E se i bambini potessero votare?

Immaginate una domenica di maggio. Seggi aperti, file ordinate, tessere elettorali in mano. Solo che questa volta, in fila tra chi vota, ci sono anche loro: bambine e bambini, ragazze e ragazzi. Troppo surreale? Forse. Ma anche una provocazione che ci riguarda da vicino. E’ una domanda che farà sorridere… ma anche riflettere. In un tempo in cui le giovani generazioni hanno un’idea sempre più incerta di futuro, diventa ancora più imprudente escluderle dal dibattito. Dunque: e se dessimo diritto di voto anche ai bambini?

A lanciare l’idea, in modo provocatorio ma serio, è stato il politologo inglese David Runciman. Secondo lui, l’età per votare dovrebbe iniziare a sei anni. Non per fare un reality della democrazia, ma per restituire un minimo di equilibrio generazionale a sistemi politici sempre più governati dagli over 60 (e oltre).

La domanda non è solo teorica. O meglio: non lo è più. In diversi paesi europei l’età del voto è già stata abbassata sotto i 18 anni. In Austria e Malta si vota a 16 anni per tutte le elezioni, in Grecia a 17, e in Germania dal 2024 i 16enni votano anche per il Parlamento Europeo, dopo aver già partecipato in alcuni Länder a livello locale.

E del resto, stiamo parlando di un’enorme fetta della popolazione: quasi un terzo del mondo ha meno di 18 anni. In Italia, i minorenni sono circa il 16% (fonte: Istat).
A dirlo, con più forza ancora, è un report europeo realizzato nel 2024, frutto di un sondaggio e di decine di focus group con oltre 2000 bambini e adolescenti tra i 9 e i 17 anni. Il risultato? La voglia di partecipare c’è.

Sono interessanti le risposte dei bambini alle domande cruciali, in questo contesto. Ovvero: cosa cambieresti nel tuo Comune? E pensi che i bambini dovrebbero votare?

“Mi piacerebbe che le persone andassero meno in macchina – immagina Davide, 10 anni – così ci sarebbe meno inquinamento. Potremmo andare a piedi o con i bus elettrici. E poi secondo me i bambini dovrebbero votare, un po’ come nel 1946 hanno fatto le donne per la prima volta. In un futuro lontano, forse toccherà anche a noi.”

A Mattia, anche lui 10 anni, “piacerebbe che venissero create delle palestre e spazi di gioco accessibili ai bambini con difficoltà motorie”. E sul voto non ha dubbi: “Sì, i bambini dovrebbero avere diritto di votare perché sono cittadini e possono esprimere la loro opinione su alcuni aspetti che li riguardano.”

Leo, 13 anni, voterebbe “per avere meno rifiuti, perché le cose più pulite e meno inquinate sono più belle.” Ma sul voto ai bambini è scettico “non siamo abbastanza informati!”

I minori parlano di disuguaglianze, ambiente, diritti civili. Discutono, si informano, si indignano. Ma spesso non sanno come far sentire la propria voce. E quando la fanno sentire, non sanno se qualcuno li ha ascoltati davvero.

“Ci piacerebbe far parte del presente, non solo del futuro” ha detto una ragazza intervistata nel report. Come darle torto?

Qualcosa, però, si muove anche più vicino a noi. In Alto Adige, tra cui a Merano e nei comuni limitrofi, a maggio torneranno le “elezioni ombra”, per permettere a ragazze e ragazzi tra i 16 e i 17 anni di votare parallelamente alle elezioni vere e proprie. Non un gioco, ma una simulazione civica concreta, con tanto di cabine, schede e urne. Il loro voto non vale legalmente, ma vale simbolicamente.

Si tratta di un passo importante, certo. Ma anche di un compromesso. Perché la partecipazione giovanile, se relegata a momenti “in ombra”, rischia di restare decorativa. E allora torna la domanda: che succederebbe se quella voce diventasse strutturale, continua, visibile?

L’INTERVISTA

Di questa cosa abbiamo pensato di parlarne con Alberto Emiletti, giornalista di Internazionale Kids, mensile che porta l’informazione ai lettori dai 7 ai 14 anni. Chi meglio di lui può raccontarci come vedono il mondo i più piccoli?

Da giornalista che ogni mese racconta il mondo a bambine e bambini, quanto percepisce il loro desiderio di contare, di partecipare davvero alle decisioni che li riguardano, anche quelle politiche?

Dal nostro osservatorio – leggendo le lettere che riceviamo in redazione, incontrando bambine e bambini nelle scuole o durante il Festival di Internazionale Kids a Reggio Emilia – direi che il desiderio di capire cosa succede nel mondo e di essere ascoltati quando esprimono il loro punto di vista è fortissimo. Ma in fondo è un desiderio che appartiene a tutte le persone, a qualsiasi età. La differenza è che bambine e bambini non possono votare: sanno che le decisioni prese dagli adulti hanno degli effetti diretti sulle loro vite, ma che su queste decisioni loro non hanno voce in capitolo. E sanno anche che chi è eletto non deve rendere conto a loro.

Secondo lei, cosa cambierebbe nel nostro modo di fare informazione, e nella politica stessa, se i bambini avessero diritto di voto? La stampa per ragazzi sarebbe più presa sul serio?

Cambierebbe moltissimo! È un cambiamento facile da capire per qualsiasi adulto, con un esercizio semplicissimo: immaginate di dover raccontare un fatto di attualità a un bambino. Immediatamente si attiva un senso di responsabilità: si scelgono con più cura le parole, si cerca un linguaggio chiaro, si ha l’esigenza di essere davvero sicuri di ciò che si sta dicendo. Magari ci si prende anche il tempo per approfondire, per verificare meglio, per raccontare punti di vista diversi, anche lontani dal proprio. Il risultato? Un racconto più preciso, più comprensibile e più onesto di quello che si farebbe parlando con un adulto. E alla fine quella stessa notizia, raccontata in modo da essere chiara a un bambino, risulta spesso più efficace anche per un adulto. Quindi se i bambini avessero il diritto di voto, a guadagnarci sarebbe non solo l’informazione, ma anche la comunicazione politica. E ne trarremmo beneficio tutti. Sarebbe presa più sul serio anche la stampa per adulti, non solo quella per ragazzi.

OLTRE LA PROVOCAZIONE

Lo abbiamo detto, dire che i bambini dovrebbero votare è una provocazione. Ma a suon di provocazioni, si costruiscono spazi. Spazi dove i bambini non sono solo “il nostro futuro”, ma cittadini del presente. È il messaggio che da anni porta avanti Francesco Tonucci, pedagogista e fondatore del progetto “La città dei bambini”: ascoltarli non è una gentile concessione, ma un investimento collettivo. “Una città a misura di bambino è una città migliore per tutti”, dice. Come dargli torto?

E allora forse non serve davvero abbassare il diritto di voto a 6 anni. Ma alzare il livello della nostra attenzione sì. Creare canali veri, non simbolici, per farli partecipare, cioè farli “sentire parte”. Dare loro le parole, i contesti, gli strumenti.

Perché se è vero che i bambini “non sono pronti”, possiamo sempre chiederci: ma noi adulti, quando lo siamo stati davvero?

Autore: Marco Valente

La solidarietà in un emporio

Era il luglio 2020 quando apriva i battenti il primo emporio solidale di Merano, che oggi accoglie e accompagna circa 300 famiglie. “Passate a trovarci: le nostre porte sono sempre aperte, anche per chi vuole dare una mano”: è con questo invito che si conclude la bella chiacchierata con Donatella Balzarini, Anna Steinkeller, Sara Schena e Gioele Salvaterra, l’equipe che coordina l’emporio solidale “Tenda di Abramo – Abrahams Zelt”.

20 marzo, Giornata Internazionale della Felicità. Si potrebbe pensare che la felicità sia una meta, la bandiera piantata con fierezza sulla cima di una montagna altissima. Insomma, un punto di arrivo. O forse invece, più che cercarla, la felicità si costruisce, così come si costruisce una casa, con pazienza, con cura? In realtà il volontariato rende felici, sì, soprattutto se fatto con pazienza e con cura. Quando nasce senza aspettarsi nulla in cambio. Nessun premio. Nessun applauso.

Un’esperienza come quella della Tenda di Abramo si regge su questo principio: dono il mio tempo perché qualcun altro possa vivere più dignitosamente.

Qualcuno diceva: “Fai del bene e dimenticalo!” Una frase che è uno scossone in un mondo dalla generosità ostentata. Ma il vero volontariato è altro, non ha bisogno di telecamere. Lo conferma anche l’European Values Study (EVS) del 2017, che ha rilevato come l’impegno sociale sia direttamente legato a un maggior benessere e senso di appartenenza.

Se ci voltiamo indietro, il 2020 è senza dubbio un anno che molti di noi vorrebbero dimenticare. Ma è anche vero che durante quei mesi, quegli anni, a Merano ci fu chi non rimase con le mani in mano e cercò di dare una risposta concreta alla complessità della crisi, che non fu solo sanitaria ma anche sociale.

Le famiglie in difficoltà economica aumentavano velocemente e le distribuzioni viveri presenti sul territorio, nonostante l’imponenza del loro impegno, non erano più in grado di rispondere alla domanda crescente.

L’intuizione venne a un manipolo di volontari nei caldi pomeriggi di quell’estate che stava per cominciare. Il lancio ufficiale dell’emporio solidale avvenne in luglio e ora come allora il servizio apre due volte a settimana (martedì e venerdì) seguendo un meccanismo semplice e chiaro: prima c’è un colloquio per comprendere i bisogni reali, poi, in base alla composizione familiare, vengono assegnati un certo numero di punti da spendere nel corso del mese. In questo modo ognuno può scegliere gli alimenti di cui ha effettivamente bisogno, evitando così lo spreco e incentivando una pianificazione intelligente. Le risposte delle persone protagoniste alla chiacchierata verranno ora riportate come un’unica voce.

L’INTERVISTA

Cosa vi ricordate di quei primi momenti?

I primi incontri in cortile, tutti a debita distanza l’uno dall’altro. Poi la collaborazione con le parrocchie e con gli altri tavoli di distribuzione viveri, un po’ per unire le nostre forze ma anche per ottimizzare la distribuzione evitando doppioni, cioè famiglie (o singoli) che ritiravano pacchi da più distribuzioni. Eravamo sicuri di fare la cosa giusta ma anche titubanti, non era una cosa rilassante, ci si interrogava sul senso e sull’opportunità. Di fatto, aprivamo proprio mentre tutto il resto era chiuso. E poi l’idea di non preparare “semplici” pacchi ma permettere la scelta dei prodotti era davvero qualcosa di nuovo.
Il negozio ha permesso fin dall’inizio l’incontro e l’ascolto, tra noi volontari, tra noi e le famiglie e tra le persone in fila. Certo, non tutto è andato liscio, diciamo che la disciplina non era proprio il loro forte, e molte delle nostre energie le consumavamo a far mantenere le distanze.

Perché questo nome? Perché Tenda di Abramo?

Abramo è una figura di accoglienza per le tre religioni monoteiste, colui che accoglieva e donava gratuitamente. La Tenda di Abramo vuole essere infatti un luogo aperto a tutte e tutti dove fare esperienza di vera accoglienza.

Voi siete in quattro qui, ma non siete gli unici: quanti siete e quali sono le vostre mansioni?

Siamo circa una ventina. Volontari di diverse età, religioni e lingue. Un bel calderone di diversità. C’è chi va a recuperare il cibo una volta al mese al Banco Alimentare di Bolzano, ci sono i ragazzi di del laboratorio integrativo Work Up, c’è un’equipe (cioè noi) che coordina, ci sono i ragazzi del progetto Tic Tac Talent e del gruppo scout, e altri che all’occorrenza mettono a disposizione le proprie competenze.

Cosa vedete all’orizzonte? Siete ottimisti?

Essere ottimisti non è facile. Le storie delle famiglie che incontriamo ci rendono più realisti che pessimisti. Gli affitti, per esempio. Con una famiglia di 4 persone costretta a vivere in 34 mq per 1000 euro al mese, perché “o accetti queste condizioni o sei per strada”. Ci vorrebbe una visione più ampia, a livello politico, ma questo esce dalle nostre possibilità. Quando vediamo che una famiglia sta meglio, la invitiamo a camminare con le proprie gambe.
Una ventina di famiglie all’anno riescono a riprendere in mano la propria vita, ma è ancora poco. E poi anche noi incontriamo difficoltà molto pratiche: dopo due anni senza, è arrivato finalmente l’olio di oliva. Noi neanche ce lo riusciamo a immaginare di non trovare più l’olio al supermercato.

Senza parlare di ottimismo, secondo voi, perché ne vale la pena?

C’è chi ritiene tutto questo scontato, è vero, ma ci sono soprattutto persone molto grate, in particolare ciò che ci colpisce è la gratitudine dei bambini. Con molte di queste persone si è creato un legame, anche di fiducia. Entrano in negozio e ti piazzano il figlio neonato in braccio così da avere le mani libere per fare la spesa. Ti raccontano del colloquio di lavoro, delle avventure scolastiche dei figli. Sicuramente ci vuole anche un po’ di pazzia, della serie “ma chi ve lo fa fare”. La consapevolezza di fare qualcosa per persone che sono in una situazione di bisogno, beh, è questo ciò che conta.
E poi non credete, qua ci facciamo tante, sane e grasse risate, quindi: passate a vedere, le nostre porte sono sempre aperte, anche per chi vuole dare una mano!

Autore: Marco Valente

Una settimana di festa per il quarto di secolo di LanaArt

È trascorso un quarto di secolo da quando l’associazione LanaArt ha inaugurato la sua prima esposizione, 25 anni in cui arte e natura si sono unite in un modo unico in Alto Adige. E per celebrarlo degnamente, dal 28 marzo al 5 aprile l’anniversario verrà festeggiato con un programma variegato  con il titolo “Flow – continue – continuare”: musica, cinema, conferenze e naturalmente tanta arte per mettere in risalto la storia speciale dell’associazione e la sua influenza nella regione.

Fin dalla sua fondazione nel 2000 da parte di Erika Inger, Wolfgang Wohlfahrt ed Erich  Dapunt, l’associazione LanaArt si è impegnata a integrare in modo sostenibile le sculture  negli spazi pubblici e a rendere l’arte accessibile a tutti. L’itinerario scultoreo e il giardino  delle sculture di Lana offrono ai visitatori l’opportunità unica di scoprire e ammirare opere  d’arte in mezzo al paesaggio naturale e culturale: questo itinerario costituisce un progetto di Land art che, partendo da Lana, è destinato ad interessare anche altri comuni. Ricco di esperienze, il percorso da effettuarsi a piedi vuole rendere consapevoli della naturale velocità dell’uomo, divenendo così un mondo in opposizione alla nostra quotidianità frenetica e sfarfallante. Passeggiando su di esso, si può notare come gli artisti abbiano reagito alle più diverse situazioni lungo il percorso e come abbiano saputo immergersi nel paesaggio naturale della Gola, al centro della località di Lana, nel resto dell’itinerario lungo la diga del rio Valsura e infine nella zona industriale. Lana Art vorrebbe creare delle condizioni che consentano un’arte all’aria aperta: un principio organizzativo governato non tanto da rigide regole quanto piuttosto da sviluppi dinamici, da processi innescati consapevolmente, che permettano distinzioni e siano aperti all’imprevedibile. 

Il motivo dell’itinerario, della via, è il collegamento fra due luoghi. Il fruitore in movimento viene integrato nell’opera d’arte, divenendo parte di essa in quanto collegamento tra le singole sculture. I luoghi dell’arte sono posti di sosta, tappe di meditazione o di conoscenza aperte a tutti e che tutti possono sperimentare. L’itinerario scultoreo diviene opera d’arte soltanto se legato all’attività del camminare, alla naturale velocità dell’uomo. In particolari punti, presso incroci o luoghi caratteristici, non sono i tradizionali segnavia bensì delle sculture e degli interventi artistici ad offrire un orientamento che consente di avanzare o andare avanti. Il movimento automotivato farà sì che il fruitore entri in contatto con la natura, con le opere d’arte e con le posizioni di artisti contemporanei, aprendo il suo cammino, passo per passo, alle particolarità di uno spazio culturale.

Con un totale di 38 sculture installate in  modo permanente lungo il percorso e un giardino di sculture in cui le opere vengono  sostituite ogni quattro anni, è stato creato un luogo di incontro e di ispirazione vivace e in  continuo cambiamento. 

Le sculture sono opera di rinomati artisti altoatesini e internazionali, che hanno studiato  approfonditamente l’ambiente circostante. L’obiettivo di questi interventi artistici è quello di  aprire nuove prospettive e di sensibilizzare i visitatori per l’interazione tra arte e natura.  Combinando elementi artistici con le caratteristiche naturali dell’ambiente circostante, la  percezione del luogo è cambiata in modo permanente. Nel corso degli anni, lo spettro dei  progetti scultorei si è costantemente ampliato. Oltre all’installazione di sculture, si sono  susseguite collaborazioni ed eventi con artisti provenienti dall’ambito della performance  artistica, della musica, della letteratura e della danza, che hanno ulteriormente approfondito il  dialogo tra le diverse forme d’arte e il paesaggio.  L’itinerario scultoreo di Lana rappresenta un importante arricchimento dello spettro artistico e  culturale dell’Alto Adige e contribuisce a far sì che l’Alto Adige venga percepito come un luogo in cui l’arte contemporanea è presente negli spazi pubblici.

IL PROGRAMMA

Venerdí 28 marzo alle ore 18 Schallerhof in via Raffeingasse 2 verrà inaugurata la mostra e verrà presentato il film di Martine De Biasi realizzato per i 25 anni LanaArt. A fare gli onori di casa ci saranno Christoph Gufler, Sabine Gamper e Erika Inger.

Per sabato 29 alle ore 14.30 è prevista un’escursione performativa guidata con Dietmar Gamper; il punto di partenza è la Ländpromenade, dal ponte Theiss. Al termine verrà proposto lo spettacolo “Ach con Cedro” di Thomas Sterna 

Mercoledí 2 aprile alle ore 20 allo Schallerhof andrà in scena una serata letteraria, con letture di Sonja Steger, Waltraud Holzner, Alfred Woschitz, Alex “Giovi” Giovanelli; verrà anche presentata la scultura sonora con violoncello di Wolfgang Wohlfahrt e Christoph Pöcksteiner. 

Giovedì 3 alle ore 19 il film verrà presentato presso Kunst Meran Merano Merano Arte nella Sala Cassa di Risparmio in via Portici a Merano, e qui verrà anche inaugurata una mostra sul significato di LanaArt nel contesto della scena  artistica internazionale.  

Sabato 5 aprile a partire dalle ore 17, infine, ci sarà il Finissage Schallerhof, in cui si esibirà la band “Hemi Plankton” con Helga Plankensteiner (sax e voce) e Enrico Terragnoli (chitarra).

Autore: Luca Masiello

L’apnea come un vero stile di vita

Leo Sanna, nato nel 2002 a Bolzano, è un giovane atleta che sta conquistando la scena dell’apnea, una disciplina che richiede forza mentale oltre che fisica. Con il suo impegno e la sua passione, sta ottenendo ottimi risultati, sia in competizione che nel suo percorso personale. In questa intervista, ci racconta la sua passione per lo sport, il percorso che lo ha portato a scoprire l’apnea e i suoi traguardi più importanti.

Ciao Leo, raccontaci un po’ di te. Da dove nasce la tua passione per lo sport?

La mia passione per lo sport è nata quando ero bambino. Ho iniziato con il nuoto a soli sei anni e nel corso degli anni ho praticato basket, atletica leggera, calcio, arti marziali e palestra. Ma è stato a 14 anni che ho scoperto l’apnea, una disciplina che mi ha affascinato da subito. La connessione con l’acqua è sempre stata parte della mia vita, grazie alle origini sarde di mio padre e alle estati passate in Sardegna. Mio padre, infatti, è sempre stato un appassionato di pesca, e da piccolo lo osservavo entrare in acqua. Con il tempo ho cominciato a seguirlo, e alla fine ho deciso di intraprendere il percorso per ottenere il brevetto di apnea.

Hai iniziato con il brevetto di primo grado con la società Bolzano Sub. Com’è stato quel momento per te?

Esatto, per motivi di sicurezza ho deciso di intraprendere quel percorso. Dopo il primo brevetto, sono arrivato al terzo, e da circa un anno partecipo alle competizioni. Quella sensazione di entrare in un mondo così affascinante e impegnativo è stata incredibile. Mi ha permesso di unire la passione per l’acqua con la sfida mentale che questa disciplina richiede.

Cosa ti piace di più dell’apnea e quali sfide comporta?

L’aspetto che più mi affascina dell’apnea è l’autocontrollo. Questo sport richiede una grande forza mentale, più che fisica. A mio avviso l’80% della performance dipende dalla testa. Devi essere in grado di ascoltare il tuo corpo, percepire ogni singola sensazione e reagire di conseguenza. Durante le gare, a volte si avverte una sensazione di pericolo, ma è fondamentale mantenere la calma e la lucidità per prendere le decisioni corrette.

Raccontaci un po’ del tuo allenamento.

Mi alleno due sere a settimana nella piscina coperta Karl Dibiasi per l’apnea, e altre due volte alla settimana alla A.S.D. Atenas per la preparazione atletica. Cerco di non spingere troppo durante l’allenamento per evitare lo stress, ma in gara provo sempre a testare i miei limiti. A volte, però, questo può portare a qualche squalifica. È una parte del gioco, e ogni esperienza è utile per crescere.

Hai ottenuto importanti risultati nelle competizioni. Qual è il tuo traguardo più significativo fino a oggi?

Ogni volta che partecipo a una competizione, cerco di raggiungere la vetta della classifica. Fino ad ora, sono riuscito a portare a casa diverse medaglie, ma la più importante per me è quella conquistata all’ultimo Campionato Italiano di Apnea Outdoor a Riva del Garda, dove ho ottenuto il terzo posto nella categoria “Promotion”. Quella medaglia rappresenta davvero un grande risultato per me.

Quali sono i tuoi obiettivi per il futuro?

Il mio obiettivo principale è quello di crescere ulteriormente e ottenere titoli sempre più importanti. Voglio continuare a sfidare me stesso, superare nuovi limiti e raggiungere traguardi ancora più grandi. L’apnea per me è molto più di uno sport: è un vero e proprio stile di vita.

Hai altri hobby “fuori dall’acqua”? 

Sì, nei weekend cerco di dedicarmi al trekking e alle vie ferrate. Mi piace essere all’aria aperta, esplorare nuovi luoghi e godermi la montagna. È un modo per rimanere in contatto con la natura, un po’ come quando pratico l’apnea. Entrambe le attività mi permettono di sentirmi più in sintonia con l’ambiente che mi circonda.

In che modo l’apnea ti ha cambiato, sia come atleta che come persona?

L’apnea mi ha insegnato tantissimo, soprattutto la forza mentale e la resilienza. Ogni giorno mi permette di crescere, sia come atleta che come persona. Ogni competizione è una sfida non solo fisica, ma anche mentale. Voglio continuare questo viaggio e superare sempre nuovi limiti.

Autore: Niccolò Dametto

Tutti gli scout uniti nel nome della convivenza


“Allzeit bereit! Sii preparato!”: non importa in quale lingua venga pronunciato, il motto rimane lo stesso. Sabato 22 febbraio, scout di tre diverse associazioni – la Südtiroler Pfadfinderschaft (Sp), l’Agesci ed il Cngei – hanno celebrato assieme la “Giornata del Pensiero”. Si è trattata di un’occasione di scoperta reciproca in un Alto Adige dove la convivenza tra gruppi linguistici è ancora un sentiero scosceso che si perde tra montagne, timori e parole che si fermano prima di diventare dialogo.

Bolzano, 22 febbraio. 

Durante la Giornata del Pensiero, gli scout di tutto il mondo ricordano la nascita del fondatore dello scoutismo, Robert Baden-Powell e di sua moglie Olave. 

Ma le coincidenze non finiscono qui: è anche la data di nascita di Alex Langer, fautore dell’”arte del vivere insieme”. 

A Monaco, lo stesso giorno del 1943, i giovani attivisti della Rosa Bianca Sophie e Hans Scholl e Christoph Probst, pagavano con la vita la coraggiosa resistenza all’orrore nazista. 

Si tratta di una giornata, quindi, che richiama in maniera evidente la responsabilità di non restare spettatori di fronte alle sfide della società.

SI PARTE DAI GRUPPI

“Non è sufficiente vivere l’uno accanto all’altro per parlare di convivenza. Bisogna avere il desiderio di conoscere e di conoscersi. Purtroppo siamo impigriti e troppo spesso preferiamo vivere nella nostra bolla” racconta Emma (20 anni) del gruppo Agesci Bolzano 4. “La giornata di oggi è un buon input per mostrare che è possibile fare cose insieme, partendo dai gruppi scout” – continua Corinna (19 anni) del gruppo SP di Bressanone – “tra noi ci sono sicuramente usi differenti, ma ciò che ci unisce è un codice comune’ che non ha bisogno di traduzioni, la strada, la promessa pronunciata con lo stesso intento…”

Per Ilaria (17 anni) del gruppo Cngei Bolzano 3 l’esperienza è stata utile ma anche una conferma: “Utile perché ci ha dimostrato che tutti partiamo con gli stessi timori, che però si sgretolano nel momento in cui si condividono. Una conferma perché è stato bello ascoltare pensieri diversi dai miei, una costante nello scoutismo in cui il rispetto verso le opinioni altrui è un valore.”

Sulla stessa linea si esprime Gaia (17 anni) del gruppo Agesci Merano 1: “Nella vita di tutti i giorni è più raro e difficile realizzare incontri come quello di oggi. Un modo per andare oltre la ‘convivenza’ e passare a una ‘conoscenza’. Auguro alle tre associazioni di continuare, nei prossimi anni, a organizzare momenti e incontri simili perché ritengo che possano essere un primo passo verso uno scoutismo e – perché no? – verso una società più unita e consapevole.”

L’EDUCAZIONE ALLA DIFFERENZA

Un incontro che non è stato solo un evento, ma una ‘semina’, ritengono gli organizzatori: “Se crediamo che sia importante conoscersi, collaborare, condividere e non solo co-esistere, dobbiamo essere noi i primi a sperimentarlo, proporlo e testimoniarlo” suggerisce Giulia Salvi dell’Agesci, ideatrice di questa iniziativa. “Conoscersi meglio, facendo cose insieme, è il modo più efficace per superare le distanze, perché alla fine ci accorgiamo che sono più le cose che ci uniscono di quelle che ci dividono” – sottolinea Maximilian Maniacco del Cngei, che già rilancia per altri incontri di confronto tra educatori ed educatrici.

Un augurio condiviso anche da Sara Schena, del gruppo Agesci Merano 1: “Che le associazioni possano continuare a lavorare in questa direzione. È stato molto bello vedere giovani lavorare insieme, cercando di superare le barriere linguistiche e culturali, per immaginarsi un futuro in cui i muri della diffidenza possano essere abbattuti e le diversità possano essere finalmente considerate una ricchezza.”

Felix Irsara, responsabile provinciale della Südtiroler Pfadfinderschaft, invece, pone l’accento sulla ricchezza della diversità: “Se tutti fossimo uguali, il mondo sarebbe monotono. Questi eventi sono occasioni di crescita. Ci sperimentiamo come compagni di strada.”

E chissà, forse non basta un giorno per cambiare tutto. Ma se basta una promessa per unire, allora la strada è quella giusta.

Autore: Marco Valente

Bolzano: futuro degli sport a rischio per mancanza di strutture

Bolzano ha una forte tradizione sportiva, ma soffre la carenza di impianti adeguati. Questo limita allenamenti e competizioni, costringendo molte associazioni a usare soluzioni temporanee. Ne parliamo con Alexander Tabarelli, presidente provinciale del CONI.

Bolzano, capoluogo dell’Alto Adige, è una città con una lunga tradizione sportiva e una popolazione appassionata di attività fisica. Ma in realtà il capoluogo della provincia sta affrontando una grande difficoltà: la mancanza di impianti sportivi adeguati. Questo problema non riguarda solo le discipline più praticate, come il calcio, ma anche sport che necessitano di strutture specifiche per garantire allenamenti e competizioni a livello regionale, nazionale e internazionale. La carenza di impianti moderni e funzionali rappresenta un ostacolo alla crescita e alla diffusione dello sport nella città, e ha costretto molte associazioni a utilizzare da anni soluzioni temporanee e spesso inadeguate, come le palestre scolastiche. Abbiamo pensato di parlarne assieme a Alexander Tabarelli, presidente provinciale del CONI.

E’ NECESSARIO UN CAMBIO DI PASSO

Molte associazioni sportive bolzanine si vedono costrette a ricorrere a strutture non pensate per l’attività sportiva, come le palestre scolastiche. Questo comporta numerosi problemi: orari limitati, spazi condivisi con altre attività e attrezzature non sempre adeguate. “Le palestre scolastiche sono un palliativo”, afferma Tabarelli, “Non sono impianti pensati per ospitare sportivi, ma in molte realtà questi spazi sono diventati l’unica soluzione per le associazioni, con tutte le problematiche che questo comporta”. 

La scarsità di spazi adeguati influisce direttamente sulla qualità degli allenamenti e sulla possibilità per gli atleti di competere a livelli superiori. E a complicare ulteriormente la situazione è la lentezza con cui vengono realizzati i progetti di nuovi impianti e la scarsità di fondi per migliorare quelli esistenti. Nonostante le necessità evidenti, i progetti di ampliamento e costruzione di strutture sportive si scontrano con la difficoltà di reperire risorse economiche sufficienti. “La tempistica dei progetti è troppo lenta, e i fondi messi a disposizione dalla provincia e dal comune non sono mai sufficienti a rispondere davvero alle esigenze delle associazioni sportive”, continua Tabarelli. “L’impegno delle amministrazioni pubbliche è fondamentale, ma bisogna passare dalle parole ai fatti. Solo così riusciremo a risolvere i problemi legati alle strutture sportive”. Sebbene Bolzano abbia un grande potenziale, la mancanza di infrastrutture moderne continua a essere un ostacolo per gli sportivi, in particolare per quelli che praticano discipline che richiedono impianti specializzati.

Ci sono, tuttavia, segnali di cambiamento. Tabarelli ha annunciato che sono in programma nuove costruzioni che potrebbero migliorare la situazione delle strutture sportive. “È in programma la costruzione di un palazzetto per il basket dietro il polo scolastico Max Valier e Ada Negri, all’incrocio tra viale Druso e Via Sorrento”. Questo nuovo impianto rappresenterebbe una risposta importante per il basket, che ha visto crescere notevolmente il numero di praticanti a Bolzano, ma fatica a trovare una struttura adeguata.

Per quanto riguarda la pallamano, l’area destinata alla realizzazione di un nuovo impianto sarebbe quella dietro al palasport, attualmente utilizzata come parcheggio per camper. “Questa area potrebbe diventare una risorsa fondamentale per la pallamano, che al momento soffre della mancanza di un palazzetto dedicato. Avere un impianto moderno permetterebbe a questa disciplina di crescere e attirare nuovi praticanti, senza dover dipendere da strutture che non rispondono alle sue necessità”, continua Tabarelli.

Un altro progetto rilevante riguarda l’atletica indoor. “Il primo impianto di atletica indoor provinciale dovrebbe nascere in Via Cadorna”, afferma il presidente altoatesino del CONI. Questo impianto sarebbe una risorsa fondamentale per gli sportivi che praticano l’atletica leggera, che attualmente sono costretti a spostarsi in altre città per allenarsi durante i mesi invernali. Con la creazione di una struttura indoor, Bolzano potrebbe diventare un punto di riferimento per questa disciplina.

Inoltre, è previsto il risanamento della pista da bmx nel Parco Europa, che attualmente si trova in cattive condizioni. “La pista da bmx è molto utilizzata, ma ormai è obsoleta e necessita di un ammodernamento urgente”, afferma Tabarelli. “La crescita dei praticanti e l’alta domanda impongono di intervenire per rendere la pista sicura e funzionale”. Questo intervento è cruciale per rispondere alle necessità degli atleti di box e per supportare il movimento sportivo in espansione.

Nonostante questi progetti, è fondamentale che le amministrazioni comunali e provinciali intensifichino gli sforzi per garantire che queste iniziative diventino realtà nel più breve tempo possibile. Investire nello sport significa investire nella salute dei cittadini, nel benessere collettivo e nella possibilità di far crescere talenti locali. Le nuove strutture non solo permetterebbero una maggiore partecipazione alle attività sportive, ma potrebbero anche attrarre eventi sportivi di rilevanza nazionale e internazionale, aumentando la visibilità e l’economia della città.

“Lo sport è una risorsa fondamentale per la comunità di Bolzano, ma senza infrastrutture adeguate per qualsiasi disciplina è difficile crescere”, sottolinea Tabarelli. 

“Quello che manca è un piano strategico a lungo termine che veda lo sport come un settore prioritario per la città, e che supporti concretamente le associazioni e gli atleti. Senza un impegno serio, rischiamo di perdere opportunità importanti per il futuro”.

La carenza di impianti sportivi a Bolzano è una problematica che non può più essere ignorata. Sebbene siano in programma alcuni interventi di costruzione e ristrutturazione, è fondamentale che le istituzioni locali si impegnino concretamente per accelerare questi processi e rispondere alle reali esigenze delle società sportive. Solo con strutture moderne e accessibili, Bolzano potrà continuare a crescere come città sportiva, offrendo opportunità concrete a tutti i cittadini e ai giovani atleti che aspirano a eccellere. Come conclude Tabarelli: “Lo sport è un motore per la nostra città, ma per farlo crescere, dobbiamo fornire le giuste infrastrutture”.

Autore: Niccolò Dametto

Alessandra Tiddia, fra arte e volontariato

Alessandra Tiddia è nata a Bolzano e si è laureata nel 1989 presso l’Università degli Studi di Padova in Storia dell’arte contemporanea con una tesi dedicata alla cultura figurativa della Mitteleuropa nelle ex provincie asburgiche, tema che ha avuto modo di approfondire in occasione del Dottorato in Storia dell’arte contemporanea presso l’Università di Venezia (1997). Attualmente segue progetti espositivi e di ricerca legati ai temi della Modernità fra 800 e 900, come ad esempio la mostra Giotto e il 900 o Etruschi del Novecento, presso il Mart di Rovereto o l’esposizione Capolavori del 900, dal Futurismo all’Informale (Mag di Riva del Garda 2024; Ancona Mole Vanvitelliana 2024) o Eterno Femminino, Trieste Museo Sartorio 2024)

Quali furono i ruoli che Lei ha ricoperto al MART?

Qui ho curato ad esempio la programmazione espositiva di questa sede con mostre dedicate alla cultura figurativa di fine secolo (Max Klinger. Sogni e segreti di un simbolista, Franz von Stuck. Lucifero moderno, Il Secolo dell’Impero. Principi, artisti e borghesi nell’Ottocento, Sulle tracce di Maurice Denis. Simbolismi ai confini dell’impero asburgico. Landesausstellung 2007) . Nel 2010 ho co-curato l’edizione del catalogo generale di Gastone Novelli e nel 2015 ho redatto il Catalogo ragionato dedicato a Piero Marussig. 

Nell’ambito della sua professione di storica dell’arte quali sono state le Sue più grandi soddisfazioni?

La mia più grande soddisfazione è quella di avere l’opportunità, attraverso il mio lavoro, di creare emozioni positive nelle persone che visitano le mostre e che si avvicinano, qualche volta per la prima volta, a opere e autori che suscitano in loro una conoscenza emotiva e che arricchiscono il loro mondo, Sono infatti profondamente convinta del ruolo sociale dei musei e dell’arte in particolare come catalizzatrice di energie positive e salutari, come del resto confermano anche recenti studi scientifici in ambito medico.

Inoltre grande soddisfazione è stato anche dedicarmi alla formazione nei dieci anni in cui mi sono occupata di percorsi formativi per stages universitari presso il Mart, per il grande potenziale di entusiasmo che mi hanno trasmesso la maggior parte dei tirocinanti, alcuni dei quali oggi sono affermati professionisti museali.

Oltre al grande impegno in ambito lavorativo Lei si è spesa anche in seno al Rotary, nel quale ha già ricoperto la carica di Presidente. Cosa L’ha spinta ad aderire a questo Service Club?

L’opportunità di mettere al servizio della comunità la mia presenza e anche l’operatività quando possibile, in un contesto di relazioni che amplia i nostri orizzonti personali in un’azione congiunta volta al bene. In alcuni casi anche la semplice presenza assume un valore in questo senso. 

Lei vive da molti anni fuori Bolzano ma ora ha avuto l’occasione di un importante ritorno e operare per il futuro del Museo civico sedendo nel CdA dello stesso. 

Non ho mai smesso di sentirmi bolzanina, pur vivendo attualmente in un altro luogo e mi rende felice e orgogliosa partecipare alla vita culturale della città, sia in seno al Museo Civico che nella Consulta culturale dell’Assessorato provinciale alla cultura italiana. Il Museo Civico sta affrontando una fase epocale in quanto siamo nel mezzo di una ristrutturazione importante che porterà a una riapertura speriamo in un futuro vicinissimo. Nel frattempo è importante riflettere sul ruolo civico di una istituzione museale di così lunga tradizione, sulle nuove sfide e sui tipi di pubblico che vorrà intercettare.  La partecipazione alla Consulta cultura della Provincia è anche molto interessante perché all’interno della consulta si affrontano temi legati alla fruizione culturale a 360 gradi, in senso molto ampio, dalla musica al teatro, alle biblioteche, ai musei e alle mostre, e al sostegno degli artisti alto atesini, con la finalità di accogliere le diverse identità della cultura e di aprirle a una fruizione pubblica il più possibile ampia.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Gruppi di acquisto solidali, un altro modo di fare la spesa

Con Elda Dalla Bona oggi parliamo dei GAS (Gruppi di acquisto solidali). Si tratta di un insieme di persone che si organizzano per acquistare prodotti direttamente dai produttori, privilegiando eticità, sostenibilità e filiera corta… senza mai dimenticarsi della “s” di solidarietà.

“Ti offro un tè o un caffè?” È così che comincia, quasi sempre, una conversazione con Elda Dalla Bona. Non te lo dirà, ma lei ha una missione precisa: rendere il mondo un posto più bello. Non a parole – che volano, si sa – ma con i fatti, che invece restano. Più di vent’anni fa ha fondato il primo Gruppo di Acquisto Solidale (GAS) in Alto Adige, quando ancora pochi sapevano cosa fosse. Oggi è presidente di “Ginko per il Bene Comune”, ma il suo curriculum vitae non si ferma di certo qui. 

L’INTERVISTA

Quando si dice GAS, non tutti pensano immediatamente ai Gruppo d’Acquisto Solidale… ci spieghi cosa sono?

Molto brevemente, un GAS (Gruppo di Acquisto Solidale) è un insieme di persone che si organizzano per acquistare prodotti direttamente dai produttori, privilegiando eticità, sostenibilità e filiera corta… senza mai dimenticarsi della “s” di solidarietà. In Alto Adige i GAS nascono più di vent’anni fa, tra l’altro, proprio a Merano con il GASlein. Poi si sono sviluppati velocemente in provincia.

E Ginko? Perché è legata al mondo dei GAS?

“Ginko per il Bene Comune” nasce come cooperativa di comunità nel 2022, però già qualche anno prima alcune persone si erano messe assieme per delineare un progetto comune. Avevamo in mente di sviluppare l’idea del GAS in qualcosa di parzialmente diverso, cioè, accessibile a più persone.  Perché accedere a un GAS è un impegno non da poco e… non è per tutti (persone anziane, persone sole ecc.). Un progetto non privo di insidie, perché è difficile da trasmettere come idea: giusto prezzo al produttore, senza mediazione, giusto prezzo al “usufruitore”.

I primi passi?

Con l’aiuto di alcune persone ispirate, abbiamo individuato un locale presso il Rione Maria Assunta di Merano e abbiamo scoperto che è di proprietà dell’IPES. Ci siamo messi in contatto e… una lungaggine dietro l’altra. Per fortuna abbiamo trovato anche chi si prendesse a cuore la nostra causa.
E poi, parlando in giro del nostro progetto, altre persone si sono aggiunte. È stato un periodo di confronti, abbiamo individuato lo scopo primario, cioè animare il territorio e creare luoghi di comunità, e abbiamo scelto il nome.

Ecco, il nome: perché “Ginko”?

Il ginko è un albero antichissimo, risale a oltre 250 milioni di anni fa. Ha radici profonde ben ancorate al terreno, come la solidarietà, la giustizia sociale che guidano la nostra cooperativa; le sue foglie sono leggere, delicate, come la flessibilità e l’apertura al cambiamento; e poi è una parola “plurilingue”, adatta al nostro contesto.

Le persone socie della prima ora? Quanti eravate?

Dodici. Quasi tutte donne. Di fatto una start-up femminile. E praticamente tutte maestre (o maestri). Non penso sia un caso. Infatti la funzione educativa è alla base del nostro agire e anche del nostro pensare. Un negozio di questo tipo dà la possibilità di capire il perché io debba acquistare una cosa al posto di un’altra. Tenendo conto dell’ambiente, del rione, costituito da persone anziane, extracomunitari, famiglie ecc. Attualmente le persone socie sono 124, ma aumenteranno! Sarà prevista una piccola zona di incontro, tipo bar, dove si potrà leggere il giornale, incontrarsi, chiacchierare. Sarà uno spazio per offrire occasioni di apprendimento: come si produce il cibo, come fare le pulizie in maniera “ecologica” ecc. Ci immaginiamo momenti di formazione come: “Sai cosa metti nel cestino?” Qualcosa di simile è già stato offerto nel 2024: cinque eventi nella sala del comitato di quartiere. A gennaio è cominciata speditamente la ristrutturazione. Questo ci induce ai prossimi passi, acquisto di mobili, frigoriferi, organizzazione degli spazi. Il lavoro è veramente notevole, ma grazie alle competenze messe a disposizione da amici e amici degli amici (architetti, ingegneri ecc.) sta uscendo veramente qualcosa di bello.

Come vi finanziate?

Le persone socie pagano una quota sociale di 25 euro, abbiamo vinto bandi, organizzato crowdfunding. Ma abbiamo sempre bisogno di fondi perché organizzare un negozio costa molto. Nella nostra scelta del partner bancario abbiamo scelto Banca Etica, di cui sono una fedelissima cliente e socia, perché riteniamo che l’utilizzo giusto del denaro sia parte integrante di questo progetto.

Anno della speranza, cosa sperate per il vostro progetto?

Abbiamo l’ambizione di essere qualcosa di significativo per la nostra città (e non solo), perché vogliamo incidere sulle abitudini delle persone, che sono mosse più dalla pubblicità che dal buon senso. È sotto gli occhi di tutti. Compriamo cose che non ci servono, convinti che ci servano, e che ci fanno addirittura male. Questo progetto ha la concretezza di fornire le cose giuste, ma anche idee, pensieri, cambiamenti, conversione di intenti, nell’acquisto, nel relazionarci con l’ambiente e con le altre persone. È un luogo (e non un non-luogo come il supermercato!) di incontro e di scambi di parole. Crediamo che fornire semplicemente delle merci non sia fondamento del nostro cambiamento.

A proposito di cambiamento: un consiglio per chi vuole cambiare?

“Cambiare” significa in primo luogo prendere coscienza della situazione di oggi, però con attitudine positiva. Ci troviamo in una situazione ambientale, sociale e politica veramente gravissima. Rendersene conto è importante. Il secondo passaggio è “e allora cosa faccio?”, non pensare di cambiare radicalmente, radicalizzarci ci brucia.

In Alto Adige buttiamo via 27,5 kg di cibo all’anno… a persona! Se ci rendiamo conto che nel frigorifero c’è troppa roba e che ci tocca gettarne via una parte, compriamone di meno! Ho bisogno davvero di tutti questi vestiti? Quintali di cose mai usate. Ed esempi analoghi potrei farne anche per altri settori.
Quindi: guardarsi intorno e vedere cosa c’è che mi assomiglia, associarmi, confrontarmi con persone che hanno l’esperienza. Ci vuole la volontà di cambiare con calma, senza farsi prendere dalle nevrosi, per esempio, delle diete. Se evitassimo i cibi troppo processati e altre abitudini, sarebbe già tanto.
Poi si diventa contenti di vivere in modo più semplice. Infine: informarsi, formarsi, approfondire, perché non è mai finito il tempo dell’apprendimento. Ma soprattutto: essere grati per quello che si ha.

“Oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere, rallentare più che accelerare, significa dare valore al silenzio…” dice Franco Arminio, perché, in fondo, il mondo non si cambia chiacchierando. Si cambia facendo. Come fa Elda.

Autore: Marco Valente

Quando  la solidarietà viene ricompensata

“Non me l’aspettavo, sono molto sorpreso. Sorpreso e felice”. Sembra una frase banale, dichiarata da una persona qualsiasi che ha vinto un premio qualsiasi. Ma se a pronunciarla è Gianni Libardi, almeno Merano tutti sono sicuri della sua genuinità. Sono lui, anima dei “diversamente giovani” della zona, e Rebecca Thurnwalder i vincitori del Premio di Solidarietà che la città conferisce a persone o enti che operano volontariamente nel campo sociale e caritativo.

La sua vitalità è contagiosa, e lo sanno bene gli “over” del gruppo anziani della parrocchia di Santa Maria Assunta, che con lui (ma soprattutto grazie a lui) trovano nel loro sodalizio una seconda casa, un’altra famiglia con cui trascorrere il tempo libero. Da oltre dieci anni, Gianni Libardi si dedica quotidianamente come volontario alle attività della parrocchia, mettendo a disposizione il suo tempo e le sue competenze per il bene della comunità. Oltre al suo impegno nel Gruppo Anziani, il signor Libardi è anche membro del consiglio direttivo del Circolo parrocchiale; in questa veste, svolge un ruolo fondamentale nella gestione amministrativa dell’associazione e nel coordinamento delle attività sociali, culturali e ricreative che arricchiscono la vita della parrocchia, creando un ambiente di supporto e socializzazione per le persone più vulnerabili.

Assieme a lui, a ritirare il Premio di Solidarietà 2024 c’era anche Rebecca Thurnwalder, che è impegnata sempre nella stessa cerchia, ma con un target diverso, quello dei ragazzi. Come operatrice volontaria ha accompagnato i giovani di Maia Bassa e di Santa Maria Assunta prima nei gruppi giovanili delle due parrocchie e poi come assistente dei chierichetti. Oltre ad essere attiva in numerose associazioni locali, partecipa alle attività della parrocchia di Santa Maria Assunta aiutando le persone bisognose. Particolarmente degno di nota è il suo impegno nel consiglio di amministrazione dello Jugenddienst di Merano, dove è responsabile dei progetti estivi e del lavoro con i bambini e i giovani. È inoltre coinvolta in diversi progetti sociali come Work Up e Social Shop.

“La signora Thurnwalder è una persona cordiale e armoniosa che agisce con decisione di fronte alle ingiustizie sociali, e si batte con passione per i diritti delle persone svantaggiate – ha dichiarato l’assessore ai servizi sociali Stefan Frötscher nella sua Laudatio – Thunswalder lavora come insegnante di scuola materna a Marlengo, e come madre single ed ex residente di un Kinderdorf, conosce bene le situazioni di vita difficili e si impegna a portare speranza e gioia in ogni fase della vita.
Questo eccezionale impegno civico merita un riconoscimento speciale, perché con il suo lavoro ha contribuito in modo significativo alla prosperità della nostra comunità”.

L’INTERVISTA

Signor Libardi, il Premio Solidarietà è un riconoscimento importante. Se l’aspettava?

No, davvero non me l’aspettavo. E quando mi hanno comunicato che l’avrei ricevuto ci ho messo un po’ a capire il motivo per cui sono stato scelto. Non faccio niente di particolare, in fondo.

Beh, si prende cura della sua comunità, degli anziani, non sembra poco… 

È vero, ma è semplicemente la mia quotidianità, quello che faccio per stare bene con me stesso e con gli altri. Ho lavorato in banca per tutta la vita, poi nel 2017 sono andato in pensione e ho messo le mie competenze a disposizione del volontariato, degli amici.

Di che cosa si occupa, nello specifico, in parrocchia?  

Mi occupo dell’amministrazione, coordino i pagamenti e seguo la gestione delle sale, dove vengono anche ospitati eventi che non riguardano la vita della Chiesa, come le riunioni di condominio, per fare un esempio. E poi c’è il gruppo anziani, quello che ho denominato il “Circolo diversamente giovani”: posso affermare, senza falsa modestia, di essere un po’ il fulcro dell’organizzazione delle gite, dei soggiorni, delle nostre feste e dei nostri pranzi, che registrano sempre un successo incredibile. E anche per questo gruppo mi occupo di contabilità, dell’amministrazione e dei rapporti con le istituzioni: qualcosa di molto familiare, alla fine, per chi ha lavorato in banca.

Lei è fra i più giovani del gruppo. Il suo essere così operoso potrebbe rappresentare una sorta di garanzia per il suo futuro?

In effetti con i miei 74 anni ancora da compiere sono un bocia! (ride, ndr). Scherzi a parte, l’idea non è sbagliata, anzi, se non fosse che la mia signora ed io abbiamo deciso che con il prossimo autunno ci trasferiremo in provincia di Verona, dove vive nostra figlia; in fondo è lei la nostra vera garanzia per il futuro. Ci dispiace lasciare Merano, la nostra casa e i nostri amici, ma credo che con l’avazare dell’età avremo sempre più voglia (nonché bisogno) di avere nostra figlia vicino a noi. 

E come faranno i suoi “diversamente giovani”?

Ho già garantito il mio appoggio da remoto, continuerò – come si dice – a lavorare per la parrocchia in “smart working”. Ma credo che si tratti solo di una soluzione momentanea, non potrò continuare a collaborare con tutti questi chilometri che ci dividono. Per ora non abbiamo trovato un sostituto, ma spero che nei prossimi tempi qualcuno si faccia avanti, mi dispiacerebbe che si interrompesse questo flusso positivo.

Autore: Luca Masiello

Le piante a scuola, per stare bene

Beate Weyland è professoressa associata di Didattica presso la Facoltà di Scienze della Formazione della Libera Università di Bolzano. Da anni si occupa dell’interazione tra pedagogia, architettura e design per innovare la didattica e creare ambienti di apprendimento più accoglienti e sostenibili. Questa ricerca l’ha portata a sviluppare il concetto di Eden, un laboratorio interdisciplinare che esplora il ruolo delle piante nella progettazione degli spazi educativi.

Professoressa, Lei ha iniziato la sua carriera come designer degli spazi di insegnamento e ha successivamente scoperto il potenziale del verde. Può raccontarci come è nata questa evoluzione?

Il mio lavoro consiste nell’accompagnare le comunità scolastiche – dai nidi alle scuole dell’infanzia, dalla scuola primaria alla secondaria, fino all’università – in un processo di ripensamento degli spazi educativi. L’obiettivo è trasformarli in luoghi accoglienti, che promuovano benessere, resilienza e gioia. Durante questo percorso, ho scoperto un mediatore straordinario: le piante. La loro presenza negli spazi interni, ma anche in quelli esterni come cortili, giardini e boschi, ha un impatto profondo sull’ambiente educativo. Questo approccio si è concretizzato nella creazione di un laboratorio interdisciplinare, dove esploro il rapporto tra pedagogia, architettura e design. L’obiettivo è sviluppare paesaggi educativi di nuova generazione, luoghi in cui si riflette su come costruire un nuovo rapporto con la natura, integrando le esigenze della didattica con quelle della progettazione degli spazi.

Può spiegarci meglio cosa succede in questo processo?

Si tratta di creare una sinergia più forte tra lo spazio interno e quello esterno, e soprattutto di farci sentire parte integrante della natura, in grado di portarla dentro i nostri ambienti e di incontrare il mondo naturale in modo significativo. Tutto parte da un gesto apparentemente semplice: portare una pianta in vaso in classe. Questo piccolo atto, in realtà, è rivoluzionario. Se, ad esempio, invitiamo i bambini a portare ciascuno la propria pianta a scuola, iniziamo a porci e a porre loro delle domande: “Perché hai scelto proprio questa pianta? Dove la posizioneremo? Come ce ne prenderemo cura?”. Da queste domande emergono questioni legate allo spazio e alla sua interazione con chi lo vive. In un certo senso, ci trasformiamo in “interior designer” della scuola: ci accorgiamo che i banchi tradizionali forse non sono ideali per un lavoro cooperativo ed esplorativo, che mancano librerie o supporti adatti per le piante, e così via. Queste riflessioni ci portano a immaginare nuove soluzioni per rendere questi luoghi veramente piacevoli e belli.
Stiamo entrando in una nuova era. In passato, agli insegnanti è sempre stato detto che la scuola era un luogo in cui svolgere attività specifiche, quasi come operai in una “fabbrica dell’istruzione”: entri, fai il tuo lavoro e te ne vai. Oggi, invece, l’idea è diversa: gli insegnanti e gli educatori sono coloro che accolgono gli allievi nei luoghi della cultura e della conoscenza, creando un ambiente il più possibile accogliente e significativo. Questo avviene anche portando dentro la scuola elementi personali, come le piante, che diventano strumenti di appropriazione dello spazio. Questo gesto, apparentemente innocuo, è in realtà potente: è un atto di liberazione e di vitalità per una scuola che oggi fatica a connettersi con il mondo. Le piante possono essere il primo elemento a innescare questo cambiamento, favorendo un approccio più autentico e coinvolgente per tutti.

C’è un messaggio finale che vorrebbe lasciare ai nostri lettori, magari anche a chi è curioso di avvicinarsi a questo progetto ma non sa da dove iniziare?

Certo, il messaggio che vorrei lasciare è che le piante non sono solo un elemento decorativo, ma un vero e proprio strumento di cambiamento. Questo approccio non solo rende gli spazi più belli e accoglienti, ma trasforma la didattica in un’esperienza viva, esplorativa e coinvolgente. Per i bambini, le piante diventano un compagno di gioco e di scoperta. Attraverso il gioco, i bambini imparano a conoscere il mondo, e le piante possono essere un mediatore straordinario per farli entrare in contatto con la natura. Giocare a dare un nome alla pianta, a descriverla con un aggettivo, a osservarne le caratteristiche, sono tutte pratiche che costruiscono un rapporto emotivo e affettivo. E questo non vale solo per i bambini: anche gli insegnanti, i genitori e chiunque si avvicini a questo progetto può riscoprire il piacere di guardare il mondo con occhi curiosi. Questo approccio sta già ispirando realtà educative in tutta Italia: abbiamo avviato collaborazioni con scuole e istituzioni in diverse regioni e stiamo lavorando a una piattaforma online per raccogliere esperienze e creare una rete di scambio. Inoltre, stiamo progettando un master dedicato a questi temi, che finalmente sta prendendo forma.
Il mio invito è a provare, senza paura di sbagliare. Non serve essere esperti di botanica o di design: basta iniziare con un gesto semplice e lasciarsi guidare dalla curiosità. Se volete approfondire, nel libro “Eden. Educare (ne)gli spazi con le piante” trovate molte riflessioni e spunti pratici. Inoltre, il nostro laboratorio, l’Eden Lab, è sempre aperto a nuove collaborazioni.
Siamo a Bressanone, nella Facoltà di Scienze della Formazione della Libera Università di Bolzano, e chiunque sia interessato può visitare il sito https://edenlab.unibz.it/  o scrivermi (beate.weyland@unibz.it).

Autore: Till Antonio Mola