“Riprendiamoci Sinigo”


Tre giorni di festa per promuovere la partecipazione degli abitanti di Sinigo e tematizzare criticità ed esigenze del quartiere: dal 29 al 31 agosto andrà in scena Paloo Fest il festival di rigenerazione urbana promosso dal Centro giovani Tilt e dall’associazione La Strada-Der Weg. In programma ci sono concerti, mostre, mercatini e workshop. Ecco alcuni dei suoi protagonisti. 

// Di Roberta Catania

Fra i tanti attori della Paloo Fest ci sono i volontari dell’associazione Magari, che collabora con il team organizzativo del festival per sensibilizzare su una cultura di sostenibilità e di sharing. 

Chi siete?

Siamo un’associazione culturale con sede a Merano che intende creare luoghi d’incontro, di scambio di conoscenze, sperimentazione e produzione culturale nei quali condividere esperienze, differenze e desideri. Promuoviamo, affrontiamo e indaghiamo tematiche sociali, culturali e ambientali, attraverso l’arte e il design, organizzando attività di sensibilizzazione, partecipazione, didattica, co-progettazione, networking e ricerca, con un approccio transdisciplinare per tessere nuove relazioni.

Qual è stato il vostro progetto rigenerante su Sinigo? 

Abbiamo progettato un orto comunitario come spazio per il quartiere dove coltivare piante, ortaggi e relazioni. Immaginato e costruito in modo partecipativo, questo progetto di un anno include laboratori e momenti ludici ed educativi, con l’obiettivo di trasformarsi in un orto permanente per la comunità. Insieme al gruppo del Centro Giovani Tilt, creiamo momenti di esperienza comunitaria, attività didattiche socializzanti e sperimentali, basate sull’ educazione informale.

Che vuol dire per voi costruire un orto di comunità?

Auspichiamo che la presenza dell’orto crei un legame forte tra la comunità e l’ambiente locale. Costruire un orto di comunità, per noi, significa creare un bene comune. L’orto unisce piante e persone in una comunità vivente, favorisce l’inclusione sociale e stimola la partecipazione attiva nelle famiglie e di chi abita questo luogo.

Che ricadute sperate possa avere su Sinigo? 

Ci auguriamo che l’orto di comunità possa crescere, diventare una risorsa permanente ed  espandersi per tutta la località di Sinigo. Ci immaginiamo che diventi un posto non solo per fare crescere ortaggi ma per sentirsi comunità.

L’azione di semina per voi ha a che fare con “Cultura, comunità e trasformazione”, ovvero il sottotitolo del festival?

Certamente! Faremo un workshop di orto in cassetta per chi è interessato. La semina sarà la continuazione del nostro fare, poiché ogni piccolo gesto contribuisce a una trasformazione che guarda al futuro. Ci teniamo a collegare i vari linguaggi della cultura, sostenendo le differenze, la libertà di espressione e l’equità, creando così interazioni etiche, sostenibili e sociali per la comunità.

Come pensate risponda la popolazione di Sinigo?

Ci lasciamo sorprendere, sicuramente che ci saranno persone che hanno voglia di mettersi in in gioco in modo collaborativo, solidale, rigenerante e aperto.

Ultima domanda: prossimi orti urbani?

Orti comunitari disseminati ovunque!

GUERRILLA SPAM

Due collettivi artistici arrivano in residenza a Sinigo e realizzeranno opere artistiche sotto gli occhi attenti degli abitanti e dei passanti. Uno di questi sono i Guerrilla Spam.

Se doveste presentarvi al pubblico meranese, come vi definireste?

Facciamo arte negli spazi pubblici dal 2010. Abbiamo iniziato in modo spontaneo attaccando dei manifesti sui muri di Firenze senza alcun progetto di lunga durata, poi, con il tempo, il progetto si è strutturato e oggi facciamo muralismo come affissioni, installazioni e performance. Abbiamo lavorato in spazi eterogenei dalle strade ai musei, dalle scuole ai centri sociali, sino alle comunità o alle carceri.

La streetart è sempre una forma artistica dibattuta, voi però avete sempre l’obiettivo di calarla nel contesto territoriale…

Cerchiamo sempre di fare ricerca in modo da lavorare in ogni contesto in modo differente. Usare un linguaggio adatto serve per arrivare al pubblico; questo non vuol dire che si debba andargli troppo incontro, è sempre necessario tenere l’asticella alta facendo arte in modo accessibile ma anche in modo complesso, talvolta criptico. Dopo una ricerca iniziale dedichiamo tempo sul posto per conoscere il luogo e i suoi abitanti e spesso i bozzetti pensati a distanza vengono modificati arricchendosi di qualcos’altro. Ogni territorio ha esigenze differenti e cerchiamo di mettere sempre in discussione il nostro metodo e i nostri linguaggi reinventandoci all’occorrenza. 

Cosa porterete a Sinigo?

Cercheremo di realizzare due interventi differenti, un dipinto murale permanente che rimarrà agli abitanti, e una performance più estemporanea che creerà un installazione particolare, quasi “aliena”, con lo scopo di occupare lo spazio in modo differente cercando di coinvolgere le persone che passeranno di lì…

Il sottotitolo del festival è “Comunità, Cultura e Trasformazione”: cosa significa, nel vostro lavoro?

Con le comunità lavoriamo sempre, che siano queste di un paesino o di una metropoli, la classe di una scuola o una casa di richiedenti asilo; la cultura (sia quella “alta” che quella più “bassa”) cerchiamo sempre di inserirla nei nostri lavori, a più livelli di comprensione, in modo che questi siano solo il tramite per scoprire nuove cose. E la trasformazione è quello a cui ambiamo sempre: mai essere statici, fermi, nella vita come nello stile artistico, mutare sempre e sapersi adattare e reinventare, essere diversi da come si era prima ma non per rinnegare qualcosa solo per aggiungere altro.

Progetti futuri? 

Ne abbiamo molti in parallelo (come sempre!). Continueremo a studiare l’arte rupestre e faremo escursioni per cercarla e osservarla, dipingeremo nuovi muri cercando di essere sempre più essenziali e simbolici, scriveremo un libro o forse due, impareremo nuove cose e chissà poi cosa succederà.

MIRKOEILCANE

Mirko Mancini, cantautore romano, classe 1986, in arte Mirkoeilcane ha fissato il Paloo Fest tra le sue tappe di un tour nazionale molto fitto. Candidato al Premio Tenco nel 2016, vincitore di Musicultura nel 2017, calca il palco sanremese nel 2018, vincendo anche il Premio Mia Martini. A Sinigo lo si è voluto per la sua autenticità, le sue vibrazioni vere e attente all’ascoltatore, nonché per la sua attenzione alla prossimità. 

Come ti definiresti come artista?

Alla stessa maniera in cui mi definirei come essere umano: coerente e leale. Rimango fedele alla mia curiosità e non rincorro le mode del momento.

Quali sono le tue influenze musicali? A cosa ti ispiri?

Non saprei scegliere due o tre nomi. Mi piace la musica da ascoltare, quella suonata bene, da musicisti bravi e appassionati. Mi piacciono le canzoni quando si portano dietro un messaggio da condividere, una storia da raccontare che possa essere universale. Non ascolto la musichetta fatta per accompagnare gli aperitivi e non ascolto le canzonette in cui si tralascia completamente il valore della parte testuale.

Sinigo sarà una delle tappe del tuo tour estivo “La Musica contemporanea mi butta giù”: vuoi dirci di più di questo tuo progetto musicale? Perché ti butta giù questa musica contemporanea?

Mi butta giù perché si vuole far credere che basti un computer e un’intelligenza artificiale per scrivere musica. Mi butta giù perché si trattano gli ascoltatori come fosse un’indagine di mercato per vendere un paio di scarpe alla moda. Ci si dimentica di quanto sia importante studiare e rispettare la musica. Questo disco parla un po’ di questo e un po’ di vite normali, quelle in cui si mangia una pizza senza postarla su un social.

Cosa vuoi portare di te e della tua musica in questo rione che ha voglia di rinascere e di ricevere le attenzioni giuste per risentirsi comunità? 

Quelli in cui si sta vicini al pubblico sono i miei concerti preferiti. Sono molto contento di poter partecipare in piccolissima parte al processo di rinascita di Sinigo e spero che, anche così lontano da casa mia, qualcuno possa riconoscersi in una delle storie che racconto nelle canzoni.

“Cultura, comunità, trasformazione”: che cosa significano per te? 

La base di una società sana. Le avrei scritte nello stesso ordine. La cultura e l’arte sono le fondamenta su cui si costruisce una comunità felice e attenta che non si accontenta dell’informazione di massa ma rimane curiosa e critica. La trasformazione, a queste condizioni, è un processo continuo e inevitabile.

Progetti futuri?

Non smettere mai di portare in giro la mia musica e il mio messaggio. Scrivere almeno altri 28 album. Essere felice.

Autrice: Roberta Catania

AIDO: un sì per la vita


Nel corso del 2023 in Italia sono stati eseguiti quattromila trapianti d’organo e duemila donazioni, un record, ma non è ancora abbastanza. I pazienti in attesa di un trapianto sono oltre ottomila, restano troppi i “no” alla donazione. Sono troppi i cittadini italiani in lista d’attesa per un trapianto che potrebbe salvare loro la vita. Vediamo com’è la situazione in Alto Adige. 

Remo de Paola, nato e residente a Bressanone, di professione Ingegnere Civile libero professionista, è presidente al secondo mandato della sezione provinciale dell’AIDO (l’Associazione Italiana Donatori di Organi-tessuti e cellule). Oggi faremo due chiacchiere con lui per conoscere meglio l’associazione e per parlare dell’intensa attività di AIDO nel promuovere sul territorio la cultura della donazione degli organi “post mortem”, per informare e sensibilizzare la cittadinanza su questa importante tematica socio-sanitaria, come pure dell’attuale situazione in Alto Adige ed in Italia per quanto riguarda donazioni, trapianti, lista d’attesa e dichiarazioni di volontà.

Come ha deciso di diventare presidente di AIDO Alto Adige?

Sono ormai da molti anni donatore iscritto all’AIDO e la mia avventura all’interno dell’Associazione ebbe inizio circa un decennio fa, quando fui eletto presidente del gruppo AIDO di Bressanone, divenendo membro anche della sezione provinciale. Quattro anni fa fui nominato presidente provinciale, carica che dura appunto quattro anni, e quest’anno in aprile sono stato riconfermato per il prossimo mandato quadriennale.

Chi lavora in AIDO?

Il gruppo è fondato completamente da cittadini volontari che si battono per la questione e decidono di aiutarci. Senza il lavoro volontario gratuito da loro prestato sarebbe davvero difficile portare avanti la nostra missione. Recentemente è stato rinnovato anche il direttivo sia nella Sezione Provinciale, sia nei Gruppi Comunali di Bolzano e di Bressanone che resteranno in carica fino al 2028, con riconferme e nuovi preziosi innesti, tutti collaboratori volontari.

Quando è stata fondata l’associazione?

L’AIDO nasce a Bergamo nel 1973, da un solerte gruppo di volonterosi ed è da lì in avanti che sono nate numerose sezioni comunali e provinciali, tra cui quella di Bolzano poco meno di cinquant’anni. Si sono costituiti poi via via i gruppi comunali quali: Bolzano, Bressanone oltre quarant’anni fa e anche quello della Val Venosta. Attualmente la nostra sede si è spostata presso il centro Premstraller in via Dolomiti 14, in locali funzionali forniti dal Comune di Bolzano.

Qual è la vostra missione?

Il compito principale della nostra Associazione è quello di sensibilizzare la popolazione sull’importanza della volontà di donare (soprattutto post mortem) gli organi per possibili trapianti. Ci occupiamo di diffondere la cultura della donazione: nelle piazze, nelle scuole, e in tutti i luoghi in cui sia possibile, affinché tutti vengano sensibilizzati sull’importanza del dono, con particolare attenzione alle nuove generazioni. 
Provvediamo alla raccolta, per quanto di competenza, di dichiarazioni di volontà favorevoli alla donazione di organi, tessuti e cellule post mortem e promuoviamo stili di vita sani atti a prevenire l’insorgere di patologie che possano richiedere come terapia il trapianto di organi.

Perché un sì può fare la differenza?

Perché rispondere sì alle richieste di adesione alla volontà di donare? La risposta seppur complessa è in realtà molto semplice: più donatori potenziali consentono al sistema dei trapianti di poter avere più donazioni e quindi di poter potenzialmente effettuare più operazioni che salvano vite, altrimenti destinate a sicura morte (salvo alcuni casi ove la tecnologia supplisce per esempio con dialisi).

Come siamo messi in Italia per quanto riguarda il numero di donazioni e trapianti?

L’Italia si pone all’avanguardia in Europa per numero di donazioni e di trapianti; siamo secondi solo alla Spagna. Le strutture situate su tutto il territorio nazionale si adoperano, seguendo severi protocolli sanitari internazionali, a far si che i trapianti abbiano successo. Le persone in Italia in attesa di trapianto sono oltre 8.000, a fronte di circa 3.400 trapianti effettuati.

Quanti possibili donatori sono presenti nella nostra regione?

Non è noto il numero esatto di persone in lista d’attesa nella provincia di Bolzano, ma di certo si sa che i donatori iscritti AIDO hanno superato la cifra di 15.000 persone. È importante citare il lavoro delle anagrafi comunali che consentono di scrivere sulla carta d’identità la propria volontà al dono; per non parlare dell’attività di altre benemerite Associazioni.

Questo numero come può essere aumentato?

L’AIDO, riconosciuto dal Ministero della Sanità come parte attiva della campagna di sensibilizzazione, ha come obiettivo minimo quello di equilibrare il numero delle donazioni con quello delle richieste, un compito non facile! Molte persone, per i più disparati motivi, non ritengono di dover aderire e questo pone la nostra Associazione nelle condizioni, ove possibile e senza mai forzare in alcuna maniera le singole volontà, di far capire l’importanza di un gesto di immenso peso che potrebbe salvare altre vite.

Con i trapianti come ce la caviamo nella città Bolzano?

La città di Bolzano, presso l’ospedale San Maurizio, ha un reparto dedito ai trapianti, anche se poi le operazioni vengono eseguite in centri specializzati, quali il centro trapianti della clinica universitaria di Innsbruck, grazie alla stretta collaborazione specialistica (e qui devo spendere parole di elogio al sistema sanitario dell’Alto Adige). Altri centri in Italia sono in contatto al fine di rendere possibile in tempi brevissimi i prelievi e quindi i successivi trapianti.

Cosa direbbe alle persone che decidono di non aderire ad un programma di donazione post mortem?

Non ritengo di dover fare appello alla coscienza dei cittadini, ma mi permetto solo di ricordare quante persone, concittadini ed altoatesini, sono in grado di vivere una vita “normale” grazie alle persone che hanno scelto di donare. Il sottoscritto ha potuto personalmente capire il valore di cosa significhi quanto sopra detto, perché se la propria figlia continua a vivere una vita normale, è proprio perché, grazie ad un anonimo donatore, ha ricevuto due nuovi polmoni sani, senza i quali la sua vita sarebbe terminata senza speranza di guarigione.

Autore: Niccolò Dametto

Spartan race: tra fango e sudore sul tetto del mondo


La Spartan Race è una gara ad ostacoli estrema, nata in America da un gruppo di ex militari nel 2010 e diffusa in tutto il mondo successivamente. L’idea di base è quella di simulare i percorsi di guerra a cui si sottopongono i militari durante l’addestramento. La gara prevede ripide arrampicate, corse con pesi, rotolamenti nel fango, lancio del giavellotto, passaggi sotto il filo spinato, superamento di energumeni che ti ostacolano con mezzi di respingimento, e tanti altri ostacoli. In Alto Adige abbiamo uno degli atleti più forti degli ultimi tempi, vicecampione europeo nel 2021, campione europeo nel 2023 e campione del mondo nel 2024. Il suo nome è Luca Pescollderungg. Oggi andiamo a conoscerlo meglio e a farci raccontare di più su questo sport.

Ciao Luca, da dove vieni e quali sono le tue passioni… 

Mi chiamo Luca Pescollderungg ho trentatré anni e vengo da La Villa in Alta Badia. Abitando nel mezzo delle Dolomiti mi piace molto praticare sport outdoor, mi piace correre in montagna e andare in bici da corsa, ogni tanto vado arrampicare e pratico le Spartan che sono lo sport dove ho iniziato a competere e ho avuto ottimi risultati.

Come ti sei avvicinato al mondo delle Spartan?

Un giorno un mio amico mi ha parlato di questo sport che veniva dall’America: la Spartan Race. Devo ammettere che mi ha incuriosito molto, sono andato a casa, ho aperto il loro sito per informarmi un po’ meglio e mi sono iscritto alla mia prima gara. Settembre 2016, ero già sulla linea di partenza per la mia prima gara di Spartan a Kitzbuhel, in Austria. Mi sono iscritto nella categoria non competitiva, da lì mi sono subito innamorato di questo sport.

Come funziona una gara Spartan?

Le Spartan sono gare di OCR (Obstacle Course Race) dunque sul tragitto corri e trovi degli ostacoli naturali o artificiali che devi superare. Quelli naturali possono essere per esempio dei fiumi da guadare o degli alberi da oltrepassare. Gli ostacoli artificiali invece sono delle strutture che vengono appositamente montate e devi riuscire a passarle senza cascare; se caschi ci sono i giri di penalità che consistono in giri in cui ti fanno trasportare una catena molto pesante oppure un sacco di sabbia o un grande sasso.

Nelle foto in gara sei sempre molto sporco… 

Di fango ne trovi! Le prime gare Spartan erano più sporche, lì veramente ci facevano sporcare tantissimo, adesso lo sport si è un po’ evoluto ed è diventato più professionale. 

Quante volte a settimana ti alleni?

Mi alleno tutti i giorni circa due/tre ore al giorno. Purtroppo, non sono un atleta professionista, sono campione del mondo ma non ho mai avuto la fortuna come altri atleti che vengono da altri Sport di avere grossi sponsor che ti permettono una sicurezza economica e di poterti concentrare unicamente nello sport che ami. Lo faccio solo per passione e per me un vantaggio perché sono lì sulla linea di partenza che guardo gli atleti professionisti o che fanno solo un lavoro part-time e mi dico che non ho nulla da perdere, sono solo loro che devono temere di me. 

Che allenamenti fai?

I miei allenamenti consistono per lo più in sessioni di corsa, mi alleno molto correndo in montagna in più faccio degli esercizi di grip (come quelli che fanno gli arrampicatori), faccio trazioni e molti esercizi concentrati sulla forza.

Consiglieresti ad un ragazzo di iniziare a praticare questo sport?

Spero che prima o poi tanti giovani inizino a fare questo sport perché è veramente uno sport bellissimo dove devi essere un atleta completo, durante le Spartan serve molta forza e soprattutto tanta testa perché non sai mai quanto è dura, ci sono i trasporti che fanno da variabile, non sai mai quanto peso ti caricano né quanto sono lunghi. Il bello è anche questo, mentalmente non riesci proprio a fare una strategia, non è così prevedibile come tenere il ritmo per quarantadue chilometri.

Autore: Niccolò Dametto

Siamo tutti stranieri?


In provincia di Bolzano parlare di stranieri non è mai stato né semplice né facile. Per riordinare un po’ le idee e metterci nei panni di coloro che ci hanno raggiunto di recente, per un motivo o per l’altro, abbiamo pensato di farci aiutare da un sociologo: Adel Jabbar.

Adel Jabbar è un appassionato di storia e geografia approdato alla sociologia per comprendere la dinamica dell’agire umano in rapporto allo spazio e al tempo. Questa passione lo ha condotto a fare ricerca nell’ambito dei processi migratori e della comunicazione interculturale. Libero docente e collaboratore di istituzioni accademiche nell’ambito del pluralismo culturale e religioso, ha insegnato in diversi atenei e ha partecipato a diverse ricerche e numerose pubblicazioni nell’ambito dell’immigrazione. Redattore della rivista “Il Cristallo” (BZ) è curatore di molteplici eventi cinematografici e artistico-letterari.

L’INTERVISTA

Spesso tendiamo a pensare socialmente all’Alto Adige come ad un unicum a livello mondiale. Questo come se nel resto del mondo i territori, a differenza che da noi, fossero tutti caratterizzati dalla presenza di un unico popolo e un’unica lingua. Siamo davvero unici? Siamo un’isola?

Ecco: partiamo da qui. Secondo me neanche un’isola è… isolata. è infatti accarezzata dall’acqua, dalle onde, dalle varie tempeste e dai venti. Poi basta che pensiamo a Robinson Crusoe di Defoe: l’isola è un vero e proprio mondo, fatto di tante cose, e poi lui incontra Venerdì; non è solo. Parlando dei movimenti migratori mi capita di fare riferimento spesso alla mia storia: io sono nato infatti a Baghdad, che oggi si trova in Iraq. Noi abbiamo sedimentato nella nostra percezione l’idea che molti eventi della storia più antica dell’uomo si siano svolti proprio lì in quella zona. Poi ci sono Adamo ed Eva, le prime due persone, entrambi migranti, extraterrestri. A ben vedere anche loro sono stati catapultati, da irregolari, nel giardino dell’Eden. Queste storie raccontano quello che è tipico delle specie viventi in grado di camminare, essere umani ma non solo. Siamo il prodotto di processi di trasformazione, di lunghi percorsi e – in definitiva – lunghissime camminate. Il fatto di viaggiare è rimasto nell’indole dell’essere umano, oggi lo facciamo per motivi turistici, di lavoro, di studio, di esplorazione. La nostra passione per cavalli, bici, moto, treni e aerei, auto sportive…, nasce da qui. La nostra indole è nel movimento. Se partiamo dall’idea che il movimento è la sostanza della storia e della nostra esistenza, dove sta allora la nostra famosa unicità?

In provincia di Bolzano da un certo punto di vista gli “italiani” vedono i “tedeschi” come “stranieri”, ma anche i sudtirolesi vedono gli “italiani” allo stesso modo. Poi “italiani” e “tedeschi”, insieme, vedono gli immigrati come “stranieri”. La stessa cosa naturalmente la fanno gli immigrati che – a loro modo e partendo dalla loro esperienza e provenienza – vedono “noi” come stranieri. In sostanza: in un modo o nell’altro qui siamo tutti stranieri…

Sì, e questo è un vantaggio perché in questo modo le persone continuano a interrogarsi. Questo atteggiamento naturalmente può portare sia ad un’apertura che a una chiusura nei confronti degli “altri”. Interrogarsi richiede energie, anche psichiche, in un processo che non tutti sono in grado di affrontare, guardando altri orizzonti e incontrando cambiamenti. Gli essere umani hanno bisogno anche di certezze, che sono legate alle abitudini. E lì nasce un problema esistenziale: da una parte c’è la necessità e il diritto (libertà) di cambiare, dall’altra le certezze da preservare.

Sì, e bisogna riuscire a trovare un equilibrio tra queste due dimensioni. E per fare questo ci vuole anche e soprattutto un lavoro pedagogico. Ma chi lo svolge?

La scuola? La politica? I vari attori e le varie agenzie nella società?

Una volta si parlava soprattutto della scuola e dei suoi educatori. Oggi non credo che sia più così. Una volta si pensava che la scuola avesse anche lo scopo di “formare”, ma anche delimitare lo spazio di manovra della mente. In ogni caso la scuola ha anche sempre fornito degli strumenti. Attraverso letture, conoscenze, una spinta a guardarsi intorno, la scuola è stata senz’altro un’agenzia di socializzazione fondamentale anche nel guidare la trasformazione della società. Ma oggi molte altre realtà competono con la scuola, da questo punto di vista.

In Alto Adige la scuola ha anche la caratteristica peculiare di essere monolingue, a fronte di una popolazione che nasce con due diverse madrelingue d’origine, ma che poi si vorrebbe tutta magicamente plurilingue.

Noi viviamo in un contesto che ha una storia particolare e dove da un certo punto di vista è legittimo che un gruppo che si sente fagocitato, cerchi di tutelare il proprio patrimonio linguistico e culturale. Ma anche qui è una questione di equilibrio tra le certezze da preservare e il cambiamento che è ineluttabile. Gli equilibri vanno mantenuti, ma anche prodotti, e devono comunque essere anche sempre “aggiustati”. Naturalmente in questo senso anche la politica gioca un ruolo fondamentale.

Come vivono gli stranieri in Alto Adige? è una terra amica dei migranti?

Per molti quella di emigrare è una necessità. E sto parlando di motivi di lavoro, non di profughi di guerra o esiliati. La maggior parte della migrazione oggi è spinta da necessità materiali. Si parla di migranti economici, ma spesso le motivazioni possono anche essere ambientali o legate ai diritti. Le motivazioni a volte sono molteplici e coincidono. Ma non tutti quelli che hanno un bisogno poi partono, sono solo alcuni quelli che lo fanno. Questi alcuni sono animati dal desiderio di affermarsi in qualche modo, si tratta di un bisogno personale. Vanno verso una “terra promessa”, ma che in realtà non è stata promessa a nessuno. Arrivare in una terra non promessa implica già in partenza la necessità di fare i conti con le proprie illusioni. La vita del migrante per motivi di lavoro non coincide quasi mai con le proprie aspettative. Quando un immigrato arriva in provincia di Bolzano trova un contesto in cui si parlano due lingue invece che una, entrambe necessarie per sopravvivere e accedere alle varie opportunità disponibili. Quando arrivano in Alto Adige gli immigrati devono rapportarsi con un’area di confine che ha una storia particolare e delle persone che hanno delle sensibilità che partono da memorie storiche diverse tra loro. Al migrante tocca vivere questo e non è mai facile. Dobbiamo ricordarci che, per un migrante, l’approdo non è mai la soluzione del problema, ma solo il primo passo. Di un lungo processo di interazione che possiamo chiamare in tanti modi: integrazione, inserimento, inclusione… Per molti aspetti si vivono rinvii e lunghe attese. E nell’emigrazione isolarsi a volte è anche una forma di protezione, rispetto all’esporsi in un tessuto sociale per il quale spesso non si hanno tutti gli strumenti necessarie per affrontarlo.

Sì. Ad essere vissute ci sono poi due diverse realtà, quella materiale e quella “affettiva”.

Sul piano materiale ovvero del mercato del lavoro direi che la maggior parte dei migranti in Alto Adige trovano una soluzione. Ma, appunto, si tratta solo di un tassello della vita. Per il resto le persone tendono a voler coltivare le certezze che hanno acquisito nel paese d’origine.

Stiamo parlando di un background culturale, della propria storia nel paese d’origine, di una lingua, una religione, aspetti che continuano tutti ad essere coltivatati in qualche modo, individualmente oppure in gruppo… magari annacquando un po’ la cosa con il passare degli anni.

è una dimensione affettiva appresa dalla famiglia e dal vicinato nel paese d’origine. Sono aspetti fondamentali per la vita delle persone che, tra l’altro, è difficile ricostruire in maniera solida nel nuovo luogo in cui si va a vivere. A volte agli immigrati una certa separazione è dunque necessaria, anche per riuscire a gestire il difficile rapporto con l’ignoto. Con il tempo poi la situazione cambia.

Cambia in che modo?

Si instaura un rapporto tra memoria e progetto. La memoria è relativa al bagaglio che si ha dentro, il progetto è invece quello che si deve costruire. C’è quindi un adattamento, che qualcuno chiama aggiustamento identitario. Preferisco non usare il sostantivo “identità”, perché è meglio focalizzarsi sulla strategia che viene messa in atto. L’aggiustamento avviene poi su diversi piani: lavoro, dimensione abitativa, riconoscimento sociale e culturale, ecc.

Probabilmente non siamo consapevoli di queste dinamiche che ogni immigrato in un modo o nell’altro deve attivare. Tendiamo magari invece a vedere solo l’aspetto religioso come preponderante. Da qui l’idea stereotipata dello straniero che in via esclusiva rivendica la sua religione e, magari, vuole anche imporcela…

Il discorso religioso a mio parere viene strumentalizzato. La religione oggi in Alto Adige non viene più vissuta così intensamente, ma questi temi sono ancora in grado di colpire le sensibilità. Se ci sono degli immigrati di religione cattolica, non è che questo li aiuti più di tanto a livello di riconoscimento sociale. E quando gli italiani a suo tempo sono emigrati in Germania non è che lì abbiano ricevuto chissà quale riconoscimento in quanto cattolici. La stessa cosa vale anche in Alto Adige. Qui entrambi i gruppi linguistici sono cattolici, ma questo ha aiutato nella costruzione della convivenza?

Eh già. All’interno della diocesi i due gruppi linguistici vivono divisi quasi al 100%, nella pratica dei riti e nella vita comunitaria.

In giro per il mondo ci sono un sacco di conflitti e spesso la religione non è determinante. Ad esempio oggi gli Ucraini, ortodossi, sono in guerra con i Russi, ortodossi pure loro. E pensare che a suo tempo l’evangelizzazione della Russia partì proprio da Kiev.

Il mondo musulmano viene visto come una cosa unica e in realtà ad essere sotto la lente sono soprattutto una serie di aspetti culturali: il ruolo della donna, una certa idea di famiglia…

I modelli si evolvono, sia nella terra d’origine che nella versione riveduta e corretta nella terra d’emigrazione. Io eviterei le generalizzazioni, perché non aiutano. I modelli di famiglia poi sono molto diversi tra loro, non solo tra le varie comunità che si richiamano all’Islam, ma anche all’interno delle stesse comunità. Il vissuto religioso di per sé è molto diverso tra Marocco e Bangladesh, Senegal e Iran, Afghanistan e Tunisia, Indonesia e Pakistan, solo per fare alcuni esempi. E la cosa vale anche per i cattolici. Tra un cattolico svizzero e uno dell’Uganda, tra uno del Brasile e un altro delle Filippine, ci sono grandi differenze, no? Le regioni poi vengono interpretate dalle singole persone. E le persone non sono clonate. Se fosse così noi a Bolzano saremmo tutti uguali, e invece… I riferimenti valoriali sono diversi e non per nulla c’è una dialettica, che spesso può anche generare contrapposizioni. Quando siamo partiti in questa conversazione il tema era la presunta unicità dell’Alto Adige. Io parlerei invece di specificità. Ecco: quella c’è senz’altro.

Qual è la nostra specificità?

Non siamo molto condizionati dalla concetto di stato/nazione e questo concetto è legato alla specificità di solo alcuni paesi occidentali. Ma in realtà se andiamo a vedere ad esempio la Francia, che noi tendiamo a vedere come uno degli stati più “compatti”, in realtà anche lì ci sono mille

sfumature legate ai territori d’oltremare e ai moltissimi cittadini che provengono dalle colonie.

Dal punto di vista politico gli immigrati quale realtà sentono più vicina?

Probabilmente le istituzioni territoriali più piccole. Tant’è vero che in consiglio comunale a Bolzano sono presenti ben quattro consiglieri con background migratorio. Non è una situazione frequente e tra l’altro nessuno di loro fa riferimento a partiti di sinistra, notoriamente molto più attivi sulle politiche pro immigrati.

Probabilmente hanno costruito il loro consenso anche e soprattutto attraverso i loro rapporti con i non immigrati.

Proprio così. E non dobbiamo dimenticare che anche nelle comunità d’origine ci sono diversi orientamenti politici, che gli immigrati portano con sé nella loro nuova realtà.


Luca Sticcotti

Rita Chiaromonte: l’impegno per la scuola anche oltre la scuola


Maria Rita Chiaromonte è stata insegnante, dirigente scolastica e ispettrice per l’integrazione. Ha collaborato al Nucleo operativo del Comitato di valutazione del sistema scolastico. Per l’Università di Bolzano è stata docente a contratto presso la Scuola di Specializzazione per l’Insegnamento Secondario per l’insegnamento della Didattica Speciale. Dopo il pensionamento, in seno al Soroptimist International d’Italia, è tornata ad occuparsi di scuola e in particolare del dilagante problema del Bullismo e del Cyberbullismo, creando con altre esperte materiali che potessero essere di sostegno alle famiglie oltre che ai docenti.

Come siete arrivate a creare un gruppo di lavoro sul bullismo?

Il Soroptimist ha creato un gruppo di lavoro formato da soggetti della società civile: esperte del settore, psicoterapeute e psicologhe, funzionarie delle forze dell’ordine, genitori, magistrate, dirigenti scolastiche, docenti, studenti.

Il vostro gruppo di lavoro ha creato anche del materiale informativo?

Il Club Soroptimist International si è impegnato a realizzare un’agile guida intitolata Contro il Bullismo e i Cyberbullismo, rivolta essenzialmente a genitori e insegnanti. Nella seconda parte compaiono le domande dei genitori e le risposte delle psicoterapeute. Nella terza parte vi sono le testimonianze toccanti dei ragazzi vittime di bullismo.

Cosa è il bullismo?

Il bullismo è una forma di comportamento aggressivo e prepotente caratterizzato da intenzionalità, sistematicità e asimmetria di potere Il bullismo può essere fisico, verbale

o psicologico.

Che cos’è il cyberbullismo?

Il cyberbullismo o bullismo digitale è una forma di aggressività sociale molto pericolosa perché, sfruttando la tecnologia, internet e i social media può diventare più veloce, pervasiva, diffusa, distruttiva e anonima. Si giunge velocemente alla public shaming, che è l’umiliazione pubblica di un individuo.

Quali sono i ruoli nel bullismo?

Il bullismo è un fenomeno di gruppo e sei sono i ruoli identificati: il bullo/la bulla, l’aiutante del bullo, il sostenitore del bullo, la vittima, il difensore della vittima, l’esterno.

Il bullismo è un comportamento solo maschile?

Da sempre il bullismo è stato trasversale ai generi ma a partire dal 2019 il bullismo al femminile ha avuto un vistoso aumento.

La scuola può contrastare il bullismo e il cyberbullismo? Come interviene?

I doveri dei dirigenti scolastici e degli insegnanti – in quanto Pubblici Ufficiali – sono in primo luogo l’elaborazione e l’utilizzo del “Il Protocollo di prevenzione del bullismo e del cyberbullismo”, documento indispensabile che viene condiviso con i genitori. Molto importante è anche l’istituzione del Team Antibullismo costituito dal dirigente scolastico e dai referenti per il bullismo-cyberbullismo, dall’animatore digitale e da altre professionalità presenti all’interno della scuola (psicologo, pedagogista, operatori).

Se tali risorse non fossero sufficienti?

Il dirigente scolastico, l’insegnante, il genitore, l’educatore devono attivare senza ritardo le autorità competenti: i Servizi minorili, le Forze di Polizia e l’Autorità Giudiziaria attraverso: modalità quali la segnalazione, la denuncia, la querela, l’ammonimento.

Cosa si intende per segnalazione?

La segnalazione è un atto redatto da qualsiasi persona o istituzione che sia venuta a conoscenza di una situazione lesiva o pericolosa per la salute psichica o fisica di un minore con cui si comunica ai Servizi Sociali, a un Ufficiale di Polizia Giudiziaria o all’Autorità Giudiziaria una preoccupazione relativa alla situazione di pericolo per uno studente.

Cos’è la “denuncia”?

È la segnalazione obbligatoria con la quale il Pubblico Ufficiale rende noto all’Ufficiale di Polizia Giudiziaria o all’Autorità Giudiziaria un fatto che può costituire un reato perseguibile.

Cos’è la “querela”?

È uno strumento che prevede un “richiamo” da parte dell’Autorità di Pubblica Sicurezza all’autore di cyberbullismo. Si può presentare al Questore la richiesta di ammonire uno o più minori (di età compresa tra 14 e i 18 anni non compiuti), autori delle condotte sopracitate.

Musica e poesia per i 99 anni di Mary


Il 9 luglio, proprio nel giorno del suo novantanovesimo compleanno, a Palais Mamming, è stata presentata la nuova raccolta di poesie italiane di Mary Pound de Rachewiltz, dal titolo “Processo in verso”, di Bertoni Editore. È stato Massimo Bacigalupo, professore emerito dell’Università di Genova, esperto indiscusso di letteratura angloamericana e grande conoscitore di Ezra Pound e della figlia Mary a presentare il nuovo volume. Mary Pound de Rachewiltz con i capelli canuti raccolti nella sua acconciatura storica, il volto radioso e lo sguardo vispo, ha fatto il suo ingresso nella sala gremita al braccio del figlio Siegfried. Nel corso della serata con battute simpatiche e spiritose ha letto alcune delle sue poesie. Con grande gioia ha seguito attenta gli accordi armoniosi del violino di Marcello Fera e del violoncello di Clemens Fera, amici affezionati.

Nata a Bressanone il 9 luglio 1925 dalla relazione tra il poeta statunitense Ezra Pound e la violinista, originaria dell’Ohio, Olga Rudge, inizialmente non fu riconosciuta dal padre. Da piccola fu affidata a una famiglia di contadini tirolesi residenti a Gais, in Val Pusteria. La sua prima lingua fu quindi il dialetto tirolese e il quotidiano di una famiglia che vive e lavora in un maso. Montagne, campi, caprette e pecore il suo primo orizzonte.

Col sostegno dei genitori, a 14 anni, venne mandata a studiare alla Quiete di Firenze, ma già nel 1941 fu costretta a lasciarlo per mancanza dei mezzi economici necessari. Durante la seconda guerra mondiale la madre Olga perse il possesso della sua casa a Venezia e Mary si trasferì per un periodo a Rapallo con lei. In seguito Mary fece ritorno dai genitori adottivi a Gais.

Quando Mary ebbe compiuto i suoi 19 anni il padre le parlò finalmente dell’altra famiglia: la moglie Shakespear e il figlio Omar. Quando tornò a Rapallo, scoprì che il padre era stato arrestato dalle autorità statunitensi con l’accusa di tradimento a causa delle sue trasmissioni radio contro l’entrata in guerra degli Stati Uniti. Durante i dodici anni di detenzione di Ezra Pound al Saint Elizabeth’s Holspital, Mary gli poté fare visita una sola volta.

Nonostante la lontananza e le numerose vicissitudini il rapporto col padre fu sempre molto forte e fin dai suoi 14 anni Pound le aveva affidato, come esercizio, alcune traduzioni delle sue poesie. Sotto la guida del padre, tradusse un capitolo dell’Erlebte Erdteile di Frobenius ed estratti da “Noh” o Accomplishment di Ernest Fenellosa e Ezra Pound, pubblicati nel 1942. Da giovane e negli anni a seguire Pound e la sua immensa opera, oltre alla letteratura americana, divenne l’universo di studio, indagine, conservazione e soprattutto traduzione e divulgazione di Mary. Ella tradusse in italiano e pubblicò l’opera integrale dei Cantos. Nel 1946 aveva sposato l’egittologo italo-russo Boris de Rachewiltz, e insieme diedero vita a Brunnenburg che fu la casa per la loro famiglia, ma anche un luogo di cultura, studio e conservazione. A Brunnenburg Mary custodì e custodisce l’archivio paterno e mantenendo instancabile i contatti con gli studiosi, gli scrittori e gli artisti che si occupavano e si occupano a tutt’oggi di Pound. Come traduttrice Mary ha firmato inoltre le importanti traduzioni italiane dei poeti americani: Robinson Jeffers, Edward Estlin Cummings, Ronald Duncan e Denise Levertov.

La signora de Rachewiltz è stata curatrice presso la Beinecke Rare Book and Manuscript Library dell’Università di Yale. È stata borsista del Radcliffe Institute dal 1973 al 1975 e da allora ha tenuto conferenze in molti college e università degli Stati Uniti. Pur essendo nata e vissuta in Italia per tutta la vita, ha la cittadinanza americana. Dal gennaio al marzo 1987, Mary de Rachewiltz è stata la prima Canaday Fellow dell’Università di Toledo.

Come poetessa pubblicò numerose raccolte poetiche nate in inglese o in italiano. Come autrice scrisse lo splendido memoriale intitolato Discrezioni. Storia di un’educazione (1973).

Rosanna Pruccoli

Ecco il nome del festival: “Paloo Fest”


Era stato anticipato fra le colonne del QuiMerano: dal 29 al 31 agosto ci sarà un festival a Sinigo, una manifestazione ricca di eventi e soprattutto partecipata. Il programma è ancora misterioso anche se alcune indiscrezioni lasciano intendere che ci saranno concerti, mercatini di arte e artigianato, tornei di calcetto a cinque, presentazioni di libri, tavole rotonde con esperti di rigenerazione urbana, workshop di ceramica, cene di comunità: insomma tantissime cose bollono in pentola a Sinigo. Il festival è organizzato da La Strada-der Weg in un percorso di coprogettazione con alcuni enti locali e soprattutto con i cittadini. Nei giorni scorsi si è tenuto un workshop per ragionare insieme alla popolazione sulla programmazione del festival e soprattutto per definirne il nome.

Alla fine, si è optato per “Paloo Fest”. “Paloo” ricorda la palude, contesto naturale vicino a Sinigo per vicende storiche: profondo, ricco, fertile e con molte potenzialità, proprio come questo paese, che è visto dal team organizzativo come un luogo da ricoprire, curare e valorizzare. Le due “oo” del nome sono per rendere il nome più divertente e originale.

Rodrigo Medina è uno degli ospiti della prima edizione del “Paloo Fest”. Giovane designer, ma esperto osservatore della realtà, produttore di idee innovative per rendere ancora più spontanei i processi di socializzazione umana, Rodrigo è da poco uscito dal percorso universitario dell’Unibz e grazie alla collaborazione del festival con l’ateneo altoatesino avrà la possibilità di testare un suo progetto proprio nel contesto urbano di Sinigo. Cosa? “Vibo”: una panchina di comunità.

Rodrigo Medina, come ti definiresti?

Mi piace definirmi designer multidisciplinare, se proprio devo definirmi, visti i miei molteplici interessi e capacità che a volte variano anche di tanto, come ad esempio la passione per la street art o il forte interesse per lo spazio urbano, appunto.

Da designer, a cosa fai attenzione nelle ideazioni dei tuoi progetti?

Sono riuscito di recente a capire di me stesso che nei progetti amo “svelare il potenziale” di oggetti, persone e circostanze. Spesso basta un gesto, un’intuizione, che porta al progetto ad avere un’aria leggera e piacevole, insomma cerco di fare attenzione che il progetto non risulti un’imposizione quanto un invito amichevole, che si tratti di uno schiaccianoci o di una panchina.  Il mio motto: “Essere gentili è essere forti”.

Quanto valore ha il contesto in cui il progetto viene inserito per te?

Il contesto, nelle sue varie sfaccettature, ha un grande valore. Ad ogni modo, penso che alle volte questa regola aurea può anche essere coscientemente aggirata. Cosa intendo? Voglio dire che, sì, prima di agire all’interno dello spazio bisogna capire lo spazio stesso. Poi a seconda del “punto di applicazione”, cioè quella problematica che abbiamo individuato, possiamo studiare una proposta più o meno specifica. Alle volte si può pensare ad una soluzione più che per il luogo stesso, ad esempio per la riappropriazione dello spazio.

In questa prima edizione del Paloo Fest, il festival di rigenerazione urbana di Sinigo, tu sarai tra gli ospiti. Come, o meglio, con cosa sarai presente?

Porterò il mio progetto di tesi Vibo, un piccolo set di sedute basse, o panchette, che ha come obiettivo quello rendere noto agli abitanti che ci sono degli spazi che possono essere utilizzati e vissuti anche se non viene specificato da un cartello, dopotutto non viene nemmeno vietato. Come? Tramite la pratica del “vibare” un inglesismo legato al rilassarsi, creare atmosfera e in generale passare del tempo di qualità.

Vuoi entrare più nel dettaglio?

Come anticipato si trattano di sedute basse, questa caratteristica è anche il cuore portante del progetto. L’idea era quella di richiamare il sedersi sul prato, che in un certo senso è il modo più informale per sedersi. Questa informalità apre la possibilità a diversi scenari di natura creativa/ricreativa.

Il sottotitolo del festival è “Cultura, comunità e trasformazione”: come pensi che questi elementi possano interagire tra loro?

Credo possiamo considerare la trasformazione come una combustione: per avviarla però serve combustibile e comburente, nel nostro caso comunità e cultura. Ma abbiamo bisogno anche di una scintilla, ecco quella potrebbe essere lo spazio.

Sinigo è un rione tutto da riscoprire: che auspicio hai per la presenza di Vibo al festival?

Spero possa essere un punto di raccolta, che poi diventi punto di partenza. Per cosa? Chi lo sa!

Ultima domanda: progetti futuri?

Tenete sempre la domanda più difficile per ultima? (Rid, ndr). Sicuramente ci saranno altre sedute, ma in questo momento la mia curiosità mi sta portando alla scoperta della ceramica e dell’oggettistica legata al materiale. Ciononostante, appena ci sarà modo di lavorare per l’urbano, sarò entusiasta.

Merano vissuta da primo cittadino

Il sindaco di Merano Dario Del Medico si trova ormai oltre la metà della sua prima legislatura e traccia un bilancio del ruolo che non si aspettava di poter ricoprire ma che oggi vive serenamente, pur non nascondendo le tante difficoltà. Nel suo ufficio nel cuore della città Dal Medico ci ha parlato del futuro della città del Passirio, dei suoi problemi, dei grandi progetti che stanno trovando oggi una realizzazione e di quelli che ancora sono solo tratteggiati sulla carta.

Era l’ottobre del 2021 quando l’avvocato Dario Del Medico varcò per la prima volta il municipio con la fascia tricolore, e lo fece dopo essersi candidato con una lista civica totalmente slegata dai partiti tradizionali; una scelta che – numeri alla mano – venne premiata dagli elettori. Oggi a distanza di tre anni molto è cambiato, sia per lui che per la città.

Sindaco Del Medico, lei è stato eletto in una lista che si poneva oltre le divisioni ideologiche, e pare che questa scelta  si sia rivelata vincente. Qual è la situazione oggi, le sembra che questa spinta civica sia rimasta nei cuori dei cittadini?

Secondo me sì, anche perché gestire una città di queste dimensioni richiede soprattutto uno sforzo amministrativo, per cui non c’è il reale bisogno di un collegamento con la politica nazionale. Avevo accettato di correre per le Comunali, ritenevo la proposta un onore, e avevo detto fin da subito che avrei voluto essere un candidato indipendente fra le civiche. Poi, con mia grande sorpresa, i meranesi hanno deciso di votarmi, evidentemente premiando anche questa scelta, che ritengo vincente ancora oggi: non sono legato a nessuno, mi sento davvero super partes, e sono davvero a mio agio così. 

In questo suo mandato sono stati sciolti molti nodi cruciali dell’amministrazione cittadina. Fra questi la questione dell’areale militare, che potrebbe diventare parte integrante della città… 

Non è una questione semplice, e trovare una soluzione non sarà così agevole come potrebbe sembrare: sta passando piano piano nelle mani della Provincia, e poi potrà passare nelle mani del Comune. Il problema è che il Comune non ha le potenzialità economiche per poter pensare di acquistare quell’areale, perché – lo ricordo – non verrà ceduto a titolo gratuito. In merito però ci sono moltissime idee; un paio di anni fa abbiamo fatto un convegno sul tema, ed ora vorremmo organizzarne un altro per avere una visione più concreta su quello che potrebbe essere lo sviluppo di questa zona. Siamo però consapevoli che qualsiasi idea avrà bisogno di diversi lustri per vedere la luce, per cui dobbiamo essere molto elastici nella pianificazione, rispondendo alla domanda: quali saranno le esigenze della città fra 20 anni?

Ma quale sarebbe il suo sogno in merito?

Merano come centro secondo centro altoatesino non ha ancora un suo palazzetto dello sport: tutte le società sportive che militano tra le serie A di pallamano e altre Serie B e che fanno campionati nazionali, sono sempre dipendenti dalla disponibilità delle scuole, e sono quindi sempre ospiti. È un sogno, ma in realtà assieme alla Provincia sono già in atto dei contatti con “Euregio Plus”, che potrebbe essere utile per investimenti a lungo termine.

E poi c’è la questione dell’ippodromo: siamo finalmente a un vero punto di svolta?

Siamo riusciti a firmare il contratto di permuta, si tratta di un bel passo avanti per il suo rilancio. Abbiamo a disposizione un “gruzzoletto” da investire, e sono molto felice delle persone che sono state nominate nel relativo gruppo di lavoro: la Provincia ha nominato due tecnici,  Daniel Bedin, direttore del Dipartimento opere pubbliche e valorizzazione del patrimonio e Andrea Sega, direttore dell’Ufficio edilizia est, mentre noi abbiamo scelto altri due membri, l’avvocata e vicepresidente di Merano Galoppo Clara Martone e il consulente aziendale Richard Stampfl, grande appassionato di ippica, nonché proprietario di cavalli. Sono persone che se ne intendono, che conoscono le necessità ed i problemi del settore.

Uno dei temi più stretta attualità è quello dell’overturism. Com’è la situazione a Merano?

Merano è una città a vocazione turistica da sempre e di turismo vive, ci guadagnano tutti, non solo gli albergatori, e questo è un particolare che non tutti comprendono davvero. Sono stato in città che un tempo erano dei templi del turismo, e che oggi invece sono in crisi, come Chianciano Terme, per esempio, che oggi è ridotta a città fantasma, e questo lo vorrei davvero evitare a Merano. Proprio in questo periodo stiamo lavorando con l’Azienda di soggiorno per creare un percorso che renda Merano attrattiva prima per i residenti e poi per gli ospiti, facendoli poi naturalmente convivere. 

Il turismo è strettamente legato anche con la mobilità. A Merano in questi ultimi anni sono state fatte opere importanti per gestire il traffico. A che punto siamo?

Siamo a buon punto per quanto riguarda la circonvallazione interrata, speriamo di riuscire a renderla percorribile per i primi mesi del 2026. Con essa, poi, ci sarà un estremo bisogno di riorganizzare la viabilità nella zona della stazione grazie al Centro di mobilità, un progetto che è sul tavolo delle giunte da almeno 13 anni. Nella zona dove ci oggi sono i container vorremmo creare un centro di interscambio, dove i cittadini arrivano in città in treno e si possono poi spostare senza difficoltà in autobus o con la bicicletta. Non è un progetto facile da realizzare, siamo ancora nella fase di elaborazione del Pums, ma è di estrema importanza: nel momento in cui verrà aperta la circonvallazione il problema del traffico verrà trasferito nella zona della stazione ferroviaria. E se lì non si crea uno snodo, il traffico inevitabilmente si ingolfa.

Con i suoi comitati, Merano è un esempio per quanto riguarda la partecipazione nei cittadini all’amministrazione della città nei quartieri. In questo periodo in cui la crisi del volontariato si fa sentire aspramente, sembra un segnale molto positivo…

Lo è, ne siamo tutti affascinati, soprattutto appunto per quanto riguarda i comitati: crescono spontaneamente, creano il loro statuto, si organizzano in autonomia, scelgono i loro rappresentanti e animano i rioni dove le persone dove vivono o lavorano. L’assessora Emanuela Albieri fa da sempre un ottimo lavoro per accompagnarli nei loro servizi e a dare loro voce, e la giunta intera si reca periodicamente a far loro visita per capirne le necessità. I comitati nel prossimo futuro saranno un elemento vitale anche per quanto riguarda la sicurezza: il Controllo di vicinato potrà essere gestito anche da loro.

Autore: Luca Masiello

Il 2 luglio parte la programmazione estiva del Teatro Capovolto in Piazza Battisti

Inserzione pubblicitaria – Arriva l’estate e il Centro Servizi Culturali S. Chiara di Trento presenta al pubblico la programmazione del Teatro Capovolto – La città in scena, la Stagione estiva del Teatro Sociale. 

Martedì 2 luglio prenderà il via il nuovo calendario di appuntamenti che, fino al 31 agosto, colorerà Piazza Cesare Battisti a Trento con un ricco ventaglio di proposte per ogni gusto e per ogni età, tra musica, cinema, spettacoli di prosa, il ritorno del concorso di poetry slam dedicato alla memoria di David Wilkinson, incontri letterari e appuntamenti all’insegna della comicità e, soprattutto, del divertimento.

Un’offerta di appuntamenti decisamente articolata e interessante, distribuita su quarantasei serate, che per il quinto anno consecutivo si svolgeranno all’interno della meravigliosa cornice offerta dal Teatro Sociale di Trento, con il palco rivolto verso Piazza Cesare Battisti. Una veste che negli ultimi anni ha saputo incontrare il gradimento e l’apprezzamento del pubblico trentino e non solo.

La Stagione estiva del Teatro Sociale si inserisce all’interno del contenitore “Trento aperta 2024”, ricco palinsesto coordinato dall’Ufficio Cultura turismo eventi del Comune di Trento, che da maggio a settembre riempirà parchi, piazze e strade della città con tante iniziative dedicate anche al tema del ‘volontariato’, per celebrare nel migliore dei modi la nomina di Trento come Capitale europea del volontariato 2024.

Anche per quest’anno sul palco del Teatro Capovolto verrà dato ampio spazio alla musica, con alcuni grandi nomi del panorama musicale internazionale come l’iconico chitarrista americano Marc Ribot, a Trento con il suo trio The Jazz Bins (formazione che ruota attorno all’organo Hammond di Greg Lewis), o il collettivo internazionale dei C’mon Tigre, oltre al rock del power trio trentino dei The Bastard Sons of Dioniso e all’Eursax 2024, il Congresso Europeo del Saxofono, che quest’anno farà tappa a Trento all’interno del Capovolto con due concerti che vedranno protagonisti i Mac Saxophone Quartet e la New Project Orchestra. Torna, inoltre, la seconda edizione del Beat Festival, una giornata interamente dedicata alla musica e alla cultura underground, mentre la Ziganoff – jazzmer band (composta da musicisti trentini e sudtirolesi) incontrerà il gipsy jazz del leggendario Kalman Balogh per un inedito e imperdibile incrocio musicale. Per gli appassionati di musica, da non perdere il concerto con gli OrcheXtra Terrestre, progetto che parla la lingua delle musiche del mondo (con la direzione artistica di Corrado Bungaro), per poi lasciarsi andare con il divertimento degli Articolo Trentino, la band dialettale più amata del Trentino, che nell’occasione si esibirà insieme alla Banda Sociale di Lavis diretta da Adriano Magagna.

Ma non finisce qui, perché tornerà la Danza Capovolta in collaborazione con la Federazione Trentino Danza, e non poteva di certo mancare un’attenzione particolare alle realtà artistiche territoriali, a cominciare dallo storico Fantasio, il Festival internazionale di regia teatrale organizzato da EstroTeatro e dal Gruppo Teatrale Gianni Corradini – quest’anno in collaborazione proprio con il Centro S. Chiara -, con due serate, il 19 e 20 luglio, dedicate e rivolte ai registi selezionati, che dovranno lavorare tutti sullo stesso testo (1984 di George Orwell), oltre ad ATU – Associazione Teatrale Universitaria, che sarà protagonista di un interessante progetto che cercherà di esplorare l’interazione tra tecnologie IA e pratiche artistiche e di spettacolo. E poi, spazio a volti noti e amati dal pubblico trentino come Loredana Cont, Mario Cagol e Lucio Gardin, agli spettacoli proposti da AriaTeatro di Pergine, TrentoSpettacoli e da Evoè!Teatro di Rovereto, alla performer circense Miriana Nardelli con il suo Dama Koke, uno spettacolo tra danza, coreografia e teatro, realizzato in collaborazione con l’Associazione Aurelio Laino. Senza ovviamente dimenticare i concerti con l’Orchestra Haydn di Bolzano e Trento e il Corpo Musicale Città di Trento, fino agli appuntamenti cinematografici realizzati in collaborazione con Cineworld Trento, pronti anche quest’anno a coprire gran parte dei mesi estivi con un calendario di ben sedici appuntamenti tra i migliori film italiani ed europei usciti di recente in sala e non solo.

Infine, verrà dato nuovamente ampio spazio anche alla poesia con il poetry slam e il ritorno del premio intitolato a David Wilkinson – con giovani poeti e poetesse del territorio pronti a sfidarsi in pubblico recitando poesie originali e inedite -, e al mondo della letteratura con “Prometeo Capovolto”, piccolo festival letterario che indaga le relazioni profonde tra letteratura e teatro attraverso una serie di incontri con alcuni protagonisti della cultura italiana e internazionale, in collaborazione con la Libreria Arcadia di Rovereto.

Tutti gli spettacoli avranno inizio alle ore 21.15.

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Ricordando Lino Maniezzo, il canadese bolzanino, innamorato dell’Alto Adige

Lo scorso 22 maggio è morto a Toronto Lino Maniezzo, un bolzanino emigrato in Canada nel lontano 1956, ma distintosi per il suo entusiasta attaccamento alla città d’origine e all’Alto Adige. 

Avevo avuto modo di conoscere Lino quando, nel 2011, venni incaricato di intervistarlo per la rivista Scripta Manent edita dalla Ripartizione Cultura Italiana della Provincia. Ho pensato di riproporvene alcuni tratti, per ricordare Lino ma soprattutto alcuni tratti originali del suo sentirsi bolzanino. La sua passione lo portò, negli anni, ad essere per molti versi un bolzanino ed altoatesino molto più “doc” rispetto alla maggior parte di noi che da Bolzano non si sono mai allontanati. Significativo a mio avviso era anche il concetto “globalizzato” che Maniezzo aveva del suo essere al contempo bolzanino ed emigrato. Sul tetto e sulla balaustra del suo cottage sulla riva di uno dei laghi canadesi hanno sventolato in bella mostra le tante bandiere della sua vita, tutte orgogliosamente sventolate senza quei timori, non solo reverenziali), che proviamo molti di noi, qui in Alto Adige. 

Senta Maniezzo, quando è nata la sua grande passione per tutto quello che riguarda Bolzano e l’Alto Adige? 

L’ho sempre avuta sostanzialmente perché sono un avido lettore. Quando sono venuto in Canada mi sono messo a leggere tutti i libri di storia e geografia di questo paese: volevo conoscerlo ed imparare in fretta la lingua. In un secondo momento ho cominciato a leggere i libri sull’Alto Adige che avevo portato con me e quando tornavo in Italia ne recuperavo altri. Poi ho cominciato a chiedere ai miei parenti e amici di mandarmene altri. Oggi la mia biblioteca altoatesina conta più di 640 volumi. 

Perché è rimasto così legato a Bolzano?

Ho lasciato Bolzano ma Bolzano non ha lasciato me. È un legame profondo e tutti i libri che ho ricevuto non hanno fatto altro che alimentare in continuazione questa mia passione. Ho anche diversi libri in lingua tedesca, questa lingua la ricordo poco perché non la pratico, ma quel poco che so mi permette comunque di leggerli. E la capacità di leggere migliora sempre di più. Leggo tanti libri così sono in grado di vedere la storia dal punto di vista dagli italiani ma anche da quello dei tedeschi. E tutti gli aspetti del passato: il fascismo, la monarchia. Ho i vari libri che sono usciti sulle semirurali. In alcuni di questi libri ci sono frammenti della storia della mia famiglia. 

Cosa rappresentano le bandiere che sventolano sul suo cottage? 

Ho un pennone alto con le bandiera del Canada e dell’Ontario. Poi sul terrazzo lungo davanti ho le bandiere dell’Italia, la bandiera dell’Alto Adige con l’aquila rossa. C’è anche la bandiera del Portogallo per via della mia nuora numero 1 e quella della Jamaica da dove viene la moglie del mio secondo figlio. A fianco si trovano anche la bandiera del Veneto con il leone di Venezia e quella di Rovigo. I miei genitori erano nati nel Veneto, in Polesine. Mio papà veniva infatti da Fratta Polesine (ndr si tratta di quello che fu anche il paese natale di Giacomo Matteotti, che ricordiamo in questi giorni). 

Ci può dire qualcosa di più di Lei? Che lavoro ha fatto nella vita? 

Il Vigile del fuoco. Sono stato primo vigile del fuoco italiano della città di York che adesso è entrata a far parte del tessuto urbano di Toronto. E sono stato il primo italiano capitano. Ho lavorato per 32 anni come pompiere ma all’inizio ho fatto anche altri lavori. 

Che dire ai giovani che scappano da Bolzano?

Non ho una risposta che possa essere valida per tutti. Ognuno ha le sue idee e la sua storia. Posso solo esortarvi ad andare d’accordo. Mi viene da pensare che sarebbe bello che tutti i matrimoni fossero misti così tutti, forse, andrebbero più d’accordo. A Bolzano e in Alto Adige i muri non ci devono essere.

Autore: Luca Sticcotti