Paolo Brillo: andare in giro fotografando Bob Dylan

Nei giorni scorsi, (pubblicazione 6 novembre) la passione del bolzanino Paolo Brillo per Dylan e per la fotografia è stata coronata dall’importante pubblicazione di un ricco volume, intitolato No Such Things As Forever consistente in oltre trecento pagine, del formato quasi corrispondente a un disco in vinile: un volume che documenta ben trent’anni di concerti dylaniani in Italia, in Europa e anche in America.

Ci sono artisti che amano stare sotto i riflettori e ce ne sono altri che invece più i riflettori li rifuggono più attizzano le voglie dei fan: Bob Dylan è sicuramente il re di questa seconda categoria; da un certo punto della sua carriera in poi il poeta/rocker/premio Nobel ha cominciato a rifiutare di essere illuminato dai fari durante i concerti e di pari passo ha evitato i fotografi come la peste, per altro curando assai poco la propria immagine pubblica.
Il fotografo bolzanino Paolo Brillo, di tutto questo se n’è sempre infischiato, lui ai concerti di Bob Dylan ci è sempre andato con la macchina fotografica ed è sempre tornato a casa coni suoi bei souvenir fotografici dei concerti, tanto da divenire fotografo ufficiale della rivista inglese Isis, interamente dedicata al musicista americano. Nei giorni scorsi, (pubblicazione 6 novembre) la passione di Brillo per Dylan e per la fotografia è stata coronata dall’importante pubblicazione di un ricco volume, intitolato No Such Things As Forever consistente in oltre trecento pagine, del formato quasi corrispondente a un disco in vinile: un volume che documenta ben trent’anni di concerti dylaniani in Italia, in Europa e anche in America.
“In origine – ci racconta Paolo Brillo – il libro avrebbe dovuto avere anche l’imprimatur dello stesso Dylan… avevo incontrato a New York l’avvocato Jeff Rosen, che è il suo manager, uno degli uomini che ne curano non solo l’immagine ma anche tutti gli interessi commerciali finanziari. Pareva che da parte loro ci fosse interesse, ma poi tutto è rimasto nell’oblio probabilmente perché un libro di foto scattate furtivamente durante i suoi concerti sarebbe andato contro la loro politica sull’assoluto divieto di fotografare l’artista dal vivo.”
D’altra parte anche per il disco uscito la scorsa estate, il management del musicista ha scelto una fotografia del 1996, confermando una costante poca cura, di pari passo col poco interesse, per una promozione d’immagine che potrebbe contare su materiale fotografico di qualità e più recente. Se da un lato, per i dischi d’archivio di Dylan la cura del materiale iconografico è superlativa, negli ultimi trent’anni e forse più i contenuti e la grafica dei dischi e dei programmi dei concerti sono davvero pessimi.
Brillo però, i cui scatti non hanno nulla da invidiare a quelli dei maggiori professionisti della musica fotografata, una volta tramontata l’ipotesi editoriale legata all’incontro con Rosen, forte della sua collaborazione con Isis e con il mensile italiano Buscadero ha presto ricevuto un’offerta relativa al libro fotografico su Dylan dalla Red Planet Books, casa editrice britannica con distribuzione a livello mondiale. Così dopo una lunga gestazione legata alla scelta delle foto, della carta, del formato, dal 6 novembre il volume è distribuito praticamente in tutto il pianeta.
“Derek Barker, l’editore di Isis – prosegue il fotografo – mi ha chiamato un giorno dicendo che c’era un editore di nome Mark Neeter che aveva visto le mie foto e voleva assolutamente propormi di farne un libro. Dopo aver verificato la serietà dell’editore e aver ricevuto le opportune garanzie sulla realizzazione di un libro di qualità, ho deciso di accettare la sua proposta e dopo due anni di lavoro, il libro è finalmente una realtà. Solo lavorando in prevendita ne sono state vendute parecchie copie e questa è naturalmente una grande soddisfazione oltre che una partenza incoraggiante. La cosa a cui tenevo particolarmente è che fosse un bel libro perché quando ti butti in una cosa del genere non puoi sbagliare. A me piace parecchio il tipo di scenografia usata da Dylan sul palco negli ultimi anni, molto in linea con quello che è diventato il suo modo di cantare. è anche parecchio teatrale, cosa che si adatta bene con il fatto che ora tiene molti concerti in grandi teatri.”
Ma Paolo Brillo non è un fotografo monotematico, il suo portfolio include anche un numero incredibile di foto di altri artisti, da quelli come Rolling Stones, Neil Young, Roger Waters, tanto per dirne solo tre, che ha fotografato dal vivo sui grandi palchi europei, a quelli catturati nel suo studio in occasione di esibizioni bolzanine o in location a noi molto familiari, come Castel Roncolo, dove lo scorso anno ha fatto una session fotografica con Scarlet Rivera, guarda caso una musicista che negli anni Settanta ha lavorato con Bob Dylan in uno dei suoi momenti più esaltanti.

In foto principale: a sinistra Bob Dylan e a destra Paolo Brillo

Autore: Paolo Crazy Carnevale – musicofilo

Il Pfleger di Laives

Per tutto il medioevo e fino agli albori del Novecento, l’economia di Laives era incentrata sul commercio di legname controllato soprattutto dal Vescovo di Trento e dai suoi ministeriali, i Liechtenstein. La sua commercializzazione verso i lucrosi e insaziabili mercati del Nord Italia e della Germania meridionale richiesero molta manodopera e l’intera società era strutturata sulle occorrenze di boscaioli, carrettieri e compagnie di zatterieri.
A Laives sorgeva uno dei maggiori depositi di legname, la “Liechtensteinerreif”. Chiunque vi volesse depositare del legname doveva corrispondere un tributo ai Liechtenstein, a loro volta grandi proprietari di boschi e quindi di legname. Come sia iniziato il commercio di legname non si è mai appurato. Sicuramente l’iniziativa partì dai contadini del Monte Regolo, intenzionati a vendere qualche tronco nel fondovalle. Poi, visto il crescente successo dell’attività, a costoro si aggiunsero altri possidenti fino ad arrivare alle dimensioni “europee” del Sette- e Ottocento. La persona incaricata di riscuotere per conto dei Liechtenstein il tributo dai contadini, che potevano vendere in prima persona o tramite intermediari il proprio prodotto, era denominata “Pfleger” (curatore) e aveva la sua sede stabile presso la casa di proprietà dei conti denominata “Unteres Schloss”, castello inferiore. Da questo Pfleger prese poi il nome l’edificio che ancora oggi si chiama “Pfleg”, unica proprietà che, insieme ai masi Unterberg / Sottomonte e Weisshaus, i Liechtenstein non concessero mai in affitto.
Tramontata l’era dei conti, nel 1758 la Pfleg insieme a molti altri possedimenti fu ceduta in blocco al convento di St. Ulrich e Afra di Augsburg, che di fatto divenne uno dei grandi proprietari terrieri di Laives. Da questo in epoche successive la Pfleg passò ai von Reich e, quindi, dai Kurzel, altra grande famiglia laivesotta, agli Ebner. Che la Pfleg fosse inoltre un rinomato e frequentatissimo luogo di ritrovo è documentato ampiamente dai giornali dell’epoca. Così dalla “Bozner Zeitung” apprendiamo che l’8 dicembre 1898 il coro maschile di Bolzano, a bordo di quattro carrozze trainate da cavalli, raggiunse Laives e precisamente la Pfleg di Alois Ebner. Tra canti, costine di maiale, castagne annaffiate da “ottimo bianco e rosso cresciuto nelle ‘laite’ di Laives”, trascorse una memorabile giornata arricchita, sul finire, anche da una divertente battaglia a palle di neve. Verso le 19, quando la valle era già immersa in un buio profondo, tra canti e risate la compagnia rientrò a Bolzano, ripromettendosi di tornare quanto prima nell’ospitale casa del signor Ebner.

Copyright foto: Gianni Beordo

Autore: Reinhard Christanell

La cultura, per dare senso alle cose in tempo di pandemia

Rispetto alla scorsa primavera questi giorni presentano allo stesso tempo un elemento di continuità e una grande novità, entrambi faticosissimi da gestire.
L’aspetto che ben conosciamo è la mutevolezza del quadro di riferimento, ovvero delle regole che siamo chiamati a seguire. Ogni tot giorni il quadro cambia e lo sforzo che ci viene richiesto per capire cosa possiamo e non possiamo fare è davvero notevole, anche perché le regole non cambiano dappertutto allo stesso modo, ma si articolano in maniera diversa anche grazie (?) alla nostra autonomia. Il territorio altoatesino poi, com’è noto, presenta una complicazione in più rappresentata dalle grandi differenze oggettivamente presenti tra le città – il capoluogo in particolare – e le realtà rurali.
Fin qui la continuità. Ma – facendo gli scongiuri e mantenendo quindi fede alla possibilità di evitare un nuovo lockdown generalizzato – questo autunno ha aggiunto un nuovo elemento, che sta provocando inquietudine e purtroppo anche potenziali tensioni sociali.
Le “restrizioni” progressivamente operate sulla scia dei dcpm di ottobre 2020 infatti hanno di fatto spaccato il paese, bloccando alcune parti di esso e invece consentendo ad altre di proseguire la propria attività. L’intento, di per sé meritorio, è quello di arginare le fonti di contagio, ma a livello sociale si è creata una situazione ed è difficile non intravvedere una scelta di fondo in merito a ciò che viene ritenuto prioritario oppure no nella tenuta del sistema. Con la temporanea eccezione proprio del territorio altoatesino, tra i settori “fermati” c’è stato quello della cultura e dello spettacolo, troppo spesso erroneamente associato al solo “tempo libero”. La scrittrice e matematica Chiara Valerio nei giorni scorsi ci ha ricordato che, in realtà, l’attuale situazione va superata attraverso uno sforzo culturale, che consenta innanzitutto di mettersi all’ascolto, per poi capire, interpretare e “superare” l’ansia per la propria salute e il concreto mantenimento del proprio stile di vita. Per questo il blocco delle attività culturali e il ritorno della scuola alla didattica a distanza oggi ci impongono degli interventi seri di compensazione, che però non possono essere solo economici. Di informazione di qualità, opinioni autorevoli, spunti di riflessione, arte e cultura ne abbiamo davvero un enorme bisogno, per riuscire a trovare – nonostante tutto – un nuovo equilibrio.

Autore: Luca Sticcotti – Direttore del giornale

Uno scrigno di segreti nella chiesa di Maia Bassa

MERANO A vederla dell’ esterno, la chiesa parrocchiale di San Vigilio a Maia Bassa in via Trogmann, non ci dice molto. La costruzione ci appare relativamente moderna con una facciata rielaborata in stile romanico dall’architetto Clemens Holzmeister nel 1936, ma in realtà è uno degli edifici religiosi più antichi di Merano.
Dedicata al santo martire trentino, vescovo di Trento (Roma 355 – Val Rendena 405), evangelizzatore della valle dell’ Adige e patrono delle diocesi di Trento e Bolzano-Bressanone, racchiude entro sé diversi stili e relativi secoli di storia.
Dell’ antica costruzione romanica rimane ben poco, un altorilievo del XII secolo e la base della torre campanaria rimaneggiata nel 1501. Tornando all’altorilievo romanico, compare un’immagine singolare, forse unica in regione: sono rappresentati la Luna e il Sole in maniera antropomorfica, di gusto tipicamente espressionista. Simboleggiano il “ femminile” , la Luna, e il “maschile” , il Sole. Quest’ultimo assurge all’ immagine di un leone. Accanto a essi, due catene intrecciate di matrice tipicamente celtica, antichi simboli cosmici di interazione fra gli opposti.
La chiesa, modificata una prima volta nel 1401 nelle forme del gotico, racchiude affreschi del XV secolo, pale d’altare del 1600 dedicate a San Vigilio (Melchior Stoelzl) e a Maria (Christoph Helfenrieder). Mentre gli affreschi della nuova chiesa, rivoluzionata da Holzmeister, saranno eseguiti dal pittore bolzanino Rudolf Stolz, con opere del 1936-1938. Fra essi, l’artista dipingerà una pregevole Crocifissione all’interno del catino absidale, che ricorda da vicino le opere di Matisse e di Chagall.

Copyright fotos: ManfredK

Autore: Flavio Schimenti

La Città Nuova-Neustadt di Sebastian Altmann

Nel 1859 con l’arrivo della linea ferroviaria Bolzano-Verona la città si risveglia dal torpore medievale. La classe dirigente e la borghesia bolzanina sviluppano infatti un nuovo interesse ad aprire la città a tutto ciò che è innovativo a livello internazionale. Il guscio del centro storico che ha avviluppato, protetto e difeso Bolzano e il suo territorio nel corso dei secoli, diventa improvvisamente troppo stretto ed estremamente limitato. Nel capoluogo altoatesino viene chiamato da Monaco l’architetto Sebastian Altmann al quale verrà dato l’incarico di “architetto civico”. Altmann avrà il compito, di immaginare una nuova città. Bolzano doveva proiettarsi verso la modernità e il nuovo secolo imminente, nel più ampio respiro di una cultura europea. Egli, tracciato il viale della Stazione per collegare il blocco dei complessi edilizi ferroviari al centro antico, si dedicherà a riqualificare l’intera area urbana.

Per l’architetto di Monaco la Nuova Città deve essere ariosa, godere di ampi spazi, grandi aree verdi, viali alberati, zone adatte al passeggio ed allo svago. Gli edifici, tutti di un certo decoro e di pregio, devono trovare giusta collocazione all’interno di tali aree così concepite e progettate. Tutto ciò farà traslare la città, rispetto al nucleo originario, verso Sud e parallela al corso del Talvera, in una sorta di sistema a pettine. Nasceranno quindi i grandi viali alberati dell’attuale via Dante, via Carducci e tutte le strade di raccordo parallele. Viali dove verrà piantato il platano, tutt’ora presente, pianta cara ai filosofi greci, agli imperatori e simbolo della “dea madre”. Ville ed edifici di notevole importanza troveranno collocazione entro gli spazi della nuova città. Oltre all’edilizia abitativa Altmann progetterà: la collocazione del nuovo Tribunale di Bolzano (oggi Comando della Legione Carabinieri, con annesso Carcere), il nuovo Ospedale, le Caserme e altre opere di servizio. Tale griglia urbanistica comprende inferiormente anche la parte prospiciente all’Isarco, attuale via Garibaldi, collegando così l’ intero sistema alla zona ferroviaria. Gli architetti civici che gli succederanno allungheranno questa nuova città verso via Cassa di Risparmio, modificandone però il modello. Secondo Altmann, Bolzano doveva diventare una grande “Città giardino”e ritroviamo tracce di tale idea proprio ripercorrendo le vie e le strade da lui realizzate. Oggi, sotto l’ombra dei platani secolari, ci sembra ancora di sentire il sussurro, i pensieri e le parole degli antichi filosofi.

Atore: Flavio Schimenti

Il peggio. Ma anche i lati migliori.

La Caritas nazionale, raccogliendo i dati provenienti dalle diverse realtà diocesane, tra cui quella di Bolzano-Bressanone, ha pubblicato il “Rapporto su povertà ed esclusione sociale in Italia” che ricostruisce gli effetti economici e sociali dell’attuale crisi sanitaria. E mostra le risposte date e da dare nei prossimi mesi.

I dati statistici rilevati a livello nazionale dipingono uno scenario assai problematico sul piano dell’economia. Centinaia di migliaia i posti di lavoro in meno. Conseguenza: “Sembra profilarsi il tempo di una grave recessione economica che diventa terreno fertile per la nascita di nuove forme di povertà, proprio come avvenuto dopo la crisi del 2008”.

I dati del Rapporto Caritas sono raccolti nei centri d’ascolto, nei servizi e progetti sparsi capillarmente sul territorio e confermano le descrizioni statistiche. “Analizzando il periodo maggio-settembre del 2019 e confrontandolo con lo stesso periodo del 2020 emerge che da un anno all’altro l’incidenza dei ‘nuovi poveri’ passa dal 31 per cento al 45 per cento: quasi una persona su due che si rivolge alla Caritas lo fa per la prima volta. Aumenta in particolare il peso delle famiglie con minori, delle donne, dei giovani, dei nuclei di italiani che risultano in maggioranza (52 per cento rispetto al 47,9 dello scorso anno) e delle persone in età lavorativa. Cala di contro la grave marginalità.”

Di fronte a tale situazione le Caritas non si limitano a parlare e mettono in atto risposte concrete, malgrado coloro (pochi ma rumorosi) che mettono i bastoni tra le ruote e grazie ai molti (ma silenziosi) che danno una mano. “Fin dai primi giorni dell’emergenza Covid-19, di fronte a queste sfide drammatiche e forti criticità, Caritas Italiana e le Caritas diocesane hanno continuato a stare accanto agli ultimi e alle persone in difficoltà, spesso in forme nuove e adattate alle necessità contingenti.”

Le crisi fanno emergere il peggio, ma anche il meglio di ogni realtà.

Autore: Paolo Bill Valente

Covid19 e mancata esecuzione contratti

Il diffondersi del Coronavirus ha comportato – e tuttora comporta − la difficoltà, per molti privati e imprese, di adempiere alle obbligazioni derivanti da contratti già sottoscritti. Nel nostro ordinamento giuridico, si deve far riferimento agli articoli 1256 e 1467 del codice civile, che regolano i rapporti contrattuali nei casi di inadempimento per impossibilità sopravvenuta o eccessiva onerosità. Solo nei casi previsti da questi due articoli la parte è sollevata da responsabilità, può non adempiere e può chiedere la risoluzione del contratto, a causa di avvenimenti straordinari e imprevedibili, dandone comunicazione alla controparte.
Non vi è responsabilità per l’inadempimento se e quando:

  • esso è estraneo all’evento straordinario che ha generato l’inadempimento;
  • l’evento stesso era imprevedibile;
  • l’inadempimento è insormontabile;
  • in alternativa, l’inadempimento sarebbe astrattamente possibile, ma si configura la cosiddetta “eccessiva onerosità sopravvenuta”, intesa come un aggravio patrimoniale che alteri, sostanzialmente, l’originario rapporto di equivalenza, incidendo sul valore di una prestazione rispetto all’altra, ovvero facendo diminuire o cessare l’utilità della controprestazione; e ciò per un fatto straordinario e imprevedibile.

Alla luce del complesso quadro fattuale e legislativo in continuo divenire, non è semplice stabilire se il Coronavirus e/o le misure adottate dall’Autorità possano costituire valida causa di impossibilità o di sopravvenuta onerosità delle prestazioni contrattuali assunte dalle imprese o dai privati. Peraltro, già il Decreto Cura Italia del 17.3.2020 prevedeva espressamente che il rispetto delle misure di contenimento emanate è sempre valutato ai fini dell’esclusione della responsabilità del debitore, anche relativamente all’applicazione di eventuali decadenze o penali connesse a ritardati o omessi versamenti. Gli effetti giuridici del COVID-19 sui negozi stipulati, in sintesi, dovranno essere scrupolosamente valutati ed esaminati caso per caso, tenendo conto di una pluralità di fattori quali, a titolo meramente esemplificativo, i fatti portati a sostegno del ritardo e/o dell’inadempimento contrattuale, l’incidenza specifica degli stessi sulla prestazione, l’assenza di soluzioni alternative per l’adempimento, la portata del testo contrattuale e, non da ultimo, l’applicabilità della legge italiana alla fattispecie contrattuale.

Autore: Avv.to Dott. Massimo Mira

Un grazie agli inventori dei Prati del Talvera

L’unione fa… la bellezza. è infatti bello ciò che viene ricordato, dal luglio 1974, dalla scritta bilingue, incisa su una lastra di pietra posta su un gruppo di massi, nei pressi della prima panchina di pietra della Passeggiata Lungo Talvera Bolzano.

A riconoscenza delle prestazioni del II reggimento genio del IV corpo d’armata e dell’azienda speciale bacini montani per la sistemazione del letto del talvera – luglio 1974 – l’amministrazione comunale.

Fu una vera unione d’intenti a portare la Wasserpromenade del 1905 alla realtà oggi nota, e ammirata, come Prati del Talvera: è un polmone verde che giornalmente attira bambini, sportivi, anziani; vi si trovano spazi attrezzati per dimostrazioni sportive e popolari, campi sportivi, strutture per bambini. Per conseguire tutto ciò dal 1970 al 1973 lavorarono in molti: il progettista Michele Lettieri, docente di topografia all’Istituto per geometri, l’assistente Primo Turato, ma anche gli studenti dell’Istituto che si esercitarono nel rilevamento del greto del Talvera. Per l’incanalazione del corso d’acqua fu preziosa l’opera dei militari, con l’ausilio di automezzi, escavatrici e altro, del 2° Reggimento Genio del IV Corpo d’Armata. Dopo i lavori di sistemazione idraulica da parte dell’Azienda speciale bacini montani, fu poi la volta degli operai della Giardineria Comunale, diretti dall’esperto Gildo Spagnolli, che ricoprirono di terra vegetale quanto l’Azienda bacini montani aveva sapientemente sistemato. A tale Azienda si deve anche la costruzione della poderosa briglia selettiva, volta a trattenere il materiale solido. La golena sinistra del Talvera divenne così man mano un’oasi verde, a disposizione di tutti. Fu esempio di fattiva collaborazione e sinergia di persone ed Enti, come Provincia, Comune…
Che dire? A chi ha creato e a chi mantiene bella tale realtà, un caloroso grazie da tutta la città.

Autore: Leone Sticcotti

Knurled Chicken Head chiudono in bellezza con un disco

Il gruppo musicale bolzanino ha appena pubblicato un album che suggella un percorso durato ben quattro anni. Caratterizzatisi con i loro testi demenziali e musica frizzante, i Knurled Chicken Head hanno divertito il pubblico cibandosi soprattutto delle dimensione live. E tale approccio traspare anche nell’album che raccoglie il “meglio” della produzione del gruppo.

Quasi quattro anni, trascorsi all’insegna di un rock demenziale garbato ma acuto e di esibizioni dal vivo che hanno fruttato loro un discreto seguito e meritati apprezzamenti: questo il bilancio positivo con cui i Knurled Chicken Head si congedano dal loro pubblico e dalla scena musicale bolzanina in contemporanea con l’uscita del loro primo ed ultimo disco, un CD (ma ne esistono anche tre copie in vinile) intitolato “Peso dunque suono”, secondo un’intuizione cartesiana del loro frontman Luca Nesler.
“A dire il vero – ci racconta il chitarrista e factotum strumentale-tecnico del gruppo Thomas Traversa – ci eravamo sempre concentrati sull’attività live. La sala prove era il luogo dove nascevano le canzoni, poi il lungo periodo di clausura imposto dal lockdown ci ha privati del piacere di suonare in pubblico e abbiamo finito col decidere di registrare le nostre canzoni per farne un disco, visto che non si potevano più fare concerti.”


Rispetto alla formazione a quattro con cui il gruppo si è fatto conoscere e applaudire fin dagli esordi (quando tre di loro erano ancora teenager) e che era composta, oltre che da Nesler e Traversa, dalla bassista Maddy Ansaloni e dal batterista Stefano Costa, i Knurled Chicken Head presenti nel disco sono solo tre: “È la maledizione dei bassisti – scherza Nesler –, tipica della storia della musica… In realtà a un certo punto Maddy aveva altri progetti e altre idee su quello che voleva fare; così abbiamo cercato un altro bassista, ma entrare in un gruppo come il nostro non è automatico, non basta essere un bassista, bisogna entrare nello spirito della band, così alla fine abbiamo deciso di rimanere in tre, Stefano, Thomas e io. Anzi ad un certo punto Thomas ha deciso che fosse meglio che io smettessi di suonare la chitarra e visto che si trattava di fare un disco, a parte la batteria, tutto il resto lo ha suonato lui e si è occupato anche di tutta la parte tecnica relativa alla produzione.”
In realtà oltre a continuare a essere la voce principale del gruppo, Luca Nesler ne è sempre l’anima per quanto riguarda le idee di base e poi si è occupato anche della parte grafica, realizzando il disegno e il logo di copertina. Col risultato, che pur trattandosi di una produzione indipendente (a loro piace definirsi indiemenziali), i Knurled Chicken Head hanno saputo realizzare un prodotto ruspante (come si addice ai polli, visto il loro nome), sincero, immediato, divertente, con dieci canzoni della durata media di quattro minuti, ma talvolta anche più lunghe che propongono un sound schietto, talvolta decisamente rock, talaltra vagamente latineggiante, in un caso persino blues, con testi che vanno da vicende romanticomiche (“Friendzone Blues”) a riflessioni sul cambiamento climatico (“Hot Granita”) al puro divertissement (“La storia di Hoolo”).
“La nostra regola – ci spiega Nesler – è che quando pensiamo a un brano, per prima cosa deve divertire noi, in sala prove ci facciamo delle pazze risate mettendo giù le canzoni. E sarebbe una pretesa esagerata voler divertire gli altri se non fossimo noi i primi a divertirci. Io mi occupo quasi totalmente dei testi, Thomas delle musiche, Stefano sta un po’ nel mezzo perché comunque il metodo che seguiamo è lasciare che ciascuno possa intervenire nel lavoro dell’altro. In due casi, i testi non sono miei: in ‘Solanum Lycopersicum’ ci siamo divertiti a musicare il testo di una definizione di Wikipedia, nella fattispecie quella relativa al pomodoro; in ‘35 nuovi membri’ invece, che è già apparsa nella compilation di Musica Blu Music Journal lo scorso anno, abbiamo preso pari pari e musicato il testo dello spot televisivo per le elezioni provinciali. Ci è stato detto che musicalmente è il pezzo migliore del disco ma che il testo è il peggiore… per forza, non l’ho scritto io!”
Purtroppo, come si diceva in apertura, il disco è anche il capolinea della giovane formazione: “La vita ci ha portato a intraprendere strade diverse – conclude Traversa –, Stefano ce lo aveva sempre detto che sarebbe andato a studiare via da Bolzano, fin che eravamo tutti studenti delle superiori ed eravamo qui, tenere su il gruppo era fattibile. Ma aveva messo le mani avanti dicendo che con l’inizio dell’università avrebbe lasciato il gruppo e così è stato, ha già smontato la batteria e l’ha portata via dalla sala prove… Sala di cui c’è da pagare un affitto e noi siamo rimasti in due… Vorremmo però riuscire a organizzare un concerto finale, per salutare il nostro pubblico. E diciamo pure che comunque si tratta di uno scioglimento ufficioso: se ci fossero le giuste premesse non esiteremmo a tornare!”

Autore: Paolo Crazy Carnevale – musicofilo

La “Au” tra Bolzano e Laives

La piana di Bolzano, caratterizzata dalla presenza di due fiumi impetuosi quali l’Adige e l’Isarco, che nel corso dei millenni l’hanno plasmata e poi rimodellata un’infinità di volte (pare che dopo l’ultima era glaciale si sia alzata di oltre 100 metri), copre un’area molto ampia che arriva fino alla periferia di Laives. Dal medioevo in poi, quando Laives e Bolzano formavano un’unità politico-amministrativa (definitivamente spezzata dal nuovo ordinamento comunale asburgico del 1849), la maggior parte di questo terreno era dominio pressoché incontrastato dei due fiumi e soltanto nei periodi di “magra” era adibito a pascolo del bestiame cittadino e ad attività occasionali quali raccolta di legname, pesca e coltivazioni stagionali del tutto marginali. Tuttavia, fin dal 1550 sono note ripetute disposizioni del governo di Innsbruck che suggerivano insistentemente un utilizzo più razionale dell’enorme area e, soprattutto, la bonifica della stessa da una pletora di personaggi dediti al malaffare che impedivano il pacifico transito di persone e merci, già allora molto intenso grazie alla presenza alle porte di Laives del porto di Bronzolo. Insomma, la tratta stradale (poco più di un tratturo) tra Bolzano, Unterau (S. Giacomo), Sissa (Pineta) e il comune rurale di Laives era infestata da fuorilegge di ogni lega, una sorta di far west che costringeva i viandanti a viaggi avventurosi per non farsi depredare dei propri beni e della stessa vita.
I suggerimenti governativi andavano nella direzione di una bonifica anche parziale del terreno paludoso e dell’assegnazione di piccoli appezzamenti alle famiglie indigenti del luogo affinché vi potessero coltivare i beni di prima necessità e nel contempo garantire la sicurezza della pubblica via. Ma le resistenze a questi progetti non mancavano, in quanto la “Au” (augia), sia a nord che a sud dell’odierno Agruzzo, rappresentava l’unico pascolo dei cavalli e buoi degli allevatori e dei carrettieri della zona. Al termine di una lunga controversia tra Bolzano, Dodiciville e Laives, fu raggiunto un accordo che prevedeva l’assegnazione della parte settentrionale della “Au” al Comune di Bolzano e quella a sud del Vurza, con un’estensione di circa 100 ettari, al Comune di Laives. Dodiciville mantenne alcuni diritti (come la raccolta della paglia) su entrambi i territori.
Nei primi anni il Comune di Laives non modificò la destinazione dei terreni che in sostanza rimasero pascolo, e solo in seguito alla riforma agraria di Maria Teresa e alla definitiva regolazione dell’Adige iniziò a migliorare anche i fossati e ad assegnare i terreni (le odierne “part”) ai contadini del luogo.

In foto principale: Vista di Laives negli anni ’40
Copyright: Gianni Beordo

Autore: Reinhard Christanell