Raccontando storie

Ogni giorno, ciascuno di noi condivide esperienze, emozioni e ricordi attraverso narrazioni, ma sono pochi coloro che riescono a trasformare questi semplici racconti in storie coinvolgenti. In questo numero incontriamo Martina Pisciali, una storyteller bolzanina che con le sue parole riesce a incantare chiunque.

Raccontare storie è un’attività che ha contraddistinto l’essere umano da prima della nascita della scrittura. Lo “storytelling” è l’arte di narrare in modo avvincente, che va oltre la semplice lettura: lo storyteller coinvolge gli ascoltatori, dipingendo le immagini della storia attraverso la voce e il corpo. Proprio per questa capacità di stimolare l’immaginazione degli spettatori, lo storytelling è spesso definito il “cinema dei poveri”.

Nell’età contemporanea – in cui i film, le serie televisive e i video online monopolizzano l’industria della narrazione – potrebbe sembrare che lo storytelling sia un lavoro destinato a sparire. Molti invece sostengono che si tratti della professione del futuro, in grado di riportare una ventata d’aria fresca nei nostri mondi digitali.

L’INTERVISTA

Come ti sei avvicinata allo storytelling?

Quando ero alle superiori facevo un laboratorio di teatro con il Teatro Cristallo, dove ho conosciuto Chiara Visca. Grazie a lei, ho avuto l’opportunità di partecipare, quasi per caso, a un festival di storytelling a Roma. Questo evento è stato un punto di svolta per me, perché mi ha permesso di entrare in contatto con storytellers provenienti da tutto il mondo e di partecipare a numerosi workshops. Mi sono innamorata dell’arte di raccontare e ho deciso di proseguire nella formazione con la compagnia “Raccontamiunastoria” di Roma.

A quale età il pubblico resta più impressionato dalle storie?

Non c’è la persona sbagliata per le storie, ma solo la storia sbagliata per la persona. Io ho lavorato con tutte le fasce d’età, dai bambini più piccoli agli adulti e non ho mai trovato nessuno per cui non ci fosse una storia adatta.
Sicuramente gli adulti sono in astinenza da storie: mentre ai bambini vengono narrati spesso tanti racconti, gli adulti sono in ve trascurati, per cui quando vengono ad ascoltare si divertono di più. 
Ho fatto diversi progetti anche alle superiori e devo ammettere che coinvolgere gli adolescenti è la sfida più ardua del mio mestiere, però alla fine si riesce sempre a sfondare le barriere.
I bambini invece sono sempre molto contenti di ascoltare, a volte fin troppo: se non li si tiene a bada si rischia che vogliano raccontarla loro stessi, ma dopotutto anche questo è il bello dello storytelling.

Lo storytelling è il tuo unico lavoro?

Attualmente lavoro anche presso il Museo di Scienze Naturali di Bolzano e mi ritrovo in una posizione dove i miei due ruoli professionali si influenzano reciprocamente. Facendo la guida al museo, io sono sempre a contatto con il pubblico e sempre con gruppi diversi: è un utilissimo allenamento per comprendere le differenti fasce d’età e gli interessi di bambini, adolescenti e adulti.
Inoltre, durante il mio lavoro al museo cerco sempre di inserire nelle varie attività delle storie, anche nelle audioguide e nelle trame per i “delitti al museo”, che sono nelle serate che organizziamo al museo simili alle più conosciute “cene con delitto”. I miti sono il modo in cui i nostri antenati cercavano di darsi risposte, dunque per capire il progresso che ha portato alle scienze naturali di oggi bisogna partire da lì.

La città di Bolzano offre molte opportunità agli storytellers?

Le opportunità a Bolzano ci sono, però vanno cercate o create. Bisogna farsi conoscere e spesso spiegare in cosa consista lo storytelling: purtroppo in molti non sanno cosa sia…
Tuttavia, il lavoro c’è sicuramente e i progetti non mancano mai, ma per lavorare in Italia è necessaria molta burocrazia che ostacola il processo artistico. In altri Paesi europei gli storytellers sono più conosciuti e tutelati, ma sono fiduciosa che presto anche in Italia inizierà ad affermarsi come professione.

Pensi che le nuove tecnologie favoriscano o ostacolino il tuo lavoro?

Le nuove tecnologie rappresentano sicuramente un’opportunità per il mio lavoro di storyteller, poiché consentono di accedere a una vasta gamma di immagini ed esperienze che altrimenti sarebbero difficili da raggiungere. Tuttavia, negli ultimi tempi ho notato un cambiamento nei comportamenti dei giovani: sembrano dedicare sempre meno tempo a vivere esperienze dirette e ad arricchire il loro “archivio personale”. Non si passa abbastanza tempo ad assaporare le esperienze vissute in prima persona. Si fa sempre fatica ad immaginare i paesaggi naturali, anche i più semplici, come i fiumi e le pianure. Bisognerebbe vivere attivamente, prestando attenzione a tutti i cinque sensi in ogni momento.

Anche il luogo in cui si svolge lo storytelling è fondamentale: la stessa storia raccontata a persone e in ambienti diversi risulta completamente differente. Alcune ambientazioni in cui ho lavorato sono perfette per stimolare la fantasia del pubblico, come un’isoletta-oasi negli Emirati Arabi Uniti, ma anche il Belvedere di Canazei per rimanere in Trentino-Alto Adige.

Hai qualche consiglio per coloro che desiderano intraprendere la strada dello storytelling?

Lo storyteller deve certamente essere sempre attento a quello che ha intorno: quando ci si muove nel mondo bisogna osservare, annusare e sentire il più possibile. Quando si desidera che il pubblico visualizzi un’immagine descritta, è cruciale che lo storyteller la visualizzi chiaramente per primo: proprio come un attore teatrale deve incarnare appieno il personaggio che interpreta, allo stesso modo lo storyteller deve essere in grado di “vivere” la storia che narra.
Inoltre, è importante per gli storytellers ascoltare chi vuole raccontare qualcosa: l’esperienza altrui rappresenta un tesoro inestimabile se non è possibile visitare di persona i luoghi, percepire i profumi o immergersi direttamente in una cultura. L’ascolto e gli occhi attenti sul mondo diventano un elemento imprescindibile per arricchire e rendere autentiche le proprie narrazioni.

Autore: Luca Pompili COOLtour

L’importanza della lotta contro i disturbi del comportamento alimentare

Soprattutto tra i più giovani, ma non solo, i comportamenti anomali con il cibo si stanno progressivamente affermando come una vera e propria epidemia sociale, che deve essere affrontata con la necessaria consapevolezza e con gli strumenti adeguati. Ne parliamo con la dott.ssa Rita Trovato, specialista in Scienza dell’Alimentazione e Nutrizione Clinica che ha lavorato come medico interno presso la Cattedra di Scienza dell’Alimentazione e della Dietetica dell’Università degli Studi di Parma ed è stata anche viceprimario presso il Servizio di Dietetica e nutrizione clinica Comprensorio sanitario di Bolzano.

Si sente parlare diffusamente dei Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) come di una vera epidemia sociale. Ci può inquadrare brevemente il problema?

I Disturbi del Comportamento Alimentare sono da alcuni anni oggetto di attenzione crescente da parte del mondo scientifico e delle comunità degli operatori sanitari in virtù anche della loro diffusione tra le fasce sempre più giovani della popolazione. Questi disagi che rappresentano una difficile sfida sia per i clinici che per gli psicoterapeuti non  sono un capriccio ma disturbi psicosomatici complessi che si caratterizzano da un anomalo rapporto con il cibo, dalla alterata percezione del peso e della propria immagine. Tutti questi fattori si correlano tra loro in un profondo e conflittuale disagio psichico che trova espressione nell’alterato rapporto con il cibo e con il proprio corpo

Quali sono i disturbi più frequenti?

I disturbi sono classificati da manuali diagnostici internazionali e comprendono: l’Anoressia nervosa, la Bulimia nervosa, il Disturbo da alimentazione incontrollata. Vi sono inoltre forme parziali o subcliniche che non comprendono tutti i sintomi necessari per fare diagnosi dei disagi precedentemente elencati.

Come si distinguono tra loro?

L’Anoressia nervosa si caratterizza per consistente perdita di peso corporeo, rifiuto di mantenere un peso corporeo al di sopra del peso minimo normale per età e statura, intensa paura di ingrassare anche se si è fortemente sottopeso e influenza del peso e della forma corporea sull’autostima. La Bulimia nervosa si caratterizza per ricorrenti episodi di abbuffate compulsive con la sensazione di totale perdita di controllo, comportamenti di compenso volti ad evitare l’aumento di peso come vomito, abuso di lassativi e diuretici, esercizio fisico eccessivo, stima di sé influenzata dalla forma e dal peso corporeo. Il Disturbo da alimentazione incontrollata condivide con la bulimia nervosa gli episodi di abbuffata ma non le pratiche di compenso volte ad impedire l’aumento di peso per cui i soggetti possono sviluppare una condizione di obesità.

Questi disagi si riscontrano anche nella popolazione di sesso maschile?    

Il peso e le forme corporee sono diventati oggetto di cura e fonte di preoccupazione anche per gli uomini ma con espressioni diverse come la bigoressia intesa come esercizio muscolare compulsivo accompagnato da diete iperproteiche e abuso di integratori spinti dal desiderio di possedere un corpo sempre più muscoloso e dalla ortoressia caratterizzata dall’ossessione per una alimentazione sana. Nella mia esperienza professionale ho avuto comunque modo di notare anche tra i ragazzi un aumento sia dell’anoressia nervosa che della bulimia che del disturbo di alimentazione incontrollata.

Statistiche alla mano quanto è vasto il problema in Italia e nella nostra provincia?

Le ultime indagini effettuate dall’Istituto Superiore di Sanità stimano in almeno 3 milioni le persone che soffrono di un disturbo alimentare. La fascia di età maggiormente colpita va dai 15 ai 25 anni interessando prevalentemente il sesso femminile. Dopo la pandemia del 2020 i dati epidemiologici sottolineano purtroppo a livello europeo un forte aumento nelle fasce di età dei 10-13 anni con un incremento di casi clinicamente molto gravi. In Alto Adige l’indagine sui giovani dell’Istituto Provinciale di Statistica Astat 2021 rileva che il 24% delle giovani donne tra i 14 e i 25 anni si ritiene troppo grassa anche se normopeso o sottopeso. Il conseguente tentativo di dimagrimento, spesso con diete dannose e non necessarie, possono essere il primo passo verso un disturbo alimentare. Nel nostro territorio sono oltre 600 le persone che attualmente sono in cura con un aumento del 30% rispetto al 2020.Per i minori l’aumento è stato del 53%.

Possiamo parlare di cause che inducono insorgenza di un disturbo alimentare ?

Non esiste una risposta univoca a questa domanda, possiamo parlare di vari fattori di rischio sia genetici che ambientali. Alcune caratteristiche di personalità come perfezionismo, bassa autostima, difficoltà nel gestire le emozioni si associano ad una aumentata vulnerabilità nei confronti di questi disturbi. Tra i fattori socioculturali un ruolo significativo è svolto dai canoni dell’aspetto fisico promossi dall’industria della moda e della pubblicità dove il raggiungimento della magrezza è considerato, nella società occidentale, un modello vincente  e la valutazione di sé diventa dipendente dal peso e dalla forma del corpo.

Quali cure e quali speranze di guarigione?

La maggior parte delle persone con disturbi dell’alimentazione non ricevono una diagnosi e un trattamento adeguati. La guarigione raramente avviene da sola ma richiede un approccio integrato multidisciplinare (internisti, dietologi, psichiatri, psicologi, pediatri). Tutte queste figure professionali collaborano nelle varie fasi di un percorso diagnostico terapeutico concordato e condiviso che richiede un lavoro motivazionale costante. Le complicanze mediche e psichiche di una grave malnutrizione non trattata adeguatamente possono essere molto gravi. Il rischio di morte per una persona con diagnosi di anoressia è 5-10 volte superiore a quello di soggetti di pari età e sesso e il rischio suicidario costituisce circa il 20% di tutte le cause di morte. La diagnosi e la cura tempestiva presso strutture dedicate con operatori competenti risulta fondamentale per garantire un successo terapeutico ed evitare la cronicizzazione della patologia.

Cosa si sente di consigliare ?

Andrebbero promossi programmi di coordinamento e prevenzione attraverso rapporti di collaborazione con le scuole e con gli insegnanti, nonché con i medici di medicina generale, e coinvolgendo in questi programmi  anche l’industria alimentare, i media, l’ industria della moda, le  associazioni sportive senza dimenticare la volontà politica.

Autrice: Rosanna Pruccoli

I vecchi tempi del “Pisano”

L’aria della contestazione del Sessantotto non era ancora arrivata a Merano o perlomeno era un debole venticello. A quell’epoca all’Istituto Leonardo Pisano, per tutti la “ragioneria”, c’erano cinque classi soltanto. Tra esse quella che nell’anno scolastico 68/69 era la quinta, era nata quattro anni prima con un numero impressionante di iscritti: quasi quaranta.

Il primo giorno che ci presentammo a scuola, ancora nell’edificio di via Mainardo, non ci stavamo nella classe. Eravamo un mix davvero eterogeneo: maschi e femmine quasi in eguale numero, meranesi, pendolari dalla Val Venosta, alcuni che venivano da Cles; una di noi, Margherita, veniva addirittura dall’Emilia al seguito di sua sorella che era la “profe” di matematica.
Quelli in pari con gli anni scolastici che venivano dalla terza media erano pochi. C’erano ragazzi che già alle medie avevano perso qualche colpo (non era mica come oggi che si promuovono tutti!), altri ancora avevano alle spalle già due anni di una scuola professionale e arrivavano alla ragioneria perché volevano un diploma un po’ più di peso.
Insomma, si andava dai 14 ai quasi 18 anni di alcuni. L’anno successivo, in seconda e poi ancor di più in terza, il numero si assottigliò.
Qualcuno lo “segarono”, altri proseguirono gli studi in altre città, altri ancora pensarono che la scuola non facesse per loro e cambiarono strada.

“Nell’allora teatro e cinema Corso inscenammo una seduta spiritica in cui si evocava lo spirito di Andreas Hofer, che ballando il can can con due signorine in Dirnld dichiarò: ‘Mettete dei fiori nei vostri cannoni, perché non faccio la guerra, faccio l’amore’ “

Le sfide ai tornei studenteschi
In tutto questo mix e ovviamente con il contributo delle altre classi, era facile pescare atleti e giocatori validi e così la Ragioneria eccelleva nello sport: basket e calcio soprattutto ma anche atletica leggera. Epiche furono le sfide con Magistrali e Liceo Classico nei tornei studenteschi dove, ci perdoneranno gli altri questa punta di campanilismo, il Pisano per diversi anni maramaldeggiò.
Nucleo centrale era quella classe lì che forniva attaccanti, terzini, portieri, e ancora pivot e cestisti, e che diede la stura alla prima formazione di calcio femminile per un mitico incontro di calcio, ovviamente vittorioso, contro la pari formazione delle Magistrali. Ma da quella classe partì anche un’ esperienza artistica in occasione di un Festival studentesco provinciale.

Mettete dei fiori nei vostri cannoni
In tempi in cui l’eco degli attentati dinamitardi non si era ancora spento, a parlare di Andreas Hofer ci voleva un gran bel coraggio, soprattutto davanti ad un platea, nell’allora teatro e cinema Corso a Bolzano, all’angolo fra Corso Libertà e Via Virgilio. Ebbene con l’aiuto della professoressa Livia Del Treppo inscenammo una seduta spiritica in cui un medium siciliano, uno Schütze, un giornalista trentino e una donna di facili costumi (chissà come ci venne l’idea!) dovevano evocare lo spirito del patriota sudtirolese perché lo Schütze voleva sapere da lui che fare nella situazione contingente.
Il medium non riusciva a concentrarsi, distratto come era dall’avvenenza della ragazza che lo provocava, e così invece di Hofer si presentò Nerone che cantava accompagnandosi con una lira.
Ritrovata la concentrazione, il medium la seconda volta fece apparire Andreas Hofer accompagnato, a sorpresa, da due damigelle in dirndl, che con lui ballrono il can-can. “Anderle dacci nuove istruzioni”, chiese lo Schütze; e Hofer gli risponse “Mettete dei fiori nei vostri cannoni, perché non faccio la guerra, faccio l’amore”. Si trattava di un messaggio chiaro e forte che arrivava dagli studenti e che non mancò di suscitare approvazione in sala e commenti il giorno dopo sui quotidiani locali.

Quando la musica riesce ad unire
Ma non è tutto. In quell’edizione del Festival Studentesco la band che rappresentava il Pisano vinse il primo premio nella sua sezione: erano Gli Erranti che presentarono “Guitar Bugie” un brano solo suonato degli Shadows, “Winchester Cathedral” della New Vudeville Band e, fresca fresca da Sanremo, “Pietre” di Antoine. Quell’esperienza creò un clima nuovo, diverso e di amicizia in quella classe. Un’amicizia che proseguì ed esplose in quinta al momento della classica gita di fine corso a Firenze, quando, più maturi e consapevoli, diventammo davvero amici.

L’amicizia prosegue anche da adulti
E amici lo siamo ancora oggi visto che per oltre cinquant’anni ci siamo ritrovati a cene annuali e nonostante le vicende della vita abbiano fatto sì che alcuni siano andati avanti e altri siano lontani, appena possiamo ci ritroviamo ancora, tanti o pochi non importa, ma amici sempre.

Non esistevano “stinchi di santo”
In questi giorni circola in rete un monologo da Zelig in cui si parla del registro elettronico di classe. “Noi non ce l’avevamo – dice Antonio Ornano – e potevamo tranquillamente marinare la scuola e trascorrere una spensierata mattinata”. Molti di noi sono stati protagonisti di questa epopea e sono mancati in classe per giorni e giorni interi, mentre altri (soprattutto altre!) erano disciplinatamente in classe, ma alla fine la gran parte di noi nella vita ha conseguito una laurea, è diventato stimato professionista, professore, imprenditore, amministratore pubblico, ha sviluppato una carriera aziendale di alto profilo o più semplicemente, ma non con meno dignità, si è dedicato alla famiglia. Eravamo fortissimi! Siamo fortissimi!

Autore: Enzo Coco

Vita da volontario del Soccorso Alpino CAI

Il soccorso in montagna ha una lunga tradizione e continua ad andare avanti grazie alla solidarietà, all’entusiasmo e al sacrificio di volontari che si mettono a disposizione di coloro che si trovano in difficoltà. Abbiamo avuto il piacere di parlare con un soccorritore volontario del Soccorso alpino CAI di Bressanone, Alberto Bassanello.

Quando e da cosa è nata la sua volontà di diventare un soccorritore volontario?
Sin da bambino il CAI mi ha permesso di frequentare la montagna in tutte le stagioni e molto spesso in compagnia di soccorritori o guide alpine. La loro esperienza, ma soprattutto la sicurezza che spontaneamente diffondevano nel gruppo, in qualsiasi tipo di ambiente montano, mi ha sempre affascinato. Crescendo, la passione per l’alpinismo in primis e il desiderio di poter dare una mano a persone in difficoltà in ambienti impervi, mi hanno fatto avvicinare ancor di più al soccorso alpino.

Quale tipologia di formazione è necessaria avere per entrare a far parte del soccorso alpino?
Trattandosi di un’attività tecnico/fisica, un piccolo bagaglio personale è indispensabile. Infatti, per riuscire a superare la preselezione è importante avere una base di alpinismo, di progressione su roccia (IV – V grado), una discreta tecnica di scialpinismo, aver fatto molte escursioni ed avere uno spirito altruistico. Superata la preselezione, inizia un vero percorso formativo in ogni ambito di altissimo livello che dura circa un anno in presenza di guide alpine, esperti di eli-soccorso ed in particolare di personale medico di pronto soccorso.

Qual è stato l’intervento più difficile che ha dovuto affrontare?
Esistono interventi relativamente semplici come il recupero di persone “sfinite fisicamente”, ma anche interventi più impegnativi come quelli di recupero di parapendii che atterrano sulle cime degli alberi, montain-bikers che si avventurano in discese tra i boschi oppure gli interventi di ricerca che richiedono molte risorse sia di persone che di tempo. Riflettendo posso dire che tutti gli interventi rimangono nella mente del soccorritore. Ma particolarmente complesso è stato un recupero di una scialpinista germanica a 2.700 metri su un ghiacciaio in Val d’ultimo con diverse fratture agli arti inferiori. Per puro caso – in quanto noi stavamo rientrando da una gita – ci siamo imbattuti in lei, organizzando nonostante le pessime condizioni meteorologiche un recupero con elicottero e fornendole le prime cure.


Negli ultimi anni c’è stato un incremento di chiamate, interventi e operazioni di soccorso. Ritiene che le persone affrontino la montagna con troppa leggerezza? Cosa consiglia a chi vuole avvicinarsi al mondo dello sport in alta quota?
Assolutamente sì, gli interventi aumentano di anno in anno e sono convinto che ciò sia dovuto principalmente al numero sempre maggiore di persone che frequentano la montagna, spesso ben attrezzati a livello di abbigliamento, ma non sempre con la giusta preparazione. Infatti per affrontare con un minimo di sicurezza una gita, il primo passo è sempre quello di consultare la letteratura disponibile per quel tragitto, le previsioni meteo e se possibile andare in compagnia di persone che conoscono la zona.

Ha notato un aumento del “turismo d’alta quota”? Se sì, questo cosa comporta?
La montagna è sinonimo di vita, libertà, aria pura e – considerato che oggi raggiungere quote elevate è molto più semplice grazie agli impianti di risalita attivi anche durante la stagione estiva – va da sé che il turismo d’alta quota continui ad aumentare. Ciò comporta che nei mesi di luglio/agosto e settembre le richieste di soccorso sono molto frequenti.

Qual è la soddisfazione più grande di questa attività?
Riuscire a portare in salvo una persona in difficoltà non sempre è facile e spesso richiede sacrifici, ma ti ripaga sempre a livello emotivo. Infatti, la persona coinvolta, quando vede arrivare il soccorritore a prescindere dalle condizioni in cui si trova, esprime sempre la massima gratitudine e riconoscenza.

Autore: Team di COOLtour

L’Arma tutela gli “over”

“Sono il maresciallo dei carabinieri, è successo un incidente a suo figlio. Niente di grave, ma dovrebbe pagare subito la caparra per l’avvocato”. Una telefonata, la vittima si dispera, poi arriva a casa il finto avvocato al quale vengono consegnati contanti e gioielli. Una truffa, ignobile, che malviventi senza scrupoli riescono a portare a termine giocando con i sentimenti degli anziani. Un crimine che si è consumato anche nella nostra (sempre meno) paciosa provincia, ai danni di due anziani di Laives e di Bronzolo. E per fortuna i responsabili sono stati identificati. 

Non è stato semplice per i carabinieri di Egna risalire all’identità dei presunti responsabili di questo reato odioso, che sfrutta la buona fede delle persone più fragili, gli anziani. L’indagine si è rivelata articolata ed è stata portata a termine in maniera discreta. I militari dell’Arma delle stazioni di Laives e di Bronzolo, in stretto coordinamento con l’Aliquota Operativa di Egna, erano da diversi giorni sulle tracce dei due malfattori e grazie ad una serrata attività investigativa, nella quale hanno ricorso anche all’ausilio di supporti tecnico-informatici, sono riusciti a risalire agli autori di due truffe consumate nel mese di febbraio. 

IL TRUCCO DEL “FALSO MARESCIALLO”

I responsabili sono due disoccupati residenti in provincia di Napoli, che avevano messo in atto un vero e proprio stratagemma per raggirare gli anziani con l’obbiettivo di accaparrarsi i loro risparmi e gioielli.

Sono due anziani, residenti a Laives e Bronzolo, le vittime di questa ignobile vicenda i cui fatti risalgono al febbraio scorso. 

La modalità della truffa è purtroppo nota come quella del “falso maresciallo”, ovvero una persona che, qualificandosi come maresciallo dei carabinieri, telefona al numero di casa dell’anziano e gli riferisce di una disgrazia, in questo caso un incidente stradale, in cui è rimasto colposamente coinvolto un suo familiare stretto. 

A quel punto il finto maresciallo tranquillizza l’anziano dicendogli di poter aiutare il suo congiunto in quanto conosce un ottimo avvocato al quale però va subito versato un anticipo. Ottenuto l’assenso dell’anziano il finto avvocato si presenta presso l’abitazione per farsi consegnare quanti più soldi e gioielli possibili.

Così una signora del ‘39 di Laives e un signore del ‘34 di Bronzolo sono stati truffati perdendo complessivamente circa 30.000 euro tra contanti e gioielli: i risparmi di una vita.

Gli investigatori dell’Arma stanno ricostruendo il recente passato dei due soggetti, nel tentativo di risalire ad altre truffe portare a termine dagli indagati, la cui posizione ora è al vaglio della Procura della Repubblica.

Il comandante della Compagnia carabinieri di Egna, il capitano Federico Seracini, invita i cittadini che si trovassero a ricevere delle telefonate dubbie, a prendere tempo contattando immediatamente il numero di emergenza 112 oppure rivolgendosi ad un presidio dell’Arma sul territorio, in modo da ricevere assistenza.

LA CAMPAGNA DI PREVENZIONE

Nel frattempo i carabinieri della Compagnia di Bolzano, attraverso la stazione di Nova Ponente, che per prima ha proceduto ad avviare l’iniziativa, come ogni anno hanno iniziato una campagna di sensibilizzazione sul fenomeno delle truffe agli anziani. L’idea, che ha come obiettivo primario quello di avvicinare sempre di più le fasce più deboli della popolazione all’Arma, è finalizzata ad incontrare le persone più esposte all’insidioso reato nei luoghi di maggior ritrovo quali la chiesa, il bar o la piazza, per informarle sulle nuove strategie adottate dai malfattori autori di potenziali truffe nei loro confronti.

Il progetto, che si affianca a numerose attività di confronto ed incontro con la cittadinanza di ogni fascia d’età ed appartenenza linguistica, tra cui quello più recente con i Nonni vigili, fa parte di un macro – concetto “La cultura della legalità”, che viene diffusa sulle strade, negli istituti di formazione e, più in generale, ove ce n’è più bisogno. “Ringrazio i militari che anche quest’anno stanno svolgendo una nobile attività di informazione e prevenzione dei reati di truffa – spiega il comandante della Compagnia di Bolzano, il  Tenente colonnello Stefano Esposito Vangone – Gli incontri, in parallelo con i quotidiani servizi d’istituto, mirano a sensibilizzare le fasce più deboli della nostra cittadinanza sul modus operandi e le tecniche più diffuse messe in atto dai truffatori. Sappiate che nessun carabiniere vi chiederà mai del denaro: fate attenzione a chi vi chiama, soprattutto se non riconoscete il timbro di voce dell’interlocutore e il suo numero di telefono. Prestate attenzione anche al tenore della richiesta ed inoltre osservate sempre anche chi vi si avvicina durante il prelievo di denaro ai bancomat. L’Arma ha anche distribuito dei dépliant con delle specifiche istruzioni su come riconoscere i tentativi di truffa e su come comportarsi. Chiamate il 112 o recatevi presso il Comando stazione più vicino qualora abbiate dei dubbi o qualcuno, soprattutto estranei, provi a farsi consegnare somme di denaro o preziosi”.

Autore: Luca Masiello

Una giusta dieta è importante in ogni fase della vita

Nella nostra rubrica QuiDonna oggi incontriamo Chiara Riva, una giovane quanto appassionata dietista. L’indagine sul cibo e la sfera nutrizionale per lei partono da lontano, negli affetti famigliari e nei giochi di bambina. Ama il cibo sano e di qualità, le ricette della tradizione emiliana, veneta e tirolese corrispondenti alle sue stesse radici. Per fare di questo universo gustoso la sua professione ha affrontato gli studi necessari e i tirocini che l’hanno portata ad approfondire sempre di più le sue conoscenze e le sue esperienze. Oggi è desiderosa di aiutare le giovani ad impostare una corretta alimentazione che le sosterrà negli anni a venire. La sua attenzione per le diverse fasi della vita di una donna ne fanno una importante alleata ad ogni età. 

Qual è il percorso di studi per la sua professione? 

Per poter diventare dietista bisogna conseguire la laurea di primo livello in dietistica. Il corso ha durata triennale e si articola in un percorso teorico e pratico. Nei tre anni di studio vengono svolte 1500 ore di tirocinio in diversi ambiti: presso ospedali, cliniche specializzate, ristorazione collettiva e produzione alimentare, in modo tale da offrire allo studente un’ampia prospettiva lavorativa.La nostra figura rientra tre le professioni sanitarie e ci occupiamo dell’alimentazione nel paziente sano e affetto da patologie, stilando piani alimentari grammati e non, sotto prescrizione medica. Inoltre collaborando con altre figure sanitarie trattiamo in un team multidisciplinare i disturbi del comportamento alimentare.
Molto importante a mio avviso è poi la sfera dell’educazione alimentare che mai dovrebbe mancare in una consulenza, indipendentemente dal motivo dell’invio. Recita infatti la definizione del profilo professionale il dietista è: “Il professionista sanitario competente per tutte le attività finalizzate alla corretta applicazione dell’alimentazione e della nutrizione, ivi compresi gli aspetti educativi e di collaborazione all’attuazione delle politiche alimentari” (DM 744/94, profilo professionale del Dietista).

Com’è nata questa sua passione? 

Fin da piccola ho sempre amato cucinare ma soprattutto mangiare. Ho avuto la fortuna di passare molto tempo con i miei nonni che mi hanno trasmesso la loro grande passione per la cucina bolognese ed altoatesina. Ricordo ancora i sabati pomeriggio passati a impastare  canederli o a preparare tortellini.
Da lì è partito il mio interesse per l’ambito alimentare. Dopo la laurea in lingue ho così deciso di intraprendere questa strada per conciliare la mia passione per la cucina sana e genuina e poterla mettere a disposizione di chi con il cibo ha un rapporto a volte conflittuale. 

Cosa significa dieta sana? 

Questa è una bellissima domanda. Spesso inizio i percorsi chiedendo al paziente cosa significhi per lei/lui il termine dieta, e puntualmente la risposta riporta termini come eliminazione, sofferenza e mero dimagrimento. 
Il concetto di dieta va pensato invece come un percorso a 360 gradi volto ad ottenere salute e benessere. Etimologicamente parlando, infatti, il concetto di dieta deriva dal termine greco daitia che significa alimentazione bilanciata, stile di vita attivo non rinunciando alla  convivialità. Personalmente quando penso al concetto di dieta sana non posso che pensare alla dieta mediterranea, una dieta semplice, prevalentemente vegetale e ricchissima di “nutraceutici”. Questo pattern alimentare permette di mantenersi in forma, prevenire  e migliorare molte patologie cronico degenerative. 
Inoltre uno dei punti cardine della DM è la sua semplicità e sostenibilità, dove per sostenibile non intendiamo solo l’aspetto ambientale, ma la “fattibilità / attuabilità”  con cui  la persona riesce a seguire il piano dietetico. È esperienza comune che molti pazienti che seguono diete particolarmente rigide le abbandonino dopo qualche tempo riprendendo il peso perso con interessi. 

Pensando alle diverse fasi della vita di una donna come dovrebbe cambiare la dieta? 

La donna nell’arco della sua vita va incontro a modificazioni ormonali che comportano molti cambiamenti a livello fisico-biologico, emozionale, di composizione corporea e di condotta alimentare.Far fronte in ognuna di queste fasi alle diverse esigenze nutrizionali risulta pertanto essenziale. 

Alcuni esempi in linea generale? 

Durante la gravidanza è consigliato ridurre l’apporto di zuccheri semplici per contrastare l’effetto diabetogeno insito in questo particolare periodo. Durante la menopausa è essenziale invece l’apporto di proteine, di calcio e di vitamina D per prevenire le problematiche legate al metabolismo osseo. 

Quali nutrienti sono indispensabili e quando? 

In una dieta bilanciata dovrebbero sempre essere presenti tutti i macro e micronutrienti. 
Per macronutrienti intendiamo i carboidrati (pasta, pane, riso, patate), le proteine (legumi, pesce, formaggio, uova e carne) e i lipidi/grassi (olio, frutta secca, burro).
Nei micronutrienti rientrano invece le vitamine e i minerali particolarmente presenti in frutta e verdura.  
Tali componenti dovrebbero essere presenti ad ogni pasto della giornata cercando di variare il più possibile tra gli alimenti delle diverse classi. 

Un ultimo consiglio dedicato alle adolescenti. 

Oggi giorno veniamo bombardati quotidianamente dalle cosiddette Fad Diets, diete estremamente restrittive che promettono risultati strabilianti in poco tempo. La verità?..Sono diete pericolose, perché non sono bilanciate e purtroppo spesso demonizzano singoli alimenti o ancor peggio interi gruppi alimentari (molto spesso carboidrati) che vengono esclusi dalla dieta senza alcun fondamento scientifico. 
Ai giovani inoltre darei questo messaggio: non seguite diete fai da te o consigliate da personale non qualificato. Se volete migliorare la vostra alimentazione o intraprendere un percorso di dimagrimento affidatevi ad un professionista.  
Sarebbe inoltre particolarmente importante investire maggiormente in progetti di educazione alimentare fin dalle scuole primarie. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Due meranesi in aiuto a Zanzibar

Uno lavora nel campo sanitario, l’altro è un ingegnere. Entrambi hanno deciso di mettere a disposizione del prossimo le proprie competenze ed il proprio cuore: due meranesi, Ivan Pierotti e Francesco Menegazzo, sono diventati parte attiva del progetto “ZanzibarHelp”, in Tanzania.

Se si parla di Tanzania si pensa a Zanzibar, e la mente si lancia immediatamente in un viaggio che vuole abbracciare immagini di spiagge coralline che incorniciano un mare azzurro, noci di cocco fresche e cocktail serviti con l’ombrellino di carta. 

Tutto vero, in parte; o almeno questo è ciò che “si vuole” vedere. In realtà questo angolo di paradiso non è fatto solo di acque cristalline e noci di cocco da gustare sorridendo: a testimoniarlo c’è un italiano, Marco Pugliese, originario di Torino che ha fatto di Zanzibar la sua nuova patria. Marco vive a Kilombero, dove mare e spiagge sono incantevoli, ma i turisti non ci sono: niente cocktail con l’ombrellino, niente soldi, solo fame. Si è trasferito nel paese africano nel 2019, un anno dopo la scomparsa della sua amata moglie Graziella: con lei condivideva gli ideali di aiuto e di solidarietà, soprattutto in favore della popolazione di Zanzibar, e per tenere viva la sua memoria ha compiuto questo grande passo. Per i bambini ha dato il via al progetto “ZanzibarHelp”, presente su Facebook alla pagina “Donnino’s Family School & Farm”, che prevede quattro diversi punti d’intervento per andare loro incontro: scuola (per la necessaria educazione dei bambini), pronto soccorso (che spesso salva la vita), mensa (sono davvero tanti i poveri e naturalmente non vengono ristorati solo i bambini), e alloggi, soprattutto per i bambini che possono avere un posto dove stare al sicuro. 

I RINFORZI ARRIVANO ANCHE DALL’ALTO ADIGE

Ed ecco che dalla città in riva al Passirio arrivano i rinforzi: Ivan Pierotti non è certo nuovo ad esperienze del genere, visto che è stato attore di diverse missioni all’estero come le ultime in Ucraina. Presidente del poliambulatorio Medical center, si è fatto carico dell’organizzazione della parte sanitaria e di sviluppare un progetto di gestione operativa così da recuperare presìdi, elettromedicali, sistemi diagnostici, monitor multiparametrici ed arredi, sull’esempio del molto già realizzato grazie ad una coppia di medici siciliani, Rossana Tosti e Antonio Rizzo. L’idea è di creare una struttura che garantisca le necessarie cure per patologie lì numerose come la sindrome di Down, l’acondroplasia (nanismo), l’epilessia, la distrofia muscolare di Duchenne ed altre, ma addirittura per quelle cure che non ci si aspetta, come le cadute delle noci di cocco sulla testa che creano danni anche cerebrali soprattutto ai bambini. 

Suo compagno di viaggio è l’ingegner Francesco Menegazzo, la cui professionalità è determinante nel progettare un sistema per migliorare il servizio di fornitura elettrica attualmente in essere. A ciò si aggiungono altri progetti, alcuni realizzati e altri presenti ma migliorabili, del fondatore Marco Pugliese, quali la cura dell’agricoltura per produrre a chilometro zero, o il Pronto soccorso, una struttura da poco inaugurata. 

SONO IN ARRIVO I PRIMI RISULTATI

A breve verrà festeggiato il primo raccolto, grazie anche al contributo dell’associazione culturale bolzanina Logos che ha sponsorizzato il costo di un indispensabile pozzo per l’acqua a cui, si spera, se ne aggiungeranno altri. 

Anche in questo caso l’incipit più importante è stato dato dal prezioso contributo economico di due medici campani che hanno comprato i primi due ettari. Grazie al loro esempio, ora stanno aderendo molti altri professionisti. “Gli aiuti non devono essere solo o esclusivamente economici – spiega Ivan Pierotti – ma anche pratici: si possono organizzare conferenze, richiedere aiuti tramite il web in patria, o recandosi sul posto, magari sfruttando una mezza vacanza fatta anche con il cuore e non solo con il ventre. Per rendere più facili le collaborazioni anche casuali, inoltre, il Polly Lodge Bungalow, gestito da una coppia italiana che partecipa al progetto, offre ospitalità ai volontari che vogliono recarsi sul posto per collaborare alla riuscita di un sogno”.

Chi fosse interessato a contribuire al progetto può scrivere a ivan.pierotti@gmail.com, mentre per donazioni coi si può rivolgere direttamente a Marco Pugliese: marco@zanzibarhelp.com

IL DETTAGLIO

ZanzibarHelp nasce da un piccolo aiuto e un grande amore, ovvero dall’iniziativa condivisa di Marco Pugliese e di sua moglie Graziella che, nel 1998, vengono accolti da un’isola colorata, allegra e ospitale.

Da piccole collaborazioni nascono importanti legami e, da questi, crescono radiciche affondano tra i colori di Zanzibar: così Marco e Graziella coltivano un amore partendo dalle loro piccole risorse, aiutando le famiglie di Zanzibar in difficoltà, in particolare le vedove con figli e i bambini malati. 

È proprio questo piccolo mondo di sfumature parallelo a catturare il cuore della coppia e porre le basi per la futura anima dell’associazione. Dare luce alla diversità e spazio a queste piccole mani desiderose di lasciare la propria impronta diventa il seme da cui nasce un progetto di vita condiviso.

Un seme tanto fertile da resistere alla scomparsa prematura di Graziella e dare a Marco la forza e la motivazione per dare vita all’organizzazione umanitaria ZanzibarHelp. Da una promessa un impegno, dal piccolo aiuto alle famiglie in difficoltà si apre una finestra sulla bellezza delle sfumature nascoste di Zanzibar: il mondo dei bambini con disabilità fisiche o cognitive, un meraviglioso mondo di vivacità, ma privo di uno spazio per esprimere le proprie potenzialità e costruire un futuro. Sono loro l’anima e il motore di ZanzibarHelp, una realtà dove una piccola mano si trasforma in un grande progetto e un sogno condiviso diventa un futuro a colori per tante piccole mani.

Autore: Luca Masiello

Case: prezzi impossibili

In Alto Adige e in particolare a Bolzano i prezzi degli alloggi in vendita e in affitto hanno raggiunto livelli tali da mettere in crisi non solo la maggior parte delle giovani famiglie autoctone, ma anche molti dei lavoratori e studenti che giungono da fuori provincia. Si tratta di dinamiche che rischiano di avere ripercussioni molto significative sia sulla demografia che sulla composizione stessa della società altoatesina, sempre meno in grado di rinnovarsi. Il costo della vita in Alto Adige rischia di aggravare la carenza di personale che si registra da tempo in molteplici settori, nella sanità in primis. Ne abbiamo parlato con Marino Melissano, ex dirigente scolastico a Bolzano e segretario generale di Altroconsumo. 

Per acquistare casa a Bolzano occorrono oggi in media quasi 4700 euro a metro quadro, ovvero 1500 euro in più della media nazionale. Il capoluogo altoatesino è secondo solo a Milano, in questa speciale classifica  stilata dall’Osservatorio trimestrale del portale Immobiliare.it
A Bolzano ormai poi per un appartamento in affitto occorrono 1.500 euro al mese. Gli economisti dicono che un affitto equo dovrebbe corrispondere al 30% dello stipendio. Ma quale famiglia oggi a Bolzano può contare su 5mila euro al mese di stipendio?
Per non parlare del fatto che gli affitti oggi, soprattutto nel capoluogo, sono vincolati a clausole vessatorie quali fideiussioni, numerose mensilità anticipate e – spesso – adeguamenti automatici all’inflazione. Cosa che, naturalmente, non avviene per gli stipendi. I problemi economici per le giovani famiglie, diventano quindi quasi insormontabili per i giovani single, sempre che non abbiano patrimoni o genitori alle spalle che li sostengono. La conseguenza di ciò è che sempre più persone decidono di cercare un’abitazione fuori dal capoluogo o – addirittura – lasciare del tutto la provincia di Bolzano. Il progressivo calo demografico di Bolzano, certificato nei giorni scorsi, è forse solo appena iniziato. Di queste cose ne abbiamo parlato con Marino Melissano di Altroconsumo, che da anni segue i rincari nel mercato immobiliare del capoluogo.  

L’INTERVISTA

Per quale motivo ci ritroviamo con i prezzi per gli alloggi, in affitto e in vendita, più alti d’Italia? Siamo secondi solo a Milano, è possibile?

In merito qualcuno ha suggerito delle motivazioni. C’è chi dice che sì, Bolzano è una città cara, ma che d’altronde non c’è disoccupazione e quindi bene o male tutti possono permettersi di acquistare o prendere un alloggio in affitto. Poi si osserva che mancano terreni per le nuove costruzioni e che quindi è logico che i prezzi degli alloggi lievitino, visto che ai prezzi dei terreni si aggiungono costi di costruzione tutt’altro che contenuti. Queste due motivazioni, devo dire, non mi convincono più di tanto. Mi convince piuttosto di più chi dice che a Bolzano ci sono molte agevolazioni, sia per l’acquisto che per l’affitto, e che queste finiscono per dare ai prezzi una spinta verso l’alto. Chi vende sa che chi acquista o va in affitto può accedere a queste agevolazioni, e questa dinamica alza i prezzi. Questo meccanismo però, a bene vedere, c’è sempre stato. Ma i prezzi in passato non erano mai stati così alti. La legge di mercato dice poi che se c’è poca offerta e tanta domanda, i prezzi salgono. Questo però di nuovo mi convince di meno, perché a Bolzano i prezzi sono rimasti alti anche quando la domanda era calata, come è avvenuto durante il periodo del covid. Un’altra motivazione che viene addotta è che in Alto Adige l’economia tira e c’è poca concorrenza, in tutti i settori. Dicono che dove c’è poca concorrenza per forza di cose è alto il costo della vita così come i prezzi delle abitazioni. Questa motivazione in effetti è convincente e sono anni che le associazioni dei consumatori denunciano questa situazione. Chiedendo dei correttivi.

D’altronde Bolzano è la città d’Italia più ricca non solo dal punto di vista della qualità della vita dei cittadini ma anche della disponibilità economica dell’amministrazione pubblica, provinciale in primis. Ecco: la politica cosa può fare per arginare questo caro casa? 

Già da qualche anno sono stati identificati dei possibili interventi correttivi. Ma poi alla teoria non è seguita la pratica. Ad esempio per rendere di nuovo disponibili i tanti alloggi sfitti sono state fatte delle ipotesi di intervento. Ma siamo rimasti alle ipotesi.

Si ha la sensazione che, alla fine, gli interessi dei proprietari finiscono sempre per prevalere… 

Esatto. Ma poi ci sono le altre possibilità di intervento identificate. Per esempio si è parlato di alloggi multigenerazionali da realizzare e poi di recuperare le tante abitazioni di grandi dimensioni che al momento sono occupati da una sola persona… Poi occorrerebbe anche riflettere sulla distribuzione degli alloggi sociali su base etnica. Non corrisponde alla realtà del bisogno.

Le giustificazioni ci sono. Per gli alloggi multigenerazionali i tempi di realizzazione rischiano di essere troppo lunghi, e anche spostare le persone singole in alloggi più piccoli è tutt’altro che semplice… Per quanto riguarda il riequilibrio nella distribuzione degli alloggi sulla base della sola necessità e non dell’appartenenza linguistica, si vanno poi a toccare fili scoperti. La politica, forse, oggi non ha le capacità o il coraggio per muoversi su terreni così delicati dal punto di vista del mantenimento del consenso elettorale…  

Come ho già detto: vorrei che il politico di turno passasse finalmente dalla teoria alla pratica. In questa fase basterebbero anche dei singoli segnali, come portare finalmente a compimento il progetto di recupero a fini residenziali con affitti calmierati per giovani per l’edificio degli ex telefoni di stato in Corso Italia a Bolzano. I progetti non possono restare progetti. Sono fatti per essere finalmente realizzati. Lo stesso discorso vale per gli edifici multigenerazionali. La legge provinciale che li indica è nata nel 2022 e nel 2023 è arrivato il regolamento di esecuzione. La legge prevede alloggi per giovani, anziani e disabili. Peccato però che nella legge stessa si dica che prima ci vuole la pianificazione del territorio. Non si deve fare così! 

Già. Per i piani urbanistici ci vogliono anni, e intanto la gente se ne va. Ed è proprio dei giorni scorsi la notizia che la popolazione di Bolzano ha iniziato a diminuire. Sono in tanti, ormai, che rinunciano a cercare un alloggio a Bolzano. Quando va bene cercano in periferia, quando va male decidono proprio di lasciare la nostra provincia, perché non vedono qui una sostenibilità economica in ottica futura. E si tratta – purtroppo – soprattutto di giovani.  

A ben vedere si tratta di problemi che non si presentano solo da noi. Però altrove – nel passato e anche e soprattutto nel presente – delle soluzioni concrete sono state provate, per governare queste situazioni. 

Sì, perché non siamo solo noi ad essere “malati” di benessere…

Già. In Austria si pratica l’affitto a prezzi contenuti anche alle classi medie e il 40% dei cittadini di Vienna vive in case pubbliche. Questo crea un mix abitativo che rende forte il tessuto urbano. In Francia i comuni con più di 3.500 abitanti sono obbligati a raggiungere almeno il 25% di social housing. In Olanda si può acquistare solo una casa per la residenza ed è vietato acquistare la seconda casa per fini speculativi. Dal 2006 la Germania ha creato più di 540 alloggi multigenerazionali. L’Italia è il fanalino di coda, ma nella ricca provincia di Bolzano ci aspetteremmo una maggiore attenzione a un’abitabilità più sociale, meno cara, più attenta ai bisogni dei cittadini. 

Insomma: ci vuole coraggio politico. Altrimenti non si va da nessuna parte. E anche lungimiranza. Ad esempio per iniziare a limitare la pratica di riservare centinaia di alloggi ad uso turistico estemporaneo, spesso tra l’altro difficilmente tracciabile anche dal fisco. 

Sì. E se sul patrimonio edilizio esistente è difficile agire, si può farlo invece sulle nuove costruzioni. I paesi europei hanno senz’altro la possibilità di decidere di riservare programmaticamente all’edilizia sociale una percentuale specifica delle nuove costruzioni. Se altrove si fa, perché non deve essere possibile farlo anche da noi? Le basi normative ci sono già! Ci si mette attorno a un tavolo e si decide, ad esempio, che il 10% delle nuove costruzioni devono essere in cohousing. Le cooperative che potrebbero gestire queste cose ce le abbiamo già. E la Provincia sarebbe anche nelle condizioni di poter “incentivare” dal punto di vista economico queste nuove pratiche abitative. 

Negli ultimi mesi in realtà sono successe due cose che hanno dato un pizzico di speranza. Si è trattato di due grida di allarme. La prima è venuta dagli imprenditori che fanno sempre più fatica a trattenere il personale giovane e altamente specializzato e che, dopo essere arrivato, getta la spugna a causa del costo della vita troppo elevato e nell’impossibilità di trovare alloggi economicamente sostenibili, specie se intendono formarsi una famiglia. Il secondo grido, collegato al primo, è giunto dall’Università di Bolzano che si sta sviluppando con nuove facoltà fortemente volute (ingegneria e medicina) ma che non sa più dove mettere gli studenti. Per non parlare dei prezzi folli delle (poche) camere in affitto. Questi appelli possono contribuire a dare coraggio a politici e locatori privati? 

Per il momento purtroppo non sto vedendo alcun passo avanti. Ci riempiamo la bocca decantando l’eccellenza della nostra università trilingue con lo scopo di attirare studenti da fuori. Ma è evidente: se andiamo avanti così sarà sempre più difficile attirarli. E questo ci si rivolterà contro. Pensando allo sviluppo dell’università, occorrerebbe pensare prima di tutto agli alloggi, e poi fare tutto il resto. In più ci sarà un motivo se l’80 per cento degli altoatesini se ne va altrove a studiare. Occorrerebbe rifletterci… 

Autore: Luca Sticcotti

Quel gemellaggio fra Krampus e Mamuthones

Chiunque sia stato in Sardegna non può non aver sentito parlare dei Mamuthones, quelle maschere tradizionali che ondeggiano fra la folla cariche di campanacci e dallo sguardo severo. E qualsiasi altoatesino che le ha viste, non può non aver trovato un’analogia con i Krampus. Ma quanto sono simili queste due figure? Moltissimo. Lo sanno bene i soci dell’“Algfagor Krampus”, l’associazione che poco tempo ha partecipato al celebre carnevale di Orani portando con sé pelli, fruste e maschere demoniache. Un sodalizio che vuole divulgare la cultura del Krampus nel resto dello Stivale e che – particolare  curioso – è formato in maggioranza da meranesi di lingua italiana.

In Sardegna il carnevale è qualcosa di molto diverso dalle feste che si celebrano nel Continente, dove si festeggia quasi esclusivamente nei giorni di giovedì e martedì grasso. Qui il carnevale (meglio: “su Carresecare”, in lingua sarda) è un’altra cosa: antica, ancestrale, radicata in tradizioni medievali; un rito suggestivo, diverso da zona a zona, ricco di rimandi al mito e alle misteriose usanze dell’isola. E le maschere sono un altro tassello fondamentale del Carrasegare: ci sono quelle dedicate al mondo dei mestieri, quelle ispirate agli animali, e quelle che ritraggono personaggi fantastici, come i famosi Mamuthones. 

Ed è proprio qui che pochi giorni fa i campanacci di questi figuri isolani hanno suonato all’unisono con le nordiche maschere cornuti, nell’ambito di un gemellaggio d’affetto fra i Krampus meranesi e i Mamuthones sardi, a Orani, un paesino che si erge a 500 metri d’altitudine nel cuore della Barbagia, attorniato da colline verdi. A guidare il gruppo di 12 “diavoli” altoatesini c’era Andrea Medda, presidente dell’”Alfagor Krampus”.

Andrea Medda, non è strano girare con i Krampus fuori dal periodo natalizio?

Potrebbe sembrarlo, certo, ma solo perché in Alto Adige siamo abituati in questo modo, ed è proprio questa la consuetudine che stiamo cercando di cambiare con la nostra associazione. La maggior parte dei club locali si riunisce nei giorni attorno alla festa di San Nicolò. Noi ci siamo posti come obiettivo quello di portare la nostra tradizione dove non la si conosce, valorizzarla e promuoverla. 

Come è nata l’idea di fondare un gruppo di Krampus a Merano?

Era il 2016, l’idea è venuta a mio fratello Gianluca, che fra l’altro ricopre la carica di vicepresidente, e a me. Avevamo notato che ogni comune della provincia ha un suo gruppo; ma nella città dive vivo io, Merano, non c’era. Così ci siamo riuniti con altri appassionati e oggi siamo arrivati a radunare una quindicina di soci attivi. Siamo nati e cresciuti in Alto Adige, quella dei Krampus è una tradizione nostra, che ci portiamo nel cuore da quando siamo nati. È anche per questo che siamo interessati a farla conoscere fuori dai nostri confini. E, senza falsa modestia, ci stiamo riuscendo anche bene: già dall’anno successivo alla fondazione abbiamo iniziato a muoverci fuori da Merano. Oggi nel nostro curriculum possiamo vantare sfilate in tutto l’Alto Adige ma anche in Liguria, Toscana, in tre comuni del Veneto, Repubblica Ceca, Austria, Germania, Svizzera e Sardegna, dove è iniziata una proficua collaborazione.

Non siete dei volti sconosciuti in Sardegna…

Non più: è il terzo anno che ci invitano, e ogni volta è una bellissima soddisfazione. Abbiamo già sfilato in quattro paesi diversi: loro organizzano le rassegne con le maschere tradizionali sarde e poi invitano anche noi. Quest’anno, in particolare, al carnevale di Oruni c’era una decina di gruppi folkloristici dell’isola, più noi.

Come reagiscono i locali alla vostra presenza? Come giudicano le vostre maschere?

La prima volta che siamo arrivati in Sardegna la mia impressione era che ci guardassero con circospezione, ed erano curiosissimi: volevano sapere tutto sulle nostre maschere, dalla storia alla fattura dei nostri costumi. Ma questa sensazione è durata un battito di ciglio, poco dopo siamo entrati in confidenza e oggi ci trattano come parte della loro famiglia. 

Avete provato i costumi da Mamuthones?

Certamente, chi non l’avrebbe fatto? Così come loro hanno provato i nostri. E devo dire che loro sono più fortunati: indossano un vestito leggerissimo e anche la maschera pesa davvero poco, a differenza delle nostre: noi in totale ci portiamo addosso una trentina di chili!

Autore: Luca Masiello

Una vita dedicata alle donne e ai loro diritti

In occasione della giornata internazionale della donna, sul nostro giornale torna una rubrica che nel recente passato è stata dedicata a mettere in luce figure femminili particolarmente significative nel nostro panorama locale. Per l’occasione abbiamo incontrato Claudia Tomio, responsabile dei progetti di Pari Opportunità messi in atto dal Comune di Merano. 

Laureata in lingue, Claudia Tomio è stata per molti anni stimata traduttrice del Comune di Merano. Ma il suo impegno per i diritti delle donne ha segnato il cammino delle Pari Opportunità del Comune di Merano. 

Dottoressa Tomio la Sua carriera potrebbe essere presa ad esempio dalle giovani donne che si affacciano allo studio o al mondo del lavoro. Due anni e mezzo fa Lei si è concessa di rinnovarsi e lanciarsi in una nuova stimolante sfida. 

Sì, non nego che ci siano voluti coraggio e una buona dose di incoscienza. Passare dal ruolo di traduttrice a quello di dirigente (ndr dell’Ufficio Scuole, Istruzione e Giovani ) ha comportato un grande cambiamento professionale ma anche personale e un moltiplicarsi di impegni e responsabilità. Ma si è anche aperto un capitolo che – al di là dei molti problemi da risolvere – regala soddisfazioni e occasioni di crescita. Questo soprattutto grazie alla possibilità di attivarsi in settori cruciali quali la prima infanzia, la scuola, la ristorazione scolastica, le politiche giovanili. Ho mantenuto tra l’altro appunto anche l’impegno nel campo delle Pari Opportunità, che seguivo anche prima.

Vicino alla vita professionale lei è riuscita ad essere anche moglie e madre. Era difficile conciliare famiglia e carriera? 

Conciliare queste due sfere della vita è una grande sfida per tutte le donne. Non si tratta solo di essere brave a barcamenarsi tra famiglia e lavoro, si tratta soprattutto – durante un’esperienza totalizzante come quella di avere e crescere un figlio – di riuscire a mantenere intatte lucidità, impegno e passione anche a livello professionale.
La conciliazione è un nodo cruciale e sento di dover mettere in guardia le giovani donne dal considerare il part time l’unica soluzione possibile. Perché il part time ci penalizza dal punto di vista retributivo e pensionistico: credo che per riuscire a coniugare lavoro e carriera servano orari flessibili e, soprattutto, la collaborazione fattiva dei compagni o mariti. 

Ciò che trovo particolarmente stimabile in Lei è l’impegno profuso per molti anni per il rispetto dei diritti delle donne e le pari opportunità. 

Partendo dalla condizione di privilegio di donna con un buon lavoro, un’indipendenza economica e una vita di coppia all’insegna del rispetto, ho sempre sentito il dovere di impegnarmi a favore di donne meno fortunate, vittime di discriminazioni, violenze, molestie. L’impegno è iniziato con il Comitato pari opportunità del Comune, con cui ho lavorato quasi vent’anni a favore delle dipendenti comunali. Ben presto si è aggiunta la collaborazione con l’Ufficio Pari Opportunità, che attua interventi a favore di tutte le donne meranesi.

Cosa fa concretamente l’Ufficio Pari Opportunità del Comune? 

L’Ufficio ha il compito di supportare tutte le donne di Merano sia rilevando esigenze e situazioni di disagio e attivando interventi ad hoc, sia valorizzando i talenti e la creatività femminile favorendo l’empowerment e l’autodeterminazione delle donne. 

Quali sono state le conquiste da voi messe in atto fino ad oggi?

In vent’anni abbiamo messo in atto degli interventi in larga parte innovativi, e abbiamo avuto un ruolo da apripista per altre Amministrazioni anche oltre i confini di provincia e regione. In particolare In primis voglio segnalare i due Piani per l’Uguaglianza tra donne e uomini 2013-2017 e 2020-2024, documenti strategici e programmatici che contengono azioni positive a favore delle donne di Merano. 

Autrice: Rosanna Pruccoli