Il cuore pulsante del turismo di cura

Fin dal 1885, un nuovo dibattito aveva catturato l’attenzione dell’opinione pubblica meranese e degli addetti ai lavori: si era infatti costituito un comitato per la costruzione di un Kurmittelhaus in cui far trovare posto alle attrezzature più all’avanguardia e alla più ampia gamma di terapie scientificamente provate da poter offrire ad una clientela sempre più numerosa e sempre più esigente. 

Tuttavia numerosi impedimenti di ordine finanziario, di scelta del terreno e di progetto, impedirono ogni trattativa fino al 29 marzo 1905 quando, sotto la pressione del dottor Emil Rochelt, il più convinto sostenitore del progetto, la Giunta comunale ne decise la costruzione. Fra i progetti presentati, quello che più convinse la commissione preposta, fu quello dell’architetto Max Langheinrich, allievo di Martin Dulfer, l’architetto che, sei anni prima, aveva progettato il Teatro Civico. I lavori dovevano comprendere il riscaldamento, l’impianto elettrico, i mobili, la biancheria per un totale di 650.000 corone, cifra che non si sarebbe dovuta superare per nessun motivo. In realtà le cifre crebbero notevolmente fino a raggiungere il totale di 1.009.704 corone. I lavori vennero finanziati per intero dalla Giunta comunale che poi avrebbe ceduto l’amministrazione della struttura ad una commissione di medici e notabili meranesi. I lavori, iniziati nel marzo del 1906, necessitarono di quindici mesi di tempo e il 28 giugno 1907 furono conclusi ma si attese il 13 ottobre 1907 per la cerimonia di inaugurazione giacché l’estate a Merano era una stagione morta. Tutto ciò che la scienza moderna offriva in campo terapeutico fu individuato e fatto istallare sul posto. Nel sotterraneo batteva il cuore dei complicatissimi marchingegni che davano vita alla struttura per la produzione di acqua calda, vapori, riscaldamento e quant’altro fosse necessario, mentre all’ultimo piano trovavano posto gli appartamenti del personale e degli impiegati oltre che la lavanderia. Tutto l’edificio era illuminato elettricamente e tramite telefono interno o campanelli elettrici si poteva chiamare immediatamente il personale addetto. Il 1° settembre la struttura fu aperta al pubblico, entrando da subito a regime. Essa consentiva una variegatissima gamma di cure, terapie, ginnastica, nuoto a altre attività. Disponeva di un proprio medico, che prestava servizio durante le ore di apertura. Vi erano numerosi reparti come ad esempio il reparto di pneumoterapia, i bagni di aria e luce, le inalazioni, le vasche per i bagni caldi e freddi, la piscina, ecc. Fra tutti però fu forse l’istituto medico-meccanico Zander a rappresentare una novità assoluta. Esso consisteva in una ampia palestra attrezzata di macchinari ginnici creati dal dottor Jonas Gustav Zander, il medico che nella sua città natale, Stoccolma, aveva organizzato un istituto per la ginnastica medica con mezzi meccanici e ideato una numerosa serie di apparecchi ginnici per la cura di diverse infermità caratterizzate da compromissione della funzione muscolare e articolare. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Laianus, il primo signore di Laimburg

Il nome Laimburg è abbastanza conosciuto ma spesso viene associato all’area di servizio autostradale all’altezza di Vadena o, tuttalpiù, al centro sperimentale della Provincia di Bolzano. Raramente viene collegato ad un castello e alla sua storia, ancora meno ad una importante famiglia medievale.

Inoltre, di frequente il castello di Laimburg viene confuso con quello di Leuchtenburg o, per usare i nomi italiani, Castel Varco con Castel Chiaro. I ruderi che si vedono dal fondovalle appartengono a Laimburg, Leuchtenburg si trova più in alto, sulla vetta del Monte di Mezzo che guarda verso il Lago di Caldaro. Entrambi i castelli sono legati al controllo dei transiti lungo la valle dell’Adige in epoca medievale, sorti quasi contemporaneamente alla contea che oggi chiamiamo Tirolo meridionale o Südtirol. Il castello sul Monte di Mezzo ha avuto vita un po’ più lunga, Laimburg tutto sommato è stata una meteora nel panorama dei castelli basso-atesini.

Bisogna premettere che il luogo dove è sorto Laimburg, una collina che sovrasta la località Stadio (o maso Stadlhof), in realtà è stato occupato fin dai tempi più antichi dalle popolazioni che allora abitavano la zona. Qui si trovava, tra il VII e il I secolo avanti Cristo, il centro commerciale – e non solo – del mondo retico della Bassa Atesina, testimoniato soprattutto da una grande necropoli. Il castello di cui oggi vediamo le rovine parzialmente ristrutturate, che peraltro offre una vista spettacolare sulla Bassa Atesina, risale dunque, per quanto ne sappiamo, al XIII secolo, in quanto Heinrich von Laimburg lo ottenne dai conti del Tirolo nel 1269 dopo averlo già posseduto qualche tempo prima.  

Che in realtà il castello fosse antecedente a quella data lo si desume da un documento contenuto nell’urbario di Enrico IV di Rottemburgo che cita il vescovo di Trento Federico Vanga quale costruttore del castello. Il vescovo, in carica dal 1207 al 1218, apparteneva alla nobile famiglia bolzanina dei Vanga, che possedeva anche i castelli di Bellermont, Runkelstein (Roncolo), Ried / Novale e Rafenstein. Federico istituì una rendita a favore del castello di Laimburg, per cui ovviamente il castello all’epoca esisteva già. 

Ma perché il vescovo fece costruire questo castello? In primo luogo per affermare il potere dei vescovi trentini su questa importante fetta di territorio. Il porto fluviale da cui transitavano tutte le merci dirette verso il Veneto e la Lombardia si trovava a poca distanza dal castello, che probabilmente aveva il compito di proteggerlo e nello stesso tempo di offrire agli abitanti dei villaggi un rifugio in caso di attacchi nemici. Inoltre, si trattava di limitare le pretese di alcuni casati in ascesa, come quello degli ambiziosi  Signori di Enn (Egna) che controllavano gran parte della riva sinistra dell’Adige. Bisogna anche ricordare che all’epoca il commercio sull’Adige aumentò considerevolmente e proprio a Bronzolo e Egna l’attività dei due porti era in grande espansione.

Pare dunque che questo castello fosse stato costruito su indicazione di Federico Vanga da tale Raimprecht von Boimont, capitano dei conti ai Appiano, che avevano già imboccato la via del tramonto. La notorietà del castello inizia nel citato anno 1269, quando gli spregiudicati  conti del Tirolo affidarono a tale Enrico Laianus (o Heinrich Laian) il castello. Fu lui il primo proprietario noto del castello, al quale diede anche il suo nome. Hainricus Laianus era un personaggio alquanto ambiguo. Bolzanino, proprietario di molte case in città, era probabilmente un commerciante o intermediario di affari. Era strettamente legato ai conti di Tirolo, in particolare ad Alberto III e a Mainardo II, per conto del quale si occupava dei lavori meno nobili in campo immobiliare. Insomma, si può dire che ne era il prestanome. È nota la disinvoltura di Mainardo che in poco tempo riuscì a impadronirsi di gran parte del territorio tirolese fondando, forse senza neppure rendersene conto, il Tirolo moderno.  Dopo aver ottenuto il feudo di Laimburg, prese anche il suo nome e si fece chiamare Hainricus Laianus de Leienburch.

La fine del castello e della carriera di Laian è sempre da ascrivere alle dispute decennali di Mainardo con i vari vescovi trentini.  Mainardo occupò più volte Trento, assediò la città vescovile di Bolzano e ne distrusse le mura. Il vescovo Enrico di Trento distrusse il castello ma pare che Laian, fatto prigioniero, lo avesse fatto ricostruire dopo la sua liberazione. Il vescovo invece pretese la demolizione di questo e altri castelli che evidentemente venivano interpretati come roccaforti tirolesi. 

Il nome di Laian appare per l’ultima volta nel 1280. Dopo di lui, i Laimburg non rivestirono più alcuna importanza e si estinsero con Kaspar nel 1488. Il castello, o quel che ne rimase, era già passato da tempo nelle mani dei conti di Rottenburg di Caldaro.

Autore: Reinhard Christanell

Mancini

Nessuno se n’è accorto, a quanto mi risulta. Ma sta di fatto che l’ormai ex commissario tecnico della nazionale italiana di calcio si è dimesso guarda caso il 13 agosto che è… la giornata internazionale dei mancini. Forse nemmeno lui se n’è accorto, ma a me la cosa a fatto sorridere dato che da un po’ di tepo pensavo di scrivere un editoriale dedicato proprio al mancinismo. Com’è noto il mancinismo è la tendenza a usare, in parte o del tutto, il lato sinistro del corpo per compiere movimenti e gesti automatici e volontari. Questo fenomeno mi ha sempre incuriosito, perché si ricollega direttamente al comportamento che le culture, tutte, hanno nei confronti delle diversità individuali e quindi indirettamente delle minoranze se ragioniamo a livello di collettività. 

Gli studi più recenti hanno appurato che, statisticamente, nasce mancina un decimo della popolazione umana, mentre un altro decimo si caratterizza invece per la capacità di usare entrambe le mani per svolgere alcune attività oppure per alcune attività usano la mano sinistra e per altre la mano destra.

Oggi tutti siamo consapevoli dei danni che, nel passato, hanno causato le diffuse tendenze a obbligare a usare la mano destra anche coloro che manifestavano la propensione ad usare invece la sinistra, soprattutto per scrivere. La questione è curiosa, perché invece ad esempio proprio nel calcio gli attaccanti mancini ben presto sono stati osannati, per le loro originali capacità di piede. 

Resta il fatto che viviamo in un mondo comunque di destrorsi. Avete mai chiesto a un mancino puro quanto faccia fatica ad usare delle normali forbici? O come si ponga, se è chitarrista, davanti al dilemma: passo alla chitarra mancina dopo avere imparato su quella normale oppure no?

Una cosa è certa: mancini si nasce. Essere mancino fa parte dell’identità profonda della persona che usa preferibilmente la sinistra. E le ricerche più recenti hanno anche appurato che mancinismo è anche legato al linguaggio. Normalmente la dominanza per il linguaggio è nell’emisfero sinistro del cervello, infatti nei destrorsi la dominanza per il linguaggio si trova nell’emisfero sinistro. Invece nei mancini c’è un gruppo più ampio che ha la dominanza nell’emisfero destro. Con una serie di implicazioni interessanti sulla capacità di utilizzare il linguaggio non verbale ecc. ecc. Ma i nostri lettori mancini queste cose le sanno bene. Li saluto tutti con affetto!

Autore: Luca Sticcotti

Ogni libertà presuppone il rispetto della dignità personale

La libertà di espressione è riconosciuta e tutelata dalla Costituzione: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Ma c’è qualcosa che vale più di questo diritto. La verità dei fatti, ad esempio. E soprattutto: la dignità della persona.

Con una sentenza pubblicata pochi giorni fa la Corte di Cassazione ha confermato che “il diritto alla libera manifestazione del pensiero … non può essere ritenuto equivalente, o addirittura prevalente, sul fondamentale principio del rispetto della dignità personale degli individui”. Il caso si riferisce al ricorso di un partito politico che aveva definito “clandestini” le persone richiedenti protezione internazionale. Espressione falsa, discriminatoria e diffamatoria.

La libertà di espressione è un diritto fondamentale conquistato col sangue. Proprio per questo va trattato con alto senso di responsabilità. Ci sono almeno tre modi per offendere la libertà di espressione.

Il primo è quello di negarla. Ciò avviene nei sistemi totalitari, nelle dittature, dove esprimere la propria opinione, ma anche solo fare onestamente il lavoro di giornalista, porta a conseguenze penali, a persecuzioni e persino alla morte.

Il secondo modo consiste nell’abusare di questo diritto. Ciò accade quando si ritiene di poter dire qualsiasi cosa, senza prima verificare che si tratti della verità (o sapendo che non lo è). Un conto sono le opinioni, altro l’uso distorto dei fatti raccontati in modo falso e tendenzioso. Oppure la pratica, sempre subdola, delle mezze verità per screditare qualcuno, per distruggerlo, per guadagnare voti o lettori.

Il terzo modo, infine, è quello di farsi scudo proprio dell’articolo 21 per dire “liberamente” bugie, mezze verità, allo scopo di diffamare il prossimo. Questa pratica, data la sacralità del diritto di espressione, equivale a una bestemmia. La “libertà” di dire qualsiasi cosa non è libertà, ma arbitrio, abuso, violenza, reato.

Autore: Paolo Bill Valente

Troppi edifici abbandonati…

La nostra nuova rubrica sui palazzi diroccati presenti in città ha avuto un tale successo che abbiamo deciso di pubblicare un primo blocco di fotografie scattate direttamente dai nostri lettori. Il sogno è che questi edifici ritornino… operativi.

Avevamo avviato la nuova rubrica “Bolzano dismessa” su proposta di una signora del capoluogo, ma la risposta da parte dei lettori è stata così significativa che ci siamo visti costretti a dedicare un’intera storia di copertina a questo tema. Il catalogo fotografico degli edifici abbandonati nella città di Bolzano  così affamata di soluzioni abitative, si è trasformato dunque da un appuntamento quindicinale rappresentato da una fotonotizia ad una vera e propria foto gallery. Il fatto che molti lettori (soprattutto lettrici) abbiano preso a cuore l’iniziativa ringraziandoci, sta senz’altro ad indicare che nella cittadinanza quella di segnalare le “zone d’ombra” createsi nel tempo nel tessuto urbano di Bolzano fosse un’esigenza molto sentita, anche se finora inespressa. Le lettrici non hanno fatto altro che guardarsi intorno e affacciarsi dalla finestra nel rione in cui abitano o in cui lavorano o gravitano. Alcune volte le lettrici ci hanno anche fornito qualche notizia sugli edifici fotografati, basandosi sulla memoria personale o sulle narrazioni arrivate alle loro orecchie in merito ai motivi di ogni singolo abbandono. Gli edifici sono di diverso tipo. Si va dai condomìni alle ex case cantoniere, dai masi contadini abbandonati agli edifici commerciali, di vario genere. Non mancano nemmeno luoghi che a lungo hanno ospitato servizi pubblici, poi spostati altrove. Per arrivare a fabbricati in disuso ormai da così tanto tempo da aver perso persino la memoria della loro precedente funzione “attiva”, nella vita dei residenti della zona. Non ci resta che invitare i lettori a proseguire il loro “censimento” fotografico. Auspicando che sia il “pubblico” che il “privato” colgano l’occasione per partire da questi luoghi per un necessario percorso di rilancio della città di Bolzano, dal punto di vista del suo bisogno non solo abitativo ma anche di spazi per commercio di vicinato e comuni per la socialità. 

E’ STATA UNA SCUOLA

Gli edifici in rovina nella nostra città sono un vero peccato e uno scandalo, vista la cronaca mancanza di spazi per edificare e i prezzi degli appartamenti, sia in vendita che in affitto. La foto che vedete l’abbiamo scattata ad Oltrisarco per fare seguito alla segnalazione di una nostra lettrice anziana che ringraziamo. In Via Castel Flavon si trovano i ruderi di quello che fu lo Josfheim, una  scuola di economia domestica ed un convitto per gli studenti della scuola professionale per le professioni sociali. L’edificio risulta in stato di abbandono da decenni. Sul sito della Provincia all’indirizzo urly.it/3wdrh si trova il progetto per la ricostruzione dell’intero complesso, che avrebbe dovuta essere realizzata entro il 2010 (!). Non se ne fece nulla e ancora nel 2017 ci fu una polemica perché il rudere era divenuto rifugio per senza tetto. Sei anni fa l’Ipes assicurò che al suo posto sarebbe stato costruito un edificio per anziani e giovani coppie con bambini. Ebbene: il palazzo dismesso è ancora lì. Lo abbiamo fotografato nei giorni scorsi.

VIA BRENNERO 26

Qui ci troviamo in Via Brennero, in prossimità di quello che la nostra lettrice Lucia individua essere il civico 26. La casa cade a a pezzi e – come scrive la lettrice – si trova “senza numero, con porte e finestre sprangate”. “sono passati così tanti anni che la gente non si chiede nemmeno più cosa sia”, aggiunge la nostra lettrice. 

LUNGO TALVERA  SAN QUIRINO 25

I lettori ci hanno inviato anche questa fotografia di quella che per anni fu la storica sede del quotidiano Alto Adige. Si trova nei pressi di ponte Druso, sul Lungo Talvera, giusto di fronte al Carcere di Bolzano, altro edificio scandaloso non solo a causa alle condizioni in cui versa, ma anche al fatto che risulta tuttora operativo oltre che sovraffollato. 

EX CASA CANTONIERA
All’incrocio tra Via della Mendola e Via della Vigna (quella del cancello!), si trova questa casa cantoniera da anni in stato di abbandono. L’edificio è dotato di un vasto e incolto, segnala la nostra lettrice Donatella.

VIA PENEGAL 27

Nel bel mezzo del cuneo verde a Gries si trova questo maso in completo abbandono, segnalato e fotografato da un’altra lettrice, Donatella. “Pare sia di due sorelle in lite post eredità”, aggiunge la lettrice. 

Autore: Luca Sticcotti

Confirmation bias digitale #2

Nello scorso numero abbiamo parlato degli aspetti informatici e social del confirmation bias, ovvero dell’atteggiamento, tipico della natura umana, che ci porta a confermare un’ipotesi tramite prove a favore, piuttosto che cercare di prendere in considerazione evidenze contrarie. Nei social ma anche nei motori di ricerca tale meccanismo naturalmente può comportare dei gravi pericoli rispetto alla garanzia di una corretta informazione. Al prof. Marco Montali chiediamo se esiste un’are di ricerca informatica che si occupa della differenziazione nei contenuti che vengono proposti agli utenti sia dei social che nei motori di ricerca. 

L’area di ricerca esiste eccome, d’altronde non è detto infatti che tutti gli utenti del web vogliano leggere solo opinioni simili alle loro. Ci sono infatti molte persone che vogliono avere un panorama più ampio e conoscere anche pareri discordanti. Ci sono dei ricercatori allora che, per esempio, lavorano su come differenziare il ranking dei risultati, una volta che cerchiamo qualcosa nei motori di ricerca. Nei social network però lo scopo delle piattaforme non è quello che le persone siano informate, ma piuttosto che stiano lì. E allora ci sono altri filoni di ricerca – dai quali io personalmente mi dissocio – che studiano invece come promuovere dipendenza e consumo. Il concetto è: se ti faccio vedere le cose che non vuoi vedere, magari allora te ne vai più facilmente. In ogni caso anche i social network si possono usare in maniera consapevole, andando a cercare le cose e seguendo una serie di profili, pagine o gruppi “certificati” rispetto a quello che si vuole vedere. Se ci si ferma al feed si è fregati, insomma In ogni caso nei social c’è anche il pericolo che se tu per interesse personale o per curiosità vai a visitare i profili di politici estremi che la vedono in maniera opposta rispetto a te, alla fine corri il rischio di essere profilato dal social network come un sostenitore di quel politico o di quel partito. 

In definitiva: oggi nel mondo accademico ci sono esperti di problematiche etiche e morali, che interagiscano con la ricerca in qualche modo orientandola in maniera “umanistica”?

La risposta breve è sì. Quella più lunga dice però che la questione è un po’ più complicata. 
A Vienna è stato stilato un manifesto per l’umanesimo digitale. Il documento dice che abbiamo in mano una cosa enorme che ha delle importanti implicazioni sociali, quindi è importante che ognuno si specializzi in un’area, ma ci vuole anche la consapevolezza che se la cosa non viene coordinata c’è il pericolo di causare gravi danni alla società e ai singoli individui. Il filosofo che si occupa di intelligenza artificiale deve avere delle competenze tecniche, altrimenti non può andare nel concreto. Ma lo stesso problema ce l’ha l’ingegnere in senso inverso. In sostanza ci vogliono figure ci si collochino nel mezzo e che consentano di creare dei ponti. E figure di ricerca che si occupino proprio di questi specifici aspetti. Occorre anche uscire dal meccanismo conservativo presente nella ricerca, che normalmente ostacola le attività nelle terre di mezzo, rendendo più difficoltosa la pubblicazione di specifici articoli scientifici. 

(continua)

Un’estate al sapore di amicizia

Dormire per la prima volta fuori casa, con il cielo stellato come soffitto e gli amici come famiglia: sopo otto settimane di intensa attività si chiudono l’Estate Ragazzi e il Campo Tenda organizzati dal Centro don Bosco. Bambini e ragazzi hanno potuto vivere diverse nuove esperienze, in cui hanno stretto nuove amicizie, imparato cose nuove e condiviso momenti indimenticabili.

Un’estate all’insegna dell’amicizia, dell’avventura e alla scoperta di nuovi universi: si può sintetizzare in questo modo l’Estate Ragazzi del Centro don Bosco di Laives, alla quale ha partecipato la bellezza di 140 ragazzi. Tutti i giovani erano stati suddivisi in quattro gruppi che prendevano il nome dai funghi: chiodini, prataioli, finferli e porcini. La grande novità di quest’anno consisteva nel fatto che ogni settimana seguiva un tema diverso: trekking con i lama e percussioni africane nella settimana degli animali; Capoeira e arti circensi nella settimana del movimento; laboratori di archeologia e alla scoperta del Bunker H nella settimana della montagna. 

Per la settimana della cucina: laboratori gastronomici di oggi e del passato; attività al poligono di tiro e laboratori con il cemento per la settimana della manualità; la settimana dello sport tra tennis, basket e floorball; indietro nel passato con la settimana storica tra caccia al tesoro in biblioteca e visite al museo dei dinosauri di San Candido. Ed infine la settimana dell’arte: laboratori di teatro e di artigianato. 

Un’estate stimolante

È stata un’estate coloratissima, ricca di stimoli. Insomma: bambini e ragazzi hanno potuto mettersi alla prova in moltissime discipline scoprendo talenti inaspettati. Hanno conosciuto nuovi luoghi della regione e vissuto molte avventure insieme ad altri nuovi amici. 

Il Campo Tenda è iniziato lunedì 3 luglio con il primo turno che era rivolto, come da tradizione, agli adolescenti (ragazzi dai 13 ai 17 anni) mentre il secondo e il terzo sono dedicati ai più piccoli (bambini dagli 8 ai 12 anni). Nonostante le scarse condizioni metereologiche tutti i turni sono riusciti a portare a termine il proprio programma; i bambini e i ragazzi sono stati grandiosi e hanno accettato con passione ed entusiasmo la grande sfida del Campo Tenda. È stata un’esperienza importante soprattutto per i bambini che hanno sperimentato per la prima volta cosa significa dormire fuori casa: è stato bellissimo vedere come i compagni più grandi siano stati d’aiuto per vincere le proprie paure e la nostalgia di casa. D’altronde chi è campeggiatore già lo sa: cosa c’è di meglio di dormire in tenda con i propri amici?

Una grande famiglia

Il campo è una grande famiglia dove ci si aiuta e ci si supporta quotidianamente a vicenda e dove i ragazzi più grandi sono al servizio di quelli più piccoli ed inesperti. Nelle due settimane nascono legami bellissimi: nuove amicizie che spesso rimangono per tutta la vita. Una vera e propria scuola di vita in cui si impara a prendersi cura del prossimo e dell’ambiente che ci circonda ed in cui i propri talenti possono essere messi a disposizione del gruppo per crescere insieme. Tra giochi e corse nei boschi, proposte laboratoriali, i servizi da svolgere per tenere il campo in ordine, gite, canti e il fuoco di bivacco non c’è veramente spazio per la noia.
“Vorremmo ringraziare di cuore tutti coloro che hanno reso possibile questo grande successo – spiegano gli organizzatori – in primis i bambini che sono stato il vero motore di questi progetti estivi, i genitori che ci hanno dato fiducia anche quest’anno, alle istituzioni e a tutti i volontari che hanno regalato il
proprio tempo per supportare le iniziative, fra cui gli animatori che si sono fatti in quattro per far vivere a tutti i bambini e ragazzi momenti indimenticabili”. 

Autore: Luca Masiello

Il ricordo a Bolzano di Claudia de’ Medici

Via Claudia de’ Medici: è la strada, che porta a Castel Mareccio, intitolata ad una esponente della nota famiglia fiorentina. Nona e ultima figlia di Ferdinando I de’ Medici, Granduca di Toscana, e di Cristina di Lorena, Claudia Felizitas era nata a Firenze il 4 giugno 1604. Dalle nozze del 29 aprile 1620 con Federico Ubaldo della Rovere, duca di Urbino,  nel febbraio 1622 nacque la figlia Vittoria. Morto il duca Federico il 29 giugno 1623, Claudia ritornò a Firenze il 19 agosto. Ben presto si presentò un nuovo partito, nella persona dell’arciduca d’Austria – Tirolo, Leopoldo V d’Asburgo. Se fu trionfale l’ingresso della nuova principessa a Innsbruck, sfarzose furono le nozze e lunghi i festeggiamenti. Ebbero cinque figli. Leopoldo V si trovò a governare una situazione difficile (Guerra dei Trent’anni, crisi economica, epidemie, rapporti con i vescovi di Bressanone e Trento ecc.). Morto Leopoldo V, il 13 settembre 1632, gli succedette come reggente Claudia Felicitas. Non furono pochi i problemi che Claudia de’Medici, arciduchessa d’Austria e contessa del Tirolo, dovette affrontare nei quattordici anni di reggenza, dal 1632 al 1646. La sovrana parlava, oltre all’italiano, il francese, lo spagnolo, il latino; conosceva abbastanza bene la lingua tedesca. Svolse il suo compito con fermezza; sapeva discutere con uomini esperti di affari di Stato, sorpresi dalla sua intelligenza e dalla sua memoria. Claudia de’ medici, nel pieno della Guerra dei Trent’anni, con la sua abilità politica e diplomatica fece evitare al Tirolo l’orrore dell’invasione e delle distruzioni, provocate da Leghe svizzere, armate francesi, imperiali e spagnole. Diffusasi anche in Tirolo la peste del 1634-1637, l’arciduchessa a fine settembre 1634 riparò a Merano e a metà novembre si trasferì a Bolzano, accolta festosamente. La città era grata dell’autonomia che aveva potuto sviluppare, prima con Leopoldo, poi con la reggente. Era grata anche per aver istituito, proprio a Bolzano, un Magistrato Mercantile. Claudia Felicitas morì a Innsbruck il 24 dicembre 1648; fu deposta nella cripta della maestosa chiesa dei Gesuiti. A Claudia de’ Medici è dedicato anche l’Istituto di Istruzione Secondaria di Secondo Grado sito in Via San Quirino 37, nel quartiere di Gries.

Autore: Leone Sticcotti

Mauro Cabassa ricorda i Liqid

Sono trascorsi ormai trentacinque anni dalla gloriosa epopea dei Liqid, una delle formazioni locali che ai suoi tempi fece parlare molto di sé ed era vista come “the next big thing in town”, per dirla come l’avrebbero definita gli inglesi, tradizionalmente sempre un passo avanti per quanto riguarda le novità in campo musicale. Per entrare nell’universo Liqid è necessario immedesimarsi in un tempo ormai lontano in cui a Bolzano e provincia erano in pochi davvero a cercare di fare qualcosa di diverso, più nell’ottica di certa new wave di matrice anglosassone che non in ambito prog, blues, hard rock (e a seguire heavy metal), generi che da noi sono sempre stati più seguiti e suonati.

Certo, c’erano in circolazione almeno un altro paio di band che in quegli facevano un discorso musicale differente, pensiamo ai Gegia Miranda e ad Anna e i Dentici, molto apprezzati ma sicuramente più underground. I Liqid erano nati dall’unione di alcuni personaggi che si erano già distinti abbondantemente nella prima metà del decennio: il chitarrista Gigi Mongelli che proveniva dai mitici Zot in cui nell’ultimo periodo aveva militato anche il batterista Mariano Keller (già con Hard Time Blues Band, Rockeller, Fraiso e molto altro), il cantante Luca Calò (Noisegate) e, entrambi già nei Trackl, Marco Dalle Luche (tastiere) e Mauro Cabassa (bassista).

“Mariano aveva una sala prove sotto la Speckstube in via Goethe – è Cabassa a raccontarci la storia del gruppo – e lì è iniziato tutto, solo dopo ci siamo trasferiti nella sala di via Zara. Il progetto ha richiesto molto tempo di assestamento prima che riuscissimo a presentarci in pubblico. Erano anni in cui a livello di strumentazione si sperimentava molto, si usavano tastiere, i primi strumenti midi, sequencer”.

La prima uscita in pubblico, secondo i ricordi del bassista (ma anche responsabile della parte elettronica insieme a Dalle Luche), dovrebbe essere stata il 23 marzo del 1988, quando i Liqid si esibirono come spalla dei Neon, band fiorentina di new wave in salsa italiana abbastanza in voga in quegli anni.

“Nel nostro DNA musicale – prosegue Cabassa – c’era un po’ tutto quello che girava in quegli anni a livello di new wave, dai Police ai Simple Minds, senza dimenticare i Japan. Naturalmente ognuno di noi ci aggiungeva poi le proprie influenze personali. La cosa funzionava bene perché comunque, dovunque andassimo a suonare c’era interesse da parte del pubblico”.

Le cose sembravano dover andare a gonfie vele per la formazione bolzanina, tanto che dopo lunghe selezioni i Liqid si assicurarono l’accesso alla finale italiana di un’importante concorso musicale indetto dalla Yamaha. Purtroppo ci mise lo zampino il destino e la chiamata alle armi del cantante portò sul palco milanese un gruppo monco, tutt’altro che la formazione che si era aggiudicata l’accesso a una finale che con ogni probabilità in altre circostanze avrebbe vinto. Questo portò ad una prima implosione dovuta ad una serie di intemperanze giovanili che solo il tempo ha parzialmente lenito.

“Per un po’ – aggiunge il bassista – abbiamo provato a ricompattarci. L’interesse per i Liqid era rimasto. I locali ci chiamavano ancora per suonare e la formazione fu completata col cantante trentino Franco Depedri. Non durò molto, ma nel 1989 partecipammo ad una rassegna importante organizzata dal Boston Bar di Trento, locale storico di quegli anni. La manifestazione si chiamava Festivalpub e nonostante non fossimo più i Liqid degli esordi, ci siamo aggiudicati la vittoria che consisteva nella registrazione di un vinile, un dodici pollici a quarantacinque giri. Ne venne fuori una cosa molto spartana, senza distribuzione, senza copertina. Noi eravamo comunque ancora provati dall’abbandono di Luca, per di più il tizio dello studio ci aveva detto che in un pomeriggio avremmo dovuto concludere, così abbiamo preparato tutto a casa, siamo andati in studio coi suoni midi e col sequencer, praticamente non abbiamo suonato nulla lì. Per non dire che era la prima volta che lavoravamo con tecnologie digitali, così il risultato è stato quel che è stato”.

Il disco fu stampato nudo e crudo. Oltre alla voce di Depedri, c’era quella di Monica Merz che tutto sommato creava un bell’effetto nell’alternarsi con quella maschile molto debitrice al David Bowie berlinese (Depedri è ancora in circolazione in Trentino e ha perseguito come cantante la sua passione per il Duca Bianco). Il disco finì sepolto in cantina e nessuno dei Liqid lo riascoltò più.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

“Bolzano? Un vero hub europeo del Badminton”

Csaba Hamza è stato definito il “Re Mida” del badminton, la disciplina sportiva che i più conoscono come volano. Hamza nutre grandi ambizioni sia per la federazione di uno sport che in Italia ha ancora molti margini di crescita, sia per il futuro ruolo dell’Alto Adige in questo sviluppo. Ci ha raccontato la sua vita e i suoi sogni.

Csaba Hamza, allenatore e responsabile della scuola di badminton dell’Ssv Bozen, definisce la sua vita un “film”. Effettivamente, mentre srotola il racconto che l’ha portato dalla natia Transilvania a Bolzano, l’impressione che se ne ricava è quella. Tante esistenze condensate in una sola, a partire dalle vite professionali. La prima non si svolge con la racchetta in mano, come si potrebbe pensare, ma con uno strumento musicale, la viola. 

Arriva in Italia nel 1984 dove raggiunge il padre, anch’egli musicista, che l’aveva preceduto di un paio di anni. Finalmente può lasciarsi alle spalle la Romania di Ceausescu, in cui è cresciuto, e realizzarsi nella sua passione, la musica. Passa i primi anni a L’Aquila e poi va a studiare a Roma, dove si diploma all’Accademia musicale di Santa Cecilia. Fino ai 22 anni, pratica poco sport, più che altro a scuola. Il mondo della musica classica è estremamente competitivo e c’è poco tempo per altro. Solo dopo aver cominciato ad affermarsi come musicista, si avvicina al badminton. Più per caso, come spesso avviene nella vita.

“Avevo trovato lavoro a Palermo, al Teatro Massimo, come Prima viola. Era un momento di grandi soddisfazioni ma ero nuovo in città e, per conoscere qualcuno, ho pensato di iniziare a praticare uno sport. Era agosto, non il miglior periodo per iniziare a praticare uno sport, e l’unica federazione che trovai aperta era quella di badminton. Un po’ ci avevo giocato e allora, mi chiesi, perché non provare?”, spiega. 

Da quel momento, poco alla volta il badminton entra sempre di più nella sua vita: Hamza gioca ad alto livello riuscendo a conciliarlo con il mestiere di musicista. 

Comincia però ad accarezzare l’idea di trasformarlo in qualcosa di più di un passatempo che aiuta a coltivare relazioni sociali. Prima di arrivare in Italia, aveva studiato al liceo pedagogico. L’esperienza di insegnamento con i ragazzi non gli manca. Comincia allor a frequentare corsi di perfezionamento in giro per il mondo, dalla Danimarca, dove studia con Zhang, il suo mentore, alla Corea. Ha quindi inizio la sua seconda vita come “uomo d’oro” del badminton italiano. Diventa capo allenatore della nazionale italiana, poi anche preparatore tecnico di quella tedesca. Un percorso di dedizione totale che dopo aver vissuto a Milano lo porta a Bolzano, attirato dalla possibilità di lavorare per creare una storia di successo. 

I risultati non si fanno attendere: le ultime tre edizioni del campionato italiano se le accaparra la squadra dell’Ssv Bozen, espressione di quella che ormai viene definita la “scuola bolzanina”. Nel capoluogo stanno infatti maturando alcune delle speranze di questo sport, cominciando dalla figlia Yasmine Hamza (che recentemente ha vinto un argento al torneo internazionale “Brazil International Series”) fino ad atleti come Marco Danti e Ruben Fellin, tra i migliori under 17 del Paese. Tra i nuovi talenti si segnalano oggi anche Anna Hell e Katharina Kössler. La scuola che partì tredici anni fa con 26 allievi adesso ne conta 350. Ma l’obiettivo dichiarato è riportare un atleta italiano alle Olimpiadi. L’ultima giocatrice è stata Jeanine Cicognini ai Giochi di Rio 2016.

Ma non è l’unico. 

Il sogno è avere una struttura dedicata, un centro in cui le giovani promesse possano allenarsi senza dover condividere spazi e tempi con altre discipline, misurandosi con professionisti di altre nazioni, atleti dalla Thailandia o dall’India che, di passaggio in Europa, potrebbero allenarsi in Alto Adige, approfittando della sua posizione centrale. “Mi piace pensare in grande. I nostri giovani atleti potrebbero imparare dai migliori talenti mondiali e Bolzano diventare la capitale del badminton. Se troveremo una sponda nella politica locale, potremo costruire una sorta di hub continentale. Questo è il sogno e ci sto lavorando con tutte le mie forze”. Parola di Re Mida.

Autore. Nilo Ruggeri