Unirsi per un futuro più sostenibile? Yes, we can! Con Climate Action South Tyrol

“Fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce”, si dice. E cosa accade quando pure l’albero che cade non fa più rumore? O il fatto che cade diventa quasi ‘normale’? Qualche giorno fa ilpost.it titolava “in Brasile nel 2024 è bruciata una superficie più grande dell’Italia”.

E noi? Stiamo a guardare? Rimaniamo indifferenti? Lo stentiamo questo ‘rumore’?

L’ecologia è la disciplina che si interessa della relazione tra esseri viventi e il loro ambiente: da ‘oikos’ e ‘logos’, cioè, molto liberamente (non ne vogliano i classicisti!): ‘pensare alla casa’.

Ma se fior fiore di esperti descrivono il disastro ecologico in corso come ‘un’automobile lanciata a folle velocità’ (e generalmente le misure per contrastarlo come dei ‘freni da bicicletta’), esattamente, noi, società civile, come stiamo ‘pensando alla casa’?

“La sfida urgente di proteggere la nostra casa comune – scrive Papa Francesco nell’enciclica Laudato si’ – comprende la preoccupazione di unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale, poiché sappiamo che le cose possono cambiare.”

Sì, ‘possono cambiare’, perché per fortuna c’è chi alla casa comune ci pensa e si rimbocca le maniche. Climate Action South Tyrol nasce proprio con l’obiettivo di unire persone e organizzazioni che si impegnano a costruire un futuro più giusto e… più eco-logico.

“Siamo una grande alleanza” dice Theresa Kurz, in prima linea con Climate Action, con cui l’anno passato, assieme ad altri partner sul territorio, ha realizzato il ‘Clima Show’, uno spettacolo in cui vengono presentati fatti e dati sul cambiamento climatico, e soluzioni specifiche per il Trentino-Alto Adige. “Siamo arrivati a venti repliche e a oltre duemila persone raggiunte – aggiunge – e l’anno scorso lo show è stato insignito del Premio Ambiente & Clima 2023.”

Altra iniziativa è il ‘Climate Action Cafè’, con cui sono arrivati all’Otro Mundo Festival di Chiusa, al Zugluft di Bressanone e ad A Place to B(z) di Bolzano, con l’obiettivo di promuovere il dialogo tra persone attraverso uno spazio di discussione e scambio di visioni sulla trasformazione socio-ecologica che anche il nostro Sudtirolo sta vivendo.

“Il rischio di scoraggiarsi è dietro l’angolo. A me personalmente aiuta molto il contatto con gli altri attivisti. Mi dà speranza e mi motiva – confida Kurz – la passione e l’impegno profuso dalle tante persone volontarie.”

Il paradosso è che in un mondo che va a mille all’ora, è proprio la bradipica lentezza della pubblica amministrazione e la riluttanza al cambiamento ad essere d’intralcio. E con la crisi climatica che bussa alla porta (o forse l’ha già sfondata?!) non è proprio un buon segnale. “Per questo è necessario agire rapidamente in molti settori. Facendo però attenzione a non cadere nel tranello dell’ambientalismo di facciata (greenwashing). Poi, da che mondo è mondo, il cambiamento dà fastidio: le abitudini, le comodità… “Questa inerzia però è ormai fuori luogo. L’Alto Adige potrebbe veramente essere ancora più bello e vivibile, e ci sono molti giovani con ottime idee, e penso che sia più che doveroso ascoltarli e dare loro fiducia, anche per scardinare questa superficiale diffidenza verso la novità. Il ‘Clima Show’ è la prova che la collaborazione inter-generazionale è possibile, ognuno impara qualcosa dall’altro, arricchendo così anche il proprio punto di vista, verso un orizzonte comune”.

L’Alto Adige, si sa, è terreno fertile per l’associazionismo, anche quello ‘ecologico’. L’immenso lavoro portato avanti dai Fridays for Future, ma anche da altri gruppi di iniziativa popolare come Nosc Cunfin – che si batte da decenni per istituire una zona protetta ai Piani di Cunfin-, oppure la Plattform pro Pustertal, che assieme alla Federazione Ambientalisti dell’Alto Adige, il Heimatpflegeverband e Climate Action puntano i riflettori sulle opere problematiche legate alle Olimpiadi invernali del 2026. E la lista potrebbe continuare.

“Però un unico individuo è come una goccia nell’oceano, è il sistema che deve essere cambiato”, si dice ancora. Argomento più che valido, certo: “Per un Alto Adige climaticamente neutrale – continua Kurz – bisogna in primo luogo intervenire nel settore dei trasporti e del riscaldamento. I trasporti rappresentano oltre il 46% delle emissioni nel 2022, e il riscaldamento quasi il 25%. Dotandosi di infrastrutture adatte, il miglioramento potrebbe essere significativo. Bisogna però dire che questi dati fanno riferimento alle emissioni prodotte sul nostro territorio, ovviamente siamo co-responsabili anche delle emissioni che importiamo da altri paesi: per esempio, importiamo il 99% della carne, che ha un impatto enorme sul clima.”

La domanda decisiva è allora: “come può risultare desiderabile una civiltà ecologicamente sostenibile?”, come si chiedeva già a suo tempo Alex Langer. “A questo punto, credo davvero che la maggior parte della popolazione abbia capito che stiamo affrontando una crisi climatica, come dimostra anche un sondaggio condotto da EURAC e ASTAT. Tuttavia, ci sono molti ambiti in cui una singola persona ha poco potere d’azione, e questo porta a una sorta di senso di impotenza. Diventa desiderabile perché molte misure hanno effetti positivi anche in altri ambiti, per esempio, il traffico urbano. Una mobilità con meno auto significa: città più sicure, meno rumore, aria più pulita, con effetti positivi sulla salute pubblica, ci sarebbe più spazio per far giocare i bambini e così via.”

Esistono città pionieristiche, quasi profetiche, in questo campo: Barcellona, Copenaghen, Friburgo, solo per fare alcuni esempi. Parigi ha una delle reti di trasporto pubblico più dense ed efficienti al mondo e ha esteso la sua rete di piste ciclabili da 200 km (nel 2001) a più di 1000 km. David Hofmann, volontario di Climate Action, suggerisce anche la best practice spagnola di Pontevedra: “Una città della grandezza di Bolzano, che già da vent’anni ha eliminato il 90% della mobilità motorizzata individuale, aumentando la qualità di vita al punto da avere la crescita percentuale più alta di under 14 in Spagna. Faranno qualcosa di giusto, no?”

“Le maggiori resistenze si trovano a livello politico ed economico – dice Kurz senza mezzi termini – Sarebbe auspicabile che l’Alto Adige desse il buon esempio invece di rimanere indietro per l’avidità di pochi. Il piano climatico provinciale è privo di vincoli, per cui serve una legge sul clima a livello provinciale, come già è stato fatto in Catalogna e in alcuni stati tedeschi.”

“Cosa fare a partire da domani? Attivarsi e soprattutto ‘fare rumore’, unirsi, aderire a iniziative, avviare progetti, fare richieste alla politica o agire direttamente, discutere e confrontarsi e… Reduce, Reuse, Recycle, cioè ridurre i nostri consumi, riutilizzare e dare una nuova vita agli oggetti (per esempio, ragalandoli!) e riciclare i materiali scartati” conclude Kurz.

Il vero cambiamento deve avvenire a livello sistemico, chiaro, ma – come canterebbe Alessandro Mannarino – “… il mondo non cambia spesso, allora la tua vera rivoluzione sarà cambiare te stesso”.

Autore: Marco Valente

Un giurista meranese a Utrecht

Domenico Rosani è un giovane meranese che vive a Utrecht dove insegna diritto penale presso la facoltà di Giurisprudenza ed Economia.

Professor Rosani, quale è stato il percorso di studi che l’ha condotta a questa carriera universitaria e a questa cattedra?

Un percorso è spesso il frutto sia di pianificazione sia del caso, una combinazione di scelte strategiche e occasioni. Tra le prime rientra il fatto che io abbia voluto dare alla mia formazione un taglio internazionale, studiando diritto a Innsbruck e Rotterdam e lavorando poi a Bruxelles e Vienna. Anche nel mio dottorato, svolto a Innsbruck e Padova con la professoressa Margareth Helfer, mi sono concentrato su temi di respiro europeo. Avvicinandomi alla conclusione, cominciai a guardare verso il centro e nord Europa per i prossimi passi. Al più tardi qua entra in gioco il caso: l’università di Utrecht, una delle principali scuole di legge in Europa, aveva in quel periodo bandito una posizione da professore aggregato. Ed eccomi nei Paesi Bassi.

Lei si è occupato di più ambiti del diritto, può brevemente descriverli?

Se la società cambia, come deve cambiare il diritto? Questa è la domanda sottintesa a molte mie ricerche. Mi interesso infatti di come i principi del diritto si rapportano ai mutamenti sociali e tecnologici. Lo sviluppo digitale, ad esempio, ha portato all’introduzione di nuovi reati o a interpretare in maniera ampia quelli esistenti. Un canone fondamentale del nostro sistema ci imporrebbe però di essere prudenti a creare nuovi reati e di leggere restrittivamente le norme penali… L’Unione europea ha poi crescente influenza sui Paesi membri. Fino a che punto ciò è ammissibile senza violare il principio democratico e la sovranità degli Stati? Anche la giurisprudenza ha un peso sempre maggiore, anche perché i parlamenti delegano di fatto molte decisioni ad essa. Ciò però non è molto democratico e di sicuro sta portando a un sistema più frammentato e meno coerente.

In questo momento si sta occupando di “giovani e social media”, è davvero solo un problema dei giovani? Siamo certi che gli adulti siano informati di tutti i rischi legali che si possono correre dando vita ad un proprio profilo?

In tanti ambiti del diritto, chi è più giovane gode di una disciplina speciale perché “ne sa di meno”, mentre l’adulto, per definizione, sa come comportarsi. Rispetto ai giovani, agli adulti vengono quindi attribuite maggiori libertà, riconosciute più responsabilità e fornite meno tutele. Con riguardo alla tecnologia, non sono però sicuro che questo sia necessariamente corretto, in quanto pure tanti adulti hanno una conoscenza limitata degli strumenti digitali e di ciò che vi sta dietro. Allo stesso tempo, questo non deve far dimenticare che anche tanti “nativi digitali”, a dispetto del nome, spesso non sono consapevoli delle conseguenze, per sé e per altri, delle proprie azioni sui social media.

Lei vive a Utrecht, come si trova? 

Utrecht è stata per tanti secoli la città principale dei Paesi Bassi e lo si nota tuttora nella ricchezza degli edifici. La mia facoltà ha inoltre il privilegio di essere situata nel cuore del centro storico, il che aggiunge ulteriore bellezza alle giornate lavorative. Ho colleghi appassionati e un clima lavorativo molto positivo, favorito dall’approccio poco gerarchico tipico di questi posti. La cultura locale, poi, è molto pragmatica, rifuggendo i discorsi altisonanti e preferendo la sostanza. Aspetti positivi, questi, che permettono di chiudere un occhio sul meteo e sull’alimentazione olandese. 

Ha conosciuto altri italiani o magari altri altoatesini residenti nella stessa città o nelle vicinanze? 

Se in passato i Paesi Bassi hanno conosciuto la dominazione spagnola, si dice che ora sperimentino quella italiana. Sono infatti moltissimi i nostri connazionali che si sono trasferiti qua per lavoro, in particolare in ambito accademico. Con molti di essi si entra rapidamente in confidenza, sia per la comune origine culturale, sia per il percorso professionale simile. Esiste poi una rete di altoatesini all’estero, chiamata “Südstern”, che permette di entrare in contatto tra persone della nostra terra.

Stando all’estero avrà modo di apprezzare alcuni aspetti della mentalità e dello stile di vita olandese e forse di essere a disagio per altri.

La popolazione olandese è molto gentile: tanto al lavoro come al supermercato, si viene spesso salutati con un sorriso e una battuta. Questo è sicuramente qualcosa che manca in altri posti d’Europa. Al contempo, non è facile entrare in maggiore confidenza: tutti sono sempre impegnati e tendono a pianificare ogni aspetto della propria vita. Mi è successo di dover organizzare una cena fra amici con tre mesi di anticipo, perché prima nessuno aveva tempo! Se quindi tanti popoli potrebbero imparare dalla cordialità e apertura mentale degli olandesi, pure a loro non farebbe male acquistare un po’ della spontaneità e semplicità di vita propria di noi più “meridionali”.

Cosa rimpiange della sua città?

Lasciando ora da parte famiglia e amici, certamente Merano presenta una bellezza diffusa che è difficile ritrovare altrove. Una città leggera ed elegante, luogo di incontro tra culture, in una mite conca circondata da alte montagne e belle valli – se sicuramente ci sono tanti bei posti nel mondo, Merano è senz’altro uno di essi! In particolare, nei Paesi Bassi non è facile trovare simili angoli di natura e pure il sole non si fa vedere troppo spesso. Al contempo, ciò insegna ad apprezzare anche i più piccoli momenti di bellezza.

Da questa distanza come le appare l’Alto Adige con le sue problematiche storico-politiche e sociali?

Vivere all’estero permette di osservare la propria terra con un occhio più distaccato. Io noto una idealizzazione del modo di vita sudtirolese e delle sue caratteristiche: l’ambiente, il dialetto, i tre gruppi linguistici, l’efficienza. Sembra voler dire: “Noi siamo meglio”. A uno sguardo più attento, si notano però varie rigidità che magari, dall’interno, possono sembrare normali. Ad esempio, una certa tensione a ripetere gli schemi usuali, anche tra gruppi linguistici, oppure una divisione di fatto tra popolazione autoctona e immigrata, o una concezione utilitaristica dell’ambiente.

Quando qui vengono indette nuove elezioni, comunali, provinciali o nazionali lei ha modo di tenersi aggiornato, seguire le campagne elettorali, farsi un’idea che la guidi poi nella scelta alle urne? 

Il momento “passivo” – tenersi informato, seguire i dibattiti – non è un problema: buona parte delle notizie giunge anche nei Paesi Bassi. Il momento “attivo”, invece, può essere più difficile. Ad esempio, per le elezioni comunali in primavera, uno dovrebbe tornare due volte in città nel giro di poche settimane, per eleggere prima il consiglio comunale e quindi per il ballottaggio. Sorprende che per le elezioni provinciali sia stata introdotta la possibilità di votare per posta ma non per quelle comunali.

Trovandosi all’estero avrà avuto modo di vedere soluzioni interessanti a questo o a quel problema come ambiente, viabilità, sostenibilità, sostegno ai giovani, educazione, cultura, per nominarne solo alcune. Se potesse, quali consigli avrebbe per Merano o magari per la provincia tutta?

Non ci sono soluzioni che funzionano dappertutto. All’Alto Adige penso però farebbe bene “osare” di più, lasciando maggiore libertà di provare strade diverse da quelle abituali. È questo un discorso che si potrebbe fare in tanti settori: tanto in ambito culturale, educativo, della ricerca, quanto con riguardo ai rapporti sociali o all’economia. A riguardo si potrebbe trarre ispirazione dalla cultura olandese, che tende a sostenere chi sperimenta e innova. In provincia c’è poi un problema salariale: mentre c’è chi sta molto bene, gli stipendi di tante persone non corrispondono al costo della vita. Questo è un motivo perché non pochi vanno a lavorare all’estero.

Che cosa considera invece un irrinunciabile bene prezioso della nostra città o della nostra provincia? 

La nostra terra ti insegna ad essere straniero. Parlare più lingue e saper essere a proprio agio in ambienti culturali diversi, a cui non appartieni totalmente, è un grande vantaggio in un mondo interconnesso. Un simile straniero conosce a fondo un posto e la sua cultura e però, al contempo, conserva da essi una giusta distanza e autonomia. Mantenere lo sguardo dello straniero, all’estero come in patria, ti permette di essere più libero. In tal senso, l’Alto Adige, con la sua storia e culture, è una fucina di potenziali “stranieri” di questo tipo, di cui il mondo ha tanto bisogno.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Elisa Morra e il mestiere della cardiologa, vissuto con grande passione

Elisa Morra è stata sostituto del direttore e responsabile della struttura prove funzionali dell’Unità Operativa Complessa di Cardiologia dell’Ospedale di Merano. Nell’ambito del club Soroptimist si è già spesa molto per porre l’accento sulle malattie cardiovascolari nel sesso femminile sottolineando come esse siano la prima causa di morte e ne ha evidenziato le differenze sia sul piano clinico che anatomopatologico rispetto al sesso maschile.

Dottoressa Morra lei è una cardiologa, qual è il corso di studi che conduce a questa difficile professione?

Dopo la maturità classica conseguita a Mantova dove abitavo, ho effettuato il successivo percorso di studi presso la università di Padova, scelta motivata dalla vicinanza alla residenza e dal prestigio dell’ateneo.  Il corso di laurea è della durata di 6 anni cui è conseguito un periodo di tirocinio postlaurea e poi il corso di specializzazione in cardiologia della durata di 4 anni. Allora non esisteva ancora il numero chiuso per l’accesso alla facoltà, eravamo 3000 matricole, la selezione è stata molto dura con un numero elevato di abbandono, tanto che alla fine del corso ci conoscevamo tutti. Comunque nella nostra professione non si finisce mai di studiare e di imparare, l’aggiornamento deve essere continuo perché la medicina fa enormi passi sia in campo diagnostico che terapeutico.

Lei è emiliana, cosa la condusse a Bolzano e quando?

Potrei rispondere con il titolo di un libro, ovvero “va dove ti porta il cuore “. Ho conosciuto mio marito a Padova, frequentavamo lo stesso corso di studi, lui è di Bolzano, di madrelingua tedesca, aveva già conseguito il patentino di bilinguismo e vinto un concorso presso l’ospedale di Bolzano, per cui nel 1983 ci siamo sposati e da allora vivo a Bolzano.

Per la sua professione dovette studiare il tedesco? Fu dura? Quali strategie di studio le consentirono in breve tempo di ottenere il patentino? 

Ho studiato il tedesco partendo dalle basi, ho fatto un corso a Padova presso il Goethe-Institut durante la specializzazione in cardiologia, poi a Bolzano i corsi organizzati dalla provincia e anche lezioni private. Non la ho trovata una lingua così difficile come dicono, forse perché avendo studiato latino per 7 anni sono stata facilitata per le regole grammaticali. Indipendentemente dal risultato che avrei conseguito, ho sempre ritenuto che   l’apprendimento di una lingua straniera sia un arricchimento culturale oltre che una grande opportunità.

Da donna e da italiana come fu accolta dai colleghi in reparto? 

Sono stata sempre ben accolta dai colleghi nonostante fossi donna e di madrelingua italiana.

Quali ostacoli riuscì ad infrangere a quali invece le impedirono di evolvere nella sua carriera? 

Pur essendo donna in un ambiente di lavoro a quel tempo prevalentemente maschile, sono riuscita a rapportarmi positivamente con tutti i colleghi/e di ambedue i gruppi linguistici e con i pazienti. Un ostacolo che mi rallentò nella progressione della carriera è stata la rigida attuazione a quei tempi della proporzionale etnica.

Lei è anche madre e oggi nonna felice, cosa significò la sua maternità in ambito lavorativo? Rientrata al lavoro dopo il consueto periodo di maternità dovette cambiare qualcosa nel ritmo e nell’impegno? 

Io ho avuto un solo figlio quando svolgevo libera professione facendo guardie mediche in val di Fiemme e supplenze dei medici di base per cui il mio periodo di assenza dal lavoro è stato molto breve. Nel 1989 sono stata assunta all’ospedale di Merano quando mio figlio aveva 4 anni e frequentava già la scuola materna. Conciliare lavoro e famiglia è stato molto difficile anche perché mio marito aveva lo stesso impegno nell’ospedale di Bolzano. Ho avuto la fortuna di avere suoceri ancora giovani e in buona salute che ci hanno aiutato molto.

Questo la penalizzò sul piano della carriera? 

Nel mio caso la maternità non ha influito sulla carriera ma mi ha imposto di conciliare al meglio, direi quasi al minuto, la vita familiare e lavorativa 

Come medico e come donna cosa vorrebbe raccomandare alle ragazze e alle giovani donne? 

Considerando che 1/3 del nostro tempo lo trascorriamo al lavoro, consiglio alle giovani di scegliere una professione che piaccia, non basata esclusivamente su prospettive di carriera e guadagno. Se le persone sono motivate – e le giovani di oggi lo sono spesso, si possono raggiungere comunque, pur con mille difficoltà gli obiettivi, che si sono proposti.
A loro posso dire di non scoraggiarsi di fronte alle difficoltà e non demordere. La vita non è sempre facile e le difficoltà aiutano anche a crescere.

Se dovesse ricominciare da zero cosa cambierebbe? 

Non cambierei nulla, ho amato il mio lavoro e penso di averlo svolto con impegno e dedizione. Per me che lo ho scelto resta un lavoro meraviglioso. Quello del lavoro è stato un periodo  anche molto faticoso, sia fisicamente che psicologicamente, ma sono stata ricompensata dalla fiducia e dalla gratitudine dei pazienti.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Tra Benin e Togo nel nome della pace

“Bonne arrivée! Accomodatevi, arrivo subito con dell’acqua così poi possiamo cominciare a parlare…”. Con un sorso d’acqua, ovvero un piccolo gesto di ospitalità. È così che sono cominciati molti degli incontri che alcuni soci dell’associazione Pozzo di Giacobbe Jakobsbrunnen e i giovani scout di Merano – sette persone in tutto – hanno vissuto nel loro recentissimo viaggio tra Benin e Togo.

Siamo partiti con qualche domanda, ma siamo tornati con il doppio degli interrogativi, se non il triplo. In un certo senso, quindi, ci siamo arricchiti – riconosce Sofia Rizzi, la più giovane della delegazione – “Alle persone che abbiamo incontrato abbiamo chiesto ‘cos’è per te la pace concreta?’, proprio perché prima di partire, anche con gli altri ragazzi scout, ci siamo detti che spesso tra pace e guerra c’è una ‘zona grigia’, fatta di paci effimere, di dialoghi mancati e di indifferenza. Quindi quale occasione migliore per approfondire il tema della pace raccogliendo i punti di vista addirittura da un altro continente”.

La pace ha bisogno di incontro, di scambio; ha bisogno di “saltatori di muri”, come direbbe Alex Langer, e di andare oltre se stessi. E “andare oltre” qualche volta significa anche viaggiare.
Il rischio è, però, quello di viaggiare con superficialità, e la sfida, quindi, è viaggiare “con stile”, cioè senza pregiudizi o, comunque, consapevoli di averne, e quindi nella libertà di mettersi continuamente in discussione.

Natitingou

“I primi giorni siamo stati alla casa-famiglia di Christine e Andrè a Natitingou, in Benin. Ciò che mi ha veramente colpito – racconta Matteo Ghione – è stata la loro filosofia di tenere le porte aperte a chiunque, offrendo calore familiare o anche solo un pasto a chi ne ha bisogno”.
Christine e Andrè hanno vissuto per diverso tempo in Italia, però poi hanno deciso di tornare, di spendersi completamente per la propria comunità e in particolar modo per i più vulnerabili. Oltre alla casa-famiglia, gestiscono un eco-centro: per puntare sulla raccolta e il riciclaggio di rifiuti, ma anche sulla formazione e la sensibilizzazione su temi ambientali. Una sfida urgente e quanto mai attuale.

La pace, l’ambiente, sono concetti dal sapore quotidiano per chi ha la promessa scout nel cuore. “Paradossalmente è grazie all’incontro con altri scout, dall’altra parte del mondo, che ci rendiamo conto di quanto sia importante questa proposta: i valori che l’accompagnano e che danno un orizzonte a questi bambini e ragazzi, educandoli alla cura della comunità, degli altri, dei più deboli. – spiega Nicola Balzarini – È qui che ci si misura, che si può fare la differenza: allenandosi all’attenzione verso i più piccoli e coloro che stanno ai margini. Ci siamo ritrovati gli uni accanto agli altri, come se fossimo parte di un’unica famiglia, rinvigoriti da un senso di fraternità, per esempio, durante la marcia della pace del primo dell’anno”.

Djougou

Dopo l’ospitalità di Christine e Andrè e lo scambio di visioni con gli scout, il viaggio è proseguito verso Djougou, sempre in Benin, per incontrare vecchi e nuovi amici, e visitare il pozzo realizzato in memoria di Lia Marzoli.

“Siamo arrivati al calar del sole – ricorda Ester Orso, nipote di Lia – in motocicletta, perché la strada è un sentiero che attraversa la savana. Abbiamo visto come la condivisione di un bene primario come l’acqua possa essere lo strumento ideale per favorire la coesione sociale. Ma è stato anche toccante vedere con i propri occhi come la nostra comunità, riunita intorno alla morte della nonna, abbia potuto realizzare una trasformazione concreta a favore di un’altra comunità in un altro angolo del mondo”.

Aniè

Sono ore e ore di strada, un confine e parecchie peripezie – per utilizzare un eufemismo – ciò che separa Djougou da Aniè, città nel centro del Togo dove è direttore scolastico don Emmanuel, prete e insegnante per vocazione.

Don Emmanuel parla cinque lingue molto bene, sei con il francese, l’italiano, si fa capire in inglese, e sa pure qualche frase in tedesco… In più riesce a comunicare ancora in un paio di altre lingue locali. “È davvero importante che i giovani sappiano le lingue, per riuscire a trasmettere il proprio messaggio. Come puoi farlo se non conosci le lingue? Imparare le lingue è necessario per entrare in sintonia”, bacchetta don Emmanuel, mosso dalla sua indole pedagogica. Si tratta senz’altro di un’affermazione che dà da pensare a un gruppo di sette meranesi-sudtirolesi, che si interrogano sulla pace e sul dialogo.

Pensieri

“Il mio primo pensiero? Atterrata in Africa, la sensazione è stata quella di essere tornati in un posto del mondo che puoi inspiegabilmente considerare ‘casa’. I colori, gli odori e la natura ti catapultano in una nuova e diversa realtà. – confida Ester, al suo secondo viaggio assieme al Pozzo di Giacobbe – Poi mi colpisce quel bisogno di ritornare a una dimensione comunitaria, ricca di solidarietà”, aggiunge.

Sofia è, invece, in difficoltà “perché il primo pensiero che ho avuto è stato: ma come racconto questo? Come faccio a raccontare quello che vedo, quello che sto vivendo? Ho paura di perdermi qualcosa o di semplificare troppo”.

“Forse abbiamo due percezioni del tempo diverse, – ammette Adele Aderenti – si dice che in Europa abbiamo l’orologio, mentre in Africa hanno il tempo. Questo inno alla lentezza è incarnato da molti, e a volte si scontra con la nostra frenesia. Appena si esce dalle metropoli, come Lomé e Cotonou, il tempo è ancora scandito dalla natura: il giorno e la luce, la notte e il buio, le piogge, la semina dell’igname e la raccolta dei manghi. Noi ci siamo scordati del ritmo della natura”.

Viaggiare “con stile” permette sempre di aggiornare la propria visione del mondo, affinché rimanga malleabile, “perché dobbiamo abbandonare quella presunzione di riuscire a capire il mondo in un batter d’occhio, soltanto guardandolo di sfuggita o leggendo un post scritto male”.

Tirando le somme: “belli i tramonti, i maestosi baobab, gli sparvieri che solcano i cieli annebbiati dalla polvere del Sahara, ma poi c’è dell’altro, in un’ottica di scambio, di relazione. Il rischio è di riempirsi gli occhi di un’Africa da romanzo, oppure di atteggiarsi da piccoli Babbi Natale, riducendo il “fare del bene” a un “mi fa sentire meglio”. Il desiderio, invece, è quello di incontrare, di instaurare relazioni autentiche con le persone, con cui realizzare uno scambio vero, allontanando quella tossica convinzione che “noi” abbiamo solo da dare e solo da insegnare”.

Autore: Marco Valente

Parliamo di intelligenza emotiva, per favore!

“La nostra gioventù ama il lusso, è maleducata, se ne infischia dell’autorità…” eccetera. Questa frase la si trova in rete e viene furbescamente attribuita a Socrate, ma poco importa in realtà che l’abbia detta lui o meno, si tratta infatti di un pensiero diffuso trasversalmente in tutte le epoche, cioè: i giovani sono problematici. Ma, in fondo, è davvero una questione generazionale? O forse è semplicemente il trito e ritrito conflitto tra il vecchio e il nuovo?

Ecco, se dovessi scrivere un articolo sull’intelligenza emotiva comincerei proprio così: citazione farlocca presa dal web e predicozzo sui conflitti intergenerazionali. Ma sotto-sotto io non so cosa sia l’intelligenza emotiva, posso intuirne i contenuti, ma rimango pur sempre un profano. E a quanto pare va bene così!

Va bene così, perché per capire che i “giovani” (categoria rigorosamente monolitica!) non si conformano, ma si ribellano e sperimentano, non ci vuole un esperto in psicologia.

Spesso li giudichiamo con leggerezza, senza considerare che – oggi più che mai – vivono in un mondo fatto di ignoto e di futuro incerto. E questo scenario rende l’intelligenza emotiva più rilevante che mai, perché non è solo una competenza individuale, ma anche un antidoto per affrontare le sfide che ci circondano.

Per convincervi che non serve essere esperti per prendere dimestichezza con l’intelligenza emotiva, mi faccio aiutare da… un’esperta: Francesca Alemanno, psicologa e psicoterapeuta.

“La vera sfida educativa è prendere per mano i giovani e accompagnarli in quello che decideranno essere il loro futuro. Ciò non significa preservarli da ogni rischio, come si fa con dei vasi di porcellana, ma accompagnarli e sostenerli ad affrontare il mondo in autonomia.”

Però il mondo è pieno di rischi, è un po’ come una “foresta”.

“Certo, di per sé la foresta nasconde in sé molti pericoli, però è anche un luogo ricco di opportunità (e di biodiversità). Maldestramente potremmo avere la tentazione di vietarne l’ingresso ai “giovani”… ma di poche cose si può essere certi a questo mondo, e una di queste è che, proibita o no, in quella foresta ci andranno, tanto vale – quindi – fornire loro gli strumenti per affrontarla.”

Del resto evitare loro ogni difficoltà significa privarli della possibilità di sviluppare resilienza e “antifragilità”. 

“Un concetto affascinante coniato da Nassim Taleb, che descrive l’attitudine di un oggetto o di un sistema di migliorarsi in seguito a un trauma. Jonathan Haidt, psicologo americano, lo applica al sistema immunitario psicologico. Imparare a gestire sofferenze, ingiustizie, tensioni ed emozioni negative trasformandole in risorse per crescere, e poi, saper riconoscere le proprie emozioni, gestirle in modo sano e – quindi – comprendere le emozioni altrui, sviluppando empatia, è essere emotivamente intelligenti.”

Eccoci arrivati all’intelligenza emotiva. Quelli bravi ora direbbero che “l’intelligenza scolastica è la più sopravvalutata di tutte le intelligenze”…

Sì, perché non basta saper fare calcoli complessi, scrivere testi, avere una cultura enciclopedica… in pratica essere ChatGPT. Bisogna essere capaci di costruire e gestire relazioni sane e significative.
Ricordandoci che la foresta è foresta, anche per noi. È sorpresa, è novità. E che per crescere giovani antifragili, c’è bisogno di educatori antifragili ed emotivamente intelligenti.”

Quindi, zaino in spalla, ché si va nella foresta.

Autore: Marco Valente

Il 6 gennaio è deceduto il famoso archeologo e etnografo Reimo Lunz

Archeologo, etnografo, autore di numerosi libri, direttore del Museo civico di Bolzano, collaboratore della Sovrintendenza ai beni culturali, collaboratore della rivista Der Schlern, importanti furono gli studi, gli scavi, gli scritti e le scoperte che Reimo Lunz compì nell’arco della sua carriera, consentendo di comprendere meglio il territorio altoatesino e per certi versi l’intero arco alpino ponendo spesso a confronto lo sviluppo delle popolazioni che lo percorsero e lo abitarono nelle varie epoche dalla protostoria all’antichità. 

Reimo Lunz studiò fra l’altro gli influssi culturali fra le diverse popolazioni che attraversarono e si stanziarono nelle zone alpine e riscontrabili nei reperti archeologici soprattutto nella produzione di alcuni oggetti metallici della prima e media età del bronzo rinvenuti nella nostra regione. 

Così Lunz scriveva ad esempio nel saggio intitolato “Considerazioni sull’età del bronzo finale e la prima età del ferro nel Trentino – Alto Adige” e pubblicato nel Vol. XLVII di Studi Trentini di Scienze Naturali del 1970. 

“Gli influssi culturali dell’area bavarese e danubiana che si rispecchiano soprattutto in una serie di oggetti metallici della prima e media età del bronzo rinvenuti nella nostra regione alpina, si vanno via via perdendo durante un orizzonte recente dell’età del bronzo dando luogo ad un intensificarsi dei rapporti con la zona prealpina tra Brenta e Mincio. Da un esame dei materiali della prima e media età del bronzo, ci sono parsi d’intravvedere, nelle vallate alpine, diversi centri locali, con uno specifico inventario di forme vascolari e di bronzi; anche per una fase recente dell’età del bronzo, notiamo un fenomeno analogo determinato più che altro dalla posizione geografica delle singole aree prese in considerazione. Nei bronzi ravvisiamo diversi punti di contatto con l’ambiente palafitticolo di Peschiera, mentre rimane circoscritta alla V al Pusteria l’infiltrazione di elementi irradianti dai bacini di Villach e Klagenfurt e dalla Stiria”. 

Reimo Lunz era nato a Innsbruck nel 1943, ma dopo la guerra la famiglia fece ritorno a Brunico dove Reimo frequentò le scuole elementari e medie. A Bressanone frequentò invece il liceo scientifico. Nel 1962 ebbe modo di partecipare agli scavi presso il cimitero di Windschnur vicino a Rasun e appartenente al periodo di Hallstatt. Da quel momento l’archeologia divenne la passione e la professione di una vita. Nel 1964 infatti iniziò a studiare preistoria e storia antica all’Università di Innsbruck, che completò nel 1971 dopo un periodo di studi anche all’Università di Marburgo. La sua tesi, supervisionata da Osmund Menghin, direttore del Dipartimento di Preistoria e Storia Antica della Regione Alpina dell’Università di Innsbruck, era intitolata “Studi sulla fine dell’età del bronzo e sull’età del ferro antica nella regione alpina meridionale”. Nel 1973 pubblicò con Athesia Preistoria e protostoria dell’Alto Adige. Nello stesso anno, sempre con Athesia, pubblicò La collezione archeologica del Museo civico di Bolzano. L’anno dopo con Sansoni pubblicò Studi sulla tarda età del bronzo e sull’età del ferro antico nella regione alpina meridionale.  Nel 1981 pubblicò Venosten und Raeter che resterà una pietra miliare negli studi sulla Val Venosta. 

Numerosissimi furono gli scavi archeologici cui prese parte e altrettanti che diresse sia nel Tirolo del Nord che in Trentino e ovviamente in Alto Adige. La sua attenzione scientifica si concentrò in particolare sull’età del ferro, ma i suoi numerosi scavi lo fecero progredire anche nella conoscenza di altre epoche. Egli scoprì ad esempio diversi luoghi di riposo di cacciatori mesolitici sui passi dell’Alto Adige. 

Dal 1971 al 1999 Reimo Lunz lavorò al Museo Civico di Bolzano. Qui la sua carriera iniziò dapprima come conservatore della sezione archeologica e, a partire dal 1986, divenne il direttore del museo. Nel 1977 fu premiato con l’ambito riconoscimento “Walther von der Vogelweide Preis” e nel 1982 la città di Brunico gli conferì la Medaglia d’onore per la cultura. Negli anni Novanta sotto la sua direzione ci fu la riorganizzazione, secondo schemi scientificamente più rigorosi, dell’esposizione archeologica del museo. Ai funerali, tenutisi a Brunico, Helmut Rizzolli ha ricordato con parole toccanti l’attività scientifica di questo studioso. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

“Il tennis è la mia vita, con un futuro ancora da scrivere”

Nicolò Toffanin ha ventun anni, e la sua vita si intreccia indissolubilmente con il tennis, un amore che è nato da bambino e che lo ha portato a conquistare i primi punti ATP, un traguardo che ha reso il suo sogno professionale sempre più concreto. Lontano dal frastuono dei grandi centri sportivi, Nicolò è cresciuto a Laives, ma la sua carriera l’ha portato a esplorare orizzonti sempre più ampi. Oggi andremo ad intervistarlo per conoscere meglio questo giovane talento, che con sacrificio e passione sta costruendo il suo cammino nel mondo del tennis.

Nicolò, raccontaci un po’ di te… 

Sono nato e cresciuto a Laives, ma ho frequentato la scuola a Bolzano, prima alle elementari e medie alla scuola privata Marcelline, poi i primi due anni di liceo al Toniolo, con indirizzo scientifico sportivo. Durante gli ultimi tre anni, ho cambiato scuola e sono passato all’Istituto Walther, una scelta che mi ha permesso di allenarmi la mattina e il pomeriggio e andare a scuola la sera, seguendo la mia passione per il tennis.

Come hai iniziato a giocare a tennis?

Ho cominciato a giocare all’età di quattro anni, ai campi di tennis di Laives, che purtroppo oggi non esistono più. A sette anni mi sono trasferito al circolo tennis di Caldaro, dove c’erano più bambini e allenatori. A dodici anni ho deciso di dedicarmi seriamente al tennis e ho conosciuto il Tc Rungg, dove mi alleno tutt’oggi. Credo sia la struttura più completa dell’Alto Adige e tra le migliori d’Italia per l’attività agonistica.

Chi ti ha ispirato a intraprendere questa carriera?

Mio nonno e mia mamma! Entrambi hanno giocato, ma mai a livello professionistico. Sono sempre stati molto vicini a questa disciplina, e credo che siano stati loro a trasmettermi l’amore per questo sport.

Quali pensi siano le caratteristiche più importanti per un tennista?

Sicuramente la forza mentale e la perseveranza. Questo sport richiede molta determinazione, e se non hai una mente forte, rischi di non andare lontano. Poi c’è la parte fisica, che oggi è sempre più determinante. Il talento tennistico arriva infine come un elemento aggiuntivo, ma senza le prime due caratteristiche, non si va lontano.

Hai fatto molta strada in poco tempo. Quali sono i tuoi risultati più significativi finora?

L’anno scorso è stato molto positivo: ho conquistato il mio primo punto ATP, e successivamente altri due. Alla fine dell’anno, ho ottenuto il mio miglior ranking, 1539° al mondo. Questo mi ha dato una grande soddisfazione, e mi ha fatto capire che posso alzare il mio livello di gioco.

Quali sono i tuoi obiettivi per il futuro?

Quest’anno mi sono reso conto di aver alzato molto il mio livello di gioco, ma so che ora la sfida è riuscire a mantenerlo costante e a esprimerlo su più partite possibili. Voglio continuare a crescere e a migliorare.

Consiglieresti il tennis ad altri ragazzi?

Assolutamente sì. Il tennis è uno sport che ti insegna molto, non solo sul piano atletico, ma anche nella vita. Ti mette di fronte a sfide che devi affrontare da solo, e questo ti aiuta a sviluppare una grande resilienza. È un’esperienza che ti forma, e credo che ogni ragazzo dovrebbe provarlo.

Hobby al di fuori del tennis?

I miei hobby sono l’hockey, che ho praticato da bambino fino a otto anni, e gli sport automobilistici, una passione che seguo con grande entusiasmo. 

Autore: Niccolò Dametto

La “rinascita” di Tamara Lunger

Poter toccare il cielo dalla cima (o quasi) del K2 non è cosa per tutti. Davvero in pochi sarebbero inoltre in grado di trovare la forza di spirito e la volontà d’animo per continuare ad inseguire una passione dopo un fatto tragico. Lei è fra quei pochi, perché “lei” è Tamara Lunger, un’atleta che non ha certo bisogno di presentazioni.

L’auditorium Alma Bertotti di Egna era affollato, quando Tamara Lunger, ospite della sezione locale del Cai si è aperta al pubblico raccontando la sua vita, le sue imprese e le sue aspirazioni. “Di solito proponiamo due serate all’anno a tema montagna, e negli ultimi sette anni sono state una trentina le personalità che sono intervenute – spiega il presidente del Cai Luca Dondero, aggiungendo che si tratta d “ospiti preziosi perché hanno contribuito a divulgare la cultura e dell’alpinismo”. 

E davanti ad un pubblico attento, Tamara Lunger si è concentrata sul racconto delle sue due ultime grandi imprese, ma soprattutto sull’ultima l’ascesa al K2, una spedizione cominciata con tanto entusiasmo e finita in tragedia, con cinque alpinisti morti. 

Tamara, perché ha scelto di raccontare proprio quell’episodio? 

Perché da lì in avanti ho cambiato vita. Ho passato un anno chiusa in casa nella mia tristezza. Poi ho deciso di fare un passo avanti e prendere in mano la mia vita cercando di capire meglio la mia attuale personalità e scegliendo un altro rapporto con la montagna. Mi sono trovata costretta a farlo e questo mi ha salvato la vita. 

Come sta andando? 

Ci sto riuscendo piano piano; è un percorso lungo, perché finora ho vissuto in simbiosi con lo sport e la montagna, fattori che adesso non vedo più nello stesso modo di prima. Ho dovuto mollare ed è stato difficilissimo da accettare. Adesso sono diventata allenatrice di rigenerazione, ho ritrovato un equilibrio ed ho lavorato molto su di me.

Da dove arriva questa sua passione per la montagna? 

Fin da bambina ero sempre in giro con il mio papà, che partecipava a gare di mountain bike. È stato lì che ho capito che sarei diventata un’atleta professionista, anche se non sapevo ancora in quale specialità. Ero appassionata di atletica leggera, ma ho fatto tanti sport. Scalavo, ma lo sci alpinismo è stato il primo amore e mi ha permesso di fare le gare, entrando anche in nazionale. 

Questo fino all’incidente sul K2… Se potesse, tornerebbe indietro? Farebbe un’altra vita? 

Mai: sceglierei sempre lo sport! La montagna per me è la maestra più grande dopo la mia famiglia: una maestra silenziosa ma molto forte.

Che cosa porta dentro di sé dopo la serata pubblica ad Egna?

Erano anni che non facevo più nulla in Alto Adige, e ne sono uscita soddisfatta. È stato bello il feedback che ho ricevuto dal pubblico, mi piace pensare che io possa ispirare qualcuno, e vorrei davvero andare avanti a lavorare sul discorso motivazionale.

Vuole lanciare un messaggio motivazionale ai nostri lettori? 

Certo, e non solo a chi sceglie di andare in montagna: restiamo umani. La tecnologia ci aiuta, ma allo stesso tempo può essere anche una trappola. Noi tutti siamo speciali e unici: teniamo d’occhio le emozioni, usiamo le nostre intuizioni per decidere, e non facciamoci comandare da un computer. E poi: non seguiamo la massa: prendiamoci tempo e spazio per seguire e capire meglio noi stessi.

Autore: Daniele Bebber

Tutto un secolo di telecomunicazioni

Una volta c’erano i Posti telefonici pubblici, le cabine per le strade e i telefoni in casa, prima neri e poi “bigrigi”. Nei posti telefonici pubblici si andava per ricevere una telefonata da qualcuno o per farla, quando il telefono a casa era solo un sogno.

Al Posto telefonico pubblico chiedevi di parlare con Tizio. Il gestore chiamava la mitica “signorina”, quella che sapeva un po’ i fatti di tutti(!) e chiedeva di mandare un avviso al posto pubblico del paese di Tizio, che gli faceva recapitare a sua volta un avviso con un fattorino. Tizio doveva presentarsi ad una certa ora per parlare con te. E così quando entrambi eravamo al Posto pubblico del nostro paese, la “magia” della signorina ci metteva in comunicazione. Se lo raccontate oggi ad un ragazzo, non potrà che strabuzzare gli occhi! 

Piano piano poi venne la “teleselezione”, quella che ti faceva mettere il prefisso del distretto chiamato prima del numero di telefono e potevi finalmente telefonare direttamente a casa dell’amico o del parente lontano. E poi vennero le cabine telefoniche stradali, i telefoni a gettonee poi a moneta e con la scheda telefonica, tutti reperti che mostrati oggi fanno tenerezza, mentre quelle cabine piano piano vengono smantellate e se fai vedere un telefono a disco a un bambino ti chiede cosa sia e non capisce quella strana rotella coi buchi. Quella rotella dove i genitori infilavano un lucchetto perché i figli non abusassero del telefono (telefonare costava!) e che i figli prontamente trovarono il modo di eludere ticchettando sulla forcella, quei due puntini sui quali si appoggiava la cornetta per aprire e chiudere i contatti. 

Venne anche il tempo di fare arrivare il telefono nelle case di tutti: eravamo nei primi anni Settanta e in Alto Adige si facevano chilometri di palificazioni e scavi per portare i cavi del telefono nelle frazioni più sperdute e nei masi più in quota. 

In Val Senales, a Maso Corto, si realizzò il primo collegamento in ponte radio per dotare la stazione a monte di un telefono che la collegasse con il resto del mondo. E sempre a Maso Corto arrivò anni dopo, nelle mani di quel visionario che fu Leo Gurchler, il primo telefono portatile. Era una valigetta più grande di una ventiquattrore e neanche tanto leggera che conteneva il tutto! Sono ricordi di un tempo andato, legati ad alcuni anniversari tondi celebrati nel 2024 appena salutato. 

Era il 1924 infatti, cent’anni fa, quando furono fondale le aziende che gestivano le telecomunicazioni del territorio nazionale. La Telve era quella che presidiava il territorio del Triveneto e quindi anche la nostra regione. Nel 1964 dalla fusione di queste aziende nacque la Sip e trent’anni dopo nel 1994 un’altra operazione di fusione eliminò lo spezzatino di gestori di TLC in Italia dando vita a Telecom Italia dalla cui costola nacque Tim per gestire la telefonia mobile che nel frattempo si stava diffondendo a passi da gigante. Tim ha mandato in pensione il vecchio marchio di Telecom Italia per assorbire anche la telefonia fissa ed offrire molti servizi di information tecnology (IT) come web cloud e hosting. L’ultimo passaggio – quello forse più grande e decisivo che chiude un capitolo storico – si è concretizzato lo scorso luglio, ovvero cento anni dopo, con lo scorporo da Tim della rete telefonica pubblica ceduta alla newco FiberCop. Una volta c’era Telecom Italia oggi ci sono Tim e FiberCop: cioè il mercato e i servizi da una parte la rete dall’altra. Un cambio epocale che forse non tutti abbiamo visto passare sotto i nostri occhi. Come capirlo in concreto? Non vedremo più armeggiare negli armadi sulle strade o intervenire a casa nostra i tecnici con le macchine rosse e la divisa Tim. Insomma: siamo passati dalle “signorine” col grembiule nero ed il colletto di pizzo bianco all’era delle telecomunicazioni senza confini nell’arco di cent’anni che molti, almeno in parte, hanno attraversato e possono ricordare.

Autore: Enzo Coco

Un anno di notizie, giorno per giorno

Con l’aiuto del direttore del quotidiano Alto Adige ripercorriamo insieme i fatti più importanti del 2024, gettando uno sguardo anche sulle più importanti aspettative per l’anno nuovo che si avvicina.


Anche quest’anno si rinnova l’appuntamento con la retrospettiva che vi proponiamo ripercorrendo i fatti più importanti di questo 2024. Come sapete i periodici QuiMedia non si occupano direttamente di politica nonché di cronaca nera e giudiziaria, ma tali fatti riaffiorano per forza di cose assieme alle altre notizie salienti quando nel corso del mese di dicembre ci sediamo a un tavolo assieme a un collega giornalista per tracciare una sorta di bilancio dell’anno che si sta per chiudere. Quest’anno abbiamo deciso di farci accompagnare da Mirco Marchiodi, il nuovo direttore del quotidiano Alto Adige subentrato ad Alberto Faustini nello scorso mese di maggio. Con lui abbiamo cercato di identificare i momenti più significativi di questo 2024, quelli che a nostro avviso sono riusciti in un modo o nell’altro, nel bene e nel male, a lasciare il segno.

L’INTERVISTA

Iniziamo dalla stretta attualità. Lo scandalo Benko-Hager sta davvero  scuotendo questi ultimi giorni del 2024…

Sì, rischia di essere il fatto dell’anno, anche se nel 2024 di cose ne sono successe tante, in realtà. Ad esempio l’accordo di governo in provincia tra SVP e Fratelli d’Italia è stato un passaggio davvero epocale per l’Alto Adige. La scoperta del ”sistema” Hager è altrettanto epocale perché rischia di avere conseguenze enormi, ma in realtà di scandali nel nostro territorio ne abbiamo già avuti, ad esempio con SEL e prima con Tangentopoli, quindi la cosa è meno inedita. A livello internazionale la rielezione di Trump è un altro fatto importante che finirà per avere conseguenze ovunque, anche in Alto Adige. Lo stesso vale per la crisi che si è profilata in Europa. Ci sono state le elezioni europee, ma a pesare di più sono le crisi politiche in Francia, Germania e Austria, tutti paesi vicini a noi. Le loro crisi indeboliscono di molto il continente in cui viviamo e quindi anche noi. Rispetto agli Stati Uniti di Trump, la Cina e la Russia, rischiamo anche noi di essere l’anello debole in quanto parte dell’Italia e dell’Europa. Basti guardare la crisi dell’auto in Germania e l’effetto a catena che si sta producendo in questo periodo in Italia e anche da noi. In Alto Adige abbiamo un indotto legato all’automotive che impiega tra i 10 e i 15 mila addetti e ci sono aziende importanti che rischiano di andare in crisi per mancanza di commesse, con la conseguenti cassa integrazione e licenziamenti. Significa perdita di ricchezza per il territorio; attualmente abbiamo un bilancio record della provincia di 8 miliardi ma se l’economia inizia ad andare male, le risorse pubbliche per forza di cose sono destinate a diminuire.  

In Alto Adige però il turismo tira ancora tantissimo, lo abbiamo visto anche in questi ultimi giorni con gli arrivi in massa per i mercatini di Natale.

Premetto che il turismo come tutti gli altri settori economici naturalmente è fondamentale per lo sviluppo del nostro territorio. Ma va ricordato che il turismo conta solo per un 10-12 % del prodotto interno lordo altoatesino. Insomma: è una parte importante ma non è in nessun modo maggioritaria. Le industrie e il manifatturiero, con le tante ditte artigiane che spesso hanno sede nella tanto bistrattata zona di Bolzano Sud, contano da soli per un 25%. Poi c’è il commercio con il suo 10-12 %, e così via… La nostra fortuna, in Alto Adige, è di avere un’economia equilibrata che non dipende da un unico settore e questo anche in passato è stato un grande vantaggio. Lo si vede anche dai numeri dell’occupazione. 

Questo è un altro tema delicato, noi soffriamo sempre di più del problema opposto rispetto a quello della disoccupazione. 

La piena occupazione naturalmente è un bene, ma c’è l’altra faccia della medaglia. Come quotidiano ce ne siamo occupati tanto quest’anno. Mancano occupati in tutti i settori e a tutti i livelli. Fino a poco tempo fa mancava solo la manodopera qualificata, ma ora manca tutto, persino nel turismo, nelle pulizie e naturalmente nei nostri ospedali. E con il cambiamento demografico nei prossimi anni sarà sempre peggio. 

Ci vorrebbe un approccio politico ad hoc, per riuscire ad affrontare questo grande problema e trovare delle soluzioni per risolverlo. 

C’è un numero che dice tutto. Negli anni ’50 e ’60 le nuove nascite in Alto Adige raggiungevano quota 8.000 ogni anno, mentre ora siamo a meno di 5.000. Gli 8.000 degli anni ’50 e ’60 ora stanno per andare in pensione e al loro posto subentrano i 5.000 che però sono pochi. Quindi nel giro di 10 anni ci mancheranno 25/30mila persone nel mercato del lavoro. Ci vuole un approccio nuovo, potremmo portarli da fuori ma…

Appunto: portare qui lavoratori da fuori deve essere sostenibile sotto diversi punti di vista, primi fra tutti i salari, il costo della vita e i prezzi degli alloggi. Per non parlare del consenso politico per alcuni partiti che si oppongono all’immigrazione.

Esatto. Ci sono diversi piani sui quali occorre lavorare. Una cosa è certa: abbiamo bisogno fin da subito di forza lavoro che venga da fuori, a prescindere dalla sua provenienza. E la politica non riuscirà a bloccare questo meccanismo. Ci sono degli aspetti sociali da affrontare, questo è certo. E l’integrazione che necessita e necessiterà in futuro non è solo linguistica, ma appunto anche sociale. è un compito che spetta a tutta la società, non solo alla politica. Poi c’è la questione abitativa, che è davvero un grosso problema.

Lì siamo arrivati ad una saturazione completa, in particolare a Bolzano. E le difficoltà non riguardano solo i lavoratori qualificati che vengono da fuori e le loro famiglie, ma anche i giovani altoatesini che lavorano qui e vogliono rendersi indipendenti, magari costruendosi una famiglia. E sappiamo quanto questo è importante per il futuro di tutti noi. 

La situazione è insostenibile e come abbiamo visto sul nostro giornale ormai tutti segnalano questa cosa. Lo dice l’università, lo dicono le imprese, lo dicono i sindacati, lo dicono le associazioni di volontariato, lo dice la stessa politica. Sul fatto che i costi degli alloggi siano diventati insostenibili siamo tutti d’accordo. Adesso però bisogna trovare un modo per uscirne. Ci vuole un approccio nuovo. Ci vogliono nuovi terreni ma anche un modo diverso di costruire che tenga in considerazione il fatto che le esigenze delle famiglie sono diverse oggi rispetto a quelle dei decenni scorsi. 

Parliamo di overtourism, fino a qualche anno fa non sapevamo neanche cosa volesse dire… 

Il fenomeno è stato massiccio anche in passato, ma la cosa nuova di quest’anno è la percezione negativa della popolazione locale verso il turismo. In determinate zone della provincia siamo arrivati oggettivamente a dei livelli difficilmente sostenibili. I numeri di per sé sono impressionanti. Se noi pensiamo ai più di 36 milioni di pernottamenti all’anno, questo vuol dire che noi ospitiamo ogni giorno in Alto Adige come media 100.000 turisti. è lo stesso numero degli abitanti di Bolzano. 

Anche qui: uno può fare i calcoli e dire che in realtà abbiamo tantissimi alberghi per ospitarli, ma questo ad esempio non vale per il capoluogo dove i turisti sempre di più occupano gli alloggi che appunto vengono a mancare nel mercato per i residenti.

Proprio così.

Poi c’è il tema della nuova povertà. Oggi ci sono tantissime persone, nella nostra provincia benestante, che in realtà pur lavorando fanno fatica ad arrivare alla fine del mese. C’è uno squilibrio sempre maggiore?

Le diseguaglianze in Alto Adige non sono così marcate come in altri territori, però si registra un aumento delle persone che fanno fatica. Spesso il problema è causato dal caro casa che si riflette sui mille ambiti della nostra vita, perché ad avere prezzi esorbitanti non sono solo gli alloggi ma anche i luoghi dove hanno sede le imprese, anche quelle più piccole come i bar che poi appunto aumentano il prezzo del caffè, ad esempio.

La sanità in Alto Adige continua ad avere una serie di problemi. Molte speranze erano state riposte nel nuovo assessore provinciale competente, per una volta almeno davvero competente in materia. Ma la strada da percorrere sembra ancora lunga.

Qualche segnale di buona volontà c’è stato, ma come per tutte le cose cambiare è difficile. Il nuovo assessore Messner è arrivato con tante idee ma si sta scontrando con la difficoltà di ottimizzare un sistema che ha una lunga storia. La buona volontà c’è ma in concreto facciamo molta fatica a vedere oggettivi miglioramenti.

Ci sono poi i temi della sicurezza, percepita e reale, e dell’ordine pubblico. Ma anche della sicurezza sul lavoro.   

Dalle lettere che arrivano al giornale vedo che il tema della sicurezza tocca davvero molte persone. La situazione è diversa tra i grandi centri, come Bolzano e Merano, e il resto della provincia. Nelle città i cittadini hanno percepito un aumento della microcriminalità, ma andando a vedere i dati non è vero che l’Alto Adige si sta trasformando nel Bronx. Le forze dell’ordine in ogni caso quest’anno hanno fatto sentire molto di più la loro presenza nel territorio, anche per favorire la collaborazione da parte dei cittadini e farli sentire ascoltati. 
Per quanto riguarda la sicurezza sul lavoro il grave incidente di giugno all’Aluminium di Bolzano è stato uno degli avvenimenti più tragici in questo senso. Bisogna fare di tutto perché questi incidenti non si verifichino, investendo su formazione e sicurezza. L’attenzione è alta ma non è mai abbastanza, così come non è mai abbastanza anche la prudenza che prestiamo sulle strade. 

Nei mesi scorsi si è parlato anche del modello scolastico, che ha un po’ scricchiolato sulla scia della proposta di creare una classe composta da soli bambini con una non sufficiente padronanza della lingua tedesca in una scuola elementare del capoluogo. Sono stati segnali nuovi nell’ottica che bisogna cominciare a pensare di mettere mano al nostro sistema scolastico?

La società sta cambiando e quindi ha esigenze diverse. Tanti ambiti sono ancora legati al passato e la scuola è da sempre uno di quelli che si toccano di meno, quindi facciamo fatica ad adeguarci ai cambiamenti che obiettivamente noi non potremo fermare. Le nostre scuole saranno sempre più “colorate” e si tratta di uno sviluppo inevitabile che senz’altro non potremo fermare erigendo muri, anche perché i cambiamenti poi i muri li abbattono, come sappiamo bene. La cosa positiva del tentativo di forzatura è che è partita una discussione in merito.

Poi ci sono state le elezioni comunali a Laives…

Le elezioni lì sono state un segnale di rottura rispetto al passato, su due fronti in particolare. Innanzitutto la comunità di lingua italiana ha perso il sindaco e questo è stato causa delle divisioni nel gruppo italiano. C’è stata una frammentazione incredibile sia nel centrodestra che nel centrosinistra italiani e questo ha portato all’elezione di un sindaco dell’SVP, anche se sappiamo che la comunità di lingua tedesca di Laives è assolutamente di minoranza rispetto a quella italiana. Non penso che la stessa cosa possa accadere anche a Bolzano, perché i rapporti di forza tra i gruppi sono abbastanza definiti. A Merano invece la composizione linguistica è molto più equilibrata e il prossimo anno potrà succedere di tutto. A Laives di fatto si è replicata a livello comunale l’alleanza tra SVP e Fratelli d’Italia varata l’anno scorso in Provincia. è un’alleanza che si sta muovendo anche ai massimi livelli, basti vedere i rapporti tra il presidente Kompatscher e la premier Meloni sulla riforma dello statuto di autonomia. 

C’è poi la natura che bussa, con i cambiamenti climatici. E poi nel 2024 si è parlato molto ancora del tema della gestione dei grandi carnivori.

Ne abbiamo scritto molto: gli eventi atmosferici sono sempre più violenti anche da noi. Si tratta di un tema che non scalda molto i lettori, però bisogna farci i conti, a tutti i livelli e in tutte le stagioni. In futuro ci saranno ulteriori cambiamenti, non solo climatici ma anche economici e sociali. Il tema dei grandi carnivori ha invece toccato più il Trentino, con tre orsi abbattuti. Da noi gli orsi quest’anno sono stati meno presenti ma è invece molto presente la tematica del lupo, che stanno cercando di affrontare a livello europeo. 

La città di Bolzano dal canto suo resta ferma anche se ci sono tanti lavori in corso. La viabilità resta incastrata, per non parlare delle grandi opere ferme al palo e l’espansione edilizia quasi impossibile…

Anche su queste cose se n’è discusso molto, ma si è risolto molto poco. Bisogna anche considerare che i bolzanini hanno la lamentela facile. Quando anche solo piccole cose vengono decise, poi fioccano subito le lettere contrarie che arrivano al nostro giornale. Non si accontenta mai nessuno: basti pensare a quello che avviene per le nuove ciclabili o per il Park Vittoria. Resta il fatto che non è giusto che il capoluogo abbia gli attuali problemi di alloggi, viabilità e infrastrutture. E le elezioni alle porte non aiutano: l’amministrazione resterà bloccata nei prossimi mesi e tutti saranno concentrati sulla campagna elettorale. 

Poi c’è lo sport. Sopra tutti calcio, hockey e… Sinner.  

Sinner è stata forse la notizia dell’anno, o per lo meno una delle più importanti. Questo ragazzo di poco più di 20 anni quasi ogni giorno ci ha dato da scrivere, e mai per notizie di poco conto. Ci sono stati record su record. Siamo partiti dalla fine del 2023 con la prima vittoria in coppa Davis, ma poi non si è più fermato ed è diventato il numero uno. La provincia di Bolzano ha avuto tanti sportivi al primo posto del mondo, ma mai in uno sport di primo livello mondiale come il tennis. Sinner è comunque rimasto un ragazzo molto semplice nel senso buono del termine. 

Possiamo dire che Sinner sia diventato uno dei simboli mondiali del fair play?

Assolutamente sì. C’è stato anche il caso doping, che non è chiuso,  e anche lì Sinner si è dimostrato molto maturo e trasparente. Per il calcio abbiamo vissuto le montagne russe e quelle attuali sono le settimane più difficili per la salvezza in serie B. Va detto che nessuno ad inizio stagione si sarebbe aspettato queste difficoltà. Nell’hockey quella dei Foxes invece è una situazione opposta: anche in questa stagione la nostra squadra di hockey si sta dimostrando in grado di poter lottare per i primissimi posti. 

Com’è stato fare un quotidiano in questi mesi? Quali le principali motivazioni, ma anche gioie e dolori?

Prima di rispondere voglio ricordare i fatti di cronaca nera più importanti di questo 2024. Entrambi hanno toccato la val Pusteria, tra l’altro in simultanea. Sto parlando del doppio omicidio di San Candido e il giallo della motosega a Terento. Hanno toccato molto i lettori, non solo quelli della Pusteria. 
La quotidianità che viviamo in Alto Adige, che va dai trionfi di Sinner agli scandali politici degli ultimi giorni, ti fa svegliare la mattina pensando che ci sarà senz’altro qualcosa da raccontare ai lettori. Questo va fatto nel modo migliore e più corretto possibile ed è davvero una sfida per noi come giornale. L’altra faccia della medaglia è che questa quotidianità non ti abbandona mai e non ti dà modo di respirare: mandato in stampa un giornale bisogna infatti subito pensare al giorno dopo. La nostra fortuna è quella di vivere, nonostante tutte le difficoltà, in un territorio che sta ancora meglio rispetto a molti altri intorni a noi. Questa è una cosa a cui tengo molto: fanno sempre più notizia i fatti negativi ma – senza nascondere i problemi, le difficoltà e il malaffare che in qualche caso affiorano – bisogna anche raccontare l’Alto Adige che funziona. 

Ogni giorno per noi si ripresenta anche la sfida di rilanciare il nostro ruolo di giornalisti, offrendo un’informazione di qualità che sappia imporsi rispetto alle voci, alle approssimazioni e – soprattutto alle fake news. D’altronde è anche compito dei cittadini scegliere di informarsi come si deve, privilegiando l’autorevolezza, laddove questa venga identificata.

Sono perfettamente d’accordo. Colgo l’occasione per ricordare che il quotidiano Alto Adige il 24 maggio del 2025 compirà 80 anni. Con il suo impegno di qualità e affidabilità l’Alto Adige accompagna gli altoatesini fin dal 1945 e questa storia già di per sé è segno di autorevolezza.

Autore: Luca Sticcotti