I rifiuti a Laives: sanzioni e novità

Che ci piaccia o no, i rifiuti fanno parte della nostra quotidianità: ognuno di noi ne produce, in media, oltre un chilogrammo al giorno. Cosa, come e quanto gettiamo via racconta molto di noi. Anche nella nostra bella Provincia, c’è ancora chi abbandona rifiuti in maniera indiscriminata. La Bassa atesina non fa eccezione; a inizio anno, il Comune di Laives ha deciso di installare delle nuove telecamere sulle isole ecologiche per contrastare il fenomeno. Si tratta solo di comportamenti incivili?

Cominciamo dal punto dolente: le risultano molti casi di abbandono di rifiuti fuori dalle campane? Se si, come mai?
Gli abbandoni anomali a Laives sono, in proporzione, inferiori rispetto a città come Bolzano o Merano, ma pur sempre troppi. Anche se la stragrande maggioranza dei cittadini conferisce diligentemente i rifiuti, c’è una minoranza che non rispetta le regole – gli abbandoni più frequenti sono quelli dei cartoni. A ciò si aggiunge il fenomeno del pendolarismo da altri comuni; ad esempio abbiamo persone che lasciano cartone e indifferenziata da Appiano o Bronzolo, è inaccettabile.

A inizio anno l’amministrazione ha posto delle nuove telecamere di sorveglianza presso le isole ecologiche…
Si, per contrastare questi comportamenti abbiamo deciso di rendere più efficace il monitoraggio con telecamere ad alta definizione, che permettano di identificare i numeri di targa.

Secondo lei a cosa è dovuto l’abbandono dei rifiuti sulla strada o vicino alla campane?
Come detto, in alcuni casi c’è la mancanza di informazione, in altri la malafede; molti pensano magari di risparmiare abbandonando i sacchi in strada, ma in realtà il residuo incide solo al 30% sulla tariffa, ci sono voci ben più pesanti!

Per quanto risulta dal sito della Seab, Laives dispone di 100 isole ecologiche per circa 18.000 abitanti, in perfetta proporzione con Bolzano (400 isole per 106 mila abitanti). Secondo lei sono sufficienti? 
In realtà ne abbiamo 60, lo stesso numero di Bressanone, che ha circa 4000 abitanti in più di noi. La copertura è capillare, e le riteniamo sufficienti. 

Con che frequenza avvengono gli svuotamenti delle campane? 
Lunedì, mercoledì, venerdì e sabato vengono svuotati carta e cartone, lunedì, mercoledì e venerdì la plastica, mentre martedì e giovedì il vetro.

Secondo lei gli svuotamenti sono sufficienti?
Stiamo procedendo un questi giorni ad un monitoraggio più approfondito per valutare se modificare qualcosa; la realtà non è ingessata, ed il contratto con Seab ci lascia ampio margine di flessibilità.

Possiamo aumentare gli svuotamenti, ma ricordo che poi i costi vanno a pesare sulla tariffa. 
E’ anche un problema di informazione: le campane del cartone si riempiono presto se le scatole vengono gettate in malo modo, senza essere piegate, come previsto, per occupare il minor volume possibile.

Cosa si deve fare se si trova la campana piena?
Il regolamento comunale prevede che occorre recarsi all’isola più vicina; se anche quella è piena si può sempre portare al riciclaggio – in ogni caso i rifiuti non vanno abbandonati a terra. E’ importante che ci sia questa consapevolezza, perché il 20% della tariffa che tutti pagano è costituita dagli oneri derivati dalla raccolta dei rifiuti abbandonati a terra. Insomma, il comportamento di pochi incide sulle spese di tutti.

Capitolo multe: cosa rischia chi abbandona i rifiuti?
La sanzione ammonta a 400 euro; l’importo è stato deciso dalla precedente amministrazione. Sono multe “salate”, ne sono consapevole, ma ritengo che al momento non vadano corrette. Nel 2021, grazie anche all’impegno della polizia municipale, le sanzioni sono più che triplicate: siamo arrivati a 87, rispetto alla 26 dell’anno precedente.

Se lascio il cartone fuori dalla campana perché è piena prendo la stessa multa che se abbandono il sacchetto del residuo?
Si, l’abbandono dei rifiuti fuori dalla campane e dai cassonetti previsti, non fa distinzione.

Secondo lei gli orari del centro riciclaggio sono consoni alle richieste della cittadinanza?
Il centro di riciclaggio funziona benissimo, il feedback dei cittadini è buono. Inoltre, le dico che siamo uno dei pochi comuni, se non l’unico, che a richiesta viene a ritirare gli ingombranti a domicilio gratuitamente; e invece troviamo televisori e frigoriferi abbandonati accanto alla campane…

Cosa si può fare per contrastare questo fenomeno?
Oltre ad aumentare i controlli, cerchiamo e cercheremo ancora di sensibilizzare attraverso la formazione e l’informazione; la pandemia ci ha impedito di fare assemblee pubbliche, ma abbiamo percorso altre vie, ad esempio con  un numero del notiziario comunale sullo smaltimento dei rifiuti. Puntiamo molto anche sulle scuole, perché i piccoli sono i migliori educatori dei genitori. Cerchiamo poi contatti diretti con tutte le fasce della popolazione, anche con i nuovi cittadini (provenienza straniera), attraverso i mediatori culturali.

Ne avete molti?
A Laives abbiamo un ca 10% di cittadini di provenienza straniera, una parte può dirsi ben integrata e ha comportamenti disciplinati, e poi anche tra questi c’è qualche “sacca” che vuoi per mancata informazione o altro, ha più difficoltà; ma attenzione, non ne farei una questione di provenienza perché sono molti i locali che “pizzichiamo” con comportamenti illegittimi.

Progetti futuri? 
Oltre ad arrivare alla copertura totale del monitoraggio con le telecamere ad alta definizione, vorrei istituire un corpo ausiliario per l’effettuazione di controlli ambientali, in base al modello di Bressanone, che funziona molto bene, anche rispetto a molti altri comuni altoatesini che ho preso in esame.  E poi naturalmente guardiamo a nuovi obiettivi: numeri alla mano, Laives ha raggiunto il 61.5 % della raccolta nel 2020 e i primi dati del 2021 ci proiettano verso il 70% che è il nostro obiettivo.

Autrice: Caterina Longo

“Bollito misto” di Leonora Prugger

“Bollito misto” è il titolo curioso e dal sapore culinario della mostra di Leonora Prugger con cui il Kunstforum Unterland apre la stagione 2022 il 12 febbraio prossimo. Leonora Prugger è una giovane artista altoatesina, che dopo la scuola d’arte in val Gardena ha lasciato l’Alto Adige per studiare pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Norimberga, presso cui si è diplomata con lode nel 2021. A Egna l’artista presenta circa 15 dipinti tutti dedicati alla tavola. 
“Dipingere è un po’ come cucinare: si mescolano i colori come in cucina si mescolano gli ingredienti; insomma, la pittura è un po’ come una pentola che ribolle, ma di colori” così ci racconta la giovane arista altoatesina Leonora Prugger.

Qual è il tema della mostra?
Il tema è il tavolo nella sua funzione sociale: in questi ultimi due anni di pandemia in cui siamo stati costretti a casa il tavolo è diventato la nostra scrivania, e luogo di lavoro, e intorno al tavolo ci siamo ritrovati per mangiare, giocare, parlare. 

Ma come nasce questo titolo?
Volevo che anche il titolo si riferisse al mangiare, mi è capitata per caso questa ricetta del bollito misto, che contiente diversi ingredienti e mi è sembrato perfetto, perchè dipingere è un po’ come cucinare e gli ingredienti sono i colori 

Cosa aspetta il pubblico della mostra?
Diversi dipinti a olio su tela, per lo più di medie dimensioni, con visioni di tavoli, su cui si affastellano e sovrappongono diversi elementi, che però non sono sempre immediatamente riconoscibili. Bisogna fermarsi ad osservare e allora davanti agli occhi si delineano forme, oggetti e anche anatomie.

I dipinti rappresentano i tavoli visti dall’alto… 
Si, ho iniziato a dipingerli un paio di anni fa, l’idea mi è venuta durante delle serate in compagnia in cui si giocava attorno a un tavolo. Inizialmente raffiguravo anche le persone, ma poi le ho fatte sparire e gli elementi sono diventati sempre più astratti… La tela è un rettangolo, proprio come una tavola: mi affascinava riportare l’illusione della tridimensionalità del tavolo sulla tela. Come una cuoca invita a riconoscere sapori e ingredienti del piatto che stiamo gustando, con leggerezza e ironia, Prugger invita a sciogliere i piccoli rebus nascosti nei suoi vivaci dipinti. Non ci sono solo oggetti da riconoscere, ma anche momenti da scoprire perché “Le composizioni pittoriche ritraggono l’andamento di un’intera serata, amalgamate in un’impressione e catturate sulla tela”. Insomma, un invito giocoso a guardare bene, a riflettere su quale e quanta vita ogni giorno giri attorno ad un oggetto tanto importante quanto dato per scontato come il tavolo. Un po’ come certe relazioni.

Autrice: Caterina Longo

Mike Fedrizzi e le identità perdute

Si intitola “Lost identities” la mostra di Mike Fedrizzi alla Mediateca Multilingue di Merano (fino al 4/03) . La personale dell’artista, nato a Bolzano e residente a Laives, è proposta da “lasecondaluna” di Laives e rientra nell’impegno dell’associazione a favore di artisti e artiste residenti in territorio trentino e altoatesino.
A Merano Fedrizzi presenta la serie GIF – Genereic Identity Format, di cui vengono proposte le tavole su carta ideate dall’artista durante un viaggio in Vietnam e realizzate a pennarello o a rapidograph, insieme al loro risultato conclusivo che consiste in un video nato dal montaggio in serie delle stesse. Oltre alle tavole di GIF sono esposte anche opere della serie Dirty Waters. I lavori di Fedrizzi mostrano creature ibride – corpi maschili e femminili nudi, da cui si protendono teste multiformi, in un’inquietante mix tra di escrescenze robotiche e accessori tribali. I visi sembrano incastrati in un meccanismo, un nonsense costruttivo che ci affascina e ci respinge al contempo, dall’identità sfuggente. Non a caso la mostra ruota attorno alle molteplici sfaccettature del concetto di cultura e di diversità culturale, ma anche alla dimensione digitale, alla nostra presenza sui social, in cui ci troviamo quotidianamente “incastrati” in comportamenti e automatismi. “Il titolo rimanda a una sorta di danza meccanica inespressiva, un loop che ricorda il nostro status sui social media, ormai sempre più identificativo anche se in modo sempre più generico. Le figure rappresentate racchiudono infatti una sagoma umana, prigioniera di un’estetica insostenibile che immobilizza, appiattisce e rende tutto simile.” – si legge nel comunicato della mostra.
“L’essenza più profonda sembra non interessare poi molto, il nostro Essere sostituito dal nostro Avere, con un Formato di Identità Generica” afferma l’artista.
Un’identità che può liberarsi solo ritrovando una dimensione umana, che passa, in primo luogo, dalla cultura. In questo senso, il direttore artistico della secondaluna precisa:”Nelle sagome spogliate … l’umano ritrova sé stesso e si scopre condividere con gli altri le gioie del dirsi parte di una comunità. Di qui, forse, il messaggio di speranza infine disteso: l’abbandono della certezza predigerita, della collocazione non scelta, dell’identificazione artificiale in quel che è accettato come regola alimenteranno il passaggio verso la fase in cui potremo definirci, inequivocabilmente e semplicemente, di cultura umana”.

LA MOSTRA

Mike Fedrizzi, Lost identities, Mediateca Multilingue di Merano.
L’inaugurazione: il 10/02 alle ore 17.30.
La mostra è visitabile fino al 4/03. Orari da lun.a giov.: 10 – 12.30 e 14.30 – 18.30, ven: 10 – 12.30. Ingrsso libero e gratuito nel rispetto nelle norme anti Covid vigenti.

Autrice: Caterina Longo

I primi abitanti dell’Unterland

Per noi, abitanti “urbanizzati” del fondovalle, è difficile immaginare una vita in alta quota. Certo, ci si può passare una giornata o, tuttalpiù, una vacanza – ma trascorrere tutto il proprio tempo lassù, tra i 1800 e i 2000 metri e oltre, appare improponibile. Oggi, forse, lo fanno ancora certi pastori d’estate: ma il più delle volte circondati dai comfort della vita in valle.
Eppure, c’era un tempo neppure lontanissimo da noi, in cui la permanenza in alta montagna era la norma o, evidentemente, una necessità – anche qui nella luminosa valle dell’Adige tra Bolzano e Salorno. Siamo forse nell’VIII o VII millennio a.C. o, in casi sporadici, anche qualche tempo prima. La lenta ma costante ripopolazione del territorio alpino e subalpino dopo l’era glaciale “wurmiana” terminata circa 10000 anni fa (e che aveva ricoperto tutta la valle di uno spesso strato di ghiaccio che ha modellato il territorio), come testimoniano i ritrovamenti nei vari ripari su entrambi i versanti della valle (esemplare a tal proposito l’esempio della dorsale della Mendola) è iniziata proprio dalle sommità, dai fitti boschi che allora, grazie al clima meno rigido di quello odierno, raggiungevano un limite di 200 o 300 metri superiore a quello attuale.
Certo, era un’esistenza precaria, perennemente legata a un filo. La caccia, con i mezzi rudimentali dell’epoca, poteva anche essere ricca ma, si sa, non c’era modo di conservare il cibo se non per brevissimo tempo. E poi l’esposizione continua a intemperie e malattie contribuiva ulteriormente a complicare il cammino di questi nomadi che probabilmente godevano di una vita piuttosto breve.
Poi, nei secoli, tra mesolitico finale e incipiente neolitico (la rivoluzione agricola mediorientale, avvenuta qualche millennio prima, gradualmente prese piede anche in Europa centrale e nelle nostre valli), la “discesa” è stata lentissima e non certo indolore. Lunghi periodi di convivenza forzata tra popolazioni “antiche” e “nuove” hanno caratterizzato questo passaggio epocale ma, alla fine, le impellenze dell’agricoltura e i suoi indubbi vantaggi per la vita comunitaria hanno indotto le famiglie a “posizionarsi” sulle terrazze a mezza costa (per esempio sul Guncina) o addirittura più in basso, sui conoidi alluvionali così frequenti in Bassa Atesina.
Sappiamo poco, di quei tempi, di quell’errare tra i monti sulle tracce di un animale da cacciare, degli usi di gente coriacea, del loro rapporto con il divino e l’eredità degli avi. I ritrovamenti (di cumuli di ossa animali, di qualche attrezzo litico) hanno permesso di ricostruire un quadro di massima della vita dei cacciatori e raccoglitori che “popolavano” le alture dell’Unterland ma certo siamo in presenza di dati e conoscenze ancora molto parziali.
Rimane inoltre da chiarire anche la circostanza non certo secondaria se questi soggiorni sotto le rocce fossero limitati alla bella stagione o invece si protraessero per tutto l’arco dell’anno. Siamo propensi a credere che con le prime nevicate iniziasse “la ritirata” verso zone meno esposte che offrissero maggiori possibilità di sopravvivenza – anche se non vi sono prove dirette che questo avvenisse. È anche possibile che questi cacciatori, al termine della stagione venatoria vera e propria, tornassero al proprio luogo d’origine, per esempio verso le Prealpi venete o il Trentino meridionale. In base alle ricerche effettuate sul campo sappiamo che il territorio in cui si muovevano era abbastanza esteso: dall’Alto Garda fino al Doss Trento, dalla Piana Rotaliana a quella bolzanina e poi fino a Villandro in Val d’Isarco e a Tarces in Val Venosta. Ma non vi sono certezze assolute, al riguardo. Certo è, invece, che dovevano mangiare anche d’inverno: e probabilmente avevano trovato il modo di cacciare animali più piccoli o addirittura di pescare nei meandri e laghetti dell’Adige, come testimoniano i ritrovamenti presso Salorno.
Vedremo, nelle prossime visite, i luoghi più significativi di queste migrazioni stagionali in Bassa Atesina, che hanno preceduto l’insediamento stabile delle popolazioni dedite all’agricoltura, la cui comparsa è databile attorno al V millennio a.C.

Autore: Reinhard Christanell

27 gennaio: per non dimenticare

Shoah è un termine ebraico che significa “tempesta devastante”: tale fu lo sterminio sistematico e organizzato del popolo ebraico da parte della Germania nazista e dei suoi alleati durante il secondo conflitto mondiale. Sterminio che portò all’assassinio di sei milioni di ebrei d’Europa tra il 1939 e il 1945. Il Giorno della Memoria è la ricorrenza internazionale per commemorare le vittime della Shoah; la data scelta è il 27 gennaio perché in quel giorno, nel 1945, le truppe dell’armata rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz, in Polonia.
La ricorrenza quest’anno viene celebrata nella nostra provincia con un fitto calendario di appuntamenti e cerimonie, poiché Bolzano è stata scelta quest’anno come “Città della Memoria 2022”.

Auschwitz è uno dei nomi che tutti associamo alla deportazione e all’orrore dei campi di concentramento, orrore con cui vorremmo confrontarci come qualcosa che, seppur terribile e inimmaginabile è in qualche modo lontano da noi. Ma non serve andare troppo lontano nel tempo e nello spazio per trovare i fili che, anche nella nostra provincia, ci legano a quell’orrore. Come noto, dall’estate 1944 e fino alla fine della guerra a Bolzano, in via Resia, fu attivo “il campo di transito” nazista, da cui passarono migliaia di prigionieri politici e deportati verso i campi di sterminio. Ma i fili della storia non passano solo per il campo di via Resia; l’orrore non indossò solo le divise naziste, ma ebbe anche il volto di burocrati, funzionari e vicini di casa pronti a fare la propria parte nella “caccia all’ebreo”. Basta guardare, tra gli esempi possibili, in via Leonardo da Vinci a Bolzano. Qui al civico 20 abitavano Renzo Carpi, rappresentate di generi alimentari con la moglie Lucia e i tre figli Alberto, Germana e la piccola Olimpia. La mattina del 9 settembre 1943, Renzo e il figlio Alberto, di 17 anni, saranno i primi ebrei in Italia ad essere arrestati dopo l’armistizio dell’8 settembre -armistizio che aveva portato alla rottura dell’alleanza italiana con la Germania e quindi all’occupazione da parte dell’esercito tedesco dell’Alto Adige. Un arresto che, come indicato dalla storica Cinzia Villani, si colloca all’interno di iniziative a carattere locale, che anticiparono gli ordini ufficiali da parte del regime nazista. L’ordine di catturare i “Volljuden” da parte del SS Brigadeführer Karl Brunner arriverà infatti solo qualche giorno dopo, il 12 settembre. Per quanto riguarda il destino dei Carpi, di li a qualche giorno anche le donne di famiglia saranno arrestate e deportate ad Auschwitz-Birkenau, da cui non faranno mai più ritorno. La piccola Olimpia venne uccisa ad Auschwitz il 7 marzo – pochi giorni dopo avrebbe compiuto quattro anni. A lei la città di Bolzano ha dedicato, in via Visitazione, un parco giochi. Dal settembre 1943 molti altri arresti seguono in tutta la provincia: come tristemente noto, il 16 settembre a Merano -dove in passato si era creata una fiorente comunità ebraica- vengono arrestate e poi deportate dai nazisti 22 persone – in base ad una lista fornita dalla polizia italiana. Tra loro c’è anche Fanny De Salvo con la figlia, la piccola Elena, malata di tubercolosi e uccisa all’arrivo ad Auschwitz nel 1944.

Ida Kaufmann e Martin Krebs a Ora

Come emerso da ricerche e testimonianze, con la rigorosa attuazione delle leggi razziali fasciste e i provvedimenti di espulsione degli ebrei stranieri nella provincia di Bolzano, dal 1938 diverse persone di origine ebraica si trasferirono dal capoluogo e da Merano ad Ora, che allora faceva parte della provincia di Trento. Qui fu possibile per alcuni condurre un’esistenza nell’attesa di ulteriori sviluppi, non troppo lontano dalle città di provenienza, fino al 1943, momento in cui anche la Bassa atesina ebbe i suoi deportati. La sessantenne Ida Kaufmann lavorava come segretaria presso la ditta Steinkeller. Viveva in una stanza in affitto ad Ora e conduceva una vita modesta. E proprio ad Ora viene arrestata il 15 settembre per essere condotta in carcere a Bolzano e quindi deportata e uccisa ad Auschwitz. Oggi, anche grazie all’impegno della Bildungsausschuss di Ora con Irene Hager e alle intense ricerche di Donatella Vivian, la città ricorderà Ida Kaufmann e a Martin Krebs, anch’egli arrestato ad Ora e ucciso ad Auschwitz nel dicembre 1944, con due “pietre d’inciampo”. Le pietre saranno inaugurate in una cerimonia commemorativa sabato 29 gennaio alle ore 10, presso la piazza principale del paese (nel rispetto delle regole vigenti sul Corona virus).

INIZIATIVE A BOLZANO

Tra il fitto calendario di iniziative segnaliamo gli appuntamenti del Remember Festival (vedi articolo nelle pagine seguenti) e la mostra “1938-1945 La persecuzione degli ebrei in Italia ” al Teatro comunale di Bolzano, lun – ven ore 16 – 20, sab – dom ore 10 – 18, fino al 25.02, ingresso libero, super green pass e mascherina ffp2 obbligatori.
La mostra al Museo civico di Bolzano intitolata“Oltre quel muro – La Resistenza nel campo di Bolzano 1944-45“, presenta invece per la prima volta i documenti inediti che testimoniano l’incessante attività clandestina che coinvolse centinaia di persone dentro e fuori il Lager di via Resia, in aperta sfida alle SS. Al Cinema Capitol, il 3 febbraio alle ore 20 verrà proiettato “Il Sudtirolo ebraico” una serie di filmati che documentano la persecuzione delle famiglie ebraiche in Alto Adige, quasi sconosciuta a molti fino ad oggi. Il 10 febbraio, al Teatro Comunale va invece in scena “Se questo è un uomo. Uno spettacolo di Valter Malosti dall’opera di Primo Levi”, con repliche fino al 13 febbraio.
La Biblioteca civica, oltre ad ospitare numerosi incontri, propone, insieme alle succursali, diverse letture sulla cultura ebraica tra arte, letteratura e storia. Per il calendario completo delle iniziative intorno alla giornata della memoria vedi: eventi.comune.bolzano.it

INIZIATIVE A MERANO

A Merano il Giorno della Memoria viene celebrato con una serie di manifestazioni capaci di coinvolgere tutta la cittadinanza.
Sabato 29 alle ore 20.30 in Sala civica lo staff della Biblioteca presenta il recital a cura di Matteo Corradini dal titolo “Tra il mare e la sabbia – La vita di Virginia Gattegno”; nata a Parma da famiglia ebrea, trasferitasi a Rodi nel 1936, nel 1944 dall’isola greca fu deportata a Auschwitz con tutta la famiglia. Virginia è sopravvissuta ed è l’ultima testimone veneziana della Shoah. Voci recitanti: Valentina Ghelfi e Matteo Corradini; fisarmonica e Glockenspiel: Riccardo Battisti. Mercoledì 2 febbraio ci saranno le repliche per le scuole superiori.
Sono state inoltre organizzate due visite guidate: domenica 30 alle ore 10.30 in sinagoga con Pietro Fogale, e lunedì 31 alle ore 14 Joachim Innerhofer porterà gli interessati nel centro della città alla ricerca delle tracce ebraiche a Merano; l’appuntamento è in piazza della Rena.
Fino al 31 gennaio è visitabile la mostra bibliografica in Biblioteca civica dal titolo “Shoah e memoria“, e al Centro per la Cultura gli scolari delle scuole medie G. Segantini e K. Wolf si metteranno a disposizione dei visitatori fungendo da guide alla mostra “Stelle senza cielo – I bambini e la Shoah”, dal museo Yad Vashem di Gerusalemme. Tutte le manifestazioni sono ad ingresso gratuito con green pass rafforzato e mascherina ffp2.

Autrice: Caterina Longo

Remember Festival: l’importanza di ricordare

Ogni anno, il 27 gennaio, tutti ricordiamo i tragici avvenimenti della Shoah e ci sforziamo di non lasciar sbiadire quella memoria così dolorosa, ma allo stesso tempo così importante. Il Centro Giovani Villa delle Rose dell’associazione La Strada-Der Weg, anche per la sua ubicazione nel Passaggio della Memoria, ha molto a cuore questa tematica e ogni anno si impegna a organizzare un Viaggio della Memoria e degli eventi aperti alla cittadinanza per mantenere vivo il ricordo e rammentare l’importanza di imparare dal passato. Il Remember Festival è un insieme di eventi che danno spazio a importanti testimonianze e alle riflessioni sul tema della memoria, la Shoah e il nazi-fascismo di ragazzi ed esperti.

Dopo alcuni spettacoli andati in scena il 26 gennaio il festival continua il 27 con la cerimonia di deposizione delle corone presso il monumento a Manlio Longon, al Monumento alla deportazione di via Pacinotti e al muro del Campo di transito di Bolzano, dove vengono letti dei testi preparati dai ragazzi. Nello stesso giorno, al Bunker H in via Fago (ore 20.30), i partecipanti al Viaggio della Memoria hannoo modo di farsi Testimoni di Memoria con delle restituzioni presentate attraverso i linguaggi che ritengono più consoni alle emozioni e alle riflessioni che sono scaturite in loro durante l’esperienza. Venerdì 28 alle ore 18 alla Biblioteca Civica si terrà quindi un dialogo tra alcuni esperti sull’esperienza di Bolzano durante l’occupazione nazi-fascista. Infine sabato 29 gennaio alle ore 20.30, presso l’Auditorium Rainerum, avrà luogo una conferenza con il docente Matteo Saudino, in arte Barbasophia, youtuber e divulgatore che dialogherà con Luca De Marchi sull’importanza di affrontare a scuola le tematiche della memoria.

Tutti gli eventi sono gratuiti e si può accedere liberamente fino ad esaurimento posti. è necessario esibire il Supergreen pass, nel rispetto delle normative vigenti. Per info e prenotazioni:
villadellerose@lastrada-derweg.org

Autrice: Anna Michelazzi COOLtour

Il Karate e quella forza interiore che fa vincere

Trionfo per i ragazzi dello Shotokan Ryu Karate di Laives nella competizione “Trofeo città di Arsiero”, in provincia di Vicenza, svoltasi nei giorni scorsi. Marica La Placa, Patrick Veronese e Luca Beriotto hanno guadagnato il podio nella competizione, che ha raccolto quasi 300 iscritti: “Sono numeri al di sopra di ogni previsione e testimoniano il fatto che nei giovani agonisti di questa disciplina la voglia di fare sport è altissima, dopo uno stop di quasi due anni a causa della situazione pandemica. E’ stata una gara di ottimo livello, in cui abbiamo confermato i nostri buoni risultati” – ci ha raccontato Michele La Placa, appassionato allenatore dell’associazione di Laives, di cui è anche fondatore. Una passione trasmessa appieno ai suoi ragazzi e ragazze, che nel “Trofeo di Arsiero” hanno quindi portato a casa i seguenti risultati: Marica La Placa è medaglia d’oro nel kata femminile Senior, mentre nella sezione Juniores del kata maschile Juniores Patrick Veronese è medaglia d’oro e Luca Beriotto medaglia d’argento.

Vittorie che riempiono i giovani di soddisfazione, ma mai di presunzione, perché il karate è soprattutto una disciplina di pensiero e non di ostentazione di muscoli: non a caso il suo ideale è “vincere senza combattere”. Un insegnamento racchiuso anche nel significato della parola karate, composta da vuoto e mano: un vuoto inteso come mettersi al lavoro per fare vuoto dentro si sé, fare i conti con sé stessi e trovare quella fiducia che, accompagnata dalla calma, spiazza l’avversario. Alle olimpiadi di Tokyo 2020 il karate è stato inserito “come sport in prova”, ma purtroppo non è stato confermato per le olimpiadi di Parigi 2024. 

Nato come disciplina riservato agli uomini, ormai il karate è ampiamente praticato anche da molte ragazze. Ne abbiamo parlato con Marica La Placa, che ha respirato l’aria di karate fin nella culla: papà Michele infatti è il fondatore e presidente dello Shotokan Ryu Karate Laives ed è Maestro 5° Dan. Nata a Bolzano nel 1999, Marica può vantare una bella collezione di vittorie come karateka: nel 2012 si era già aggiudicata la coppa Italia; nel 2013 è stata vice campionessa italiana, campionessa del mondo e seconda al Grand Prix d’Italia. Ci racconta che, dopo un periodo di stop per motivi lavorativi, ora ha potuto riprendere a pieno ritmo con il karate a livello agonistico.

Vista la storia familiare, dedicarsi al karate era quasi in obbligo… come è nata in te la passione per questa disciplina? 
In realtà non mi hanno influenzata: prima di sceglierlo ho provato tanti altri sport, dalla pallavolo al pattinaggio, dalla danza classica all’arrampicata… solo che se ce l’hai nel sangue lo senti e non puoi che prendere questa strada. Mi ha spinto il gruppo – siamo molto uniti e per me è come una seconda famiglia: quando indosso il kimono mi sento a casa. E, certo mio padre ha saputo trasmettermi il suo amore per questa disciplina, gli si illuminano gli occhi ogni volta che parla di karate.

Quando hai iniziato?
A nove anni a Laives; abbiamo avuto vari cambi di palestra, ora ci alleniamo a Pineta, ma il gruppo è rimasto lo stesso, quello Shotokan Ryu Karate, nato oltre vent’anni fa, prima che io nascessi. Ho voluto provare con il mio gruppo di amiche di allora – loro col tempo se ne sono andate tutte, ma io sono rimasta.

Cosa ti dà il karate?
Sicurezza: per me è questo il karate, rispetto e sicurezza. E’ un percorso per migliorare il tuo io, che ti aiuta ad affrontare qualsiasi cosa. Praticandolo, ho imparato il rispetto per gli altri e per sé stessi.

Hai avuto difficoltà come ragazza?
No, nessuna difficoltà per il fatto di essere donna perché il karate è rispetto in tutto, quindi anche della parità tra i sessi. A proposito, c’è una cosa che mi riempie di orgoglio.

Di pure…
Tempo fa con lo Shotokan Ryu Karate mio padre ha offerto corsi gratuiti di autodifesa per le donne ed è stato belle vederle arrivare piene di entusiasmo e migliorare, imparare a sapersi difendere, un tema molto attuale oggi.

Come è stato in questi anni di pandemia allenarsi?
Abbiamo ripreso ad ottobre scorso dopo un lungo stop e non è stato facile perché l’agonismo richiede molta costanza e sforzo fisico: potenza muscolare, fiato, velocità e soprattutto devi essere concentrata, devi “esserci con la testa”, come si dice. Per fortuna la voglia di ripartire era tantissima ed in pochi mesi abbiamo recuperato alla velocità della luce.

Prossime sfide in programma?
Sicuramente il campionato italiano che si terrà a Rimini nel maggio prossimo e il Grand Prix d’Italia  che si svolge a dicembre in provincia di Monza.

Cosa ami fare quando non fai karate?
Nel tempo che rimane tra il lavoro e gli allenamenti mi piace stare in famiglia, con il mio ragazzo e la nostra gattina, leggere e naturalmente viaggiare!

Autrice: Caterina Longo

Birti: una riqualificazione che divide

Il sindaco di Vadena Oberhofer difende il suo operato dopo l’accusa di aver modificato il piano di recupero elaborato dalla precedente amministrazione: “Lavoriamo nell’interesse dei cittadini”. L’opposizione: “Forte delusione”.

“Il nuovo progetto di riqualificazione di Birti? Non ha stravolto quello della vecchia amministrazione. Sarà solo sviluppato in maniera differente”. Il primo cittadino di Vadena, Elmar Oberhofer, rispedisce al mittente le accuse mosse dall’opposizione in merito alla mancata approvazione del Pdr deliberato nel settembre 2020 dalla Giunta dell’ex sindaco Beati. “Sono stati disattesi gli accordi presi”, tuona Sanka Jarcarova, capogruppo della Nuova Lista Civica di Vadena.
Parole alla quali si sono aggiunte anche quelle dell’associazione per la tutela dei beni artistici Italia Nostra: “Il piano precedente rispondeva ad un preciso indirizzo di riqualificazione urbanistica nel pieno rispetto della storia della frazione e con uno sguardo rivolto al futuro. Il nuovo studio invece non tiene in conto dell’esistenza delle antiche mura e del cimitero sotterraneo che vi insistono”, spiega Stefano Novello, presidente dell’associazione.
Un fuoco incrociato che sembra però non scalfire Oberhofer, che rimarca la bontà del suo operato: “Leggo molte accuse infondate nei confronti della mia Giunta. Non ci siamo inventati niente di nuovo e non siamo sicuramente degli sprovveduti. L’idea del parcheggio sotterraneo era presente anche nel precedente piano. Noi cerchiamo di portare avanti un progetto in cui crediamo e lo facciamo a favore di tutti i cittadini. La maggioranza crede fortemente in questa riqualificazione e i primi passi sono stati fatti”, spiega il sindaco.

Una nuova piazza a Birti
Il nuovo progetto di riqualificazione dell’area Birti, argomento sulla bocca della politica locale da ormai quindici anni, è stato elaborato dall’architetto Uwe Bacher e prevede la costruzione di una nuova piazza con annesso un viale comprendente un marciapiede alberato (con accessi ai condomini), illuminazione e 17 parcheggi pubblici. Tutto ciò sorgerà su una superficie di poco più di 2.000 metri quadrati. La Giunta, nel suo progetto, si è impegnata per cercare di creare armonia tra l’esigenza di modernità e la tradizione rappresentata dall’imponente campanile risalente al 1200. L’obiettivo è quello di far diventare la piazza un punto di ritrovo per i residenti, ma anche un polo d’attrazione culturale.
Ma quali saranno quindi i prossimi passi? Alla domanda risponde direttamente Oberhofer: “A breve contiamo di approvare il piano definitivo e successivamente acquisteremo i terreni mancanti. In molti dimenticano la fatica fatta per acquistare l’areale, visto che più volte abbiamo dovuto contrattare per il prezzo e riformulare tutti i contratti. Ovviamente svolgeremo al più presto anche gli studi attorno al campanile per individuare eventuali reperti archeologici e capire quale soluzione adottare per la creazione del parcheggio interrato”. Proprio quest’ultimo, da 30 posti auto, verrà gestito da una cooperativa. Stessa cosa dovrebbe accadere con il diroccato e pericolante edificio Teza: “Recentemente è stata costituita la cooperativa Nuova Birti che intende acquistare l’immobile per costruire nuove abitazioni. Come amministrazione spero che si possa trovare un accordo con l’attuale proprietario per completare il rilancio totale della frazione, unendo così i bisogni dei residenti con quelli di chi svolge attività rurali”, spiega il sindaco. I costi totali per il Comune saranno di circa 600mila euro, a cui bisogna aggiungere i costi già sostenuti per l’acquisto del terreno di circa 148mila euro.

Il sindaco di Vadena Oberkofler

L’opposizione: “Il mondo non finisce a Vadena”
Ma la delusione per la capogruppo Jarcarova è forte: “Se il piano di recupero della nuova amministrazione dovesse andare in porto, le differenze a livello qualitativo con quello della vecchia giunta sarebbero enormi. Sembra che la Giunta pensi che il mondo finisca a Vadena, ma non è così. Servono orizzonti più ampi e le scelte urbanistiche ricadono pesantemente sui cittadini e sulla collettività”. A dare fuoco alle polveri è stato anche il nuovo muretto di 18 metri di lunghezza costruito al confine dell’area con la futura piazza oggetto di recupero. “Ci chiediamo quanto sia compatibile un muro in cemento armato con una torre romanica. Non ci vediamo nessun amore e rispetto dell’amministrazione verso il proprio patrimonio artistico”, commenta Jarcarova, che contava in un intervento tempestivo delle forze politiche per bloccare la costruzione. Cosa non accaduta in quanto, come precisato dal sindaco Oberhofer, il muretto è stato costruito da un privato.

Autore: Alexander Ginestous

Il ricordo del campo di transito di Bolzano

Numerosi gli eventi che inondano l’Italia – e spesso tutto l’occidente – in vista della Giornata della Memoria, internazionalmente celebrata ogni anno il 27 gennaio per commemorare le vittime della barbarie nazista e filonazista. C’è chi però di Memoria si occupa tutti i giorni: Dario Venegoni, presidente nazionale ANED (Associazione Nazionale Ex-Deportati) racconta della sua storia familiare, intrecciata indissolubilmente al Campo di Bolzano, e di come coltivare la memoria.

Come è giunto ad occuparsi del Campo di Bolzano?
Mia madre era Ada Buffulini. Era una ragazza borghese di Trieste, laureata in medicina a Milano, dove aveva conosciuto un giro intellettuale di antifascisti, ambiente in cui si era spesa molto, diventando stretta collaboratrice di Lelio Basso. Dopo un periodo vissuto in clandestinità era stata arrestata e deportata a Bolzano. Lì aveva conosciuto mio padre, Carlo Venegoni, che invece veniva da una famiglia operaia: era diventato dirigente sindacale e poi dirigente comunista, e aveva già trascorso dieci anni in carcere. Nel campo avevano organizzato un comitato clandestino e antifascista – poi lui evase, mentre lei rimase fino alla liberazione. Si sono ritrovati nel dopoguerra, dopo diversi mesi. Io, insomma, sono figlio loro. Quando ero bambino loro parlavano del campo, molti loro amici li avevano conosciuti lì e di questo mi sono accorto solo dopo, lavorando all’elenco dei deportati. 

Dario Venegoni

La storia del campo, insomma, appartiene alle persone, ma appartiene anche ai luoghi. Pensa che Bolzano ne sia consapevole? 
I miei genitori sono tornati negli anni ’60 – perché per caso si trovavano in Alto Adige – e hanno visto il campo prima che venisse distrutto. Anch’io, trovandomi in Alto Adige, qualche anno dopo – avrò avuto una ventina d’anni – decisi di cercarlo. Tornai a casa senza vedere niente, per via Resia tutti negarono che esistesse. Da allora qualcosa è cambiato: sono state messe le targhe commemorative e l’istallazione del muro con i nomi secondo me è una magnifica narrazione. Dopodiché… cosa dobbiamo dire? Il campo è stato distrutto, non ce n’è traccia. Non si può certo dire sia una memoria valorizzata. È che non la volevano ricordare né italiani, né tedeschi, e così ci hanno messo una pietra sopra.

Quest’anno Bolzano è Città della Memoria; come scongiurare l’attenzione solitamente dedicata solo al Giorno della Memoria? 
Mi auguro che le iniziative organizzate siano occasioni per chiarire il ruolo – che non fu affatto secondario – del campo di Bolzano nella strategia di sterminio nazista. Temo che si perda un po’ di vista, con tutte le cerimonie, l’insieme: il Campo di Bolzano, anche se non era fatto per uccidere – ma dove in molti sono morti, e forse questo non è chiaro – era un ingranaggio della macchina che sì, era fatta per uccidere. La stragrande maggioranza di quelli che da Bolzano sono partiti per il Reich, non è tornata. In questo ci deve essere più consapevolezza, che forse aiuterebbe la memoria del campo ad essere più solida, non solo in città ma anche in Italia. Poi, per ANED la Giornata della Memoria è tutti i giorni dell’anno; quindi, sono sempre favorevole a tutto ciò che può rendere più stabile e continuativo questo lavoro. A Bolzano qualcosa di permanente c’è. Il muro su cui vengono proiettati i nomi dei deportati è lì, giorno e notte, estate e inverno. Non puoi fare a meno di fare un qualche ragionamento – centinaia, migliaia di nomi, qualcosa provocano.

Autrice: Ana Andros COOLtour

Avulss, mani tese che aiutano

Ogni giorno i volontari e le volontarie dell’Avulss di Laives sono vicine a chi ha bisogno: con il trasporto solidale, accompagnando a fare visite e analisi, ma anche dando conforto a chi si ritrova da solo nelle diverse situazioni della vita. Dal dicembre scorso l’associazione ha una nuova sede, mentre dall’autunno è entrato in carica il nuovo presidente Bruno Ceschini: una buona occasione per farci raccontare come è nata la passione per il volontariato e le attività dell’associazione.

“Fare bene il bene” è uno dei motti dell’Avulss, l’Associazione di volontariato di Laives che si occupa di trasporto solidale e non solo e che nel dicembre scorso ha tagliato il nastro della sua nuova sede in Via Galizia. Il suo presidente Bruno Ceschini incarna perfettamente lo spirito dell’associazione, e si commuove quando parla dei suoi volontari “di cui è fiero e orgoglioso” – ci racconta. Il secondo principio dell’Avulss è: “insieme si può servire meglio”. Ceschini ci tiene a sottolinearlo: è solo grazie alle tante persone, donne e uomini, che ogni giorno offrono il loro tempo e il loro impegno, che l’Avulss riesce a stare vicino a chi ha bisogno. L’associazione è infatti a disposizione, con mezzi e autisti, di chi per diverse ragioni non ha la possibilità di usare un mezzo o non ha nessuno che lo accompagni a fare una visita medica o un esame. Un aiuto concreto insomma, e ormai negli anni sono migliaia i viaggi di accompagnamento fatti da Avulss. Ma l’associazione si occupa anche di molto altro, come il servizio spesa, la compagnia agli anziani nelle case di riposo, alle persone sole e a quelle che stanno in ospedale.
Come accennato, lo scorso 11 dicembre si è svolta una cerimonia di inaugurazione della nuova sede di Avulss, messa a disposizione dal comune di Laives insieme al parcheggio coperto per i mezzi. Alla cerimonia erano presenti il decano e parroco don Walter Visintainer e diverse autorità locali: il sindaco Christian Bianchi con il vice Giovanni Seppi e l’assessora Claudia Furlani nonché la sindaca di Bronzolo Giorgia Mongillo, che si sono alternati nei saluti e ringraziamenti per l’attività svolta, sottolineando ancora una volta l’importanza della disponibilità al prossimo, anche in funzione delle necessità del territorio.
“Da assessora e cittadina posso dire che per me l’Avulss svolge un servizio essenziale: è un aiuto concreto che si dà alle famiglie. Dobbiamo anche considerare che la popolazione invecchia; i figli si fanno dopo i 30 anni e spesso ci si trova con dei bambini piccoli ed un genitore anziano da accudire. C’è chi è fortunato e può organizzarsi con le proprie forze, ma sappiamo che nella maggior parte dei casi non è così” – ci ha ra detto l’assessora Furlani. Tanto più prezioso è quindi il servizio di associazioni come Avulss.
La nuova sede è stata intitolata ad Armando Chiereghin, storico presidente dell’associazione, venuto a mancare di recente. E proprio da una promessa fatta a Chiereghin che nasce la decisione di Bruno Ceschini di diventare volontario.
“Poi conoscendo la realtà ho avuto la spinta definitiva, perché sono circondato da grandi volontari che capiscono e lo fanno con il cuore” ribadisce Ceschini.

Domanda inevitabile: com’è cambiato il vostro lavoro con la pandemia?
Le difficoltà sono aumentate, perché prima con un unico pulmino trasportavamo anche cinque, sette persone; ora per motivi di sicurezza ne possiamo portare al massimo due, ciò significa molti viaggi – e le richieste sono in aumento. Ci teniamo molto alla sicurezza di chi è trasportato e dei nostri volontari, rispettando tutte le regole e disposizioni anti Covid-19 in vigore. Tramite il Cup (Centro unico di prenotazione provinciale) le visite sono sparse un po’ in tutta la provincia; chi va solo a Bolzano magari riesce a fare più viaggi, ma se l’autista deve accompagnare qualcuno più lontano, allora è impegnato tutto il giorno.

Avete riscontrato difficoltà anche negli altri servizi?
Certo, anche gli altri servizi che offriamo hanno subito cambiamenti: ad esempio, le visite in casa delle persone sono state sostituite con le telefonate, per far sentire comunque una voce amica a chi è solo. Il servizio spesa e piccole commissioni che era stato sospeso ma ora con le dovute precauzioni è stato ripreso, mentre i servizi nelle case di riposo vengono eseguiti  solo previa autorizzazione delle rispettive direzioni.

Tornando al trasporto, qual è il vostro “raggio d’azione”?
Abbiamo quattro vetture e prestiamo servizio per le persone dei comuni di Laives, Bronzolo e Vadena.

Quanti viaggi fate in media?
Abbiamo quattro vetture che in media sono impegnate tutte ogni giorno, dal lunedì  al venerdì.

Per che tipo di trasporti venite chiamati?
Di tutti i tipi: accompagniamo a fare visite specialistiche, analisi e per diverse esigenze…. noi non chiediamo e non entriamo nel merito: il nostro compito è andare a prendere chi ha bisogno sotto casa, accompagnarlo dove deve recarsi e riaccompagnarlo a casa. Ormai le nostre signore volontarie, che accolgono le richieste, sanno calcolare i tempi e organizzare al meglio i trasporti. Preciso però che non siamo una cooperativa di taxi; cerchiamo di guardare a chi ha bisogno, perché altrimenti va a perderci chi ha la vera necessità.

Come è il rapporto con le persone che aiutate?
Una cosa che colpisce è quando le persone ci ringraziano mille volte e ci dicono che siamo degli angeli, che senza di noi non saprebbero come fare. è bello sentire che ci vogliono bene e scorgere il sorriso e la gratitudine dagli occhi, nonostante la mascherina.

E rispetto alla croce rossa e alla croce bianca, che differenze ci sono?
Loro fanno altri tipi di trasporti più specializzati: noi non abbiamo competenze sanitarie. Tutti i nostri volontari provengono dalle più svariate professioni e prima di prendere servizio presso Avulss partecipano ad un corso di preparazione, che viene svolto in varie sessioni.

A proposito: chi sono i volontari e le volontarie?
Sono tutti pensionati – altrimenti non sarebbe possibile fare questo servizio. Devo dire con piacevole sorpresa che negli ultimi tempi sono sempre di più le persone che stanno per andare in pensione e offrono il loro aiuto  alla nostra associazione… Solo nelle ultime settimane si sono uniti due nuovi autisti e anche delle nuove signore come volontarie in ufficio. Ci tengo a dire che il nostro servizio ha una grandissima flessibilità.

In che senso?
Che c’è molta disponibilità reciproca: se qualche volontario ha un impedimento e non può venire per il proprio turno, c’è sempre qualcuno che subentra. Tutto funziona bene perché c’è un clima positivo e sereno. E ci tengo a sottolinearlo: ogni contributo è essenziale e prezioso, anche il più piccolo!

Ad ascoltare Ceschini, tendere le mani per aiutare gli altri sembra una cosa tanto naturale, spontanea e gioiosa, che è difficile non seguire l’esempio di questi volontari. Una bella immagine per iniziare bene il nuovo anno.

Autrice: Caterina Longo