Invecchiare in casa? Oggi si può!

Da qualche settimana le famiglie altoatesine possono contare su un nuovo servizio volto a sostenere gli anziani attraverso visite domiciliari svolte da infermieri qualificati che monitorano la loro salute. Si tratta di un’iniziativa della nuova azienda bolzanina Sanevo, proposta con il supporto di Croce Bianca. Vediamo insieme come funziona.

Sono tantissime le famiglie altoatesine che si trovano presto o tardi davanti ad un dilemma: qual è la migliore soluzione per prendersi cura dei loro anziani? è meglio privilegiare il percorso che porta al trasferimento in una casa di riposo oppure trovare un modo per garantire al congiunto una maggiore assistenza sanitaria presso il suo domicilio?

Tutti gli studi e le ricerche oramai da anni propendono  per la seconda soluzione, se praticabile. A livello internazionale è stato addirittura coniato un concetto specifico in lingua inglese: “aging in place”, ovvero invecchiare sul posto.  

Il problema che nasce però è come fare a garantire a domicilio questa necessaria assistenza. Per rispondere a questa specifica domanda qualche anno orsono a Bolzano è nata una startup, ovvero un’azienda innovativa, sulla spinta di quattro giovani imprenditori. Da Raffaele Fusaro, uno di loro, ci facciamo spiegare com’è nata l’azienda e come funzionano i suoi servizi. 

L’INTERVISTA

Sanevo quand’è nata?

Siamo partiti nel 2022. Insieme a me i soci fondatori sono Federico Bortolotti, Davide Ioris e Mark Gutzmer. La nostra idea era quella di portare innovazione in questo settore e siamo partiti consegnando gratuitamente a domicilio prodotti sanitari per l’igiene personale e l’incontinenza. Così abbiamo avuto modo di avvicinarci al mondo degli anziani e delle esigenze loro e delle loro famiglie.

Ben presto abbiamo trovato un investitore nella figura di un medico, un ex primario, che ci ha dato un po’ di capitale per partire. Subito ci siamo mossi per riuscire a fornire più servizi possibili a domicilio. In seguito abbiamo iniziato a confrontarci con Croce Bianca per avviare quello che oggi è diventato il progetto Vivacare.  

Croce  Bianca ha creduto nell’interlocuzione con noi, vedendo  che c’erano delle potenzialità. In futuro il settore della terza età sarà orientato sempre di più verso l’assistenza domiciliare, per ovviare al sovraccarico delle strutture sanitarie. 

Cosa offre al momento il servizio Vivacare organizzato insieme a Croce Bianca?

Si tratta di un pacchetto di servizi con incluse visite infermieristiche domiciliari effettuate una volta alla settimana da infermieri qualificati che si spostano a bordo di biciclette elettriche. 

Gli interventi infermieristici e la gestione del servizio sono supportati da una piattaforma digitale all’avanguardia che permette la digitalizzazione delle visite e degli esami, come ad esempio prelievi del sangue, misurazione di pressione, glicemia e saturazione. 

Il costo mensile del pacchetto è di 399 euro e la spesa può essere sostenuto attraverso l’assegno di cura e detratto  nella dichiarazione dei redditi. 

Per il futuro la nostra idea è quella di ampliare sempre più i servizi. In prospettiva c’è infatti l’intenzione di portare a domicilio anche fisioterapie, visite di medici specialistici, e molto altro. 

Quali sono in sintesi i benefici del pacchetto di servizi che offrite? 

Il pacchetto ‘Vivacare’ consente alle persone assistite di continuare a vivere serenamente a casa propria, anche se non sono più in grado di gestire tutto da sole a causa di difficoltà fisiche o psicologiche. Il servizio offerto consente di monitorare costantemente lo stato di salute dell’anziano, con una gestione preventiva e reattiva che assicuri continuità delle cure e interventi tempestivi. 

Ad ogni assistito viene assegnata un’infermiera di riferimento, reperibile anche telefonicamente in caso di necessità. Sarà sempre la stessa professionista a seguirlo lungo l’intero percorso di cura, garantendo continuità e un rapporto di fiducia.

Vengono inoltre sviluppati programmi di assistenza personalizzati, pensati per rispondere in modo mirato alle esigenze specifiche di ciascun paziente.Inoltre, i familiari potranno contattarci in qualsiasi momento e ricevere aggiornamenti puntuali sulla situazione del proprio caro.

Tutti i protocolli delle visite possono essere inviati digitalmente al medico di base, assicurando così una comunicazione costante ed efficace tra i diversi professionisti coinvolti nella cura.

Per i familiari, il pacchetto Vivacare rappresenta una preziosa risorsa: solleva dalle incombenze quotidiane, permettendo di concentrarsi su ciò che davvero conta nel rapporto con i propri cari, momenti di qualità e ricordi da custodire. Sapere che i propri familiari sono seguiti con competenza e attenzione diventa una fonte di serenità e rassicurazione.

Qual è il ruolo di Croce Bianca nel servizio che offrite? 

Grazie all’esperienza maturata negli anni nel territorio offrendo i propri servizi, Croce Bianca ci ha aiutati a capire come muoverci e  comprendere le reali esigenze dei pazienti. I nostri servizi e quelli di Croce Bianca si integrano perché ci rivolgiamo ai medesimi assistiti. 

Com’è nata l’idea di Sanevo? 

L’idea ci è nata sulla scia di esperienze personali in famiglia, nello specifico abbiamo vissuto le difficoltà che i nostri genitori hanno dovuto affrontare per gestire i nostri nonni. 

Ci siamo resi conto della mancanza di servizi assistenziali e per l’anziano sul territorio e siamo partiti nello sviluppo di un modello assistenziale innovativo.

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Merano – Londra per la propria formazione 

Lisa Laudieri ha iniziato la sua carriera accademica con una laurea in Interior and Furniture Design presso l’Istituto Europeo di Design (IED) di Firenze, dove si è laureata con lode, ha poi iniziato ad avvicinarsi al design spaziale come mezzo di commento sociale e pensiero speculativo attraverso il quale sfidare le narrazioni dominanti e reimmaginare futuri alternativi. Tutto questo l’ha portata al Royal College of Art di Londra.

Ci parli della sua intera carriera scolastica e formazione.

Ho iniziato la mia carriera accademica con una laurea in Interior and Furniture Design presso l’Istituto Europeo di Design (IED) di Firenze, dove mi sono laureata con lode. Gli studi mi hanno poi portato al Royal College of Art di Londra, dove ho recentemente completato un master in interior design. 

Lei non è la prima creativa sudtirolese che studia a Londra anzi in quella città vive una vera e propria colonia di artisti, architetti e intellettuali tirolesi. Lei è in contatto con loro? 

So che c’è una comunità al di fuori dell’Alto Adige, e credo che sia una cosa fantastica. È una comunità di cui mi piacerebbe far parte e che ho intenzione di cercare presto. Credo che provenire dallo stesso luogo crei una connessione immediata e una rassicurazione in un posto straniero. Detto questo, spesso gravito verso la dissonanza piuttosto che verso la familiarità.

Londra è una città ricca di opportunità e di fascino senza tempo. Dopo gli studi, pensa di lasciare Londra per tornare a Merano?

Non penso più alle opportunità come a qualcosa di legato solo al luogo. Con il lavoro a distanza, le comunità online e le piattaforme accessibili, il lavoro creativo è accessibile indipendentemente dal luogo in cui si vive. Londra è stata importante per me, non solo per le sue opportunità, ma anche per le sue dimensioni, il suo attrito, la sua pluralità. Che io rimanga a Londra per un po’ o che scopra altre città, Merano sarà sempre la mia casa, ma non in senso statico. La vedo più come un punto di riferimento.

A cosa sta lavorando attualmente? 

Il mio lavoro recente si concentra sulla nozione di ingiustizia spaziale, affrontando i modi in cui gli ambienti architettonici possono rafforzare o interrompere le strutture di disuguaglianza. Ciò include sia gli aspetti visibili e sistemici della politica spaziale, come l’accesso, lo spostamento e l’esclusione, sia le esperienze più intime e psicologiche dello spazio. Sto lavorando a diversi progetti nel campo del design e delle arti. Sto costruendo la mia carriera come fotografo e designer, all’incrocio tra la ricerca spaziale e il cinema, la fotografia e il design. Attualmente sto producendo un cortometraggio che affronta il tema della violenza di genere, una rappresentazione della storia di persecuzione delle donne attraverso un processo che esamina come le donne siano state e continuino a essere sottoposte a scrutinio, giudizio e cancellazione. Il film abbandona la questione della colpevolezza o dell’innocenza, per analizzare invece l’apparato sociale, emotivo e psicologico che isola e smantella una donna presa nell’occhio della paranoia collettiva.

Nonostante una lotta serrata alla violenza contro le donne il problema continua a dilagare. Perché, secondo lei? 

La violenza contro le donne persiste perché è sistemica, radicata nel linguaggio, nella legge, nella politica e nello spazio. Ciò che mi colpisce maggiormente è la persistenza di narrazioni patriarcali, spesso mascherate dietro un falso senso di neutralità. Le storie delle donne sono spesso filtrate da uno sguardo maschile o liquidate come semplici aneddoti, il che diluisce la loro urgenza. Quando le società normalizzano i media misogini e lasciano alle donne una limitata indipendenza finanziaria o un ricorso legale, i comportamenti abusivi trovano rifugio. Finché non ristruttureremo radicalmente queste dinamiche di potere, il ciclo della violenza continuerà a persistere.

Oltre allo studio come passa il suo tempo libero a Londra? 

Mi piace circondarmi di ispirazione, sia visitando musei e mostre che conversando con gli amici. A dire il vero, spesso confondo il confine tra lavoro e tempo libero. In questo senso sono un po’ uno stacanovista, ma non mi dispiace. Tutte queste esperienze alimentano la mia pratica creativa e fanno parte di una curiosità più ampia che modella il mio modo di pensare, sentire e lavorare.

Londra è una città pericolosa per le donne? 

Come ogni grande città, anche Londra ha i suoi problemi di sicurezza. Ci sono aree e situazioni – soprattutto sui mezzi pubblici – in cui le donne devono stare all’erta perché la città non è sempre uno spazio sicuro. La risposta tende a essere reattiva piuttosto che proattiva. Sebbene esistano campagne e app, spesso scaricano la responsabilità sulle donne. Quando viaggio di sera, apro Uber, pago la tariffa maggiorata e condivido il mio viaggio in modo che gli amici possano vedere l’icona della macchinina scorrere sui loro schermi. Prima di andare a letto ci scambiamo un rapido “a casa?”. Questa precauzione è diventata una memoria muscolare, ma è un costo aggiuntivo che le donne assorbono quando le città e i governi non riescono a farci sentire protette.

Londra è sempre stata ed è tuttora leader nella moda dei giovani, cos’è attuale ora? 

La moda come dichiarazione politica consapevole. Le tendenze sono indicatori del tempo, del panorama socioeconomico e politico. Ciò che indossiamo riflette ciò che stiamo attraversando.

Negli ultimi tempi, con il passaggio al conservatorismo, all’instabilità economica e a una maggiore incertezza, la moda ha iniziato a rispecchiare questa tendenza attraverso orli più lunghi, silhouette più modeste, estetica “pulita”. Allo stesso tempo, c’è una corrente contraria. Silhouette fluide, decostruttivismo, stile non convenzionale e stratificazione. 

Ciò che mi affascina di più è come la moda possa diventare una porta d’accesso. Per molti giovani è un punto di ingresso nella politica, le tendenze diventano un modo per esprimere idee politiche su classe, genere, razza, lavoro, politica del corpo in un linguaggio che sembra immediato. Ho visto come la moda permetta alle persone di comunicare la propria identità e le proprie convinzioni, rendendo le conversazioni politiche più accessibili.

Che consiglio darebbe agli studenti che frequentano il Kunstgymnasium?

Esplorate non solo ciò che vi ispira, ma anche ciò che vi infastidisce. Il disagio indica qualcosa che vale la pena indagare. Non sentitevi obbligati a definirvi troppo presto; non è una decisione, ma emerge dal processo.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Camaçari – Brasile: dove manca tutto, arriva l’arte

In un angolo del Nord-Est del Brasile – a Camaçari, nello Stato della Bahia, dove povertà, razzismo, violenza e disuguaglianze sembrano aver spento ogni sogno – un progetto educativo ha acceso una scintilla di speranza. Un’iniziativa che, lontano dai riflettori, sta cambiando davvero le cose. Si chiama “Educare con l’arte: i diritti di tutte le bambine, i bambini e gli adolescenti”, ed è il cuore pulsante di una rivoluzione silenziosa, culturale e sociale, che sta restituendo futuro, dignità e bellezza a 183 giovani delle periferie di Camaçari. Il progetto è coordinato dalla meranese Delia Boninsegna, che ormai da 54 anni vive in Brasile.

Questa città, incastonata tra le coste atlantiche e la grande area industriale di Salvador, è una terra di contrasti. Alla ricchezza del polo petrolchimico e del turismo balneare, si contrappongono quartieri in cui mancano servizi essenziali, l’istruzione pubblica è fragile, le famiglie vivono in condizioni di estremo disagio, e molti bambini e adolescenti sono costretti ad abbandonare la scuola per contribuire al sostentamento familiare. Qui, dove lo Stato spesso arretra, sono le associazioni a farsi carico della tutela dei più fragili.

Il progetto, ideato e promosso dall’Associazione Don Paolo Tonucci – Apito (Italia) in collaborazione con la storica sede brasiliana attiva da oltre 25 anni, si è trasformato in pochi mesi in un punto di riferimento educativo e umano. La sua realizzazione è stata possibile grazie al finanziamento della Provincia autonoma di Bolzano, che ha creduto fin da subito nella sua potenza trasformativa, stanziando 41.660,48 euro (di cui il 65,31% coperto dalla Provincia e il restante dall’Associazione).

L’adesione è stata massiccia e immediata: oltre 433 richieste per soli 150 posti disponibili, a testimonianza della sete di cultura, formazione e protezione da parte delle famiglie locali. Alla fine, sono stati selezionati 74 bambini e 109 adolescenti, che oggi frequentano le attività nella sede storica dell’associazione e nella scuola dell’infanzia Apito, riqualificata per l’occasione.

I GIOVANI AL CENTRO DI TUTTO

Ma non si tratta semplicemente di un doposcuola. È una comunità educativa, un luogo in cui arte, scienza, gioco e linguaggio diventano strumenti di emancipazione. I corsi attivati sono tanti e vari: robotica e sviluppo sostenibile, flauto, danza, teatro, percussioni, lettura e scrittura creativa, lingua italiana, giochi interattivi. L’approccio è inclusivo, dinamico, multidisciplinare. Al centro di tutto, la persona: i ragazzi e le ragazze, con la loro unicità e le loro fragilità.

Una psicologa affianca regolarmente le attività, guidando momenti di riflessione collettiva su temi che fanno parte della quotidianità ma che spesso rimangono taciuti: la fame, la violenza domestica, il lutto, il razzismo, la mancanza di lavoro, l’abbandono scolastico, il peso di vivere in comunità marginalizzate. 

Il progetto aiuta a dare un nome al disagio, ma anche a trovare risposte concrete, costruendo reti di sostegno tra pari, famiglie e educatori.

“L’arte qui non è un lusso, ma una via per vivere meglio”, racconta Delia Boninsegna, presidente di Apito Brasile. “Quando vediamo questi bambini sorridere, ballare, suonare, discutere di giustizia e diritti, capiamo che qualcosa sta davvero cambiando. Vogliamo sperare però che tutto ciò sia solo l’inizio, perché trattandosi di un progetto annuale non vorremmo che questo immenso lavoro poi vada svanendo”.

TROVARE LA FORZA INTERIORE

Per questo il progetto vuole lavorare intensamente sull’empowerment giovanile, sulla forza interiore delle ragazze e dei ragazzi che deve trovare lo spazio per emergere affinché l’effetto virtuoso dell’azione possa avere un effetto moltiplicatore tra i giovani. 

È necessario credere nei giovani e dare fiducia che siano loro stessi i protagonisti del cambiamento. 

Rimane fondamentale che le istituzioni, italiane e brasiliane, riconoscano il valore strutturale di questi percorsi e li sostengano nel tempo per raggiungere il maggior numero di giovani.

Il progetto ha avuto anche un impatto occupazionale e professionale: sono stati creati oltre dieci nuovi posti di lavoro tra educatori, operatori e formatori, valorizzando risorse locali e stimolando un’economia solidale fondata sulla cultura e sull’educazione.

A livello istituzionale, Apito si impegna attivamente nei Consigli per i Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza e partecipa alla rete delle scuole comunitarie, promuovendo politiche inclusive, sostenibili e radicate nel territorio. 

È un lavoro complesso, che parte dal basso ma si proietta verso il cambiamento sistemico, in un Brasile che ancora fatica a garantire uguali diritti a tutti i suoi cittadini.

Il merito di questo piccolo grande miracolo sociale è anche della Provincia autonoma di Bolzano, che ha scommesso su una visione educativa integrata e umana. Un gesto concreto che ha superato i confini geografici, culturali e linguistici, per dire che l’infanzia e l’adolescenza vanno protette ovunque, e che l’arte non è solo bellezza, ma giustizia, diritto, futuro.

Autrice: Chiara Caobelli

L’ultimo saluto a Papa Francesco

Nei giorni scorsi è deceduto papa Bergoglio, dopo 12 anni di pontificato, e a Roma si sono svolti i suoi funerali.
A Paolo Valente, meranese e vicedirettore di Caritas Italiana, abbiamo chiesto come sono stati vissuti questi delicati giorni di passaggio per la chiesa cattolica.

Nella vita della chiesa cattolica la scomparsa del vescovo di Roma e l’elezione del suo successore rappresentano sempre una chiave di volta, non solo per il miliardo e 400 milioni di fedeli ma per tutto il mondo, in generale. Papa Francesco come sappiamo ha fortemente caratterizzato il suo pontificato attraverso una grande attenzione ai poveri, gli ultimi e i dimenticati, che sono il focus operativo della Caritas Internationalis, una confederazione cattolica che raggruppa 162 membri affiliati, distribuiti in diversi paesi del mondo. Vicedirettore di Caritas Italiana, da qualche tempo, è Paolo Valente, meranese, che abbiamo interpellato per farci raccontare questi giorni.
Nell’intervista mi rivolgo a Paolo Valente dandogli del tu, come si usa tra colleghi giornalisti.


L’INTERVISTA
Paolo, ci racconti i momenti in cui hai saputo della morte di papa Francesco e come la cosa è stata vissuta in Caritas?
Era chiaro che Francesco non stesse bene. Ma tutti eravamo convinti che fosse sulla via della ripresa. L’ho saputo mentre, il Lunedì dell’Angelo, stavo viaggiando in treno da Merano a Roma. È stato un colpo, sul piano emotivo. Poi, dal momento che la comunicazione di Caritas Italiana fa capo a me, ho subito coordinato le azioni previste in queste situazioni. Non è un caso che subito molti colleghi giornalisti hanno cercato proprio la Caritas per un primo commento: la testimonianza della carità è stata una dimensione centrale in tutta la vita di papa Francesco. Caritas Italiana vive questo evento con dolore e speranza. Come ha detto il nostro direttore: “Il seme che ha piantato in questi anni continuerà a germogliare”.

Bergoglio ha avuto occasione di dire che la Caritas è “la carezza della Chiesa al suo popolo”…
Lo ha detto poco dopo la sua elezione nel 2013: “La Caritas è la carezza della Chiesa al suo popolo, la carezza della Chiesa madre ai suoi figli; la sua tenerezza e la sua vicinanza”. La Caritas infatti non è in primo luogo un’organizzazione umanitaria, ma è un organismo pastorale. Cioè ha il compito di ricordare ai cristiani e alla comunità cristiana che senza l’amore per il prossimo, soprattutto per gli ultimi, la Chiesa non è Chiesa. E che ognuno è chiamato a fare la sua parte. La Caritas è espressione (concreta, non solo a parole) di una comunità consapevole del fatto che solo l’amore salva.

“A San Pietro i ‘primi’ lo hanno congedato, a Santa Maria Maggiore gli ‘ultimi’ lo hanno accolto”


Il tuo ruolo di vicedirettore di Caritas italiana senz’altro ti ha dato la possibilità di incontrare personalmente papa Francesco. Qual è il tuo ricordo personale di questa persona speciale?
Se nel 2014 ho accolto la proposta di assumere la responsabilità di direttore della Caritas diocesana di Bolzano-Bressanone è perché papa Francesco ha avuto da subito, per la Chiesa universale, parole chiare che mi convincevano. Parole e gesti, come quel suo primo viaggio a Lampedusa. In questi anni l’ho incontrato tre volte, con i colleghi, e ogni volta ci sono stati interventi da parte sua che hanno poi segnato il cammino successivo. Ad esempio a Caritas Italiana ha consegnato le “tre vie”. La via degli ultimi, quella del Vangelo, quella della creatività. Le sue parole sono anche all’origine di progetti profetici, come quello dei corridoi umanitari, che vede impegnate in Italia molte comunità diocesane.

Secondo te quali sono stati i maggiori pregi del pontificato di papa Francesco?
Potrei cavarmela citandolo: “Chi sono io per giudicare…”. Vorrei però dire che Francesco è un vescovo e un papa che non ha usato il Vangelo come pretesto per altre cose, ma ha lavorato a ricondurre tutti noi alla sostanza del Vangelo stesso. Vangelo significa “buona notizia” e questa buona notizia è che Dio è amore. In questo c’è una bella continuità tra Benedetto e Francesco. Stili e carismi diversi, ma stesso contenuto. Francesco, di suo, ha sicuramente avuto la forza dei segni.

La morte del papa è un evento che ogni volta rivoluziona la vita della chiesa e dei suoi organismi. Voi come Caritas Italiana come siete state coinvolti nella preparazione e gestione dei funerali di Bergoglio?
Fin dall’elezione Francesco ha voluto sottolineare il suo ruolo di vescovo di Roma. Per questo è stata coinvolta la Caritas diocesana di Roma, in particolare per il momento finale, la tumulazione della salma nella basilica di S. Maria Maggiore. Lì una quarantina di persone in situazione di povertà, alcuni ospiti proprio della Caritas, hanno accolto la bara con una rosa bianca. A San Pietro i “primi” lo hanno congedato, a S. Maria Maggiore gli “ultimi” lo hanno accolto.

A tuo avviso qual è stata la peculiarità di papa Francesco rispetto ai suoi predecessori?
Credo che lo abbiano caratterizzato almeno due aspetti legati alla sua biografia. Il fatto di essere un gesuita e la provenienza dall’America Latina. La Chiesa latino-americana ha vissuto tempi di grande vivacità, oggi forse un po’ meno. E i gesuiti da sempre hanno avuto la capacità di tradurre il Vangelo nel linguaggio e nelle culture delle persone a cui veniva annunciato. Un terzo aspetto: come discendente di migranti, ha avuto, per chi è costretto a lasciare la propria terra, un’attenzione e una tenerezza del tutto particolari. Credo che, rispetto ad altri, lo ricorderemo molto per i suoi gesti e per le sue parole-chiave. Un po’ come Gesù, del resto.

Dopo i funerali di Francesco ora si apre un periodo cruciale che nel giro di pochi giorni porterà all’elezione del nuovo vescovo di Roma. In merito quali sono gli auspici tuoi personali e della Caritas Italiana?
Sono stato al funerale, sabato scorso. C’era presente il mondo, e non mi riferisco a quegli alcuni “grandi” i quali avranno avuto di che riflettere ascoltando l’omelia dell’anziano ma vigoroso cardinale Re. Voglio dire che oggi più che mai abbiamo bisogno di istanze, non solo religiose, capaci di guardare il mondo a 360 gradi, capaci di lungimiranza e di visioni che riescano a risollevarci da una crisi che non è solo climatica, sociale, economica, ma soprattutto etica, umana, di senso. Serve luce nel buio.

A tuo avviso quali sono le principali sfide per la chiesa cattolica che guarda al futuro?
Credo che la sfida principale sia quella di organizzare diocesi e parrocchie in modo tale che le comunità possano essere vive, protagoniste, giovani, coraggiose. Capaci di leggere insieme il Vangelo e di tradurlo nella vita personale, familiare, del quartiere. Una Chiesa, direbbe Francesco, che non ceda alla logica della paura che chiude, che sia invece orientata a iniziare processi, anziché a occupare spazi. Che non sia autoreferenziale ma orientata al bene comune. Pronta a mettere a frutto i doni preziosi di cui dispone – ad esempio le donne (non nel senso delle “quote rosa” ma della pari dignità integrale), i giovani, quelli che bussano e tanti altri – perché il mondo riconosce e accoglie il vero Bene – come a Emmaus – solo nell’atto dello spezzare il pane (cioè: si diventa credibili non nell’esibizione, ma nella condivisione dei doni).

Autore: Luca Sticcotti

Unità, differenza e umiltà: la comunità buddhista di Merano

Merano multiculturale, Merano multireligiosa. Non è una novità, ma forse non tutti sanno che, tra le tante anime spirituali della città sul Passirio, c’è anche una comunità buddhista. Il centro Mandala Deua Ling è nato a Merano quasi trent’anni fa, frutto della ricerca spirituale di Massimo Burchiellaro ed Ester Meloni. Da venticinque anni ha sede stabile in Vicolo Steinach 9, dove continua a offrire un punto di riferimento per chi è interessato al buddhismo tibetano.

La guida spirituale del centro è Lama Paljin Tulku Rinpoce (nome laico: Arnaldo Graglia), che propone regolarmente insegnamenti. Oltre a questi, il centro organizza seminari e incontri settimanali di meditazione, aperti a tutte le persone curiose o in cammino. Ne abbiamo parlato con Ester Meloni, attuale presidente del centro di Merano.

Ester, qual è stato il suo primo incontro con il buddhismo? Cosa l’ha portata a seguirne il cammino fino ad aderire alla comunità di Merano?
Come la maggior parte di voi, provengo da una famiglia cattolica e fino all’età di 16 anni ho sempre frequentato la chiesa con regolarità, ma con il tempo e crescendo, non riuscivo più a trovare delle risposte soddisfacenti per la mia mente. Verso i vent’anni, visitando il Nepal e l’India, mi sono avvicinata alla filosofia buddhista e dopo aver letto e studiato ho scelto di praticare questo sentiero spirituale come terreno di pratica. Ho notato che il buddhismo responsabilizza l’individuo e attraverso la sua consapevolezza gli permette di raggiungere uno stato mentale equilibrato. Sono responsabile di me, compio le mie azioni, incontro le conseguenze. Nel 1997, assieme a Massimo Burchiellaro, abbiamo conosciuto a Milano il maestro Lama Paljin Tulku Rinpoce, che tuttora è la nostra guida spirituale e nel 2000 abbiamo inaugurato il primo centro buddhista a Merano.

Come si riunisce oggi la vostra comunità? Cosa succede concretamente in un incontro al centro Mandala Deua Ling?
Ogni martedì ci riuniamo per la meditazione, che è aperta a tutti, praticanti e non, e mensilmente organizziamo incontri e seminari con maestri qualificati. Per noi sono anche molto importanti gli incontri interreligiosi, infatti, il nostro centro collabora da anni con le iniziative del Giardino delle Religioni di Bolzano.

Quante persone fanno parte, oggi, della comunità o vi ruotano intorno?
Il nostro gruppo si compone di circa 15 persone e se ne aggiungono diverse altre interessate alla filosofia e pratica buddhista durante i seminari e gli incontri di meditazione.

La pace è un tema centrale nel pensiero buddhista. Come viene vissuto e coltivato, nella pratica quotidiana, all’interno della vostra comunità?
Una delle tante pratiche fondamentali del buddhismo è la riflessione sulla preziosa nascita umana e il comportamento etico. Cercare in tutti i modi di non ferire con parole, azioni e pensieri gli altri è una nostra pratica quotidiana. Se questo pensiero entra nelle nostre vite e nei nostri cuori sicuramente genererà un cambiamento in noi e negli altri.

Viviamo in un tempo accelerato, dove tutto corre. Che valore ha la lentezza nella sua esperienza?
Tutti noi siamo presi da mille cose: lavoro, famiglia, imprevisti, problemi e ci destabilizzano e di conseguenza, soffriamo. Questa è la nostra vita e sembra che non ci sia più alcun posto per la lentezza, che viene mostrata come una caratteristica negativa da evitare. Eppure senza lentezza non possiamo coltivare una dote che tra tante antiche culture associano da sempre alle persone in pace con se stesse: la pazienza. Uno degli effetti della pazienza è farci riconoscere i nostri valori e le nostre qualità interiori e trovare in noi la fiducia e la forza per realizzarli. La pazienza è un percorso di apprendimento che permette di affrontare le difficoltà in modo calmo ed equilibrato e pone le basi per una vita felice.

“Ogni martedì ci riuniamo per la meditazione, che è aperta a tutti, e mensilmente organizziamo incontri e seminari con maestri qualificati. Per noi sono anche molto importanti gli incontri interreligiosi”

Oggi si parla spesso di giovani in cerca di senso. Secondo lei c’è ancora spazio per un cammino interiore tra le nuove generazioni? Qual è la relazione con la spiritualità? C’è?
Molti giovani sembrano evitare le religioni. Molti hanno fame di appagamento spirituale, ma l’approccio alla spiritualità è forse difficoltoso. Spetta a noi adulti, trovare il modo migliore per comunicare con i giovani “ricercatori” che intendono avvicinarsi agli insegnamenti, soprattutto in relazione ad aspetti peculiari dell’età evolutiva come: la difficoltà di gestire le emozioni, lo stress, la loro motivazione ad affermare nel mondo la non violenza e il rispetto per l’ambiente.


Quanto è importante, per voi, il dialogo interreligioso e la collaborazione con altre realtà spirituali del territorio, come accadrà ad esempio nei prossimi “Passi di Pace” il 15 maggio?
L’importanza del dialogo interreligioso per noi dei centri di Milano, Merano e Biella è fondamentale e si basa su tre parole: unità, differenza e umiltà. Unita, perché siamo parte di un grande tutto e nonostante gli insegnamenti siano molteplici, la spiritualità umana è una ed è un cammino che condividiamo con i nostri fratelli e sorelle. La seconda parola è differenza. Ogni tradizione ci offre una visione unica che illumina le altre e solo attraverso il dialogo possiamo apprezzare e possedere una simile ricchezza. Infine la terza è umiltà, che è la prima di tutte le virtù, perché significa ammettere di fronte alla luce dello spirito la nostra infinitesima misura. Richiede perciò un coraggio spirituale e un’apertura fuori del comune, perché occorre affermare che nessuna religione ha il monopolio della verità.

C’è un insegnamento che l’accompagna e che vorrebbe condividere?
Vorrei condividere con voi un messaggio del nostro Maestro, Lama Paljin Tulku Rinpoce, che ci ha trasmesso come parola d’ordine per il 2025. “Mai come ora è necessario sviluppare la compassione impegnandoci ad amare e aiutare il prossimo, facendo prevalere il discernimento e coltivando i comportamenti salutari. Possa il mio cuore essere tempio di pace”.

I Passi di Pace

I Passi di Pace sono un incontro interreligioso promosso a Merano. L’iniziativa nasce con l’intento di favorire il dialogo tra fedi diverse e promuovere una cultura della pace, del rispetto e della convivenza. Si tratta di una camminata attraverso la città, durante la quale i partecipanti si fermano nei principali luoghi di culto per condividere momenti di meditazione, preghiera, letture e testimonianze. L’iniziativa è aperta a tutte e tutti. La prossima edizione sarà mercoledì 15 maggio alle ore 19 nella Chiesa di Santo Spirito a Merano.

Autore: Marco Valente

Martina, un oro olimpico davvero speciale

È la prima campionessa olimpica che porta l’oro in Alto Adige per la disciplina danza sportiva. Martina Zambarda, 25 anni di Merano, è una ragazza speciale in tutti i sensi: ha partecipato agli Special Olympics World Winter Games di Torino, portando l’Italia al primo posto sul podio, davanti alla temuta Cina nella disciplina danza sportiva, specialità hip hop.

Gli Special Olympics World Winter Games rappresentano un evento internazionale sportivo nato negli anni Settanta, dedicato alle persone con disabilità intellettivo-relazionale. L’edizione di quest’anno è stata la prima in cui la danza sportiva ha potuto partecipare come disciplina di prova. Se confermata, la danza sportiva entrerà di diritto tra le discipline olimpiche degli Special Olympics Games che si tengono ogni quattro anni. L’evento si è tenuto al Palazzo delle Feste Bardonecchia, in provincia di Torino.
Paola Ianes, tecnica e allenatrice di Martina, e Nadia Bozza, titolare della scuola di danza Only Dance dove Martina si allena da moltissimi anni, parlano di lei come di una ragazza testarda, determinata e con la gioia della danza. Martina danza da quando aveva 4 anni e non ha mai smesso se non per qualche breve periodo. Ha frequentato corsi di danza jazz e danza hip hop come tutti gli altri bambini pur avendo qualche difficoltà, ma non è mai stata giudicata per questo e non ha avuto sconti, neanche per lo svolgimento di alcuni esercizi come gli addominali “che Martina ha sempre detestato” (Nadia ride, ndr). “Martina si è allenata costantemente e siamo arrivati agli Special senza troppo stress o ansia da prestazione”. Non si è trattato di ansia, ma solo di emozione per la prestazione, racconta Paola. La scuola di danza Only Dance di Merano ha sempre accolto la diversità come fatto normale, ma ad un certo punto si è sentita la necessità di un accompagnamento ulteriore per questi ragazzi speciali. Per questo motivo, Paola ha deciso di affrontare un percorso di formazione presso la Federazione italiana danza sportiva per lavorare con i ragazzi disabili non soltanto da un punto di vista motorio, ma anche psicologico e relazionale. Grazie a questa formazione è quindi nato il progetto Only Dance Ability, dedicato a tutti i bambini con diverse disabilità che vogliono ballare, divertirsi, relazionarsi.

“Lo sport mi ha insegnato che ci sono delle regole da rispettare, come nel lavoro: faccio la cameriera in un ristorante e la disciplina della danza mi ha insegnato molto. Ma la danza per me è soprattutto gioia e divertimento”

L’intervista all’allenatrice
Paola Ianes, vi aspettavate la chiamata di Martina agli Special Olympics World Winter Games?
Martina aveva già vinto due edizioni nazionali degli Special Games; nel caso degli Special Games mondiali la commissione esaminatrice valuta non soltanto le performance sportive, ma anche quelle di vita. I ragazzi vengono selezionati anche in base alla loro capacità di essere autonomi. Gli atleti devono allontanarsi da casa per diversi giorni, vivere a stretto contatto con gli allenatori e gli altri ragazzi della squadra. Non per tutti è facile affrontare questo tipo di prova. La squadra di Martina era formata da 9 ragazzi e tre tecnici.

L’intervista all’atleta
Martina, cosa hai pensato quando ti hanno chiamato sul palco ad esibirti?
Avevo molta paura. Poi ho ballato e mi sono divertita come sempre.

Quali erano le sportive che hai temuto di più?
Le danzatrici cinesi erano molto forti, ballavano davvero bene.

Che pezzo hai scelto per la tua performance?
Boogie Wonderland.

Cosa hai fatto quando ti hanno chiamata sul podio?
Ero felice, ho cominciato a saltare e ho abbracciato le mie avversarie. Poi ho cominciato a piangere perché non volevo tornare a casa. Dopo il mio rientro ho ricevuto tanti messaggi di affetto e la visita dei miei amici.

Quali sono i tuoi sogni nel cassetto?
Continuare a ballare.


Dove ti vedremo prossimamente?
Parteciperò al saggio della Only Dance il 5 giugno al Kursaal di Merano.

Cosa ti ha insegnato lo sport?
Che ci sono delle regole da rispettare nella vita, come nel lavoro. Io faccio la cameriera in un ristorante e la disciplina della danza mi ha insegnato molto. Ma la danza per me è soprattutto gioia e divertimento.

Autrice: Greta Curti

Da Bolzano alla fine del mondo, in bici

Edoardo e Martina hanno 24 anni, sono di Bolzano, e da due anni hanno fatto della loro passione un lavoro. Edo&Marti sono una giovane coppia che racconta il mondo da una prospettiva autentica, avventurosa e sempre nuova. Dopo aver costruito un van e girato l’Islanda, la loro ultima impresa li ha portati a percorrere tutta la Nuova Zelanda in bicicletta. 3000 km da nord a sud, in 40 giorni, senza mai aver davvero fatto ciclismo prima. Li abbiamo incontrati per farci raccontare questa avventura davvero fuori dall’ordinario.

Com’è nata l’idea di attraversare la Nuova Zelanda in bici?
Il viaggio in Nuova Zelanda in bici non è stata una nostra idea, almeno non completamente. Avevamo da tempo in testa l’idea di fare qualcosa in bici, ma non avevamo mai pedalato seriamente. Volevamo una nuova sfida, qualcosa che non avevamo ancora provato. Così abbiamo lanciato una specie di torneo tra le proposte più interessanti che ci erano arrivate dai nostri follower sui social. Le abbiamo selezionate, filtrate, messe ai voti. E ha vinto lei: la Nuova Zelanda. In bici. Da qual momento è cominciata la fase di preparazione, fatta più di entusiasmo che di vera pianificazione. Non eravamo ciclisti, e nemmeno amanti della bici nel senso classico. Ma eravamo affascinati dall’idea di attraversare un paese intero solo con la forza delle nostre gambe.

40 giorni, 3000 chilometri, 2 bici, zero esperienza… come avete fatto?
Siamo partiti da Cape Reinga, all’estremo nord, e abbiamo pedalato fino a Bluff, all’estremo sud. In totale, circa 3000 chilometri in 40 giorni. Non abbiamo mai avuto l’obiettivo della performance: niente tabelle, niente record. Solo la voglia di arrivare. In media facevamo 60 km al giorno, ma dipendeva molto dal terreno, dalle salite, dal vento.
E di salite ce n’erano parecchie. La Nuova Zelanda non è affatto piatta, soprattutto l’Isola del Nord, che ci ha fatto penare. Poi, arrivati più giù, abbiamo dovuto superare le Southern Alps. Gli ultimi giorni sono stati un concentrato di fatica, salita, freddo. Ma anche di emozioni. L’arrivo in cima all’ultimo passo è stato uno di quei momenti in cui tutto si allinea: la fatica, la soddisfazione, la vista davanti, la consapevolezza che il peggio era alle spalle. Ci siamo detti: “Da qui è solo discesa. Ce l’abbiamo fatta”.

Per dormire e per mangiare come vi siete organizzati?
Avevamo deciso fin dall’inizio di dormire sempre in tenda. All’inizio volevamo farlo in modo ancora più selvaggio, accampandoci ovunque. Ma dopo un paio di notti ci siamo resi conto che una doccia al giorno era fondamentale. Quindi abbiamo iniziato ad appoggiarci ai campeggi, pur mantenendo lo stile “essenziale”. Insomma: niente lusso, niente comfort, solo una tenda, due sacchi a pelo e un fornelletto. Mangiare era una sfida continua. La Nuova Zelanda è molto poco densamente popolata: ci sono lunghi tratti senza nulla, quindi dovevamo approfittare di ogni baracchino, ogni minimarket. Panini preconfezionati, Pie (le torte salate ripiene che si trovano ovunque), snack energetici. E tanta, tantissima acqua. Il problema dell’acqua è stato un qualcosa di molto reale: spesso eravamo nel nulla, e le borracce si svuotavano in fretta. Chiedevamo acqua alle fattorie, bussavamo alle case isolate. E per fortuna la gente era sempre gentile.

“È stato probabilmente il viaggio in cui abbiamo incontrato più persone interessanti. In bici è tutto diverso: ci si saluta, ci si ferma, si condivide il pane e la strada”


Che meteo avete trovato?
All’inizio il tempo era buono. Ma è durato poco. Appena arrivati nella West Coast è cambiato tutto: pioggia costante, umidità altissima, vento forte. Wellington, la capitale, è famosa per essere una delle città più ventose al mondo, e abbiamo capito perché. Quel giorno abbiamo pedalato con il vento contro per 50 km. A un certo punto ci è passato vicino il treno e ci è davvero venuta voglia di salirci su. Nella parte della foresta pluviale poi era tutto sempre bagnato: vestiti, tenda, sacchi a pelo. Non si asciugava mai nulla. Ogni giorno si ripartiva con addosso le cose umide del giorno prima. Ma questo è anche quello che ci ha fatto apprezzare il momento in cui il cielo si è finalmente aperto, nell’ultima settimana. Abbiamo tagliato l’ultimo traguardo sotto un cielo blu e limpido, dopo giorni di pioggia e nuvole. E sembrava quasi un regalo.

Come vi eravate attrezzati?
Viaggiare in bici vuol dire fare scelte. Noi avevamo solo il minimo indispensabile. Tutto leggero, tutto compattabile. Le bici erano due gravel in carbonio, con gomme tubeless: leggere, resistenti, perfette per le salite e per i tratti sterrati.
Le borse erano piccole, fissate al manubrio e alla sella. Niente portapacchi, niente ingombri. Avevamo giusto una maglia termica, una giacchetta leggera imbottita, un pile e una giacca a vento che ci ha salvato in mille occasioni, senza quella saremmo stati fradici dalla mattina alla sera.

Qual è stato il momento più bello del viaggio?
Ce ne sono stati tanti. Il più bello? Forse quando abbiamo attraversato per due giorni una foresta, percorrendo antichi sentieri Maori, attraversando ponti sospesi tra le valli, immersi nella natura più totale. Il secondo giorno è venuta giù una pioggia torrenziale, ci siamo sporcati di fango dalla testa ai piedi, ma è stato incredibile. Guardandolo ora, questo è uno dei ricordi più intensi. Incredibile è stato anche l’arrivo a Nelson, quando una ragazza neozelandese che ci seguiva su Instagram ci ha ospitati a casa sua. Ci ha fatto trovare Parmigiano Reggiano, pasta italiana, una cena calda e un letto vero. Dopo settimane in tenda è stato come entrare in un sogno. Ci ha portati a vedere il tramonto, ci ha fatto sentire a casa. Quel gesto di accoglienza, da perfetti sconosciuti, lo porteremo con noi per sempre. Un’altra cosa che ci è piaciuta molto sono stati gli incontri e il senso di comunità che la bici ci ha offerto. È stato probabilmente il viaggio in cui abbiamo incontrato più persone interessanti. In bici è tutto diverso: ci si saluta, ci si ferma, si condivide il pane e la strada.

Adesso che siete tornati a casa, quali sono gli obiettivi futuri?
In questo momento sentiamo che è il tempo giusto per guardarci un po’ attorno, per scoprire cosa c’è là fuori. Cerchiamo di stare il meno possibile fermi, non perché Bolzano non ci piaccia, ma perché siamo in una fase in cui vogliamo vedere, capire, esplorare. Se fossimo nati in un’altra città diremmo la stessa cosa: il punto non è scappare, è partire. È confrontarsi con altri luoghi, altre vite, altre idee. E magari, un giorno, trovare il posto giusto dove fermarsi. Per ora, però, vogliamo essere in movimento.

Autore: Niccolò Dametto

Un premio per Gustav Thöni

I Rotary Club del Trentino Alto Adige hanno scelto Gustav Thöni, la leggenda dello sci mondiale, per l’ambito “Premio Rotary” che viene conferito ogni due anni per la carriera e le azioni che il premiato ha intrapreso a favore della sua comunità o addirittura per tutto il territorio.
Gustav Thöni è stato un modello per generazioni di sportivi, è stata una figura di raccordo fra le comunità residenti in Alto Adige in un periodo in cui le tensioni etniche erano palpabili. Per il suo paese natale e il comprensorio la sua personalità semplice e la sua lungimiranza nel portare avanti l’albergo ereditato dal nonno Friedrich Ortler, proprietario dell’Hotel Bellavista, ha fatto giungere in valle numerosi turisti. L’albergo, da lui e dalla sua famiglia ancora oggi gestito, è un angolo di armonia ed elegante semplucità dove poter respirare un clima di famiglia, rispettoso della tranquillità, con ottimi cibi di qualità. La giornata di premiazione ha chiamato a Trafoi 120 rotariani rappresentanti i 12 club della regione che, in un clima di felicità, hanno onorato il campione, ricordato le sue vittorie e visitato il piccolo museo dei cimeli, ricordo delle trecento competizioni cui Gustav Thöni ha preso parte, talora vincendo e talora piazzandosi fra i primi tre. A questa cerimonia hanno contribuito gli studenti del Kunstgymnasium che, guidati dalla professoressa Elisabeth Hölzl, hanno realizzato il libretto del Premio Rotary.
Un effetto corale, un incontro intergenerazionale per onorare un campione, ma soprattutto un uomo semplice e di gran cuore. Il premio in denaro sarà devoluto da Gustav Thöni al Kinderdorf di Bressanone e al Summer Camp di Caldonazzo, affinchè bambini meno fortunati possano avere occasioni di crescita personale e un futuro migliore.

Autrice: R. P.

Francesca Ferragina: libri, donne e podcast

Pedagogista per l’infanzia, Francesca Ferragina dedica però ai destini e alle storie delle donne le sue energie, la sua passione, il tempo libero. Possiamo seguirla nei suoi podcast e leggere i suoi libri, ci condurrà in un vasto e quanto mai suggestivo universo femminile. 

Come è nato il suo amore per i personaggi femminili della storia?
Sono sempre stata una grande appassionata di storia, fin da bambina. Crescendo, però, mi sono accorta di un “piccolo” particolare: i libri di storia sono pieni di uomini, ma le donne? Ecco, voler rispondere a questa domanda ha scatenato la mia curiosità, le mie ricerche e la mia dedizione.

Quali erano stati i suoi studi? Tornando indietro cambierebbe facoltà dedicandosi piuttosto alla storia?
Da piccola sognavo di fare l’archeologa (volevo essere il corrispondente femminile di Indiana Jones). Confrontandomi con la mia famiglia però ho scelto un percorso più “sicuro” e così, compiendo un giro parecchio largo, alla fine mi sono laureata in Scienze per la Formazione dell’Infanzia. Aver rinunciato al mio sogno è ancora uno dei miei più grandi rimpianti, ma non è detto che sia davvero un capitolo chiuso…

Qual è il suo lavoro primario?
Sono pedagogista, mediatrice familiare e referente per i progetti di prevenzione alla violenza su minori presso il centro “Il Germoglio” dell’associazione “La Strada – Der Weg”.

Quali sono le soddisfazioni di questo suo impegno?
Sapere di offrire strumenti e punti di riflessione che possono permettere di evitare violenza e/o abusi, o anche solo velocizzare una richiesta di aiuto da parte di minori, mi fa sentire “utile”: aiutare a riconoscere la violenza vuol dire educare all’empatia.

Come nasce questo suo particolare interesse per il mondo anglosassone?
Non saprei individuare un particolare momento o aneddoto che ha fatto scattare questo interesse. Ho sempre volto lo sguardo al di fuori dei miei confini e ad oggi UK e Francia sono luoghi e culture che mi scatenano tantissime emozioni.

Lei ha un podcast; di cosa si tratta?
“Storie di Donne nella Storia”, come dice eloquentemente il titolo, parla della storia delle donne. In ogni episodio provo ad esprimere la voce femminile fino ad ora silenziata, mettendo in luce aspetti storici trasversali o paralleli a quelli appresi comunemente. L’intento del mio podcast, così come quello dei miei eventi dal vivo, è quello di raccontare la versione dei fatti senza trascurare tutti i protagonisti. Ogni episodio ha un personaggio femminile che, consapevole o no, ha segnato una tappa fondamentale per il riconoscimento dei diritti e del valore delle donne.

Pochi giorni fa è uscito il suo secondo libro, Io Enrico. è collegato al primo?
Sì, “Io. Enrico” è il seguito di “Io. Anna”, entrambi editi da “GanderBooks”.

Questi due libri diventeranno presto una trilogia?
Proprio così, entrambi fanno parte di una trilogia che si concluderà con il prossimo romanzo al quale sto attualmente lavorando.

Come nasce uno dei suoi libri?
Diciamo che approfitto dei miei personaggi per far compiere loro avventure che vorrei tanto vivere io.

Lei è una donna sicuramente molto impegnata, quando o come riesce a mettersi a scrivere?
Citando la mitica Virginia Woolf mi sono creata una stanza tutta per me! E non solo fisicamente (ho ricavato un ufficio in soffitta), ma anche mentalmente. Appena ho un attimo libero mi rintano nella mia stanza, chiudo la botola e scrivo. È il mio modo per evadere e trovare me stessa.
Una grande passione come la sua quanto può aiutare nei momenti difficili?
Tantissimo. Nel mio caso, durante il mio percorso di malattia (ho avuto un tumore al seno), ha deviato il carico di pensieri negativi e paure. Scrivere e disegnare sono stati “partner” della terapia farmacologica a cui ero sottoposta: mi liberavano la mente. L’idea poi di pubblicare il mio primo libro, realizzando quindi un sogno, mi dava la forza di guardare avanti.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Con Niko Fyah per vivere il mondo del Reggae

Si chiama Nicola Gasperi, ma tutti lo conoscono come Niko Fyah. Laureato in scienze dell’educazione, è da 15 anni collaboratore all’integrazione nelle scuole per ragazzi con disabilità ed ha una grande passione, il reggae. Si tratta di uno stile musicale (e di vita) che lo ha portato a calcare i palchi – come chitarrista prima e come bassista poi – con i maggiori esponenti nazionali di questo genere. Oggi ha deciso di mettere a disposizione la sua cultura organizzando il “Meranosplash: a culture Reggae Session”, una rassegna di film dedicata a descrivere ogni aspetto del reggae.

Niko Fiah, come nasce questa sua passione per il Reggae?

Da bambino ascoltavo tantissima musica, soprattutto italiana, che girava a casa grazie a mia madre e mio padre musicista. Fu proprio mio padre, quando avevo 13 anni, a portarmi un cd dicendomi “Ascolta questo disco che abbiamo fatto”. Era “Vibrazioni”, secondo album dei “We and Them”. Lo misi nel lettore e quelle sonorità mi colpirono da subito. Gli chiesi altro al riguardo, e da lì conobbi Bob Marley con “Legend”, e successivamente altri artisti fino ad addentrarmi sempre più nel genere, in una ricerca continua che… è ancora in pienissimo svolgimento, e la rassegna di film è solo una tappa lungo questo percorso!

Che cosa vi ha spinto ad organizzare questa rassegna?

Da un po’ di anni cerco di porre l’accento e mettere in evidenza gli aspetti culturali della mia musica, per cui l’idea di proporre dei film cruciali ed esplicativi di tutto ciò che sta dietro e dentro la cultura Reggae, con relativa spiegazione e discussione, mi sembrava un format decisamente interessante da proporre. Decisivo è stato, poi, il supporto di Luigi Cirimele che mi ha fornito organizzazione e spazi per mettere in pratica l’idea.

Bob Marley ha avuto il merito di portare questo stile in Europa, commercializzandolo e facendolo conoscere a tutti. Ma ci sono molti altri musicisti, quali i “Black Uhuru” o Alpha Blondy, che per il grande pubblico sono spesso degli sconosciuti. Chi, secondo lei, ha interpretato il reggae nella maniera più pura?

Domanda complessa e difficile… Dietro al reggae c’è un percorso storico, culturale, sociale che a mio avviso inizia quando gli europei sbarcarono sull’isola di Xaimaca (in lingua indigena) e quando portarono il primo schiavo dall’Africa. un percorso che passa attraverso quattrocento e più anni di schiavitù, sofferenza, lotta e ribellione che hanno contribuito allo sviluppo di un sentimento e di vari movimenti religiosi, spirituali, politici senza i quali probabilmente il genere non sarebbe emerso e forse nemmeno nato. Panafricanismo, etiopianismo, rastafarianesimo e successivamente gli ideali di autodeterminazione della Giamaica, hanno alimentato il messaggio e gli scopi della musica reggae, influenzando anche la stessa struttura musicale che affonda le radici nell’Africa. A mio modo di vedere chiunque interpreti il reggae portando una pulsione e vibrazione interiore ed un messaggio che dia speranza per un mondo migliore, lo interpreta nella maniera più pura. E questo pvale per Marley e per qualsiasi artista che creda e senta realmente questa musica.

Oggi chi rappresenta al meglio questo stile nel mondo?

è un’altra altra domanda che rappresenta una certa complessità… basti pensare che il reggae inteso come musica moderna giamaicana – insieme a ska, rocksteady, dub, roots, dancheall, digital e altre varianti – ha profondamente influenzato la musica moderna di tutto il mondo, non ultimi tanti dei generi che hanno dominato la scena internazionale. Il rap nasce quando un giamaicano porta a New York lo stile di “parlare” sulle basi. Lee “scratch” Perry e King Tubby, padri del dub, sono considerati da molti come precursori della musica elettronica, dei campionamenti, delle varianti più aggressive quali dubstep e drum’n’bass, e il ritmo base di batteria del reggaeton altro non è che “Dem bow” della dancehall superstar Shabba Ranks del 1992. Personalmente non vedo nessuno rappresentare questo stile nel mondo, ma vedo questo stile essere “dentro” gran parte della musica che vende e domina le charts e le piattaforme di ascolto e distribuzione. Forse Bob Marley, nonostante gli anni passati dalla morte nel 1981, è tutt’ora colui che meglio rappresenta il reggae: ascoltando “Redemption song” e pensando a come va il mondo ad oggi, non è forse una delle rappresentazioni più moderne e centrate?

Che impatto ha avuto il reggae nella musica italiana? 

“E la luna bussò” cantata da Loredana Bertè è una canzone di Mario Lavezzi (con testo di Oscar Avogadro e Daniele Pace) che senz’altro è stata fortemente influenzata dalla musica di Bob Marley. Musicalmente ha prestato il caratteristico ritmo in levare e quelle sonorità caraibiche ed allegre, ma nel mainstream è stato più un uso ritmico e commerciale che dal mio punto di vista non ha nulla a che vedere col reggae basato su una forte e decisa base di basso e batteria, i testi fortemente impegnati socialmente e politicamente e una certa tendenza agli accordi in minore. In Italia il reaggae si è diffuso dopo i concerti di Marley nel 1980 (Milano e Torino) e si è mescolato fortemente con l’ondata hip hop e il boom dei centri sociali e delle posse, con un messaggio fortemente politico e di protesta. In questa scena e dalle sue evoluzioni sono usciti artisti come Neffa o Subsonica, solo per citarne alcuni. Come gruppo di punta del “reggae italiano” secondo me si sono affermati gli Africa Unite, la maggiore e più longeva reggae band nostrana, che rappresentano al meglio gli aspetti politico-sociali e l’originalità e mescolanza musicale anche con suggestioni italiane. Un altro fortissimo impatto lo hanno avuto rispettivamente i Pitura Freska, portando il reggae in dialetto (venessian) a Sanremo, e i Sud Sound System portando il salentino fino alla Giamaica e trasformando il Salento nei “Caraibi d’Italia”. Un’influenza importante è stata poi quella dei pionieri del genere che a cavallo fra gli anni ’80 e i primi ’90 si cimentavano sui riddim (basi strumentali a disposizione dei singer per proporre la propria version), un periodo su cui sto iniziando a documentarmi e dove emergono nomi come quelli di Militant P dalla puglia e il Generale da Firenze, autore del primo 45 giri raggamuffin in italiano, intitolato “Non è un miraggio Roberto Baggio”.

Lei, oltre ad essere un teorico è anche un musicista. Ha sempre suonato reggae?

Si, dopo il colpo di fulmine col reggae chiesi a mio padre di darmi qualche dritta con la chitarra, e cominciai il mio percorso col primo progetto “Rebel Lion”. Se tanti chitarristi iniziano a suonare dalla “Canzone del sole”, io ho cominciato da “Stir it up” di Bob Marley, e da lì ho sempre proseguito nel genere crescendo attraverso le varie esperienze con “We and Them”, “Shanti Powa” (alle origini), “Myztic Lion & the Juggernaut Nation”, nuovamente “We and Them”, “Tuff riddim crew”, “Soul Familiy” e “Cool Rulers”, oltre a propormi talvolta come selecta o speaker con alcuni progetti e registrando alcune produzioni proprie. Mi sono tolto qualche soddisfazione come suonare due volte al Rototom Sunsplash (il maggior festival reggae d’Europa) ed aprire i concerti di “Africa Unite, Tre allegri ragazzi morti, Anthony B fino ai… The Kolors. Col il tempo poi ho capito che il mio strumento non era la chitarra, ma il basso.

E il basso è una componente decisamente importante in questa musica…

Si: basso e batteria sono la parte più importante, il cuore pulsante, il ritmo, la sofferenza e il riscatto. Se la batteria è il cuore, il basso è il cervello: senza di loro il corpo non può vivere, pensare, sognare.

L’Alto Adige è una zona fertile per questo genere…

“We and Them” è stata una delle band più importanti anche in Italia, dando slancio alla scena altoatesina producendo musica interessante. Ho avuto la fortuna e l’onore di suonare con loro nel terzo disco e dal vivo, come mio padre prima di me nel secondo. Non sono una persona che ha rimpianti, nel senso che penso che ogni cosa vada come debba andare, ma se avessi una macchina del tempo, mi piacerebbe vivere gli anni ‘90 del reggae con loro, provando tutte le sere e suonando tutti i giorni del weekend.Ad oggi ci sono realtà come Shanti Powa o Wicked and Bonny che partendo da una radice “reggae”, seppur più contaminata, hanno raggiunto un respiro internazionale, e questo non può che farmi piacere. Il reggae è condivisione, è vita!

MERANOSPLASH

“Meranosplash: a culture Reggae Session” è un progetto organizzato nell’ambito delle conferenze del Csr Palladio (primi due appuntamenti) e del progetto Vlc organizzato da Palladio (secondi due appuntamenti), che svolge nella sede della mediateca multilingue di Merano. Il progetto prevede la visione di quattro fra i principali film della cinematografia legata al mondo del reggae, con gli interventi di Nicola Gasperi in arte Niko Fyah, docente e musicista, per aiutare a comprenderne al meglio e più a fondo gli aspetti culturali, linguistici e sociali che vi stanno dietro. Il 13 e 20 marzo sono stati proiettati “The harder they come” e “Rockers”. Il 3 aprile è la volta di “Babylon” ed il 30 aprile “Bob Marley-One Love”.

Autore: Luca Masiello