La musica da soggiorno di Gabriele Muscolino

Il 26 febbraio scorso, per l’etichetta Visage (una piccola label creata da Riccardo Tesi e Claudio Carboni) è stato dato alle stampe il primo disco da solista di Gabriele Muscolino, raffinato e colto cantautore bolzanino che, dopo essersi fatto le ossa dapprima in rockettare band giovanili e poi nel circuito del folk irlandese, è stato per diversi anni il frontman dei Nachtcafè, una delle belle realtà musicali scaturite da questa terra di confine.

Il nuovo disco, che s’intitola semplicemente col nome del suo autore, è un riuscito insieme di suoni mai eccessivi abbinati a testi mai scontati, che ha il pregio di non ricalcare le pur notevoli intuizioni sonore sperimentate col gruppo.
“Nei Nachtcafè – ci racconta Gabriele – io ero sì l’autore dei brani, ma il prodotto finale era il risultato di un lavoro di gruppo: da Francesco Brazzo, Matteo Facchin, Georg Mahlfertheiner ho mutuato davvero tanto, a livello di arrangiare. In particolare, da Georg ho imparato a saper togliere qualcosa, arrangiare meno per dare qualcosa di più, lasciare dei vuoti per mettere in risalto singoli dettagli. Meno si fa, più si è al servizio della canzone”.
Fatto tesoro di questi punti fermi, Muscolino, armato del suo bouzouki, ha allestito un gruppo davvero ridotto all’osso e, in due sessioni (febbraio e luglio scorsi) ha convocato, in uno studio allestito per l’occasione nel maso che ospita il museo delle api di Costalovara, i suoi pard musicali: innanzitutto Angelika Pedron, che è riuscita a creare parti vocali mai uguali e sempre indovinate con cui affiancare la voce dell’autore, la fisarmonica di Matteo Facchin (ma in alcuni brani lo strumento è suonato dall’amico irlandese Martin Tourish, del gruppo Altan) e gli archi suonati da Lorenzo Barzon e Luca Pasqual.
“Si tratta di una sorta di concept album a livello sonoro – spiega Muscolino – costruito sul filo conduttore del suono più che sui contenuti dei testi, il bouzouki irlandese ha delle risonanze molto lunghe che si sposano bene col violino e col violoncello creando un bel mélange. Poi negli ultimi anni ho avuto modo di ascoltare molto Nick Drake, scoprendo che anche lui usava arrangiamenti così minimali, proprio con questi strumenti ad arco. È un po’ una canzone d’autore cameristica, con la scelta precisa di non usare percussioni, anche se in un primo tempo ci avevamo provato.


Uno dei titoli del disco avrebbe potuto essere Musica dal soggiorno di casa, poi mi sono detto: chissà se ne farò altri di dischi da solo, e così ho optato per intitolarlo semplicemente col mio nome”. Il finale del brano Gli esploratori, una delle dieci tracce che compongono il disco, oltre a reggersi da sé è eloquente in questo senso, tutto strumentale con solo violino e violoncello a reggerne le sorti. Il brano, uno dei più immediati del disco, è anche quello nato più di getto a livello testuale, mentre per le altre composizioni Gabriele Muscolino ha lavorato più a lungo, prendendo spunti dai suoi taccuini di appunti, limando e aggiustando. Una procedura che richiede tempo. La sua è infatti una scrittura erudita, ricca di dotte citazioni, mai messe lì per sfoggio di cultura, ma piuttosto per stimolare l’ascoltatore: ecco così che nelle sue canzoni troviamo citazioni di Dante, Calvino, Guccini, idee brillanti come quella di Magnolia nera in cui il corpo femminile viene immaginato come una carta geografica da esplorare, e che dire della storia d’altri tempi della menzionata Gli esploratori che partono alla volta del favoloso Catai di marcopoliana memoria, fino all’arrangiamento italo-swing di Il migliore, che rimanda al vecchio Trio Lescano e a Paolo Conte. “Per quanto riguarda l’etichetta – conclude Muscolino – la Visage è piccola ma molto attenta alla cura e alla promozione dei prodotti, che vanno dalla musica tradizionale, al jazz, al cantautorato. Innanzitutto puntando sul disco in formato fisico e non sulle piattaforme d’ascolto o download che garantiscono magari visualizzazioni non reali, nel senso che un brano può avere diecimila visualizzazioni su youtube, ma quanti poi lo ascoltano dall’inizio alla fine, e quanti lo abbandonano invece dopo pochi secondi? La Visage lavora sul reale, pubblica il singolo online e punta su una distribuzione del CD mirata mettendo il marketing al servizio di un progetto culturale”.
Se ci saranno miglioramenti per quanto riguarda le restrizioni anti COVID 19 riguardanti gli spettacoli, per giovedì 8 aprile è prevista una presentazione del disco al Carambolage, nel caso le restrizioni fossero prorogate, la serata sarà posticipata a data da stabilire.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Fioredeus

Storie dal Multiverso

Esistono infiniti universi paralleli nei quali gli abitanti sono unione di due o più personaggi a noi già noti.

Si è conclusa sabato scorso la 71esima edizione del Festival di Sanremo condotta dal grande Fiordeus. “È stato molto difficile presentare senza pubblico,” ha affermato il conduttore “adesso capisco cosa provano i jazzisti!”. Pare sia il suo ultimo anno al festival della canzone italiana: “confido nella fine della pandemia per ritornare a fare l’animatore turistico ricominciando a cantare tutti al mare a mostrar le chiappe chiare!”

Un sostegno vicendevole

Per due mesi l’opinione pubblica altoatesina è rimasta doppiamente in apnea. Da una parte lo sforzo era tutto proteso nel tentativo di raggiungere la superficie per poter di nuovo respirare, dopo un anno di pandemia. Ma appena la superficie si riusciva a sfiorare, anche solo per breve tempo, subito il terribile peso della vicenda Neumair Perselli era in grado ci riportarci sotto, in profondità. 
Non è stato facile, per nessuno, ma alla fine la confessione del figlio della coppia è giunta per molti come una sorta di liberazione, dopo settimane di angoscia, indagini, ricerche e interesse mediatico alle stelle. Tutto finito? Macché: in brevissimo tempo i possibili sviluppi giudiziari alla luce del nuovo quadro sono riusciti addirittura a rinvigorire l’interesse da parte di molti in merito al dramma di una famiglia che in realtà fin dal primo giorno aveva  chiesto pace e rispetto, per riuscire a gestire al meglio il proprio dolore privato. 
La giustizia seguirà il suo corso, come è giusto che sia, per quanto riguarda il reo confesso, e la magistratura – ne siamo certi – svolgerà il suo compito con la prevista e necessaria serietà e severità.
Noi tutti dal canto nostro dovremmo invece riuscire a ricollocare questa vicenda nel suo alveo, evitando di farci prendere la mano,  come purtroppo spesso è avvenuto nei giorni scorsi, dando spesso adito a condanne mediatiche e a esternazioni d’odio nei confronti di un reo confesso che da tempo siamo abituati a chiamare per nome, quasi come fosse paradossalmente uno di famiglia, ormai.
La famiglia Neumair Perselli vive accanto a noi e continuerà a farlo anche nel prossimo futuro. Ricevendo il sostegno della fitta rete di amicizie e conoscenze su cui deve poter contare, oggi ancor di più. Ma in realtà attraverso questa questa esperienza di “vicinanza” potremo, in modo indiretto, crescere anche noi un po’, tutti insieme, ricostruendo e rafforzando il nostro tessuto sociale. 
Tutto ciò ci farà senz’altro meglio che lasciarci andare a inutili invettive nei confronti del responsabile di tutto questo dolore.

Autore: Luca Sticcotti – Direttore del giornale

Superbonus e spese condominiali

Ipotizziamo di vivere in un condominio e di aver effettuato lavori che beneficiano del cosiddetto superbonus 110; ipotizziamo, poi, che all’interno del nostro condominio vi siano condòmini non in regola con il pagamento delle loro quote di spese condominiali. In questi casi, vi sono ripercussioni per il condominio? Come deve comportarsi l’amministratore rispetto alla quota del condòmino che non paga?
La questione è stata posta all’attenzione dell’Agenzia delle Entrate, la quale ha fornito definitiva risposta nella circolare n. 30/E. 
Facciamo un passo indietro: la detrazione del 110%, il così detto superbonus, matura completamente quando sono eseguiti i lavori e quando è stato effettuato il relativo pagamento. Maturato il diritto alla detrazione, è possibile per il condòmino provvedere alla cessione del credito, ossia al trasferimento a terzi del credito corrispondente alla detrazione non ancora goduta (in sostanza, il condòmino spende euro 10.000, matura una detrazione di euro 11.000, che può essere ceduta a terzi).
La questione sottoposta all’attenzione dell’Agenzia delle Entrate è relativa alla possibilità, per un condòmino moroso, ossia che non paga le sue quote di spese condominiali relative ai lavori oggetto di superbonus, di cedere il credito d’imposta corrispondente alle detrazioni a lui spettanti. 
L’Agenzia delle Entrate parte dal seguente presupposto: l’amministratore di condominio deve comunicare all’Agenzia delle Entrate le cessioni dei crediti corrispondenti alle detrazioni esclusivamente per un ammontare proporzionato al rapporto tra quanto versato da ciascun condòmino entro il 31 dicembre dell’anno di riferimento della spesa e quanto dovuto dal condòmino stesso. 
Il credito che può essere ceduto deve corrispondere a una detrazione maturata; pertanto, non può esservi credito senza pagamento da parte del condòmino all’amministratore, in quanto la detrazione del 110% corrisponde alla somma versata dal condòmino all’amministratore medesimo.
Data questa premessa, la conclusione dell’Agenzia delle Entrate sul punto è stata la seguente: nel caso di condòmino moroso, l’amministratore non dovrà comunicare nessun dato riferito allo stesso, con la conseguenza che il condòmino, non avendo versato le quote condominiali, non avrà diritto ad alcuna detrazione.

Autore: Avv.to Dott. Massimo Mira

Noi o gli algoritmi?

Iniziamo la nostra miniserie di incontri con gli “algorimi”, che abbiamo introdotto nello scorso numero del giornale, tornando all’esempio dei trasferimenti dei docenti anche molto lontanato da casa. Il Tar del Lazio si è pronunciato sull’evento, accaduto ormai 5 anni fa, dicendo che “l’algoritmo impazzito fu contro la Costituzione” (Repubblica, 17/09/2019). Cerchiamo quindi innanzitutto di capire cosa sia effettivamente un algoritmo. 
L’etimologia della parola ci arriva dal nome del matematico arabo al-Khwarizmi, vissuto nell’VIII secolo d.C. A lui si deve la definizione di metodi per risolvere equazioni, descritti con sequenze di istruzioni semplici che, se eseguite alla lettera passo per passo, prendono in ingresso un’equazione e producono in uscita la soluzione. Questa idea di una “chiara sequenza di istruzioni per trasformare un input in un output” è alla base del concetto stesso di algoritmo così come lo intendiamo ancora oggi, e mostra un chiaro collegamento tra matematica e informatica: se abbiamo una chiara sequenza di istruzioni, possiamo “codificarla” in un opportuno linguaggio di programmazione e farla così eseguire al calcolatore.


Se un algoritmo non è quindi altro che un “procedimento sistematico di calcolo, oggi per lo più destinato a essere eseguito da un automa esecutore quale un computer” (treccani.it), come è possibile anche solo pensare che un algoritmo possa impazzire? La risposta è semplice: gli algoritmi non impazziscono. L’algoritmo di allocazione dei docenti ai posti disponibili è “impazzito” perché, in effetti, non è stato definito correttamente, ed è stato applicato su dati dei docenti incompleti o addirittura incorretti. Ovviamente un algoritmo definito impropriamente e chiamato a produrre un risultato su dati sbagliati non può che dare risultati insoddisfacenti. Portiamo quindi a casa un primo, chiaro messaggio: invece di parlare della “pazzia degli algoritmi”, dovremmo forse concentrarci sula “(in)competenza delle persone”.

Autore: Marco Montali

C’è libertà d’opinione. Ma l’odio non è un’opinione.

Se già in tempi “normali” la diffusione di notizie false rappresenta una malattia grave del sistema dell’informazione, figuriamoci in tempo di pandemia. In presenza di uno stato emergenziale in cui ne va della vita delle persone, la creazione di fake news, spesso condite di odio telematico, è semplicemente intollerabile.

Su questo tema ha preso posizione il presidente della Provincia Arno Kompatscher. “Le voci e le fake news, quando si tratta di Coronavirus, non fanno altro che generare incertezza e paura”, ha detto. “Chi in questi giorni si mette a navigare su internet o utilizza i social media non può non imbattersi in ogni genere di notizie false riguardanti l’emergenza Coronavirus”. Ma “voci, fake news e teorie complottiste causano grande incertezza nei cittadini e non danno alcun aiuto a superare questa importante sfida nel miglior modo possibile”. Il Presidente fa appello a informarsi attraverso fonti attendibili. La diffusione di notizie false (o di mezze verità) ferisce in primo luogo chi opera nei mass media, che ne escono screditati, tanto più che non di rado le fake news vengono rilanciate dagli organi di informazione tradizionali, anche pubblici.
È vero – art. 21 della Costituzione – che “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. È la libertà di opinione. Ma anche qui l’onestà intellettuale è d’obbligo. Le notizie false e l’odio telematico (hate speech) non sono opinioni. Il più delle volte sono reati.
Anche su questo interviene Kompatscher. “L’odio nei social network può ancora essere gestito e tollerato?”. “Molte persone sono arrivate alla conclusione che avere a che fare con gli ‘haters’ sia dannoso, nonché una perdita di tempo, e hanno per questo cancellato i loro profili social. Personalmente, non voglio fare a meno di questi canali di informazione. Questo è uno dei motivi per cui trovo sia importante e mio compito sottolineare che l’odio non è un’opinione”.

Autore: Paolo Bill Valente

Ricordando i gloriosi e rissosi Funkwagen

Trovano spazio anche i meranesi Funkwagen in un doppio vinile recentemente pubblicato per ricordare la gloriosa etichetta underground chiamata Rockgarage, attiva in Italia negli anni ‘80. Ecco il ricordo dell’esperienza jazzrock e progressive di Funkwagen, nelle parole del bassista e fondatore del gruppo Max Carbone. 

Nei mesi scorsi è stato pubblicato un doppio vinile dedicato a una gloriosa etichetta underground chiamata Rockgarage, attiva in Italia nei primi anni ottanta e dedicata alla diffusione di gruppi allora sconosciuti legati alla scena post-punk/new wave del nostro paese. L’etichetta, nata attorno alla redazione dell’omonima fanzine, in principio allegava degli EP da 7” al giornale, l’interesse attorno a queste produzioni  portò poi a un’esperienza più lungimirante, anche se sempre in totale autogestione.
Tra gli artisti pubblicati su questi EP, raccolti ora nel disco in questione, c’erano i meranesi Funkwagen, uno dei gruppi più interessanti e importanti della scena altoatesina di allora, cosa che ci offre l’occasione per ricordarli attraverso i racconti del bassista Max Carbone: “In origine erano gli Urbanoide, un quartetto ibrido. Io provenivo da un’esperienza piuttosto forte ai tempi del movimento del 1977 bolognese ed ero arrivato alla conclusione che la mia presa di coscienza politica volevo continuarla, ma in un altro modo, con la musica. Andrea Giglio, sassofonista nei Funkwagen, studiava a Venezia ed era arrivato alle stesse conclusioni, così insieme decidemmo di formare un gruppo, coinvolgendo il chitarrista Ezio Masotto e il batterista Roberto Romardi, che avevano un’impostazione rock, mentre Andrea e io volevamo fare dell’improvvisazione. Il risultato furono dei magma assoluti che erano lontanissimi dalle cose che si ascoltavano allora. Il debutto fu spiazzante per il pubblico, era un festival al dopolavoro Montecatini di Sinigo dove gli altri gruppi suonavano rock classico e west coast, qualcuno ci ha odiati, qualcun altro ci ha amati”.
Con l’arrivo di altri musicisti, dapprima Mariano Keller e poi Sandro Giudici alla batteria, mentre alla chitarra si aggiunse Gregor Marini, alla tromba Giancarlo il fratello di Andrea e alle percussioni Ugo Mustaffi, il gruppo finì per divenire Funkwagen e nel 1983 (proprio poco dopo il cambio di nome) sulla terza compilation di Rockgarage, insieme ai Diaframma di Federico Fiumani, trovò posto anche il loro brano Ebdòmero, il cui titolo era preso in prestito da un romanzo di Giorgio De Chirico.
“In origine – ci dice Carbone – dovendo registrare per un disco, avevamo preparato il brano in un certo modo, con melodia, struttura, ritornelli, ma quando ci siamo trovati in sala prove per registrarlo non riuscivamo a concretizzare. Dopo due giorni, allo stremo, ho detto agli altri: basta, cambiamo, improvvisiamo, questi sono gli accordi, questa la linea di basso e via. Al secondo tentativo il brano era pronto per il disco”.
Il nome del gruppo, che in italiano significa carro-radio, derivava dal fatto che i ragazzi s’immaginavano di essere un veicolo che s’introduceva nelle lande desolate della sperimentazione e che come una radio ne trasmetteva il risultato. Il tutto riducendo la parte improvvisata e prendendo possesso di altri linguaggi: “Quando Mariano è uscito dal gruppo – prosegue il bassista – abbiamo avuto la grande fortuna di trovare Sandro Giudici, la macchina ritmica di cui avevamo bisogno. Lui ci ha presi a due mani sollevandoci. Non è stata una storia lunga, eravamo troppo conflittuali, si discuteva molto, si litigava senza mezzi termini, offendendosi anche. Ma in sala prove e quando salivamo sul palco tutta questa conflittualità si sprigionava in energia. Poi, giù dal palco di nuovo a litigare”.
Grazie all’appoggio di Marco Pandin di Rockgarage, incontrato grazie ai contatti veneziani e mestrini di Andrea Giglio, i Funkwagen registrarono per l’etichetta legata alla fanzine un intero LP intitolato il caso Funkwagen, tenuti a battesimo nientemeno che da Ares Tavolazzi degli Area, ed ebbero occasione di esibirsi in giro per il Norditalia insieme al Politrio (in cui militava il futuro CSI Giogio Canali), un altro gruppo legato a quel circuito. Il disco ricevette recensioni positive su riviste come Fare Musica e i Funkwagen a Torino parteciparono anche al grande festival Il suono della metropoli, su un palco all’ingresso di Mirafiori: “C’era molta attesa – ricorda ancora Carbone – e quando salimmo sul palco il brusio si bloccò di colpo, tutti si zittirono come se fossero in attesa che accadesse qualcosa. Mi vengono ancora i brividi a parlarne, come se la nostra fama ci avesse preceduti. Fu un’esibizione perfetta. Anche se oggettivamente avevamo dei limiti tecnici: Gregor e Sandro erano già dei musicisti fatti e completi, ma per il resto eravamo su altri livelli. Ed è stato un po’ il motivo per cui poi il discorso si è presto esaurito, anche perché non abbiamo avuto il coraggio di andare oltre, di dedicarci solo a questo e studiare per colmare i limiti tecnici”.
Carbone, che nel corso degli anni non ha mai smesso di fare musica, fa attualmente parte di progetto chiamato Miles Ahead (con Sandro Giudici e col chitarrista trentino Enrico Merlin) che prendendo le mosse dalla musica di Miles Davis si espande verso prog e hard rock: prima di doversi fermare a causa del Covid-19, si sono esibiti a Milano e al Festival Jazz di Pompei, destando notevole interesse.

In foto principale: I Funkwagen al Foro Borio di Bolzano nel 1983
Copyright: Enrico Kikki Larice

Autore: Paolo Crazy Carnevale

La storia del convento dei Cappuccini

Buona impressione ebbero i bolzanini quando dei frati cappuccini (Ordine nato nel 1525) passarono per Bolzano. Il loro auspicio fu che si costruisse anche a Bolzano, dopo quello di Rovereto (1575), un convento di tali frati. Fu l’arciduchessa Anna Katharina a interessarsi presso l’imperatore Rodolfo II (1576-1612) per la costruzione sul luogo, a sudovest della chiesa parrocchiale, un tempo adibito a dogana nonché a casa degli strozzini (Wucherhaus), con annesso giardino. Fu determinante l’apporto di Marx Sittich, barone di Wolkenstein, per i costi di costruzione. Oltre alla Wucherhaus si potevano riutilizzare le rovine del castello Wendelstein con annessa torre; tale castello, distrutto dai bolzanini nel 1277, era stato ricostruito dopo la sottomissione al conte del Tirolo Mainardo II (1238-1295).  
Dell’antico castello, dopo la demolizione avvenuta al momento della donazione ai Cappuccini nel 1599, fu conservato il grande salone, trasformato nell’edificio di culto. I lavori di costruzione iniziarono il 19 aprile 1599, capomastro il bolzanino Johann Baptist de Layo. L’adattamento dei resti del castello e della torre a complesso conventuale richiese molto tempo in termini di tempo, fatica, denaro. Dall’aprile 1599 al maggio 1600 furono costruiti la chiesa, la cappella laterale e il sepolcro. Da ricordare la consacrazione il 23 dicembre 1599, da parte dell’abate di Gries, Nikolaus Schueler, della campanella del campanile dedicata a Maria Giustina. La prima S. Messa nella nuova chiesa fu celebrata il 9 aprile 1600.  Il 26 gennaio 1603 ci fu la consacrazione da parte del vescovo ausiliare  di Bressanone, Simon Feuerstein, della chiesa e dell’altare maggiore nonché dell’altare nella cappella dedicata alla Vergine Maria. Della nascita del complesso conventuale fa memoria la targa bilingue, che si trova a sinistra dell’ingresso della chiesa, con la dicitura:  “CONVENTO DEI CAPPUCCINI DAL 1599, GIÀ CASTELLO PRINCIPESCO – HEIMATSCHUTZ-VEREIN BOZEN”.

Autore: Leone Sticcotti

La genesi delle passeggiate di Bolzano #1

Primo ottobre del 1905: su progetto dell’ingegnere Faehndrich, vengono inaugurate le passeggiate del Lungo Talvera di Bolzano, le “Wassermauerpromenade”. Il progetto, che risistemava tutta la sponda sinistra del Talvera, era un intervento complesso che, tramite opere murarie e vari livellamenti di quota, portava a congiungere ponte Talvera con ponte sant’Antonio. Dopo secoli di regime inquieto del torrente, si metteva mano a un grande intervento che ridonava alla città uno spazio pubblico che andava ad arricchire il sistema del verde urbano. Le passeggiate si snodano per la lunghezza di 1300 metri e la loro larghezza varia dai 10 ai 30 metri, costellata da viali alberati, aiuole e fontane. Di queste ultime, ne esistevano due. La prima fontana, all’imbocco delle passeggiate, è quella di San Francesco, opera dello scultore Ignaz Gabloner, in puro stile Jugendstjl. La seconda fontana è quella di Re Laurino, rimossa per le note vicende durante il regime fascista. Era collocata e quasi prospiciente a castel Mareccio. L’opera, realizzata da Andrae Kompatscher nel 1907, è costituita da un basamento in granito rosso, mentre le figure scultoree di Laurino e Teodorico sono in marmo bianco. Al basamento del manufatto è posta la scritta : “Per aumentare il bene dei cittadini – per onorare l’ospite straniero.” Il complesso monumentale era rivolto simbolicamente verso lo Sciliar e il Rosengarten. Smontata nel 1933, la statua venne donata al Museo della Guerra di Rovereto, dove rimase fino al 1994. Oggi è collocata in piazza Silvius Magnago, davanti al palazzo provinciale Widmann.
I cittadini di Bolzano, in quel lontano 1905, si riversarono entusiasti in quel nuovo spazio pubblico urbano. Le immagini ci testimoniano di come tutta la città accolse con grande gioia quel grande serbatoio di verde, profumi, colori. Bolzano poteva vantare, finalmente, passeggiate che la rendevano alla stregua di Merano, delle altre città dell’Impero e di quelle europee.            
Per più di un chilometro il verde urbano, su un asse stradario privilegiato, era costellato da aiuole ricamate in maniera meticolosa, cariche di rose, piante esotiche, piante aromatiche e quant’altro. Tale vista privilegiata sulla città e sul circondario era ed è arricchita di panchine, spazi di sosta e bellissimi lampioni, alcuni originali e alcuni sostituiti nel corso dei decenni.

Autore: Flavio Schimenti

Sulle rocce di Castel San Zeno le origini della “civitas meranese”

275 d. C.: gli Alemanni iniziano ad invadere il territorio alpino. Un periodo di grande instabilità si ripercuote per tutta la regione, e nel 476 d. C. cade in maniera definitiva l’Impero Romano d’Occidente. 
Scorrerie e dominazioni di Goti, Baiuvari, Longobardi e Franchi, si susseguono incessantemente nel corso di quegli anni. Le popolazioni romanizzate della piana meranese troveranno rifugio su un pianoro conosciuto sin dall’epoca preistorica: tale sito è conosciuto attualmente col nome di Castel San Zeno.
Esso si presenta inaccessibile e difeso naturalmente su tre versanti. Il pianoro posto sulla strada che conduceva verso passo Giovo era diventato già in epoca romana presidio militare, “castrum maiense”. La rocciosa altura, a picco sul Passirio, godeva di una grande cisterna d’acqua che i latini avevano potenziato e resa operativa. Gli abitanti della piana meranese, guidati dal loro vescovo Valentino, lì vi trovarono rifugio. Rafforzarono il sistema difensivo, costruirono una piccola basilica paleocristiana e si insediarono sul quel pianoro, sicuro. 
L’edificio sacro venne dedicato a San Zeno, vescovo di Verona dal 362 d.C. La dedicazione della costruzione a tale santo non è casuale: egli, infatti, fu il primo vescovo che si trovò a dovere gestire il problema delle popolazioni germaniche che avevano varcato le Alpi. L’architettura si presentava con una sala unica, realizzata col materiale del posto, completata da un abside ed un presbiterio.
Alla sua morte (470 d.C.) Valentino venne proclamato santo, ed al culto del santo veronese, si aggiunse il suo. Ma un altro vescovo, successivamente, era affascinato da quel luogo. Corbiniano, vescovo di Frisinga (670 – 730 d.C.) frequentava assiduamente le prediche che si svolgevano presso la chiesetta di San Valentino, tanto, secondo le leggende, da precipitare sul Passirio e lì morire. San Valentino e poi San Corbiniano trovarono degna sepoltura presso quel luogo di culto. La primitiva costruzione ecclesiale venne arricchita di un secondo abside e presbiterio, parallelo a quello precedente, per dare modo di venerare degnamente le due figure di santi, ivi sepolti. 
Il Castrum meranese, sotto la protezione di ben tre santi, vigilerà per ben otto secoli di storia, sulla piana del Passirio e sulla sua popolazione. La denominazione attuale di castel San Zeno si deve al fatto che, a partire dal 1277, Mainardo II di Tirolo, di quel luogo volle farne la propria residenza. 
Egli preferì quel sito, perché più prossimo a Merano rispetto al più periferico castel Tirolo. Provvide a risistemare tutto il sistema difensivo, rafforzò la cinta muraria, innalzò il grande mastio, edificò il palazzo residenziale e la chiesa presente divenne cappella Palatina.

Autore: Flavio Schimenti