Alimentare la responsabilità nei confronti dei più deboli

Dopo più di 30 anni di lavoro in Alto Adige – spaziando dal giornalismo alle problematiche sociali in ambito ecclesiale, dalla narrativa alla ricerca storica e alla cooperazione allo sviluppo –  il meranese Paolo Valente ha assunto nello scorso settembre l’incarico di vicedirettore di Caritas Italiana. 

L’inizio della frequentazione di chi scrive con Paolo Valente risale alla fine dello scorso millennio. All’epoca si lavorava entrambi per i media diocesani, svolgendo un compito per così dire pionieristico che aveva le sue radici nella testimonianza di don Giorgio Cristofolini, il “prete in miniera” fondatore del settimanale diocesano il Segno. Dopo quell’esperienza Paolo Valente si è occupato di molte cose, sempre mantenendo uno sguardo attento al tema che gli stava più a cuore, ovvero la promozione di una convivenza che nella nostra terra fosse reale, non stereotipata, se soprattutto scevra dall’ipocrisia che spesso si annida in maniera non troppo nascosta, nei tre principali ambiti da lui frequentati, ovvero la chiesa, la politica, il giornalismo. L’ultima tappa in ordine di tempo del percorso di Paolo Valente in Alto Adige è stato il compito – una mission impossible potremmo dire col senno di poi – di riportare la Caritas della Diocesi di Bolzano Bressanone al suo spirito originario, (anche) attraverso la riunificazione delle sue due sezioni italiana e tedesca. Da quell’esperienza, all’apparenza fallimentare, è poi scaturito un nuovo e importante impegno, solo in parte inaspettato. 

L’INTERVISTA

Iniziamo dicendo di cosa si occupa Caritas Italiana. Qual è il compito che si prefigge? 

La Caritas nazionale supporta le quasi 220 Caritas diocesane nel loro compito fondamentale, che è quello di animare le persone e la comunità ad assumersi le proprie responsabilità, soprattutto nei confronti di coloro che si trovano in situazioni di povertà e di vulnerabilità. 

Qual è l’organizzazione di Caritas Italiana sul territorio nazionale? 

I servizi di Caritas Italiana sono a Roma. La rete che essa coordina si estende su tutto il territorio nazionale, suddivisa in 16 delegazioni regionali e quasi 220 Caritas diocesane. L’organizzazione nazionale fa parte a sua volta di Caritas Europa e di Caritas Internationalis, la confederazione mondiale che fa capo direttamente alla Santa Sede.

Negli altri paesi europei Caritas ha mission e organizzazioni diverse?

Ci sono differenze di ordine culturale. In alcuni Paesi la Caritas è più strutturata e orientata all’operatività, in altri tende maggiormente a sviluppare una cultura della solidarietà e dei diritti, con azioni di “advocacy” (ovvero patrocinio, sostegno e promozione), di formazione e di informazione. Ovunque ha il compito di promuovere l’impegno della comunità senza sostituirsi ad essa. L’amore per il prossimo (questo significa “caritas”) è come l’aria: non si può delegare ad altri.

Per quale motivo nel primo periodo sei stato chiamato a sviluppare la comunicazione, in Caritas Italiana? 

Da due anni Caritas Italiana si trova in un processo di riorganizzazione. Nello sviluppo organizzativo la comunicazione è un tema centrale, soprattutto quando si opera in una rete molto ampia. Una buona ed efficace comunicazione è elemento strategico (tanto più che la Caritas è innanzitutto un messaggio) e difatti il nostro lavoro sta dando una mano forte alla nuova struttura, al centro e sui territori.

Annualmente la Caritas Italiana per qualche giorno conquista le prime pagine dei giornali con il suo Rapporto sulla povertà ed esclusione sociale in Italia. Qual è la situazione attuale nel nostro paese?

Negli ultimi 15 anni i poveri assoluti sono triplicati. Questo è dipeso dalle crisi globali (finanziaria, sanitaria, le guerre) ma anche dalla debolezza delle politiche di contrasto alla povertà. Più esposte all’indigenza sono le persone che non dispongono di una rete sociale consolidata. 

Per molti anni sei stato attivo in provincia di Bolzano, dove ti sei occupato di giornalismo, di problematiche sociali in ambito ecclesiale, di narrativa, ma sei stato anche in grado di gettare uno sguardo a livello internazionale lavorando nella cooperazione allo sviluppo. Cosa ha significato per te questo trasferimento a Roma? Come hai vissuto e vivi questo passaggio avvenuto tra la provincia di confine del profondo nord e la capitale italiana nonché cuore della chiesa cattolica?

La dinamica centro-periferia ci mostra che si può trovare del provincialismo sul confine come anche nella capitale. Ogni realtà è centro ed è confine, quando la prospettiva è l’essere umano nella sua integralità. Roma è una città straordinaria e divertente. È al tempo stesso centro e periferia, con i pregi e i difetti dell’uno e dell’altra.

Il tuo periodo di lavoro prima come direttore della sezione italiana e poi dell’intera Caritas della Diocesi di Bolzano-Bressanone si è concluso in maniera piuttosto burrascosa. Ma a quanto pare la tua esperienza e le tue qualità professionali sono state considerate più che preziose da parte della Caritas nazionale, visto che sei stato chiamato prima a dirigere e occuparti dello sviluppo della comunicazione della sede centrale, e poi anche a svolgere un ruolo direttivo a stretto contatto con il direttore don Marco Pagniello e con il presidente Carlo Roberto Maria Radaelli, arcivescovo di Gorizia. Per te è stata una sorpresa o una conferma di quelle che erano le linee di sviluppo che avevi pensato di portare avanti nel tuo impegno nella Caritas della Diocesi di Bolzano-Bressanone?

Quello che ha portato alla conclusione burrascosa è un sistema di potere che non può tollerare che in Alto Adige una persona libera stia alla guida di un’organizzazione di un certo peso. Una persona di lingua italiana con un ruolo a livello provinciale che non sia quello di “vice” è un fatto anomalo, non previsto. Il sistema non tollera nemmeno una realtà che si sviluppi in senso autenticamente interlinguistico. Fa saltare il modello. Siccome tutto questo invece stava prendendo forma, si è usato lo strumento della diffamazione, della manipolazione e delle pressioni indebite. Si dice che coloro che non possono manipolarci, cercano di manipolare gli altri contro di noi. Premesso che io sono pieno di difetti, la violenza irrazionale degli attacchi e la mia chiamata a Roma dimostrano solo che il progetto era buono (ma scomodo).

Da diversi anni sui nostri giornali ti occupi della rubrica “Senza confini”, nella quale rifletti spesso sui temi centrali dell’attualità altoatesina. Alla luce delle tue recenti esperienze quali sono secondo te le principali sfide, vecchie e nuove, che dovremo affrontare? La provincia di Bolzano viene spesso dipinta come un esempio di benessere e di buona organizzazione. Ma – come avrai potuto sperimentare – non è tutto oro quel che luccica…

Mi pare che siamo nell’epoca dell’opportunismo miope. Dopo l’idealismo etnico dell’era Magnago, dopo il pragmatismo post-etnico degli anni di Durnwalder, l’era Kompatscher era sbocciata con l’idea di guardare “oltre i bordi del proprio piatto” (“über den Tellerrand hinaus”). Ma forse era già troppo tardi. L’Autonomia si era già trasformata in un sistema di potere. La convivenza, direbbe Piero Agostini, era stata “rinviata” a data da destinarsi. Auguro alla nostra terra la capacità di valorizzare il suo essere sul confine, inteso come il luogo in cui si impara ogni giorno a guardare lontano. Si può fare.

Autore: Luca Sticcotti

Giro del mondo tra i piattinelle mense scolastiche

Dopo due anni dall’avvio del progetto “in viaggio con Gastone”, prosegue con successo il giro del mondo tra i piatti tradizionali nelle mense scolastiche del comune di Laives.

Il prossimo viaggio, mercoledì 21 febbraio, sarà tra i colori e i profumi del Perù. Ma prima siamo passati attraverso la zuppa di formaggio del Canada e, prima ancora, per la Moussaka greca. Prosegue con un riscontro positivo sempre maggiore tra bambini, insegnanti e famiglie, il viaggio delle mense scolastiche di Laives attraverso i sapori del mondo con l’ormai amatissimo Chef Gastone, il simpatico personaggio ideato graficamente dal compianto Luca Giacomini, dipendente del Comune, mancato a soli 39 anni lo scorso novembre.

Sì, perchè il progetto “In viaggio con Gastone”, partito ormai due anni fa, è nato ed è stato sviluppato interamente all’interno delle “mura domestiche” dell’Ufficio Sociale e Cultura del Comune attraverso confronti e diversità di vedute, comunque accomunati dall’obiettivo di proporre una cultura alimentare che vada oltre il semplice sfamarsi. 

LA CULTURA PASSA ATTRAVERSO IL PALATO

Il progetto nasce infatti prima di tutto con finalità pedagogiche volte all’educazione alimentare di bambini sempre meno abituati a variare i sapori e sempre più sedotti dal cibo spazzatura. Ma si è poi sviluppato nella direzione di voler proporre un viaggio che sia anche e soprattutto culturale, oltre che gastronomico. 

Ogni menu infatti, non solo viene presentato con una scheda grafica che lo descrive e ne spiega l’origine, ma viene anche inviato anticipatamente agli insegnanti, in modo tale che possa essere sfruttato come ponte, per parlare di un paese e una cultura diversi dai nostri e che spesso i bambini condividono già in classe con compagni provenienti da diverse parti del mondo. 

Abbiamo incontrato Paolo Brunini, direttore dell’Ufficio Quinto, per farci spiegare il processo che si cela dietro ai menu di Gastone.

L’OCCASIONE PER FARE EDUCAZIONE ALIMENTARE

“All’inizio anche noi eravamo un po’ spiazzati, la sfida per il personale della mensa sembrava grande – spiega – Dovete tenere conto che la realtà della mensa che serve scuole materne e  primarie di primo e secondo grado di tutto il territorio comunale prepara internamente tutti i pasti per gli scolari e il personale scolastico, per un totale di circa 1800 pasti al giorno. Invece, è stato il personale stesso a entusiasmarsi al progetto, grati del riconoscimento ricevuto dai bambini, ma anche dal fatto che in questo modo si è creato un ponte anche con il Comune, con la presenza in mensa dell’assessora Furlani a farci da “cavia” insieme a me”, chiosa scherzosamente il direttore.

“Infatti è una sfida venire incontro ai gusti dei bambini – spiega direttamente l’assessora – e al contempo anche scendere a compromessi con un pasto equilibrato”. 

“È stata infatti una ‘battaglia’ quella con la nutrizionista – prosegue Paolo Brunini – quando con l’hamburger e patatine del pasto americano abbiamo preteso il ketchup. È stata una buona occasione per fare educazione alimentare ai bambini, facendo comprendere loro che, nelle giuste quantità, anche un piatto-spazzatura come è considerato quello del fast food non è da demonizzare”.

OGNI MESE UNA RICETTA NUOVA DI “GASTONE”

I bambini ormai, attendono quasi con ansia la data in cui, ogni mese, Chef Gastone presenta puntualmente un viaggio in qualche paese più o meno lontano, per scoprire cosa si cela nel piatto. L’entusiasmo varia a seconda delle occasioni, ma nel complesso i bambini hanno dimostrato di essere molto ben disposti alle novità, compreso il pesce. Il salmone glassato alla canadese ha riscosso un notevole successo ed è divenuta una buona occasione anche per i genitori per riproporre qualche nuova ricetta anche tra le mura domestiche. 

I GENITORI HANNO TESTATO IL MENU DEI BIMBI

E, a proposito di genitori, per fugare i dubbi sulla qualità del servizio e dei pasti, lo scorso 7 dicembre sono stati invitati a partecipare al pasto un certo numero di papà e mamme di Laives e San Giacomo – circa una dozzina quelli che hanno accettato l’invito –  che hanno così potuto testare con mano e, soprattutto papille gustative, la qualità e i sapori che quotidianamente i bambini ritrovano nei piatti. “Test superato – ci raccontano direttore e assessora – e i genitori presenti hanno potuto verificare di persona l’interno processo della mensa e la qualità dei cibi proposti. Ricordiamo che nel comune operano la mensa centrale di Laives e la cucina presso la scuola per l’infanzia La Tartaruga di San Giacomo, che si occupa anche di preparare i pasti per la primaria di San Giacomo, con uno staff interno di 15 dipendenti attuali, che si vuole portare a breve a 20”, così il direttore Brunini.

“C’è da dire che il Comune da anni non aumenta le tariffe della mensa scolastica e non lo farà neanche per l’anno scolastico a venire” precisa l’Assessora Furlani. “Questo perchè riteniamo che la spesa alimentare sia uno dei costi più onerosi per le famiglie e quindi crediamo che continuare a offrire la mensa scolastica a una cifra accettabile sia un modo per venire incontro alle difficoltà delle famiglie”.

Via libera quindi, il prossimo 21 febbraio, a un nuovo viaggio, davvero lontano questa volta: il Perù aspetta!

Autrice: Raffaella Trimarchi

Aldo Mazza: cinquant’anni fra libri e intercultura

Si chiude un’epoca per quell’ “alieno” venuto dal Sud a insegnarci cosa vuol dire stare insieme. Lo ha fatto così bene che può vantare di aver ricevuto dal Land Tirol la Croce al Merito per il suo impegno concreto per la convivenza tra gruppi linguistici in Alto Adige. Edizioni Alpha Beta confluisce in Edition Raetia, ma lui sarà ancora lì sulla tolda a seguire la sua nave che va.

“Arrivò in Alto Adige/Südtirol da Salerno oltre cinquant’anni fa poco più che ragazzo. Di questa terra sapeva poco o nulla e certamente non immaginava che proprio la sua particolarità di terra di frontiera, di incontro e scontro tra culture, sarebbe diventata il centro del suo impegno”. Così il risvolto di copertina di “Impegno miteinander” curato da Toni Colleselli e Lucio Giudiceandrea per i tipi di Edizioni Alpha Beta Verlag, introduce il personaggio Aldo Mazza “un illuminista pragmatico che è andato a cercare e a provare sul campo le soluzioni a questo problema: come creare confidenza con l’altra lingua e cultura, come favorire la comunicazione e l’incontro”. Il volume racconta l’impegno e il percorso di Aldo Mazza in questi cinquant’anni ed è stato pubblicato nel 2023, in occasione del suo 75esimo compleanno, mentre si stava compiendo il percorso di cessione o forse meglio dire fusione, tra la casa editrice da lui fondata e diretta fino ad oggi, e le Edizioni Raetia. Finita anche questa fatica, incontriamo Aldo Mazza all’inizio di un anno in cui potrà cominciare a godersi la pensione anche se l’impegno per la sua creatura non verrà meno, anche se lo eserciterà in altra forma.

Aldo, cominciamo dalle origini. A Merano ci sei arrivato per amore. Giusto?

Eh sì, era il 1968 quando sulla spiaggia di Salerno conobbi Ulli (Zipperle ndr) quella che sarebbe diventata mia moglie, una di quelle tipiche conoscenze estive che di solito si esauriscono ben presto. Nel nostro caso non fu così, il nostro incontro era destinato a durare nel tempo e così decisi di seguirla a Merano. 

Non facili gli inizi, vero?

Ero piombato in una famiglia che seguiva le regole non scritte, non espresse, ma fortemente radicate che volevano che i “tedeschi” non dessero confidenza agli “italiani” se non per ragioni di lavoro. (una situazione descritta molto bene dalla stessa Ulli nel primo capitolo del libro ndr).

E poi?

Cominciai a studiare il tedesco, ad approfondire la storia di questo posto per capire dove mi trovavo e le ragioni dell’altro, ed insegnai italiano nelle scuole tedesche. Poi per due anni lo feci anche in Somalia, già con Ulli assieme a me e divenni anche coordinatore didattico del programma di italiano “lingua veicolare” presso l’Università di Mogadiscio.

Al rientro a Merano sboccia poi l’idea di Alpha Beta Piccadilly, una scuola di lingue.

Sì. Avevo maturato una certa esperienza nel settore e così nel 1987 con un gruppo di amici fondammo la Cooperativa Alpha&Beta. Eravamo convinti che fosse necessaria un’iniziativa concreta che cercasse di rompere il clima di separazione e fornire strumenti di conoscenza e comunicazione reciproca per favorire il contatto.

E qui cominciò, in embrione, la fase della casa editrice…

All’inizio erano pubblicazioni per l’apprendimento linguistico, testi di glottodidattica e sull’interculturalità in stretto contatto con l’attività della scuola di lingue. Poi pensammo che la casa editrice andasse ulteriormente sviluppata come strumento che supportasse a tutto campo il lavoro (inter)culturale: promuovendo libri per creare conoscenza, curiosità, e per passare dal vivere vicini quasi ignorandosi alla voglia di superare quel confine che c’è tra italiani e tedeschi. Contribuendo così alla realizzazione di una “casa comune” che non abolisse le differenze, ma consentisse uno scambio reciproco consapevole.

Con quale spirito e obiettivo, si diede vita ad Alpha Beta?

Lo scopo, sia della scuola di lingue che della casa editrice, è sempre stato quello di creare un ponte tra le due culture, il dialogo, la conoscenza reciproca. Per l’editoria prima con i libri per la didattica e poi con narrativa e saggistica. Questo secondo aspetto, in ottica “glocal”, si è sviluppato a partire dal 2008 con una casa editrice che non voleva essere né italiana né tedesca e con un desiderio di sconfinare continuamente tra una cultura e l’altra. Ad esempio, partendo dalla convinzione che se non conosci la letteratura dell’altro di fatto non lo conosci, abbiamo sviluppato con la Collana TravenBooks, il lavoro di trasporto di molta letteratura da una lingua all’altra. Il tutto nella convinzione che l’Alto Adige/Südtirol fosse il territorio ideale per l’incontro di due grandi culture come quella tedesca e quella italiana. 

Quali sono le pietre miliari di questi anni di editoria?

In questi anni abbiamo pubblicato più di 300 libri a cui sono molto legato. Se devo isolarne alcuni, mi viene in mente uno degli ultimi, quello dedicato alla trasposizione dell’opera omnia di Willhelm Busch da parte di Giancarlo Mariani con il determinante contributo di Ulrike Kindl e Dominikus Andergassen, e poi la Collana “Zeitworte/Parole del tempo”, quella “Territorio/Gesellschaft” con ad esempio “Stella aliena” di Lucio Giudiceandrea in coppia con “Die Bluten der Macht” di Hans Heiss che sono un modo di guardare la stessa realtà, quella della Volkspartei, con la prospettiva di un autore italiano e uno tedesco. Particolarmente orgoglioso sono anche della Collana 180 – Archivio critico della salute mentale, molto apprezzata a livello nazionale, che ha prodotto 26 titoli sul tema del disturbo mentale a partire dall’esperienza dell’approccio di Franco Basaglia, indagando un altro tipo di confine: quello tra salute e malattia.

Della collana Territorio/Gesellschaft fa parte il volumetto “Stare insieme è un’arte” che hai scritto a quattro mani con Lucio Giudiceandrea.

È il tentativo di far capire come lo stare insieme tra persone di lingua e cultura diversa non sia naturale, ma sia un percorso a volte faticoso che richiede rinunce e compromessi, da parte di tutti, ma è anche ricco di soddisfazioni per gli individui e le società che intendono affrontarlo. Se ignoriamo la storia, la cultura, la sensibilità e la lingua dei nostri vicini, sarà difficile superare le contrapposizioni. Il punto è che bisogna volerlo.

Cosa lega tra loro tutte queste opere?

Il filo rosso è dato dal fatto che vogliono guardare alla complessità del nostro territorio e non chiudersi in uno dei due mondi che lo compongono. È la teoria dello sconfinamento di cui dicevo prima, in un territorio dalla grande potenzialità: il confine visto non come limite, ma come risorsa. Come il vino, le mele e il bel paesaggio, la nostra terra ha infatti da offrire una particolare competenza che è quella del sapersi muovere dall’interno di due grandi culture.

Ci siete riusciti?

Difficile dirlo. Se l’obiettivo era quello di guardare le cose con una prospettiva che non fosse solo italiana o solo tedesca, ma vedesse il tutto cercando di fare sintesi, credo che abbiamo dato un contributo significativo.

Un rammarico?

Abbiamo fatto il possibile per fornire strumenti di conoscenza, occasioni di dialogo e contatto, ma guardando alla realtà di oggi, credo ci sia ancora molto da fare.

E da oggi in poi?

Seguirò da dietro le quinte il percorso di Edizioni alphabeta Verlag in Raetia e spero di avere più tempo per me, per trascorrerlo in seno alla famiglia e anche nella mia isola croata a leggere e… guardare il mare, come facevo a Salerno. Sono abbastanza sereno, ma anche curioso di vedere come reagirò a questa mia nuova fase della vita.

Autore: Enzo Coco

Campione europeo assoluto a 22 anni

Storica vittoria nel chilometro da fermo per Matteo Bianchi che fa registrare il tempo di 1’00’’272. Ai campionati europei di ciclismo su pista che si sono disputati due settimane fa a Apeldoorn (Olanda), Bianchi fa qualcosa di incredibile: mai nella storia l’Italia era riuscita a conquistare l’oro in questa disciplina agli Europei. Oggi andremo un po’ a scoprire la sua storia e il suo rapporto con il territorio.

Ciao Matteo, raccontaci un po’ chi sei…

Sono Matteo Bianchi, un normalissimo ragazzo nato a Bolzano nel 2001 che ha frequentato il liceo scientifico Rainerum. Sono da sempre stato un grande appassionato di sport, infatti ho iniziato come sciatore. Mi sono avvicinato al mondo del ciclismo in quinta elementare, perché come sciatore era necessario fare qualcosa durante l’estate come preparazione atletica e degli amici nella città di Laives mi hanno coinvolto. Così ho iniziato a pedalare, prima solo per passione, poi mi sono iscritto in una squadretta e ho iniziato a fare gare, fino a che, in prima superiore, ho deciso di dedicarmi solamente al mondo del ciclismo.

Hai iniziato direttamente con il ciclismo su pista?

Non ho iniziato subito con la pista; tutti i ciclisti partono dalla strada, con la bici da corsa (in Italia purtroppo non c’è molta cultura del ciclismo su pista), poi ci sono degli enti regionali che portano i ragazzi a provare nelle varie piste in giro per l’Italia. Io mi sono fatto un po’ prendere, mi piaceva e ci andavo volentieri, fino a quando ho raggiunto un primo risultato: un podio ai campionati italiani nella categoria allievi. Da lì mi sono appassionato sempre di più e ho deciso che quella sarebbe stata la mia strada.

La città di Bolzano ti ha aiutato nel raggiungimento dei tuoi obiettivi?

Una parte del mio allenamento consiste in pedalate su strada e la città di Bolzano e i suoi dintorni sono degli ottimi territori dove allenarsi, con una grande presenza di ciclabili e molte strade libere. Questo fa la differenza, la qualità dell’allenamento si sente.

Ti saresti mai aspettato di diventare campione europeo assoluto alla tua giovane età?

No, sinceramente non me lo aspettavo… andavo a questi europei convinto di poter fare bene, la condizione era buona ma nelle mie previsioni non c’era la possibilità di vincere, soprattutto vedendo la lista degli avversari. Mi aspettavo di trovarli in una condizione migliore, ma è anche vero che non è mai facile preparare un appuntamento così presto nell’anno. Però insomma, io ci sono riuscito bene e ho dimostrato di essere in una migliore forma rispetto ai miei avversari. 

Che emozioni si provano nel raggiungere questi livelli?

In realtà è molto particolare la mia situazione, sono molto soggettivo, io in primis sono uno che non si fa trasportare molto dalle emozioni, sono abbastanza cinico. Provo moltissima gioia nel portare a casa un risultato del genere, sicuramente, ma essendo in un tunnel di gare e allenamenti, faccio quasi un po’ fatica a godermi i risultati che ottengo. Ho la testa sempre dietro ai prossimi appuntamenti stagionali.

Quante volte a settimana ti alleni e quanti sacrifici ci sono dietro a tutto questo?

Ci alleniamo tutti i giorni della settimana tranne la domenica che solitamente facciamo riposo. Svariati giorni durante la settimana facciamo doppia sessione, in base al periodo dell’anno e della preparazione. I sacrifici sono sempre direttamente proporzionali al risultato che ottieni. Più ti sacrifichi, più impegno ci metti, più dedizione, più cura del dettaglio, e più hai possibilità di arrivare ad ottenere un risultato di alto livello.

Autore: Niccolò Dametto

45 anni di festeggiamenti

Sono trascorsi 45 anni dalla prima edizione di quella kermesse che ogni anno permette a Laives e circondario di “insanire”, una festa che da quasi mezzo secolo colora le strade della Bassa Atesina. E domenica 4 febbraio inizieranno i festeggiamenti che, come tradizione impone, si protrarranno ben oltre il martedì grasso.

“Tutto è nato da un’ iniziativa di alcuni genitori di Pineta, un carro trainato da un asinello, Stanlio e Ollio, con bimbi dell’asilo a seguire, fatine e cowboys, Zorro, fiori e funghetti: semplici travestimenti, ma che divertimento!”. Trapela commozione dalle parole di Cesare Zenorini, presidente del comitato organizzatore, nel ricordare gli esordi di questo evento che è ormai diventato un appuntamento fisso per tutta la regione. 

Presidente Zenorini, 45 anni sono un bel traguardo: come pensate di festeggiarlo? 

Con il consueto divertimento, ma non abbiamo pensato di celebrare il giubileo: quando abbiamo “compiuto” quarant’anni abbiamo allestito un tendone in Pineta, e probabilmente per i cinquanta organizzeremo qualcosa di particolare. Intanto godiamoci questa festa: abbiamo faticato parecchio per fare in modo che anche quest’anno il carnevale laivesotto sia una grande festa.

Da quanto tempo vi state preparando per l’evento? 

Dallo scorso martedì grasso (ride, ndr): scherzi a parte, per noi del comitato organizzatore il lavoro non finisce mai: alla fine di ogni edizione andiamo alla “Mostra mercato dei carnevali d’Italia” a Castelnovo di Sotto, in provincia di Reggio Emilia, dove vengono esposte figure in cartapesta utilizzate per le feste più importanti di tutta Italia, e ci occupiamo già da subito di progettare il carro per l’anno successivo. E poi ci sono tantissimi altri aspetti che dall’esterno non si vedono, come semplicemente gestire la burocrazia per l’organizzazione della festa: per me la parte più impegnativa  e meno divertente del tutto. 

Ma ne vale la pena, no?

Certo, sempre: l’anno scorso, per esempio, ho vissuto una giornata emozionante e coinvolgente; era la prima volta che salivo sul carro d’apertura, non mi aspettavo uno spettacolo del genere. Vedevo la folla da sopra, non riuscivo a scorgere nemmeno un centimetro di marciapiede.

Quante persone si occupano dell’organizzazione?

Siamo una decina di affiliati al Gruppo carnevalesco, poi nel nostro laboratorio arrivano i membri di altre associazioni a cui diamo una mano: forniamo loro il materiale e i consigli su come lavorarlo; controlliamo anche che sia tutto in regola, perché la sicurezza è basilare in queste occasioni, non si può essere approssimativi né improvvisare.

Cosa bisogna aspettarsi da domenica 4 febbraio?

Alle 10 si allestiranno i carri lungo la via Kennedy, da via Diaz fino all’Eurospar. Alle 13, poi, partirà la sfilata, che attraverserà tutto il paese fino a Pineta, dove verrà allestito un castello gonfiabile e sono stati organizzati giochi e intrattenimento per i più piccoli. Alle 16 in piazzetta avverrà la premiazione dei gruppi, con musica e ristoro fino alle ore 18. Ci sarà anche un trenino – navetta che effettuerà il servizio di trasporto gratuito e continuo sulla tratta Laives – Pineta, fino al termine della manifestazione.

Autore: Luca Masiello

Lotta alla ruggine su tutti i lampioni

Il colpo d’occhio è poco gratificante per l’immagine della città, ma anche dal punto di vista della sicurezza quelle macchie di ruggine che incrostano i pali dell’elettricità di Laives non sono un ottimo biglietto da visita. Così fino alla metà di marzo verranno effettuati controlli a tappeto sulla stabilità di tutta la rete di illuminazione pubblica nel territorio municipale di Laives, da parte dei tecnici incaricati dal Comune.

Nel territorio comunale di Laives ci sono complessivamente quasi 2.400 punti luce pubblici. Già nel 2022 è partito da parte dell’amministrazione comunale il progetto di sostituzione delle vecchie lampade con quelle a led, al ritmo di circa 350 lampade l’anno, con lo scopo di ottenere un notevole risparmio energetico che si traduce – in concreto – anche in un risparmio economico per le casse pubbliche. 

In molti casi si tratta semplicemente di sostituire le vecchie lampadine, ma – nonostante i numerosi interventi di riqualificazione avvenuti negli ultimi anni nel territorio comunale, dalla nuova piazza e quartiere residenziale a San Giacomo alla zona Toggenburg a Pineta, per citarne alcuni – è spesso necessario anche sostituire i pali di sostegno.  

I pali dell’illuminazione e dei semafori sono infatti molto esposti al fenomeno della corrosione, dove la normale ossidazione dell’acciaio viene accelerata da fattori come le condizioni atmosferiche, l’inquinamento e gli escrementi animali. 

Per questo motivo, dallo scorso 15 gennaio e fino al prossimo 15 marzo, i tecnici incaricati dal Comune provvederanno a verificare la stabilità di tutti i pali di età superiore ai 10 anni, attraverso una tecnologia non invasiva. L’intervento è necessario per garantire la sicurezza degli utenti stradali. L’intervento avverrà su tutto il territorio comunale, da San Giacomo a Laives passando per La Costa e Pineta. 

Per la maggior parte, come detto, l’illuminazione pubblica è già stata sostituita in anni recenti in molte zone ma, in particolare nelle vie interne, capita ancora di incrociare qualche triste palo dalla base visibilmente arrugginita. Così, ad esempio, i residenti di via Maso Hilber a San Giacomo accolgono con favore la notizia dell’ispezione e della molto probabile, successiva, sostituzione di alcuni lampioni destinati alla pensione. Ma anche lungo la Via Kennedy a Laives capita di imbattersi in evidenti tratti di ruggine. La sistemazione – o sostituzione – degli stessi permetterà quindi di guadagnare non solo in sicurezza ma anche in estetica, il che davvero non guasta mai.

L’accesso ad alcuni dei pali da controllare dovrà avvenire attraverso proprietà private; per questo motivo il Comune – attraverso i tecnici incaricati Centrotest s.r.l. identificabili attraverso tesserino di riconoscimento e un’ordinanza del vicesindaco – si metteranno in contatto porta a porta con i rispettivi proprietari o amministratori di condominio per i terreni interessati, per richiedere l’accesso. L’amministrazione comunale chiede pertanto collaborazione da parte dei cittadini, per permettere questi controlli assolutamente essenziali per la sicurezza pubblica.

Per qualsiasi domanda o informazione è possibile contattare l’Ufficio Lavori Pubblici al Numero di telefono 0471 595792.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Una nuova Via Crucis per la parrocchia

La chiesa parrocchiale di Laghetti avrà presto una rinnovata Via Crucis per mano dell’artista cembrano Marco Arman, che in questi giorni sta esponendo il proprio lavoro nell’aula San Giovanni della Cattedrale di Trento. 

Quattordici tele dallo stile fortemente originale e molto contemporaneo, nonostante il tema: fatto che connota una continua ricerca della creatività da parte dell’artista. “I rapporti con la parrocchia di Laghetti risalgono a più di vent’anni fa – ha spiegato Marco Arman- Avevo visto la vecchia Via Crucis, mi avevano colpito alcune immagini e a queste mi sono ispirato: l’ho voluta riadattare, andando a rappresentare soltanto le figure essenziali che ogni stazione evoca”. 

“Un dinamismo narrativo davvero efficace nella sua ricercata essenzialità, profonda spiritualità ma anche evidenti note di tenerezza e compassione nel narrare il doloroso cammino di Cristo verso il Golgota” è quanto scrive Nicoletta Tamanini nel descrivere il lavoro di Marco Arman. 

La nuova chiesa parrocchiale si arricchisce dunque di una nuova opera d’arte che va ad unirsi all’altare e all’ambone, realizzati dall’artista gardenese Paul Moroder. Con l’aumento della popolazione, l’antica chiesa  di San Lorenzo divenne troppo piccola, così negli anni trenta don Angelo Tecini, originario della Valle di Non,  diede il via ai lavori di costruzione in centro paese della “nuova chiesa”, dedicata all’Immacolata Concezione di Maria Santissima.

L’attuale parroco Don Pierluigi Tosi rivela come fu determinante il coinvolgimento e la collaborazione della popolazione che, pietra dopo pietra, portò a termine la costruzione, poi consacrata il 17 giugno del 1946 dall’arcivescovo Carlo De Ferrari di Trento. “Nel recente passato si sono svolti lavori di sistemazione, manutenzione e adeguamento, e ci accorgemmo della necessità di sostituire i quadri della Via Crucis – afferma il sacerdote -. All’inizio del 2023 si decise di incaricare l’artista Marco Arman. Il segno eloquente della passione del Signore, non solo durante la Quaresima, può sostenere e accompagnare la Comunità nella pratica della Via Crucis e integrarsi nella vita di tutti i giorni. Ancora una volta i parrocchiani e gli enti locali hanno risposto con generosità, permettendo quindi di realizzare queste tele – evidenzia don Tosi -, che contribuiscono ad arricchire la nostra chiesa non solo di opere d’arte contemporanea, ma soprattutto di segni concreti della fede e dell’amore dei cittadini per la loro chiesa”.

Autore: Daniele Bebber

Tutta la passione per treni e ferrovia

Correva l’anno 2014, quando otto amici legati da una passione comune decisero di fondare l’attuale gruppo dei “Ferroamatori” di Salorno,  una realtà associativa che conta oggi una cinquantina di soci e che il prossimo anno compirà dunque i suoi primi dieci anni dalla fondazione. 

Quello dei dieci anni è un traguardo del quale il presidente, Diego Romanelli, va davvero fiero: “La nostra attività si divide in vari settori, a partire dallo storico, particolarmente importante per la costruzione del nostro plastico modulare, per adesso arrivato a 65 metri di tracciato”. 

Presidente Romanelli, qual è il fil rouge che vi lega all’interno di questa realtà? 

Senza dubbio è la nostra passione comune verso il mondo ferroviario in tutte le sue sfaccettature, dalla storia dei treni alla riproduzione dei modellini. Nel nostro gruppo qualcuno è del mestiere, ma la maggior parte sono simpatizzanti, interessati alla tecnica che c’è dietro al mondo ferroviario. Tant’è che abbiamo recuperato documenti, manufatti e pure dei cimeli: i primi libri che abbiamo nella nostra biblioteca associazionistica sono datati 1934 – 35.

Cosa intende quando parla di manufatti e cimeli? 

Si tratta di attrezzi storici utilizzati in questo mestiere, quali vecchi trapani, contachilometri e bilance non più in uso, ma che sono stati parte della storia delle ferrovie. Abbiamo anche biglietti di diverse epoche, come pure dei berretti e delle divise.

Dei molti oggetti, qual è il più pregiato all’interno della collezione? 

Il banco di guida della prima locomotiva elettrica a corrente continua italiana, realizzata attorno al 1927. È un oggetto di grande pregio e piuttosto datato, appartenente alla “E 626”: la prima locomotiva elettrica delle Ferrovie dello Stato.

E l’attività di modellismo? 

È una grande fetta della nostra attività associativa. Partecipiamo annualmente a varie fiere nazionali, come a Verona, dove siamo presenti con un nostro spazio da ben otto anni. Abbiamo riprodotto diverse linee locali e vari settori della ferrovia del Brennero, ci siamo dilettati anche nella realizzazione di modelli che riproducono stazioni quale quella di Salorno così com’era negli anni Ottanta. Ma ci siamo occupati anche dei “diorami”, ovvero riproduzioni modellistiche di quelle ferrovie oggi scomparse quali la Bolzano – Caldaro.

La vostra passione verso il mondo ferroviario attrae anche i giovani? 

Quando siamo partiti eravamo un gruppo di soli giovani. Adesso la nostra associazione spazia fra le varie fasce d’età: abbiamo anche degli iscritti che frequentano le scuole medie. È un particolare decisamente importante, perché uno dei nostri obiettivi è proprio trasmettere la cultura ferroviaria, nonostante il fatto che questa in Trentino Alto Adige non sia presa in debita considerazione. 

Progetti per il futuro? 

A brevissimo ci sarà l’apertura della nuova sede nell’ex magazzino merci della stazione di Salorno. Ma non sarà una semplice sede, sarà anche un luogo espositivo, nel quale vorremmo mettere in mostra parte del patrimonio modellistico e del materiale storico su cui possiamo contare. 

Autore: Daniele Bebber

Uno sguardo sul 2023

// Di Luca Sticcotti

Con l’inviato Rai Gianfranco Benincasa, a lungo attivo in provincia di Bolzano e da marzo scorso presidente regionale dell’Ordine dei Giornalisti, ripercorriamo i fatti principali dell’anno che si è appena concluso.

Come ogni anno anche in questi primi giorni del 2024 abbiamo pensato di gettare uno sguardo nel recente passato, focalizzando assieme ad un collega giornalista i temi più importanti apparsi sui media. In questo frangente la scelta è caduta su Gianfranco Benincasa, inviato della Rai e volto noto anche delle cronache sportive offerte dal servizio pubblico radio televisivo. Nato in Svizzera nel 1966, Benincasa ha lavorato a lungo a Bolzano prima di trasferirsi a Trento. Nel marzo 2023 è divenuto il nuovo presidente regionale dell’Ordine dei giornalisti. Con lui abbiamo dunque colto l’occasione di parlare anche di come i principali fatti regionali sono stati visti dal vicino Trentino e di quali sono le prospettive per la professione giornalistica nella nostra terra, alla luce dei grandi cambiamenti in atto nel mondo dell’informazione.

Lo scorso anno uno dei temi più presenti sia nelle cronache che nel dibattito pubblico è stato quello della necessità di un ripensamento del turismo in un’ottica più sostenibile. Non è una questione da poco, perché ogni passo indietro penalizza gli introiti economici. Ma tutti sono d’accordo sul fatto che ci vuole davvero un nuovo equilibrio, ribilanciando le esigenze di ospiti e residenti, e offrendo ai turisti anche un modo diverso di vivere la montagna. Questo tema come viene visto in provincia di Trento?

In Trentino l’assessora competente ha detto “i turisti vanno dove ci sono i turisti”. Questo vuol dire che si accalcano soprattutto in alcune zone, ovvero a seconda della stagione nello specifico ad esempio a Madonna di Campeggio o sul Garda. La discussione su un modello diverso di turismo in realtà non è nuova; in alcuni casi si era pensato addirittura smantellare gli impianti e sostituire il tutto con un turismo green. Poi nello specifico in quella zona, il passo Rolle, il progetto è stato abortito e la Provincia ha fatto altre scelte. Ma il tema c’è, e non solo in montagna. Anche la città di Trento in 20 anni è cambiata tantissimo e ora c’è molto più turismo mordi e fuggi, non solo durante i mercatini, con pullman, auto e tanto inquinamento. Il centro storico spesso è invaso: da un certo punto di vista è bello, ma anche su questo si sta un po’ ragionando, cercando magari di puntare di più sulla qualità che non sulla quantità, e venendo più incontro alle esigenze dei residenti. A Campiglio ad esempio si sta facendo strada anche l’idea del numero chiuso, perché gli sciatori sono davvero tantissimi, nonostante l’aumento di prezzo degli skipass. Una tavolo regionale sarebbe davvero opportuno, su questo tema del turismo sostenibile, perché si tratta davvero di problemi comuni tra le due province autonome. Insomma: le problematiche del lago di Braies non sono diverse rispetto a quelle del Lago di Tovel, dove tra l’altro ben prima avevano introdotto il traffico limitato.

C’è poi il tema dei grandi predatori, da una parte proprio collegato all’idea di una natura da salvaguardare e in qualche modo da ripristinare. Mettendo però in difficoltà gli allevatori e creando problemi di sicurezza.

Sì. In Trentino c’è stata purtroppo una vittima a causa dell’orso e questo è stato davvero un colpo al cuore per tutti. Mentre il problema del lupo in provincia di Trento è presente soprattutto nella zona delle valli di Fiemme di Fassa. Al di là dei provvedimenti e dei ricorsi, il problema non è certo di facile soluzione. Ma anche questo è un problema che andrebbe affrontato a livello regionale, visto che gli animali si muovono, mica guardano ai confini provinciali.

A proposito di province. Nello scorso autunno si sono svolte le elezioni e a Trento e Bolzano si sono avuti esiti solo in parte simili. Con alcune novità non da poco, soprattutto in Alto Adige.

In Trentino c’è stata una scelta di continuità per Fugatti, un po’ perché non aveva veri avversari, va detto, e poi comunque perché gli elettori hanno deciso di premiare il lavoro fatto. In Alto Adige fa riflettere il calo della SVP, ma non mi stupisco per la realpolitik della Volkspartei che ha scelto di allearsi con il centrodestra. Tutto sommato non è un grande cambiamento, perché negli ultimi 5 anni la Stella Alpina aveva già governato con la Lega. Certo la SVP farebbe bene a impostare una profonda riflessione in merito a quanto sta avvenendo in Alto Adige ma ancor di più al proprio interno, più che cercare colpevoli all’esterno.

Venendo allo sport, il 2023 è stato l’anno della consacrazione per Jannik Sinner. Poi c’è stata la stagione straordinaria del FC Südtirol in serie B di calcio, mentre gli atleti regionali dello sci alpino sono apparsi un po’ in affanno.

Di Sinner si è detto tutto, la sua è stata un’affermazione davvero pazzesca. Tra l’altro è un personaggio con grandi qualità, molto umano e disponibile. E non è solo uno sportivo, riesce infatti a catalizzare l’attenzione di molti, anche di chi non è appassionato di sport. Quello del FC Südtirol è stato poi sicuramente una sorta di miracolo. Ora la squadra è in difficoltà, ma ci sta. L’anno scorso sono riusciti a fare molto di più di quello che secondo me era il valore della squadra sulla carta. Molto del merito va dato all’allenatore Bisoli, anche se poi qualcosa si è incrinato. Si tratta senz’altro di una bella società, impostata bene e con un bel futuro davanti. Quest’anno ci sarà un po’ da soffrire ma possiamo dire che ormai il Südtirol è una realtà consolidata, non più una meteora. Basti guardare il centro sportivo, l’organizzazione e il lavoro che viene fatto sui giovani. Per non parlare dello stadio che è stato rifatto. La squadra altoatesina in qualche modo ha anche influenzato il vicino Trentino, con la squadra del capoluogo che da un paio d’anni è tornata in serie C. Va detto che anche il Südtirol è arrivato in serie B dopo un percorso durato anni, e in cui questo traguardo era stato più volte sfiorato. E dobbiamo ricordare sempre che la serie B è un campionato davvero difficilissimo. Per tutti. Lo sci è un po’ in affanno in tutta la regione, è vero. Ma anche qui va detto che rispetto al calcio è uno sport che ha senz’altro meno praticanti. Io penso però che in questo caso ci sia qualcosa da cambiare anche a livello di federazione. Al momento occorre ancora puntare sulla vecchia guardia, ovvero su Paris. Alex Vinatzer è l’unico che in futuro potrà davvero dire la sua ma per il momento è piuttosto discontinuo nei risultati. Alla 3-Tre quest’anno Vinatzer ha fatto veramente male, e al momento va quasi meglio in gigante che non è la sua specialità. Ma si tratta un ragazzo molto positivo e in gamba, molto educato. In Trentino c’è poi molto altro sport, con il volley maschile che ha vinto lo scudetto e quello femminile promosso in A1 anche se ora è in difficoltà. Lo sport resta comunque una grande forza per tutta la regione, anche grazie alle capacità organizzativa delle nostre società e del territorio. E non dobbiamo dimenticare che l’anno si è chiuso con la vittoria di Nadia Battocletti e il secondo posto di Yeman Crippa alla Boclassic nel capoluogo altoatesino.

Quali sono le gioie e i dolori dell’essere, da marzo 2023, il nuovo presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Trentino Alto Adige.

Avere sott’occhio un po’ tutto il panorama del giornalismo locale è senz’altro molto interessante. Per quanto riguarda i dolori e preoccupazioni sono sempre e soprattutto quelle occupazionali, anche se l’Ordine che presiedo non è il sindacato. Ci teniamo a che il nostro settore si florido, attivo e valido. Cosa che di fatto accade, anche in regione. Nell’ultimo periodo c’è stata la mazzata della chiusura del quotidiano Il Trentino, anche se poi la cosa è stata in parte riassorbita. E ci sono poi le preoccupazioni che riguardano le innovazioni tecnologiche, con l’intelligenza artificiale che in futuro potrebbe portare alla perdita di posti di lavoro. A livello internazionale sta già avvenendo, vedremo se la cosa avrà ripercussioni anche da noi. C’è poi il tema eterno dell’equo compenso per il lavoro giornalistico. Per quanto riguarda il rispetto della deontologia giornalistica devo dire che nel territorio regionale la situazione è senz’altro molto migliore rispetto a diverse altre zone del nostro paese.

Il mondo del giornalismo è in sofferenza, soprattutto per il calo dei lettori dei giornali, ma anche dei pochi sbocchi professionali per le nuove leve di questo mestiere.

Per i giovani è senz’altro difficile, perché oggi si tratta spesso di lavoro non ben retribuito, rispetto ad altri lavori e rispetto al passato. Il mestiere ha meno appeal e i percorsi d’accesso sono molto accidentati, nell’ottica dell’approdo al professionismo. Oggi si devono conoscere le lingue ed essere molto qualificati. Ma è un lavoro che può essere ancora molto interessante. Ci vuole creatività, coraggio e come una volta occorrono sudore e impegno. Anche se il mestiere per molti versi è cambiato rispetto al passato, resta comunque la necessità di offrire un’informazione di qualità, ovvero verificata, e questo oggi è meno facile. Ma questo compito da svolgere, per il giornalismo, oggi è ancora più importante in un’ottica di partecipazione alla vita pubblica. Spesso l’emorragia di lettori si traduce anche in astensione nella partecipazione al voto. Dobbiamo impegnarci contribuire ad arginare questa potenziale emorragia democratica.

Agenda Onu 2030: combattere lo spreco a scuola

Povertà e spreco del cibo sono due facce della stessa medaglia: alla scuola primaria in lingua italiana di San Giacomo il progetto dell’Agenda Onu 2030 insegna ai bambini come combattere lo spreco e aiutare chi ha bisogno.

// Di Raffaella Trimarchi

Come in tutte le favole di Natale, le buone azioni portano gioia a chi ne ha bisogno. E il 21 dicembre scorso è stata proprio una piccola favola di Natale quella di cui sono state protagoniste le due classi quarte della scuola primaria in lingua italiana di San Giacomo che si sono recate presso la San Vincenzo del quartiere Don Bosco di Bolzano. I bambini,accompagnati da alcuni insegnanti, hanno potuto consegnare direttamente al presidente della San Vincenzo Roberto Argnani, una serie di biglietti di auguri e lavoretti natalizi, oltre a un litro di latte a lunga conservazione ciascuno, da aggiungere ai pacchi che sarebbero poi stati donati alle famiglie bisognose del quartiere.

Due anni di lavoro

Ma il progetto parte però da lontano: sono infatti due anni che le classi, con tutto il team insegnanti, stanno lavorando all’Agenda Onu 2030, secondo la quale l’Organizzazione delle Nazioni unite si è proposta – sottoscrivendo l’Agenda nel 2015 – di cercare di perseguire ben 17 obiettivi. Nello specifico, il progetto delle due classi – coordinato da Simone Bianchini, psicologo e referente del progetto per l’Aibi, l’Associazione italiana Amici dei Bambini – si è concentrato su un punto dell’Agenda, ovvero quello di sconfiggere la fame nel modo entro il 2030.

Si tratta di un obiettivo che, purtroppo, non solo non potrà essere raggiunto ma anzi, verrà con molta probabilità del tutto disatteso dal momento che negli ultimi anni, a causa anche della pandemia e delle nuove guerre, i nuovi poveri sono aumentati di molti milioni. Alla scuola primaria di San Giacomo si è però deciso di coniugare il tema della povertà con quello dello spreco alimentare: si è cercato infatti di sensibilizzare i bambini allo spreco di cibo che avviene ogni giorno sotto i loro occhi anche nelle stesse mense scolastiche, dove gli alimenti che vengono lasciati dai bambini nel piatto – spesso neppure toccati – non possono essere in alcun modo riutilizzati, finendo perciò a ingrassare solamente i già consistenti cumuli di rifiuti urbani prodotti quotidianamente.

Biglietti per i bisognosi

Parallelamente al discorso legato allo spreco, portato avanti da tutto il team insegnanti nelle ore dedicate all’educazione civica, nelle settimane che hanno preceduto le festività natalizie i bambini sono stati impegnati nella realizzazione di biglietti di auguri e piccoli lavoretti decorativi a tema natalizio, che avrebbero poi trovato posto nei sacchetti della spesa preparati dalla San Vincenzo per le circa 250 famiglie bisognose del quartiere Don Bosco di Bolzano.

Giovedì 21 dicembre quindi, l’intero gruppo di bambini ha potuto incontrare il presidente Argnani presso il punto di raccolta e distribuzione degli alimenti e consegnare il proprio lavoro. Il presidente ha così potuto spiegare ai bambini come funziona la distribuzione del necessario alle famiglie bisognose, che devono comprovare il proprio stato di necessità attraverso un’apposita documentazione attestante il reddito della famiglia.

Il banco alimentare sale in cattedra

Proprio mentre i bambini ascoltavano la spiegazione, hanno anche potuto vedere da vicino come funziona il meccanismo della solidarietà, grazie al signor Guido del Banco Alimentare che, proprio in quel momento, è arrivato per consegnare il “bottino” settimanale, ovvero alimenti recuperati da aziende e supermercati ancora consumabili ma non più commercializzabili. Grazie a questa filiera di solidarietà – insieme all’aiuto preziosissimo di tanti volontari – le centinaia di famiglie bolzanine in stato di bisogno riescono ad avere quotidianamente i beni di prima necessità, a volte insieme a cose più superflue ma comunque importanti come i giocattoli. Si è trattato di un’esperienza che ha toccato molto i bambini protagonisti che, con la consueta sensibilità della loro età, hanno stupito gli adulti presenti. Così Alessandro, rivolgendosi direttamente al presidente Argnani, ha spiegato che avrebbe voluto vendere i giocattoli che non utilizza più per raccogliere dei soldi, ma aveva invece capito che donarli a bambini che non hanno nulla gli avrebbe dato più gioia. Davide e Nicole dal canto loro hanno detto che non vogliono più sprecare il cibo. Nicole ha detto: “quando a cena non avevo più fame, ho mangiato lo stesso la pizza avanzata perchè non volevo buttarla”, mentre Aissa ha aggiunto: “ogni volta che non mangeremo qualcosa che abbiamo a casa dirò alla mamma di non buttarlo via ma di portarlo qui”. Patrick dal canto suo si è mostrato felice di sapere che le cose che hanno portato alla San Vincenzo andranno a allietare il Natale di famiglie bisognose e, in generale, tutti i bambini sono molto colpiti dall’altruismo respirato durante la giornata. Si è trattato, davvero, di un piccolo ma prezioso “miracolo di Natale”.