Che spettacolo il Natale a teatro!

INSERZIONE PUBBLICITARIA – Ormai manca davvero poco, il Natale è alle porte. Ancora qualche giorno e poi sarà nuovamente tempo di tornare a respirare la magica atmosfera natalizia. Il Centro Servizi Culturali S. Chiara di Trento vi aspetta anche quest’anno a teatro per trascorre in allegria e spensieratezza le Festività, in compagnia di una ricca programmazione pensata per le famiglie, tra musica, danza, musical, comicità e grande intrattenimento.

L’avvio sarà nel segno delle risate in compagnia di Loredana Cont, che martedì 3 dicembre salirà sul palco del Teatro Sociale di Trento con Do(n)ne, storico spettacolo che l’ha vista debuttare come ‘one woman show’ nell’ormai lontano 2000, portando in scena le vicende di tre donne diverse tra loro. Si tratta di un’occasione per festeggiare i prossimi 25 anni di uno tra i lavori di maggior successo dell’attrice e autrice trentina.

Sabato 21 dicembre, invece, all’Auditorium S. Chiara sarà la volta di Walt Disney – Un sogno lungo una vita: un viaggio attraverso le tappe fondamentali della vita di Walt Disney, tra affascinanti narrazioni video e le più famose colonne sonore che hanno reso grande il suo nome; le melodie saranno eseguite dal vivo dalle splendide voci soliste di Giulia Galletti e Mattia Inverni, accompagnate dall’Orchestra delle Alpi e rock band, dirette dal M° Giancarlo Guarino.

Per tutti gli appassionati di danza, invece, dal 21 al 23 dicembre è in programma un trittico di appuntamenti all’insegna dei grandi e intramontabili classici. Si comincia il 21 al Teatro Sociale nel segno dell’irriverenza e del divertimento in danza dei Chicos Mambo con Tutu, spettacolo in cui i danzatori, travestiti da ballerine, rivisiteranno tutti i tipi di danza, prendendosi gioco senza alcun tabù dei codici della coreografia. Il giorno dopo, domenica 22 dicembre, tutti al Teatro Comunale di Pergine per assistere a Lo Schiaccianoci, una favola moderna sulle musiche di Čajkovskij, portata sul palco dal Balletto di Siena, con la regia e il riallestimento coreografico firmato dal M° Marco Batti. Una rilettura fresca, spontanea e giocosa, che riesce a comunicare anche ai più piccoli. (Lo spettacolo verrà replicato anche lunedì 23 dicembre al Teatro Cristallo di Bolzano). Il compito di chiudere questo meraviglioso trittico dedicato al balletto spetterà al Balletto di Mosca, che il 23 dicembre sarà all’Auditorium S. Chiara di Trento (in doppia replica) con un’icona dei balletti classici ottocenteschi come Il Lago dei Cigni, storia d’amore, tradimento e trionfo del bene sul male, pronta a deliziare nuovamente il pubblico, tra romanticismo e bellezza.

E arrivati oramai alle porte del Natale, dal 24 al 27 dicembre non perdetevi l’occasione di trascorrere le Feste al Teatro Sociale di Trento in compagnia del grande cabarettista, performer e trasformista Ennio Marchetto e del suo The Living Paper Cartoon, spettacolo nel quale, attraverso costumi di carta, darà vita ad una vera Babilonia di musica, teatro e creatività, portando in scena grandi cantanti e grandi personaggi italiani e stranieri. Si andrà da Tina Turner a Marylin Monroe, da Vasco Rossi a Pavarotti, passando per Lady Gaga, Maria Callas e Edward mani di forbice. Uno spettacolo esilarante, unico nel suo genere.

Ma non finisce qui, visto che sabato 28 e domenica 29 dicembre all’Auditorium S. Chiara ci sarà spazio per Sherlock Holmes – Il musical, con Neri Marcorè nei panni del più celebre detective di tutti i tempi, a capitanare un cast di oltre venti eccezionali performer. La Londra vittoriana fa da sfondo a questo avvincente scontro tra bene e male. Tra amicizia, amori e costanti pericoli, al 221b di Baker Street si decideranno le sorti dell’intera Inghilterra. Un musical ricco di colpi di scena, misteri ed enigmi, capace di combinare tensione, umorismo e azione.

Nell’offerta natalizia ci sarà spazio anche per il pubblico dei più piccoli, che il 29 dicembre potranno trascorre il pomeriggio al Teatro Sociale con Spezie e aromi: ispirato ai contest fra chef dagli esiti imprevedibili. La Compagnia EgriBiancoDanza propone uno spettacolo esilarante, capace di coniugare danza, prosa e musica dal vivo.

La conclusione dell’anno al Teatro Sociale (martedì 31 dicembre e mercoledì 1 gennaio) verrà affidata all’irresistibile duo formato da Tullio Solenghi e Massimo Lopez con Dove eravamo rimasti, il loro nuovo, divertente e imperdibile show tra numeri, sketch, brani musicali, e grande comicità. Ci sarà spazio per una lectio magistralis di Sgarbi/Lopez, un affettuoso omaggio all’avanspettacolo, ed un confronto Mattarella/Papa Bergoglio. Uno spettacolo irresistibile, che vuole stupire ed emozionare. Con la Jazz Company diretta dal M° Gabriele Comeglio.

L’ultimo appuntamento delle Feste sarà il 5 gennaio al Teatro Sociale con Cenerentola – Rossini all’opera, lavoro dedicato al pubblico dei più giovani, portato sul palco dalla Fondazione Teatro Ragazzi e Giovani.

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In crescita la domanda di mediazione

Il Centro di Mediazione Familiare ASDI di Bolzano, attivo da quasi quarant’anni, è un punto di riferimento fondamentale per le famiglie che affrontano momenti di crisi. In un periodo segnato da cambiamenti sociali, economici e psicologici, il centro ha visto un aumento significativo delle richieste di supporto, sia per la mediazione familiare che per le consulenze psicologiche. Abbiamo intervistato Roberta Cirimbelli, coordinatrice del centro, per comprendere meglio le dinamiche che stanno plasmando il lavoro dell’ASDI e il crescente bisogno di soluzioni pacifiche per le difficoltà familiari.

Come sta evolvendo il lavoro del Centro negli ultimi anni?

Negli ultimi due anni, abbiamo registrato un significativo aumento delle richieste di supporto, con un incremento particolare per la mediazione familiare e le terapie psicologiche. Le richieste di mediazione familiare sono salite del 10% rispetto agli anni precedenti, mentre le consulenze familiari e le psicoterapie hanno visto un aumento ancora più marcato. Sebbene questo fenomeno si sia accelerato dopo la pandemia, la domanda di supporto psicologico era già in crescita prima di quel periodo.

Quali sono i motivi principali che spingono le coppie a rivolgersi a voi?

Le motivazioni per cui le coppie decidono di separarsi o di richiedere un intervento di mediazione possono essere molteplici. Tra le cause principali troviamo il cambiamento nei ruoli di genere, le difficoltà economiche, le aspettative troppo alte nei rapporti, o una trasformazione delle priorità di vita. In molti casi, le coppie non riescono più a trovare un punto di incontro, e la mediazione familiare offre loro uno spazio protetto dove esplorare insieme soluzioni pacifiche, evitando il conflitto.

Ci può dare qualche dato sulle richieste di mediazione familiare negli ultimi mesi?

Nel 2024 abbiamo visto un aumento delle richieste di Mediazione Familiare. A settembre, per esempio, abbiamo registrato 178 richieste, rispetto alle 130 dello stesso periodo nel 2023. Questo dato è significativo e riflette un crescente interesse per le soluzioni di mediazione, soprattutto in un contesto dove il conflitto tra separandi può generare non solo stress emotivo, ma anche implicazioni legali e finanziarie.

Inoltre, si è registrato un forte aumento delle richieste di psicoterapia e consulenza familiare. Qual è il motivo di questa crescita?

L’aumento delle richieste di psicoterapia e consulenza familiare è un fenomeno che stiamo osservando da qualche anno. Dopo la pandemia, la domanda è aumentata notevolmente, con un incremento del 70,7% rispetto al 2021. Sebbene questo dato possa sembrare allarmante, in realtà è molto positivo, perché mostra che le persone stanno iniziando a riconoscere l’importanza di affrontare le proprie difficoltà psicologiche e relazionali. A ottobre 2024, ad esempio, abbiamo registrato quasi 500 ore di terapia, il che è un segno che le persone si stanno rivolgendo ai professionisti per migliorare il loro benessere psicologico.

Cosa vorrebbe dire a chi sta pensando di rivolgersi a voi?

A chiunque si trovi ad affrontare un momento di crisi familiare, psicologica o relazionale, vorrei dire di non avere paura di chiedere aiuto. La mediazione familiare, le consulenze psicologiche e le terapie familiari possono davvero fare la differenza, offrendo soluzioni più pacifiche e consapevoli. Non è mai troppo tardi per migliorare la propria vita e quella della propria famiglia. Siamo qui per ascoltare, supportare e guidare chi ha bisogno di trovare un nuovo equilibrio.

Autore: Niccolò Dametto

Mario Gasperi, una vita per le sette note

Domenica 6 ottobre 2024 a Badajoz, Extremadura, Spagna, ha lasciato la vita terrena Mario Gasperi, musicista e chitarrista meranese, concludendo il suo percorso fatto di note, assoli e un forte sensibilità artistica espressa nel corso della sua carriera. Mario, nato a Merano il 27 febbraio 1959, noto a molti per la sua attività in musica oltreché il negozio di biciclette in via Wolkenstein, si era trasferito a Tenerife prima e Badajoz poi nel 2004.

Nonostante i vent’anni di lontananza, molti gli amici, musicisti e non, che hanno espresso cordoglio e lo hanno ricordato una volta appreso della sua dipartita.

Maurizio Lonardi, chitarrista meranese ne ha ricordato il suo essere molto dotato e coraggioso musicalmente, oltre ai bei momenti della gioventù, quando iniziarono a suonare assieme, lavorando anche nei campi di mele per potersi permettere chitarre ed amplificatori.

“Porta il legno che suoniamo” era solito dirgli Mario quando iniziavano le loro jam, fra ascolti e suonate: Crosby Steel Nash & Young, Santana, Emerson Lake and Palmer fino all’amore per i King Crimson, uno dei suoi gruppi preferiti da sempre e per sempre.

Proprio i King Crimson possono essere una connessione con Max Carbone, bassista e altro grande amico.

Max racconta la forte connessione musicale e personale, i pomeriggi passati ad ascoltare dischi e poi a suonare, con Robert Fripp (King Crimson) e il suo gruppo come principale fonte di ispirazione.

Ne ricorda altresì l’inquietudine e una sorta di onnivoria musicale, sempre alla ricerca di migliorarsi… Era capace di tantissima disciplina. E poi la tecnica: secondo lui in altri contesti avrebbe potuto avere opportunità maggiori.

Gli anni Settanta hanno visto Mario affrontare vari generi dalla prog alla sperimentale, il rock fino ad arrivare all’ascolto e allo studio della musica classica: Arnold Schonberg uno dei suoi riferimenti più importanti.

Mike Frajria, noto musicista meranese ne ricorda l’incontro in musica sottolineandone il forte desiderio di suono (“Una sera suonò nonostante si fosse tagliato un dito, sanguinasse, e noi stessi lo invitassimo a rinviare le prove, poiché era importante suonare”), un forte senso della dinamica e delle inflessioni “zappiane”.

Negli anni successivi ebbe modo di saggiarne la profonda conoscenza ed erudizione in campo musicale. Aveva sempre avuto la tendenza ad immergersi completamente in ciò che faceva, indifferentemente dallo stile e dal genere, e nel tempo iniziò a cercare anche di entrare negli aspetti culturali di quel che suonava.

Dopo aver tentato senza concludere le strade del Dams e del conservatorio a Bologna, proprio dalla città felsinea iniziò la collaborazione con Vittorio Zanella e Rita Pasqualini e il loro teatrino dell’Es, compagnia teatrale di burattini e marionette oggi pluripremiata eccellenza italiana ed internazionale del settore, di cui compose numerose musiche.

Lo stesso Vittorio disse “Aveva una sensibilità rara nel costruire musiche, che vestivano benissimo i nostri burattini. Gli descrivevamo il carattere del personaggio e lui entrava perfettamente nel suo dna creando le sonorità perfette.”

Negli anni Novanta si unì per un periodo ai We and Them, noto gruppo reggae locale, famoso anche per essere stato fra i cinque migliori gruppi reggae d’Italia al Rototom sunsplash del 1999 (il maggiore festival reggae d’Italia e d’Europa).

Alfio Casaro, leader dei WaT, ricorda l’ingresso di Mario col suo background rock-prog che dette quel tocco rockeggiante, ma anche la professionalità e l’esigenza nel raggiungere i migliori risultati in sala, studio e dal vivo.

Anche qui si addentrò in profondità nel genere, con Bob Marley che andò ad affiancare altri riferimenti quali Pink Floyd, Santana, Area, Frank Zappa, Brian Eno. Il reggae tornerà anche successivamente al suo trasferimento in Spagna, dove lavorò ai bar “Lambretta” e in seguito al “Codigo13” a Tenerife, locali nei quali ebbe modo di mettere in atto la sua arte organizzando jam, session ed eventi in cui mescolare musica, musicisti, arte, poesia, pittura e qualsiasi forma artistica vi si potesse inserire.

In questi locali conobbe Pilàr Sanchez, con cui avrebbe condiviso tutto l’ultimo tratto della sua vita, artistica e non, lavorando ad una sorta di fusione fra flamenco, in cui si addentrò con la consueta solerzia ponendo Andrès Segovia al vertice delle sue ispirazioni, il reggae e svariati elementi interiorizzati nelle sue esperienze. Si passava così da brani di Bob Marley    a temi spagnoleggianti di Segovia, Tarrega fino a reinterpretazioni di Schubert o Bach.

Pilàr ne ricorda la forte sensibilità che veniva espressa dalla sua musica.

È sicuro che le note che ha lasciato nell’aria ne tengono e ne terranno vivo il ricordo in chi lo ha conosciuto e in chi gli ha voluto bene, poiché, come diceva Bob Marley, “There’s a natural mystic blowin’ through the air”. Hasta luego, Mario!

Autore: Nicola Gasperi (Niko Fyah)

“Bolzano può essere un riferimento per tecnologia e ricerca”


Inserzione pubblicitaria – Con la nuova Facoltà di Ingegneria, unibz è sempre più vicina al mondo delle aziende e delle start-up e diventa il principale attore del NOI Techpark. Tra i focus della Facoltà: automazione, robotica e intelligenza artificiale. 850 giovani studieranno, faranno ricerca e si formeranno a un passo dall’ecosistema dell‘innovazione.

Una facoltà universitaria che è nata con l’obiettivo di trasformare l’Alto Adige – territorio che è delizia dei milioni di turisti che lo visitano ogni anno per le sue bellezze paesaggistiche e naturalistiche – in una sorta di Silicon Valley della tecnologia, bilingue e a cavallo tra mondo culturale e produttivo mediterraneo e dell’Europa centrale. “Vogliamo che l’Alto Adige sia riconosciuto come un punto di riferimento a livello nazionale non solo per qualità della vita e dei servizi turistici ma anche per l’innovazione tecnologica e la ricerca al servizio di questo valori. La nuova collocazione della Facoltà nel Parco Tecnologico è la premessa ideale”, afferma il preside della Facoltà di Ingegneria, prof. Andrea Gasparella. Lo abbiamo intervistato per conoscere meglio le ambizioni della comunità scientifica che da poche settimane ha iniziato a lavorare nella nuova struttura didattica e di ricerca a Bolzano Sud. 

Preside Gasparella, la Facoltà di Ingegneria ora avrà sede in un nuovo campus a Bolzano Sud. Cosa rappresenta questo passo per la Facoltà stessa, per l’università di Bolzano e anche per il territorio?

La Facoltà, che già era un interlocutore per il territorio sia dal punto di vista dell’offerta formativa, sia dal punto di vista delle attività di ricerca e di terza missione (le attività di trasferimento del sapere accademico alla popolazione e al tessuto economico del territorio di riferimento, ndr.), ora è immediatamente e fisicamente associabile a un luogo e a un edificio “iconico”, se così possiamo definire l’avveniristica costruzione che ci ha accolto. Ci aspettiamo che adesso l’interazione con i portatori di interesse sia più facile perché il campus aiuterà la percezione che ci sia un interlocutore in grado di occuparsi di tutte le tematiche in ambito ingegneristico. 

I vostri portatori di interesse sono solo le aziende o anche l’amministrazione pubblica?

Abbiamo percepito una grande attenzione da parte dell’amministrazione pubblica che ha voluto e  stimolato l’istituzione di questa Facoltà. Lo si comprende anche dalla dotazione infrastrutturale e di risorse economiche messe a disposizione. Ovviamente le aziende, in primis quelle del territorio che chiedono di essere accompagnate e avviare progetti per restare competitive, così come tutti i soggetti coinvolti a vario titolo nello sviluppo tecnologico, rappresentano il partner naturale per una Facoltà di Ingegneria. 

Ci può fornire alcuni esempi?

Ce ne sarebbero tanti ma sicuramente le collaborazioni con il Covision Lab – che si occupa di computer vision e machine learning – o quelle con la rete di imprese associate nella Automotive Excellence Südtirol o, ancora, con Alperia o con l’Azienda Sanitaria per restare in ambito pubblico, sono emblematiche della natura delle interazioni che stiamo ricercando. Infatti queste ed altre forme di collaborazione hanno reso possibile l’istituzione e il finanziamento di alcune cattedre straordinarie, oppure hanno il potenziale per sviluppare iniziative di ricerca di lungo termine a servizio del territorio. Assoimprenditori e le associazioni di categoria (Artigiani) o delle professioni (Ingegneri, ma anche architetti, periti e geometri) sono partner importanti che hanno seguito e sostenuto le nostre iniziative e ai quali vorremmo poter restituire ancora molto. 

Nell’Euregio, esistevano già la Facoltà di Scienze tecniche a Innsbruck e quella di Ingegneria a Trento che garantivano un’ottima formazione. Perché i figli delle famiglie altoatesine interessati alle materie tecniche dovrebbero iscriversi alla locale Facoltà di Ingegneria?

Siamo fortemente convinti che la formazione trilingue sia un valore aggiunto per ogni laureato e lo renda, assieme alle competenze tecniche accumulate, assolutamente competitivo su un mercato del lavoro che si estende, praticamente, dal confine con la Danimarca al Mediterraneo. Molti dei docenti di unibz vengono da altre università e quindi hanno portato qui anche l’esperienza maturata altrove, ma esiste anche una generazione di ricercatori e docenti cresciuti accademicamente qui, che in parte ci faranno conoscere altrove, in parte continueranno a rafforzarci. Ci stiamo sviluppando in direzioni diverse dalle università vicine specializzandoci in settori che ci caratterizzano andando a coprire ambiti di competenza che non sono rappresentati vicino a noi. Ma stiamo anche investendo su formati didattici esperienziali, anche grazie a infrastrutture di laboratorio uniche per dotazioni e varietà, che prepareranno in maniera molto più efficace e versatile i nostri laureati alle sfide che li aspettano. Siamo certi che saranno i protagonisti del futuro della regione e non solo. 

Quali sono le “anime” della nuova Facoltà?

Sono quella informatica, con un focus significativo sugli sviluppi dell’intelligenza artificiale, quella dell’ingegneria elettronica e dell’informazione, con un focus sulle tecnologie digitali e le applicazioni dell’AI, e quella dell’ingegneria industriale ed energetica, con un focus sui processi industriali e sull’efficienza nell’uso delle risorse e sulle rinnovabili, e quindi sulla sostenibilità. In queste aree cerchiamo di definire una nostra connotazione, perché siamo convinti che ciò che possiamo offrire sia diverso da quello che si trova nelle università vicine.

Il nuovo edificio quali opportunità in più offrirà agli studenti?

Il campus riunisce tanti laboratori sotto uno stesso tetto e ciò facilità le collaborazioni tra discipline diverse oltre al fatto che questi laboratori non vengono usati solo per la ricerca ma anche dagli studenti. Contiamo di proseguire nello sviluppo di un’offerta didattica sempre più orientata alla formazione di tipo esperienziale, organizzando l’attività educativa in maniera tale che la parte di apprendimento teorico e quella di applicazione pratica convivano e confluiscano in un percorso coerente e ciclico fatto non solo di “sapere”, ma anche di “saper fare”.

Che spinta può dare l’integrazione del campus nel parco tecnologico agli studenti e ai laureati?

Per una Facoltà come la nostra, la collocazione nel NOI è un’opportunità davvero unica perché avvicina le attività di ricerca e le attività didattiche con gli studenti alle aziende. Credo che poi costituisca un impulso anche allo sviluppo del parco tecnologico stesso perché gli studenti possono collaborare con le startup e, una volta terminati gli studi, diventare loro stessi fondatori di nuove iniziative e, così, essere protagonisti del futuro imprenditoriale del territorio. La sinergia farà bene ad entrambe le comunità: quella di unibz e quella del NOI Techpark. 

Ci sarà spazio anche per iniziative di formazione continua e di diffusione della cultura scientifica tra la popolazione?

Sì, ci sono alcune iniziative che ci vedono già attivi. Sul versante della formazione, i master universitari orientati ai professionisti, come quello in Fire Safety Engineering, che riscuotono un ottimo successo. Riteniamo che la Facoltà possa diventare un riferimento non solo per chi inizia l’università ma anche per chi, una volta laureato, ha bisogno di aggiornare e perfezionare le proprie competenze e quindi può ritornare all’università portando già un certo bagaglio di esperienze e, al tempo stesso, acquisirne di nuove, più specialistiche. Sabato 11 gennaio, infine, prevediamo una mattinata di porte aperte per la cittadinanza per scoprire il nuovo edificio e le aree di ricerca della Facoltà.

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L’adunata del Battaglione Edolo

Sono trascorsi vent’anni da quando si chiusero definitivamente quei cancelli e il Reggimento Addestramento Reclute “Edolo”, di stanza nella città del Passirio dal 1953 al 2004, venne sciolto. Nei giorni scorsi un migliaio di penne nere è tornato a Merano per ricordare con grande nostalgia i tempi della naja. 

// Di Enzo Coco

Non erano in divisa, ma il Cappello alpino in testa c’era e c’erano anche quegli occhi curiosi e a volte smarriti di chi rivede una città dopo tanti anni. C’erano anche le famiglie, mogli e figli che quando loro erano reclute alla Caserma Rossi, erano di là da venire. Sono gli ex del Battaglione e poi Reggimento Edolo che – per decenni, fino al 2004 – sono passati per quella caserma di via Palade per svolgere l’addestramento o anche per restarci per tutta la ferma di leva.  

Per un fine settimana li abbiamo visti sciamare di nuovo per le vie della città. Questa volta con i capelli grigi ma l’immancabile penna sul cappello, venuti a Merano per ricordare un anniversario tutto sommato triste, quello della chiusura del loro Reggimento. 

Quelli dell’Edolo, chiamato così dal nome del paese in provincia di Brescia, venivano principalmente da questa zona e dalla Bergamasca. Per celebrare la ricorrenza si è costituito un comitato spontaneo che -in sinergia con la sezione Ana di Bolzano e con il patrocinio del Comune, della Provincia e del Comando Truppe Alpine – ha dato vita all’evento meranese. 

L’esibizione del carosello della Fanfara della Brigata Orobica la sera di sabato e poi domenica la sfilata da piazza della Rena per le vie del centro fino all’ippodromo, sono stati i momenti salienti di questo ritrovo a metà tra il nostalgico e il gioioso. Per gli ex c’è stata anche la possibilità di una brevissima visita proprio dentro la “loro” caserma. A piccoli gruppi moltissimi sono stati accompagnati in quella che era la piazza d’armi con attorno le palazzine del comando, delle camerate e dello “spaccio truppa”, nomi che per i giovani di oggi risuonano strani, ma che per quei commilitoni hanno significato un pezzo di vita. 

Lo “spaccio” era il luogo del ristoro e del rifornimento, una sorta di bar – emporio per la truppa. Qui c’erano anche le cabine telefoniche tanto agognate e si potevano comprare i gettoni a sacchetti perché dalle gettoniere era un problema poterli prendere: servivano molte monete. Poi vennero le schede telefoniche e la cosa migliorò molto. Per loro c’era un signore, un maresciallo in pensione che con grande pazienza e disponibilità si metteva ad un tavolino dello spaccio e distribuiva gettoni e schede a tutti. 

All’ora della libera uscita lasciavano la caserma Rossi e invadevano con allegria e buonumore le vie di Merano e i molti locali pubblici che con la chiusura del reggimento hanno certamente perso buona parte del loro business. Pizzerie, bar, specialmente quelli che avevano i telefoni pubblici per chiamare casa “a scatti” (perché con i gettoni ti dovevi portare dietro il famoso sacchetto), rosticcerie dove comprare da mangiare qualcosa che era sempre meglio del rancio in caserma (ma poi era vero?). 

Molte le voci raccolte tra questi “reduci” speciali, non da una guerra per fortuna, ma dall’aver prestato servizio militare con il cappello d’alpino alla “Rossi”. Potente sentirle direttamente dallo loro voce inquadrando i due QR presenti in questa pagina che vi portano ai due videoservizi realizzati per l’occasione.  La 50ª (detta “la Balda”), la 51ª(“la Veloce”) e la 52ª (“la Ferrea”) con la 110a compagnia mortai hanno sfilato orgogliosamente per la città precedute dia loro vessilli fino all’ippodromo dove si è svolta una sentita cerimonia accompagnata dagli struggenti canti del Coro Alpino Orobica e dalla rispettiva banda che si è prodotta con grande successo anche nel carosello di piazza delle Terme. Un particolare saluto è venuto dal sindaco, il caporale Dario Dal Medico che ha ricordato con commozione il suo servizio militare proprio alla “Rossi” esprimendo un sentimento di affettuoso ricordo ed allo stesso tempo portando il saluto del primo cittadino di Merano alla manifestazione.

LA STORIA

Formato a Milano nel 1886, il Battaglio ne Edolo inquadra tre compagnie, la 50ª , la 51ªe la 52ª. Una parte del battaglione partecipa nel 1896 alla guerra d’Eritrea. Viene inviato nel 1911 in Libia, dove resta fino al 1914; nel 1915 è nella zona del Passo del Tonale, in Val Daone e nella Conca del Montozzo. Nel 1916 opera sull’Adamello e al Tonale e nel maggio 1918 assieme ai battaglioni “Mandrone” e “Cavento” conquista la Cima Presena. Viene inviato nel 1939 in Spagna, ma vi arriva a conflitto concluso. Tornato in Italia partecipa alle operazioni del fronte occidentale e nel 1940 è inviato in Grecia nella zona del Ponte di Perati e gli viene conferita una medaglia d’oro. Nel luglio del 1942 è trasferito al seguito del 5º reggimento sul fronte russo, dove con la “Tridentina” è ingaggiato nella difesa di Bassowka.
Alto è stato il sacrificio in vite umane del battaglione nella fase della ritirata, nelle battaglie di Nikitowka e Nikolajewka, e anche in questo caso riceve una medaglia d’oro. Rientrato in Italia si posiziona in Alto Adige, dove il 10 settembre 1943 viene sciolto, e molti dei reduci vengono fatti prigionieri dai tedeschi e internati in Germania. Il 1º gennaio 1946 rinasce inquadrato nel 6º Reggimento alpini a Brunico e il 15 marzo 1953 ritorna a far parte del 5º Reggimento, della Brigata Alpina Orobica. Composto dalle storiche 3 compagnie, dal 1952 si aggrega la 110ª compagnia mortai. Nel 1975, con la riforma dell’esercito, rimane battaglione indipendente di addestramento reclute della Brigata Orobica. 

Nel 1991, con lo scioglimento della Brigata Orobica, passa alla Tridentina e il 13 settembre 1997 viene elevato a reggimento con la denominazione di 18º Reggimento Addestramento Reclute “Edolo”, nella cerimonia di febbraio 1998 (comandante di reggimento Col. Peratoner e comandante di battaglione T. Col. Schenk). Alle dirette dipendenze del Comando Truppe Alpine, il reggimento inquadra due compagnie, la 50a e 51a, ereditate dal battaglione.
Come per gli altri reggimenti dedicati all’addestramento truppe, le reclute venivano addestrate per un mese, dopo di che avveniva il giuramento in piazza, a Merano, sede del reparto. 

Il 30 settembre 2004 con la conclusione del regime di leva il 18º Reggimento viene sciolto presso la caserma Rossi di Maia Bassa di Merano ed anche il battaglione Edolo dopo 100 anni di storia cessa di esistere, con l’ultimo comandante il colonnello Walter Segata.

Autore: Enzo Coco

Davide e le acrobazie in monopattino

Davide Marasca, diciannovenne di Bolzano, è uno dei rider emergenti nel monopattino freestyle. Sebbene abbia iniziato a praticare questo sport solo a quattordici anni, in poco tempo è riuscito a farsi notare, partecipando ai Campionati Mondiali di monopattino freestyle a Roma nel settembre 2024. Con una passione in continua crescita, Davide sta portando il nome di Bolzano sulla scena internazionale.

L’avventura di Davide nel monopattino freestyle è iniziata quasi per caso. “Ho visto alcuni ragazzi fare acrobazie nello skatepark di Bolzano e ho deciso di provarci anch’io”, racconta. Quella che inizialmente era una curiosità è diventata una vera passione. Partecipare alle prime gare locali è stato il suo primo passo, ma è stato con competizioni più impegnative che ha davvero iniziato a mettersi alla prova.

Oggi Davide si allena regolarmente allo skatepark di Bolzano, il suo punto di riferimento per allenamenti e sfide con altri rider. Le sue sessioni durano dalle due alle tre ore, durante le quali si concentra sul perfezionamento dei trick e sul miglioramento della tecnica. “Mi alleno duramente per migliorare la mia tecnica e superare i miei limiti. Lo skatepark è il posto dove posso davvero esprimermi”, afferma.

Settembre 2024 è stato un mese cruciale per Davide, che ha partecipato ai Campionati Mondiali di monopattino freestyle a Roma. Nonostante non sia riuscito a salire sul podio, l’esperienza è stata fondamentale. “Confrontarsi con i migliori rider del mondo è stato un sogno che si è avverato. Anche se non ho vinto, ho imparato tantissimo e mi ha dato la spinta per migliorare ancora di più”, dice con entusiasmo.

Nel monopattino freestyle, la concentrazione è essenziale. Ogni errore può compromettere l’intera performance, quindi la capacità di mantenere calma e focalizzarsi sui trick è fondamentale. Il “Barspin”, una rotazione del monopattino a trecentosessanta gradi durante un salto, è uno dei trick più complessi e appaganti per Davide. “Quando riesco a fare un Barspin perfetto, mi sento soddisfatto del mio progresso”, racconta con un sorriso.

Davide Marasca ha le idee chiare sul suo futuro nel monopattino freestyle. Il suo obiettivo principale è partecipare a competizioni internazionali e conquistare un posto sul podio dei Campionati Mondiali. Oltre alla carriera agonistica, Davide aspira a entrare nel mondo del marketing sportivo, con l’intenzione di collaborare con marchi di monopattini per contribuire alla crescita di questo sport che tanto ama.

Per lui, il monopattino freestyle è molto più di un semplice sport: è una forma di espressione personale e creativa. Ogni acrobazia rappresenta una sfida contro sé stesso, e ogni trick che riesce a eseguire con successo è una conquista tecnica e emotiva.

Anche se Bolzano non è ancora un punto di riferimento per il monopattino freestyle in Italia, Davide è ottimista riguardo al futuro. Lo skatepark della città è già un ottimo punto di partenza, ma crede che ci sia un grande potenziale per far crescere questo sport anche in città. Il suo sogno è coinvolgere sempre più giovani e contribuire a dare maggiore visibilità al freestyle a Bolzano, con l’obiettivo di fare della città un centro di riferimento per gli appassionati di monopattino.

Con talento, determinazione e una visione chiara del futuro, Davide Marasca ha tutte le carte in regola per diventare una delle stelle del monopattino freestyle. Il suo percorso è appena iniziato e, con i suoi sogni e la sua passione, la strada verso il successo è senz’altro segnata.

Autore: Niccolò Dametto

La Merano dei fratelli Bucci

Riccardo e Giovanni Bucci, classe 1943, per certi aspetti “gemelli diversi”, hanno raccontato alcune sere fa a Merano, per iniziativa del Circolo Culturale Meranese, la “loro” Merano. Quella vista attraverso gli occhi del primo – che ne è stato cronista fedele sulle pagine dell’Alto Adige prima e poi de L’Adige e del Mattino – e del secondo che, abile pittore, ne ha inquadrato gli aspetti più interessanti fissandoli su tela. 

I Bucci a Merano sono un’istituzione così come lo fu la loro madre, la dottoressa Giuseppina, pediatra che ancora oggi molti ricordano per la sua genuinità, competenza e grande disponibilità, in tempi in cui i medici non conoscevano orario ed erano sempre a disposizione dei loro pazienti. Riccardo più incline alla narrazione, con la favella facile, e Giovanni di poche parole che si esprime attraverso le sue tele, hanno dato vita ad una serata “amarcord” accompagnata da una pubblicazione dal titolo “Lettere e Cartoline” che mette insieme scritti del primo e immagini del secondo. Della loro storia abbiamo parlato con Riccardo in una gustosa intervista.

Partiamo dalle origini, Riccardo. Come è arrivata la vostra famiglia a Merano?

Mio fratello Cesare e noi gemelli arrivammo con la mamma che aveva iniziato la propria attività come pediatra presso l’allora Opera nazionale maternità e infanzia. Ci stabilimmo in via Schaffer che allora si chiamava via Miramonti, di fonte all’attuale Zarenbrunn che allora era un convento di suore alle quali rubavamo le ciliegie.

Rubavate le ciliegie?

Sì. Quando le ciliegie maturavano, le suore sguinzagliavano due cani per tenerci a bada e noi escogitammo uno stratagemma per “aggirare l’ostacolo”. Memori di come erano fatti i sacchetti porta offerte che da chierichetti si usavano in chiesa, fissammo un sacchetto ad un lungo bastone con in cima una lametta per prelevare le ciliegie e così gabbammo le suore.

Quella era un’infanzia spensierata davvero…

Fuori casa tutto il giorno con le fionde fatte con camere d’aria di bicicletta, archi con le canne del canneto di via Fluggi e tanta fantasia. Una cartolina tra i raggi di bicicletta per simulare il rumore del motore, le barchette di carta nella roggia che correva lungo la via. Si giocava a “darsela”, campanone, palla avvelenata, e poi c’erano le palline immancabili con cui giocavamo a “cicca e spanna”. Poi c’era e c’è ancora, l’albero “elefante” nel parco di via Winkel al cui ramo sporgente in orizzontale, attaccavamo una corda e una tavoletta di legno per fare l’altalena e la sera immancabilmente la guardia campestre ce la tagliava.

Poi venne il tempo del collegio, della scuola superiore all’istituto d’arte e della naja…

Che siccome ero raccomandato, mi mandarono a Palermo! Figuriamoci se non fossi stato raccomandato! L’arte e la pittura rimasero patrimonio di mio fratello Giovanni mentre io, dopo un anno da insegnante di disegno, rimasi folgorato sulla via di Damasco da Vittorio Cavini ed entrai all’Alto Adige per una sostituzione di un mese. Sarà stata la vanità di vedere il mio nome in calce ad un articolo, ma venni preso dalla spirale del giornalismo e non ne uscii più.

Qual è stata la vicenda che giornalisticamente ti ha maggiormente gratificato?

Lavoravo all’Eco di Padova quando venni a sapere di una persona che stava scontando una quarantina d’anni di prigione per un omicidio di due soldati tedeschi alla fine della guerra nel 1945. In realtà scoprimmo che non si trattava di un omicidio ma legittima difesa in guerra, perché i due militari volevano imprigionarlo e lui che non sapeva che da pochi giorni era finita la guerra, aveva reagito. Riuscimmo così a dimostrare che si trattava ancora di un fatto bellico e a quella persona fu consentito di chiedere ed ottenere la grazia. Per me fu uno scoop al pari di quello che feci quando si scoprì che a Castel Labers le SS in guerra stampavano le sterline false per indebolire l’economia inglese.

Ma i Bucci erano anche un trio musicale di valore…

Beh, chitarra e batteria ci avevano travolti e ci fecero diventare “il trio Bucci”. Raggiungemmo anche la vittoria in un lontanissimo festival beat ma poi i destini ci portarono su strade diverse e tutto finì.

Per chiudere, racconta ai nostri lettori la storia del ceffone di Luisa…

Avevamo marinato la scuola a Ravenna al primo anno di liceo artistico. Andammo all’Upim appena inaugurato. Facevamo gli spavaldi con le commesse che non ci filavano proprio. Ce n’era una che portava una targhetta col nome Luisa sulla parte destra del petto. Tentando la carta della battuta ironica, indicando l’altro le chiesi “e questo come si chiama?”. Non terminai la frase che il ceffone era già arrivato.

Autore: Enzo Coco

Johanna: una donna impegnata a fianco delle donne e dei minori

Johanna Herbst è nativa di Nova Ponente, ha studiato Legge a Trento e Innsbruck e nel 2004 ha aperto il suo studio legale a Egna. Con tenacia ha cercato e trovato la sua strada ed è riuscita ad affermarsi. Si batte per i diritti delle donne e dei minori, svolge anche attività di volontariato riguardanti i diritti delle donne, come ad esempio la consulenza legale per l’Ufficio Donne. 

Quando nacque in lei l’aspirazione di diventare avvocata?

In realtà, fin dall’inizio avevo un chiaro desiderio di studiare legge e, come molti altri, durante il percorso di studi avevo desiderato di diventare giudice. Dopo la laurea, però si conosce per la prima volta la realtà, cioè si inizia in piccolo, ci si rende conto che bisogna aspettare che vengano banditi i concorsi, ma nel frattempo si vuole/deve fare esperienza pratica e guadagnare allo stesso tempo. Così ho iniziato con un tirocinio presso un legale, poi ho insegnato diritto nelle classi quarta e quinta della scuola professionale Kaiserhof di Merano. Poi ho ricoperto l’incarico di giudice onorario presso il Tribunale di Bolzano, Sezione Distaccata di Merano, per poi rendermi conto col tempo che mi sentivo più a mio agio nella professione legale.  

Quale il caso che la scosse e la tenne in ansia?

I casi peggiori per me sono quelli che riguardano abusi e violenze. Di recente sono rimasta sconvolta dagli abusi sessuali su bambini minorenni da parte dei loro stessi zii e nonni, così come dagli abusi sui bambini da parte dei loro stessi genitori e parenti. In casi come questi, ci si interroga sulla specie umana.

Quando respirò per la prima volta il senso di aver contribuito a che giustizia fosse fatta?

È una domanda molto difficile e delicata, perché “avere ragione” e “ottenere la ragione” sono due aspetti diversi. Per esempio, posso avere ragione ma non ottenere giustizia perché non ci sono prove sufficienti. Il nostro sistema giuridico non ha nulla a che fare con la giustizia. Le leggi sono fatte dai politici. Esistono quindi principi, regole e norme giuridiche che devono essere attuate e applicate dal giudice secondo un ordine procedurale definito e nel modo già stabilito. In questo sistema, l’avvocato cerca di aiutare il cliente a realizzare le sue richieste scegliendo le opzioni migliori, spiegando il sistema e la legislazione e valutando i rischi e gli effetti collaterali. Ciò significa che, a prescindere dal fatto che si ritenga una cosa giusta o ingiusta, il senso di giustizia non gioca alcun ruolo nel procedimento. Così si impara rapidamente che l’atteggiamento idealistico nei confronti della giustizia con cui si è iniziato a studiare deve essere riconsiderato nella pratica.  Solo nel migliore dei casi si ha la sensazione di aver non solo vinto la causa, ma anche di aver assicurato la giustizia. 

Se non sbaglio lei ricopre un ruolo nel tribunale minorile… 

Un ruolo non è forse il termine giusto. Lavoro come curatrice speciale per i minori e sono iscritta in un apposito registro. Il curatore speciale può essere nominato dal Tribunale per i minori, ma anche dal Tribunale ordinario, quando il minore è in conflitto con i propri genitori o i suoi interessi non coincidono con quelli dei genitori. In altre parole, ogni volta che il minore ha bisogno di far sentire la propria voce e cioè di propria rappresentanza legale. Sono quindi, per così dire, l’avvocato del minore e rappresento solo il minore, indipendentemente da ciò che i genitori vogliono o non vogliono.

Come donna come si trova nel mondo dell’avvocatura altoatesina?

Nel frattempo, ho lavorato a lungo, sono stata accettata, integrata, e affermata. Con il passare degli anni, se non ti arrendi, trovi la tua strada e il tuo stile personale. Ma come donna, devi ancora superare più di un ostacolo, e aspettarti tempi di avviamento più lunghi. La parità di diritti non è ancora stata raggiunta.      

Come donna cosa vorrebbe fosse migliorato nel suo ambiente professionale?

Migliore compatibilità della professione con la vita familiare. Inoltre, le donne avvocato non possono sempre scegliere i settori in cui lavorare. In quanto donna, devi occuparti dei casi che ti vengono sottoposti o che ti vengono affidati e, a causa dei casi che devi trattare, cresci in una specializzazione. Ecco perché molte colleghe lavorano nel Diritto di famiglia, ad esempio, perché in quanto donna è più probabile che venga loro affidato questo settore. Se per esempio, come avvocato donna, volessi specializzarmi in Diritto societario, ma non riuscissi a trovare un impiego in uno studio legale e quindi diventassi una libera professionista senza però essere incaricata di trattare casi di questo tipo, non avrei scelta. Purtroppo in alcuni settori, i clienti credono ancora che un avvocato uomo possa gestire meglio il caso. Questi settori sono ancora dominati dagli uomini, cioè le grandi e importanti aziende sono ancora prevalentemente o esclusivamente gestite da maschi a livello decisionale, e per questo si rivolgono ad avvocati uomini. Secondo un recente studio commissionato dall’Ordine degli Avvocati di Bolzano, esistono ancora forti differenze di reddito. In media le donne avvocato guadagnano meno dei loro colleghi uomini. C’è ancora molto da fare.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Il rugby meranese al Trofeo Coni in Sicilia

Guardare avanti, passare indietro, ginocchia alte e placcare. Poche regole per un gioco appassionante, il rugby: uno di quegli sport che chi lo ha provato non riesce a smettere di amare, anche in età avanzata. Ma è dalle giovani leve che dipende il futuro dello sport, e a Merano un gruppo di atlete ha dimostrato che il futuro della palla ovale è roseo, tornando entusiaste e vittoriose dalla nona edizione del Trofeo Coni 2024 a Catania.

Alto Adige, terra di sport invernali e di calcio. Ma a Merano la palla è ovale, non tonda, e si prende con le mani, a meno che non si voglia effettuare un drop o portare il XV più vicino alla meta. Lo sanno bene i vertici della sezione rugby della Polisportiva Asm, che ha visto partire per la Sicilia dieci ragazze per quella che nell’ambiente viene comunemente definita l’Olimpiade degli Under 14. 

La manifestazione, che ha avuto l’onore della presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della cerimonia di apertura, nasce con l’intento di diffondere i valori universali della pratica sportiva quali elementi fondamentali per un equilibrato percorso di crescita della persona e dell’atleta. E quest’anno in Sicilia c’era un totale di circa 250 persone tra giocatori e staff, con una significativa maggioranza di partecipazione femminile. 

Fra queste, dunque, le dieci rugbiste altoatesine: alcune provenienti da Merano, altre da Bolzano, alcune di lingue tedesca, altre di lingua italiana, ma tutte unite dall’amore per la palla ovale. 

A Catania, poi – a detta di tutti, anche dagli allenatori Federali rappresentanti della Federazione Rugby, – le ragazze altoatesine hanno sfoggiato un’ottima forma e sono tornate tutte con una meravigliosa medaglia: la certezza di aver giocato dell’ottimo rugby e di aver dato il meglio di loro stesse, facendo nuove amicizie e  ampliando i propri orizzonti. “Hanno ottenuto una nuova certezza – spiegano dalla dirigenza – ovvero che il rugby insegna che si è avversari solo in campo: fuori ci si diverte tutti assieme”.

Autore: Luca Masiello

Melissa: “ecco cos’è l’emigrazione”

Questa è la storia di Melissa De la Caridad Rodriguez Ortiz, donna che è dovuta scappare da Cuba a ventitré anni con il piccolo bambino, verso l’Italia. Dalla Russia alla rotta Balcanica con il pensiero costante di dover portare suo figlio al sicuro e con la paura di non riuscire a sopravvivere, lasciando dietro di sé le persone care senza sapere se un giorno le potrà rivedere.

Quando si parla di emigrazione e immigrazione a livello di opinione pubblica spesso ci si ferma alle problematiche relative alla sicurezza e all’impossibilità di gestire questi flussi che diventano incontrollati nella maggior parte dei casi solo a causa di precise scelte (o non scelte) politiche.
Abbiamo dunque pensato che potesse essere interessante raccontare la storia vera di una giovane donna che lavora come badante in Alto Adige e che è arrivata qui in maniera a dir poco rocambolesca (e pericolosa) assieme a suo figlio di tre anni. Interessante è anche la sua provenienza: non si tratta né di Africa né di Medio Oriente, ma del Centro America.

L’INTERVISTA

Melissa, ci dice in breve la sua origine?
Sono di L’Avana. Io e mio figlio Adriano siamo in Italia da due anni. A Cuba mi sono laureata in infermieristica e lavoravo in terapia intensiva pediatrica. Qui invece, a causa di problemi di equiparazione dei titoli, faccio la badante.

Perché è scappata da Cuba?
A Cuba mancava quasi tutto, ma dopo la pandemia anche beni di prima necessità, come medicine e alimenti per i bambini che sono diventati introvabili. L’11 luglio 2021 le persone hanno iniziato a manifestare prendendo di mira tutto ciò che potesse far pressione sullo Stato. In ospedale sentivamo le persone che lanciavano i sassi alle finestre e sono iniziati ad arrivare molti bambini feriti. Il governo ha attuato una repressione violenta. Ho smesso di sentirmi sicura, ho iniziato a pensare a mio figlio che doveva crescere e, in novembre, ho deciso di andare via. Ho venduto tutto per comprare i biglietti aerei per la Russia: l’unico Paese per il quale non avremmo dovuto aspettare costosi visti. Sono partita con il mio allora marito e Adriano.

Com’è arrivata in Italia?
Ho viaggiato per sette mesi. Come detto la prima tappa è stata la Russia. Da lì abbiamo preso un aereo per la Serbia. In seguito siamo arrivati in Bosnia pagando 300€ a persona per un trasporto in barca. Arrivati lì, ci siamo spostati nella capitale Sarajevo, nel centro di accoglienza Ušival, che si trova sulla rotta Balcanica. Lì le persone sono state bravissime con noi. Poi abbiamo preso un bus per il confine croato da cui abbiamo continuato a piedi in montagna lungo la rotta che molti conoscono perché su di essa è stato creato il videogioco “The Game”. Mi ricordo benissimo, siamo partiti alle 23 e siamo arrivati alle 6 di mattina. Mio figlio per tutto quel tempo non ha potuto mangiare o bere ed era impaurito dal buio totale. Non potevamo farci vedere mentre attraversavamo il confine: c’erano i poliziotti con i cani. In Croazia un’associazione ha mandato un minivan per portarci in un hotel a Zagabria, dove ho dovuto richiedere Protezione Internazionale per poter restare. Per arrivare al confine sloveno abbiamo quindi preso un bus. Alle 18 abbiamo iniziato a camminare e abbiamo dormito in un bosco fino alle 6 del mattino. Sentivamo i lupi e vedevamo le impronte degli orsi. Avevamo molta paura. Abbiamo dormito in un buco con delle pietre appuntite sperando che avrebbero tenuto lontani gli animali. La mattina abbiamo iniziato a scendere da una collina. Era così ripida che scivolavamo e l’unico freno erano gli alberi. Il bambino mi preoccupava tantissimo, ma mi ripetevo che eravamo lì per il suo bene. In Slovenia eravamo finalmente nell’Unione Europea e allora abbiamo chiamato i poliziotti che ci hanno portato in un centro di accoglienza dove siamo rimasti in attesa di un documento per poter uscire. Una volta ottenuto il documento abbiamo raggiunto il confine italiano e mio fratello è venuto a prenderci per portarci a Bolzano. Mi ha fatto sentire benissimo vedere il confine italo-sloveno: c’era solo un binario, lo passavi ed eri arrivata.

Qual è stato il momento più difficile?
In Russia. È un Paese molto freddo, le persone sono denigranti e razziste. Un giorno mi è stato richiesto di pagare per dormire la notte: sono andata a un bancomat, ma al ritorno mi sono persa e mi si è spento il cellulare. Due poliziotti allora mi hanno fermata e chiesto cosa stessi facendo; non parlando la lingua ho risposto in spagnolo dicendo che mi ero persa. Allora loro hanno utilizzato il telefono per usare il traduttore e così ho potuto spiegare chi ero e che mi ero persa. Loro si sono messi a ridere e a prendermi in giro, si sono accesi una sigaretta e mi hanno ordinato di spogliarmi. La temperatura segnava -28°. Mi hanno anche fatto togliere le scarpe e mettere i piedi nella neve. È stata una delle esperienze più traumatiche della mia vita. Ma ora tutto è passato, mi sento meglio. Tutto ciò che sono riuscita a fare, anche da sola, mi rende orgogliosa: ho iniziato a lavorare, ho sempre lavorato senza sosta, ho trovato casa e mio figlio va a scuola.

Qual è stato il suo pensiero più costante?
Il mio pensiero più costante è stato se sarei arrivata e se sarei arrivata viva. Anche perché scendendo dalla collina in Slovenia ho visto alcune mamme che si buttavano con i figli e che quindi morivano. Con mio figlio sulle spalle vedevo questo e mi chiedevo se, invece, io ce l’avrei fatta.

L’accoglienza a Bolzano com’è stata?
Negli uffici dove sono dovuta andare non sono riuscita a ricevere tutte le informazioni necessarie e mi sono sentita emarginata. Nel centro di accoglienza i bagni non erano divisi e le persone aprivano la tenda quando mi lavavo, è stato traumatico. La Caritas invece mi ha aiutato tantissimo. Così come l’associazione GEA che quando sono stata vittima di violenza domestica mi ha fornito supporto psicologico, un appartamento e assistenza legale nel caso avessi voluto denunciare. Tra le persone “comuni” invece ho incontrato sia persone razziste che persone molto belle.

Suo figlio Andriano come ha vissuto tutte queste cose?
Adriano è stato bravissimo, ogni tanto mi chiedeva dove fossimo e quanto mancava alla destinazione, ma in generale non mi chiedeva niente di più di quanto non gli dessi. Aveva molta paura del buio, non mangiava e non beveva come avrebbe dovuto, io mi preoccupavo, ma lui mi abbracciava. Per tutta quella strada lui mi ha sempre abbracciato. Non so se gli sia rimasto qualcosa di indelebile nella sua memoria. La paura di stare da solo gli è passata, ma quella di dover “tornare lì in montagna” ancora torna. Ciò che mi ha fatto soffrire di più è stato fargli attraversare queste difficoltà, ma so che l’ho fatto per lui. Non avevo altra scelta.

Autrice: Anna Michelazzi