Greifenstein, regno di aria e luce

Siamo a Settequerce, piccola frazione del comune di Terlano. Poche anime attorno ad una chiesa, una bella scuola elementare, un grappolo di case lungo la vecchia statale per Merano e, immersa nei pregiati vigneti di Sauvignon e Pinot, qualche antica residenza nobiliare. La più prestigiosa è sicuramente il “Schlössl” o tenuta Kornell, di cui fanno parte anche le rovine di Castel del Grifo / Greifenstein, un nido di pietra pressoché imprendibile su uno sperone di roccia infilato nel nulla ovvero, come scrisse Beda Weber che lo visitò nel maggio 1827, “hoch oben im Reiche des Lichts und der Luft” (lassù nel regno della luce e dell’aria).
La fortezza, una presenza massiccia ma quasi invisibile dal fondovalle, fu eretta tra XI e XII secolo da un rampollo dei conti di Appiano (successivamente, come conti di Bolzano chiamati von Morit-Greifenstein), probabilmente sui resti di un castelliere o luogo di culto preistorico. Nel gergo popolare, viene tuttora denominata “Sauschloss”, Castel del Porco, poiché nel corso di un assedio nel 1423 gli assediati lanciarono un suino sugli increduli nemici. Oswald von Wolkenstein descrisse la battaglia in un Lied: “Era tutto un turbinio di tizzoni e scintille, / giù lungo le pareti rocciose, completamente illuminate. / Le armature e le balestre erano troppo pesanti. / Ma tutti noi si pensava al bottino, e con vigore si colpiva il nemico.”
Un paesaggio arcano, questo, sospeso tra Alpi e Mediterraneo – e per certi versi reticente. Il visitatore è accolto con discreta ritrosia. Per “conquistarlo”, serve la perseveranza dei curiosi e, soprattutto, la disponibilità ad affrontare, salendo da valle a monte anziché scendendo comodamente dal “Noafer” di Cologna, l’impegnativa salita lungo le pareti quasi verticali.
Tutt’attorno al Monzoccolo o Tschögglberg, dove la nuda roccia arretra, la cintura vegetale cresciuta sui detriti, ruscelli, cascate: una sorta di mezzaluna fertile sottratta alla pietra che rappresenta il cuore antico di un mondo irrimediabilmente scomparso. Non a caso parliamo di Angolo Sacro, un universo complesso, in perenne equilibrio tra divino e profano, tra tempo e spazio, che nei secoli ha accolto i primi agricoltori neolitici e i misteriosi reti, i dominatori romani e i signori medievali. Solo oggi, su questa sponda dell’Adige sembrano regnare la pace e il silenzio: ed anche il santuario dei santi Cosma e Damiano, la cui vetusta chiesetta spunta discreta dal fitto della boscaglia, sembra sprofondato nelle pieghe dell’oblio eterno.
I reperti rinvenuti nei “ripostigli” o sotto le vigne sono talmente numerosi e significativi da rendere quest’area tra S. Maurizio (la vecchia Russan) e la Chiusa di Terlano un centro archeologico di assoluto rilievo. È evidente che gli antichi insediamenti con le case in pietra e legno, le prime miniere e officine, i luoghi di culto, i primitivi terrazzamenti che dovevano rendere meno difficoltosa la coltivazione della terra, le fortificazioni erette a difese di una cultura arcigna che i conquistatori romani estinsero nel fuoco, i percorsi funambolici lungo le coste montagnose, i roghi votivi con i resti carbonizzati delle vittime sacrificali (soprattutto ovini) e le caratteristiche sepolture comprovano una presenza umana protrattasi per millenni. Ceramiche di varie fogge “narrano” dei contatti culturali e commerciali con il mondo italico, in particolare etruschi e veneti, spade, pugnali e elmi in bronzo e ferro, gioielli, monili e monete con l’effige degli imperatori di Roma, zappe e altri attrezzi agricoli, macine in pietra, utensili domestici arricchiscono, insieme alla necropoli sotto la scuola, la storia di questa incredibile terra.
È una giornata di pioggia, le nuvole che salgono dai terreni paludosi della valle dell’Adige avvolgono il Monzoccolo e i suoi imperituri tesori. Il tempo giusto per esaminare un’iscrizione su un cerchio metallico proveniente da un boccale di fattura etrusca: “pevasniXesiupikutiutisaXvilipiperisnati”. Potrebbe significare – ma siamo nel campo delle ipotesi – “questa dolce bevanda ha offerto per sua moglie Tiutisaquil Pipe il Risnate”. Il romanticismo imperituro che non t’aspetti.

Autore: Reinhard Christanell

Marino e il suo sogno americano

“La fortuna aiuta gli audaci, il pigro si ostacola da solo”, recita un antico detto latino, che calza a pennello per la vita di Umberto Marino. La sua storia si muove su un copione noto a molti bolzanini : Marino nasce a Bolzano nel 1990 da genitori campani, arrivati qui per lavoro, frequenta le scuole del capoluogo e trova un ottimo impiego presso una ditta locale. Fin qui nulla di strano, ma poi questo percorso “segnato” fa un potente sterzata, perché il ragazzo vuole di più e decide di tirare fuori il sogno dal cassetto: andare a vivere e lavorare in America. Ci prova e ci riesce – dal 2017 si è trasferito infatti negli States ed ha già alle spalle diverse esperienze lavorative nel settore dello sviluppo commerciale delle aziende nel settore alimentare negli Stati Uniti e in Canada.

Lo raggiungiamo al telefono – qui siamo in piena mattinata, sono le ore 11.30, lui invece sta tornando in macchina da New Orleans e sono le 4.30 di notte. Ciò nonostante, la sua voce è pronta e squillante, siamo quasi travolti dal fiume di parole, spinte da un’energia decisamente fuori dal comune.

Come è iniziata l’avventura americana?
Un misto di volontà e fortuna. Avevo un ottimo lavoro presso una ditta locale, nel settore alimentare. Mi trovavo bene, ma volevo ‘spaccare il mondo’. Presi una settimana di vacanza per andare a New York pervedere che aria tirava. A Malpensa, poco prima di imbarcarmi, sentii un mio collega al telefono. La ragazza che era dietro di me, che aveva ascoltato, mi chiese per quale ditta stessi volando in America  – in realtà nessuna, ma avrei tanto voluto, le risposi – e così ci scambiammo i biglietti da visita. Dopo 7 mesi mi contattò per fare un colloquio per la sua azienda, nel settore “food”, era il 2017.

E sei andato per restare…
Si, a parte un breve rientro per il visto. Il passo decisivo è stato senza dubbio il matrimonio. Ricordo chiaramente il momento in cui, al telefono, lo dissi a mia madre. Ero a Detroit per lavoro e stavo per rientrare in Italia per le vacanze di Natale, le comunicai che avevo intenzione di sposarmi con Kathleen, americana del Bronx. Temevo un po’ la reazione, anche perché mia mamma è cardiopatica, ma dopo un momento di silenzio, mi disse che dovevo fare la mia vita ed era felice per me.

Viene a trovarti?
Certo, con regolarità, pandemia a parte. La prima volta che è venuta le ho fatto visitare il mio ufficio ed ho letto nei suoi occhi la gioia per la mia realizzazione, che è anche la sua.

Qual è il “sogno americano” che ti ha spinto a partire?
Io sono cresciuto con una foto di mio nonno in cui c’era stampato ‘Nato a Brooklyn e morto a Caserta’… sarà stato magari solo a livello visivo, ma questo ha alimentato la mia curiosità e ho iniziato ad appassionarmi all’America. Il mio sogno è stare in questo paese perché ti da la possibilità di poterti esprimere – che sia con un successo o con insuccesso. Qui non ci si ferma mai, si corre sempre – in un certo senso mi ci rivedo, ho la testa che ‘va’, anche troppo forse. E poi mi ritengo una persona ambiziosa, che guarda sempre avanti, al prossimo obiettivo. Questo non vuol dire non fallire mai, ma provarci comunque: quando sono partito ho pensato, beh anche se dopo un mese dovessi tornare a casa, sarebbe stato comunque bello e importante provarci.

Guardare al prossimo obiettivo: lo intendi in senso economico? 
Vengo da una famiglia umile, con situazioni e problemi che molte famiglie si trovano a dover affrontare. Non ho avuto molte opportunità e non ho potuto laurearmi perché dovevo dare una mano a casa. Ma non mi sono pianto addosso. Come dicono qui ‘never give up!’. Per l’ambizione è cicondaemi di chi penso sia migliore di me, per crescere, sempre.

Però questo continuo correre ha anche aspetti negativi…
Si certo, esige molto, è una società competitiva e può essere molto stancante – bisogna pensare che qui si hanno solo 20 giorni all’anno di ferie in media. E non esistono i contratti a tempo indeterminato: la definizione è ‘at will’, ti tengo finché ritengo e mi servi. Sei sempre sulla corda”.

Lavoro che facilmente si perde quindi…
Ma che si ritrova: ce n’è fin troppo! Nella mia esperienza, quella del retail (commercio al dettaglio) si fa fatica a trovare personale. E il tasso di disoccupazione è basso: solo 2%.

Capitolo pandemia: come l’hai vissuta?
Dal punto di vista personale, è stata una buona occasione per riposarmi. Prima ero in volo ogni settimana! Però mi ha staccato dalla mia famiglia di origine e mi ha fatto ripensare alla mia scelta, soprattutto in relazione alla cardiopatia di mia mamma. Ma dopo un momento di crisi ho cercato di viverla serenamente, standole vicino con chiamate quotidiane, facendole sentire comunque la mia presenza.

A New York la situazione è stata dura, con celle frigorifere trasformate in obitori e la nave della marina per accogliere i malati davanti Manhattan…
Sì, ma per fortuna siamo tornati alla normalità – per entrare nei ristoranti devi avere una tessera vaccinale. Qui fare il vaccino è un gesto patriottico, c’è grande capacità di fare unione su questo – avremmo solo da imparare. 

Quindi hai fatto il vaccino.
Certo, ho già fatto la terza dose di Moderna al supermercato. Ho visto che segnalavano la possibilità, ho lasciato un momento il carrello e dopo la puntura sono andato a pagare la spesa.

Cosa ti manca di più dell’Italia? 
Tre cose: la famiglia (ho un rapporto strettissimo con la mamma), poi gli amici d’infanzia – perché quelli che ti fai al campetto sono insostituibili e… i canederli! Ormai è tradizione, la prima cosa che faccio quando arrivo è andare ad Appiano in un noto Gasthof, dove fanno i miei preferiti.

Allora sei rimasto un po’ altoatesino? 
I miei sono delle zone di Caserta e del napoletano, mi ritengo di estrazione meridionale, ma mi sento anche altoatesino. Vorrei lasciare un messaggio a proposito…

Di’ pure!
Vorrei dire ai giovani che, se anche pensate che l’Alto Adige sia noioso e con poche opportunità in realtà avete tante risorse, non dovete sprecare la possibilità di imparare la seconda lingua. Io facevo l’arbitro di calcio per pagarmi le lezioni private di tedesco. Ho poi imparato bene l’inglese stando in America… Non c’è ricchezza più grande che aprirsi alle lingue.

Cosa ami fare fuori dal lavoro?
Correre – vorrei fare la maratona – e, banalmente, ritrovarmi con amici italiani e americani per serate interculturali con ravioli e hamburger!

Autrice: Caterina Longo

Vuoi fare l’artista? Qualche consiglio

Cosa vuoi fare da grande? Se la risposta a questa domanda è “l’artista”, la reazione dei familiari, a seconda del contesto, può essere di sgomento e magari di sconforto (se non di disperazione). Intanto perché il mestiere dell’artista non è ben definibile come quello del medico, del pompiere o dell’insegnante – detto in soldoni, non si capisce bene cosa faccia tutto il giorno un /un’artista e soprattutto perché, a meno di non essere molto celebre e quotato, il lato economico della professione ha un peso non indifferente. Professione appunto, e non hobby. Ed è proprio in quest’ottica professionalizzante, che l’associazione culturale di Laives “Lasecondaluna” ha organizzato tre momenti di formazione gratuiti per supportare i giovani artisti emergenti nelle strategie di promozione, anche riguardo ai social media. “Facebook per artisti” è il titolo del workshop in programma per tutta la giornata di sabato 27 novembre presso la Sala Espositiva di via Pietralba a Laives. Nel laboratorio, creato dall’esperta social media manager Roberta Creazzo, si guarderà a Facebook come strumento di promozione personale, per realizzare una strategia di contenuti, analizzando le funzioni più utili e gli errori da evitare. Anche il secondo momento di formazione, sempre guidato da Roberta Creazzo e in programma per sabato 4 dicembre, guarda al mondo digitale e in particolare a Instagram. Questo social, che dà grande importanza alle immagini, è considerato per eccellenza lo strumento ideale per crearsi un gruppo di “seguaci”, affezionati, quelli che una volta si definivano “fan” e oggi si chiama “community fidelizzata”. Come sopra scritto, gli incontri sono gratuiti, ma è necessario prenotarsi inviando una mail all’indirizzo info@lasecondaluna.eu indicando nome e cognome del/i partecipante/i. Mascherina e Green Pass sono obbligatori. 

Il team de “Lasecondaluna”:
Stefania Rossi, Nicolò Faccenda e Amanda Filippi

Questo mini ciclo è iniziato però lo scorso 10 novembre, con un incontro a Laives intitolato “Artista & Galleria. Appunti per un percorso condiviso”. Protagonista della conversazione è stata Camilla Nacci, gallerista e curatrice presso Cellar Contemporary e Studio d’Arte Raffaelli a Trento. Come si “seleziona” un artista? Qual è il profilo dell’artista emergente? Come si valuta un’opera? Queste le domande affrontate durante la serata, che, ci ha raccontato Amanda Filippi, direttrice de “Lasecondaluna”, ha riscontrato un successo ben oltre le aspettative. “Hanno partecipato una quarantina di persone, che hanno fatto tantissime domande – l’incontro è durato ben oltre il previsto. Era la prima volta che organizzavamo questo tipo di attività ed è emerso chiaramente quanto fosse concreta l’esigenza di avere informazioni su questi temi, non solo da parte di artisti emergenti, ma anche da parte di artisti di altre generazioni” così Filippi. Alla relatrice Camilla Nacci, abbiamo chiesto inoltre qualche impressione sulla serata, per chi se la fosse persa.

Nacci ci tiene a fare una premessa. “È  un tema, quello della professionalizzazione, che mi sta molto a cuore perché quotidianamente sono confrontata con artisti che provano a proporsi e nella maggior parte dei casi non lo fanno in modo efficace. Il primo approccio è importante perché è alla base di un rapporto– quello tra artista e galleria – che porta ad un legame profondo di stima e fiducia che è poi quello che dà grande soddisfazione in questo lavoro.

­Quali sono i classici errori da non commettere? 
Spedire una mail con in copia tutti i destinatari, da cui si evince che il messaggio è stato inviato a tutte le gallerie italiane, oppure la mancanza di cura formale nella presentazione delle opere con immagini sfuocate e non professionali, che non dicono nulla sul percorso, sul lavoro dell’artista. Ma anche inviare delle buone immagini dei propri lavori, ma senza uno “statement” (dichiarazione, ndr) con un accenno alla propria poetica… questi sono gli scivoloni, di chi inizia ad approcciarsi in modo ingenuo. Naturalmente c’è una discriminante tra chi lo fa per hobby e chi sceglie di percorre questa strada appieno.

Ci sono differenze negli “errori” tra gli artisti giovani e meno giovani?
Come è facilmente immaginabile, in genere i giovani hanno più padronanza dei mezzi tecnologici e sanno utilizzarli in maniera più efficace.

Cosa può fare un/ una giovane artista?
Cercare di trovare un contatto dal vivo, diretto, ed instaurare un rapporto personale, non solo con i galleristi, ma anche con altre professionalità del settore, come i critici, curatori, professionisti museali. 

Ma come vengono selezionati gli artisti per la galleria?
È un mix di diversi fattori: ci è capitato di selezionare artisti in cui ci siamo imbattuti frequentando il mondo dell’arte -fiere, gallerie, musei- e attraverso la ricerca personale. In casi più rari – che contenerei su dita mano- abbiamo accolto una proposta che ci è arrivata direttamente. In questo senso, preferiamo essere autonomi. 

Quanto conta la pancia e quanto la testa nella scelta?
Direi un 50 e 50%, ma parlo a titolo personale! Conta in parte l’istinto e in parte il poter leggere un percorso solido, una crescita in chi hai di fronte.  

È  poco noto, ma le gallerie hanno un ruolo importante nel sostenere l’arte… 
Certamente, a livello economico potrebbero rappresentare il maggior sostegno di un/una artista, non solo per la vendita di opere, ma anche per la promozione, la produzione delle opere e l’inserimento in alcuni canali importanti per veicolare il lavoro.

Un consiglio che daresti a un artista?
Tenere ordine nella propria produzione, avere obiettivi chiari, una poetica pura, sapere come ci si vuole posizionare, insomma chiedersi “che tipo di artista voglio essere? Dove voglio andare?” E poi fare i passi dovuti con umiltà, guardandosi in giro e non restare chiusi nel proprio studio.

Autrice: Caterina Longo

Un tram-treno per l’Oltradige

I sindaci di Appiano e Caldaro, con il supporto di diverse forze politiche, tornano a far sentire le proprie voci a favore del collegamento che risolverebbe il problema del traffico e ridurrebbe l’inquinamento. Ora occhi puntati sul Pums di gennaio.

I sindaci di Appiano e Caldaro, con il supporto di diverse forze politiche, tornano a far sentire le proprie voci a favore del collegamento che risolverebbe il problema del traffico e ridurrebbe l’inquinamento. Ora occhi puntati sul Pums di gennaio.
L’Oltradige torna a chiedere a gran voce un tram che colleghi i Comuni di Appiano e Caldaro con Bolzano attraverso la linea ferroviaria già esistente a Ponte Adige, che arriverebbe fino alla Stazione di Bolzano e non attraverserebbe quindi la città. 
Ogni giorno sono quasi 20.000 le vetture che dall’Oltradige si riversano nel capoluogo altoatesino per raggiungere soprattutto la zona industriale e il centro città. Di queste, oltre la metà provengono dai due comuni sopracitati, causando code e ingorghi nelle ore di punta. Il problema, rimasto irrisolto per tanti anni, è stato leggermente attenuato dall’entrata in scena del Metrobus che ha fornito sicuramente riscontri importanti. 
Ma ora i Sindaci dei due paesi coinvolti chiedono un impegno maggiore verso una mobilità sempre più green e puntano a realizzare quel tram che è sfuggito dalle loro mani nel 2019, quando il referendum consultivo bocciò la proposta a Bolzano. Anche se, a dire il vero, questo nuovo mezzo di trasporto non sarebbe un tram classico, bensì un tram-treno con alimentazione elettrica, una vera e propria metropolitana di superficie capace di immettersi e viaggiare anche sulle rotaie già presenti, per trasportare turisti e pendolari. “Credo che un mezzo su rotaia sia la soluzione ideale dal punto di vista della sostenibilità ma non solo. Sarebbe un aiuto concreto per risolvere il problema del sovraccarico di passeggeri sui mezzi di trasporto pubblici. Garantirebbe anche una maggiore puntualità perché non c’è il rischio di rimanere bloccato in coda. Spero vivamente che la Provincia capisca questa nostra necessità e prenda in carico la nostra richiesta” precisa Wilfried Trettl, sindaco di Appiano.

Il progetto “Hüsler”
A tal proposito, nel maggio di quest’anno, una grande coalizione formata dall’opposizione in Consiglio Provinciale aveva unito le proprie forze presentando una mozione – sottoscritta da Team K, Verdi, Freiheitlichen, Südtiroler Freinheit, Pd e M5S -, e bocciata qualche settimana fa dall’assessore alla mobilità Daniel Alfreider, che chiedeva di inserire nella lista delle opere infrastrutturali prioritarie l’idea del tram e di convocare un tavolo tecnico con STA e RFI. 
La mozione faceva seguito al progetto “Hüsler”, autorevole ipotesi progettuale il cui studio di fattibilità è stato commissionato dai Comuni di Appiano e Caldaro al famoso ingegnere svizzero Willy Hüsler, e che è stato già discusso nei rispettivi consigli e inserito nei piani urbanistici. 
In sintesi, il progetto prevedrebbe lo stesso tracciato su cui è presente oggi la ciclabile e che, da Caldaro passi per Appiano per poi, dopo il ristorante Pillhof, ricongiungersi ai binari della linea Merano-Bolzano a Ponte Adige, sempre con lo stesso mezzo. Da qui il tram proseguirebbe fino alla stazione di Bolzano, attirando, secondo i primi studi, almeno un 30% in più di passeggeri rispetto al metrobus, grazie anche ad un ipotizzato cadenzamento sotto i 15 minuti tra le stazioni di Bolzano centrale, piazza Bersaglio, Bolzano sud, Casanova e Ponte Adige.
“Un progetto con un doppio punto di forza, visto che collegherebbe in maniera funzionale e veloce la zona produttiva di Bolzano e non costringerebbe a posizionare dei binari all’interno della città, rispettando l’esito del referendum di due anni fa – spiega Matthias Cologna, coordinatore del Comitato Pro Tram e consigliere comunale a Bolzano. Il tram-treno risolverebbe il problema traffico intenso che si crea quotidianamente, creando una viabilità maggiormente sostenibile e sicura, rendendo più vivibile Bolzano e i paesi limitrofi, oltre che a ridurre la produzione delle quasi 100 tonnellate di CO2 emesse dalle vetture”.

Discussione nel Pums
Il vero grande nodo da risolvere è però quello legato alla normativa nazionale che per questo tipo di mezzo di trasporto ancora non c’è. Il progetto, per concretizzarsi, dovrebbe necessariamente passare attraverso il via libera del Ministero della Infrastrutture, motivo per cui in Italia, al momento, di tram-treno ne esiste soltanto uno, a Cagliari. “Per questo cercheremo di inserirlo all’interno dei punti del PUMS che verrà discusso in aula a gennaio prossimo. Sarà necessario prevedere questa opera a lungo termine per riuscire ad avviare tutte le procedure necessarie, dalla discussione con Roma all’adeguamento delle infrastrutture”, continua Cologna, che sottolinea anche l’importanza di cogliere opportunità dal punto di vista finanziario. “Solo pochi giorni fa il Ministero ha finanziato 240 milioni di euro alla città di Padova per una doppia tratta. I fondi statali ci sono, per ottenerli bisogna però elaborare piani di progettazione validi. In un’ottica futura, inoltre, questo collegamento ferroviario potrebbe anche essere un primo passo verso un ulteriore sviluppo del tracciato, collegandolo alla ferrovia statale nell’Unterland”. Una soluzione flessibile che potrà adattarsi a tutti gli altri progetti già completati delle amministrazioni, come il polo intermodale di Ponte Adige.

Autore: Alexander Ginestous

Un caldo bosco verticale a Vadena

A volte la natura sembra voler dare “schiaffi morali” anche alle opere di architettura più storiche e preziose.
È il caso dell’edera che ha rigogliosamente ricoperto di un caldo tappeto autunnale l’edificio al numero 105 di Vadena Centro. “
Si tratta di un edificio storico conosciuto come “Casa Mosna” dal nome della famiglia che governò a Vadena per ben 4 generazioni (Giuseppe Mosna 1945-1952, Alberto Mosna 1952-1974, Alfredo Mosna 1974-1990 e Carlo Mosna 1990-2005).
La casa segnava il vecchio ingresso al paese – il cui fulcro era il Maso Castello, sede anche il municipio del paese” ci ha riferito Martine Parise, vicesindaca di Vadena e autrice degli scatti. Immagini che lei definisce “Bosco verticale a Vadena”, citando i celebri palazzi progettati a Milano da Boeri Studio, due torri alte 80 e 112 m, che ospitano nel complesso 800 alberi distribuite sui prospetti, appunto “verticalmente”.
Insomma, una vegetazione equivalente a quella di 30.000 mq di bosco e sottobosco, concentrata su 3.000 mq di superficie urbana. Al contrario delle facciate “minerali” in vetro o pietra, lo schermo vegetale del Bosco filtra i raggi solari generando un accogliente microclima senza effetti dannosi sull’ambiente. ivo concetto del Bosco Verticale di Milano è l’essere “una casa per alberi che ospita anche umani e volatili”.
Anche se il Bosco verticale di Vadena non arriva a tanto, offre comunque una suggestiva visione di un abbraccio spontaneo, quello tra natura e architettura.

Autrice: Caterina Longo

Gastone porta il mondo in mensa

“Se ascolto dimentico, se vedo ricordo, se faccio capisco” recita un antico detto. Ed è proprio facendo, o meglio facendo assaggiare ai bambini cibi e vivande da tutto il mondo che l’iniziativa “In viaggio con Gastone” mira favorire l’integrazione e la conoscenza. Il progetto, che ha preso il via lo scorso mercoledì, proporrà ogni mese agli alunni di elementari e medie che frequentano la mensa scolastica un piatto tipico di un paese del mondo. Ad aprire questo giro del mondo gastronomico sarà la Romania con la ciorba, tipica zuppa di verdure, accompagnata da cevapcic, cappucci brasati e verdura. Seguiranno poi il Pakistan con il riso basmati e il chicken tikka e la chana chat, legumi preparati in un certo modo. E poi via in Cina con alcuni classici : involtini primavera e riso alla cantonese. “Il progetto nasce da un’idea interna al Comune: abbiamo preso un mappamondo e tracciato una rotta virtuale con delle soste, da est a ovest, in diversi paesi. In accordo con i cuochi della mesa abbiamo poi valutato la fattibilità nella realizzazione delle pietanze, perché serviamo centinaia di bambini. Abbiamo poi deciso di estendere il progetto coinvolgendo anche le scuole, che, prendendo spunto dalle particolarità di ogni piatto, potranno raccontare la storia e la vita dei diversi paesi” racconta Paolo Brunini, dirigente dell’ufficio sociale e cultura che ha messo a punto il progetto, con il sostegno di Claudia Furlani, assessora alla scuola e al sociale, che, senza nascondere il suo entusiasmo per l’iniziativa spiega. “Portando sulle tavole dei nostri ragazzi i piatti da tutto il mondo li avviciniamo ad altre culture in maniera giocosa e favoriamo l’integrazione – sarebbe bello se in futuro, viaggiando, i giovani ritrovassero e riconoscessero quei sapori che hanno già assaggiato da noi: ecco questo è uno degli obiettivi che ci sta molto a cuore. Inoltre, a seconda del paese toccato, si coinvolgono gli alunni che provengono da altri paesi, ad esempio il Pakistan”.
Il progetto ha una sua mascotte e simbolo, Gastone, lo chef della refezione. Il simpatico cuoco compare di volta in volta sui menu scolastici con la bandierina del paese di riferimento e “oltre ad essere un marchio ci piacerebbe utilizzarlo come riferimento per consigli e reclami”, spiega Brunini. Il progetto sta piacendo alle scuole – otto classi delle Gandhi hanno aderito e si legheranno ai piatti dal mondo per delle lezioni sui diversi paesi. Intanto c’è molta attesa per i menu dagli Stati Uniti e dal Messico. Siamo in aria di hamburger e patatine, ma niente allarmismi: “Gli hamburger saranno fatti in casa ed il menu è stato discusso con la dietista”, precisa Furlani. “Sarà un’occasione per spiegare il concetto di fast food e sensibilizzare sul tema, perché sappiamo che con i piccoli non ha senso proibire e basta, ma occorre ragionare”.

Autrice: Caterina Longo

Se la casa è un diritto, dev’esserlo per tutti

INSERZIONE PUBBLICITARIA

Secondo le ultime rilevazioni Astat, si stima che in Alto Adige il 56% degli alloggi non occupati siano vuoti (circa 15.000 abitazioni). Eppure sono numerose le persone che non hanno una casa, che faticano a trovarne una o che rischiano di perderla. Per questo motivo la Caritas ha deciso di mettere il tema dell’abitare al centro della campagna “La povertà è più vicina di quanto pensi”, con il duplice obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sui bisogni delle persone con problemi abitativi, e di raccogliere donazioni in vista del 14 novembre: Giornata Mondiale dei Poveri e domenica della Carità.

In questo periodo dell’anno, con l’arrivo dei primi freddi vengono allestiti piccoli e grandi dormitori temporanei, che rimangano aperti generalmente fino alla primavera, per fornire protezione notturna a chi non ha un posto caldo dove andare. È la cosiddetta “emergenza freddo”, ma di improvviso e imprevedibile ha ben poco: la realtà di chi dorme per strada è un fenomeno noto in Alto Adige, d’estate come d’inverno, e costituisce solo uno dei molti volti della povertà abitativa.

Da anni la Caritas chiede di uscire da questa logica emergenziale, promuovendo interventi più strutturali, capaci di incidere sulle dinamiche economiche e sociali che generano e riproducono disuguaglianze. Ma questo impone di farsi carico di un problema più ampio e sfaccettato.
Alle situazioni di persone senza dimora, andrebbero aggiunte quelle di chi non ha una casa perché vive in strutture residenziali temporanee come i richiedenti asilo, di chi vive in sistemazioni insicure e non garantite spesso teatro di violenza domestica, e anche chi vive in edifici non a norma, sovraffollati, non aderenti ai minimi standard abitativi.
“Secondo la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (articolo 25), ogni persona ha diritto ad avere un alloggio adeguato. Ma per molti è difficile trovare una sistemazione dignitosa o accessibile. La povertà abitativa è un fenomeno in aumento e ha un impatto maggiore sulle persone più vulnerabili, con problemi di dipendenza, senza un lavoro, sui genitori single, gli anziani o le persone con disabilità o con un passato di migrazione. In assenza di una sistemazione adeguata, sono minacciati anche molti altri diritti umani, come il diritto alla salute e alla vita, il diritto alla partecipazione e il diritto alla famiglia”, dice il direttore della Caritas Paolo Valente.

L’AIUTO DELLA CARITAS
La Caritas lavora da tempo per contrastare povertà ed esclusione, gestendo 11 strutture per senzatetto e senza dimora in grado di ospitare circa 600 persone all’anno.
Ma solo un letto e un pasto caldo non sono sufficienti. Tutti hanno bisogno di un luogo da chiamare ‘casa’, che offra protezione e sicurezza, dove trovare spazio per gli oggetti personali e i ricordi, in cui poter vivere una vita dignitosa. Come racconta Danilo Tucconi, responsabile dell’area “Abitare” della Caritas, per raggiungere questo scopo bisogna adottare un approccio “Housing First” in cui l’abitazione è il punto di partenza e non di arrivo. Puntando sulla capacità della persona di vivere nella propria casa come membro di una comunità, vengono quindi attivati interventi per migliorarne le relazioni sociali, il livello di salute e benessere, l’autonomia.
Con questo spirito è stato lanciato il progetto “Domus” che comprende uno sportello di ricerca casa e lavoro e mette a disposizione di singoli e famiglie degli alloggi a Merano, Bressanone e Caldaro. “In queste abitazioni sviluppiamo progetti di ‘training abitativo’ con l’obiettivo di reinserire gli ospiti nella società, rafforzando le competenze in vista di una vita autonoma” spiega Tucconi.

Purtroppo però anche dopo questi percorsi, trovare un alloggio non è facile, e spesso i privati preferiscono lasciare vuoti i propri appartamenti piuttosto che affittarli a persone in apparenza problematiche o con un passato migratorio. Questo diventa un problema di difficile soluzione anche per le famiglie che faticano a trovare alloggi dalle dimensioni adeguate. “Col passare del tempo, si rivolgono alla Caritas anche persone che non fanno parte del bacino di utenti già assistiti – racconta Gertrud Rungaldier che si occupa del servizio di Accompagnamento abitativo della Caritas – Il nostro obiettivo è quello di evitare che le persone sperimentino la condizione di senza tetto o che trovino rifugio solo in alloggi d’emergenza”. Con l’accompagnamento abitativo la Caritas agisce come un mediatore per risolvere le controversie di vicinato, e come un punto di riferimento per i proprietari di casa e per i loro inquilini, seguendo le persone anche dopo la firma di un contratto di locazione. “Dal 2020 a oggi, abbiamo accompagnato con successo 10 famiglie e 55 persone singole nella ricerca di un alloggio e di una sistemazione” conclude Rungaldier.

Il disagio abitativo non ha a che fare solo con la mancanza di alloggi. In alcuni casi le persone vivono crisi finanziarie dovute alle conseguenze della pandemia o per motivi di salute o altro ancora. In queste situazioni diventa difficile pagare l’affitto, visti i canoni elevati in Alto Adige, ma anche sostenere spese accessorie come le bollette. Di conseguenza molte persone ricevono provvedimenti di sfratto (200-300 ogni anno).
A testimonianza di ciò, i servizi di Consulenza per debitori e il Centro d’ascolto della Caritas hanno visto aumentare i propri interventi di sostegno e aiuto, anche finanziario, svolgendo un importante ruolo di “ammortizzatori sociali”. Tali consulenze inoltre fungono da “antenne” dei diversi bisogni del territorio, rilevando le diverse sfumature del disagio alloggiativo.

“Per portare avanti tutto questo, naturalmente, abbiamo bisogno del sostegno della popolazione”, dice il direttore della Caritas Paolo Valente, “sia in termini di fornitura di alloggi per le persone che vivono un disagio abitativo, sia attraverso donazioni per consentire ai nostri servizi di aiutare le persone in difficoltà, rendendo effettivo il diritto fondamentale alla ‘casa’. Ma abbiamo bisogno soprattutto di persone capaci di mettersi al servizio degli altri, contribuendo con la propria attenzione a prendersi cura di tutta la comunità, a partire dai più bisognosi”.

La Caritas aiuta le persone in difficoltà a trovare una casa. Aiutaci anche tu!

Con la causale “Caritas” è possibile sostenere il lavoro della Caritas. Per far sì che il diritto all’abitazione diventi una realtà per tutti. In occasione della campagna “La povertà è più vicina di quanto pensi”, dedicata alle persone che vivono un disagio abitativo, aiutaci ad aiutare! Ogni piccola donazione è preziosa.

Conti correnti
Raiffeisen Cassa Centrale, IBAN: IT42F0349311600000300200018
Cassa di Risparmio di Bolzano, IBAN: IT17X0604511601000000110801
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Giovani campionesse crescono

Due ori mondiali, un oro europeo e tre bronzi, l’ultimo conquistato a settembre a Trento: Elena Pirrone di Laives è una stella del nostro ciclismo. Ci siamo fatti raccontare come è stato tornare in pista dopo il lockdown e dei prossimi obiettivi in programma.


Il suo è uno dei nomi più brillanti del ciclismo giovanile italiano. Elena Pirrone, di Laives, ha solo 22 anni ma può già vantare un palmares di tutto rispetto: due ori mondiali Juniores (entrambi nel 2017 a Bergen), un oro Europeo, sempre Juniores, e tre bronzi, l’ultimo conquistato un paio di mesi fa agli Europei su strada di Trento nella cronometro Under23. Un’altra grande soddisfazione raggiunta con la maglia del Valcar Travel&Service team di Bergamo, per lei che sulla bicicletta sembra esserci nata.
“Il ciclismo è lo sport che più amo e posso dire che con esso ci sono cresciuta. Fin da piccolissima seguivo mio papà, anche lui ciclista, alle sue corse, incoraggiandolo e tifandolo. È stato proprio lui a trasmettermi questa passione”, scrive sul suo blog.

Partiamo dal tuo ultimo bronzo conquistato a Trento. Quali sensazioni ti porti dietro?
Era una manifestazione alla quale tenevo tanto. Ci sono arrivata con una buona forma e sono molto soddisfatta della mia prestazione. Inoltre questo risultato mi ha aperto la strada per la convocazione ai prossimi Mondiali in Belgio, quindi è stato un doppio successo perché parteciparvi con la specialità cronometro è sempre utile per fare esperienza.

Quali sono i tuoi obiettivi per il prossimo futuro?
Ora la stagione è terminata e mi prenderò qualche settimana per riposare e ricaricare le energie. Prossimo anno punto a migliorarmi nella cronometro, curandone ogni dettaglio e partecipando anche ai campionati italiani. Ma voglio cercare di fare buoni risultati anche nelle Classiche delle Ardenne, quindi nella Liegi-Baston-Liegi, Freccia Vallone e Amstel Gold Race.

Facciamo un passo indietro: il Covid e i lockdown hanno influito sui tuoi allenamenti?
Il periodo del primo lockdown tra marzo e maggio 2020 non è stato facile da affrontare perché sono stata male a letto per cinque settimane per una bruttissima influenza, ma non era Covid. Da un lato il fatto che ci fosse la quarantena è stata quasi una fortuna perché io ero comunque costretta a stare a casa e non potevo allenarmi. Una volta ritornata in sella però è stato come ripartire da zero per recuperare tutta la forma. Ho dovuto rivedere la programmazione che è stata tutta in crescendo, ma nonostante questo sono riuscita a portare a casa dei buoni risultati in diverse gare. A fine 2020 ho avuto una nuova ricaduta e mi sono dovuta fermare prima del previsto.

Ad oggi come sta, secondo te, il movimento ciclistico altoatesino?
Vedo tanti ragazzi che fanno mountain-bike e ciclocross, due sport che vanno forte in Alto Adige. Per quanto riguarda il ciclismo su strada non ci sono molti giovani che si dedicano a questa disciplina, ma quelli che lo praticano stanno facendo molto bene, portando a casa riconoscimenti importanti. Mi vengono in mente due talenti come Mattia Bianchi o Alessia Missaggia, ma anche altri atleti della squadra di Laives che potranno ritagliarsi grandi soddisfazioni in futuro facendo un salto di qualità e cominciando a competere anche con corridori più forti. Questo evidenzia anche la voglia dei team di portare avanti un progetto che investe molto su questi ragazzi.

Capitolo strade: quanto sono sicure in Alto Adige?
In generale mi sembra di notare che il livello di attenzione generale in strada delle persone si sia abbassato nel tempo. Credo anche però che la qualità dei nostri tracciati rispetto ad altre zone d’Italia sia di un livello molto superiore. Le nostre ciclabili sono una meraviglia, però è chiaro che non ci puoi portare i bambini piccoli perché i rischi rimangono tanti. Credo che anche questo sia un fattore negativo che spinge molti giovani ad evitare il nostro sport. Ad oggi mancano strutture adeguate dove farli allenare senza timori.

A Laives è in cantiere un ciclodromo nuovo di zecca. Sei favorevole quindi a questa soluzione?
Per far allenare gli atleti più piccolini sicuramente è una buona idea perché garantisce sicurezza, sia a loro ma anche ai genitori che possono stare più tranquilli. Per quanto riguarda la questione dei costi e delle ‘rivalità politiche’ che ci girano intorno preferisco non entrare in merito perché sono discorsi che non mi appartengono…

Quando hai iniziato a pedalare tu era impensabile una struttura del genere…
Tanti anni fa ci allenavamo nella zona industriale di Laives che non era ancora così sviluppata come lo è oggi. C’era una lunga strada chiusa con gli allenatori che ci sorvegliavano ad ogni angolo. Ma se avessi avuto l’opportunità di allenarmi in un ciclodromo senza il pensiero delle auto o dei pedoni l’avrei colta al volo.

Nel ciclismo di oggi c’è una disparità di genere?
Indubbiamente sì, ma si stanno facendo molti sforzi per ridurre il gap tra atleti maschi e femmine. Al momento ci sono le stesse gare nei due calendari, ci sono le dirette tv per noi donne e anche gli organizzatori delle gare stanno cercando di dare più visibilità alle atlete. C’è ancora da lavorare, ma siamo sulla strada giusta per equilibrare il livello di competizione.

Autore: Alexander Ginestous

Obbligo Green Pass e raccolta mele

L’obbligo del green pass per i lavoratori, scattato da metà ottobre scorso, ha riguardato non solo il settore delle aziende e uffici pubblici e privati, ma anche quello dell’agricoltura. Una disposizione arrivata con la raccolta delle mele ancora in corso, che ha provocato qualche amara sorpresa ai contadini della Bassa. 
Molti lavoratori addetti alla raccolta provenienti dai paesi dell’est Europa, hanno abbandonato da un giorno all’altro la Bassa per tornare a casa, lasciando scoperta la raccolta. Ora la situazione è tornata sotto controllo. 
Ne abbiamo con Reinhard Dissertori, presidente del distretto Bassa atesina del Bauernbund e membro del consiglio di amministrazione della cooperativa frutticola Kurmark Unifrut di Magrè.

Presidente, cosa è successo a metà ottobre con l’obbligo di green pass?
Diversi lavoratori stagionali assunti per la raccolta delle mele sono tornati a casa perché non si volevano vaccinare e la situazione con i test era problematica.

In che senso?
Il centro vaccinale di Ora non offriva i tamponi per i cittadini stranieri e farli nelle farmacie era complicato per via degli orari. L’emergenza è poi rientrata per fortuna: le farmacie si sono organizzate per ampliare gli orari e il centro di Ora ha allargato i servizi anche ai non residenti nei comuni – basta avere un codice fiscale italiano, documento di cui i raccoglitori sono in possesso. Inoltre, abbiamo ricevuto aiuto dai colleghi della Val Venosta – lì la raccolta è terminata e così ci stanno dando una mano.

Da che paesi provengono i raccoglitori tornati a casa?
Polonia, Romania e Bulgaria.

Erano vaccinati Sputnik?
No, ce n’erano solo pochi vaccinati con lo Sputnik, che, sappiamo, non è riconosciuto in Europa.

E ora come procede la raccolta?
Bene per fortuna, anche grazie al bel tempo – contiamo di terminare intorno al 15-20 novembre. 

Ci sono stati problemi anche per la raccolta dell’uva?
No per fortuna – la raccolta dell’uva è molto più veloce e anche qui abbiamo beneficiato del bel tempo e dell’aiuto reciproco tra contadini, fondamentale. La situazione sembra quindi rientrata, e speriamo di andare incontro a settimane più serene prima della meritata pausa invernale.

Autrice: Caterina Longo

Non solo Ötzi: la storia di Vadena, emporio dell’antichità

Grazie alle ricerche più sofisticate, di “Ötzi” sappiamo ormai moltissimo. Ma il nostro territorio ha tante altre storie da raccontare, anche se meno note. In questa breve passeggiata nella storia, partiamo dalla conca di Bolzano e i suoi abitanti per giungere fino a Vadena, una delle località archeologiche più importanti della Provincia, la “Pompei” dell’Alto Adige.

// Di Till Antonio Mola 

e Caterina Longo

La conca di Bolzano è sempre stata legata alla confluenza dell’Isarco nell’Adige. Ma per farci un’idea della conca ai tempi di Ötzi non dobbiamo pensare al corso odierno dei fiumi, in quanto all’epoca essi avevano una conformazione ad ampi meandri. Il corso dell’Adige, ad esempio, si presentava con queste caratteristiche dalla zona dell’odierna Merano fino circa a Verona. Mentre a quei tempi l’Isarco finiva nell’Adige, un poco più a nord rispetto all’attuale confluenza all’altezza della roccia di Castel Firmiano. Insomma: i letti dei fiumi erano molto più ampi e molto più liberi rispetto ad oggi.
Anche per questo motivo era difficile trovare insediamenti nel fondovalle, in quanto spesso le zone, specie quelle determinate da qualche ansa di fiume, erano paludose, come ad esempio la zona più a sud dell’odierna Bolzano, fino a Laives. In realtà non possiamo escludere in assoluto la presenza dell’uomo in questa zona, in quanto la conformazione del terreno e le alluvioni del tempo ne hanno cancellato le eventuali testimonianze. 
Ma si ritiene che i fondivalle fossero abbastanza selvatici, lasciati al fiume, mentre l’uomo si locava in posti protetti e all’asciutto, su piccoli conoidi, caratterizzati da accumuli di materiali detritici depositati dai corsi d’acqua.
Oggi siamo a conoscenza di insediamenti anche nelle zone di Soprabolzano, San Genesio, sul Virgolo, nella zona sopra San Giacomo, a Castel Firmiano e in tutto l’Oltradige. Si tratta, come vediamo, di zone più in quota e quindi al riparo dal pericolo delle alluvioni.
Su questi siti, ad esempio a Castel Firmiano, ci sono resti anche antichi, addirittura risalenti all’età neolitica e del rame, che sono le età precedenti o contemporanee a Ötzi.
Siamo a conoscenza anche di insediamenti preistorici tra il Burgraviato e Bolzano presenti su entrambi i lati della valle, soprattutto nella zona di Terlano, più soleggiata.
Tra i siti archeologici più importanti in questa panoramica, spicca sicuramente quello di Vadena. Qui nell’ottocento sono iniziati i primi scavi, che hanno portato a far emergere un insediamento legato ad una forte vocazione al commercio. Vadena infatti era un emporio, naturale via di traffico tra Nord e Sud. Anche se l’epoca di nascita dell’insediamento si fa risalire all’età del bronzo (quindi successiva a Ötzi) a Vadena ci sono stati ritrovati anche da età precedenti. 
Ne abbiamo parlato con il dott. Alberto Alberti, laureato in Archeologia, classe 1967, direttore del Gruppo Archeologico di Bolzano.

Alcune immagini degli scavi a Vadena alla fine degli anni ’80

L’INTERVISTA

Come era la Vadena dell’antichità?
Vadena è una delle località archeologiche più importanti della nostra provincia – la possiamo considerare la “Pompei” dell’Alto Adige. Era un importante snodo per il commercio: il sito è nato lungo il corso dell’Adige, che a quel tempo – parliamo dell’età del bronzo, ovvero di 1300 anni avanti Cristo – era una via di traffico essenziale, un po’ come l’autostrada dell’antichità. Come noto, l’Adige era navigabile fino a Bronzolo ed aveva un corso più tortuoso, con meandri che favorivano la navigazione e gli insediamenti – a quel tempo si navigava dal conoide di Vadena fino all’odierna Laives.

A proposito di traffico e commercio: quali erano i collegamenti di Vadena?
Vadena era uno snodo importante tra il Sud e il Nord Europa. Aveva collegamenti con Frattesina (a sud-est dell’attuale centro di Fratta Polesine) in provincia di Rovigo, emporio in cui arrivavano merci dalla Grecia, che venivano poi scambiate con quelle del Nord Europa. Una delle merci di scambio era l’ambra: veniva raccolta sulle spiagge nei Paesi Baltici per essere portata fino in pianura Padana e venduta, come detto, a commercianti greci. A questa resina fossile di attribuivano poteri magici e taumaturgici.

Come avvenivano i collegamenti con la Grecia?
Le imbarcazioni arrivavano nell’Alto Adriatico, fino ai territori dell’odierna Trieste o Venezia, oppure risalivano la penisola dalla Puglia.

Una storia che si perde tra secoli e civiltà… quando è emersa quella di Vadena?
Oltre duecento anni fa: dalla metà dell’800 dei contadini avevano cominciato a utilizzare della terra scura, detta “terra nera”, perché la consideravano buona per i campi e avevano ritrovato dei reperti. In realtà la terra scura indicava la presenza di una necropoli – il terreno era parte della combustione dei cadaveri durante i riti funebri – i corpi venivano bruciati su grandi pire. Fu un religioso, don Pescosta, precettore del conte Thun, che aveva le sue proprietà nei paraggi, a raccogliere gli oggetti e annotare i ritrovamenti, siamo nel 1854-55.

Alberto Alberti

E poi, cosa successe?
Ci sono stati interventi di scavo fino al 1928-1930, quando la soprintendenza con Ghislanzoni ha intrapreso delle campagne di scavo sulle tombe con metodi scientifici. Sono stati rinvenuti reperti come vasi in terracotta utilizzati per contenere le ossa combuste, bruciate nei roghi votivi. Insieme a questi sono stati ritrovati oggetti di uso personale, come spilloni per chiudere le vesti e le fibule, che possiamo considerare gli antenati dei nostri bottoni.
Nel frattempo, i materiali raccolti nell’800 si sono dispersi in mille rivoli. A quel tempo era uso donarli agli istituti scolastici e religiosi, come i francescani a Bolzano, i benedettini di Muri Gries o il Vinzentinum di Bressanone. Ma diversi reperti sono arrivati anche nei musei, come il museo civico di Bolzano, il museo di Trento e il Ferdinandeum di Innsbruck. Poi, per qualche decennio non se ne parlò più, fino alla ripresa delle ricerche negli anni ottanta e novanta da parte dall’ufficio beni archeologici di Bolzano.

Cosa fu trovato?
Venne rintracciato un abitato vicino alla necropoli, con capanne retiche. Io stesso, alla fine degli anni ottanta ho scoperto resti di tombe ancora intatte di epoca più recente, fra cui tumuli di quattro metri di diametro. Nelle tombe abbiamo ritrovato spesso vasetti potori (per il bere, ndr) e interi corredi che accompagnavano il banchetto funebre e venivano seppelliti insieme al morto. Questi resti sono di epoca più tarda rispetto a quelli sopra menzionati, perché risalgono circa al V secolo avanti Cristo.

Cosa provocò il declino di Vadena?
L’epoca d’oro di Vadena durò dal periodo del bronzo più recente, quindi il 1300 avanti Cristo, fino all’epoca romana – dal 7 secolo dopo Cristo non abbiamo trovato più nulla. I romani avevano cominciato a spostare il traffico e i commerci su strada e quindi Vadena, snodo della navigazione su acqua, aveva perso la sua importanza strategica. Dalla conca di Bolzano nascevano le vie romane, che si dipanavano toccando l’odierna Laives e Ora.

Autori: Till Mola e Caterina Longo