Separazione ed eredità

Prendendo spunto dall’articolo da ultimo pubblicato, mi viene posta da un lettore la seguente domanda: in caso di separazione consensuale, in assenza di testamento, come sono regolati i rapporti ereditari con l’ex coniuge?

L’eredità del coniuge dopo la separazione è disciplinata da due articoli del codice civile: l’art. 585 secondo cui il coniuge cui non è stata addebitata la separazione ha gli stessi diritti successori del coniuge non separato (pertanto, tornando alla domanda postami, ciò vale anche in caso di separazione consensuale); l’art. 548, secondo cui al coniuge responsabile della separazione spetta soltanto un assegno vitalizio se, al momento della morte, godeva degli alimenti a carico del coniuge deceduto.
Le stesse regole si applicano anche nel caso in cui la separazione sia stata addebitata ad entrambi i coniugi.
Il coniuge separato ha diritto alla pensione di reversibilità dell’ex defunto, anche se ha rifiutato l’eredità. Se al coniuge superstite viene addebitata la colpa della separazione, egli ha diritto alla reversibilità solo se gli è stato riconosciuto dal giudice il diritto agli alimenti a carico del coniuge deceduto. Altrimenti ne è escluso.
A differenza della separazione, con il divorzio il vincolo matrimoniale viene definitivamente sciolto e si perdono i diritti successori acquistati con il matrimonio. L’ex coniuge divorziato, quindi, esce definitivamente dall’asse ereditario del defunto, ma conserva il diritto all’assegno di divorzio anche dopo la morte del soggetto obbligato. Se il coniuge defunto, prima di morire, versava l’assegno divorzile all’ex, i suoi eredi dovranno continuare a farlo – nei limiti dell’eredità percepita – per arginare lo stato di bisogno del superstite. Se le parti sono d’accordo, la corresponsione dell’assegno può avvenire anche in un’unica soluzione. Se però il coniuge divorziato convola a nuove nozze, stipula un’unione civile o instaura una convivenza stabile, perde il diritto all’assegno divorzile.
Infine – ma solo in determinati casi – il coniuge divorziato ha diritto alla pensione di reversibilità dell’ex coniuge defunto.

Autore: Avv.to Dott. Massimo Mira

Diritto alla casa, fondamento della dignità della persona

“Ogni individuo ha diritto a un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, alle cure mediche e ai servizi sociali necessari”. Queste parole, dopo oltre ottant’anni, suonano oggi di tragica attualità.

È l’art. 25 della Dichiarazione universale dei diritti umani (1948) che continua così: l’individuo “ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in altro caso di perdita di mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà”.
Se ci fermiamo al “diritto all’abitazione” non possiamo non pensare alle persone cosiddette “senza dimora” che in questi giorni, in cui è fatto obbligo di rimanere a casa, una casa non ce l’hanno. In realtà non è proprio così. Molte di queste persone vivono in strutture messe a disposizione da comuni e comunità comprensoriali. Solo la Caritas diocesana ne sta accogliendo circa duecento (oltre alle varie altre forme di housing, per i profughi, per famiglie in difficoltà, i lavoratori ecc.).

Il diritto alla casa ispira un approccio (sviluppatosi negli Stati Uniti e in Europa) che va sotto il nome di “Housing first” (la casa prima di tutto). Secondo questo modello l’abitazione, nei percorsi di integrazione/inclusione sociale, non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza. È il riconoscimento di quella dignità sulla quale (ri)costruire tutto il resto.

Già nel 2017 le Linee guida provinciali – “Interventi per persone senza dimora” – hanno definito “un passo fondamentale” l’avvio “di un progetto pilota Housing first”. L’assessorato al Sociale (W. Deeg), malgrado le difficoltà di ordine finanziario legate all’attuale crisi, intende ora “offrire, oltre a un sostegno economico, anche un aiuto strutturale rafforzando ulteriormente il progetto Housing first” e in tal modo dare concretezza al diritto alla casa.

Autore: Paolo Bill Valente

La nascita dei parchi pubblici di Bolzano #2

Nell’Ottocento, Bolzano annoverava già due parchi pubblici: quello della Stazione e il Rosegger di via Marconi. Dall’altra parte del Talvera, il comune autonomo di Gries non era rimasto a guardare. Nel 1898 i cittadini di quel borgo potevano godere di uno spazio pubblico verde, pari per estensione a quello della Stazione di Bolzano. Questo parco si attestava frontalmente al ponte Talvera sul lato di Gries, e ricalcava, in parte, il sedime dell’attuale parco della Vittoria. Il perimetro verde era di forma triangolare ed era suddiviso in sei vaste aree alberate con piante ad alto fusto. Il giardino era di tipo all’inglese ed era ingentilito da un laghetto artificiale di forma circolare. Altresì, veniva denominato “parco” anche il lato più a nord, dove oggi si trova parco Petrarca. In quel luogo, in realtà, venivano raccolti i legnami provenienti dal Talvera e lì depositati. Sul lato sud, in corrispondenza delle attuali passeggiate S. Quirino, esisteva un grande piazza d’armi, destinata alle esercitazioni militari, anche se le leggende cittadine, ci narrano un’altra storia. Lì, in verità, venivano infatti stesi alla luce del sole i panni dei cittadini di Gries ad asciugare. Con la costruzione del ponte in ferro e l’arrivo del tram, che da Bolzano conduceva verso Gries, il parco venne arricchito da un bel portale di ingresso. Esso era composto da tre archi e ben presto, sopra di essi, fiorì una bella pianta di glicini. L’arco trilobato venne quindi rinominato dai cittadini “il portale dei glicini”. La pianta fioriva in primavera e durava per tutta la bella stagione. Ma la pace e l’armonia di questa parte della città, durarono poco. Dietro al portale, allo scoppio della Prima guerra mondiale, si decise di costruire il monumento dedicato ai Kaiserjäger. Perduta la guerra dall’Austria-Ungheria, il nuovo governo proprio su quel sito realizzò l’attuale monumento della Vittoria. Il parco restò, mantenendo parte delle precedenti colture arboree. Sul lato nord invece, in uno spazio adeguato, venne realizzato il parco Petrarca. Il vero e proprio accesso a tale parco diverrà, nel 1936, la Fontana delle Legioni di piazza 4 Novembre e verrà arricchito di pini mediterranei e di altre piante non autocone su lato di via Cadorna.
Passate le guerre, e grazie all’intuizione di un grande “maestro”, l’ingegnere Michele Lettieri, nascerà infine l’enorme spazio verde urbano del Talvera. Il nostro “Central Park”. Ma questa storia l’abbiamo già raccibtata, proprio su questo giornale.

Autore: Flavio Schimenti

Quella ragazza assorta nel condannare i crimini nazisti

Merano, notte del 15 settembre 1943. Un gruppo armato del S.o.d, acronimo di “Servizio di ordine pubblico sudtirolese” al servizio delle Ss e della Gestapo, rastrella nella città donne e bambini di origine ebraica.
Sono quarantatre persone che – impaurite e spaventate, con urla, spintoni e sotto la pressione dei fucili mitragliatori – vengono condotte nelle cantine della Casa del Balilla. Il loro destino è segnato, dopo un breve interrogatorio, in quella notte stessa, verranno condotte presso i campi di sterminio di Reichenau (Innsbruck) e poi ad Auschwitz – Birkenau. Solo una di quelle quarantatre persone sopravviverà alle atrocità dei lager.
Il suo nome è Walli Hoffman.
Tornata a Merano nel dopoguerra, Walli convinse la Comunità ebraica ad erigere un monumento in ricordo di quell’efferato crimine.
L’opera venne affidata ad una giovane artista, figlia di una delle quarantatre vittime dei nazifascisti. Il suo nome era Ceza Somoskeoy e si mise subito all’opera. La statua doveva rappresentare tutta l’infinita dolcezza e gentilezza, in contrapposizione all’odio e la rabbia che hanno altresì caratterizzato i due regimi autoritari. L’opera realizzata in marmo bianco raffigura una giovane donna, vestita con una sobria tunica dalle mille pieghe e tesature. È in ginocchio, ma non sta implorando “alcuno”, il suo sguardo è rivolto verso l’alto, raccolto e sereno, in un punto che sembra guardare verso l’infinito. Le mani sono giunte, ma non stanno pregando, sembrano quasi avere pietà nei confronti dei propri aguzzini. Tutta l’opera tende ad esprimere una grande serenità ed una inesauribile bellezza , nei confronti di un grande dolore e di un atto atroce, ovvero l’eliminazione dell’altro e del diverso. Collocata all’interno di un condominio in via Otto Huber l’opera fa tutt’ora bella mostra di sé nei pressi del luogo dove sorgeva, la demolita Casa della G.i.l., insieme ad una targa commemorativa che ci ricorda i fatti di quella tragica notte meranese.
Di recente la statua è stata completamente ripulita dall’incuria del tempo, a cura del nostro gruppo di volontari di Retake insieme agli amici di Merano.
Spetta ad ognuno di noi ricordarci di come è stata atroce e crudele la guerra, ma di come da essa possano nascere opere che ci ricordano altro. E di come – in effetti e citando il filoso Cvetan Todorov – la bellezza è l’unica arma che può salvare il mondo.

Autore: Flavio Schimenti

Responsabilità di uomini e di algoritmi

Si sente sempre più spesso parlare degli algoritmi come fossero vere e proprie “intelligenze artificiali”, capaci di decidere i nostri destini in modo opaco e distopico. Di esempi concreti ce ne sono a bizzeffe. Molti di voi ricorderanno il caso di qualche anno fa dell’algoritmo utilizzato per allocare i docenti alle scuole sul territorio nazionale, e che in vari casi ha portato persone a doversi spostare di centinaia di km. Per non parlare degli algoritmi che, proprio in questi giorni, portano a colorare le diverse regioni e provincie d’Italia in base all’andamento della pandemia di COVID-19.

Il problema è in realtà molto più ampio. La nostra storia recente abbonda di situazioni in cui gli algoritmi hanno “mostrato comportamenti scorretti o poco etici”: algoritmi di riconoscimento facciale che confondono persone e gorilla, algoritmi per decidere sui prestiti bancari che “preferiscono” gli uomini alle donne, algoritmi per l’analisi dei carcerati che indicano genericamente le persone di colore come più tendenti a recidivare nei propri crimini.

In tutti questi esempi, torna di nuovo un riferirsi agli algoritmi come esseri senzienti, dotati di “preferenze”, “potere decisionale” e, non per ultimi, “preconcetti”.
Cercheremo, nei prossimi numeri della nostra rubrica, di fare un’opera di chiarezza su questi fantomatici algoritmi, cercando di ristabilire un po’ di ordine e di sano equilibrio. Lo faremo utilizzando esempi concreti, con un triplice scopo. In primis, ricorderemo da dove proviene il termine “algoritmo”, e cosa sia davvero un algoritmo. In secondo luogo, distingueremo tra gli algoritmi che vengono utilizzati per risolvere problemi, e quelli che vengono utilizzati per imparare dai dati. Da ultimo, ci soffermeremo, come già molte volte abbiamo fatto, sulla natura di questi dati: chi li ha prodotti, chi li consegna agli algoritmi. Con un tema di fondo sempre presente: quello della responsabilità e dell’importanza di responsabilizzarsi.

Autore: Marco Montali

L’albero per Carlo Maria Giulini

Parlando di targhe commemorative vanno ricordate quelle che si trovano sulla Collina dei Saggi, inaugurata al Parco Firmian il 17 marzo 2017. Il Comune ha piantato particolari alberi in omaggio a persone che hanno avuto profondi legami con la città; ogni albero, oltre alla targhetta con un numero, ha una targa con nome e cognome, data di nascita e morte, della persona da ricordare. Un esempio è l’albero n.73, dedicato a Carlo Maria Giulini, cittadino onorario dal 2002, sul quale diamo qualche notizia. Nato a Barletta il 9 maggio 1914, sin da bambino si interessò alla musica, dopo aver sentito suonare un violino da un musicista ambulante. Le prime esperienze musicali le fece a Bolzano, dove la famiglia si era trasferita dopo la guerra. Dopo la Musikschule e l’Istituto musicale Gioacchino Rossini, seguì i corsi del celebre violinista Remigio Principe. Trasferitosi a Roma nel 1930, studiò e si diplomò in viola. Suonando come viola di fila con celebri direttori e compositori, nacque l’interesse per la direzione. Dopo le esperienze in conservatori con un’orchestra di allievi e altre dirigendo formazioni studentesche, diplomatosi in composizione e perfezionatosi in direzione d’orchestra, fu la serata del 16 luglio 1944 al teatro Adriano di Roma a segnare l’inizio ufficiale della sua carriera. Dal 1945 al 1952 fu direttore dell’Orchestra Sinfonica della Rai di Milano, poi, fino al 1955, del Teatro alla Scala. Dal 1955 al 1958 debuttò negli USA con la Chicago Symphony Orchestra, che diresse anche dal 1969 al 1972. Nel 1958 diresse la Philarmonic Orchestra di Londra. Nel 1960 fu in Giappone. Nel 1978 sostituì Zubin Mehta alla Los Angeles Philarmonic Orchestra, dove rimase fino al 1984. Furono molti i concerti che dal 1977 al 1997 diresse alla Scala. Dal 1998 per problemi di salute abbandonò la direzione d’orchestra ma insegnò fino a poco prima della morte, avvenuta il 14 giugno 2005. Fu sepolto nella tomba di famiglia nel cimitero di Bolzano.

Autore: Leone Sticcotti

Il bolzanino Alex Vittorio, gli Stereokimono e Syd Barrett

Non capita di rado che nella nostra rubrica ci occupiamo di bolzanini che hanno messo radici altrove pur rimanendo attivi in ambito musicale: parliamo oggi di un musicista bolzanino di stanza a Bologna e che proprio poche settimane fa, insieme al gruppo di cui fa parte, gli Stereokimono, è finito in un ricco tributo a Syd Barrett, fondatore dei Pink Floyd nonché principale artefice del primo disco del gruppo nel lontano 1967.
Alex Vittorio degli Stereokimono è il bassista (insieme a lui ci sono la batterista Cristina Atzori e il chitarrista Antonio Severi), ne è uno dei fondatori e componenti da quasi venticinque anni, e con loro ha realizzato tre CD.
I suoi trascorsi musicali sono cominciati a Bolzano, nella cella frigorifera di fronte alla sala dove provavano La Stanza e altri gruppi storici del capoluogo.
“Eravamo alcuni amici appassionati della musica che girava intorno in quegli anni – ci racconta Alex –, tutti più o meno alle prime armi, ma facevamo ostinatamente pezzi nostri. Poi c’è stata l’esperienza un po’ più seria con gli Zarah, nei primi anni Ottanta. Quello alla Eule fu il mio primo vero concerto in un locale pieno, e non per i soliti dieci amici, con pubblico pagante. Ricordo ancora che ero terrorizzato! Poi ci fu l’Altrockio: Eule e fiera, posti che oggi non esistono più, ma indelebili per noi ex ragazzi dell’epoca. Come Zarah abbiamo anche partecipato a un progetto di Ricky Gobbo, mio amico d’infanzia e di cortile.” Alex ha mantenuto i contatti con alcuni amici dell’epoca, in particolare con Enrico Visintin, con cui ricorda con piacere le jam ai tempi dei Gegia Miranda, e con Marco Dalle Luche di cui ha pubblicato sulla propria etichetta (Peter’s Music Castle) il disco di debutto dei Satelliti. Alex è uno di quelli che sono rimasti davvero fedeli alla linea; se il prog rock e certa musica d’avanguardia britannica erano i modelli dei suoi esordi, con gli Stereokimono si muove in direzione analoga, con una spruzzata di psichedelia colta e Canterbury sound. “Hai ragione – commenta – il Prog è entrato nel mio DNA musicale quand’ero ragazzino, insieme però a tanti altri stimoli come wave, elettronica, jazz. È anche vero che certi barocchismi o ipertecnicismi fini a sé stessi di parte di quella musica mi annoiano. Tra le band mi hanno influenzato molto i mitici Gong: spaziali, psichedelici e folli, con quella loro personalissima vena surreale, ironica e totalmente bizzarra. Abbiamo definito la nostra musica rock psicofonico obliquo perché non ci volevamo riconoscere in un genere preciso, ma spaziare liberamente senza preclusioni, ci piace molto scherzare anche attraverso la musica, quello che ci importa è riuscire a portare il nostro pubblico a sognare in una dimensione di viaggio immaginifico, facendo musica in totale libertà, magari con un pizzico di autoironia.” E basta ascoltare i dischi degli Stereokimono per rendersene conto, fin dalle copertine il richiamo ai Gong è palese. Il gruppo è anche andato molto vicino al diventare professionista, ma Alex orgogliosamente ci racconta che comunque per vent’anni, fino a poco tempo fa è davvero riuscito a vivere di musica lavorando a tempo pieno al centro musicale Ca’ Vaina di Imola. Il contributo al disco Love You, A Tribute To Syd Barrett uscito per l’etichetta inglese Gonzo Multimedia lo scorso 6 gennaio, giorno del compleanno di Barrett, vede gli Stereokimono alle prese con una riuscita versione di It’s Obvious. Gruppi da diverse parti del mondo (dagli USA al Messico al Giappone) hanno riarrangiato liberamente i brani di Barrett. “Anni fa – conclude il musicista – partecipammo a Vegetable Man Project, sempre dedicato a Syd e uscito su vinile per un’etichetta italiana. Siamo stati invitati a partecipare al nuovo progetto dai produttori artistici che già conoscevano i nostri trascorsi. Per prima cosa abbiamo tirato giù dal disco accordi e temi del brano originale e poi abbiamo cominciato a improvvisare in libertà, l’idea era di fingere che gli Stereokimono, entrati in una macchina del tempo, fossero lì a provare il pezzo con Syd, insomma abbiamo semplicemente stereokimonizzato il brano cercando di mantenerne intatto lo spirito di fondo ma giocando sulle forme a modo nostro. Per il cantato abbiamo scelto il cantautore psichedelico Dario Antonetti.”

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Le cave di pietra nella storia

In qualsiasi punto di Laives ci si trovi, non si possono non notare, tutt’attorno, le pareti di una pietra che assume varie tonalità di colore tra il rosso e il marrone o tra il grigio e il viola. Ovviamente stiamo parlando delle rocce di porfido a forma di lastra o di colonna che spiccano sui rilievi tra Bolzano e Bronzolo e, sull’altro versante, anche sopra Vadena. Infatti, viviamo in un territorio di origine vulcanica e la piana di Bolzano altro non è che una gigantesca caldera. La piastra di porfido quarzifero che la circonda, spessa quasi 4000 metri, si è formata circa 300 milioni di anni fa e comprende un’area di 2000 km/quadrati.
Non deve quindi stupire se questa pietra fa parte non solo nel nostro territorio ma, in ugual misura, anche della vita e dell’economia dei suoi abitanti. Da millenni si utilizza il porfido per la costruzione di case, strade, ponti ma anche oggetti vari come macine o altari. E da una certa epoca in poi diventa anche un importante fattore economico.
La prima cava nota risale al 1513 e le pietre venivano esportate soprattutto in Tirolo. Poi dal 1850 in poi vennero aperte cave un po’ ovunque tra Pineta e Bronzolo. I primi imprenditori del settore furono Josef Gerber e Johann Lentsch. Poi arrivarono Franz Defranceschi e Franz Gamper e, a cavallo dei secoli, colui che ancora oggi rappresenta un emblema in questo settore: il noneso Ferdinand Flor.
Flor fu un imprenditore a tutto tondo, un uomo che a Laives riuscì, tra l’altro, a portare perfino la luce elettrica. La sua vita purtroppo finì in modo tragico nel 1929 proprio a causa delle difficoltà economiche che lo affiggevano.
Il lavoro in cava era massacrante, gli incidenti – anche mortali – all’ordine del giorno. La manodopera proveniva dal Trentino o anche da altre regioni dell’impero. Le figure professionali che vi operavano avevano nomi strani: slaiferi, steinrichteri, ritzeri accanto a manovali, minatori, fabbri e addetti alle americane.
Già: non era sufficiente estrarre e tagliare le “plote” e trasformarle in “birfel” o “smolleri”: si dovevano portare a valle. E perciò in varie parti del territorio erano state montate delle rudimentali teleferiche che fino agli anni settanta del secolo scorso facevano bella mostra di sé ai piedi del Montelargo (sede della cava Flor), a Pineta e a Bronzolo.
Oggi il lavoro in cava si è molto ridotto e il porfido è stato in gran parte sostituito dall’asfalto e altri materiali. Tuttavia se in giro per la provincia si notano gruppi di selciatori, quasi sempre essi provengono dalla nostra città dove questo mestiere ha, come detto, antiche tradizioni.

In foto principale: Montelargo
Copyright: David Kruk

Autore: Reinhard Christanell

Quale normalità?

L’interrogativo è tutt’altro che filosofico. Negli ultimi giorni tutti noi, a un anno dall’inizio della pandemia, abbiamo cominciato a chiederci in cosa consista ormai la consuetudine. Il concetto di normalità, di solito, ha una doppia accezione. Da un certo punto di vista ci conforta come un mantello protettivo, ma da un altro la normalità la rifuggiamo per la noia che spesso la accompagna. Ma in quest’ultima fase della nostra vita i parametri di riferimento sono così cambiati che siamo stati costretti a riformulare i nostri riferimenti. Cos’è normalità? Il ritorno di una crisi di governo dopo la media consolidata di un anno e mezzo? Il reincarico allo stesso presidente del Consiglio? I dati pressoché costanti dei contagi da Coronavirus? L’impossibilità di utilizzare il nostro amato linguaggio non verbale a causa della mascherina? L’incertezza ormai “normale” di non sapere quando tutto questo finirà e — soprattutto — se si tratterà di una fine “definitiva”?
Una cosa possiamo senz’altro affermarla: a essere diventata davvero normale (ovvero stabile e costante) è solo l’incertezza. Con essa abbiamo dovuto per forza imparare a convivere.
C’è chi ci riesce meglio e chi peggio. A questo proposito, nei giorni scorsi ha suscitato in me particolare inquietudine l’allarme lanciato dal primario di geriatria a Merano. Il dottor Christian Wenter ha parlato degli anziani come di una generazione traumatizzata e in larga parte chiusa in casa da quasi un anno. Diversi studi hanno recentemente indicato la solitudine come un importante fattore di rischio per l’insorgenza di molte malattie.
Insomma: gli anziani sono vittime doppiamente designate. Com’è noto, sono infatti protagonisti della maggior parte dei decessi e coloro che riescono a sopravvivere — è proprio il caso di dirlo — soffrono di una solitudine che non fa solo male allo spirito ma anche al corpo. Per questo è importante che tutti noi ci prendiamo a cuore gli anziani. Spesso una telefonata, un sorriso e due chiacchiere da un balcone all’altro, così come un aiuto per la spesa, possono contribuire a salvare una vita.
Pensiamoci tutti e diamoci da fare.

Autore: Luca Sticcotti – Direttore del giornale

Le due ragazze che scavalcarono il muro del lager

“Non sono i fatti che contano nella vita, ma ciò che grazie ai fatti si diventa”. Lo scrisse Etty Hillesum durante la seconda guerra mondiale. In questi giorni dedicati alla “memoria” ricordiamo due donne, Ernesta Sonego e Albertina Brogliati, che in quegli stessi giorni trovarono il coraggio per diventare persone libere.

“Non so come, riuscimmo a scavalcare il muro… La terra era coperta di neve e quindi morbida. Molto probabilmente i militari di guardia, per la fretta di avere la libera uscita, avevano lasciato la garrita dieci minuti prima. Alle 18 ci sarebbe stato l’appello e quindi sarebbe stata scoperta la fuga. Sarebbero stati sciolti i cani (detti ‘lupi siberiani’) e mandati al nostro inseguimento. Sempre di corsa, curve per non essere viste da lontano, percorremmo tutto il tombino fino alle rotaie della ferrovia”. Ernesta (cha racconta) e Albertina fuggirono così dal sottocampo meranese del lager di Bolzano attorno al Natale del 1944.
Oggi di quel campo rimane solo un frammento del muro di cinta. Posto sotto tutela come “luogo della memoria”, il Comune nel gennaio 2010 vi ha fatto affiggere una lapide la cui iscrizione dice tutto: della tragedia, del coraggio, della solidarietà e del dovere della memoria.
“Sorgeva in questo luogo la caserma per la Guardia alla Frontiera che durante la seconda guerra mondiale fu trasformata in campo di concentramento. Allestito come sottocampo del lager di Bolzano – inizialmente presso la vicina caserma Rossi – fu attivo dall’ottobre 1944 all’aprile 1945. Vi furono rinchiusi per motivi politici, bellici e razziali e costretti a lavori forzati donne e uomini di lingua e religioni diverse. Intorno a Natale 1944 due ragazze internate riuscirono a fuggire dal campo scavalcando questo muro. Si salvarono grazie all’aiuto di alcuni cittadini e cittadine meranesi. Il Comune di Merano intende mantenere intatta la memoria di questo luogo di sofferenza”.

Foto: Albertina Brogliati a sinistra e Ernesta Sonego sulla destra

Autore: Paolo Bill Valente