Dalla Bassa Atesina al mondo e ritorno

Da oltre sessant’anni l’associazione di volontari “Intercultura” aiuta ragazzi e ragazze a fare l’esperienza di vivere e studiare all’estero per qualche mese o addirittura un anno. Un’occasione d’oro per i giovani, ma anche per le famiglie che li ospitano, che possono così stabilire un contatto vero e quotidiano con persone e culture diverse dalla propria. Lo sa bene Petra Medici Spolaore, insegnante e volontaria di Intercultura di Egna – proprio dalla cittadina della Bassa atesina è partita una delle prime ragazze a partecipare al progetto, facendo un’esperienza Argentina.
Per Petra la decisione di diventare volontaria e di offrirsi come famiglia ospitante è stata un atto naturale, dopo che i suoi figli avevano partecipato al progetto. “Nel 2014 mio figlio è partito per la Cina – frequentava una scuola cinese pubblica, con ben 12 ore di lezione al giorno. L’anno dopo anche mia figlia ha voluto fare la stessa esperienza: nel 2015 ha vinto una borsa di studio ed è partita per il Messico! Era ospite dal governatore dello Jucatan, Patrizio Patron Lavada.” Esperienze arricchenti, che hanno spinto Petra a restituire il gesto. “Ho pensato di fare qualcosa anche io. Ho cominciato provando ad ospitare solo per un fine settimana”. Ogni primavera si svolge infatti un campo primaverile interregionale, in cui è possibile ospitare solo per qualche giorno i ragazzi alloggiati nel nord Italia.
“Alla fine dei quattro giorni ci è dispiaciuto tanto salutare Huan, il ragazzo argentino che era stato da noi. Così, abbiamo accolto Hong, un ragazzo dalla Malesia. E’ stata un’esperienza bellissima”. In pochi mesi Hong, che frequentava l’Istituto Galilei a Bolzano, ha imparato l’italiano e il tedesco e si è adattato perfettamente alla cucina altoatesina, che ha amato da subito. Unica difficoltà iniziale: l’apertura delle porte con le chiavi, perché Huan proveniva da una realtà ipertecnologica, in cui era tutto automatizzato (!).
L’attività di Intercultura non si ferma mai nella Bassa: attualmente ad Egna è arrivato Notis, un ragazzo greco, ospitato dalla signora Edit Pramstahler. Notis frequenta il liceo Carducci di Bolzano. Una collaborazione, quella con le scuole italiane, che funziona molto bene “Ci tengo a sottolinearlo, abbiamo la massima assistenza e disponibilità da parte delle scuole per accompagnare i ragazzi, perché non è scontato”- dice Petra.
Si ricorda che la disponibilità ad ospitare i ragazzi e le ragazze avviene a titolo gratuito e che l’attività si basa tutta sul lavoro dei volontari e delle volontarie di Intercultura.
Si ricorda che gli studenti che vogliono fare l’anno all’estero possono scegliere tra 60 Paesi in tutto il mondo; negli anni, sono ben 45mila gli studenti italiani inviati all’estero, mentre le famiglie coinvolte nell’accoglienza di studenti stranieri sono 28mila.
Negli ultimi 30 anni ha assegnato 20mila borse di studio. Tra le ultime iniziative proposte c’è anche un programma pensato per gli studenti altoatesini di lingua tedesca, che possono frequentare un anno scolastico nel Sud Italia, vivendo presso una famiglia del luogo. Insomma, che sia la Cina o Palermo, l’importante è avere voglia di scoprire luoghi e persone guardando oltre il proprio orticello. Per info basta scrivere a
interculturabz@gmail.com

Autrice: Caterina Longo

Vigili armati: scelte diverse in provincia

È di qualche settimana fa la notizia dell’intenzione da parte della sindaca di Egna, Karin Jost, di dotare gli agenti della polizia municipale di pistole. “Egna è un borgo ancora autentico, lontano dai ritmi caotici della città, in cui le mura degli antichi palazzi e i portici sono lo scenario ideale per degustare un bicchiere di Pinot Nero in tranquillità e fare acquisti all’aria aperta nella zona pedonale.” Così descrive, sul proprio sito, l’ufficio turistico della città Egna, uno dei borghi più belli d’Italia e che conta meno di seimila abitanti. Come si colloca, in questo contesto, la dotazione di pistole ai vigili urbani?
Precisiamo che la dotazione ha bisogno di un suo specifico iter amministrativo e che passa, in primo luogo, dall’approvazione di un regolamento da parte del consiglio comunale. Abbiamo chiesto delucidazioni in merito direttamente alla sindaca.

Karin Jost, a che punto è l’iter per l‘approvazione del regolamento per dotare gli agenti dell’arma?
L’iter non è ancora stato avviato. Abbiamo messo a bilancio i fondi per l’acquisto delle armi, ma non credo riusciremo a concludere l’iter per quest’anno. Una precisazione: la dotazione dell’arma riguarderebbe il servizio notturno, che vogliamo attivare nell’ottica di una polizia sovracomunale, insieme ad altri comuni della Bassa atesina. Ma, come detto, manca ancora il regolamento comunale, inoltre al momento siamo sotto occupati, con solo due vigili rispetto ai quattro previsti. Potremo quindi iniziare con il servizio notturno solo quando saremo al completo.

Quali i fatti e il contesto che l’hanno spinta a voler far dotare gli agenti dell’arma, anche rispetto ad altre possibili dotazioni – ad es taser, pistola spray irritante etc?
L’arma è l’ultimo tassello per la divisa completa, è per l’ autodifesa, dà più sicurezza ai poliziotti. Diversi altri comuni in Bassa atesina e nell’Oltradige ce l’hanno. Inoltre, il servizio notturno prevede esplicitamente l’arma. Ma so già che che ci sarà una discussione in consiglio perché non tutti sono d’accordo.

E gli agenti come la vedono?
So che in passato era stato loro chiesto e sono d’accordo.

Un percorso ancora in via di definizione quello di Egna, insomma. Abbiamo chiesto com’è la situazione nelle città in cui gli agenti l’arma la portano quotidianamente. Sergio Ronchetti, comandante della polizia municipale di Bolzano, ci riporta al quadro normativo, che, con la legge nazionale 65 del 1986 (art.5) prevede esplicitamente che gli “Gli addetti al servizio di polizia municipale ai quali è conferita la qualità di agente di pubblica sicurezza possono, previa deliberazione in tal senso del consiglio comunale, portare, senza licenza, le armi”. Attenzione però perché la qualifica di “agente di pubblica sicurezza” deve avvenire con provvedimento del prefetto.
“In Italia il 90% degli agenti è dotato di arma. Io ho iniziato nell‘83 e già allora c’era l’assegnazione individuale dell’arma in via continuativa. Arma che gli agenti possono portare anche fuori dal servizio, ma solo nel territorio comunale di appartenenza”- precisa Ronchetti. “C’è da dire che l’attività svolta dalla polizia locale abbraccia molti ambiti, siamo sul territorio e lo presidiamo, spesso alle dipendenze della questura. Insomma, l’agente è un poliziotto a tutti gli effetti, ma a differenza della polizia e dei carabinieri ha competenza solo territoriale. Avere l’arma quindi non è un obbligo, ma una opportunità e necessità. Certo, la funzione vuole essere di tipo dissuasivo perché per un malintenzionato stare di fronte a un poliziotto che ha solo la cintura e il fischietto non è la stessa cosa che che avere di fronte un agente armato” continua Ronchetti. E precisa: “In tanti anni non abbiamo mai sparato un colpo. Ma ci confrontiamo quotidianamente con situazioni al limite, il contesto è peggiorato, nelle città e anche nelle piccole realtà.”
Gli agenti di Bolzano sono dotati anche dello spray al peperoncino, che, ci dice Ronchetti, può essere usato per contenere gli eccessi in situazioni difficili.

Non è di avviso molto diverso il collega Roland Pichler, al comando della polizia municipale di Laives. Come Ronchetti anche lui ci riporta, in primo luogo, al contesto normativo che prevede le armi, in particolare nel servizio notturno (Dm 145/1987).

“Anche noi siamo dotati di armi – gli agenti le accettano, è una sicurezza in più per noi. Hanno una funziona di dissuasione: davanti a un agente con la divisa il malvivente non distingue se si tratta di un vigile, di un poliziotto o un carabiniere. Ci chiamano per i furti, per le risse e gli allarmi in banca”.
Certo, per portare l’arma serve un addestramento specifico, che deve continuare regolarmente, occorre sparare almeno 150 colpi all’anno al poligono”. Fortunatamente però “Negli ultimi anni a Laives non è mai stato sparato un colpo e personalmente, in 17 anni di servizio come agente, non mi è mai capitato”.

Che tipo di pistole avete?
Glock 19 di quarta generazione. È un’arma austriaca.

Acquistata però, ci conferma Pichler, in un negozio di Ora. Anche a Laives, gli agenti sono dotati di spray al peperoncino, molto efficace in diverse situazioni, racconta Pichler. Insomma, da questa prima panoramica emerge come, da un lato, l’arma agli agenti di polizia municipale sia parte, a livello normativo, di una loro funzione “allargata”, ben più ampia, semplificando, del vigile che fa la multa.
Dall‘altro, secondo i responsabili interpellati, l’arma avrebbe un’insostituibile funzione dissusasiva e di protezione personale per chi ogni giorno deve confrontarsi con “la strada”. Anche se è una strada altoatesina.
Si tratta di un tema che vogliamo guardare nelle sue diverse sfaccettature e che analizzeremo ancora nei prossimi numeri.

Autrice: Caterina Longo

Tamponi e vaccino: le aziende si mobilitano

In Bassa Atesina l’obbligo di green pass per i lavoratori, scattato come noto il 15 ottobre scorso, ha portato ad un aumento della richiesta di tamponi. Il centro vaccinale di Ora, in via Nazionale 61, è diventato un punto di riferimento anche per i tamponi nella zona. Qui è possibile infatti fare test antigenici a pagamento (a 15 Euro) per tre volte la settimana, il martedì, il giovedì e la domenica Abbiamo chiesto a Martin Feichter, sindaco di Ora, come sta procedendo:”C’è grande richiesta, facciamo circa 300 tamponi al giorno – ma da noi non ci sono file: grazie alla prenotazione online obbligatoria, i dati sono già inseriti nel sistema, quindi in pochi minuti viene eseguito il tampone, senza attese. L’orario va dalle 17.30 alle 21 ma vorremmo ampliarlo” Sul sito del comune si legge che il servizio è dedicato ai cittadini residenti nei comune, oltre che di Ora stessa, di Bronzolo, Cortina, Cortaccia, Magrè, Montagna, Egna, Vadena, Termeno e Salorno. Chiediamo al sindaco come mai questa precisazione, che suona come una limitazione. “Abbiamo proposto noi, come comune di Ora, di fare da centro per i tamponi anche per altri comuni della Bassa atesina perché ci sono delle spese da affrontare, che così possiamo condividere, parlo dei costi del personale amministrativo e per il sistema di prenotazione. I comuni indicati sono quelli che hanno aderito a questo accordo”- ci risponde il sindaco. Sempre sul sito, si legge che i cittadini stranieri non possono usufruire del servizio. “È un inghippo procedurale per via della fattura, che però, mi dicono, stanno risolvendo” continua Feichter. Si ricorda che è possibile prenotare il tampone ad Ora dal sito del Comune www.comune.ora.bz.it
A Laives, Pineta e San Giacomo è invece possibile fare tamponi in diverse farmacie o direttamente all’ospedale di Bolzano, padiglione W (prenotando attraverso il sito sabes.it) Christian Bianchi, sindaco di Laives, ha comunicato infatti che “Laives ha optato per queste soluzioni, anzichè aprire un centro gestito dal comune stesso, perchè avvalendosi delle strutture sopra menzionate siamo in grado di fare molti più tamponi, in orari molto differenziati”. Il primo cittadino ha anche comunicato i dati sulle vaccinazioni, che comunque sono confortanti “A Laives il 92% delle persone sopra i 60 anni risulta vaccinata, mentre sotto i 60 anni risulta vaccinato l’81%. Laives si configura così come uno dei comuni con più vaccinati della Provincia, e quasi la totalità dei cittadini ha compreso il significato molto profondo di questo atto di responsabilità individuale, che poi diventa anche responsabilità collettiva”, continua Bianchi.

Tamponi e “covid economy”, come stanno reagendo le aziende nella Bassa Atesina
Anche nei casi in cui, a livello organizzativo, tutto fila liscio, rimane comunque il costo del tampone. Una spesa che, alla lunga, pesa nelle tasche di chi ha deciso di non vaccinarsi, considerato che il green pass “da tampone” vale 48 ore. Per evitare ripercussioni sulla produttività, diverse ditte coprono i costi del tampone. La Rothoblaas di Cortaccia ha deciso di intraprendere questa strada. Il direttore Robert Blass precisa “Offriamo tamponi gratuiti perchè per noi le persone in azienda hanno tutte un ruolo indispensabile. Vede, noi siamo attivi a livello internazionale e non possiamo dire ai nostri clienti che siamo in ritardo con le consegne e operativi al 75% perchè qualcuno fa leggi senza pensare a come risolvere le conseguenze. Quindi, come sempre, ci siamo organizzati per conto nostro”. Al contrario di altri settori, in crisi per la mancanza di materie prime, per quello della fornitura di materiali per l’edilizia in legno è “alta stagione”. Altra musica alla Isolcell di Laives “Sono contrario a promuovere i tamponi, inquinano e non credo siano la soluzione al problema” ci dice Marco Pruneri, direttore dell’azienda. “Piuttosto, abbiamo puntato ad incentivare i vaccini. Quando è iniziata la campagna, abbiamo dato una giornata libera, poi con l’obbligo del green pass abbiamo deciso di dare un premio di 500 euro a tutti i dipendenti che portavano la prova della vaccinazione entro il 15 novembre” continua Pruneri. L’iniziativa è servita a convincere i recalcitranti? “Non sono tanti fortunatamente, e con questo incentivo qualcuno siamo riusciti a ‘portalo a casa’. Ma altri sono irremovibili. Pensi che un dipendente, rimasto anonimo, ha scritto sotto la comunicazione del premio di 500 euro affissa in bacheca: nemmeno per 50 mila!”
Sempre a Laives, diversa ancora è la situazione per la Röchling: “Fortunatamente la percentuale di lavoratori senza green pass è molto bassa, parliamo di meno del 5% su circa 700 dipendenti”- ci dice il vicepresidente Mirco Brusco. “Abbiamo stabilito delle convenzioni con le farmacie di Laives e San Giacomo per i tamponi – spiega la responsabile delle risorse umane Selenia Fornari – convenzioni intese non a livello di rimborso del costo del tampone, ma di allargamento degli orari in cui è possibile eseguire il test, per venire incontro alle esigenze dei lavoratori. Ma per l’azienda la questione è anche un’altra: “Alcune persone, contrarie al vaccino, si sono autosospese dal servizio. Essendo noi una ditta in cassa integrazione, non possiamo rimpiazzare i posti mancanti con personale in somministrazione”, continua Fornari. Ma la cassa integrazione è legata al Covid? “Si, è un effetto della pandemia, perché nel settore automotive (automobilistico, ndr), come noto, c’è una mancanza di microchip e molti nostri clienti sono costretti a chiudere le linee di produzione”. Questo porta ad un calo di ordini, mentre quelli da evadere rischiano intoppi a causa della mancanza di personale. Insomma una combinazione di fattori che porta ad un circolo vizioso, che certo non fa bene alla salute dell’economia.

Autrice: Caterina Longo

Laives e Cortina, nuovi skatepark in arrivo

Disciplina sportiva consacrata alle Olimpiadi, fenomeno culturale e moda: lo skateboard vive un momento di gloria come non mai. Anche in Alto Adige già da anni nei paesi più periferici avere uno skatepark è un obbligo, quasi quanto un Kulturhaus. Buone notizie per gli skater della Bassa atesina e dell’Oltradige: dopo le attese, anche Laives e Cortina sulla Strada del Vino si preparano infatti a inaugurare due skatepark nuovi di zecca.

Il cantiere del nuovo skatepark a Cortina
foto: Comune di Cortina sulla Strada del VIno

Dalla Palestina all’Africa, dall’America fino, ebbene sì, all’Alto Adige: forse non esiste uno sport così diffuso e trasversale tra i ragazzi e le ragazze di tutto il mondo come lo skateboard. è celebrato dal cinema, ricordate il volopattino di “Ritorno al futuro” o il più recente “Skater Girl”? Pure fruttato commercialmente da linee di tavole, abbigliamento e accessori dei più prestigiosi marchi sportivi, quest’anno lo skateboard ha visto la definitiva consacrazione anche alle Olimpiadi di Tokyo 2020.

foto: Thomas Plattner/Skateproject

“È un fenomeno che cresce stabilmente da vent’anni e che con l’arrivo alle Olimpiadi ha vinto la sua battaglia. Ma francamente erano più le Olimpiadi ad aver bisogno dello skateboard e non viceversa: non potevano ignorare un fenomeno sportivo, con partecipanti da ogni parte del mondo, che le ONG utilizzano addirittura come strumento di integrazione ed empowerment” – commenta Flavio Pintarelli, bolzanino autore del saggio “Stupidi giocattoli di legno. Lo skate nel cuore della metropoli”. “Anche se lo skateboard non è solo una disciplina sportiva, ma piuttosto una cultura, che ha al suo interno un lato spiccatamente sportivo. E, soprattutto, un grande potenziale aggregativo e di scoperta, perché ti porta letteralmente in strada, a fare esperienze fuori dalla famiglia; ti mette a confronto con l’altro, talvolta anche con la forza pubblica o realtà marginali” continua Pintarelli. Un contatto “con la strada”, che porta lo skateboard a essere una disciplina fluida, aperta ai cambiamenti della società, e quindi estremamente inclusiva.
Lo skateboard nasce sulle strade con esperienza tipicamente urbana – street skating- anche se da diversi anni si sono ormai affermati gli skatepark (luoghi deputati in toto allo skateboard con diversi tipi di rampe e costruiti in cemento, legno e ferro) ed in cui l’Alto Adige primeggia, anche perché le viuzze dei paesi altoatesini si prestano come le architetture delle metropoli.
“L’Alto Adige può considerarsi una grande skatepark valley: già dagli anni duemila, nel giro di trenta chilometri tra Bolzano e Merano c’erano almeno cinque strutture, anche in posti incredibilmente periferici” continua Pintarelli. La “punta di diamante” tra gli skatepark provinciali è certamente il Platza, sul parco Talvera Bolzano, considerato uno degli skatepark più grandi d’Italia. In genere qui si accede – ci racconta Gabriel Widmann, Presidente dell’associazione Skateboard Project – dopo essersi esercitati nel “Platzetta”, fratello minore a Bolzano nel parco Firmian.

foto Bill Eppridge/Time Life Pictures/Getty Images

NUOVI SKATEPARK in bassa e oltradige
In anni recenti anche la Bassa atesina e l’Oltradige si stanno “attrezzando” con nuove strutture dedicate allo skateboard. Nel 2019 lo skatepark di Ora è stato risistemato con strutture per BMX, mentre tra la fine di quest’anno e l’inizio del 2022 sono in arrivo due skatepark nuovi di zecca.
Uno, praticamente già pronto, si trova a Cortina sulla strada del Vino. Manfred Mayr, sindaco del paese, attende solo i tempi tecnici per la conclusione dei lavori e l’assestamento della gettata di cemento per poter aprire lo skatepark, la cui inaugurazione dovrebbe avvenire entro quest’anno. Intanto è già stata stipulata una convenzione per la gestione del parco, che verrà affidato gratuitamente all’associazione giovanile Westcoast e sarà raggiungibile con i mezzi pubblici, grazie a un collegamento alla rete dei trasporti con il city bus. Il progetto dello skatepark, che sorgerà fuori dal paese, vicino all’ex casello ferroviario, è parte di un progetto più ampio di riqualificazione e messa in sicurezza dell’intera area che vede un investimento di 580 mila euro, inclusi i costi per l’esproprio e la costruzione di barriere antirumore (quest’ultime sono costate 107 mila euro) per la cui conclusione il sindaco ha avviato tutte le procedure e sta ancora attendendo, da questa primavera, le risposte da parte di RFI, Rete Ferrovia Italiana.

foto: Thomas Plattner/Skateproject


Considerata la zona “rurale”, l’amministrazione rassicura di aver pensato anche alla collocazione di bagni con allacciamento alle acque nere e all’acqua potabile, nel rispetto dei campi dei contadini adiacenti.
Ma soprattutto il fatto che la pista dello skatepark sorga fuori dal paese permetterà di promuovere eventi e musica senza disturbare nessuno. Insomma, lo skatepark di Cortina – che conta circa di seicento anime – aspira a diventare un punto di incontro sovracomunale per l’intera Bassa atesina.

Si tratta di un’attenzione per i giovani e lo spazio pubblico manifestata anche da Luca Dallago, assessore del Comune di Laives: “Esistono diversi sport che coinvolgono i ragazzi, oltre al calcio, ed è giusto dare spazio anche a queste passioni”. Per questo sorgerà un nuovo skatepark nella zona del Campo sportivo Galizia.
“Qui tanti anni fa c’era una vecchia struttura per lo skateboard in cemento, ormai obsoleta e non utilizzabile. Ora creeremo un nuovo skatepark anche per riqualificare la zona”. Alla domanda se il progetto sia una risposta agli episodi della scorsa estate, quando un gruppetto di giovani aveva lanciato oggetti contro i Vigili del Fuoco, l’assessore ci ha risposto che no, in realtà lo skatepark era previsto già in precedenza.
Come a Cortina, anche a Laives lo skatepark sorgerà in zona periferica, ma all’interno di un’area sportiva e sarà quindi illuminato anche la sera. Aspetti, questi, che daranno ai giovani (e quindi agli amministratori) la tranquillità di usufruirne senza la paura di proteste dei cittadini per i rumori.
I costi per la realizzazione dello skatepark dovrebbero aggirarsi intorno ai 40 mila euro, mentre a livello amministrativo ‘incarico alla ditta è in fase di affidamento e dovrebbe arrivare a breve a una conclusione. Insomma, con lo sciogliersi delle nevi, speriamo di vedere “sbocciare”, nel 2022, un nuovo skatepark fiammante anche a Laives.

Foto principale: Thomas Plattner/Skateproject

Autrice: Caterina Longo

Videogiochi e gaming in biblioteca

“Se invece di stare davanti a quel telefonino/tablet leggessi un bel libro…”, si tratta di un pensiero – o una esortazione – che ronza spesso nella testa dei genitori di adolescenti. Nell’immaginario comune, almeno quello di una certa età, lettura e gioco, dimensione analogica e digitale, sono due universi ben distinti, spesso in contraddizione. E invece per i ragazzi non è così: una realtà che è ben presente alla direttrice della Biblioteca Don Bosco di Laives, Luisella Raveane, che da questo autunno ha dotato la biblioteca di una apposita sezione con le tre famose consolle di gioco (Playstation, Xbox e Nintendo switch), numerosi videogiochi, due tablet e il moderno racconta storie FAB. è un’apertura alle tecnologie che prenderà forma anche nel progetto “Bibliogames: gioca con noi”, per stimolare, attraverso il gioco, la socialità e il fairplay. Mentre il l’iniziativa “Scopri Biblioweb” guarda a un pubblico adulto e intende istruire all’uso in autonomia della piattaforma provinciale Biblioweb per la ricerca bibliografica, riducendo il gap tecnologico che molti sentono rispetto al digitale. Ne abbiamo parlato con la direttrice.

Cosa l’ha spinta a portare consolle e videogiochi in biblioteca?
Si è trattato di un processo molto naturale. I videogiochi non sono una novità per la biblioteca Don Bosco di Laives. Questo particolare materiale è presente in biblioteca già da diversi anni con una piccola sezione di videogiochi per personal computer. In fase di controllo del patrimonio abbiamo valutato questa sezione e deciso di implementarla e svilupparla attraverso uno specifico progetto, sostenuto dall’Ufficio educazione permanente, biblioteche e audiovisivi della Provincia Autonoma di Bolzano.
Negli ultimi anni le risorse ed i mezzi informatici sono cambiati, le biblioteche offrono oramai da molto tempo tipologie di materiale differente dal libro (dai cd musicali ai dvd) e le risorse non sono più solo cartacee e analogiche ma anche digital; nel frattempo anche in Italia, diverse biblioteche avviavano progetti di gaming.

In genere pensiamo ai ragazzi davanti a una consolle o al cellulare a giocare isolati per ore. Come vuole agire il progetto per ritrovare, anche nell’utilizzo del videogioco, una situazione di socializzazione?
Le potenzialità educative ed aggregative del gioco sono note e alla base di numerosi studi e ricerche. Tramite il divertimento è possibile esercitare il cervello, migliorare le competenze e far incontrare nuove persone in un ambiente sicuro e piacevole, senza dimenticare la valenza educativa del gioco: quando si gioca è necessario apprendere delle regole e rispettarle, inventare strategie e imparare a perdere.
Il nostro intento è quello di promuovere l’utilizzo responsabile del videogioco attraverso momenti speciali di gaming e iniziative da svolgersi in biblioteca che passano anche attraverso tornei strutturati, gestiti dal personale di biblioteca e con materiale appositamente selezionato.
Ci saranno dei momenti specifici di gioco, di confronto e di sfida, sempre nel rispetto delle regole del gioco, dei compagni e delle attrezzature messe a disposizione.
Pensiamo a tornei dove i ragazzi e le ragazze si possano dare appuntamento, ritrovarsi, sfidarsi e poi commentare l’esperienza.
Il gioco deve essere uno stimolo, uno svago, deve favorire la socializzazione e il confronto e non l’alienazione o l’isolamento.

Cosa vi aspettate dal progetto? Avete già riscontri?
Speriamo di raggiungere un nuovo pubblico, entusiasmarlo e farlo tornare! E di far scoprire o riscoprire la biblioteca come luogo di socializzazione, di aggregazione e ovviamente di cultura. Un mondo dove poter vivere mille avventure, dove poter sognare, ma anche informarsi, approfondire e studiare attraverso libri, riviste, dvd, cd, opere d’arte e anche videogiochi. Le iniziative di gaming ed i tornei sono invece la vera sfida sia per i partecipanti che per noi.

Come ha trovato, che sensazioni ha avuto rispetto al pubblico giovane della biblioteca dopo due stagioni di pandemia? E gli adulti/anziani? Ci sono stati cambiamenti nel modo di fruire la biblioteca?
La pandemia con le inevitabili chiusure delle biblioteche e le successive aperture con servizi ridotti ha ovviamente penalizzato le nostre attività e devo dire che ci sono stati momenti difficili, sia per noi che per gli utenti. I primi a tornare in biblioteca sono stati gli adulti, ora, dopo il periodo estivo e con la ripresa delle scuole notiamo il ritorno dei più giovani e gli accessi giornalieri stanno tornando alla normalità.
E da quando è nuovamente concesso il fermarsi in biblioteca (con green pass) sono tornati gli studenti e i frequentatori della sezione dei periodici, per la lettura dei giornali e delle riviste.

Autrice: Caterina Longo

Demenza, trovare altre parole

“Oltre lo stigma, con parole e azioni nuove”: è stato questo il tema dell’incontro che, il 24 settembre scorso, in occasione della giornata internazionale dell’Alzheimer, è stato proposto ai cittadini dalle Sente-mente Comunità Amiche delle persone che vivono con demenza di Bronzolo e Vadena nel piazzale della scuola di Vadena. Tutti i presenti sono stati condotti a riflettere sulla potenza del linguaggio e a percepirne gli effetti sul proprio “sentire”. Le parole possono costruire muri o essere porte spalancate all’accoglienza, possono alimentare pregiudizi o diventare messaggere di possibilità. “Le parole che usiamo ogni giorno possono ferire, ma possono anche essere scialuppe in un mare in tempesta, ponti invisibili verso destini comuni” ci ricorda Eugenio Borgna, saggista e psichiatra. Le parole, come “esseri viventi”, hanno la capacità di trasformare il nostro “sentire”. Sono potenti perché se le scegliamo con accuratezza possono indurre in noi e in chi ci ascolta, un senso di benessere o viceversa, generare malumori e stress. Le parole non sono astratte e la ricerca scientifica, sempre più, sta dimostrando come esse abbiano un impatto sulla nostra biologia e, modificando la biochimica del nostro corpo, fanno si che esso produca molecole che possono farci provare sensazioni piacevoli o spiacevoli. Le parole evocano delle immagini che si traducono in emozioni che a loro volta condizionano i comportamenti.
Ti invito a pronunciare, ad alta voce, la parola DEMENTE, e pensare ad una persona che conosci che vive con questa diagnosi, e ora ascolta cosa accade dentro di te? Quali emozioni si sono messe in movimento? Parole come: demente, malattia devastante, mostro terribile, morto vivente, l’ombra di quello che era, che cosa suscitano dentro di te? Cosa provi? Non senti anche tu una sorta di irrequietezza o paura impastata con tristezza? Sono parole senza speranza che rappresentano la malattia in termini drammatici. Paolo Borzacchiello, massimo esperto di intelligenza linguistica e di interazioni umane, in un’intervista dichiara: “stiamo attenti a quello che diciamo, perché in un modo o nell’altro diventa vero, menzionare qualcosa ne rafforza la presenza. Parlare di una cosa, la fa diventare vera nel nostro cervello”. Nel momento quindi che parli di demenza utilizzando questo linguaggio, quell’idea drammatica diventa vera per te, esiste, cancellando ogni spiraglio di possibilità e spingendo la tua attenzione verso tutto ciò che la malattia porta via. Non si vuole negare la sfida che la demenza rappresenta per coloro che ne fanno esperienza diretta e per le famiglie che stanno loro accanto condividendone la vita. Difronte a questo dolore puoi imparare ad utilizzare le parole come strumento capace di aprire alla speranza. Sarà un piccolo passo per accompagnare te stesso e la persona di cui hai cura, in questa esperienza di malattia, senza farti travolgere dalle emozioni depotenzianti che un linguaggio tragico scatena. Sarà necessario prendere consapevolezza degli effetti delle parole su di te. Ascolta delle persone che dialogano tra di loro, la televisione o la radio e senti, percepisci…utilizzano parole che ti donano benessere? Allenati a riempire il tuo vocabolario di parole ricche di gentilezza, di calore, di vicinanza. Parole accoglienti che costruiscano ponti e non erigano muri e ascolta quanto ti fanno stare bene. Cambiare il linguaggio diventa quindi il primo passo in direzione di una trasformazione culturale, sia personale che sociale, al fine di restituire dignità alle persone che convivono con la malattia. Ti invito, da oggi, a sostituire la parola “demente” e utilizzare il termine “Persona che vive con la demenza”. Sembra una piccola cosa, ma aiuterai te stesso ad indirizzare l’ attenzione anziché verso la malattia, verso la persona che ancora desidera continuare ad essere vista come un essere umano e che, aldilà della diagnosi, continua a sperimentare la vita con tutto il caleidoscopio di emozioni che essa racchiude. L’incontro si è concluso con la consegna della relazione del Progetto Sente-mente® Comunità Amiche, ad entrambi i sindaci dei due comuni che erano presenti e che hanno rinnovato il loro interesse a proseguire in questa direzione con l’intento di creare all’interno dei due territori, una cultura di accoglienza e rispetto verso che vive con la demenza e le loro famiglie.

Autrice: Roberta Lenzi

La Skarozzata, per le vie di Ora

Domenica 2 ottobre scorso è arrivata a Ora “La Skarrozzata”, un’iniziativa nazionale nata nel 2011. Con l’intento di sensibilizzare ed educare alla diversità, i cittadini percorrono le strade delle città con sedie a rotelle, per testare le barriere architettoniche presenti sul territorio. Ad Ora in tanti hanno girato per le vie del paese in una passeggiata collettiva e inclusiva, sperimentando cosa significa muoversi in carrozzina. Ce lo racconta Mirko Caputo, organizzatore dell’evento.

Cos’è La Skarrozzata?
È un’associazione nazionale che non ha scopo di lucro né fini politici, cosa che mi è piaciuta molto, perché risolvere dei problemi, che sono le barriere architettoniche, senza obiettivi economico-politici è molto importante. Di solito invece quando si insidia la politica nascono anche dei dissidi, com’è noto. La mia iniziativa è nata soprattutto per sensibilizzare. Secondo me è la parola chiave per risolvere tante problematiche, o meglio, per fare in modo che non si creino: se andiamo a sensibilizzare chi decide le costruzioni della viabilità stradale, pedonale e ciclabile, riusciremo ad ottenere anche meno barriere architettoniche – e soprattutto potremo smantellare quelle mentali, che spesso ostacolano di più.

Perché la volontà di organizzare questa iniziativa?
Soprattutto per aiutare gli anziani. Spesso non si pensa che devono affrontare parte della loro vita con una sedia a rotelle con cui non hanno mai convissuto – rispetto a un disabile che la conosce a memoria – o con un semplice bastone. A Ora sono nato e vissuto e secondo me è un fiore all’occhiello per le barriere architettoniche, che bisogna proprio andare a cercare. Questa iniziativa mostra che si può sempre fare qualcosa per migliorare, ad esempio abbiamo notato che ci sono dei marciapiedi che potrebbero essere prolungati per evitare che si cammini sulla strada o sull’erba.

L’iniziativa come è arrivata a Ora?
Faccio parte della Commissione Anziani, la mia proposta è stata fatta in quella sede. Con la complicità di Sabine Bertagnolli, un’esperta in tematiche di inclusione sociale e sostegno alle persone con disabilità di Bolzano, mi sono informato e, parlandone insieme, siamo arrivati a questa Skarrozzata. Importante è stata anche la dott.ssa Barbara Avesani, Responsabile dell’Assistenza Protesica presso l’Azienda Sanitaria di Bolzano: non appena l’ho contattata si è interessata molto e ci siamo mossi in fretta per ottenere dieci carrozzelle da far utilizzare ai normodotati, così che potessero vedere le difficoltà presenti sulle strade.

Se dovesse fare un riassunto della giornata?
L’unica Skarozzata che è stata organizzata in regione risale al 2016, a Bolzano; tutto sommato era un’iniziativa nuova che ho dovuto spiegare a tutti. Le persone hanno cominciato ad avvicinarsi, soprattutto le signore, per farmi vedere dove c’erano difetti, dove sarebbe stato buono intervenire, cosa ci sarebbe da fare nel paese per migliorarlo. Inoltre, ho ricevuto molte chiamate anche sulle difficoltà nella viabilità: un attraversamento ciclabile non segnalato che potrebbe essere pericoloso, oppure dei marciapiedi che magari sono difficilmente percorribili, perché inclinati. Alla fine, il traguardo – la sensibilizzazione – è stato raggiunto: in tanti mi hanno chiesto dell’iniziativa e mi hanno contattato da altri paesi della Bassa Atesina per poterla sviluppare.

Ci sono altre iniziative legate a questa giornata?
L’iniziativa non finisce con il giorno dell’evento: adesso con sindaco e vicesindaco, che si sono messi a disposizione, bisognerà sviluppare dei progetti per poter intervenire su quelle piccole barriere architettoniche che abbiamo notato, e anche nelle nuove costruzioni, per evitare che ci siano problemi futuri. È stato bello vedere che la politica, unendosi, probabilmente riuscirà a fare qualcosa di buono. Poi domenica era la festa dei nonni, ci piacerebbe fare loro un bel regalo e risolvere alcune problematiche; infatti, legata alla Skarozzata, c’è sempre l’attenzione all’anziano.

Autrice: Ana Andros COOLtour

Castelfeder, l’Arcadia nell’Unterland

Nel cuore della Bassa Atesina si trova la collina di Castelfeder, per molti aspetti il territorio più rilevante e seducente di questo tratto della valle dell’Adige. Definita l’Arcadia del Tirolo, il suo paesaggio è caratterizzato da roccia porfirica arrotondata al termine dell’ultima era glaciale, prato arido, numerosi stagni e, soprattutto, maestose querce. Insomma, un ambiente bucolico che corrisponde perfettamente al “paesaggio ideale” che portiamo nell’anima.
Certo, non basterebbero le pagine di un libro per descrivere Castelfeder e la sua storia millenaria: dal neolitico alle culture del rame, del bronzo e del ferro fino al tardo medioevo. Siti preistorici, villaggi retici, il castrum romano (da qui passava la vecchia strada romana – ancora visibile – diretta a Pons Drusi e Tridentum), la roccaforte longobarda (ne parla F. Brandis nel 1678, mentre v. Wolkenstein accenna alla “popolazione antichissima di Castelfeder”) e castelli medievali hanno ospitato, nei secoli, genti di varie origini: italiche, retiche, etrusche, latine e germaniche. Tracce di templi, roghi votivi, chiese (splendide le rovine della cappella gotica del VI secolo di Santa Barbara e già dedicata a S. Vigilio), necropoli, vasche misteriose scavate nella pietra, levigate rocce della fertilità (si potrebbe approfittarne in questi tempi di scarsa natalità), mura di varie epoche (come le bizantine “Kuchelen” erette per proteggere il luogo dalle incursioni dei Bavari “bolzanini”) offrono al visitatore, insieme alle centinaia di reperti (domestici, bellici e religiosi) portati alla luce dal lavoro certosino degli archeologi, uno spaccato straordinario del passato di questa terra di confine con lo sguardo perennemente rivolto ai quattro punti cardinali: attitudine fortunatamente conservata fino ai giorni nostri.

Kuchelen e roccia della fertilità
foto servizio: David Kruk


Castelfeder, ai cui piedi sorse Endidae mansio (poi Ennemase), mercato e porto di rilievo, rappresentava uno snodo viario di vitale importanza: non solo tra Alpi e pianura padana, ma anche verso la Val di Fiemme e Feltre. La sua posizione a 200 metri di altezza consentiva di sorvegliare bene anche il fiume Adige e lo storico attraversamento di Gmund. Deve il suo nome attuale (quello antico, ahimè, è andato perduto) ad un patto (castrum foederis) tra Longobardi e Bavari che all’epoca si contendevano la Bassa Atesina o, forse, ad un castrum vetus eretto dai signori di Enn nel XIII secolo e poi distrutto.
Il tempo scorre lento, a Castelfeder, a volte sembra addirittura svanire. Allora, tra lo scampanellio monotono di qualche mucca e il fugace ronzio delle automobili sulla strada delle Dolomiti, è facile abbandonarsi alla sinuosa armonia dei prati solitari che si aprono inattesi sui terrazzamenti che sboccano nei vigneti del fondovalle, delle maestose querce millenarie o al saliscendi di sentieri incuneati nella pietra che non conducono più in nessun luogo. Anche se non dimentichiamo mai che tutto ciò è stato plasmato dalla mano degli uomini antichi, per il breve tempo di un mattino ci illudiamo di essere capitati nell’ultimo angolo di giardino dell’Eden rimasto come nostro Signore l’ha creato.

Foto principale: Santa Barbara

Autore: Reinhard Christanell

I mille talenti di Valter Mantovani

Valter Mantovani è un uomo di poche parole, e molti fatti, per l’esattezza “manufatti”. Scacchiere, sculture, scatole, disegni e molto ancora: sono centinaia gli oggetti che negli anni Mantovani ha creato, con ostinata precisione e meticolosa serietà, nella casa di via Parma a Bolzano, nel quartiere Don Bosco. La casa in cui è nato e, da pensionato, abita ancora oggi. Qui da bambino giocava nel cortile, “quando c’erano orde di ragazzi e una sola macchina, quella del Signor Palma, una seicento” ricorda Mantovani. La passione per il disegno nasce da piccolo in Valter, grazie a una scatola di colori regalata dal nonno: “i miei quaderni delle regioni d’Italia avevano tutti i bordini riempiti di disegni”, osserva sorridendo. Il papà operaio riconosce il suo talento e gli dice che, se convinto, la famiglia avrebbe fatto i sacrifici necessari per fargli proseguire gli studi artistici. “Ma non me la sono sentita”, racconta Valter, che, secondo di tre fratelli, studia all’Istituto Tecnico di via Cadorna e diventa perito meccanico.

Ciò nonostante, la vena artistica e creativa non lo abbandonerà mai. Si appoggia a un’officina di un amico a Oltrisarco e realizza oggetti con i materiali di scarto: manici di scopa e di martello, pannelli di plexiglas, masonite, pvc, tappi di sughero destinati all’immondizia, sotto le sue abili mani diventano scacchiere, sculture, contenitori. Tornio, pirografo, trapano a colonna per lui non hanno segreti – ma spesso scolpisce gli oggetti direttamente. Di scacchiere e scacchi ne realizza a decine, in legno, plexiglas e anche sughero. Ogni pezzo è un piccolo capolavoro di perfezione artigianale e di design, coerente nei colori e nei materiali, attento a ogni dettaglio: di ogni pedina – e sono 32! – viene valutato il peso, la forma, l’armonia con il tutto. Un lavoro senza prezzo – Valter infatti non vende le sue scacchiere, piuttosto le regala e comunque le cataloga scrupolosamente.
Lo stesso salotto in cui ci accoglie è costellato delle sue creazioni: una scultura di un ciclista che ricorda il dinamismo futurista, scatole multicolore e grandi disegni – “mi sono concentrato soprattutto su questi negli ultimi tempi, perché non hanno bisogno di molto spazio”- racconta. I disegni – suddivisi in “astratti” e “geometrici” – sono mirabolanti esplosioni di colore, composizioni caleidoscopiche, che ricordano le opere dell’astrattismo geometrico. Lavori capaci di “bucare” la superficie della carta e solleticare l’iride, nonostante la bidimensionalità. “Non mi piace rappresentare 1:1 le cose, preferisco che vengano suggerite” spiega Mantovani, che ha intuito il potere dell’allusione e di una traccia, più forte di un messaggio urlato. Eppure dice di non seguire l’arte, ma di amare i colori fiammeggianti di Van Gogh e ammirare Escher. Per il disegno potrebbe affidarsi al digitale. “Certo, ma è un po’ come per la bici elettrica: finché ce la faccio con le mie forze, preferisco pedalare senza aiuti”, risponde. Insomma un talento “completo”, che in un altro tempo e vita avrebbe potuto sedere in una classe del Bauhaus. Invece le sue creazioni sono rimaste in uno scrigno, scarsamente conosciute: i disegni sono stati presentati in una mostra all’ospedale di Bolzano, mentre per il raduno degli Alpini nel 2012 ha realizzato un manifesto per “Telefono Amico”. Ma cosa lo spinge allora a dedicarsi a oggetti e disegni?”. “Mi perdo nella concentrazione e sento esprimere la mia essenza, il meglio di me”, ci ha risposto Mantovani. Insomma, uno “stato di flow”, di flusso, direbbero i life designer. O, semplicemente, il saper godere dei propri talenti senza bisogno del plauso del pubblico a ogni costo.

Autrice: Caterina Longo

Identità in movimento, il festival

Se Laives fosse una persona, come la descrivereste? Qual è la sua identità? E come potrebbe diventare “da grande”? Parte da questi interrogativi per gettare uno sguardo sul futuro il Festival “Identity in Motion” organizzato dall’associazione culturale “lasecondaluna”. Per quattro giorni, da giovedì 14 a domenica 17 ottobre il centro di Laives verrà animato da una serie di attività culturali a ingresso gratuito: oltre alla realizzazione di mostre d’arte e visite guidate, è prevista la proiezione di un documentario su Laives realizzato dall’artista Laura Pan, la realizzazione di uno spettacolo teatrale per bambini che si svolgerà nelle campagne al limitare della città e l’animazione delle illustrazioni di Mike Fedrizzi in opere di videoarte. Le attività si svolgeranno presso la Kulturhaus e la Sala Espositiva di Laives, ma anche all’interno delle vetrine e dei negozi e nella piazza della città – questo per far uscire l’arte dai luoghi classici ad essa deputati e portarla tra le persone, negli spazi condivisi. L’iniziativa intende proseguire la “ricerca identitaria” iniziata con i festeggiamenti organizzati dal Comune in occasione dei 200 anni di Laives, ma, più che guardare al passato e alle origini, si rivolge al futuro, offrendo uno scorcio di ciò che Laives potrebbe diventare. Attraverso gli sguardi di giovani artisti e artiste del territorio, si offre così ai cittadini e alle cittadine la possibilità di guardare alla propria città con occhi nuovi e nuovi punti di vista. Il Festival inaugura giovedì 14 ottobre, ore 10 nella piazza del Comune; venerdì 15 ottobre, ore 18, visita guidata alla mostra al Kulturhaus; venerdì 15 e sabato 16, alle ore 18.30 presso via delle Part, “Lo Spirito di lévals – spettacolo teatrale interattivo nella natura”(per bimbi tra i 5 – 8 anni); sabato 16 ottobre alle ore 18.30 presso la sala espositiva di Laives si svolge un talk con gli artisti Rolando Tessadri e Federico Casati moderato dalla curatrice Stefania Rossi.

Domenica 17 ottobre, alle ore 20 si svolge la serata conclusiva con la proiezione del documentario su Laives dell’artista Laura Pan presso la Kulturhaus. “Come esplicitato dal titolo ‘Identity in motion’, lo scopo del progetto non è quello di proporre una visione del futuro univoca, ma semplicemente di stimolare una riflessione: l’identità di una comunità è in continua trasformazione, in perenne movimento.” – così gli organizzatori de “lasecondaluna”. Info “Festival Identity in Motion”, Laives, 14-17 ottobre. In varie parti della città. Ingresso gratuito, per info: lasecondaluna.eu.

Autrice: Caterina Longo