenze escludono.

Nelle FAQ disponibili sul sito dedicato al censimento non si spiega come alla fine saranno calcolate le percentuali, dal momento che non tutti risponderanno al conteggio on line. Si specifica tuttavia che la dichiarazione è obbligatoria e che chi non l’avrà effettuata online, “avrà la possibilità di partecipare al censimento dei gruppi linguistici compilando la dichiarazione in forma cartacea a partire da aprile 2024”.

A quel punto il “tu conti” sarà forse riferito solo ai rilevatori che andranno di casa in casa. Una cosa è contare, altra è essere contati.

Autore: Paolo Bill Valente