Capitoli di vita tradotti in canzoni

Per Isabella Magnanini, in arte Isa, la musica ricopre da sempre una parte fondamentale nella sua vita. Tanto da volerne fare un lavoro a tutti gli effetti. E lo ha capito sin da subito, quando tanti anni fa ha preso per la prima volta in mano una chitarra e ha iniziato a dare fiato alla sua voce, potente ma delicata allo stesso tempo.

Ventisette anni, di Laives, Isa ha alle spalle diverse esperienze nel mondo musicale, ma solo recentemente ha pubblicato il suo primo progetto ufficiale, che ne segna una sorta di debutto all’interno della scena altoatesina.
“Mi presento” è il titolo del suo EP composto da cinque tracce e disponibile sui classici store digitali. Un prodotto pop, ma che presenta contaminazioni e influenze blues e jazz. Melodie eclettiche che fanno da tappeto alle parole di Isa, e che fungono da biglietto da visita verso il pubblico. “Considero questo lavoro come un curriculum vitae musicale. Qua dentro ho raccolto tutte le esperienze più significative della mia vita”. 

Da dove nasce l’idea di questo EP?
Ho iniziato a concepire il disco durante il primo lockdown perché avevo finalmente del tempo libero per concentrarmi sulla scrittura delle canzoni. Così è nato “Cura”, il mio primo singolo. Da lì ci ho preso gusto e a ruota sono nati tutti gli altri pezzi. Per le produzioni e le registrazioni mi sono appoggiata a uno studio di Torino, che ha saputo tirar fuori il meglio di me, anche se gran parte del lavoro si è svolto a distanza.

Cosa ci raccontano queste tracce?
“Mi presento” svela tutti quei lati di me che ho sempre tenuto nascosti e che non tutti conoscono. Ho svolto un grande lavoro di introspezione che mi ha permesso di produrre questi “capitoli” della mia vita tradotti in canzoni. Dalla mia fuga all’estero all’incontro con il mio ragazzo, passando per i miei dubbi e le mie debolezze, fino all’omaggio a mia madre. È stato un percorso emozionante, come farsi un giro sulle montagne russe…

In che senso?
Creare delle canzoni che parlano della propria vita cercando di mantenere allo stesso tempo un imprinting positivo e propositivo non è stato semplice. Ma ho voluto fortemente unire questi due aspetti che credo si fondano bene insieme. E i feedback mi stanno dando ragione.

Possiamo dire che sei nata con la musica nelle vene…
La mia è una famiglia artistica, mio padre canta in un coro e mia mamma fa teatro per passione. Io già da piccola cantavano le canzoni de “Lo zecchino d’Oro”, poi sono arrivati i primi concorsi e le esperienze con band e canzoni in lingua inglese. Ora continuo a coltivare il mio sogno di vivere di musica.

In passato hai vissuto a Londra. Cosa ti porti dietro da questa esperienza? 
Londra mi ha aperto gli occhi perché mi ha introdotto al mondo degli adulti. Ci sono andata a diciannove anni e lì ho imparato a gestire molti aspetti importanti della vita. È una città che ti aiuta a credere in quello che fai, è molto meritocratica e questo è un insegnamento importante. Dal punto di vista musicale ho avuto l’opportunità di ascoltare band che non venivano mai a suonare in Italia e a confrontarmi con sonorità nuove che mi hanno permesso di aprire una finestra su generi che non conoscevo.

In Alto Adige c’è futuro per i giovani?
Credo che vengano aiutati troppo poco. C’è bisogno di un maggiore supporto nei confronti dei ragazzi, perché sono il futuro del territorio. Spesso succede che o hai delle buone conoscenze oppure è difficile ritagliarsi il proprio spazio, in qualsiasi ambito. Molti artisti emergenti ad un certo punto escono dall’Alto Adige cercando fortuna da un’altra parte. Per vivere di musica in questa provincia a volte devi scendere anche a compromessi. E non tutti sono disposti a farlo.

Autore: Alexander Ginestous

Monitoraggio della biodiversità a Egna

Studiare uccelli, farfalle, pipistrelli, cavallette, piante e organismi del suolo e verificarne la presenza sul territorio provinciale: è questo lo scopo del Monitoraggio della biodiversità in Alto Adige, che dalla prossima primavera farà tappa ad Egna. Gli abitanti di Egna potrebbero quindi vedere aggirarsi, nel territorio comunale, personaggi equipaggiati con binocolo, corda e retino entomologico (il classico retino per farfalle, per capirci): sono i ricercatori e le ricercatrici di Eurac Research, che saranno sul campo nella cittadina della Bassa per studiare la flora e la fauna della zona. L’attenzione dei ricercatori si concentra su gruppi di animali e piante che reagiscono sensibilmente ai cambiamenti nel loro ambiente, come il cambiamento di uso del suolo ed il cambiamento climatico. Il team di ricerca sta rilevando la loro presenza negli habitat più importanti e caratteristici della nostra provincia: campi coltivati e colture permanenti, prati e pascoli, boschi, acque correnti, aree umide e habitat alpini, ma anche aree urbane. industriale.
Ma cosa faranno nei dettagli? La ricercatrice Julia Strobl ha raccontato “L’ornitologo Matteo Anderle non ha bisogno di strumenti troppo particolari per i suoi rilievi. Il suo strumento più importante sono le orecchie. Per 10 minuti ascolta gli uccelli in un raggio di 100 metri intorno al punto di rilevamento e li determina dal loro canto. Ogni tanto prende il suo binocolo per identificare le specie di uccelli lontani o silenziosi.” Chiara Paniccia è invece esperta di chirotteri, comunemente conosciuti come pipistrelli “La ricercatrice Paniccia attiva per la durata di tre notti consecutive un dispositivo di registrazione a ultrasuoni chiamato “batlogger”. Il batlogger utilizza un microfono per registrare i suoni nella gamma ultrasonica, come proprio i versi dei chirotteri. Il dispositivo riproduce poi i suoni registrati sul computer tramite onde e rende così i suoni riconoscibili anche all‘uomo. È così infatti che Paniccia può identificare le specie di pipistrelli.”continua il racconto Julia Strobl. Delle farfalle si occupa invece Elia Guariento. Con un retino entomologico, egli percorre lentamente un transetto (linea retta segnata) di 50 metri e cattura le farfalle nelle vicinanze, ne determina la specie e poi le rilascia immediatamente in natura. Anche Andreas Hilpold usa un retino entomologico per monitorare le cavallette. Il botanico, invece, rileva tutte le piante vascolari lungo un tratto di strada di 100 metri nelle zone di insediamento, dall’albero al più piccolo ciuffo d’erba. Per fare questo, ha bisogno di una corda metrica e di una lente d’ingrandimento per poter identificare al meglio le piccole piante.
Le indagini sugli uccelli iniziano in aprile, durante la stagione riproduttiva, quando gli uccelli sono attivi nella difesa dei loro territori, nel corteggiamento e nella costruzione del nido. Inoltre, questo permette all’ornitologo di escludere la maggior parte degli uccelli migratori, che si dirigono di nuovo a nord dopo i mesi invernali, e di rilevare solo gli uccelli che si riproducono in provincia. I suoi colleghi ricercatori verranno poi a Egna in estate.
Gli organizzatori fanno sapere che i ricercatori saranno felici di rispondere alle domande dei cittadini e di raccontare del loro lavoro.
Il progetto è realizzato da Eurac Research, in collaborazione con il Museo di Scienze Naturali ed i dipartimenti provinciali di agricoltura, natura, paesaggio e sviluppo del territorio.

Autrice: Caterina Longo

Il primo insediamento nella valle dell’Adige

Sulle tracce dei primi insediamenti nella Val d’Adige – da Castel Firmiano al Monte di Mezzo, da Castelfeder a Salorno – abbiamo scoperto che già nell’VIII millennio a.C., all’epoca dei cacciatori-raccoglitori dell’era postglaciale, la loro ubicazione doveva rispondere a precisi criteri “naturali” quali la sicurezza, la vicinanza a fonti idriche, l’accessibilità, l’esistenza di ripari e di particolari materiali (soprattutto litici). Non veniva trascurata neppure la bellezza dei luoghi e, potremmo ipotizzare, la loro prossimità alla sfera “magica” dell’uomo di quel tempo.
Per quanto riguarda la conca di Bolzano, i “villaggi” primordiali, stabili o stagionali, furono realizzati sulle soleggiate colline e sui terrazzamenti affacciati sul fondovalle dominato dai tre fiumi Adige, Isarco e Talvera. I gruppi che vi fecero capolino erano di provenienza trentino-veneta, in particolare del veronese e arrivarono in valle su due fronti: la catena della Mendola e la Val di Cembra. Non è del tutto chiaro invece se nella stagione fredda facessero ritorno ai luoghi di origine o stabilissero i propri campi nelle zone più temperate del territorio.
Uno sguardo dall’alto ci avrebbe mostrato un territorio fluviale-boschivo e in parte di prateria paludosa dall’imbocco della Val Sarentina e della Val d’Isarco lungo tutto l’asse dei fiumi Adige e Isarco fino a Salorno. Certamente quest’area si prestava, oltre alla tradizionale pesca al luccio ampiamente documentata, soprattutto ai bivacchi invernali. I dossi di Castel Firmiano, Guncina e Virgolo fino a Castelfeder e Favogna erano sicuramente punti di sosta per questi cacciatori preistorici. Ma in particolar luogo ha destato l’interesse degli studiosi il sito di S. Giacomo tra Bolzano e Laives, uno dei primi siti mesolitici rimasto attivo anche in epoca neolitica e, pare, perfino nella prima età del Rame (quella di Ötzi, per intendersi). Insomma, possiamo dire che sopra la chiesetta di San Giacomo fosse sorto il primo – o uno dei primissimi – insediamenti stabili della valle dell’Adige, dove i ritrovamenti documentano anche la transizione epocale e culturale dal tardo mesolitico al primo neolitico.
Se il mesolitico è caratterizzato dall’attività venatoria in altura, il neolitico porta con sé la rivoluzione agricola (coltivazione di orzo e grano, domesticazione di capre, pecore, suini e bovini) e, soprattutto, la comparsa della ceramica. La forma di insediamento si trasformò da campo in villaggio e per la prima volta nella sua storia l’uomo incominciò ad identificarsi con il territorio in cui viveva – e a difenderlo dagli estranei nelle forme che conosciamo.
Se oggi osserviamo la collina su cui si erge la chiesetta di S. Giacomo, non ci è facile cogliere il motivo di questa scelta. Una terreno impervio, dominato dalle impressionanti pareti rocciose di porfido rossastro. Probabilmente fu determinante la sua vicinanza al fondovalle, dove venivano praticate la pesca, la raccolta di frutti selvatici e la caccia ad animali come la lepre, il cinghiale, il tasso e il castoro. Nello stesso tempo, i siti di caccia in altura sotto il Corno Bianco e il Latemar erano raggiungibili in poche ore di cammino. Interessante è anche il fatto che questo sito appartato è stato utilizzato per moltissimo tempo e che diverse culture vi abbiano convissuto fino a fondersi l’una nell’altra.
Il sito si trova poco a nord della chiesa nei pressi di una fonte idrica. Gli scavi hanno portato alla luce, oltre a moltissime schegge di selce di epoca castelnoviana e sauveterriana, grattatoi, lame, troncature e microbulini. Le molte punte di frecce e una particolare resina utilizzata per incollare le punte alle frecce documentano l’intensa attività venatoria. Oltre ai frammenti di ceramica che già ci parlano dell’epoca agricola, di particolare interesse una pietra da macinazione color giallo ocra: utilizzata, si pensa, per la decorazione dei recipienti di argilla.

Autore: Reinhard Christanell

Laivesotti, ritratti di giovani identità

Si intitola “Laivesotti, crescere nel subborgo” la mostra fotografica al centro Fly di Laives, visibile fino al 5 marzo prossimo. La mostra nasce da un progetto di Andreas Bertagnoll, fotografo ed educatore del centro, che ha ritratto circa 30 ragazzi e ragazze di Laives e dintorni per indagarne “le diverse linee d’identità nella periferia altoatesina”. Messi davanti all’obiettivo sullo sfondo di luoghi e paesaggi della Bassa, ragazzi e ragazze ci guardano seri e, sembra, fieri di una giovinezza e di un’identità tutta da scoprire.

Cosa si vede nella mostra?
Ritratti di giovani e giovani adulti tra i 14 e i 22 anni – che frequentano o hanno frequentato il nostro centro giovanile- le foto le ho scattate io come fotografo ed educatore, ma i posti in cui farsi fotografare, “mettersi in scena”, li hanno scelti loro.

Qual è l’intento del progetto?
Guardare a cosa significhi vivere da giovani a Laives, che si differenzia rispetto ad altri posti dell’Alto Adige, è una realtà più multiculturale ma anche periferica. 

E cosa è emerso?
Che la noia ha un certo importanza perché è una specie di terra di mezzo, non è come vivere in campagna o città. La vicinanza a Bolzano è allo stesso tempo un vantaggio e uno svantaggio, perché la città chiama e “risucchia”. Molti vivono qui ma non si identificano con il posto, certo senza generalizzare. 

Cosa si aspettano, cosa sognano i giovani? 
Be’ da un lato gli piacerebbero più occasioni di incontro, locali, discoteche – con la pandemia abbiamo tutti vissuto sulla nostra pelle che la dimensione digitale non sostituisce la vita reale. Molti soffrono del fatto che Laives sia stato costruito molto, anche edifici non sempre belli, ma che non abbia un vero e proprio centro, una piazza… per certi versi, il centro è una lunga strada, con un nome del presidente americano Kennedy. Ma ci sono anche aspetti positivi.

Ad esempio?
Ci sono impianti sportivi e tante associazioni attive nello sport, oltre alla vicinanza alle zone verdi, questo è un grande vantaggio. E poi tutto dipende dai punti di vista: un ragazzo che abita a Laives ma ha origine indiane mi ha detto che la città è bellissima, e gli piace il fatto che si incontrino persone di tutti i paesi. Insomma, dipende sempre da quello che hai da perdere o da realizzare.
E’ parte del progetto anche un catalogo con testi di Yvonne Saltuari, Marco Russo e Andreas Bertagnoll. La mostra “Laivesotti” è visitabile dalle ore 15 alle ore 18.30 dal 18 al 20.02 , dal 24 al 26.02 e dal 03 al 05/03. Centro giovani Fly, Passaggio scolastico Marian Damian 8, Laives (ingresso gratuito nel rispetto delle normative anti Covid). 

Autrice: Caterina Longo

Lasecondaluna, cinque nuove mostre

L’Associazione culturale lasecondaluna di Laives ha presentato il nuovo programma 2022. La bolzanina Claudia Corrent apre a marzo la stagione mostre, che si muoverà sul filo conduttore dello “spazio umano”. In autunno l’arte torna a invadere le strade di Laives con il festival “Identity in motion” mentre continueranno le iniziative a favore degli artisti e delle artiste.

Cinque nuove mostre e tante inziative all’insegna dei giovani talenti e dell’arte: così si preannuncia la nuova stagione de “lasecondaluna”, la vivace associazione di Laives, sempre in fermento con nuove idee e iniziative al passo coi tempi. Le esposizioni avranno luogo tra Laives e Vadena e proporanno le opere di artisti di diversa età, formazione e poetica. Il filo tematico delle mostre sarà il del concetto di “Spazio Umano” inteso come spazio di vita e in cui creano le storie dei singoli e della comunità.
Le prime due mostre saranno dedicate alla fotografia. La stagione espositiva partirà infatti a marzo con una personale, curata da Amanda Filippi, della fotografa bolzanina Claudia Corrent con i suoi collage fotografici tra presente e passato. Ad aprile si inaugurerà un’altra personale, dedicata al fotografo trentino Enrico Pedrotti e curata da Valentina Cramerotti.
Si riprenderà poi in autunno, stagione in cui si terranno due mostre dedicate a modalità pittoriche solo all’apparenza molto divese
La prima, a ottobre, consisterà in una personale del giovane artista trentino Ismaele Nones e vanterà la curatela di Gabriele Salvaterra. La seconda inaugurerà invece a novembre e, con la curatela di Nicolò Faccenda, metterà a confronto le due artiste altoatesine Mirijam Heiler e Barbara Prenka. A queste quattro esposizioni, che si terranno nella Galleria 29 di Laives, se ne aggiungerà una quinta che troverà invece sede nella suggestiva location della Galleria Civica di Vadena, dove, a cura di Nicolò Faccenda, sarà allestita una collettiva dedicata agli artisti dell’Istituto per la Grafica d’Arte di Merano.
Nel corso del 2022, parallelamente alla stagione espositiva, proseguirà il progetto “Lasecondaluna for artists”, nato nel 2021 e altro ambito di attività dell’Associazione. Obiettivo del progetto è la valorizzazione di artisti residenti in territorio altoatesino e trentino, con un’attenzione particolare per le nuove generazioni. Oltre alla messa a disposizione di uffici e atelier in cui gli artisti possono lavorare liberamente, “Lasecondaluna for artists” consiste in molte altre azioni di supporto concreto, anche in ottica professionalizzante. Anche quest’anno verranno infatti proposti corsi di formazione e aggiornamento, accompagnati da consulenze per la realizzazione di portfolio e la redazione di testi critici e di presentazione. Non mancheranno nemmeno attività di ricerca di opportunità formative e professionali come residenze, bandi ed esposizioni, ma anche di occasioni di visibilità come premi e Festival.
Tra questi l’edizione 2022 del Trento Art Festival, festival online che si terrà dal 2 al 6 marzo e a cui lasecondaluna parteciperà con il progetto “Tappeti volanti” dell’artista trentina Isabella Nardon.
In settembre sarà il turno della seconda edizione del festival d’arte “Identity in motion”, già realizzato nel 2021 con un ottimo riscontro da parte del pubblico. L’iniziativa, ideata dall’Associazione lasecondaluna, vuole permettere ai cittadini di Laives di entrare in contatto con l’arte nello spazio pubblico, in modo libero da pregiudizi e insicurezze. Altro obiettivo del festival è coinvolgere gli artisti locali per dare loro occasione di entrare in contatto con gli abitanti del proprio territorio, al fine di creare un dialogo duraturo tra arte e cittadinanza.

Autrice: Caterina Longo

In Bassa niente scherzi con il carnevale

Col Carnevale in Bassa non si scherza: riti e miti carnevaleschi qui hanno radici antichissime e sono molto sentiti da gruppi di ferventi appassionati. Purtroppo la pandemia ha dato una brusca frenata alle cerimonie, ma parlando con i diversi responsabili una cosa è certa: le manifestazioni non possono aver luogo, ma il cuore continua a battere forte e si cercano forme “soft” e rispettose per tenere comunque viva la tradizione. “Non ci sarà nessuna sfilata ufficiale” ci ha raccontato Stefan Steinegger dei Traminer Schnappvieher. Ma naturalmente non è vietato mascherarsi e passeggiare all’aperto. Come noto Termeno è la patria della celebre sfilata dell’Egetmann, antica tradizione carnevalesca tirolese. Tra le diverse figure spiccano gli Schappvieher, mostri altissimi con enormi teste pelose che, chiudendo ritmicamente la bocca, spaventano la gente con un gran frastuono. Secondo la tradizione essi rappresentano il demone dell’inverno e devono essere “macellati” alla fontana del paese, per scacciare la brutta stagione – un rito irrinunciabile, che non necessita di pubblico.
Spostandoci a Salorno, ricordiamo che qui dal 2009 è stata rinverdita la tradizione del nano Clemens, alias “Perkeo”, che, leggenda vuole, nel 1700 da Salorno giunse alla corte di Heidelberg, dove si fece notare per il suo spirito argutissimo e la sua infinita capacità di ingurgitare vino. La tradizionale cerimonia di consegna delle chiavi a Perkeo con relative sfilate e messe in scena teatrali non si terrà- ci ha raccontato Franz Kosta, presidente della vivace associazione che da Perkeo prende il nome. Aspettando tempi migliori, Perkeo invia cartoline dalla sua “aidelberg” (vedi immagine). Buone notizie invece da Laives. Qui l’inarrestabile gruppo carnevalesco di Pineta ha fatto sapere che “in forma ridotta ed in sicurezza” il Carnevale a Laives si festeggerà. L’appuntamento è previsto per domenica 27 febbraio dalle ore 13 alle ore 17 nello stadio in zona Galizia a Laives (dalle 13.00 alle17.00; in caso di maltempo la manifestazione si terrà sabato 5 marzo).
La manifestazione è pensata in particolar modo per i piccoli; ci sarà il trenino sul quale i bimbi potranno effettuare dei giri del campo, i clown con scherzi e lazzi, l’arca di Noè con gli animali, i costumi tipici boliviani e  molte comparse in costume carnevalesco. Insomma, una bella occasione per trascorrere qualche ora in allegria e serenità” ma senza dimenticare la sicurezza. “Effettueremo il controllo del green pass all’entrata e chiederemo ai genitori di mantenere le opportune cautele per evitare assembramenti. La pista di atletica si presta ad essere un luogo di ampio respiro” così il Gruppo. Continua anche l’iniziativa in collaborazione con le scuole dell’infanzia Kindergarten, che sta riscuotendo un grande successo. I lavoretti con le mascherine carnevalesche realizzati dai bambini sono tanti, e le relative foto vengono continuamente pubblicate sono sul sito del carnevale e postate su Facebook.

Autrice: Caterina Longo

I cacciatori della Mendola

Ötzi – nome della mummia dell’età del rame ritrovata nel 1991 –, l’uomo più noto e studiato della preistoria altoatesina (e non solo), non era ancora nato e l’era della lavorazione dei metalli era molto lontana. Pietre, in particolare selce, legno e ossa animali fornivano la materia prima per armi da caccia e utensili domestici. La ceramica, testimone prezioso delle fasi successive, sarebbe apparsa solo millenni più tardi con l’attività agricola e la necessità della conservazione dei cibi. Comunque, va detto che la scoperta di diversi siti relativi al periodo postglaciale soprattutto in Anatolia (Gobekli Tepe su tutti) ha rivoluzionato la nostra conoscenza di quelle “primitive” società umane, capaci, nonostante la vita nomade e la scarsità dei mezzi, di realizzare opere monumentali di grande rilievo. D’altronde, che l’ambito artistico-magico-religioso fosse parte integrante già di quelle culture arcaiche è noto fin dal ritrovamento delle pitture rupestri.
I ghiacciai che per millenni avevano ricoperto la valle dell’Adige, rialzandone il piano di circa 200 metri e rendendola inabitabile e impossibili gli scambi tra popolazioni stanziate di qua e di là delle Alpi, si stavano rapidamente ritirando grazie al miglioramento delle condizioni climatiche. La Val d’Adige e le catene montuose che la delimitavano a oriente e occidente divenne perciò meta di cacciatori e raccoglitori provenienti dall’area trentino-lombardo-veneta. Gli studiosi degli insediamenti e dei movimenti dei cacciatori-raccoglitori mesolitici sono riusciti a individuare molti vecchi percorsi in alta quota con i relativi ripari occasionali e stagionali. Nulla era lasciato al caso ma ogni particolare doveva rispondere a precise esigenze. Sorprende – o forse no – che i percorsi corrispondano in gran parte a quelli ancora oggi frequentati da pastori o escursionisti. Per quanto riguarda i campi in altura, ovviamente finalizzati all’attività venatoria in particolare di cervi, stambecchi e camosci, venivano scelti in base a criteri ben precisi: vicinanza a fonti idriche, buona visibilità per poter seguire i movimenti della selvaggina, vicinanza ai principali percorsi di caccia. Si calcola che i cacciatori “piantassero le tende” in luoghi che permettessero di sfruttare un territorio percorribile a piedi in un tempo massimo di quattro ore.
Nel fondovalle, sono stati individuati alcuni siti – quasi sempre lungo corsi d’acqua – sul Dos Trento, a Mezzocorona e Zambana, al Dos della Forca a Salorno, ai laghi di Monticolo, a S. Giacomo di Laives (uno dei primi, ne riparleremo), a Castel Firmiano e a Cornedo. Tutto sommato pochi rispetto a quelli molto più numerosi in altura tra i 1800 e i 2300 metri.
Due i percorsi principali seguiti dai cacciatori mesolitici: sul versante orientale, dal Lago Santo al Passo Oclini e Lavazè e da qui verso l’Alpe di Siusi, il Passo Gardena fino all’Alpe di Rodengo. Sul versante occidentale, la salita iniziava al Bus del Spin e arrivava a Favogna e sulla Mendola, per terminare poi al Passo Palade e sul monte Luco. Non è escluso che i cacciatori compissero con i propri famigliari al seguito un vero e proprio tour di alcuni mesi con soste non più lunghe di una settimana in ogni sito.
La catena della Mendola, raggiunta sicuramente attraverso la Val di Non, che poi nella stagione fredda offriva ottimi ripari, era frequentata lungo tutta la dorsale, dal Macaion a Malga Romeno, dal Rifugio Mezzavia al Penegal. Moltissimi siti nei pressi di ruscelli, rocce sporgenti o pietre erratiche testimoniano la presenza di gruppi di nomadi e i resti ritrovati nel terreno carbonizzato riguardano soprattutto schegge di selce, a dimostrazione del fatto che i cacciatori utilizzavano la selce della Val di Non e la lavoravano sul posto. La caccia avveniva preferibilmente tra le praterie alpine e le zone boschive. Sul dosso del Monte Campana, tra Cavareno e Caldaro, i ritrovamenti presso un rogo votivo testimoniano la continuità del sito fino all’età del Bronzo finale.

Autore: Reinhard Christanell

Un sogno che ha preso il volo

C’è chi di notte fa sonni tranquilli, chi ha gli incubi e chi invece sogna di ritrovarsi come passeggero di un aereo in stato d’emergenza in cui, a un certo punto, una hostess fa un annuncio chiedendo se a bordo si trovi un pilota che possa prendere il controllo della situazione. Quest’ultimo è proprio il sogno che ha fatto anche il bolzanino Alex Appoloni, cresciuto a Oltrisarco, vissuto alcuni anni in Inghilterra e qualche mese a Phoenix, in America, dove ha potuto volare sul deserto di Sonora.

Finalmente, dopo anni di studio e mesi di stop causati dalla pandemia, Alex ha ricevuto la chiamata da una delle maggiori compagnie low cost europee per pilotare il suo primo aereo di linea.

TRA UN AIRBUS 320 E UN SIMULATORE

Come da contratto, Appoloni avrebbe dovuto iniziare il proprio lavoro da pilota nel 2020, ma tutto è rimasto sospeso fino a qualche settimana fa quando è potuto partire per Londra. “Entrati a Gatwick abbiamo dovuto fare i corsi per gli assistenti di volo: dal salto con gli scivoli, alle prove in acqua, è stato formativo, ma anche molto divertente. Ora saremo messi alla prova con i simulatori ‘full motion’, estremamente realistici. Sono tutti simulatori fatti dalla compagnia aerea e questo è rilevante in quanto bisogna saper pilotare un determinato aereo dove sono richiese precise procedure, che cambiano da una compagnia all’altra. I nostri modelli sono Airbus A320, A319, A321, tre aerei in cui cambia fondamentalmente solo la lunghezza”.
Il prossimo step sarà il rinnovo della licenza e un test, che viene fatto ogni 6 mesi. Il volo, invece, è previsto per il 20 febbraio sui cieli d’Europa.
“Dopo 250 ore di simulazioni penso che mi renderò finalmente conto di pilotare un aereo ‘dal vivo’. Anche durante le esercitazioni con gli aerei più piccoli ti dici: ‘questo lo piloto io’; ma appena ci sali ti sembra gigante. Poi, però, entrando in cabina ritorna la sicurezza in sé stessi e si pensa solo a ciò che bisogna fare. A guidare un aereo di linea non si è mai soli, si è sempre in due e la collaborazione è essenziale”, sottolinea Alex che al suo fianco in cabina ha, ormai da agosto 2019, il vicentino trentaseienne Giovanni che specifica: “nonostante il fatto che siamo entrambi italiani, la lingua dell’aviazione è l’inglese. Se poi ci dovessimo trovare meglio a parlare tra di noi in italiano, questo non lo vieta nessuno.

IL PERIODO PIU’ TOSTO

Già durante le scuole superiori, Alex inizia a costruire quello che sarà il suo lavoro del domani: “Avere un ottimo livello di inglese era di fondamentale importanza per poter accedere all’accademia; per questo ho deciso di fare il quarto anno di scuola superiore a Brighton, migliorando così la mia conoscenza linguistica. Tornato per l’Esame di Maturità al Rainerum, ho fatto le selezioni per il CAE, un’accademia che ha una sede ad Oxford.” Per accedervi Appoloni si è dovuto sottoporre a test psicoattitudinali. “Volevano verificare la nostra stabilità mentale – dice – e poi la capacità di cooperare in team, non sono mancati neppure i test medici.” Passata la selezione, sono arrivate le lezioni e, infine, la sessione di esami, ben 14, che spaziavano dal diritto alla meteorologia. “È stato il periodo più difficile. Avevamo lezioni fino a pomeriggio e passavamo le notti a studiare. Gli standard sono elevatissimi, non sono mai stato così tanto sotto pressione”.

VOLTARSI INDIETRO…

“Al piccolo Alex che sognava di fare il pilota e prendere il controllo di un aereo in volo, oggi gli direi che, nonostante a quell’età non si renda conto degli enormi sacrifici che dovrà fare, ne varrà la pena. Il primo volo in solitaria, per quanto breve potrà essere, ripagherà tutti gli sforzi. Essere in cielo per la prima volta, senza istruttore al proprio fianco, è un’esperienza indimenticabile.” E sul suo primo volo, il collega Giovanni aggiunge: “Appena sceso dall’aereo mi sono reso conto del privilegio pazzesco che ho avuto. Se ci si pensa che è solo un centinaio d’anni che si utilizzano gli aerei, essere tra i pochi esseri umani che hanno potuto farlo è davvero sbalorditivo.

E I “VOLI FANTASMA”?

“Alle compagnie vengono dati degli slot, ovvero degli orari durante il quale possono avere il diritto di prendere i passeggeri in aeroporto. Se una compagnia non li rispetta, perde il diritto di utilizzare quell’aeroporto e, questo, è uno dei motivi per il quale in cielo ci sono aerei che volano vuoti. C’è però anche l’aspetto della manutenzione: tenere un aereo a terra non è conveniente. Poi – concludono Giovanni e Alex – i dati sull’inquinamento sono oggi relativi; con le nuove tecnologie ci sono aerei che viaggiano con circa il 15% in meno di emissioni di CO2. L’attenzione da parte delle compagnie aeree su queste tematiche è sempre più alta. Inoltre, vengono investite grandi quantità di soldi nella ricerca per realizzare aerei elettrici. Prima o poi si vedranno volare anche questi e chissà se saremo proprio noi a pilotarne uno…”

Autore: Andrea Dalla Serra

Il traffico, croce e delizia della Bassa

Il traffico: croce e delizia degli abitanti di Bolzano e della Bassa Atesina. Tutti vogliono muoversi – magari contemporaneamente e con i propri mezzi – con la massima libertà e tutti sognano strade deserte, posteggi liberi e quartieri privi di inquinamento acustico e atmosferico. Ma la formula magica per avere “la botte piena e la moglie ubriaca” è ancora in attesa di essere scoperta. Da un secolo a questa parte, ci provano in tanti: ma senza concetti chiari e qualche rinuncia sarà difficile raggiungere la meta.
L’interminabile discussione sul traffico – oggi chiamato anche mobilità – è iniziata a metà del 19˚ secolo, quando gli asburgici, stanchi delle vecchie zattere sull’Adige, ci regalarono la ferrovia. Dove piazzarla? In mezzo alla valle? Vicino ai centro abitati? Alla fine la ferrovia finì dove non doveva finire, a due passi dal fiume. Vigneti e campi furono salvi. Poi tutti a lamentarsi: la stazione è lontana, è scomoda, ma perché non l’hanno fatta vicino alle case.
Finita l’epopea ferroviaria, iniziò quella automobilistica. L’invasione barbarica dei turisti germanici iniziata negli anni sessanta trasformò i paesi lungo l’asse del Brennero in camere a gas. Ricordo che da bambino, in certi periodi dell’anno, impiegavo cinque minuti per attraversare lo stradone che attraversava il mio paese. Una situazione insostenibile. Dunque, serviva una nuova arteria: la Brennero – Modena. Questa volta tutti d’accordo: tranne i Vadenoti. Ma i Vadenoti sono pochi e furono sacrificati al progresso: l’autostrada gliel’hanno costruita sotto le finestre e a nulla sono valse le loro comprensibili lamentele.
Ma, si sa, i problemi non vengono mai da soli: fatta l’A22, esplose il problema dei pendolari e del traffico urbano sempre più intenso e caotico. Iniziò l’epoca delle varianti, progettate un po’ ovunque: lungo il fiume, in mezzo ai campi, al margine dei paesi. Alla fine finirono, con grande dispendio di energie e costi, dentro le montagne. Scelta giusta? Certo è che il traffico, nonostante ferrovia, autostrada, varianti, circonvallazioni, sottopassi e statali depotenziate, non cala ma anzi aumenta. Che fare?
Si potrebbe costruire nuove varianti, allargare quelle esistenti, spostare l’autostrada, infilare il treno in una galleria etc. La discussione prosegue, serve una soluzione ma, come di consueto, c’è chi alza la mano per dire “non sul mio”. Ne stanno discutendo proprio in questo periodo gli amministratori di Bolzano e Laives, della Bassa Atesina e della Piana Rotaliana. Troveranno la quadra? Difficile prevederlo. Certo è che il traffico (scusate: la mobilità) esiste, il corridoio è stretto e densamente urbanizzato e senza qualche sacrificio sarà difficile accontentare tutti.

Autore: Reinhard Christanell

Laives, una lunga stagione di cantieri

Laives si rifà il look. Letteralmente. Nel comune principe della Bassa Atesina prosegue senza sosta la lunga stagione dei cantieri volti a compiere un restyling di numerosi edifici e luoghi del centro abitato e della vicina frazione di San Giacomo. Un lungo lavoro perpetrato anche durante i mesi più duri dell’emergenza Covid che ha visto la giunta comunale riuscire a condurre in porto i progetti per la costruzione della nuova piazza, la riqualificazione dell’edificio Gutleben e l’ampliamento della casa di riposo di via Peter Mayr, per citarne alcuni. Ma sul tavolo ci sono anche i piani pensati per il mondo della mobilità e dello sport, come il nuovo ciclodromo in zona Galizia. Ecco, quindi, il punto della situazione riguardo le opere principali.

Una piazza per Laives
Il progetto più importante per la città, anche dal punto di vista simbolico, è quello riguardante la costruzione della piazza. Le diverse amministrazioni comunali che si sono susseguite negli ultimi anni hanno sempre rincorso questo piccolo sogno, che ora diventerà realtà. E questo grazie anche ai ben cinque milioni di euro del PNRR che andranno a finanziare in parte l’opera. “Sono molto contento che la nostra città sia riuscita ad accedere a tali fondi – ha spiegato il sindaco Christian Bianchi -. L’obiettivo adesso è quello di realizzare la piazza il prima possibile andando a completare gli ultimi passaggi prima dell’inizio effettivo dei cantieri”. Il costo totale dell’intero progetto sarà di circa 23 milioni, e il risultato consegnerà ai cittadini un luogo d’aggregazione moderno e attrattivo. La riqualificazione della zona prevede un’area pedonale al cui interno verranno costruiti gli spazi per la biblioteca, la scuola della musica e l’ufficio dell’Associazione turistica, oltre a bar e ristorante. Gran parte della piazza sarà poi coperta con un tetto in vetro che garantirà la possibilità di svolgere attività anche in caso di maltempo. Per accedere ai fondi del PNRR il progetto – sviluppato dallo studio Cecchetto & associati di Venezia – dovrà essere completato entro il 2026.

L’edificio Gutleben
Preservare la tradizione affacciandosi al contempo alla modernità. È questa la sfida che l’amministrazione ha deciso di raccogliere andando a riqualificare l’edificio Gutleben, lo storico maso pronto a trasformarsi in un complesso residenziale da 74 alloggi e 114 posti auto interrati. La struttura rappresenta per la città un simbolo storico che in molti hanno cercato di preservare. Il dibattito attorno alla sua riqualificazione va avanti da diversi anni, e ha diviso i cittadini tra coloro che non vorrebbero minimamente sfiorarlo e chi lo reputa invece una risorsa da sfruttare per il territorio (ne ha scritto e commentato nel primo numero di gennaio Reinhard Christanell). La soluzione individuata è stata quella di trasformarlo in un complesso abitativo i cui lavori sono già iniziati. Gli operai sono al lavoro per l’abbattimento di tutte quelle parti della struttura che non sono state poste sotto tutela da parte del Comune. “Il progetto andrà a riqualificare una zona molto importante per Laives che è rimasta abbandonata da ormai troppo tempo – precisa Bianchi -. La nostra politica di recupero delle aree dismesse ci permette di rispondere alla richiesta di alloggi evitando al tempo stesso di dover costruire su nuove aree della città”. Un intervento complesso nel suo insieme che, secondo le prime stime, dovrebbe completarsi verso l’inizio del 2024.

La casa di riposo
Novità anche per quanto riguarda la casa di riposo di Laives situata fra via Dante e via Peter Mayr. Da poco tempo sono iniziati i lavori di ampliamento della struttura che dovrebbero terminare nel 2023. I lavori permetteranno l’aggiunta di circa nove posti letto in più. La struttura già esistente rimarrà in piedi e verrà adeguata secondo i nuovi parametri imposti dal settore, per permettere agli addetti ai lavori di assistere al meglio gli ospiti, in linea con le più moderne necessità.

La situazione a San Giacomo
Diversi movimenti sono in corso anche nella vicina frazione di San Giacomo. “A stretto giro verranno appaltati i lavori di proseguimento della pista ciclabile, la ristrutturazione del sottopasso pedonale e il posizionamento nuove pensiline per l’autobus”, spiega Bianchi. Progetti da oltre un milione di euro che andranno ad impattare positivamente nel piccolo centro abitato. Ma non solo. Lo sguardo del sindaco Bianchi è proiettato verso la nuova stazione e il futuro polo scolastico. Recentemente è venuto in visita il viceministro alle infrastrutture Alessandro Morelli, con la quale si è fatto il punto sulla possibilità di accelerare la costruzione di un vero e proprio snodo per il trasporto pubblico che possa rivoluzionare gli spostamenti in tutta la Bassa. La Provincia, in sinergia con RFI, ha chiesto un finanziamento di 13 milioni di euro al governo, e i lavori dovrebbero partire l’anno prossimo per concludersi indicativamente nel 2026. Partiranno invece a breve quelli relativi alla nuova scuola di San Giacomo, che finalmente sono stati assegnati. Il progetto, dal valore complessivo di 19 milioni di euro, è atteso da molto tempo nella frazione e andrà a favore delle future generazioni. Il complesso ospiterà cinque sezioni, una biblioteca ed una mensa, e sarà all’avanguardia dal punto di vista della sostenibilità.

Autore: Alexander Ginestous