La città di Merano fra antisemitismo e deportazione

La “Giornata della Memoria” è un evento di grande rilevanza e un atto di civiltà. A maggior ragione lo è per una città come Merano che fin dall’Ottocento ha tratto sviluppo e fama dai suoi concittadini ebrei, ma poi ne ha permesso la persecuzione, i soprusi e la deportazione. 

All’indomani della Prima Guerra Mondiale il Tirolo del Nord e i territori di quello che era stato il Tirolo del Sud, furono percorsi da una veemente ondata di antisemitismo. Non ci furono fatti di sangue ma una propaganda denigratoria di stampo cattolico serpeggiava a più livelli e in numerosi ambienti. Spesso le teorie antisemite venivano veicolate dalle associazioni sportive, come ad esempio l’Alpenverein, e da quelle studentesche che, a partire dal 1921 introdussero l’Arierparagraph, ossia una clausola che impediva agli ebrei iscriversi e far parte dell’associazione. La Comunità ebraica cittadina contava all’epoca centoventi famiglie iscritte per un totale di circa trecento persone. Con l’avvento del fascismo la Comunità visse un breve periodo di crescita numerica e imprenditoriale, ma a partire dal 1936 le cose iniziarono ad aggravarsi per precipitare nell’ottobre del 1938, con l’emanazione delle Leggi razziali. 

Dopo le leggi razziali

Su tutto il territorio nazionale, esse vietavano agli ebrei le attività professionali, ma anche che i nomi degli ebrei comparissero nell’elenco telefonico e i necrologi sui quotidiani. Le pubblicazioni di autori ebrei furono tolte dalle biblioteche, dalle scuole e università. I bambini ebrei furono allontanati dalle scuole, dai parchi, dalle piscine. Alle famiglie bree fu vietato di frequentare luoghi di villeggiatura, i teatri, i caffè, possedere una radio, un’autovettura o una bicicletta. Il 12 marzo 1939 fu la data fissata per gli ebrei stranieri per lasciare l’Italia. Degli ebrei censiti a Merano nel 1938 solo 113 risultarono essere di nazionalità italiana mentre la maggior parte possedevano cittadinanze straniere e provenivano ad esempio da Germania, Austria, Polonia, Cecoslovacchia, Lituania, Lettonia, Olanda, Spagna, Turchia, Francia, Stati Uniti, Nicaragua. Espulsi dalla provincia di Bolzano cercarono rifugio in vari luoghi fra cui Francia, Svizzera, Palestina e negli Stati Uniti. 

Degli ebrei rimasti in città molti erano anziani, malati o invalidi, ciò nondimeno furono chiamati al lavoro coatto e sottoposti a pesanti mansioni. 

Dopo l’8 settembre 1943

All’indomani della Dichiarazione di Armistizio annunciata dal Generale Pietro Badoglio, Himmler inviò in Alto Adige il Brigadenführer delle SS Karl Brunner. Egli attivò tutte le locali organizzazioni naziste e ordinò loro di arrestare tutti gli ebrei. A Merano arrivò il feroce gruppo al comando di Luis Schintlholzer con il compito di organizzare la deportazione. Gli ebrei furono denunciati da vicini, conoscenti, concorrenti, ed arrestati dagli uomini della Gestapo e della SOD, condotti poi nei sotterranei dell’allora “Casa del Balilla”. 

Qui furono tenuti senza cibo né acqua, interrogati e schedati, quindi condotti al lager di Reichenau presso Innsbruck. Qui furono raggiunti da altri ebrei catturati a Bolzano e in altre località della provincia. Questa del 16 settembre 1943 fu la prima deportazione degli ebrei in Italia. Altri ebrei meranesi furono catturati nelle località dove si erano rifugiati e deportati. Reichenau, Mauthausen, Auschwitz i luoghi della loro morte. 

Solo la Baronessa Walli Hoffmann, cittadina del Lichtenstein, deportata dietro denuncia del suo panettiere, riuscì a fare ritorno a Merano. Parte delle sue proprietà le ritrovò in casa dei suoi concittadini. Di regola infatti i beni degli ebrei andavano incamerati dai nazisti e dai loro collaboratori.

Il lager di Bolzano

Dieci mesi rimase attivo il Lager di Bolzano costituito dai Nazisti nel luglio del 1944 col trasferimento in riva al Talvera del Campo di transito di Fossoli di Carpi. 

Quello di Bolzano doveva essere un campo di transito, ma fu un campo di concentramento a tutti gli effetti dove violenza gratuita, punizioni esemplari, uccisioni, erano la quotidianità per quei 11.116 reclusi che vi transitarono. Si trattava di oppositori politici, ebrei, zingari, militari italiani, disertori e i famigliari dei disertori. Il campo era una stazione intermedia, prima dell’inferno dei campi di sterminio cui tutti erano destinati.  Il lager era in mano ai violenti criminali ucraini Otto Sein e Misha Seifert e ai due feroci comandanti Titho e Haage. Inesorabili furono anche le guardiane soprannominate “le belve” per le orribili cose di cui erano capaci, Else Lechert, Anne Schmidt, Lydia Heise. Tredici furono gli ebrei qui torturati ed uccisi.

La parola “Shoah”

La parola Shoah proviene dalla Bibbia e significa “tempesta devastante”, e la si può leggere ad esempio in Isaia 47, 11. Con questo termine si indica lo sterminio del popolo ebraico durante il Secondo conflitto mondiale. Questo vocabolo è preferito a olocausto che, seppur ancora molto diffuso, è errato poichè allude all’idea sacrificio al Signore. La Shoah è piuttosto un genocidio, ovvero un’azione criminale che, attraverso un complesso e preordinato insieme di azioni, è finalizzata alla distruzione di un gruppo etnico, nazionale, razziale o religioso. Ben sei milioni furono gli ebrei giovani, vecchi, neonati e adulti, che furono uccisi dalla violenza nazista. La parola Shoah venne usata per la prima volta nel 1938 durante una riunione del Comitato Centrale del Partito Socialista nella Palestina sottoposta al Mandato britannico, riferendosi al pogrom della cosiddetta “Notte dei Cristalli”. La Shoah si sviluppò in cinque diverse fasi:
la privazione dei diritti civili dei cittadini ebrei; la loro espulsione dai territori della Germania; la creazione di ghetti circondati da filo spinato, muri e guardie armate nei territori conquistati a est dal Terzo Reich, dove gli ebrei furono costretti a vivere separati dalla società e in precarie condizioni sanitarie ed economiche; i massacri delle Einsatzgruppen (squadre di riservisti incaricate di eliminare ogni oppositore del nazismo nei territori conquistati dell’Ucraina e della Russia) durante le azioni di rastrellamento; la deportazione nei campi di sterminio in Polonia dove, dopo un’immediata selezione, gli ebrei venivano o uccisi subito con il gas o inviati nei campi di lavoro e sfruttati fino all’esaurimento delle forze, per essere poi comunque eliminati.
Queste tappe possono essere suddivise in due periodi storici: dal 1933 al 1940, quando il nazismo vide la soluzione della questione ebraica nell’emigrazione; – dal 1941 al 1945, quando venne attuato lo sterminio.

La giornata

Il 27 gennaio è la Giornata della Memoria, una ricorrenza istituita con la legge n. 211 del 20 luglio 2000 dal Parlamento italiano che ha in tal modo aderito alla proposta internazionale di dichiarare il 27 gennaio come giornata in commemorazione delle vittime del nazionalsocialismo e del fascismo, della Shoah e in onore di coloro che a rischio della propria vita hanno protetto i perseguitati. La data è stata scelta perché ricorda il 27 gennaio 1945, quando le truppe dell’Armata Rossa, nel corso dell’offensiva in direzione di Berlino, arrivarono presso la città polacca di Oświęcim, scoprendo il campo di concentramento e liberandone i pochi superstiti. La scoperta di Auschwitz e le testimonianze dei sopravvissuti rivelarono compiutamente per la prima volta al mondo l’orrore del genocidio nazista.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Walter Götz e il difficile compito di ricostruire la Comunità ebraica

La guerra era finita, la città contava i suoi morti, i danni inferti agli alberghi occupati dalle truppe e dai soldati feriti. L’edificio della sinagoga era ancora in piedi ma l’interno era stato completamente distrutto e gli oggetti sacri erano spariti. E i suoi membri? Le famiglie che avevano cercato per tempo un rifugio sicuro si preparavano a rientrare, mentre coloro che erano stati catturati e deportati non avrebbero fatto ritorno.

Fra i primi a tornare in città dopo la Liberazione fu Walter Götz. A Merano aveva lasciato i genitori, troppo anziani e sofferenti per scappare a piedi attraverso i monti come avevano fatto lui e suo fratello Rudi. Avvertita la sera prima del rastrellamento del 16 settembre 1943 la famiglia si era interrogata e aveva preso una decisione grave. I due figli, sarebbero scappati e avrebbero tentato di mettersi in salvo, i genitori sarebbero rimasti. 

Così Walter e Rudi, preparati due zaini presero la funivia per Avelengo, dove trascorsero la notte in un fienile. L’indomani, a piedi, attraverso le montagne, ridiscesero a Bolzano e, superato con astuzia un posto di blocco nazista, raggiunsero la stazione ferroviaria, quindi Milano e da lì, sempre a piedi, riuscirono ad arrivare in Svizzera dove furono internati in un campo di lavoro. 

Vi restarono fino alla fine del conflitto, ma purtroppo senza riuscire mai ad avere notizie  dei propri genitori. 

Trascorsi quasi due anni di dubbi e incertezze appena fu possibile Walter affrontò i ritorno e la realtà che lo attendeva. Proprio nulla era più come prima: nella loro casa viveva qualcun altro, i loro mobili e tutte le loro cose erano sparite, della Comunità non c’era nessuno, e infine scoprì che i genitori erano stati arrestati con gli altri ebrei la mattina dopo la loro fuga e condotti nella Casa della Gil e infine deportati ed uccisi ad Ausschwitz. 

Poco dopo il rientro a Merano il sindaco Arvino Moretti nominò Walter Götz Commissario prefettizio con il compito di occuparsi della ricostruzione della Comunità. 

Il 5 luglio 1945 infatti il Moretti aveva comunicato alla Prefettura di Bolzano la volontà degli ebrei rientrati in città di ricostituire la Comunità e di ottenere indietro i beni sequestrati. Prima della fuga in Svizzera Walter aveva lavorato con i familiari nel negozio di generi alimentari di proprietà. Non aveva mai ricoperto una carica in seno alla Comunità ma ora bisognava lottare per salvare il salvabile, in attesa del rientro delle altre famiglie ebree meranesi.

La sua attività si svolse in un ufficio che il sindaco gli mise a disposizione nella ex Casa del Fascio di via Roma. I problemi dovette affrontare erano molteplici: degli uffici della Comunità non esisteva più nulla, il cimitero era restato in un prolungato stato di abbandono, il sanatorio ebraico era ancora occupato dalla Wehrmacht, mentre il tempio, saccheggiato degli arredi sacri, era stato adibito a magazzino.  

Götz, in virtù della sua carica, si affannava anche nella ricerca di recuperare quanto più possibile dei beni rubati agli ebrei. Girava nei campi e nei depositi dell’Arar, dove riuscì a recuperare molti arredi sacri frodati a molte sinagoghe italiane e poi abbandonate a Merano dai nazisti e prese in consegna dal sunnominato ente italiano. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

45 anni di festeggiamenti

Sono trascorsi 45 anni dalla prima edizione di quella kermesse che ogni anno permette a Laives e circondario di “insanire”, una festa che da quasi mezzo secolo colora le strade della Bassa Atesina. E domenica 4 febbraio inizieranno i festeggiamenti che, come tradizione impone, si protrarranno ben oltre il martedì grasso.

“Tutto è nato da un’ iniziativa di alcuni genitori di Pineta, un carro trainato da un asinello, Stanlio e Ollio, con bimbi dell’asilo a seguire, fatine e cowboys, Zorro, fiori e funghetti: semplici travestimenti, ma che divertimento!”. Trapela commozione dalle parole di Cesare Zenorini, presidente del comitato organizzatore, nel ricordare gli esordi di questo evento che è ormai diventato un appuntamento fisso per tutta la regione. 

Presidente Zenorini, 45 anni sono un bel traguardo: come pensate di festeggiarlo? 

Con il consueto divertimento, ma non abbiamo pensato di celebrare il giubileo: quando abbiamo “compiuto” quarant’anni abbiamo allestito un tendone in Pineta, e probabilmente per i cinquanta organizzeremo qualcosa di particolare. Intanto godiamoci questa festa: abbiamo faticato parecchio per fare in modo che anche quest’anno il carnevale laivesotto sia una grande festa.

Da quanto tempo vi state preparando per l’evento? 

Dallo scorso martedì grasso (ride, ndr): scherzi a parte, per noi del comitato organizzatore il lavoro non finisce mai: alla fine di ogni edizione andiamo alla “Mostra mercato dei carnevali d’Italia” a Castelnovo di Sotto, in provincia di Reggio Emilia, dove vengono esposte figure in cartapesta utilizzate per le feste più importanti di tutta Italia, e ci occupiamo già da subito di progettare il carro per l’anno successivo. E poi ci sono tantissimi altri aspetti che dall’esterno non si vedono, come semplicemente gestire la burocrazia per l’organizzazione della festa: per me la parte più impegnativa  e meno divertente del tutto. 

Ma ne vale la pena, no?

Certo, sempre: l’anno scorso, per esempio, ho vissuto una giornata emozionante e coinvolgente; era la prima volta che salivo sul carro d’apertura, non mi aspettavo uno spettacolo del genere. Vedevo la folla da sopra, non riuscivo a scorgere nemmeno un centimetro di marciapiede.

Quante persone si occupano dell’organizzazione?

Siamo una decina di affiliati al Gruppo carnevalesco, poi nel nostro laboratorio arrivano i membri di altre associazioni a cui diamo una mano: forniamo loro il materiale e i consigli su come lavorarlo; controlliamo anche che sia tutto in regola, perché la sicurezza è basilare in queste occasioni, non si può essere approssimativi né improvvisare.

Cosa bisogna aspettarsi da domenica 4 febbraio?

Alle 10 si allestiranno i carri lungo la via Kennedy, da via Diaz fino all’Eurospar. Alle 13, poi, partirà la sfilata, che attraverserà tutto il paese fino a Pineta, dove verrà allestito un castello gonfiabile e sono stati organizzati giochi e intrattenimento per i più piccoli. Alle 16 in piazzetta avverrà la premiazione dei gruppi, con musica e ristoro fino alle ore 18. Ci sarà anche un trenino – navetta che effettuerà il servizio di trasporto gratuito e continuo sulla tratta Laives – Pineta, fino al termine della manifestazione.

Autore: Luca Masiello

Lotta alla ruggine su tutti i lampioni

Il colpo d’occhio è poco gratificante per l’immagine della città, ma anche dal punto di vista della sicurezza quelle macchie di ruggine che incrostano i pali dell’elettricità di Laives non sono un ottimo biglietto da visita. Così fino alla metà di marzo verranno effettuati controlli a tappeto sulla stabilità di tutta la rete di illuminazione pubblica nel territorio municipale di Laives, da parte dei tecnici incaricati dal Comune.

Nel territorio comunale di Laives ci sono complessivamente quasi 2.400 punti luce pubblici. Già nel 2022 è partito da parte dell’amministrazione comunale il progetto di sostituzione delle vecchie lampade con quelle a led, al ritmo di circa 350 lampade l’anno, con lo scopo di ottenere un notevole risparmio energetico che si traduce – in concreto – anche in un risparmio economico per le casse pubbliche. 

In molti casi si tratta semplicemente di sostituire le vecchie lampadine, ma – nonostante i numerosi interventi di riqualificazione avvenuti negli ultimi anni nel territorio comunale, dalla nuova piazza e quartiere residenziale a San Giacomo alla zona Toggenburg a Pineta, per citarne alcuni – è spesso necessario anche sostituire i pali di sostegno.  

I pali dell’illuminazione e dei semafori sono infatti molto esposti al fenomeno della corrosione, dove la normale ossidazione dell’acciaio viene accelerata da fattori come le condizioni atmosferiche, l’inquinamento e gli escrementi animali. 

Per questo motivo, dallo scorso 15 gennaio e fino al prossimo 15 marzo, i tecnici incaricati dal Comune provvederanno a verificare la stabilità di tutti i pali di età superiore ai 10 anni, attraverso una tecnologia non invasiva. L’intervento è necessario per garantire la sicurezza degli utenti stradali. L’intervento avverrà su tutto il territorio comunale, da San Giacomo a Laives passando per La Costa e Pineta. 

Per la maggior parte, come detto, l’illuminazione pubblica è già stata sostituita in anni recenti in molte zone ma, in particolare nelle vie interne, capita ancora di incrociare qualche triste palo dalla base visibilmente arrugginita. Così, ad esempio, i residenti di via Maso Hilber a San Giacomo accolgono con favore la notizia dell’ispezione e della molto probabile, successiva, sostituzione di alcuni lampioni destinati alla pensione. Ma anche lungo la Via Kennedy a Laives capita di imbattersi in evidenti tratti di ruggine. La sistemazione – o sostituzione – degli stessi permetterà quindi di guadagnare non solo in sicurezza ma anche in estetica, il che davvero non guasta mai.

L’accesso ad alcuni dei pali da controllare dovrà avvenire attraverso proprietà private; per questo motivo il Comune – attraverso i tecnici incaricati Centrotest s.r.l. identificabili attraverso tesserino di riconoscimento e un’ordinanza del vicesindaco – si metteranno in contatto porta a porta con i rispettivi proprietari o amministratori di condominio per i terreni interessati, per richiedere l’accesso. L’amministrazione comunale chiede pertanto collaborazione da parte dei cittadini, per permettere questi controlli assolutamente essenziali per la sicurezza pubblica.

Per qualsiasi domanda o informazione è possibile contattare l’Ufficio Lavori Pubblici al Numero di telefono 0471 595792.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Una nuova Via Crucis per la parrocchia

La chiesa parrocchiale di Laghetti avrà presto una rinnovata Via Crucis per mano dell’artista cembrano Marco Arman, che in questi giorni sta esponendo il proprio lavoro nell’aula San Giovanni della Cattedrale di Trento. 

Quattordici tele dallo stile fortemente originale e molto contemporaneo, nonostante il tema: fatto che connota una continua ricerca della creatività da parte dell’artista. “I rapporti con la parrocchia di Laghetti risalgono a più di vent’anni fa – ha spiegato Marco Arman- Avevo visto la vecchia Via Crucis, mi avevano colpito alcune immagini e a queste mi sono ispirato: l’ho voluta riadattare, andando a rappresentare soltanto le figure essenziali che ogni stazione evoca”. 

“Un dinamismo narrativo davvero efficace nella sua ricercata essenzialità, profonda spiritualità ma anche evidenti note di tenerezza e compassione nel narrare il doloroso cammino di Cristo verso il Golgota” è quanto scrive Nicoletta Tamanini nel descrivere il lavoro di Marco Arman. 

La nuova chiesa parrocchiale si arricchisce dunque di una nuova opera d’arte che va ad unirsi all’altare e all’ambone, realizzati dall’artista gardenese Paul Moroder. Con l’aumento della popolazione, l’antica chiesa  di San Lorenzo divenne troppo piccola, così negli anni trenta don Angelo Tecini, originario della Valle di Non,  diede il via ai lavori di costruzione in centro paese della “nuova chiesa”, dedicata all’Immacolata Concezione di Maria Santissima.

L’attuale parroco Don Pierluigi Tosi rivela come fu determinante il coinvolgimento e la collaborazione della popolazione che, pietra dopo pietra, portò a termine la costruzione, poi consacrata il 17 giugno del 1946 dall’arcivescovo Carlo De Ferrari di Trento. “Nel recente passato si sono svolti lavori di sistemazione, manutenzione e adeguamento, e ci accorgemmo della necessità di sostituire i quadri della Via Crucis – afferma il sacerdote -. All’inizio del 2023 si decise di incaricare l’artista Marco Arman. Il segno eloquente della passione del Signore, non solo durante la Quaresima, può sostenere e accompagnare la Comunità nella pratica della Via Crucis e integrarsi nella vita di tutti i giorni. Ancora una volta i parrocchiani e gli enti locali hanno risposto con generosità, permettendo quindi di realizzare queste tele – evidenzia don Tosi -, che contribuiscono ad arricchire la nostra chiesa non solo di opere d’arte contemporanea, ma soprattutto di segni concreti della fede e dell’amore dei cittadini per la loro chiesa”.

Autore: Daniele Bebber

Il paese di Egna tra Romani e Baiuvari

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la Val d’Adige è rimasta “romanizzata” anche dopo la scomparsa dell’impero romano d’occidente nel V secolo. Se da Bolzano in su avevano lentamente preso piede popolazioni germaniche come i Baiuvari – che poi gradualmente si sarebbero “allargati” anche verso la Bassa Atesina, parte dell’Oltradige e la Piana Rotaliana governati dai Longobardi “trentini” – nella parte meridionale della regione per sei o sette secoli non vi fu un vero e proprio ricambio di popolazione e lingua. 

Proprio la lingua è uno degli elementi cardine per rilevare con relativa certezza il passaggio da un’epoca e da una cultura all’altra. I nomi dei paesi, i microtoponimi, i nomi delle famiglie ci svelano chi fosse la gente insediata in un determinato territorio. 

Questi passaggi sono quasi sempre avvenuti con estrema lentezza e gradualità, nel senso che spesso popolazioni – e lingue – assai diverse condividevano uno spazio comune nel reciproco rispetto o, anche, disinteresse. Era soprattutto la disponibilità di terra da coltivare e di lavoro ad attirare nuove famiglie ed in quel periodo l’economia locale non offriva grandi opportunità.

I Romani, memori delle sanguinose battaglie con le popolazioni retiche, avevano condannato la Bassa Atesina a una situazione piuttosto precaria.

I pochi villaggi vivevano essenzialmente in funzione delle importanti strade di transito come la Claudia Augusta. Perciò anche secoli dopo il ritiro dei Romani i paesi rimasero piccoli e insignificanti e la valle una zona di transito e presidio militare. Dopo l’anno 1000 le cose iniziarono a cambiare piuttosto repentinamente. I nuovi “padroni”, ossia i vescovi trentini, favorirono lo sviluppo del territorio e soprattutto i commerci sia con l’aria germanica sia con l’Italia settentrionale. 

Poiché le strade erano quel che erano, ossia quasi inservibili per gran parte dell’anno, non rimaneva che la risorsa del fiume Adige, navigabile tra Bronzolo e Verona. Già un millennio prima il fiume era stata la via principale degli scambi commerciali tra Etruschi e popolazioni alpine ed il porto principale allora si trovava a sud di Bronzolo in località Laimburg. Qui sorgeva anche un importante emporio commerciale da cui partivano merci di ogni genere e soprattutto prodotti artigianali verso l’Etruria.

Lungo l’Adige, che divenne il motore dello sviluppo economico di un’intera regione, si svilupparono i villaggi, attirando persone da ogni dove e attività utili al sistema economico. Accanto a Bronzolo e in parte Laives, specializzata nel trasporto dei beni tra il fiorente mercato di Bolzano e il porto fluviale, crebbero in maniera significativa Ora e soprattutto un borgo completamente nuovo, fondato proprio dai vescovi trentini: Burgum Novum de Egna. 

Era l’anno 1189 e il fondatore del nuovo borgo nell’antico plebatus, a cui appartenevano Villa, Ora e alcuni masi sparsi, fu il vescovo Corrado di Trento. Egna era il nome del luogo da secoli, di chiara derivazione romanico-latina, e nei primi documenti in lingua tedesca veniva spesso tradotto come Enne o Enn. Nel 1216 Egna appare come importante sede doganale e commerciale sul fiume Adige e nel 1309 le sue prerogative mercantili furono ulteriormente ampliate. Nel 1222 l’Adige distrusse completamente il borgo e i vescovi lo fecero ricostruire sempre con il nome di Burgum Egne, nome che non mutò fino al XV secolo. Ciò conferma che in questa parte della Bassa Atesina era sempre insediata la vecchia popolazione romanica e si parlava un idioma latino volgare simile all’odierno ladino. In diversi documenti del XII e XIII secolo compare anche il nome Enne o Enn, ed è probabile che per alcuni secoli due popolazioni e due lingue coesistessero nel borgo e nelle altre località limitrofe. 

Nel 1260 appare finalmente il nome di Novum Forum, che si potrebbe tradurre con il moderno Neu(er) Markt, fatto che testimonia il graduale passaggio verso una situazione che poi si cristallizzerà definitivamente soltanto nel XV secolo, con la netta prevalenza della popolazione di lingua e tradizioni tedesche. 

Autore: Reinhard Christanell

Tutta la passione per treni e ferrovia

Correva l’anno 2014, quando otto amici legati da una passione comune decisero di fondare l’attuale gruppo dei “Ferroamatori” di Salorno,  una realtà associativa che conta oggi una cinquantina di soci e che il prossimo anno compirà dunque i suoi primi dieci anni dalla fondazione. 

Quello dei dieci anni è un traguardo del quale il presidente, Diego Romanelli, va davvero fiero: “La nostra attività si divide in vari settori, a partire dallo storico, particolarmente importante per la costruzione del nostro plastico modulare, per adesso arrivato a 65 metri di tracciato”. 

Presidente Romanelli, qual è il fil rouge che vi lega all’interno di questa realtà? 

Senza dubbio è la nostra passione comune verso il mondo ferroviario in tutte le sue sfaccettature, dalla storia dei treni alla riproduzione dei modellini. Nel nostro gruppo qualcuno è del mestiere, ma la maggior parte sono simpatizzanti, interessati alla tecnica che c’è dietro al mondo ferroviario. Tant’è che abbiamo recuperato documenti, manufatti e pure dei cimeli: i primi libri che abbiamo nella nostra biblioteca associazionistica sono datati 1934 – 35.

Cosa intende quando parla di manufatti e cimeli? 

Si tratta di attrezzi storici utilizzati in questo mestiere, quali vecchi trapani, contachilometri e bilance non più in uso, ma che sono stati parte della storia delle ferrovie. Abbiamo anche biglietti di diverse epoche, come pure dei berretti e delle divise.

Dei molti oggetti, qual è il più pregiato all’interno della collezione? 

Il banco di guida della prima locomotiva elettrica a corrente continua italiana, realizzata attorno al 1927. È un oggetto di grande pregio e piuttosto datato, appartenente alla “E 626”: la prima locomotiva elettrica delle Ferrovie dello Stato.

E l’attività di modellismo? 

È una grande fetta della nostra attività associativa. Partecipiamo annualmente a varie fiere nazionali, come a Verona, dove siamo presenti con un nostro spazio da ben otto anni. Abbiamo riprodotto diverse linee locali e vari settori della ferrovia del Brennero, ci siamo dilettati anche nella realizzazione di modelli che riproducono stazioni quale quella di Salorno così com’era negli anni Ottanta. Ma ci siamo occupati anche dei “diorami”, ovvero riproduzioni modellistiche di quelle ferrovie oggi scomparse quali la Bolzano – Caldaro.

La vostra passione verso il mondo ferroviario attrae anche i giovani? 

Quando siamo partiti eravamo un gruppo di soli giovani. Adesso la nostra associazione spazia fra le varie fasce d’età: abbiamo anche degli iscritti che frequentano le scuole medie. È un particolare decisamente importante, perché uno dei nostri obiettivi è proprio trasmettere la cultura ferroviaria, nonostante il fatto che questa in Trentino Alto Adige non sia presa in debita considerazione. 

Progetti per il futuro? 

A brevissimo ci sarà l’apertura della nuova sede nell’ex magazzino merci della stazione di Salorno. Ma non sarà una semplice sede, sarà anche un luogo espositivo, nel quale vorremmo mettere in mostra parte del patrimonio modellistico e del materiale storico su cui possiamo contare. 

Autore: Daniele Bebber

Un po’ di intelligenza

Ogni fine d’anno presuppone un inizio. Lo sappiamo bene, tant’è vero che ci accingiamo a festeggiare il passaggio al 2024 salutando l’anno che si sta concludendo. La festività del Capodanno non per nulla è anticipata dalla festa religiosa del Natale che, appunto, ci ripropone la possibilità di “rinascere” attraverso la periodica venuta al mondo del figlio di Dio, cara a tutti i credenti cristiani.
E nei giorni scorsi sono tornati i bilanci che annualmente ci giungono da diverse fonti, per cercare di “fotografare” il nostro presente collettivo. Prima il rapporto Caritas sulla povertà, poi il rapporto Censis sulla situazione sociale e infine le statistiche sulla qualità della vita che il Sole 24 Ore dedica alle province italiane. Da queste indagini non sono arrivate gran buone notizie, lo sappiamo, sia per l’Italia in generale che nello specifico per la nostra realtà altoatesina. Diverse voci si sono subito alzate, per relativizzare i dati emersi, etichettando frettolosamente i risultati come poco attendibili, e quindi ancora una volta facendo un cattivo servizio al ruolo importante rivestito invece dalla ricerca sociale basata su basi scientifiche. Ricerca che in realtà è in grado di darci un grande aiuto in quest’epoca di spaesamento individuale, prima ancora che sociale.
Proprio per questi motivi mi è sembrato davvero paradossale, negli ultimi tempi, il dibattito sulla stampa incentrato sul presunto numero di “italiani” che potranno andare a far parte del prossimo consiglio provinciale. Cosa significa “italiani”? La stragrande maggioranza delle problematiche che ci troviamo a dover affrontare, stando alle statistiche appena pubblicate, non hanno nulla a che fare con aspetti linguistici e tanto meno etnici. Nel traffico si incastrano solo gli “italiani”? Il consumismo estremo di beni e territorio riguarda solo questa ipotetica categoria, tra l’altro incomprensibile nella sua accezione per la maggior parte delle decine di milioni di ospiti che accogliamo in questi giorni? Le difficoltà economiche in cui versano decine di migliaia di residenti accentuando le contraddizioni della nostra terra di apparente benessere diffuso c’entrano qualcosa con tutto ciò? Il dono più grande che vorrei trovare sotto l’albero, nella notte tra il 24 e il 25 dicembre, e che auguro a tutti voi, è un po’ di nuova saggezza che ci consenta di lasciarci finalmente alle spalle divisioni che da anni non hanno più senso. Per questo non serve l’intelligenza artificiale, basta quella umana.
Un caro augurio di buone feste, da trascorrere insieme ai vostri cari.

Autore: Luca Sticcotti

Penelope, e la sua vita da attrice

In questo numero vi presentiamo una intervista con l’attrice bolzanina Penelope Frego, che a 31 anni sta vivendo la consacrazione della sua giovane carriera cinematografica, sia sul grande che sul piccolo schermo. 

Penelope, che da 15 anni vive in Germania, era nel cast di “Hoganbiiki – Il Valore della Sconfitta” uscito quest’anno, dove la possiamo ammirare al fianco di Manuela Arcuri – il film è attualmente disponibile su Prime Video; un’altra recente importante produzione è stata quella per “Girl, You Know, It’s True” che debutterà nelle sale il 21 dicembre. L’abbiamo contatta di ritorno dalla doppia presentazione di questo film a Monaco di Baviera e a Berlino.

Nel nostro dialogo partiamo dalla prima di “Girl, You Know, It’s True”, un film che racconta la vicenda dell’ascesa e della caduta del duo pop franco-tedesco Milli Vanilli. Eravamo a cavallo degli anni Ottanta e Novanta e i due musicisti-ballerini erano in vetta alle classifiche di tutto il mondo, portando con sé un segreto molto particolare: lo spettacolo era tutta una finzione, le voci delle hit non erano le loro, e durante le esibizioni in tv o nei concerti muovevano solo le labbra a tempo. Quando la truffa venne a galla, il duo fu travolto dallo scandalo, nonostante il grande manovratore dell’operazione fosse stato il loro importante manager. Quella del film è stata una presentazione entusiasmante poiché, oltre al cast, erano presenti anche il cantante Fab Morvan e la sorella di Rob Pilatus, l’altro Milli Vanilli, scomparso nel 1998. E c’era un sacco di gente, anche arrivata da lontano, che aveva cantato con loro. 

“Riguardo alle riprese del film, posso dire che dal punto di vista professionale è stata un’esperienza bellissima”, dice Penelope Frego. “Il film è ambientato negli anni Ottanta ed io interpreto una pop star che balla e che canta, con un costume, il trucco e la parrucca, bellissimi! È stata una cosa fantastica ed io mi sono divertita molto anche con le coreografie”.

Facciamo un passo indietro, agli inizi della sua carriera. Può raccontarci come, partendo da Bolzano, sia arrivata a coronare il suo sogno di fare l’attrice?

È una cosa successa per caso e poi evolutasi in questa direzione. Ho cominciato a pensare che avrei potuto fare l’attrice dopo che, penso fosse il 2009, con i compagni del Liceo Scientifico Torricelli abbiamo partecipato, arrivando secondi, al Festival Studentesco con uno spettacolo teatrale – anche se il debutto vero e proprio lo avevo fatto per il teatro nelle scuole proposto da Sandro Forcato. Ricordo che facevo sempre Cenerentola.
Riguardo agli studi, mi era parsa una sfida interessante provare a studiare in lingua tedesca, e quindi sono partita per la Germania, dove nel 2017 ho conseguito il diploma all’Accademia di recitazione di Colonia.

Ha dovuto fare tanta gavetta?

Assolutamente sì. Durante l’accademia ho fatto la comparsa all’Opera di Colonia un sacco di volte. Ho partecipato inoltre a molti film per studenti, non pagati, ma che mi hanno permesso di iniziare a racimolare un po’ di curriculum. Poi sono stata fortunata perché, non appena terminata l’Accademia, sono stata selezionata per la serie tv Wishlist, che poi ha vinto anche il” crime price”, cioè un premio della tv tedesca. Si è trattato di un’esperienza che mi ha permesso di iniziare bene la mia avventura professionale.

Chi vuole vedere un film con Penelope Frego dove deve andare a cercare?

In questo momento su Prime in italiano c’è un film realizzato sul Lago di Garda: “Hoganbiiki – Il Valore della Sconfitta”, di Enzo Dino, in cui interpreto una ragazza ribelle, arrabbiata con la vita. Si è trattato di un film in cui ho interpretato un ruolo completamente diverso da quello che sono io come persona. Ho studiato questo personaggio e devo dire che è stato un viaggio interessantissimo perché ho lavorato molto sulla postura e sulla voce. E stata un’esperienza che mi ha arricchito molto.

C’è una lingua che preferisce nella recitazione?

Sono di madrelingua italiana, ma avendo studiato tantissima dizione tedesca, adesso interpreto anche ruoli in quella lingua in quanto non ho più accento. Recitare in tedesco per me è una cosa un po’ più tecnica, mentre la recitazione in italiano è più di cuore. Penso che il saper recitare nelle due lingue mi abbia dato modo di capire più a fondo la recitazione in generale.

Sta bene in Germania, o preferirebbe tornare a vivere in Italia?

Da un punto di vista professionale posso immaginarmi di stare soltanto in Germania in questo momento. Ormai vivo qui da più di dieci anni e mi sono fatta l’idea che qui posso realizzare i miei progetti. Però mi manca molto l’Italia, e ci sono dei periodi nei quali sento forte la nostalgia.

Ci sono dei film a cui si sente più legata?

Sicuramente Wishlist, la mia prima serie. E poi la serie Einstein, trasmessa dal canale Sat1: un’esperienza fantastica perché ho interpretato un personaggio molto interessante come Giulia Casiraghi. Poi SOKO Köln (Squadra speciale Colonia), una serie poliziesca – e a me i polizieschi piacciono molto – sul secondo canale tedesco ZDF, e poi il film “The Sprite Sisters – Vier zauberhafte Schwestern”, girato per la Disney nel 2019 ed uscito nei cinema nel 2020.

E il presente com’è?

Quest’estate ho partecipato per due mesi e mezzo alle riprese per la serie “Unter uns”, che viene trasmessa quotidianamente, fino a Natale, sulla rete germanica RTL. Sono quelle serie in cui ogni giorno si registra una puntata, un po’ come succede per “Un posto al sole”. Io ero andata senza aspettative. è chiaro che, registrando ogni giorno, la qualità un po’ si abbassa, perché devi imparare tantissimo testo ed essere sempre operativa. Pur essendo stata una esperienza faticosa, è stata comunque senz’altro positiva. Recentemente sono stata selezionata ad un provino per una serie RAI, le cui riprese potrebbero iniziare a gennaio. Quindi incrocio le dita e guardo al futuro con ottimismo.

Autore: Till Antonio Mola

Miti della razza, patrie negate, vittime innocenti

Una delle conseguenze del drammatico conflitto in Israele e Palestina è il riemergere di atteggiamenti antisemiti. Azioni e pensieri contro gli ebrei – identificati tout court con uno Stato e un governo – vengono giustificati dalla violenta reazione di Israele al violento attacco sferrato lo scorso 7 di ottobre.

La guerra scatenata da Hamas è oggi circondata dalle stesse forme di disinformazione, mistificazione, strumentalizzazione e populismo emozionale che nella storia hanno caratterizzato il propagarsi dell’odio antiebraico. Un fenomeno millenario rispetto al quale la cultura occidentale non è stata ancora capace di dire la parola “fine”.

Migliaia di vittime civili innocenti, centinaia di migliaia di profughi palestinesi e israeliani, ostaggi di ogni età pagano il prezzo, ancora una volta, di dinamiche di potere malate, frutto di sistemi coloniali e postcoloniali, dei nuovi imperialismi, di un’economia e di una politica che uccidono, quando antepongono il profitto e il potere alla dignità umana.

Gli ebrei, anche da parte di illustri uomini di Chiesa, furono considerati per secoli indegni di abitare un proprio Paese, essendo essi il “popolo deicida” costretto per questo ad andare “ramingo per il mondo, incapace di trovare la pace di una patria” (Agostino Gemelli, 1939).

Nell’autunno di 85 anni fa il Regno d’Italia approvava quelle “leggi razziali” che, tra i provvedimenti attuati, vide l’espulsione dal territorio nazionale degli “ebrei stranieri”, spesso famiglie fuggite da territori nei quali erano brutalmente perseguitate. A seguito di queste misure la fiorente comunità ebraica di Merano fu ridotta al lumicino.

Il Manifesto della razza (luglio 1938) affermava (art. 9) che “gli ebrei non appartengono alla razza italiana” e che essi “rappresentano l’unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli italiani”.

La cacciata degli ebrei da ogni territorio – fino alla soluzione finale attuata nella Shoà – è il principale motivo per cui nel 1948 nacque lo Stato di Israele. Una vittoria che è al tempo stesso la tragica sconfitta dell’idea di fratellanza umana. Certamente non la guarigione definitiva di una patologia che non ha radici in Palestina/Israele, ma (soprattutto) altrove.

Autore: Paolo Bill Valente