Una festa dedicata all’amore per i nonni

Giochi e merende di una volta, la benedizione di don Walter, e soprattutto tanti nonni con i loro nipotini: è stata un successo la Festa dei Nonni dell’Oratorio Santiago, una giornata che è stata capace di portare gioia nei cuori di grandi e piccini.

I nonni come degli alberi: alberi che custodiscono storia e saggezza e seminano amore per i propri nipoti, che porteranno a loro volta avanti la storia. 

Questo il tema della Festa dei Nonni organizzata dall’Oratorio Santiago di San Giacomo in occasione appunto della Festa dei nonni, che in Italia si celebra il 2 ottobre. 

E proprio lunedì 2 ottobre scorso quindi, nonni in compagnia dei propri nipotini hanno potuto trascorrere un pomeriggio spensierato e, soprattutto, dedicato a loro. La giornata infatti è stata organizzata proprio in ricordo dei loro tempi, con una sana merenda “di una volta” a base di pane burro e zucchero, oppure pane e olio o, ancora con marmellata o conserva di pomodoro. 

All’insegna dei vecchi tempi anche le canzoni e i giochi, dove la tradizionale tombolata si è svolta rigorosamente coi fagioli!

Il momento più toccante è stato però quando i nipotini hanno consegnato ai nonni dei bigliettini decorati a mano, realizzati da loro nel corso del laboratorio creativo del venerdì precedente.  

Ogni bigliettino conteneva dei semi, che i nonni potranno quindi piantare nell’orto o in un vaso, simbolo della vita che continua e che loro trasmettono ai nipoti. L’atmosfera di tutta la giornata è stata all’insegna dell’allegria creata dai bambini, dei ricordi e dei racconti dei loro nonni, naturalmente commossi dalle attenzioni loro riservate.

La festa è stata preceduta dal saluto e dalla benedizione del decano di Laives e parroco della chiesa di San Giacomo, don Walter Visintainer.

Autrice: Raffaella Trimarchi

La villa del medico in stile modernista

Nel 1934 i coniugi Diessbacher fecero costruire la propria villa in via Maia, a poca distanza dalla Casa Littoria che aveva preso il posto della vecchia e fatiscente costruzione dell’ospizio annesso alla chiesa di Santo Spirito. Primo edificio della via Maia, la villa affacciava anche su via Roma. 

Mattheus Diessbacher fu medico assai noto in città e, nell’arco della sua lunga vita, sempre apprezzato per le sue doti umane. Durante la Prima guerra mondiale Matthaeus stava frequentando il liceo dei Benedettini e avrebbe dovuto assolvere all’esame di maturità nel 1917 ma, approfittando della possibilità di sostenere la cosiddetta “maturità di guerra”, si licenziò un anno prima, nel 1916. Entrato subito nel servizio militare, servì la patria nel II. Reggimento dei Kaiserjäger. 

Come capitano fu impiegato sul fronte tirolese e poi su quello del Pasubio da dove prese parte all’offensiva austriaca in Italia settentrionale. Finita la guerra – e autofinanziandosi dando lezioni private – iniziò gli studi di medicina all’Università di Innsbruck, dove si laureò con la lode nel 1922. L’anno seguente, nell’ambito della cosiddetta Piccola Opzione, egli compare nell’elenco delle persone che nel mese di aprile ottennero la cittadinanza italiana dalla Regia Prefettura di Trento. 

Ultimata anche la specializzazione in otorinolaringoiatria nel 1925, rientrò subito a Merano per aprire il proprio ambulatorio specialistico. L’anno seguente sposò Sidonie Kinz, originaria di Kufstein e sorella della famosa attrice Franziska Kinz.

Nel 1934 i coniugi Diessbacher fecero costruire la propria villa in via Maia rivolgendosi agli ingegneri Augusto Rovighi e Walter Nörden che realizzarono una villa funzionale e nel segno dello stile modernista. 

La villa si articolava su tre piani: al piano interrato trovavano posto oltre a quattro cantine, una cucina e due stanze. Al pian terreno la sala d’attesa, l’ambulatorio e il “lavatorio”, la stanza e il bagno per la cameriera. Al secondo piano trovavano posto la cucina, un wc e un bagno, e tre stanze; stesso schema per il secondo piano. Fino al 1978 il dottor Dissbacher visse e tenne ambulatorio nella villa. Sulla facciata spiccano un ingresso elegante, un vistoso bovindo tondeggiante, e l’affresco poderoso di Paul Mathias Padua, realizzato nello stesso anno della costruzione dal pittore salisburghese e raffigurante i santi Cosma e Damiano. 

Il cancello d’ingresso è sovrastato da un arco di ferro battuto sul quale troneggia il simbolo della medicina: il caduceo di Hermes e il serpente, stesso simbolo che peraltro campeggia anche sul frontone della Kurmittelhaus.  Durante la seconda guerra mondiale il dottor Diessbacher esercitò anche come medico condotto a Lauregno e Proves. 

Subito dopo il conflitto, vista la sua bontà d’animo ma anche il suo carattere aperto e amichevole, fu invitato a far parte del Rotary Service Club fin dal 1950 quando ancora esso aveva sede solo a Bolzano. Nel 1962 fu tra i fondatori della sede meranese del Rotary e il primo fra i membri meranesi ad essere insignito con la più importante onorificenza rotariana: il “Paul Harris Fellow”.   

Il desiderio di voler sempre essere aggiornato sui progressi e sulle evoluzioni legate alla sua specializzazione lo portava a frequentare numerosi corsi di aggiornamento Innsbruck, Zurigo, Monaco, Freiburg, Kiel, per citarne solo alcune. 

Nel 1963, però, la sua vita fu sconvolta all’improvviso: in un incidente automobilistico presso Colma mori la moglie Sidonie. Per eternarne la memoria egli istituì una borsa di studio che veniva consegnata ogni anno a Natale.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Diego Tartarotti: l’arte per resistere

In questo numero vi proponiamo un’intervista a Diego Tartarotti, in arte 2rxst. Tartarotti è un giovane artista visivo bolzanino. L’artista dipinge ad olio, acrilico, su tele o su muri. Fa anche graffiti, e utilizza pure la fotografia e i video.

Il tuo nome d’arte da cosa deriva?

All’inizio quando dovevo cercare un nome d’arte, il concetto che mi piaceva era “esistere”. Il mio  amico Marco Tork però mi disse: “mettici una r, è più un resistere che esistere”. “2rxst” ovvero “to resist” prende il significato di “resistere”. Nei momenti difficili in cui si vive un disagio, l’arte può essere anche resistenza.

Come nasce questa tua passione?

Ho sempre disegnato da quando ero piccolo. Mi ricordo che già alla scuola materna dicevo: “Voglio fare il pittore” ed è una cosa che poi ho coltivato facendo l’artistico e in seguito l’accademia. I miei genitori amano molto l’arte, non mi hanno mai tarpato le ali e mi hanno sempre appoggiato in quello che mi piaceva fare.

Quali tecniche artistiche prediligi?

In accademia ho fatto l’indirizzo di pittura, però sono sempre stato portato per le arti grafiche, quindi progettazione grafica a mano, su carta e sul computer. Mi piace la poliedricità della mia arte; in pratica dipingo ad olio, acrilico, su tele o su muri, faccio graffiti, e utilizzo anche la fotografia e i video.

Come definiresti il tuo stile?

Ho uno stile molto duro, ci sono dei contorni spessi, molto definiti da queste linee nette, decise, poi quando uso la matita calco. È uno stile molto incisivo, molto pesante. Mi piacerebbe provare a unire il mio stile con l’arte accademica, più pittorica e delicata.

Di questo ne hai fatto un lavoro?

Diciamo che ci sto lavorando, ho varie commissioni. Faccio quadri e graffiti su commissione. Sono partito regalando molti dei miei lavori, poi pian piano ho iniziato a vendere le mie opere, ma ancora cerco di tenere un equilibrio per quella che è l’arte su commissione e l’arte per l’arte. Non voglio definirmi né un professionista, né un artista di strada: sono Diego.

Cosa ti ispira in particolare?

Mi faccio ispirare un po’ da tutto. Quando disegno fumetti mi ispirano i viaggi e le storie di vita. Quando dipingo mi faccio ispirare dai miei sentimenti, la creatività deriva dallo stato d’animo. Penso mi sia rimasta un po’ di quella fantasia e di quello stupore che hanno i bambini per tutto. La mia è una ricerca che va dall’estetica al sentimento. 

Ambizioni?

Star bene nella vita, far star bene gli altri ed essere felice. Sogno di fare dell’arte il mio lavoro ma senza trovare compromessi. Farò la magistrale per poi fare l’insegnante. Insomma, vorrei che il mondo dell’arte fosse una costante della mia vita.

Autrice: Ilaria Talamoni COOLtour

“lasecondaluna”: uno sguardo sull’arte

Quella dell’associazione “lasecondaluna” di Laives è una storia giovane in ogni senso: nata nel 2019 dalle ceneri di un omonimo premio gestito dal Comitato Premio Internazionale Arti Visive “Città di Laives”, l’obiettivo principale, di ieri e di oggi, è soprattutto quello di avvicinare la cittadinanza alle arti visive. Anche incitando e supportando i giovani artisti trentini ed altoatesini.

Fu Denis Isaia, attualmente curatore al Mart a fondare questo premio che raccoglieva tutte quelle personalità che non trovavano casa nelle tradizionali categorie artistiche. L’archivio di opere che si è venuto a creare ha portato il Comitato a trasformarsi in associazione, conservando il nome “lasecondaluna” come omaggio all’originalità, al pensiero alternativo e alla creatività. “Il nostro presidente Giorgio Cattelan ha accompagnato la creazione e la crescita dell’associazione”, spiega Amanda Filippi, direttrice generale del sodalizio.

Direttrice Filippi, quali sono le prime proposte messe in campo per “farsi conoscere”?

Le nostre attività si svolgono soprattutto in Bassa Atesina, in un’ottica di decentramento dell’offerta culturale rispetto alle maggiori città della regione, Bolzano e Trento. Per questo organizziamo ogni anno una stagione di mostre che si inserisce in una cornice più ampia, un tema biennale di cui ogni esposizione offre una diversa chiave interpretativa. Altra mission che ci siamo posti fin dall’inizio è valorizzare gli artisti residenti in Trentino e Alto Adige, con particolare attenzione alle nuove generazioni, cercando d’essere un valido supporto nello sviluppo del loro lavoro anche in ottica professionalizzante.

I tempi sono cambiati e, sbirciando nel sito, l’offerta sembra essersi fatta più ampia. 

Abbiamo avviato dei corsi d’arte a Laives e da poco è stato messo in atto il progetto “Arte & Benessere | Umanizzazione degli spazi: la sala d’aspetto del reparto psichiatrico di Bolzano”. In collaborazione con “Chiron”, abbiamo aperto una call per realizzare un’opera d’arte visiva nel corridoio del reparto di psichiatria dell’Ospedale di Bolzano. Un altro importante progetto che stiamo portando avanti con il Cedocs di Bolzano è “Quo vadis? Festival delle culture e delle lingue”, ogni anno dedicato a cultura, storia e arte di un diverso paese del mondo.

Quante persone fanno parte del sodalizio?

Attualmente 66 soci. Il direttivo è composto da sette persone. Ci sono poi molti collaboratori che, grazie alle loro competenze specifiche, lavorano insieme a noi sui vari progetti.

Quali sono le proposte e le mostre significative messe in campo quest’anno? 

La nostra stagione espositiva è iniziata a marzo nella Sala Espositiva di Laives, con “Otherwordly Women” dell’artista Daria Akimenko, a cura di Margherita Cestari. Ci siamo poi spostati a Vadena con la collettiva fotografica “Architecture of Fragments”. A giugno siamo tornati a Laives con “Corpo Sospeso / Suspended Body” di Valentina Cavion, a cura di Nicolò Faccenda. Il 6 ottobre abbiamo poi inaugurato una personale di Italo Bressan. Con l’autunno sono ripartiti i corsi d’arte con un workshop per bambini e uno di ricamo creativo.

L’aspettativa per il futuro? 

Sicuramente continueremo a ideare e realizzare progetti artistici e di sviluppo territoriale, proseguendo a stimolare il dialogo attorno alle arti visive. Nei prossimi anni ci concentreremo inoltre nel ricercare una collocazione definitiva che permetta di svilupparci ulteriormente e di incrementare il contatto con il pubblico attraverso nuovi servizi e uno spazio aperto e frequentabile. Un altro obiettivo è far rivivere il ricco archivio del Comitato Premio Internazionale Arti Visive “Città di Laives”. Vorremmo recuperare tutto il materiale e renderlo fruibile: si tratta di un patrimonio davvero particolare, con testimonianze artistiche al di fuori delle categorie canoniche.

Autore: Daniele Bebber

Arte, storia e musei

Silvia Spada Pintarelli è storica dell’arte e museologa. Ha organizzato mostre di arte medievale e moderna tra cui, nel 2000, “Trecento. Pittori gotici a Bolzano”, esemplare per qualità e rigore scientifico. Ha inoltre collaborato alla creazione del Percorso espositivo nel Monumento alla Vittoria di Bolzano. Da alcuni anni in pensione, continua lo studio e la ricerca sull’arte dell’Alto Adige e del Trentino, pubblicando anche libri didattici per bambini. 

La cosa di me che mi piace di più.

La curiosità.

Il mio principale difetto.

Temo proprio di essere permalosa e anche (un po’) iraconda.

Il mio momento più felice.

La sera, quando il giorno si placa e la luce svanisce.

Il capriccio che non mi sono mai tolto.

Vedere l’aurora boreale; per fortuna sta arrivando qua.

La mia occupazione preferita.

Andar per musei e luoghi d’arte insieme a mio marito, indispensabile compagno di viaggio (anche perché io non ho la patente).

Il mio piatto preferito.

Troppi.

Non sopporto…

L’invidia. Non voglio essere invidiosa e non voglio essere invidiata.

Per un giorno vorresti essere…

Federico Zeri.

Se fossi un animale sarei…

Una lucciola per rendere magico il mondo.

Sono stata orgogliosa di me stessa quella volta che…

Abbiamo inaugurato il percorsoespositivo nel Monumento alla Vittoria.

Dove mi vedo fra dieci anni.

Spero NON in una casa di riposo.

Il superpotere che vorrei avere.

L’invisibilità. Mi farei delle risate!

La mia occupazione preferita.

Leggere, leggere e poi leggere (mangiucchiando un dolce tra una pagina e l’altra).

Cosa apprezzo di più del luogo in cui vivo.

Le piste ciclabili e i prati del Talvera.

Amo il mio lavoro perché…

Ho fatto pagata quello che avrei fatto anche gratis.

Il mio motto.

Domani è un altro giorno.

La massima stravaganza della mia vita.

Aver accompagnato un’amica a comprare un mucchio di Gratta e Vinci.

Del mio aspetto non mi piace…

La pancia!!!

Il mio primo ricordo.

Il contrassegno con la farfalla che avevo all’asilo.

Cambiare totalmente vita a 57 anni

Oggi vi raccontiamo la storia di Franco Barcatta. Fino ad un anno fa era ispettore dei Vigili di Bolzano, ma ha lasciato il posto sicuro per vivere il suo sogno come FrancoB Dj, divenendo ospite fisso di un locale/terrazza di lusso a Caorle.

“Si tratta di una passione riesplosa dopo tanti anni. Sin da piccolo volevo fare il DJ: a metà anni 80 a Radio Rosengarten ho cominciato ad esercitarmi al mixer con i primi vinili. E da lì la passione mi ha portato a diventare il DJ resident del Jumbo Discopub a Mazzon di Egna. La passione per il DJing è rimasta, ma ho dovuto giocoforza reprimerla in quanto con il passare del tempo non era più conciliabile con il tipo di lavoro che facevo. Fino a quando l’anno scorso mia moglie ha avuto l’intuizione di risvegliare questa mia passione: vedeva che la sera passavo molte ore al computer a documentarmi sulla musica, e quindi un giorno è andata a comprarmi una console per DJ. Quindi in un certo senso devo tanto a lei, che è stata brava a sostenermi e a creare le condizioni che mi hanno spinto a prendere questa decisione. Ci ho messo pochissimo a ritrovare la tecnica, era come se non avessi mai smesso di mixare, e questa ritrovata passione mi ha portato a una svolta di vita. Dopo 23 anni di lavoro nella polizia municipale, dove ero arrivato anche al grado di luogotenente, il massimo grado dell’ispettore, ho deciso di rassegnare le dimissioni. C’è da dire che negli ultimi anni era cambiato molto il lavoro, oltre che la città stessa, tanto che ho cominciato a provare stanchezza. Sono sicuro che, anche senza questa mia ritrovata passione, qualcosa sarebbe cambiato in ogni caso a livello professionale.”

Quello che colpisce è la luce negli occhi di Franco quando parla del suo nuovo lavoro come FrancoB Dj. Proviamo a provocarlo: aveva 57 anni quando ha deciso di tornare a fare il DJ. Ma chi è che, oggigiorno, dà fiducia ad un 57enne?

E invece ho scoperto che dove vado a suonare, l’età non solo non conta, ma qualche capello grigio aiuta. Io stesso pensavo il contrario: ero rimasto a trent’anni fa quando quando il DJ era giovane e ho scoperto invece che qui in Trentino Alto Adige, ma soprattutto nel Veneto, dove io suono tantissimo, 50 anni è la media dei DJ che vengono chiamati per le serate. È stato questo un aspetto mi ha tranquillizzato molto, e anzi ha contribuito a darmi una ulteriore spinta.

Come è stato accolto dal pubblico?

Mi ha aiutato l’esperienza che ho accumulato negli anni facendo radio; quindi non solo nel mixare la musica, ma anche nel conoscere i brani, nell’aver interiorizzato quali fossero i riempipista, quali i successi nel corso degli anni, e poi negli anni a venire ho sempre cercato di rimanere aggiornato, nonostante il poco tempo a mia disposizione. Ho seguito l’evoluzione musicale dagli anni  ‘70 in poi, e questa esperienza mi permette anche di saper poi modulare la musica a seconda delle circostanze.

Come si sente a fare il DJ?

Io sono completamente rinato! Avevo bisogno di staccare completamente la spina e salvaguardare  la mia salute. E la musica mi ha salvato!

Autore: Till Antonio Mola

24homes, altrettanti concerti in… casa

24 house concert e 24 case private posizionate in tutta Bolzano: un nuovo calendario d’avvento artistico-culturale in grado di creare un legame fra la comunità artistica e la cittadinanza. Il concetto di base è quello di sentirsi a casa, di intimità e la creazione di nuovi spazi in cui esaltare la convivialità e rafforzare i legami di comunità. Il progetto nasce dalla musicista bolzanina Greta Marcolongo. Le abbiamo fatto qualche domanda, per scoprire nei dettagli il progetto.

Com’è nata questa idea?

Il progetto nasce come risposta al bisogno di instaurare e rafforzare nuovi legami fra la città e i suoi abitanti, valorizzandone gli  spazi. Si cerca di diffondere il messaggio legato al concetto di “porta aperta”: ossia di attenzione e accoglienza verso “l’altro” attraverso lo sviluppo e creazione di relazioni umane, anche semplicemente con i propri vicini di casa. Il progetto 24homes risponde anche al bisogno di offrire nuovi ed inusuali spazi d’incontro a chi ha qualcosa da dire, ovvero ai musicisti. A Bolzano purtroppo le situazioni in cui potersi esprimere e far conoscere la propria musica non sono poi così tante e le limitazioni di orario e di volume non aiutano di certo.

Cos’è un house concert?

È una performance musicale che ha luogo in una casa privata. Gli house concert sono un’esperienza unica per chi ospita, per chi suona e per chi partecipa. Ogni evento è unico e speciale, ma i tratti comuni sono i seguenti: si svolge all’interno di uno spazio privato che viene messo a disposizione gratuitamente. Gli invitati sono solitamente amici del proprietario di casa (colleghi, vicini di casa, amici di amici ecc), e gli artisti suonano in acustico senza alcun utilizzo di amplificazione. Il proprietario di casa allestisce anche un tavolo che viene imbandito con cibo e bevande. Il pubblico si siede per terra, sul divano o resta semplicemente in piedi. La performance dura circa una mezz’ora, dalle ore 17 alle ore 17.30.

A chi è rivolto questo progetto? Chi può parteciparvi?

Si rivolge a tutta la cittadinanza senza alcuna esclusione. Inoltre – poiché le case scelte per gli eventi saranno dislocate nei cinque differenti quartieri di Bolzano  – 24homes presta un’attenzione particolare volta a coinvolgere anche le zone più periferiche della città. Protagoniste sono le case private, il luogo più intimo ma che “non esiste, se non viene condiviso”.

Oltre ad una serie di eventi, 24homes è un vero e proprio calendario d’avvento… 

Esatto, ci sarà un evento per ogni giornata prima del Natale, partendo dal primo dicembre. Ognuno di questi eventi verrà documentato attraverso video e foto, e condiviso sempre alla stessa ora mediante pagine social (Instagram e Facebook) realizzate ad hoc, andando a creare quindi un calendario dell’Avvento originale ed inedito.
Il progetto si sviluppa attraverso due differenti bandi pubblici: il primo rivolto ai cittadini e alle cittadine che vogliano ospitare un evento nella propria casa e il secondo rivolto alle artiste e agli artisti che vogliano esibirsi e offrire la propria musica in uno spazio insolito e inusuale. 
La chiusura del bando è prevista entro e non oltre il 31 ottobre.
La partecipazione agli eventi è a discrezione dell’host e facilitata dal team di lavoro. Per eventuali prenotazioni ai concerti, informazioni o richieste, si può scrivere a: 24homesbz@gmail.com. Entro e non oltre il 20 novembre verrà reso pubblico un calendario nel quale verranno elencati tutti gli eventi e gli artisti selezionati. Altre informazioni si possono potete trovare sul sito web www.24homes.bz

Autore: Niccolò Dametto

Record

Una spedizione di ispettori del Guinness dei primati, voluta fortemente dal cronista tedesco Eberhard Jurgalski, si è recata sulla vetta dell’Annapurna per prendere le misure necessarie a confermare Reinhold Messner come “re degli ottomila”. “Fare controlli su questioni importanti come questa è fondamentale anche se sono passati 40 anni, ne va della nostra credibilità” ha affermato Ines Pector, referente del famoso libro dei record. Nel frattempo si festeggia il nuovo record di inquinamento, di innalzamento delle temperature mondiali, il tutto nell’attesa di nuovo record di guerre e bombardamenti. 

Autore: Roberto Tubaro

Un libro in aiuto dei familiari dei malati

Una professionista che si occupa di demenza da oltre 30 anni; un volumetto semplice, per imparare a convivere il più serenamente possibile con un familiare affetto da demenza senile e un folto pubblico, per la presentazione alla biblioteca Dante Alighieri di Ora.

Almeno una sessantina le persone che nel tardo pomeriggio di lunedì 2 ottobre scorso hanno affollato la sala della biblioteca Dante Alighieri di Ora. Numeri non facili da segnare per la presentazione di un libro, soprattutto nelle piccole biblioteche di provincia, ma il motivo era chiaro: a venir presentato è stato il libro: “Ma lei dove dorme? 24 ore accanto all’anziano affetto da demenza”. A redigere il libro, e a discuterne i contenuti, la dottotressa Cinzia Siviero, fisioterapista e operatrice di cura, che si occupa di demenza dal lontano 1990.

Dottoressa, da cosa è nata l’idea di questo libro? 

L’idea c’era già da tempo, ma l’occasione è venuta grazie a una notevole mole di materiale audio-video accumulato durante gli incontri in videoconferenza che ho tenuto durante il periodo del covid per l’Associazione milanese “Al Confine” , i cosiddetti Alzheimer cafè, che in quel periodo appunto, non potevano più essere tenuti in presenza. 

Quali sono i contenuti di questo piccolo libro? 

Ho cercato di divulgare e di rendere accessibile a tutti, anche attraverso un linguaggio semplice e diretto, il metodo Validation, di cui sono insegnante certificata dal 2005, per aiutare i familiari di persone affette da demenza a convinvere con la patologia il più serenamente possibile nell’arco delle 24 ore.

In cosa consiste questo metodo? 

Per spiegarlo con parole semplici, si tratta di un processo di comunicazione globale, quindi sia di tipo verbale che non verbale, per riuscire ad aprire un canale relazionale con la persona affetta da demenza. Perchè si parla sempre della solitudine dei familiari – che è senz’altro presente e importante – ma è la persona stessa affetta da demenza a essere sola, poichè, appunto, non è più in grado di comuncare con il mondo attorno a sè.

All’incontro erano presenti i volontari dell’Alzheimer Cafè di Laives, operatori di settore ma, come prevedibile, molti familiari. Dottoressa, qual è la difficoltà più grande di cui più spesso le chiedono conto? 

La stanchezza. Chi convive e assiste queste persone raggiunge livelli di stanchezza così elevati da non riuscire più ad avere la pazienza necessaria e questo li preoccupa, ovviamente. Perciò il mio consiglio è sempre quello di chiedere aiuto, per poter trovare tempo per se stessi e scaricare lo stress.

Nel libro si parla in particolare della gestione del rapporto col malato quando egli si trova ancora a casa. Ma cosa accade nel momento in cui ci si rende conto di doversi appoggiare a una struttura? 

Questo è un passaggio cruciale, dove il familiare si sente molto in colpa. Proprio per questo, l’ultima parte del libro, dedicata al passaggio in struttura, è stata redatta dalla dottoressa Rita d’Alfonso, un’esperta in questo campo.

Un contributo importante quindi, quello portato dalla dottoressa Siviero, non solo alle persone presenti nella serata del 2 ottobre, ma per tutti coloro che si trovano quotidianamente a combattere con una patologia in cui, per dirlo con le parole della dottoressa, a dominare sono appunto la stanchezza, la solitudine e il senso di impotenza. Preziosa in questo senso, la mano tesa in aiuto degli Alzheimer Caffè proposti regolarmente il giovedì mattina dal Centro Don Bosco di Laives.

Autrice: Raffaella Trimarchi