Ricordando i gloriosi e rissosi Funkwagen

Trovano spazio anche i meranesi Funkwagen in un doppio vinile recentemente pubblicato per ricordare la gloriosa etichetta underground chiamata Rockgarage, attiva in Italia negli anni ‘80. Ecco il ricordo dell’esperienza jazzrock e progressive di Funkwagen, nelle parole del bassista e fondatore del gruppo Max Carbone. 

Nei mesi scorsi è stato pubblicato un doppio vinile dedicato a una gloriosa etichetta underground chiamata Rockgarage, attiva in Italia nei primi anni ottanta e dedicata alla diffusione di gruppi allora sconosciuti legati alla scena post-punk/new wave del nostro paese. L’etichetta, nata attorno alla redazione dell’omonima fanzine, in principio allegava degli EP da 7” al giornale, l’interesse attorno a queste produzioni  portò poi a un’esperienza più lungimirante, anche se sempre in totale autogestione.
Tra gli artisti pubblicati su questi EP, raccolti ora nel disco in questione, c’erano i meranesi Funkwagen, uno dei gruppi più interessanti e importanti della scena altoatesina di allora, cosa che ci offre l’occasione per ricordarli attraverso i racconti del bassista Max Carbone: “In origine erano gli Urbanoide, un quartetto ibrido. Io provenivo da un’esperienza piuttosto forte ai tempi del movimento del 1977 bolognese ed ero arrivato alla conclusione che la mia presa di coscienza politica volevo continuarla, ma in un altro modo, con la musica. Andrea Giglio, sassofonista nei Funkwagen, studiava a Venezia ed era arrivato alle stesse conclusioni, così insieme decidemmo di formare un gruppo, coinvolgendo il chitarrista Ezio Masotto e il batterista Roberto Romardi, che avevano un’impostazione rock, mentre Andrea e io volevamo fare dell’improvvisazione. Il risultato furono dei magma assoluti che erano lontanissimi dalle cose che si ascoltavano allora. Il debutto fu spiazzante per il pubblico, era un festival al dopolavoro Montecatini di Sinigo dove gli altri gruppi suonavano rock classico e west coast, qualcuno ci ha odiati, qualcun altro ci ha amati”.
Con l’arrivo di altri musicisti, dapprima Mariano Keller e poi Sandro Giudici alla batteria, mentre alla chitarra si aggiunse Gregor Marini, alla tromba Giancarlo il fratello di Andrea e alle percussioni Ugo Mustaffi, il gruppo finì per divenire Funkwagen e nel 1983 (proprio poco dopo il cambio di nome) sulla terza compilation di Rockgarage, insieme ai Diaframma di Federico Fiumani, trovò posto anche il loro brano Ebdòmero, il cui titolo era preso in prestito da un romanzo di Giorgio De Chirico.
“In origine – ci dice Carbone – dovendo registrare per un disco, avevamo preparato il brano in un certo modo, con melodia, struttura, ritornelli, ma quando ci siamo trovati in sala prove per registrarlo non riuscivamo a concretizzare. Dopo due giorni, allo stremo, ho detto agli altri: basta, cambiamo, improvvisiamo, questi sono gli accordi, questa la linea di basso e via. Al secondo tentativo il brano era pronto per il disco”.
Il nome del gruppo, che in italiano significa carro-radio, derivava dal fatto che i ragazzi s’immaginavano di essere un veicolo che s’introduceva nelle lande desolate della sperimentazione e che come una radio ne trasmetteva il risultato. Il tutto riducendo la parte improvvisata e prendendo possesso di altri linguaggi: “Quando Mariano è uscito dal gruppo – prosegue il bassista – abbiamo avuto la grande fortuna di trovare Sandro Giudici, la macchina ritmica di cui avevamo bisogno. Lui ci ha presi a due mani sollevandoci. Non è stata una storia lunga, eravamo troppo conflittuali, si discuteva molto, si litigava senza mezzi termini, offendendosi anche. Ma in sala prove e quando salivamo sul palco tutta questa conflittualità si sprigionava in energia. Poi, giù dal palco di nuovo a litigare”.
Grazie all’appoggio di Marco Pandin di Rockgarage, incontrato grazie ai contatti veneziani e mestrini di Andrea Giglio, i Funkwagen registrarono per l’etichetta legata alla fanzine un intero LP intitolato il caso Funkwagen, tenuti a battesimo nientemeno che da Ares Tavolazzi degli Area, ed ebbero occasione di esibirsi in giro per il Norditalia insieme al Politrio (in cui militava il futuro CSI Giogio Canali), un altro gruppo legato a quel circuito. Il disco ricevette recensioni positive su riviste come Fare Musica e i Funkwagen a Torino parteciparono anche al grande festival Il suono della metropoli, su un palco all’ingresso di Mirafiori: “C’era molta attesa – ricorda ancora Carbone – e quando salimmo sul palco il brusio si bloccò di colpo, tutti si zittirono come se fossero in attesa che accadesse qualcosa. Mi vengono ancora i brividi a parlarne, come se la nostra fama ci avesse preceduti. Fu un’esibizione perfetta. Anche se oggettivamente avevamo dei limiti tecnici: Gregor e Sandro erano già dei musicisti fatti e completi, ma per il resto eravamo su altri livelli. Ed è stato un po’ il motivo per cui poi il discorso si è presto esaurito, anche perché non abbiamo avuto il coraggio di andare oltre, di dedicarci solo a questo e studiare per colmare i limiti tecnici”.
Carbone, che nel corso degli anni non ha mai smesso di fare musica, fa attualmente parte di progetto chiamato Miles Ahead (con Sandro Giudici e col chitarrista trentino Enrico Merlin) che prendendo le mosse dalla musica di Miles Davis si espande verso prog e hard rock: prima di doversi fermare a causa del Covid-19, si sono esibiti a Milano e al Festival Jazz di Pompei, destando notevole interesse.

In foto principale: I Funkwagen al Foro Borio di Bolzano nel 1983
Copyright: Enrico Kikki Larice

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Arno Nkompwakhe

Storie dal Multiverso

Esistono infiniti universi paralleli dove le cose non sono del tutto come noi le conosciamo.

C’è preoccupazione tra gli Zulù sudafricani per i nuovi casi di variante “sudtirolese”, nonostante le parole rassicuranti del leader Arno Nkompwakhe. Questa variante ha tra i principali sintomi quello di aumentare la superbia, la voglia di autonomia e il desiderio di acquistare il nuovo album dei Kastelruther Spatzen. Una volta contagiati si diventa particolarmente suscettibili ai discorsi riguardanti la toponomastica. L’unica cosa positiva è che basta parlare di soldi e il virus scompare.

Autore: Roberto Tubaro

Pineta, la vecchia Sissa

Se osserviamo l’immagine di Pineta che accompagna questo testo, possiamo riconoscere tutti i cambiamenti avvenuti dagli anni cinquanta dell’ultimo secolo in poi: le prime casette unifamiliari con la chiesa costruite dalle famiglie arrivate dal Polesine, gli ampliamenti degli anni sessanta e settanta, la Pineta nuova e, infine, la zona di espansione sui terreni Toggenburg.
Sono visibili anche i due masi storici del luogo: il Renner e lo Steinmann. Da quest’ultimo la frazione prende il nome tedesco, Steinmannwald. Sarebbe forse stato meglio conservare il nome originario della località: Sissa. Non serviva neppure una traduzione, in quanto Sissa non è né italiano né tedesco ed è comprensibile a tutti.
Quel che si sa di questa località riguarda soprattutto i due masi, entrambi compresi nelle vaste proprietà vescovili e citati fin dal medioevo come “duo mansi” di Sissa. Si presume che proprio qui i Romani avessero eretto una piccola stazione a protezione dell’importante via di collegamento tra Tridentum e Pons Drusi e i due masi potrebbero rappresentarne, per così dire, la prosecuzione in forma agricola. Ma già prima dell’arrivo di Druso e della definitiva sottomissione della popolazione retica, questo piccolo centro ai piedi del Montestretto era noto: infatti la valle e il rio che ne discendono erano chiamati Zisa, per la precisione Zisatal e Zisabach. Da Zisa è derivato Sissa e da questa tutte le varianti successive fino all’odierno Süßenbach, Rio Dolce.
Ma chi era dunque questa Zisa, patrona del luogo e della fonte?
Si trattava di una divinità probabilmente retica o comunque preromana, nota anche in altre zone alpine e non solo. Il suo “compito” principale era quello della protezione degli animali dalle varie forme di epizoozia. A lei era dedicata la fonte sacra situata proprio all’uscita dell’odierno paese, Nisselbrunn. Viene chiamata anche Siesenbrunn o Sessenbrunn o Ezilobrunn. Evidentemente il nome non attiene né alle acque “dolci” né tanto meno ai fantomatici asini (Esel) che avrebbero trasportato fin qui non meglio precisati beni ma bensì al nome della divinità a cui erano dedicate: in onore della quale, a monte dell’omonima valle, pare fosse stato eretto anche un piccolo tempio.
Questa fonte è citata anche in uno dei rari documenti riguardanti l’epoca delle invasioni barbariche. Pare infatti che il confine tra il ducato trentino dei Longobardi e i possedimenti dei Bavari insediati a Bolzano corresse proprio qui, lungo la valle della Zisa, e che in queste campagne paludose si sia svolta una cruenta battaglia di confine tra i due eserciti che si contendevano il controllo della valle dell’Adige.

In foto principale: Vista di Pineta
Copyright: David Kruk

Autore: Reinhard Christanell

Risveglio

[…] oggi dico sempre quando mi incontro coi ragazzi: voi magari aspirate ad avere un impiego in banca, ma ricordatevi che fare il contadino per bene è più intellettuale che non fare il cassiere di banca. Perché un contadino deve sapere di genetica, di meteorologia, di chimica, di astronomia persino. E allora tutti questi lavori che noi consideriamo magari lavori così, magari con un certo disprezzo, sono lavori invece intellettuali. […]
Da “Ritratti: Mario Rigoni Stern” di Carlo Mazzacurati, 1999

Rinascita, fertilità, resurrezione: la primavera non è solo una stagione, è una struttura archetipica colma di significati millenari e ubiqui, spesso legati al mito della rigenerazione dopo il lungo inverno arido, con una natura nuovamente rigogliosa che torna a essere madre benevola e non matrigna. Anche gli appassionati del BalconORTO sanno che a breve dovranno dosare la loro maestria per preparare la nuova stagione. Dai salotti, dalle verande, dai poggioli o da qualche vaso, dimenticato in un angolo, avvolto dal tessuto non tessuto le piante ci mostrano dei chiari segnali di risveglio. Basta un goccio d’acqua durante le ore più calde delle giornate più miti per vedere spuntare nuove minute gemme o i primordi dei narcisi fare capolino dal terriccio. Poi primule, falsi mughetti, tulipani, fresie, tarassachi, margherite, begonie, petunie e surfinie, come il perenne alisso, ricolmeranno di colori e di profumi la nostra anima. Le prime operazioni da effettuare consistono, innanzitutto, nel controllare bene i vasi: quelli vuoti saranno da pulire e da lavare con acqua e aceto per rimuovere le incrostazioni di calcare, lo sporco e gli inquinanti. Quelli con vecchio terriccio, ma privi di semi e/o bulbi dovranno essere rigenerati con nuovo terriccio, humus di lombrico, compost ed eventualmente del concime a lenta cessione. Se invece è nostra intenzione coltivare delle orticole è bene riempire i vasi a 2 cm dal bordo e unire gli stessi ingredienti menzionati con qualche manciata di terra da orto, sabbia e agriperlite per aumentarne il drenaggio e alleggerirne il peso. E dell’argilla espansa sul fondo di ogni vaso/fioriera per evitare ristagni. Le piante da orto hanno bisogno di più energia per fruttificare ed è indispensabile ricorrere ai concimi liquidi, da somministrare almeno una/due volta al mese e con metà delle dosi consigliate. Nei semenzai di gennaio e di febbraio le prime varietà da seminare saranno peperoncini e melanzane. Per i pomodorini, alle nostre latitudini, possiamo aspettare metà/fine marzo prima della semina in ambiente protetto.Ricordiamoci delle consociazioni favorevoli! Impariamo a far coabitare sia piante da fiori, che richiameranno tante belle api, coccinelle e insetti pronubi, sia piante aromatiche e sia più varietà di piante da orto nello stesso vaso. Insieme si faranno compagnia, sostegno, ombra, scambiandosi azoto, protezione contro alcuni parassiti e migliorando il sapore del nostro raccolto. Dopotutto, la biodiversità che sta tanto a cuore all’ecologista che è in noi inizia sempre dai nostri balconi.

Autore: Donatello Vallotta

La responsabilità della scuola guida

Ipotizziamo di avere un incidente stradale e che dall’altra parte vi sia un’auto di una scuola guida con un conducente/allievo nel corso di una lezione; la scuola guida è sempre responsabile?

La risposta è no. La responsabilità della scuola guida può certamente configurarsi e può essere a titolo esclusivo o a titolo di concorso con l’allievo: risponde a titolo esclusivo dell’incidente tutte le volte in cui siano state date indicazioni errate o imprudenti all’allievo; risponde, invece, a titolo di concorso di colpa tutte le volte in cui non vi sia stato un intervento per evitare l’evento dannoso dovuto all’errore dell’allievo o quando l’intervento sia stato tardivo o inidoneo. Naturalmente il limite a questo concorso è costituito dalla concreta possibilità di agire e cioè dalla prevedibilità ed evitabilità dell’evento da parte dell’istruttore.
Il problema è, allora, accertare il grado di colpa nel caso di volta in volta affrontato. è infatti ipotizzabile anche la totale responsabilità in capo all’allievo, tutte le volte in cui l’incidente sia ascrivibile a sua totale negligenza o imprudenza o violazione di norme. Infatti, l’allievo, prima di porsi alla guida di un veicolo, ha l’obbligo di conoscere, diligentemente, tutte le norme sulla circolazione stradale; tali oneri non vengono meno per il fatto che il soggetto si stia esercitando seguito dal proprio istruttore.
è comprensibile, quindi, come eventuali giudizi di responsabilità per colpa vadano compiuti valutando tutte le circostanze concrete. I presupposti di partenza rimangono comunque che: l’allievo ha il dovere giuridico di conoscere almeno le nozioni fondamentali dei comandi del mezzo che si appresta a condurre e il loro corretto uso prima di porsi alla guida; tale obbligo non può venir meno per la semplice presenza dell’istruttore; su quest’ultimo, invece, incombono tutti gli obblighi di vigilanza e di informazione affinché la lezione possa svolgersi in modo tale che non si creino pericoli per l’incolumità d’altri e dell’allievo.

Autore: Avv.to Dott. Massimo Mira

Nient’altro che “Noi 3”

Non è una novità: i lunghi mesi del lockdown della scorsa primavera, la pallida estate che le ha fatto seguito e il ritorno delle limitazioni in autunno hanno dato una sonora mazzata al mondo della cultura, e con essa al mondo musicale.
Abbiamo in un primo tempo visto e apprezzato gli sforzi dei musicisti per non finire nel dimenticatoio e per dimostrare che c’era la volontà di non arrendersi e di non farsi tarpare le ali da una situazione surreale.
Dapprima sono arrivati i concerti al balcone, poi i meeting via zoom o skype e le produzioni musicali casalinghe, con ottimi risultati anche, ma pur sempre limitati per via dell’assenza del pubblico, soprattutto nei casi dei concerti in streaming, e non ci riferiamo solo alla scena di casa nostra, ovviamente.


Il lungo periodo di assenza dai palchi ha però permesso a molti di portare a termine dei lavori che erano in cantiere e verso fine anno abbiamo visto le uscite discografiche di parecchi dei nostri musicisti: e non ci riferiamo solo alle uscite digitali o liquide (come si usa dire per la musica che non è fruibile in formato solido).
Tra le varie produzioni figlie di questo periodo balengo, a metà gennaio è stata realizzata una piccola chicca musicale realizzata con amore da un trio che per questa sua uscita ha deciso di usare la denominazione Noi 3, che è poi anche il titolo del lavoro: si tratta di Franco Mugliari, Tony Gazzignato e Walter Pitscheider, che hanno infilato in questo disco, realizzato con tutti i crismi, con stampa professionale e tanto di bollino SIAE, tutta la loro passione per un certo modo di fare jazz, molto tradizionale e d’atmosfera, basato sugli standard, come si usava una volta. Il tutto senza fini commerciali o aspirazioni di gloria, soprattutto per il piacere di farlo, ad uso e consumo proprio e degli amici.
“Il titolo Noi 3 – ci racconta il bassista e cantante del trio, Franco Mugliari – è stato discusso a lungo, soprattutto da me, tra me e me, perché in realtà il significato avrebbe voluto essere ‘noi in tre’, che sarebbe stato poco chiaro: per intenderci, nel CD ci sono dei brani in cui compaiono tre chitarre, due sassofoni, cinque percussioni, voce e basso, ma il tutto è suonato da noi tre, appunto, solo noi tre, visto che possiamo contare su Walter che suona ugualmente bene sia la chitarra che il sax ed è sicuramente il punto di forza del trio. Però ognuno ha la sua peculiarità; Tony, ad esempio, si occupa di tutta la parte tecnica: noi per registrare usiamo la sala prove dei King’s Friends, di cui Tony è il batterista, ed è lui che sa smanettare con i programmi di registrazione. Per di più si occupa anche della parte grafica del disco”.
Mugliari si schermisce sminuendo la propria importanza all’interno della formazione, relegandosi nel ruolo di un bassista non virtuoso, ma in realtà in questo disco – rispetto al CD solista pubblicato da Mugliari un paio d’anni fa, in cui il trio compariva con la medesima formazione sotto il nome di Cantina Band Trio – oltre ai suoi progressi allo strumento, ascoltate ad esempio la ripresa dello standard Fly Me To The Moon, in cui il nostro si concede anche un assolo, non è possibile non prendere atto della novità della voce.
“In realtà – prosegue Mugliari – i brani sono concepiti per poter essere suonati o ascoltati anche in versione strumentale, Walter col sax, in corrispondenza con la parte cantata, esegue anche il tema, prima dello spazio riservato all’assolo. Questo perché non ero sicuro di tenere le parti che avevo cantato. Perché io non sono un cantante . Sono nato come cantante, da teenager, con grandi aspirazioni forse, ma, diciamocelo, non con grandi capacità. Non ho voce, non ho estensione, soprattutto non ho volume. Come se non bastasse, in questo disco il cantato non era da sottovalutare, ho cantato in portoghese, lingua che non conosco e di cui mi sono fatto aiutare con fonemi e accenti, in tedesco, in francese, in italiano. Si è trattato di un impegno non da poco”.
Comunque stiano le cose, riguardo al cantato di Mugliari, ascoltando il disco del trio è evidente che la voce è invece fondamentale nell’economia del prodotto, a riprova che non sempre la tecnica è fondamentale quando c’è un grande sentimento: provate ad ascoltare la versione della contiana Via con me (It’s Wonderful), Bei Dir War Es Immer So Schön o la classica Les Feuilles Mortes: il cantato del nostro ci sta alla perfezione proprio perché ci sono il mood e la partecipazione necessari.
Certo, probabilmente siamo lontani dal disco perfetto, ma per quanto riguarda il fatto in casa – e durante il lockdown gli italiani si sono davvero sbizzarriti a riguardo, in particolare a livello gastronomico – Noi 3 o, se vogliamo, Noi in tre, ha il gusto, il sapore e l’aroma giusti.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Non basta fare il bene, bisogna anche farlo bene

Molti cittadini, soprattutto in presenza di situazioni di necessità ed emergenza, vogliono dare una mano. Di fronte a una tragedia improvvisa e a casi di povertà evidente, partono gare di solidarietà capaci di mobilitare in breve tempo un gran numero di persone. Vale il vecchio detto: non basta fare il bene, bisogna anche farlo bene.

Premesso che nessuno ha il monopolio né conosce con certezza il segreto di ciò che è “buono”, tuttavia le persone attente e solidali si sforzano ogni giorno di riconoscere il “bene” e di operare scelte “buone”. Sanno naturalmente che si può sbagliare.
Per sbagliare meno possibile si possono usare alcune precauzioni che, da che mondo è mondo, si sono rivelate efficaci.
In primo luogo, chi compie azioni per essere visto, ammirato, per finire sul giornale o per essere ringraziato probabilmente non sta facendo il bene. Il più delle volte i veri bisogni delle persone sono invisibili e le mani che aiutano non si mettono in mostra (“State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro…” “Quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti… per essere lodati dalla gente”. “Non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto”, Marco 6).
Un secondo criterio è quello di chi si chiede, prima di muoversi, chi è meglio che dia una risposta efficace a un determinato bisogno. Sono io, spinto dal mio entusiasmo o è, ad esempio, il Comune con i suoi servizi? Spesso certe azioni “solidali” offrono un alibi a chi avrebbe la responsabilità di risolvere le situazioni (e di rimuoverne le cause).
Infine è importante ricordare che fare il bene (nostro e delle altre persone) non è facile e non si improvvisa. Non basta un clic, non è sufficiente estrarre una banconota dal portafoglio o commuoversi davanti a immagini e storie di cui non si conosce nulla. Fare il bene richiede pazienza, attenzione, studio delle situazioni, un’informazione competente e adeguata. Fare il bene è uno stile di vita, non l’avventura di un istante.

Autore: Paolo Bill Valente

Vicini agli operatori sanitari

Giusto un anno fa, il 24 febbraio 2020, con un comunicato stampa la Provincia di Bolzano annunciava il primo caso di Coronavirus in provincia di Bolzano. La fotografia collegata al comunicato sembra parlare di un’altra epoca, con i responsabili politici e sanitari seduti fianco a fianco, senza mascherine, e con i capelli decisamente meno brizzolati rispetto a oggi. Da quel momento è iniziata un’emergenza della quale ahinoi non riusciamo ancora a vedere la fine, anche se con speranza almeno oggi possiamo contare su maggiore consapevolezza e – soprattutto – una serie di vaccini che entro la fine dell’anno potrebbero dare finalmente il respiro di cui tutti noi abbiamo bisogno. Ricordando questi 366 giorni di grande pazienza e fatica, il pensiero va soprattutto alle mille storie di dolore che hanno colpito le nostre famiglie. Ma in secondo luogo un grande grazie va anche e soprattutto agli operatori sanitari che da mesi e mesi sono sotto pressione. Sono loro ad aver sostenuto in quest’anno il carico maggiore di lavoro, accompagnando nel modo più umano possibile coloro che ci hanno lasciato e i loro familiari, e sostenendo le migliaia di malati che invece da questa malattia sono riusciti a guarire. Gli operatori attivi nel comparto sanitario – medici, paramedici, infermieri, operatori sociali, amministrativi, tecnici, ausiliari di ogni tipo – sono stati chiamati a svolgere un compito gravosissimo, spesso mettendo a repentaglio la loro stessa salute. Le loro famiglie li hanno supportati, potendo direttamente testimoniare la gravità della situazione anche nei confronti dei pochi – ma comunque troppi – che tendevano a sottovalutare questa malattia che ci ha messi a dura prova, come società intera. Oltre al nostro grazie, agli operatori sanitari dobbiamo ora l’ulteriore necessario supporto per i prossimi mesi, che saranno cruciali nella fase della vaccinazione di massa. Questa solidarietà avrà un ruolo fondamentale non solo per metterci finalmente dietro le spalle la pandemia, ma anche per la successiva e necessaria riflessione sul ruolo delle professioni sanitarie e sull’attuale sistema, che sarà senz’altro da ripensare. Tutti noi saremo chiamati a contribuire, in un modo o nell’altro.

Autore: Luca Sticcotti – Direttore del giornale

Mario Drughi

Storie dal Multiverso

Esistono infiniti universi paralleli dove le cose non sono del tutto come noi le conosciamo.

L’intero Paese si è immobilizzato quando il presidente Mattarella ha dato l’incarico di formare il governo a Mario Drughi, il leader della banda criminale omonima. “Sarà un onore poter governare gli italiani, popolo dal grande Gulliver!”, ha dichiarato. Aggiungendo: “Ci sarà finalmente Lattepiù per tutti, più sostegno per le babushke e, prima di tutto, il nuovo inno italiano sarà l’inno alla gioia del buon vecchio Ludovico Van”. “L’Europa me lo deve, con tutto quello che ho fatto!”, ha concluso.

Autore: Roberto Tubaro

Un deficit di responsabilità generalizzato

Nei giorni scorsi ho letto con interesse un’intervista rilasciata dal biostatistico Markus Falk in merito alla pandemia in Alto Adige. Dati alla mano, Falk definisce “inevitabile” il nuovo lockdown in cui siamo entrati, visto il trend in crescita di contagi e ricoveri negli ospedali. Allo stesso tempo, l’esperto mette in evidenza il forte aumento di casi tra gli ultrasettantenni. Sviluppando ulteriormente lo stesso concetto in un’altra intervista, Falk definisce molto più pericolosi (per loro e per i pari età) gli assembramenti degli anziani, a quanto si dice molto frequenti nelle valli, rispetto a quelli dei giovani. Il biostatistico non manca di indicare come particolarmente a rischio per la diffusione del contagio le famiglie allargate, più diffuse in periferia piuttosto che nei grandi centri.
Ecco: a mio avviso nelle ultime settimane si è registrato nel nostro territorio un pericoloso e generalizzato calo nel senso di responsabilità, portando spesso a esasperare gli animi. Si tratta di una deriva pericolosa, e occorre che tutti facciamo un doveroso esame di coscienza. Ad essere chiamata a risponderne è la politica provinciale in primis, che in questi mesi si è spesso dimostrata incapace di dare risposte adeguate e tempestive, nel suo procedere ondivago, incerto e – quel che è più grave – privo di qualsivoglia atteggiamento autocritico.
Ma anche noi cittadini abbiamo le nostre responsabilità, sia individualmente che in tutte le situazioni in cui siamo coinvolti, a livello lavorativo, associativo e del tempo libero. Le nuove contrapposizioni manifestatesi tra i vari settori del nostro sistema economico e addirittura le “barricate” preannunciate dai settori più penalizzati, come commercio e turismo, hanno fanno suonare un campanello d’allarme che deve essere preso molto sul serio. La società altoatesina intera è chiamata a dare un segnale molto forte, in cui gli interessi di parte, le paure e gli egoismi vengano accantonati nel nome dell’interesse comune. Stigmatizzando in questo modo con la massima fermezza l’ignoranza e addirittura i negazionismi, che non possono essere più accettati nell’ottica della salvaguardia della salute e della serenità dei più deboli.

Autore: Luca Sticcotti – Direttore del giornale