Francesco Brazzo: una vita per la musica

Domenica 12 novembre dopo una lunga malattia se n’è andato a soli 59 anni Francesco Brazzo, una delle figure più significative del panorama musicale altoatesino. Il suo ricordo resterà indelebile a lungo nella memoria di tutti coloro che hanno avuto l’occasione e la fortuna d’incontrarlo.

Nato in una famiglia musicale dove soprattutto regnavano gli strumenti a corda, Brazzo si era dotato di una formazione musicale solidissima, diplomandosi al Conservatorio di Bolzano, prima in tromba con Iginio Ferrari e poi in composizione con Francesco Valdambrini. Come compositore Francesco Brazzo dal 1989 al 1996 ha realizzato diversi lavori sinfonici commissionati da Orchestra Haydn e Festival Musica contemporanea, accanto a lavori cameristici richiesti da Quartetto di Torino, Settimane Mahleriane, Festival di Musica Sacra e Filmfestival della Montagna. Per diversi anni ha realizzato anche arrangiamenti orchestrali di brani natalizi, eseguiti nella basilica di Assisi in occasione delle festività e trasmessi in televisione dalla Rai nazionale. Diverse sono state anche le sue incursioni musicali in campo teatrale, ma dalla metà degli anni ’90 i contesti in cui ha profuso le sue grandi energie sono stati soprattutto l’insegnamento presso l’Istituto Musicale in lingua italiana (oggi Scuola di musica Vivaldi) e la pratica musicale della musica irlandese. Nell’insegnamento è stato un punto di riferimento per generazioni di musicisti in erba, occupandosi di teoria musicale, armonia e musica d’insieme. In quest’ultimo ambito proverbiale è stata la sua capacità di lavorare sui materiali musicali, anche di repertorio, creando arrangiamenti ed adattamenti in grado venire incontro alle più diverse esigenze, anche estemporanee. Rispondendo in questo modo alla sua idea inclusiva di rendere la musica il più possibile una gioia per tutti, a prescindere da capacità tecniche e competenze acquisite.
Polistrumentista, oltre alla tromba era in grado di suonare anche pianoforte, chitarre, violino e viola, sassofono, trombone, flauto dolce, e – con grande maestria – tutti gli strumenti a fiato della musica irlandese tra cui i “whistles” e la Uilleann pipe, la cornamusa irlandese. 

IL RICORDO

I ricordi personali che mi legano a Francesco Brazzo sono molteplici e variegati, dovuti anche ad amicizie comuni e frequentazioni personali. Di lui mi hanno sempre colpito la modestia a fronte di straordinarie capacità e competenze musicali, e la sua indefessa esigenza interiore di andare alla ricerca di quello che fosse il vero nucleo della sua passione. Senz’altro la sua strada – dopo il primo periodo di (alta) formazione e diversi esperimenti – è riuscito a individuarla in due direttrici principali. Innanzitutto quella del facilitatore e dell’animatore musicale, prima ancora che del formatore. In questo modo Brazzo ha portato avanti anche l’esperienza scoutistica che in gioventù l’aveva entusiasmato e indirizzato, anche e soprattutto dal punto di vista dei valori personali e interpersonali. Il secondo aspetto in cui Francesco Brazzo è riuscito ad esprimersi è senz’altro quello della pratica musicale, identificando ad un certo punto soprattutto la musica irlandese come veicolo prediletto. è in quel campo che è riuscito a incanalare ed esprimere la gioia del “fare musica”, trasmessa e condivisa anche ai suoi figli e alle tante persone che gli sono state accanto, cantando e suonando, in questi anni. Ma non va dimenticato che la passione creativa e autoriale di Francesco Brazzo ha trovato modo anche di esprimersi attraverso la realizzazione di un cospicuo catalogo di canzoni e materiali didattici per bambini, anche in collaborazione con il fratello Davide. La scomparsa di Francesco Brazzo è una grave perdita per i tantissimi che ne hanno apprezzato le qualità umane e musicali. Ma la sua semina nei campi della musica, resi fecondi dal suo entusiasmo e dalle sue grandi capacità di coinvolgimento, continuerà a dare frutti anche in futuro. Ne siamo assolutamente certi.

Autore: Luca Sticcotti

Anna Ferigo: il particolare e l’incanto

Quella di Anna è una storia di passioni brucianti che si sviluppano inanellate l’una nell’altra, dipendenti e capaci di sostanziarsi reciprocamente. Il design, la grafica, la fotografia, l’arte, l’architettura. Da fruitrice e da fotografa ella si misura costantemente con la creatività di cui si circonda tanto nei rapporti amicali che negli oggetti che arredano la sua casa o che indossa. Anna Ferigo è nata a Merano, dove vive e lavora. 

Il suo luogo di lavoro si trasforma spesso in un salotto d’incontro per artisti, fotografi e creativi. 

Adora viaggiare e fotografare, ama visitare i musei e trarne ispirazione.

 Le sue fotografie parlano di ciò che vede, di ciò che in un battito di palpebre ha colto e cercato di fermare. Sono scatti che narrano i suoi gusti, la sua sensibilità, ciò che le riempie gli occhi e i pensieri. 

Le fotografie non sono per lei certo un mezzo per mettersi in scena, anzi:  sono semplicemente un suo bisogno personale. 

Parigi, Berlino, Amsterdam, Marrakech, città dal fascino differente, non sovrapponibile, non confondibile, ma da assaporare fino in fondo, carpendone l’essenza, l’atmosfera, gli afrori, le tonalità. Palazzi, vicoli, mercati, volti, piedi: sono le piccole tessere di un puzzle minuzioso. 

A Merano sono gli artisti di strada ad ammaliarla: i volti truccati, i travestimenti, le movenze, i balzi, le danze, la fatica, il sudore, la stanchezza. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Pedagogia e pallone

Luca Vanin, 31 anni è insegnante di scienze umane al liceo Gandhi di Merano. Collabora con l’Upad in diversi progetti educativi sul territorio, è un pedagogista presso un asilo nido e offre consulenze per bambini, ragazzi, genitori e famiglie. Oltre al suo ruolo nel mondo dell’educazione, Luca è un portiere in una squadra di calcetto e le sue gioie più grandi sono i suoi bimbi: Riccardo e Leonardo. 

Il tratto principale del mio carattere.

La pazienza.

Il mio principale difetto. 

Fatico a dire di no.

L’incontro che mi ha cambiato la vita.

Quello con mia moglie, scontato, ma vero.

La mia gioia più grande.

La nascita dei miei figli.

Da bambino sognavo di diventare…

Un calciatore.

Non sopporto…

Le persone egoiste.

La volta in cui sono stato più felice.

Il mio primo giorno da insegnante.

E più infelice…

La perdita dei miei nonni.

La qualità preferita in un uomo.

La gentilezza.

… e in una donna.

Anche.

Dico bugie solo…

Quando non voglio ferire eccessivamente.

La mia paura maggiore.

Rimanere solo.

Il mio cantante preferito.

Eminem.

Il pittore che amo.

Amedeo Modigliani.

L’oggetto a cui sono più legato.

La porta da calcio, faccio il portiere.

Mi sono sentito orgoglioso…

Quando mi sono laureato.

Il mio piatto preferito.

La carbonara.

Dove mi vedo tra dieci anni. 

A casa con i miei figli.

Il paese dove vorrei vivere.

Sto bene qui.

La persona che ammiro di più.

Sono due: mio padre e mia madre.

La mia occupazione preferita. 

Insegnare.

Il mio primo ricordo… 

Il secondo giorno di elementari in cui mio fratello scappò dalla scuola.
Nel mio frigo non manca mai…

Lo speck.

L’ultima volta che ho perso la calma…

Ieri sera. A casa quando sono stanco a volte capita.

Un sogno nel cassetto.

Vivere in una casa con un giardino.

L’errore che non rifarei.

Essere uno studente ansioso.

Del mio aspetto non mi piace…

Ormai mi sono accettato.

La persona che invidio più di tutti.

Non mi piace invidiare, ma prendere spunto.

Autrice: Chiara Caobelli

La genesi di un sogno: il Kurhaus, centro della mondanità

Ben trentotto anni dopo la consacrazione di Merano come Luftkurort (1836), in città mancavano ancora quelle tipologie di edificio necessarie per le diverse terapie ma anche per l’intrattenimento e lo svago, sempre presenti, nelle città di cura Mitteleuropee. Di impedimento alla realizzazione dei differenti stabili erano sì carenze economiche ma soprattutto l’ostinata opposizione dei politici conservatori. Il dibattito sull’opportunità di costruire un Kurhaus era iniziato nel 1846, quando, sotto la spinta di un primo afflusso turistico già consistente, l’allora sindaco Valentin Haller aveva invitato i cittadini a fondare una società per la costruzione del Kurhaus (Kurhausaktiengesellschaft).

Fu solo nel 1874 che la città poté inaugurare il suo Kurhaus. Il progetto e la realizzazione stessa dell’edificio apparve sobrio ed elegante nelle sue linee architettoniche neorinascimentali, con una struttura semplice, un corpo centrale, con atrio e scale, e due ali laterali ripartite in diversi locali adibiti alle molteplici attività con una lunghezza totale dell’edificio di settantaquattro metri. 

Qui si sarebbero concentrate le attività culturali, di svago e quelle più propriamente terapiche, secondo un modello già molto diffuso fra i centri di cura dell’impero e non solo. 

I bagni di cura trovavano posto al pian terreno del lato nord che si affacciava sulla Habsburgerstrasse. 

Nella sala posta nella zona mediana del corpo di fabbrica avevano luogo i balli, le feste, i concerti ecc. 

C’erano inoltre la Konversationsal, la sala di lettura, la sala giochi provvista di tavoli da biliardo, la sala da fumo, gli uffici della Azienda di cura e un salone per le signore. 

Il 14 novembre 1874 si ebbero i festeggiamenti di inaugurazione che non lasciarono a desiderare: centocinquanta gli invitati d’onore al banchetto, la sala della cerimonia era illuminata da centodue lampade a gas, eleganti decorazioni floreali impreziosivano l’ambiente e due busti dei coniugi imperiali davano un tono di ufficialità all’evento, sottolineato dalle note armoniose dell’orchestra di cura.  Il Kurhaus era ora il fulcro delle attività e degli incontri della società vacanziera. La sala di lettura, dall’ingresso gratuito, era aperta dalle otto del mattino per chiudere, oltre che nella breve pausa del mezzogiorno, alle nove di sera. 

Era l’Azienda di cura e soggiorno ad occuparsi dell’organizzazione delle singole attività e delle manifestazioni, quali concerti, balli e persino pezzi teatrali nonostante il progetto non prevedesse una sala teatrale o un palcoscenico. Si rimediò con un palco smontabile lungo tredici metri e profondo otto. 

Vista la concorrenza data dal gran numero di città di cura in tutto il territorio dell’impero e d’Europa, le attrezzature andavano continuamente aggiornate e rinnovate, così a pochi anni di distanza, nel 1880, lo stabilimento venne rinnovato e dotato di apparecchiature all’avanguardia. Negli anni Novanta però l’edificio denunciava la sua inadeguatezza data dagli spazi ormai divenuti angusti per un così cospicuo flusso di turisti. 

Nel 1899 dunque le autorità preposte si ritrovavano nuovamente nel vortice del dibattito sulle soluzioni possibili, in bilico fra l’ipotesi di una ulteriore ristrutturazione e quella di una definitiva ricostruzione. 

Si dovrà giungere però fino al 1906 per indire un primo concorso di proposte per la ristrutturazione, per arrivare infine ad una soluzione più drastica nel 1911 che prevederà la completa ricostruzione e l’ampliamento verso est lungo la passeggiata dell’edificio.  

Autrice: Rosanna Pruccoli

Un fiume di eventi contro la violenza

È dal dicembre 1999 che l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha istituito “La Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne” e ha designato il 25 novembre come data per la ricorrenza. Lo scopo di questa giornata è quello di sensibilizzare in ogni nazione l’opinione pubblica sulla gravità e le proporzioni che questo problema ha assunto. Esso prende vita in numerose forme della violenza e si esplica in modo trasversale a tutte le classi sociali, a tutti i livelli di alfabetizzazione e di istruzione e a tutte le latitudini del mondo. 

La data scelta dà inizio a sedici importantissimi giorni, i “16 giorni di attivismo sulla violenza di genere” che precedono la Giornata Mondiale dei Diritti Umani che ha luogo il 10 dicembre di ogni anno. Questo periodo comprende una serie di altre date di grande rilevanza come il 29 novembre, il Women Human Rights Defenders Day (Whrd), il 1º dicembre, la Giornata mondiale contro l’Aids e il 6 dicembre, anniversario del massacro del Politecnico di Montréal, quando 14 studentesse di ingegneria furono uccise da un venticinquenne che affermò di voler “combattere il femminismo”. 

“Orange the world”

Il colore arancione è utilizzato come colore di identificazione della campagna, ogni anno concentrata su un tema particolare e che dal 2014 ha assunto come slogan “Orange the World”.
Il service club Soroptimist international Merania, il gruppo di donne cioè che opera per le donne, le ragazze e le bambini a livello internazionale, nazionale e locale, aderisce all’intera iniziativa “Orange the world” con un ricco programma. Dal 25 novembre al 10 dicembre viene allestito il “Posto occupato” in numerosi luoghi pubblici come teatro, cinema, impianti sportivi, biblioteca e biblioteche scolastiche.

Una scrittrice in classe

In collaborazione con i licei di lingua tedesca di Merano “Gymme”, è invitata la scrittrice meranese Romina Casagrande a leggere alcuni stralci d’argomento e tratti dalla sua produzione letteraria.
In collaborazione il Comando dei Carabinieri, dove il Soroptimist meranese ha già creato anni or sono “La stanza tutta per sé” dove poter accogliere in un ambiente protetto e confortevole le donne che desiderino denunciare abusi e violenze, e che ha già donato la valigetta “Kit”per le registrazioni audio e video per le denunce in ospedale o altri luoghi, per i 16 giorni verrà illuminata di rosso la caserma.

Uno scaffale per le donne

In collaborazione con la Biblioteca civica di Merano, il 25 novembre alle ore 11 sarà inaugurato “Uno scaffale tutto per sé”. Lo scaffale dipinto di arancione mostrerà libri dalle tematiche femminili, altri scritti da donne. Ogni anno si sceglierà un diverso tema e lo scaffale ospiterà nuovi volumi. Il Soroptimist Club Merania si augura che lo scaffale diventi un punto di informazioni per gli studenti ma anche per i cittadini meranesi.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Viaggio fra gli archivi della città

Sono il testimone silenzioso della storia, un registratore che annota i particolari degli eventi, delle giornate, di ciò che si possiede, sono la memoria di un paese: la quinta edizione delle Giornate europee del patrimonio sarà dedicata agli archivi della città, che dal  16 al 26 novembre verranno eccezionalmente aperti a tutta la cittadinanza.

“Gli archivi esistono in tutto il mondo e in tutte le culture. Non di rado vengono anche definiti la memoria della società, perché conservano e salvaguardano un patrimonio culturale insostituibile che è stato tramandato di generazione in generazione. Rendendo accessibili vecchi documenti, mappe o lettere, non solo si documentano azioni e decisioni, ma si conserva anche la memoria. Svolgono un compito sociale straordinariamente importante, conservando per i posteri la conoscenza della società”, scrivono gli organizzatori della edizione 2023 delle Giornate europee del patrimonio nella brouchure stampata per l’occasione. È il quinto anno consecutivo che la città partecipa all’iniziativa, e quest’anno l’assessorato alla cultura collabora con il Palais Mamming Museum e – appunto – l’Archivio storico.
Saranno dieci giorni in cui gli archivi storici apriranno le loro porte, ma non solo: verranno presentati infatti anche fondi meno conosciuti quali il catasto degli alberi, l’archivio parrocchiale, il fondo dei costumi con biblioteca del teatro comunale, l’archivio degli spartiti dell’azienda di soggiorno, l’archivio dei libri d’artista per bambini Ópla nonché documenti, testimonianze e dipinti dell’ippodromo. Una serie di incontri ed iniziative a ingresso libero.

Il catasto degli alberi  e delle note musicali

Il primo appuntamento è stato fissato per giovedì 16 novembre alle ore 18 in Biblioteca civica in via delle Corse 1: Niccolò Fornasini, tecnico della Giardineria comunale, mostrerà ai cittadini l’attuale banca dati e catasto degli alberi pubblici di Merano, offrendo al contempo l‘opportunità di presentare le innovazioni tecnologiche e progetti futuri per il verde urbano. 

Da venerdì 17 a domenica 26 novembre nelle sale meeting 1 e 2 del Kurhaus resterà aperta una mostra particolare,  quella dell’archivio musicale cittadino. L’archivio degli spartiti raccoglie circa 7.500 opere di musica classica e moderna ed è anche il lascito di una delle istituzioni musicali più storiche della città, l’Orchestra del Kurhaus di Merano.  L’esposizione, curata da Karl T. Kogler ed Elfriede Hallama, resterà aperta dal lunedì al venerdì dalle ore 10 alle 14, sabato e domenica dalle 10 alle 16. Inaugurazione ufficiale sarà venerdì 17 alle ore 17.

L’archivio storico e quello parrocchiale

Sabato 18 e domenica 19  presso l’archivio storico in vicolo Passiria 7 si potranno varcare le porte dell’archivio storico e scoprire i suoi tesori: un’ampia varietà di documenti, tra cui l’ordinamento civico del 1317. Le visite guidate sono previste in entrambi i giorni: alle 11 e alle 16 con Eugenio Valentini (archivio storico) ed Elmar Gobbi (Palais Mamming) in italiano, e alle 10 e alle 15 con Markus Gamper (archivio storico) in tedesco. È necessaria l’iscrizione (cultura@comune.merano.bz.it, o via telefono al numero 0473 250211).

Sabato sarà anche possibile visitare l’Archivio parrocchiale del Duomo e scoprire un libro matricola.

I costumi e i libri  del Teatro Puccini

Il Teatro Puccini di Merano dispone di un vero “archivio tessile”: il fondo costumi conta più di 800 costumi di scena storici, e i  pezzi più pregiati risalgono agli anni tra il 1900 e il 1915, e la biblioteca è dotata di oltre 18.000 volumi che custodiscono alcune curiosità della cultura teatrale e musicale fin de siècle. Sabato 18 e domenica 19 novembre presso il teatro sono previste visite guidate: alle 10 e alle 14 con Patrick Rina (giornalista), Veronika Rieder (storica) e Sabine Hillebrand (fondo costumi) in tedesco; alle 11.15 e alle 15.15 in italiano. È necessaria l’iscrizione (cultura@comune.merano.bz.it oppure 0473 250211).

Opla, il libro d’artista per i bambini

Ópla è un archivio che dal 1997 ricerca e custodisce un vastissimo patrimonio di libri realizzati da artisti per bambini, e sabato 18, presso il Centro per la Cultura in via Cavour 1, lo si potrà scoprire. Sono previste diverse visite guidate alla collezione: alle 16 con Sonja Pircher (direttrice della biblioteca civica) in tedesco, alle 15 in italiano con Ilaria Degasperi (biblioteca civica); tra le 17 e le 19 è previsto l’accesso libero all’archivio, e per le ore 15 è stato organizzato un laboratorio per i bambini dai 5 agli 8 anni il cui focus sarà sulla reinterpretazione della fiaba nel libro d’artista per bambini. È necessaria l’iscrizione (cultura@comune.merano.bz.it, 0473 250211).

Borgo Andreina  e l’ippodromo

Sabato 18 e domenica 19, infine, ci si recherà all’ippodromo di Maia per una mostra particolare: saranno esposti manifesti, libri, riviste e dipinti dei vincitori del Gran Premio del passato e per conoscere meglio le personalità che hanno contribuito allo sviluppo dell’ippica. Visite guidate in tedesco alle 15.15 con Leo Haller e in italiano alle 14.30 con Carla Zanfrà. È necessaria l’iscrizione.

Autore: Luca Masiello

Concretezza

Le elezioni provinciali hanno avuto luogo e ora le aspettative da parte dei cittadini in parte coincidono e in parte differiscono rispetto a quelle che si erano osservate prima del voto.
Al nuovo consiglio provinciale spetta oggi innanzitutto il compito di rilanciare la sua credibilità, soprattutto al cospetto di coloro che hanno scelto di non votare. In sintesi, tra le principali motivazioni addotte da coloro che hanno disertato le urne, stando alle interviste fatte per strada, c’erano le seguenti motivazioni: “sono tutti uguali e sono incapaci di risolvere i problemi”, “fanno solo i loro interessi”, “non fanno altro che litigare”, “sono bravi solo a fare opposizione perché governare è un’altra cosa”. I politici dunque ora dovrebbero sapere bene cosa devono fare, per tentare in questa fase e nei successivi cinque anni di legislatura, di convincere questi elettori di tornare al voto. Ci sono poi le aspettative di coloro che invece a votare ci sono andati eccome, e che lo hanno fatto da protagonisti, producendo una serie di cambiamenti senza precedenti rispetto alle consuetudini politiche della nostra terra. Qui il compito dei politici si fa, forse, ancora più impegnativo e cruciale. Fin d’ora tra gli eletti abbiamo scorto due distinti atteggiamenti di fondo: ci sono coloro che si candidano per andare a governare e quelli che fin d’ora affermano che staranno all’opposizione. Ma a bene vedere in questa tornata elettorale abbiamo registrato una presenza molto più significativa di formazioni politiche che si candidano a governare, complice la novità della non autosufficienza della SVP in termine di numeri in consiglio provinciale. E ciò è un bene, per fortuna.
I cittadini si aspettano in definitiva due cose da parte dei nuovi rappresentanti eletti e dalla prossima giunta provinciale. In primo luogo una visione e una progettualità in grado di intervenire in maniera costruttiva sui principali problemi concreti da risolvere e in secondo luogo un atteggiamento costruttivo volto a fare fronte comune rispetto alle difficili sfide da affrontare.
Le contrapposizioni del passato, etniche, linguistiche, destra – sinistra, ecc. lasciano il tempo che trovano. Come le scelte degli elettori stanno ampiamente a dimostrare.

Autore: Luca Sticcotti

Uno scenario nuovo

Le recenti elezioni provinciali del 22 ottobre hanno aperto prospetive inedite per la politica altoatesina. Per la prima volta la giunta provinciale dovrà essere basata su una vera coalizione, composta da almeno tre partiti. Ne abbiamo parlato con il politologo nativo di Bronzolo Günther Pallaver.

A grandi linee i risultati del voto del 22 ottobre erano stati ampiamente previsti dai sondaggi ma,  lo sappiamo, una cosa è paventare nuovi scenari anche per forzare gli elettori nelle loro scelte dell’ultima ora, e un’altra è invece confrontarsi con il nuovo panorama  degli eletti in consiglio, prossimamente impegnati a dare un nuovo governo alla nostra provincia, 

Le novità sono molte, naturalmente tutte volute dagli elettori direttamente attraverso le loro scelte di voto oppure indirettamente attraverso la decisione di disertare le urne. Su tutte spicca un passaggio epocale, ovvero la necessità per la SVP di allearsi per la prima volta anche con un partito “di lingua tedesca”. è la fine di un’epoca, quella della rappresentanza esclusiva del gruppo linguistico (etnico) tedesco. Un vero e proprio cambio di paradigma per l’autonomia altoatesina.

L’INTERVISTA

Davvero è cambiato tutto, ora?

Direi di sì. Non c’è stata infatti solo la discesa della SVP più o meno al 35% dei consensi complessivi. La grande novità è che la Volskpartei non ha più l’esclusiva della rappresentanza dei gruppi linguistici tedesco e ladino. Oggi rappresenta infatti solo il 45% della “minoranza”; il restante 55% di elettori di madrelingua tedesca ha votato altri partiti. Ora la Stella Alpina a Roma, Vienna e Bruxelles non può più dire “noi rappresentiamo le minoranze linguistiche”. In secondo luogo, diretta conseguenza di questo, la SVP ha ora bisogno di un partito partner di giunta anche di lingua tedesca. è la prima volta questo accade dal 1948, si tratta davvero di un momento storico. In sostanza: la SVP non è più un “partito di raccolta”.

Si ragiona molto sull’emorragia di voti della SVP. Cos’è davvero successo al suo tradizionale elettorato?

Ha pesato molto la rissosità all’interno del partito tra le varie fazioni, che evidentemente all’elettorato non sono piaciute. Non sono riusciti a trovare un consenso tra le varie anime interne. La SVP era diventata il partito delle lobby dei contadini e degli albergatori. Ci sono poi tutta una serie di questioni politiche che sono rimaste irrisolte. Basti pensare alla questione del limite dei posti letto da mettere a disposizione per il turismo, oppure ai problemi legati all’urbanistica o alla gestione delle risorse energetiche. Si è poi verificata anche una certa discrepanza tra l’obiettivo della sostenibilità ambientale per il territorio indicata dal presidente Kompatscher come importante obiettivo da raggiungere, e quello che si è riusciti concretamente a realizzare. Il freno, com’è noto, è giunto appunto dalle lobby interne. C’è poi anche un altro aspetto, particolarmente interessante che va considerato. 

Quale?

La SVP è stata sempre il partito di grande successo, in grado di portare sicurezza alla minoranza grazie all’autonomia che tutti ci invidiano. L’autonomia è quindi diventata quasi… ovvia ed è venuto meno il collante etnico che alimentava il consenso del partito di raccolta. Il tradizionale appello all’unità perché la minoranza sarebbe sempre sotto attacco, in sostanza è stato superato dalla normalizzazione. E quindi ora gli elettori di lingua tedesca si sentono nelle condizioni di uscire dall’alveo della difesa rappresentato dalla SVP. Possiamo dire che la Volkspartei in qualche modo è vittima del successo da lei ottenuto. 

A questo proposito si parla molto degli “italiani” in consiglio provinciale e degli “italiani” in giunta. Le categorie etniche della politica quanto sono ancora attuali dopo questo voto?

Sì e no. Durante il voto sono meno attuali, ma poi quando si va alla formazione del governo ovviamente i gruppi esistono eccome. Lo vediamo dalle lacrime del gruppo italiano che è rappresentato da soli cinque consiglieri. In realtà è la seconda volta che questo succede, erano stati cinque già nelle elezioni del 2013. Ma in una democrazia consociativa, come quella di cui facciamo parte (* cfr box a fondo pagina) una delle logiche è l’inclusione massima di tutti i gruppi sociali e nel nostro specifico i gruppi linguistici. Dal punto di vista formale oggi puoi senz’altro dire che se in consiglio provinciale gli italiani sono cinque, poi in giunta ce ne sarà uno. Ma quell’uno andrà quindi a rappresenta solo una minima parte della popolazione di lingua italiana. E questo dal punto di vista politico diventa un problema. Questo meccanismo è uno dei motivi di quello che abbiamo chiamato disagio di italiani: mano a mano si sono sentiti sempre più estromessi. Certo che chi non va a votare… Basti vedere che nella maggior parte dei 116 comuni la percentuale di voto è stata più o meno dell’80%. A Bolzano, Merano e Laives, invece siamo andati sotto il 60%. La differenza è notevole. 

I prossimi passi sono l’insediamento del consiglio, l’elezione dell’ufficio di presidenza e poi le trattative per la giunta per le quali ci sono a disposizione 90 giorni. Cosa succederà? Quanto peseranno Roma e i risultati delle elezioni in Trentino?

La SVP è combattuta al suo interno. Ma per capire cosa succederà è utile partire da una serie di precondizioni. Innanzitutto per avere una maggioranza solida ci vogliono 19 consiglieri su 35, 18 sono pochi. 19 erano anche all’inizio della scorsa legislatura. Vanno rispettati poi la proporzionale etnica e la quota riservata alle donne. C’è poi anche la questione della vicinanza o distanza politica rispetto alla SVP. Nell’ultimo periodo Fratelli d’Italia ha assunto una posizione molto moderata su autonomia e proporzionale, con lo scopo di accreditarsi per entrare in giunta. Ma dal punto di vista ideologico sappiamo che a Roma nel partito ci sono ancora molti rappresentanti nostalgici del fascismo. Sta di fatto che nella SVP c’è un’ala conservatrice che vuole allearsi con Fratelli d’Italia per avere un collegamento con Roma, e un’altra metà che invece non lo vuole. Si parla anche dell’intenzione della Volkspartei di fare un sondaggio tra i suoi iscritti, prima di fare eventualmente questo passo. A mio avviso la Volkspartei non può poi fare una coalizione con un partito che vuole l’autodeterminazione al posto dell’autonomia, come Südtiroler Freiheit. Un’altra questione è la posizione o meno a favore dell’Europa sovranazionale oppure il sovranismo. Sappiamo che la Lega è un partito antieuropeo e che a questo proposito la Meloni è meno rigida. Poi: può la SVP fare un’alleanza con un partito come la Lega che ha appena aperto un contenzioso a livello europeo contro le limitazioni al traffico commerciale introdotte dall’Austria che, lo ricordiamo, è la potenza tutrice dei sudtirolesi? 
In definitiva: fare una coalizione con Fratelli d’Italia è difficile. Ma avere un contatto con Roma è importante e la SVP con le sue coalizioni ha sempre rispecchiato il governo nazionale, a parte il periodo di Berlusconi. Secondo me allora la Stella Alpina cercherà comunque di fare una coalizione con la Lega. Con questo partito ha già governato negli ultimi cinque anni e già allora nel programma di coalizione insieme avevano sottoscritto un preambolo a favore anche dell’Europa. Va poi detto che  Christian Bianchi è stato eletto nella lista della Lega, ma in realtà è un indipendente candidato in rappresentanza della sua lista civica Uniti per Laives. Bianchi è quindi autonomo e ha governato per anni in grande sintonia con la SVP a Laives. Poi la SVP ha bisogno di un partito tedesco e qui in pole position a mio avviso c’è il Team K. Il diciannovesimo consigliere potrebbe quindi essere Gennaccaro. 

Da queste elezioni Kompatscher come ne esce? C’è chi lo indica come corresponsabile della “sconfitta” e chi invece lo ritiene colui che è riuscito a contenere la perdita di consenso della SVP.

La SVP ha diminuito i consensi ma all’interno del suo partito Kompascher ne è uscito rafforzato. Nel 2018 il 57% dell’elettorato della SVP aveva dato la preferenza a Kompatscher, nel 2023 la percentuale è stata invece del 60%. Molti hanno detto di aver votato SVP, questa volta, “per dare man forte a Kompatscher”. E senza la ricandidatura di Kompatscher a Landeshauptmann probabilmente il partito avrebbe perso ancora di più. Inoltre ora in consiglio provinciale Kompatscher ha con sé la maggioranza del gruppo consigliare, cosa che prima non c’era. Invece molto  indebolita è la figura di Achammer, che secondo me prima o poi durante la legislatura verrà sostituito nel ruolo di Obmann del partito. Trovarne uno nuovo non sarà facile, a causa del compito davvero ingrato. Quindi forse potrà anche rimanere…

Sì, ma non più con le percentuali bulgare di consenso degli scorsi anni…

Eh già. E anche questo è un grande cambiamento.

Autore: Luca Sticcotti

La strada dedicata a Luigi Negrelli

Tra le vie delimitanti la Zona Artigianale di Bolzano, oltre a via Kravogl e via Galvani, vi è via Luigi Negrelli. Nato a Fiera di Primiero (TN) il 23 gennaio 1795, Luigi Negrelli mostrò presto di avere spiccate doti intellettuali; nel Ginnasio vescovile di Feltre si rivelarono le capacità nella progettazione del disegno. Con una borsa di studio poté continuare gli studi a Padova, Vicenza, Innsbruck. A ventuno anni divenne membro della Direzione distrettuale del Tirolo; si occupò con l’ingegnere Joseph Duile della regolazione del corso del Reno; intervenne anche per sistemare gli argini di Adige e Inn.   A Negrelli si deve anche la costruzione di tre chiese nel Vorarlberg. Nel 1835 fu incaricato dalla Svizzera di sovrintendere alla realizzazione della nuova rete stradale del Cantone San Gallo; si occupò anche di nuove strade montane, regolazione di torrenti, pianificazione della viabilità fluviale. Ebbe incarichi anche dal Cantone di Zurigo. A Negrelli si deve la prima ferrovia elvetica, Zurigo-Basilea. All’opera di Negrelli in campo ferroviario si affidò anche l’Austria. Fu chiamato anche in Prussia e nel Württemberg, ma anche nella Repubblica Ceca. Nel 1848,  trasferito a Verona, divenne Commissario imperiale per la ricostruzione e riorganizzazione di ferrovie, strade, ponti.  Fu nominato anche Direttore delle Pubbliche Costruzioni del Lombardo Veneto. Il Feldmaresciallo Radetzky intervenne  perché Negrelli potesse dedicarsi al progetto del Canale di Suez; dopo i vari tentativi da parte di egizi, romani, ottomani, il progetto di Negrelli, basato sugli studi scientifici partiti dal Settecento, fu  considerato a Parigi il migliore dalla “Commissione internazionale”; era migliore l’idea di un canale diretto fra Mediterraneo e Mar Rosso, senza chiuse e che sfruttava i lagni interni. I lavori iniziarono dopo la morte precoce, il 1° ottobre 1858, di Negrelli. Fu sepolto nel cimitero monumentale di Vienna.

Autore: Leone Sticcotti

La musica elettronica del bolzanino Bartolomeo Sailer 

Nel mese di luglio abbiamo raccontato il giro di Islanda in bicicletta intrapreso dal bolzanino  Bartolomeo Sailer insieme alla sua compagna per festeggiare i loro 50 anni. Quello che non tutti sanno è che Sailer, che dagli anni ‘90 vive a Bologna, è un musicista elettronico. A fine settembre è tornato a Bolzano, sua città natale, per suonare in occasione della festa per i 20 anni dello spazio Lungomare.

Quando hai capito che saresti divenuto un musicista?

Quando nel 1999 una etichetta discografica aveva deciso di pubblicare un disco mio: è stato lì che ho deciso di trasformare la mia passione per la musica elettronica in un lavoro, certamente faticoso e spesso poco remunerato, però in qualche modo ce l’ho fatta.

Affronti i tuoi set collegando e suonando con diversi dispositivi elettronici. Con che stumentazione hai iniziato?

Con una drum machine, ovvero una batteria elettronica che dava la possibilità di programmare dei ritmi con i suoni campionati, cioè registrati, della batteria, quindi la cassa, il rullante e via dicendo. Io ero ispirato da una band emiliano romagnola che si chiamava CCCP, che non aveva il batterista, ma una di queste macchine che faceva i ritmi per loro.

Come definiresti la tua musica di oggi?

Faccio musica elettronica, che non ha a che fare con i canoni della pop music, non faccio canzoni dove c’è un cantante e ci sono le strofe e i versi, ma faccio delle cose più fluide, con dei suoni particolari di ricerca. Se uno fa riferimento alla musica pop, io sarei quello che fa le basi e cerco di farle nel modo più all’avanguardia possibile. Quindi ci saranno dei ritmi, ci saranno delle melodie eventualmente, e tutto questo si mescolerà insieme.

Hai anche composto musiche per spot televisivi… 

Vi ho dedicato dieci anni della mia vita. È stato un lavoro molto artigianale che consisteva nel cercare di sviluppare uno schema fornitomi dall’agenzia pubblicitaria. Il lavoro consisteva nel comporre 30 secondi, massimo un minuto, di musica, che andasse a tempo con le immagini e che piacesse a tutti nella catena di produzione, a partire dall’art director, che è quello che inventa tutta la pubblicità, fino al cliente.

Parliamo della tua musica, delle tue produzioni: con che nomi sei conosciuto?

Il nome principale con cui mi presento è Wang Inc. Però ogni tanto compaio anche come Bartolomeo Sailer, oppure come Walking Mountains o White Raven. Recentemente ho creato Dead Soul Rave, un nome che praticamente non è quasi mai stato pubblicato.

Con i nomi, cambia anche la proposta?

Sì, ogni nome ha una sua linea.Wang Inc. è il progetto con cui sono cresciuto, con cui sviluppo in musica temi più politici, spesso ambientali oppure sociali. Ad esempio a fine settembre, per i 20 anni di Lungomare, ho presentato il mio ultimo disco “Mediterraneo”, del 2020, ispirato alle vicende di chi deve fuggire dai lager libici o di chi prova ad attraversare con un’imbarcazione di fortuna il mare, di chi affoga e chi invece litiga con il governo italiano per poter approdare in un porto sicuro. Uso la mia immaginazione musicale, è un viaggio senza parole, ma chi ascolta trova delle suggestioni riportate in musica che interpretano i nomi dati alle tracce.
Tornando ai nomi: White Raven è il romantico che parla d’amore e di sogni; Walking Mountains è pensato come il nome con cui lascio più spazio alla distorsione, ai suoni violenti, ai ritmi veloci. E infine con Bartolomeo Sailer firmo le cose più ambient o le colonne sonore di film.

Autore: Till Antonio Mola