Uno sguardo diverso sull’anno passato

Capita anche a tutti, a fine anno, di sentirti appesantiti dagli eventi accaduti e di aspettare l’inizio dell’anno nuovo come fosse una nuova porta che si apre per farti entrare in uno spazio di possibilità.
Tutti noi, familiari e “carepartner” di persone che vivono con demenza, abbiamo lasciato alle spalle 365 giorni in cui la vita ci ha lanciato nuove sfide, ci ha fatto qualche “sgambetto”, lasciandoci forse quella sensazione di vuoto e di stanchezza che rendono le giornate più impegnative da vivere e la tendenza a lamentarci.
L’insieme delle esperienze dell’anno passato assomiglia ad uno stagno pieno di acqua torbida nel quale diventa complesso distinguere cosa pulsa di buono in profondità, perché il fango ne oscura la limpidezza.
Vivere accanto ad una persona con demenza richiede molte energie e la stanchezza davvero a volte può intorpidire il nostro presente e anche il nostro passato.
Alla luce di questo “sentire”, come possiamo filtrare l’acqua di questo stagno per vedere con più chiarezza attraverso essa, per poter riconoscere la natura di ogni momento vissuto e lanciare così uno sguardo diverso all’anno passato?
La gratitudine è il nostro filtro, il setaccio attraverso il quale far scorrere il nostro vissuto depurandolo da ciò che lo rende inafferrabile, incomprensibile, illogico.
Ecco perché in questo articolo ti propongo un paio di occhiali e due paia di scarpe per guardare al tuo 2021 e per spalancare il cuore al 2022: gli occhiali sono rappresentati dalla gratitudine che scientificamente è l’emozione più potente capace di trasformare la biochimica del nostro corpo, mettendo in circolo delle molecole straordinarie che diventano i mattoni per costruire il nostro benessere. Non si tratta di una magia, è la fisiologia stessa del nostro corpo che per “stare bene” ha bisogno di produrre neurotrasmettitori specifici come la serotonina e le endorfine che influiscono sul benessere sia psicofisico che emozionale e sulla creazione di relazioni più profonde e soddisfacenti.
Accompagnare noi stessi a coltivare la gratitudine diventa una strategia per vivere in pienezza le giornate e per leggere gli eventi passati con gli occhiali speciali della riconoscenza.
Da dove iniziare?
Munisciti di quaderno e penna, scrivere ti aiuterà a rischiarare le acque torbide dello stagno facendo sedimentare il fango e brillare l’acqua di rinnovata purezza.
Creati uno spazio: uno luogo fisico ed uno spazio temporale da dedicare ad una “re-visione consapevole” del tuo 2021. Regalati alcuni momenti in cui ri-guardare a quanto accaduto nel corso dell’anno appena trascorso scegliendo di indossare occhiali nuovi.
Ripercorri il tuo anno: con l’aiuto di fotografie che hai scattato o appunti nel tuo diario o sul calendario, vai alla ricerca delle esperienze che hai vissuto. Metti a fuoco ogni momento, i fatti e le emozioni che hai vissuto che forse risuonano ancora dentro di te.
Soffermati sulle esperienze che “senti” essere state più significative per te, lasciandoti sensazioni piacevoli. Rispetto a queste, per che cosa in particolare ti senti grata/o? Quali persone hanno contribuito a rendere “bello” quel momento? Le hai ringraziate esplicitamente per la gioia che ti hanno donato? Qual è stato l’ingrediente speciale che ha reso memorabile l’istante?
Scrivi sul tuo quaderno le tue riflessioni.
Ora dirigi la tua attenzione a ciò che ti ha fatto soffrire, fisicamente o emotivamente. Inforca bene i tuoi occhiali della riconoscenza e impegnati a scorgere in quella particolare situazione alcuni elementi per cui essere grata/o. Lo so, è una sfida, ma se non ti fermi di fronte all’apparente incongruenza di questa richiesta, potrai realmente sperimentare il potere trasformante di ogni lezione che la vita offre. Chiediti. Quale aspetto di quell’esperienza mi ha richiesto di dare il massimo di me stessa/o?
Posso essere riconoscente a me stessa/o di essere riuscita/o a trovare in me le risorse per attraversare quella situazione? Quali aspetti che dipendono da me sono migliorabili? Cosa mi ha insegnato quell’esperienza? Come mi ha fatto crescere? Posso custodire questo dono con cura in modo da avere nel mio bagaglio uno strumento in più per vivere le prossime esperienze facendone tesoro?
Il filtro della gratitudine ripulisce il passato e ci fa guardare al futuro con più chiarezza. La ricerca ha dimostrato nei suoi innumerevoli studi a riguardo, che allenare uno sguardo grato nella vita di tutti i giorni riduce lo stress e ha un ruolo importante nel superare i traumi aumentando la resilienza.
E le scarpe? Ecco due paia di scarpe speciali. Le modalità per allenare il muscolo della gratitudine sono molteplici e se scegli di farla diventare una dei protagonisti della tua vita, ecco un paio di suggerimenti:
Dai un perché al tuo grazie: M. Seligman, principale esponente della psicologia positiva, dice “quando dici grazie dillo con profonda consapevolezza, dillo guardando la persone negli occhi, dillo mantenendo un po’ lo sguardo, fai un piccolo sorriso, ma soprattutto non dire mai solo grazie.
Di anche “ti sto ringraziando perché”, mettendo accanto sempre il tuo perché. Questo scatenerà qualcosa di magico nella relazione tra te e l’altra persona. Ogni grazie senza un perché è un grazie vuoto, è un grazie di buona educazione, ma non è un grazie che arriva al cuore dell’altra persona. Allenati a dire grazie con il tuo perché. Dillo alla cassiera, al barista alle persone di cui hai cura. Allora la gratitudine diventa un atto rivoluzionario di cambiamento, per te e per gli altri.
La pietra della gratitudine: aiuta te stesso a ricordare il proposito di avere uno sguardo grato alla vita, ponendo sul tuo comodino una pietra in modo visibile. Alla sera appoggiala sul palmo della mano e chiudi le dita. Ripensa alla tua giornata e distilla con cura ogni cosa per cui essere grata/o. Ricerca nelle cose più semplici, nel sorriso di riconoscenza del tuo caro quando hai cura di lui, nella telefonata di un’amica, nel sapore speciale del piatto che hai preparato, nella pagina di un libro, nelle comodità che ti offre la tua casa. Tutta la tua giornata ti può suggerire infiniti motivi di gratitudine. Quando mentalmente hai terminato il tuo elenco, porta la mano con la pietra nel tuo cuore accompagnando il gesto con un sorriso.
Giorno dopo giorno, la gratitudine, come un pennello colorato, tingerà le tue giornate di nuovi colori e donerà vivacità alle tue esperienze permettendoti, alla fine del prossimo anno, di guardare al tempo trascorso pronunciando quel “grazie” capace di trasformare ogni evento in una opportunità di crescita.

Autrice: Roberta Lenzi Sente-Mente Felicitatrice

Un territorio a più velocità

Anche quest’anno vi offriamo il nostro sguardo retrospettivo sugli ultimi 12 mesi, vissuti attraverso le notizie più importanti rilanciate dai media e che hanno calamitato in un modo o nell’altro la nostra attenzione. In questo caso il nostro interlocutore è Luca Barbieri, un giornalista di origini venete esperto di innovazione, che da 10 anni ha scelto di risiedere nella nostra terra e ci aiuta a leggere il nostro mondo anche un po’… “da fuori”.

Il 2021 in realtà aveva preso il via con la tragica vicenda che vide protagonista la famiglia Neumair Perselli.
Già. Negli ultimi giorni però mi hanno colpito le dichiarazioni da parte della famiglia che dice di essere stata “curata” dall’affetto della città. Devo dire che rispetto ad altri contesti, a livello altoatesino c’è stato un miglior rispetto della privacy e il senso di comunità è emerso. 

Nel 2021 la realtà altoatesina come ha reagito al secondo anno di pandemia?
Si è evidenziata una frattura all’interno della società che prima era rimasta sotto traccia. Ai vertici della Provincia ci sono figure dell’ambito scientifico e politico che sono ancora sotto shock; si erano illuse che l’Alto Adige fosse molto più “moderno” di quanto invece è stato appurato. Anche a chi viene da fuori risulta evidente che quello altoatesino è un territorio a due velocità: c’è infatti una parte della popolazione che ha solide tradizioni e ottimi principi, ma vive in una sorta di “pensiero magico”. Faticano molto, queste persone, a credere nell’oggettività della scienza e al valore del metodo scientifico in particolare. Hanno creato scorciatoie che le portano a decisioni che in realtà non hanno nessun fondamento, ma sono ancorate ad un immaginario identitario. Occorrerà valutare attentamente gli effetti che questo meccanismo produrrà in futuro sulla società altoatesina. La ritrosia rispetto alla vaccinazione penso lascerà il segno nelle famiglie, nei contesti sociali e anche nei luoghi turistici che hanno maggiormente sofferto. Negli ultimi mesi l’immagine tradizionale di un Alto Adige perfetto e super organizzato ha dovuto fare i conti con una certa dose di indisciplina rispetto alle norme stabilite man mano. La comunicazione verso l’esterno deve quindi ora fare i conti con questa novità e il contraccolpo sta portando comunque anche gli altoatesini a rielaborare l’immagine che hanno di loro stessi. La cosa andrà metabolizzata anche a livello politico e non solo in una prospettiva a breve termine.

Per la società e la politica altoatesina in realtà è risultato drammatico soprattutto il muro che si è alzato rispetto ad Austria e Germania. Il Tirolo del Nord e l’Austria hanno spesso agito in direzione ostinata e contraria, mentre da parte della Germania c’è stato quasi un blocco completo del turismo. Sono cambiamenti epocali, che hanno ripercussioni importantissime specie su alcune zone del nostro territorio come la Venosta, il Burgraviato e la Passiria. 
E’ vero, ma devo dire che l’Alto Adige ha passato praticamente indenne la crisi del 2008 e anche durante la prima parte della pandemia tutto sommato ha retto. Se il Covid 19 non durerà ancora tantissimo secondo me la provincia di Bolzano dal punto di vista economico ce la farà a superare l’emergenza. Un’altra questione, come dicevo, è quella culturale e d’immagine. Lì sarà più difficile venirne fuori. In ogni caso la Provincia nel 2021 ha cambiato di molto il suo atteggiamento nei confronti del governo italiano, anche perché con Draghi ci sono stati molti meno margini di manovra per differenziazioni territoriali.

Un altro tema importante del 2021 è stato quello dello sviluppo turistico in montagna e della sua sostenibilità ambientale…
La pandemia ha senz’altro riportato in primo piano il tema della sostenibilità e del ritorno alla natura. Fermando le attività umane la natura ha cercato subito di riprendere il suo spazio, lo abbiamo visto tutti, anche nelle città. Così abbiamo potuto appurare qual è la misura del nostro impatto. Per quanto riguarda la montagna è importante che la gente ci viva e che quindi se ne prenda cura. In Alto Adige il fatto che una parte della produzione industriale sia nelle valli, senz’altro aiuta. Quello che succede nelle province vicine ne è la controprova. Personalmente sono un escursionista amante della natura selvaggia e non amo la montagna luna park e iperservita. Però è anche vero che ci sono dei comprensori vocati ad una specifica attività turistica che devono essere dotati di impianti moderni in grado di garantire una serie di servizi, pur in equilibrio con la natura. Molto più pericoloso è ampliare troppo e spargere tanti microimpianti in giro per il territorio. In ogni caso oggi gli sportivi della montagna sono sempre più propensi a fare esperienze al di fuori degli impianti: lo sci alpinismo dovrà avere più spazi, in futuro. 

Ci vorrebbe un assessorato provinciale alla transizione ecologica…
Sì. Di fatto c’è ed è l’assessore ai trasporti dove sono stati fatti molti investimenti. Il trasporto pubblico in provincia è di serie A+++ rispetto ad altri territori limitrofi. 

Sì, ma la cosa vale solo in parte per la città di Bolzano… A proposito: la sfida della mobilità nel capoluogo sembra essere sempre più una “mission impossible”.
Da questo punto di vista la provincia ha tre distinte dimensioni: Bolzano, il resto del territorio e la A22. L’autostrada, soprattutto a nord di Bolzano, è davvero un terno al lotto. Le aziende sanno che al 90% non possono rispettare un impegno, se questo è legato ad uno spostamento in autostrada a nord del capoluogo. Poi è incredibile la disattenzione quasi “scientifica” che è stata riservata finora nei confronti della mobilità a Bolzano. Le circonvallazioni in provincia sono pazzesche, mentre a Bolzano è esattamente il contrario. Siamo già da tempo ad un livello di non sopportazione, tutti ora vogliono risolvere il problema ma l’ingorgo infrastrutturale che si è creato è talmente grave che sarà davvero difficile trovare una via per risolverlo.

A Bolzano il cantiere per il Waltherpark riuscirà a ripartire?
La tempesta è perfetta, al contrario dei precedenti rendering. Queste sono le cose che succedono quando la politica urbanistica la fanno i privati e non le amministrazioni comunali. Il Waltherpark poi è una doppia scommessa, perché è stato pensato prima della pandemia. è tutto da vedere se la società post Covid avrà ancora quel tipo di esigenze. L’incubo è che rimanga la voragine o che si costruisca, ma poi gli immobili restino in gran parte inutilizzati.

A proposito di altri temi… fondamentali. Per anni abbiamo discusso di toponomastica. Oggi invece si discute della possibile nuova collocazione di Ötzi.
Tra la terrazza di Benko in stile Star Trek sulla città e le altre ipotesi, quella che mi convince meno è quella dell’ex Enel, che dal punto di vista viabilistico mi sembra molto problematica. Mi domando se non abbia più senso lasciarlo lì dove sta.

Aeroporto di Bolzano. Qual è il suo futuro?
Altra scommessa, questa, da considerare alla luce della pandemia. L’impatto sui residenti è tutto da valutare, ma c’è. Una cosa è certa: sulla base dei voli previsti mi sembra che l’aeroporto avrà pochissimo impatto sul tema della mobilità in Alto Adige. Stiamo infatti parlando di microflussi turistici: l’aeroporto non è collegato con hub internazionali in grado di dare un approccio competitivo. In più da Bressanone in su è sempre più vicino Innsbruck. L’aeroporto di Bolzano resterà poco interessante per il sistema produttivo, insomma. 

Le recenti elezioni comunali a Merano: Che tipo di cambiamento si è verificato?
La SVP è riuscita a vincere perdendo. Da non meranese mi dispiace che si sia interrotto quell’esperimento, perché anche in ottica provinciale teneva aperta una strada anche per il futuro. 

Era di fatto una Große Koalition con uno spazio importante riservato all’ottica ambientalista… Ora a Merano resta molto interessante il fatto che in consiglio comunale di fatto le principali forze politiche nazionali in pratica oggi non esistano, o quasi. 
Infatti. Le dinamiche sono comunque altre, anche rispetto al Comune di Bolzano e la Provincia. 

Nella gestione della pandemia l’Euregio ha manifestato la sua inconsistenza. Bolzano, Innsbruck e Trento si sono mossi sempre in ordine sparso. 
Non ci potevamo attendere di più da un progetto che di fatto non è molto di più di un cartello messo lungo l’autostrada. Si tratta solo di un branding amministrativo per il Tirolo antico, ma non ha nessun’altra aspirazione, al di là delle tariffe della mobilità e di qualche altra iniziativa di comunicazione. 

Dei giovani invece di solito si parla solo se disturbano la quiete pubblica, a parte qualche riconoscimento pubblico per i meriti sociali o scolastici…
Parlare di movida a Bolzano fa abbastanza ridere. I problemi vanno relativizzati e comunque manca ancora un’università forte. Insomma: un problema giovani non c’è. Il problema è piuttosto quello di riuscire a valorizzarli come risorse, dando loro la possibilità di esprimersi a livello creativo, attraverso spazi di libertà vera e non “ammaestrata” ovvero finanziata. Giusto è che si facciano un’esperienza del mondo più vasta, riuscendo poi magari a riportarli qui dopo le importanti esperienze compiute all’estero. 

SIAMO INNOVATIVI?
Per Luca Barbieri in provincia di Bolzano sono presenti diverse aziende estremamente innovative e che hanno ulteriori potenzialità di crescita, ma non sono ancora sufficientemente conosciute. Non si tratta solo di ditte nel campo dell’artigianato ma più in generale di realtà industriali che sono riuscite a mettere “a terra” conoscenze tecniche legate alla montagna, ma non solo. In Alto Adige è anche presente un bel sistema di start up, anche se forse un po’ troppo sovvenzionato, dove sono attivi giovani davvero molto in gamba con forti legami internazionali e in alcuni casi anche provenienti “da fuori”. Secondo Barbieri nel prossimo futuro occorrerà riuscire a contaminare un po’ di più queste realtà con il nostro sistema sociale, scolastico e politico. Per il giornalista occorrerà spingere sul concetto dell’imprenditorialità, evitando che i giovani si adagino in un’ottica di assistenza, meccanismo che Barbieri definisce “il male assoluto”. I giovani altoatesini sono spesso in gamba, svegli e internazionali, parlano più di tre lingue e devono poter seguire la loro strada con coraggio, senza condizionamenti, insomma.

Luca Barbieri

CHI E’ LUCA BARBIERI
Consulente per la comunicazione di centri di ricerca, pmi innovative e startup, Luca Barbieri è imprenditore e giornalista. Dopo 13 anni in RCS, dove ha collaborato alla nascita e al lancio di Corriere Innovazione, ha co-fondato Blum, società di consulenza che aiuta imprese innovative e centri di ricerca a crescere attraverso comunicazione, media relation ed eventi. In Alto Adige, dove risiede dal 2012, ha fondato Alto Adige Innovazione e conduce, per RAI Alto Adige, la trasmissione Master Up. Investitore e mentor di numerose startup, insegna Linguaggio Giornalistico all’Università di Padova e Comunicazione dell’Innovazione al MOIM, Master in Open Innovation Management dello stesso ateneo. Il suo nuovo libro, in uscita a febbraio, si intitola “Comunicare Innovazione e Impresa” (Ayros editore).

Autore: Luca Sticcotti

La montagna incantata

D’inverno la vita è dura, su questa montagna. I rigori della stagione morta e l’abbandono dei luoghi incutono timore. L’esistenza, dove ne rimane traccia, pare appesa al filo di una speranza sepolta sotto la coltre di neve sonnacchiosa.
Raggiungere questo sito sperduto in cima al Montelargo, la montagna “incantata” dalla caratteristica cupola che sovrasta l’abitato di Laives, non è facile. Quando finalmente ci si arriva – salendo dal fondovalle o scendendo dagli ultimi due masi di Nova Ponente – per prima cosa ci si chiede come abbiano fatto gli “uomini del passato” (dell’età del ferro, si suppone, o forse, ancora prima, antichi cacciatori nomadi che nella bella stagione inseguivano le loro prede tra Corno Bianco e Latemar) a scovarlo e adattarlo alle loro esigenze abitative, religiose o funebri. Una risposta plausibile per ora non c’è, dato che a tutt’oggi non se ne conosce neppure l’esatta destinazione. Insediamento montano protetto (ma da quali pericoli?), come lascerebbe suppore la doppia e massiccia cinta muraria? Appartato luogo di culto affacciato sulla stupenda vallata dell’Adige? Riparo temporaneo di qualche stirpe eletta? Tutte le ipotesi sembrano attendibili e allo stesso tempo insufficienti a chiarire l’enigma. Le domande aperte rimangono molte, anche perché, nonostante sia conosciuto dagli anni trenta del secolo scorso, il sito non è mai stato esplorato a fondo.
Attraversando con passo attento la stretta e accidentata lingua di terra affacciata sulla vertiginosa Vallarsa per raggiungere le mura di cinta e poi il cuore di circa sessanta metri quadri dell’antica cittadella di pietra (dove spicca un singolare “altare” di porfido), si rimane colpiti dall’atmosfera magica del luogo. Ogni pianta, ogni zolla di terra, ogni pietra sembra avere un segreto da preservare. La meraviglia è grande, la solitudine del bosco di pini, querce e sorbi selvatici invulnerabile. Gli enormi accumuli di pietre e i grossi massi che formavano i muri in parte crollati del castelliere non fanno che conferirle un alone di solenne eternità al sito.
Ci si muove in punta di piedi, si parla sottovoce, ogni cosa sembra appartenere agli spiriti che ora aleggiano tra muschi e radici, foglie secche e licheni. Non si andrebbe più via da questo luogo, il cui mistero sembra insondabile. Ti cattura per sempre questa sacralità semplice e profonda, le divinità pagane di tutta la valle sembrano essersi ritirate su questo monte che osservato dal fondovalle nulla tradisce della sua peculiarità.
Ai nostri piedi, lontana e allo stesso tempo vicinissima, la cittadina di Laives. Forse sono scesi da questo monte i suoi primi abitanti, qualche migliaio di anni fa. Al ritorno, andiamo a cercare le poche righe con cui sulla rivista “Der Schlern” Peter Eisenstecken, esploratore bolzanino, descrisse nel 1932 la scoperta di Trens Birg sulla “cupola sacra” sopra Laives. “Il 26 e 27 agosto mi recai con Otto Waldthaler a Nova Ponente (in italiano nel testo, siamo in epoca fascista), presso i masi Prentner e Schadner, per poi raggiungere il sito di Trens-Birg; già nel pomeriggio incominciammo con le ricerche presso il muro orientale.
Lo stesso ha una larghezza di un metro ed è formato da belle pietre squadrate di porfido. Scavammo in profondità, fino alle fondamenta, trovando frammenti di ceramiche e di ossa. Più tardi scavammo presso il muro a meridione, trovammo pochi frammenti di ceramiche. Non c’erano tracce di terra carbonizzata”. Tre anni dopo, anche un altro ricercatore, Georg Innerebner, visitò la Wallburg e ne rimase colpito. Ne disegnò una pianta e la descrisse dettagliatamente. Poi calò il silenzio sul luogo, fino a quando negli anni settanta del secolo scorso fu “riscoperto” dagli archeologi Lunz e Dal Rì. Al di là dell’utilizzo abitativo, confermato anche dalla presenza di varie fosse, sembra ormai certa la presenza di roghi votivi: insomma un luogo di culto dove affidare i propri defunti alle premure del cielo che qui, veramente, si tocca con un dito.

Autore: Reinhard Christanell

Aprire la porta per accogliere

Da tempo, a causa della pandemia, sentiamo parlare di “chiusure” e non possiamo far finta che questo non abbia influenzato anche il nostro atteggiamento: siamo diventati più diffidenti verso l'”altro”. Eppure esistono ancora storie di chi, proprio in questi mesi, ha deciso invece di aprire le porte ed accogliere. Una di queste è quella di Edith Pramstrahler di Egna, che da ottobre scorso ospita Notis, un giovane ragazzo greco. Ci siamo fatti raccontare da lei la sua esperienza.

Da quasi due anni parole come “chiusura, stop, controlli” ci accompagnano quotidianamente. Parole a cui corrispondono situazioni e atteggiamenti che ci hanno condizionato, e ancora ci condizionano, nella vita sociale. Il nostro sguardo su l'”altro”è inevitabilmente cambiato e, soprattutto verso le persone che non conosciamo, sentiamo una istintiva diffidenza. In questo contesto, è più facile chiudere le porte che aprirle, anche se alla lunga questa forse non è la cosa più utile per noi. Stupisce quindi sentire la storia di chi, proprio in questi mesi, le porte ha deciso di aprirle. E non solo quelle materiali della propria casa, ma anche quelle più interiori.
La signora Edith Pramstrahler di Egna ha accolto infatti, dallo scorso ottobre, Notis, un ragazzo diciassettenne proveniente dalla Grecia, da Patrasso. Abbiamo chiesto alla signora di raccontarci la sua storia, e cosa l’ha spinta a fare un passo tanto generoso. “La mia amica Simonetta Albertini di Intercultura cercava una sistemazione per un ragazzo greco per qualche mese e io mi sono offerta spontaneamente, per darle una mano. Ma soprattutto mi piaceva l’idea di offrire a uno studente con genitori non benestanti la possibilità di fare un’esperienza all’estero e imparare un’altra lingua” ci ha detto la Edith Pramstrahler che, lo ricordiamo, offre l’ospitalità a titolo di volontariato.
Con commozione, ma anche coraggio, ci racconta della perdita improvvisa dell’amato compagno Fabrizio, nel marzo scorso.
In questo senso, il fatto che il ragazzo da ospitare fosse greco è stata una specie di segnale per Edith. “Ho sempre amato la Grecia, da quando ho vent’anni. Una passione che ho condiviso con Fabrizio: siamo stati praticamente ogni anno in Grecia. E conosco bene la mentalità greca: la calma e la lentezza, e l’amore per i bambini, che sono molto coccolati, se non viziati. Ma ugualmente, non potevo immaginare ciò a cui sarei andata incontro”.

Come è stato il primo impatto?
Sono andata a prendere Notis all’aeroporto di Verona e abbiamo subito fatto un giro ad Affi, volevo che si scegliesse una T-Shirt come pensiero di benvenuto in Italia. La prima sfida è stata la lingua: parliamo in inglese e non è sempre facile. Per me è un’occasione per migliorarlo, per Notis è una possibilità per imparare l’italiano.

E l’arrivo a Egna?
Ho una casa ampia, quindi ognuno ha i suoi spazi di autonomia. Ma le questioni all’inizio erano altre.

Tipo?
Gli spostamenti. Io abito a Villa, una frazione di Egna e i primi tempi non è stato facile raccapezzarsi con gli orari degli autobus per la stazione. Notis va a scuola a Bolzano, frequenta la quarta del liceo classico Carducci e ogni giorno lo andavo a prendere al ritorno da scuola. Un giorno ha insistito per tornare a piedi e si è perso, con il buio e la pioggia… un momento di crisi, ma per fortuna tutto si è risolto. Certo inizialmente i meccanismi della convivenza quotidiana vanno oliati e il passaggio da Patrasso alla Bassa e a Bolzano non è proprio immediato.

Come va la vita in comune?
Procede bene: Notis è molto dolce e tranquillo, non mi disturba mai.
La voce di Edith si fa morbida quando parla del ragazzo, che definisce un po’ “il suo angelo”. D’altro canto, non mancano gli “inciampi” a cui va inevitabilmente incontro chi si trova a vivere a stretto contatto con un adolescente. Un classico.

Aspetti negativi?
Ha sempre le cuffie, quello un po’ troppo. A volte è un po’ sulle nuvole e non so se studia abbastanza.

E la lingua?
Abbiamo fatto il giro della casa e abbiamo aperto i cassetti per imparare i nomi dei vari oggetti in italiano, ma Notis due volte a settimana già frequenta, nel pomeriggio, un corso di lingua a Bolzano, dopo la scuola. Torna a casa alle sette molto stanco.

Un programma bello pieno insomma, ma il giovane ha il pieno supporto di Edith, che lo delizia con la sua cucina: “Gli chiedo sempre cosa vuole da mangiare, so di viziarlo, ma non posso fare diversamente. Vivere in una terra straniera vuol dire anche conoscere le nostre usanze e la nostra cucina”, continua Edith, che comunque non bada solo al ragazzo, ma ha una vita molto attiva: “Ho ripreso a lavorare e continuo a correre. Ogni domenica mi alleno dalla mattina presto diverse ore e partecipo alle maratone”. Il sabato non manca mai un caffè in centro a Egna, insieme a Notis. I due trascorreranno il Natale insieme perché Notis non tornerà a casa per le feste: una momento di vera accoglienza, che ha portato e porterà i suoi frutti, perché, concludendo con una frase dello scrittore Saint Exupéry, “La meraviglia di una casa non sta nel fatto che vi ripara e vi riscalda, né nel fatto che ne possediate i muri. Ma bensì nel fatto che essa ha lentamente deposto dentro di noi provviste di dolcezza”.

Autrice: Caterina Longo

Sara Filippi Plotegher in mostra

Si può dire che “guardare avanti” e guardare oltre, con energia e spirito d’innovazione, è stato un po’ il Leitmotiv di tante iniziative della giovane associazione lasecondaluna di Laives. Ed è proprio con la mostra intitolata “Beyond”che Lasecondaluna chiude questo 2021, di successi e attività, nonostante tutto.
Dopo le esposizioni di Oliver Kofler, Andrea Proietti, Isabella Nardon, Rolando Tessadri e Federico Casati, lasecondaluna ha aperto al pubblico, lo scorso 26 novembre, una nuova mostra dedicata all’illustrazione dell’artista trentina Sara Filippi Plotegher, curata da Stefania Rossi e Nicolò Faccenda.
Le opere di Plotegher sono irriverenti e un po’ spiazzanti, ma hanno un’immediata forza comunicativa, sanno arrivare direttamente al visitatore. Come spiega Nicolò Faccenda, co-curatore della mostra, “Sara Filippi Plotegher ci conduce nell’analisi di alcuni dei temi topici della nostra società: l’identità di genere, l’estetica e l’affettività del cibo, il cambiamento climatico. Certi che si possa considerare, da più punti di vista, questi tre aspetti tra i più centrali e pervasivi del dibattito sulla cultura che si vuole contemporanea, li si propongono in questa mostra come manifestazione di quella che lasecondaluna ha strutturato come riflessione sullo Spazio Umano”. La mostra “Beyond”si inserisce infatti nella stagione di mostre 21/22 il cui tema di base, sviluppato e approfondito in ogni esposizione realizzata e in programma, è appunto “Human Space”. Una stagione mostre che vede lasecondaluna anche uscire dalle proprie mura per allacciare delle collaborazioni artistiche con il vicino trentino. Proprio lo scorso 24 novembre si è infatti inaugurata a Trento, presso il Café della Paix Circolo Arci, la personale dell’artista Andrea Proietti, in cooperazione con lasecondaluna (fino al 24 dicembre prossimo). Tornando a Laives, ricordiamo invece che la mostra “Beyond”sarà visibile presso la Sala Espositiva di via Pietralba fino a domenica 12 dicembre dal martedì al venerdì dalle 10 alle 12 e dalle 16 alle 19, domenica dalle 10 alle 13 (sabato e lunedì chiuso). Ingresso libero, non è necessaria la prenotazione ma c’è l’obbligo di indossare la mascherina e del Green Pass.

Autrice: Caterina Longo

Dos della Forca e i primi pescatori

Tra i luoghi della memoria più significativi ma anche meno “celebrati” della Bassa Atesina rientra indubbiamente, accanto a Vadena, Castelfirmiano e Castelfeder, il sito mesolitico denominato “Galgenbühel / Dos de la Forca”nei pressi di Salorno.
A pochi passi, una storica linea di confine. Di qua e di là dell’Adige, le corpulente pareti bianche cadono a precipizio sulla valle formando, da millenni, piccoli conoidi che riducono lo spazio e le vie di passaggio.
In tempi preistorici, dopo il repentino ritiro dei ghiacciai wurmiani e il ritorno a un clima simile al nostro, questo lembo di terra ha offerto, sotto le rocce sporgenti, riparo ai primi cacciatori e raccoglitori che osavano “battere”il territorio della Val d’Adige. “Aree di sosta”stagionali simili a questa sono riscontrabili anche a Zambana e Romagnano, o verso la Val di Non e Folgaria, da cui sembra provenire la selce utilizzata per forgiare le armi.
È, questo, soprattutto un confine di suoni, di parole. Un luogo dove un ipotetico nord si trasforma in un chimerico sud – e viceversa. Per noi, soprattutto un termine temporale, che ci ricollega alla nostra storia in questa terra.
La montagna di pietra dolomitica sopra di noi si chiama Monte Alto, Geiersberg. Tutta l’area ai suoi piedi è occupata da un’enorme cava di ghiaia. Di fronte a noi, immersi nella penombra pomeridiana, il soleggiato paese trentino di Roveré della Luna. In mezzo, il fiume che taglia in due la valle e probabilmente ha attratto i girovaghi che si sono insediati qui già nell’Olocene, all’incirca 10000 anni fa.
La cosa singolare, come dimostrano i resti faunistici rinvenuti nei vari strati degli scavi effettuati a fine anni novanta, è che queste persone rimanevano nel fondovalle anche nella bella stagione e non, come si pensava prima, solo nei periodi freddi. Più tardi, nel periodo del bronzo e poi in epoca romana, il minuscolo villaggio si spostò di qualche chilometro a nord. Quest’area fu destinata soprattutto alla combustione dei defunti (utrinum) e, più avanti, anche alle sepolture. Insomma, una vera e propria città dei morti affacciata sul fiume che porta in un altrove sconosciuto.
Non doveva essere facile la vita, a quei tempi. La valle era invasa dalle acque dell’Adige che, in seguito ai movimenti del ghiacciaio, aveva abbandonato l’Oltradige e si era spostato da questa parte del Monte di Mezzo. Si erano formati molti laghi, stagni, meandri fluviali e zone paludose. Nelle isole di terra e detriti che sporgevano dall’acqua abbondava la tipica vegetazione fluviale e la fauna era quella delle zone umide e palustri. L’attività principale degli uomini che transitavano e si fermarono qui e che ancora non avevano scoperto la domesticazione di piante e animali, consisteva nella caccia e raccolta di frutti selvatici. La caccia avveniva soprattutto in altura, dove cervi e camosci erano le prede privilegiate dei cacciatori. Zone di caccia simili, con ripari temporanei, sono state individuate anche sulla catena della Mendola. Ma qui, ai piedi della massiccia chiusa, non era facile raggiungere le zone montane se non risalendo i boschi che conducono a Cauria. Una strada molto lunga, come troppo lunga dev’essere stata quella sull’altro versante.
In effetti, tra i resti trovati qui, oltre a vari utensili e oggetti di selce, di corno e di osso lavorati con sempre maggiore cura e maestria, si registrano soprattutto resti ben conservati di pesci e molluschi. Erano dunque questi uomini dediti prevalentemente alla pesca e pare che con il passare del tempo si fossero perfezionati nella pesca del luccio. Probabilmente si formò proprio grazie a questa specializzazione una prima comunità di pescatori abbastanza stabile e capace di sfruttare le risorse di questo particolare territorio.
Accanto alla pesca e alla stagionale caccia d’altura, veniva praticata anche la caccia al cinghiale e al castoro, al gatto selvatico e alla lontra. Insomma, un’era postglaciale che ha visto la rinascita della Bassa Atesina proprio grazie al suo protagonista principale, il grande fiume Adige.

Autore: Reinhard Christanell

Paula Donà festeggia 100 anni

Compiere cent’anni è un bel traguardo e arrivarci come la signora Paula Donà di Appiano non può che destare ammirazione.
L’energica signora ha festeggiato il compleanno lo scorso 26 novembre, circondata dall’affetto dei suoi cari e della comunità di Appiano, che attraverso il Sindaco Wilfried Trettl e l’Assessora Monika Hofer Larcher ha portato i più sentiti auguri alla signora Donà.
Amministrazione che così ha ricordato le vicende dell’intensa vita della neo centenaria: “Quarta di otto figli, Paula Donà è nata il 26.11.1921 ad Appiano, dove è cresciuta in via Crocevia in modeste condizioni. Nel febbraio del 1950 ha sposato Fritz Prossliner, col quale ha avuto tre figli: Kurt, Paul e Johanna. La signora Donà fa parte di quel gruppo di persone che hanno vissuto in prima persona e possono raccontare l’esperienza delle “scuole-catacombe”ai tempi del fascismo e delle opzioni, della guerra, dei bombardamenti.
Dopo aver frequentato la scuola nel “Mariengarten”ha lavorato in diversi settori, ad esempio come dattilografa presso l’hotel Laurin, nella stima del valore dei masi, presso la ferramenta Sanin e nel fine settimana come cameriera alla Malga Roen, raggiungendo il posto di lavoro in bicicletta.
Nel 1951 col coniuge ha aperto un negozio di generi alimentari in piazza Stazione; inizialmente la signora Donà aveva poca esperienza, ma col tempo è diventata una brava commerciante. Nel 1963 si sono trasferiti in un locale più grande in via Stazione (l’odierno Poli), che è noto per essere stato il primo negozio self-service in Oltradige e dove la signora Donà ha lavorato fino ai suoi 68 anni.”Ma, a quanto pare, la pensione non ha fermato la sua voglia di scoperte e di viaggi. Così continua la comunicazione dell’amministrazione comunale: “Negli anni a seguire si è goduta il suo tempo libero e ha fatto vari viaggi, anche con suo marito Fritz, come ad esempio quello in Sudafrica, in America, Islanda, Parigi… e non si è lasciata scappare un giro sulle montagne russe a Disneyland”.
Ancora oggi, Paula prende regolarmente il citybus per fare visita in casa di riposo alla sua ultima sorella rimasta, Ada (97 anni).
Tutto ciò non è casuale, ma frutto di un impegno costante, per mantenersi attiva: la signora Donà ha infatti sempre dato grande importanza all’allenamento fisico e mentale e grazie al salto della corda, la bicicletta, le passeggiate e la ginnastica, ancora oggi è più attiva di alcuni nipoti. Ha inoltre vari hobby, tra cui giocare a carte, il lavoro a maglia, risolvere i sudoku e le parole crociate, e va a messa – durante il periodo del Covid la segue su YouTube attraverso il suo I-Phone o l’I-Pad. Infine, da quando suo marito è venuto a mancare nel 2005, abita ancora da sola nel suo appartamento.

Apicoltura e fragilità del sistema

L’apicoltura è una passione del tutto originale; ne abbiamo parlato insieme a Ivo Bocchi e il figlio Jacopo che, a Laives, la coltivano ormai da 15 anni. 
Una passione, la loro, nata quasi per gioco quando, da piccolo, Jacopo era interessato al mondo della natura e suo padre decise di prendere un alveare, ceduto da un amico, da tenere in giardino. 
“Dopo questo periodo di prova abbiamo capito che il mondo delle api poteva interessarci davvero e l’apicoltura poteva essere un hobby da condividere insieme. Per essere più preparato, mi sono iscritto ad un corso organizzato dalla Provincia, destinato sia agli apicoltori professionisti che agli hobbisti. Il corso, della durata di un anno, mi ha concesso di vedere tutte le fasi dell’alveare nelle diverse stagioni. 
Successivamente, abbiamo contattato la Imkerbund, l’associazione degli apicoltori locali che, oltre a fornire informazioni, offre anche delle assicurazioni importanti per questa attività. Voglio però dire che, anche se si tratta di un hobby, si ha pur sempre a che fare con degli animali, quindi bisogna essere responsabili e si è consistentemente sottoposti a controlli. 
Questo lo si nota anche dalla qualità del miele degli apicoltori che, facendo mantenere al miele tutte le sue caratteristiche, è superiore rispetto a quello commerciale”, inizia a spiegare Ivo Bocchi, apicoltore nonché Guardia Forestale.

Diminuisce il miele, ma non cala l’impegno
Ad oggi, Ivo e Jacopo gestiscono 20 arnie, di queste alcune sono produttive, mentre altre sono neonate. Nel periodo di massimo sviluppo degli alveari arrivano a gestire più di 500 mila api. 
“Tutto questo nasce dalla voglia di vedere realizzato un prodotto dall’inizio alla fine. Questa attività, nei limiti di certe grandezze degli alveari, è gestibile anche se affiancata ad un lavoro; il tempo da dedicarci non è molto, si parla di un appuntamento settimanale, che aumenta con il periodo della smielatura, che è anche quello più soddisfacente, ovvero quando si ottiene il prodotto di un intero anno di lavoro. 
Negli ultimi tempi – evidenzia Ivo – c’è stato un netto calo di produzione di miele a livello locale. Non è un andamento univoco, ma è molto comune. La raccolta di miele ottimale non è più annuale, come una volta, ma si raggiunge in 3 o 4 anni. Le nostre arnie invece di produrre 10/15 Kg di miele l’una, quest’anno non ne hanno prodotto nessuno. La causa? Il clima. Piove nei mesi che sfavoriscono l’apicoltura, non consentendo alle api di trovare nettare sui fiori”.

Giovani e apicoltura: un hobby fuori dal comune
Un hobby fuori dal comune, soprattutto se a coltivarlo è un giovane e, in particolare, un giovane che vive in città, e non in qualche valle immersa nella natura. “Avendo un particolare interesse per gli insetti, per me osservare le api ha un qualcosa in più: sono una società organizzata, ogni ape ha un proprio ruolo. Chiunque si approcci all’apicoltura può trarne insegnamenti: le api sono un ottimo bio-indicatore. Vedendo quanto sono fragili le api, si vede quanto può essere fragile il nostro ecosistema”, ha concluso il ventenne di Laives, Jacopo Bocchi.

Autore: Andrea dalla Serra

Tornano gli Eventi Speciali del Centro Servizi Culturali S. Chiara

Inserzione pubblicitaria – Per Natale, dal 23 al 26 dicembre, approda al Teatro Sociale di Trento lo spettacolo firmato da Arturo Brachetti. Venerdì 31 dicembre tocca invece a Elio con una serata dedicata a Enzo Jannacci.

È tutta dedicata all’Italia la nuova stagione di SOLO, the Legend of quick-change, il grande one man show del più grande trasformista al mondo: Arturo Brachetti, che ha scelto di festeggiare il ritorno nei teatri con un grande tour italiano, l’ultimo prima di spostarsi all’estero, che farà tappa anche al Teatro Sociale di Trento dal 23 al 26 dicembre. Un grande ritorno nei teatri che l’artista ha voluto per incontrare il pubblico dopo lo stop imposto dalla pandemia. 

Protagonista è il trasformismo, quell’arte che lo ha reso celebre in tutto il mondo e che qui la fa da padrone con oltre 60 nuovi personaggi, molti ideati appositamente per questo show, che appariranno davanti agli spettatori in un ritmo incalzante e coinvolgente. Ma in SOLO Brachetti propone anche un viaggio nella sua storia artistica, attraverso le altre affascinanti discipline in cui eccelle: grandi classici come le ombre cinesi, il mimo e la chapeaugraphie, e sorprendenti novità come la poetica sand painting e il magnetico raggio laser. 

Brachetti in SOLO apre le porte della sua casa fatta di ricordi e di fantasie; una casa senza luogo e senza tempo, in cui il sopra diventa il sotto e le scale si scendono per salire. Dentro ciascuno di noi esiste una casa come questa, dove ognuna delle stanze racconta un aspetto diverso del nostro essere e gli oggetti della vita quotidiana prendono vita, conducendoci in mondi straordinari dove il solo limite è la fantasia. È una casa segreta, senza presente, passato e futuro, in cui conserviamo i sogni e i desideri… Brachetti schiuderà la porta di ogni camera, per scoprire la storia che è contenuta e che prenderà vita sul palcoscenico. 

Reale e surreale, verità e finzione, magia e realtà: tutto è possibile insieme ad Arturo Brachetti, il grande maestro internazionale di quick change che ha creato un varietà surrealista e funambolico, in cui immergersi lasciando a casa la razionalità. 

Dai personaggi dei telefilm celebri a Magritte e alle grandi icone della musica pop, passando per le favole e la lotta con i raggi laser in stile Matrix, Brachetti batte il ritmo sul palco: 90 minuti di vero spettacolo pensato per tutti, a partire dalle famiglie. Un vero e proprio as-SOLO per uno degli artisti italiani più amati nel mondo, che torna in scena con entusiasmo per regalare al pubblico il suo lavoro più completo: SOLO.

Foto: Dorotea Castro

Per chi desidera attendere in allegria e all’insegna della musica il nuovo anno, venerdì 31 dicembre il Teatro Sociale ospiterà lo spettacolo Ci vuole orecchio. Elio canta e recita Enzo Jannacci, con Elio e cinque musicisti, per la regia di Giorgio Gallione e con gli arrangiamenti musicali di Paolo Silvestri.

Enzo Jannacci, il poetastro come amava definirsi, è stato il cantautore più eccentrico e personale della storia della canzone italiana, in grado di intrecciare temi e stili apparentemente inconciliabili: allegria e tristezza, tragedia e farsa, gioia e malinconia. E ogni volta il suo sguardo, poetico e bizzarro, è riuscito a spiazzare, a stupire: popolare e anticonformista contemporaneamente.

Jannacci è anche l’artista che meglio di chiunque altro ha saputo raccontare la Milano delle periferie degli anni ‘60 e ‘70, trasfigurandola in una sorta di teatro dell’assurdo realissimo e toccante, dove agiscono miriadi di personaggi picareschi e borderline, ai confini del surreale.

“Roba minima”, diceva Jannacci: barboni, tossici, prostitute coi calzett de seda, ma anche cani coi capelli o telegrafisti dal cuore urgente.

Un Buster Keaton della canzone, nato dalle parti di Lambrate, che verrà rivisitato, reinterpretato e “ricantato” da Elio. Sul palco, nella coloratissima scenografia disegnata da Giorgio Gallione, sarà possibile trovare assieme a Elio cinque musicisti, i suoi stravaganti compagni di viaggio, che formeranno un’insolita e bizzarra carovana sonora. A loro toccherà il compito di accompagnare lo scoppiettante confronto tra due saltimbanchi della musica alle prese con un repertorio umano e musicale sconfinato e irripetibile, arricchito da scritti e pensieri di compagni di strada, reali o ideali, di “schizzo” Jannacci. Da Beppe Viola a Cesare Zavattini, da Franco Loi a Michele Serra, da Umberto Eco a Fo o a Gadda.

Uno spettacolo giocoso e profondo perché “chi non ride non è una persona seria”.

Per maggiori informazioni su programmi e spettacoli visitare il sito www.centrosantachiara.it

Quella violenza così vicina

Ogni tre giorni una donna muore, vittima di violenza. Nella stragrande maggioranza dei casi a portare la morte non è uno sconosciuto, ma il compagno o l’ex. Un fenomeno che tocca anche la nostra “terra felice” e le giovani generazioni. In occasione della “Giornata contro la violenza alle donne” abbiamo tracciato una panoramica sulla situazione e sulle iniziative del territorio.

Il 25 novembre è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. È una ricorrenza amara, che ci ricorda un dato di fatto: quella sulla donne è la forma di violenza più diffusa, non solo a livello mondiale e nazionale, ma anche territoriale. La nostra provincia dunque non fa eccezione. Ne abbiamo parlato con una operatrice dell’associazione Gea di Bolzano, che gestisce il centro di ascolto antiviolenza e una struttura residenziale protetta. “Sfatiamo alcuni stereotipi, radicati nell’immaginario collettivo, come quello dello sconosciuto che aggredisce per strada: questi casi sono una minoranza. Nel 98% dei casi l’autore della violenza è il marito, il compagno o l’ex compagno. Inoltre, non si tratta di un fenomeno che riguarda gli stranieri. Certo, tra le donne che accogliamo nelle case protette c’è una maggiore incidenza di straniere rispetto alle autoctone, ma questo dipende dal fatto che chi viene da fuori ha meno relazioni e possibilità di appoggiarsi ad un parente. E la violenza è trasversale, colpisce indipendentemente dalla lingua, cultura, provenienza e titolo di studio” precisa l’operatrice, che preferiamo lasciare anonima. Gea è attiva dal 2000 sul territorio provinciale e da allora ha seguito oltre tremila donne che si sono rivolte al centro per violenza domestica.

Cosa dicono i dati?
Abbiamo in media 120- 150 donne che ogni anno ci chiedono aiuto. Quest’anno in particolare abbiamo seguito 128 donne, di cui 13 ospitate nella struttura protetta, 16 di queste insieme ai figli minori.

Nel periodo di lockdown sono aumentate le richieste?
Abbiamo avuto molte più richieste di accoglienza nella struttura protetta; la convivenza forzata ha esasperto situazioni esistenti. È stato un periodo difficile e di grande solitudine per le donne: ci siamo trovate a parlare con donne chiuse in cantina per chiedere aiuto. È emerso chiaramente che ogni percorso di uscita dalla violenza necessita di una rete.

Cosa potete fare voi e le istituzioni?
Offrire possibilità di ascolto e un servizio competente e, soprattutto, saper valutare il rischio. Ogni volta che mi trovo davanti una donna che chiede aiuto potrebbe essere, purtroppo, la prossima vittima riportata dal giornale. Mai sottovalutare. Ricordo che in Italia ogni tre giorni una donna muore, vittima di violenza.

Lei ha detto che, negli anni, i dati delle donne che si rivolgono a voi sono costanti. Non è cambiato nulla per le generazioni più giovani?
La dinamica è la stessa, c’è chi agisce e subisce. Oggi è cambiata la soglia di sopportazione tra le più giovani, che tollerano un po’ meno. Ma il frutto del cambiamento culturale è lento. È un problema relazionale: molti uomini non hanno imparato a vivere relazioni paritarie; spesso sono personalità che hanno bisogno di esercitare violenza. Certo questo non avviene all’improvviso – l’uomo si sceglie la donna con cui sa di poterselo permettere. Sono uomini con lati caratteriali talvolta molto affascinanti e inizialmente accoglienti, capaci di colmare certi bisogni. Occorre cogliere i campanelli d’allarme fin dall’inizio della relazione, perché più si rimane ingabbiate nella rete della violenza, più cala l’autostima e quindi la capacità di reagire.

Tornando sul territorio: com’è la situazione nella Bassa Atesina?
“Noi siamo a Bolzano, ma seguiamo anche molte donne provenienti dalla Bassa atesina, perché non c’è una sede distaccata. Abbiamo numeri rilevanti dalla Bassa, che definirei un territorio caldo – senza distinzione tra straniere ed autoctone. Fortunatamente, abbiamo una buona collaborazione con i servizi sociali territoriali competenti.

Oltre ai servizi in caso di emergenza vera e propria, diversi comuni della Bassa Atesina si sono “attrezzati” con commissioni pari opportunità: di recente sono state istituite a Vadena e Bronzolo, mentre ad Egna e Laives sono già attive da diverse legislature. A farne parte sono spesso donne volontarie, come l’energica Patrizia Daidone, Presidente del comitato pari opportunità di Laives nonché membro della commissione pari opportunità a livello provinciale. “Il nostro compito è sensibilizzare e ascoltare, e tessere reti” ci racconta Daidone, “dobbiamo pensare che la violenza alle donne porta anche alla violenza assistita, quella che vivono i piccoli e che ogni donna che muore lascia degli orfani”, continua. “Perciò quest’anno con il comitato abbiamo iniziato un lavoro nelle scuole, proprio a partire dall’11 di ottobre, giornata dei diritti delle bambine”. In consiglio comunale a Laives è stata portata la sedia del “Posto occupato”, quel posto vuoto lasciato dalla donna che non c’è più”.
Il rosso è anche il colore delle panchine, collocate negli anni passati a Laives, ma anche in altri centri della Bassa, come Egna e Laghetti: le panchine sono non solo un segnale simbolico, ma riportano una targhetta col numero 1522, che risponde alle richieste di aiuto.

Il Comune di Bronzolo, con l’assessora Sabrina Adami ha invece organizzato questa settimana diversi momenti di riflessione sul tema con relatrici come la giornalista Lucia Bellaspiga e l’avvocata Maria Lucia Di Pierro. Tra gli appuntamenti anche un evento con le Poste, con un annullo speciale e la mostra di illustrazione “Ci sono donne” visibile fino al 27.11 alla galleria Raika (ingresso libero). “Ci occupiamo di educazione e prevenzione, perché il femminicidio è solo la punta di un iceberg” dice Roberta Decarli, presidente della commissione di Egna, che aderirà alla giornata con diverse iniziative, portate avanti fino al 10 dicembre, giornata internazionale dei diritti umani. La sedia del posto occupato verrà esposta nelle sedi istituzionali ed esercizi pubblici, mentre il 25 mattina ci sarà uno stand informativo in paese. “Siamo qui per ascoltare e indirizzare le donne che hanno bisogno di aiuto” ci racconta Margareth Stifter, volontaria e presidente della commissione pari opportunità di Vadena, recentemente istituita dall’assessore Govi. “Le donne spesso non parlano delle violenze che subiscono, nemmeno con la migliore amica. E ci sono tanti tipi di violenza, non solo fisica, ma anche psicologica ed economica. E vorrei ricordare una cosa importante: esiste il protocollo Erika, basta dire questa parola al pronto soccorso e viene attivata immediatamente una rete di protezione, che porta la donna in una sala protetta ed in un percorso di aiuto lontano dall’aggressore”. Ricordiamo inoltre che è attiva 24 ore su 24 la linea telefonica di emergenza gratuita di Gea, numero verde 800 – 276433.
A livello nazionale, esiste il numero verde 1522 , anche questo gratuito e attivo 24 h su 24, che accoglie con operatrici specializzate le richieste di aiuto e sostegno delle vittime di violenza e stalking.

Autrice: Caterina Longo