I Parassiti #5: la dorifora

Il mito della dorifora paracadutata dagli Americani sui territori nemici è la reputazione di questo coleottero, divenuto famoso durante il secondo conflitto mondiale, soprattutto per essere la causa primaria dei danni all’agricoltura subiti della Germania. Addirittura, anche dopo la fine della guerra continuarono paure, speculazioni, congetture e supposizioni, più o meno fantasiose, da parte di alcuni Stati dell’Europa dell’Est nei confronti della mano che aveva diffuso questo flagello. Nelle scuole, nelle stazioni, negli uffici postali furono affissi proclami di mobilitazione generale; fu ingaggiata anche “La formica Ferda”, popolare eroina dei fumetti! Nei campi, schiere di studenti guidati da adulti catturavano la dorifora tra le file di patate gettandola in una bottiglia contenente petrolio. Anche il socialismo premiava chi ne raccoglieva di più, mentre puniva coloro che si opponevano alla collettivizzazione dei campi e tradivano la patria infischiandosene della lotta all’ultima patata. A metà degli anni Cinquanta, a un certo punto, gli Usa dovettero intervenire. L’ambasciata americana a Praga inviò al ministro dell’agricoltura una nota dove, ironicamente, smentiva le presunte responsabilità americane nella diffusione della piaga: “L’ambasciata dubita che la dorifora, anche nella forma più vorace, possa consumare l’amicizia che lega i nostri due paesi.” Originaria del Messico e del Colorado, in realtà, la dorifora era presente in Inghilterra già dalla seconda metà del 1800. In Europa si diffuse rapidamente durante il secondo conflitto mondiale, nascosta tra gli approvvigionamenti militari. In Italia giunse nel 1944. Facilmente riconoscibile anche da un occhio inesperto per via delle strisce nere sul corpo di colore giallo ocra è un defogliatore naturale. Presenta tre generazioni all’anno e quattro stadi di sviluppo: A) uovo (giallo/arancio) B) larva (capo e zampe nere e due file laterali di placche nere lungo l’addome arancio) C) pupa D) adulto. Già le larve rovinano le colture. I danni riguardano l’apparato fogliare. Colpisce le solanacee, patate in primis, ma anche melanzane e più raramente pomodori e peperoni.
Rimedi: 1. Rimozione manuale. 2. Olio di Neem (Azadirachta indica): un cucchiaino da diluire in 500 ml di acqua ed irrorare di sera tramite spruzzino – Carenza 3/6 giorni. 3. Bacillus thuringiensis (varietà kurstaki e tenebrionis), insetticida biologico a base di batteri sporigeni estremamente selettivi in grado di uccidere le larve di lepidotteri. È totalmente innocuo per gli impollinatori e anche per le coccinelle. Carenza: 3 giorni. 4. Piretro naturale: 2 ml da diluire in 500 ml di acqua con l’aggiunta di un cucchiaino di aceto, irrorare la sera tramite spruzzino. Carenza: 3 giorni. 5. L’imenottero parassitoide oofago Edovum puttleri. 6. L’antagonista predatore Zicrona caerulea.

Autore: Donatello Vallotta

Una “Città Giardino” frutto del sogno di due illuminati

C’è una differenza sostanziale che caratterizza Merano dalle altre città dell’Alto Adige: la grande quantità di verde, anche all’interno dei propri spazi urbani. Per rendersene conto, oltre che godere dei propri viali alberati, parchi e giardini pubblici o privati, basta osservare anche solo distrattamente una immagine della città dall’alto. Ma tutto ciò non è frutto del caso: durante la progettazione dell’evoluzione di Merano come meta turistica, venne chiamato dall’allora sindaco l’urbanista Theodor Fischer, che venne incaricato di elaborare un progetto – impervio compito – e di collegare l’antico centro storico con la nuova stazione ferroviaria. Fischer guardò all’Inghilterra e alle “città giardino”, sull’impronta degli architetti utopisti, che stavano sorgendo in quel periodo. L’idea di base era quella di creare quartieri isolati circondati da “cinture verdi”, entro i quali porre gli edifici. Nel caso di Merano si trattava dei grandi alberghi, le ville, le residenze e gli edifici di servizio.

Così facendo, i grandi complessi alberghieri come il Bellevue, Europa, Excelsior, Metropol ed altri, potevano godere di ampi e vasti giardini. Fischer tracciò l’asse viario dell’Hasburgerstrasse (oggi Corso Libertà), e su questo dipanò una trama, una griglia, con viali alberati ,entro i quali porre le costruzioni. Mentre lungo le sponde del Passirio vennero collocati gli edifici di servizio ai turisti e alla cittadinanza. Il teatro civico, il Kursaal, le passeggiate del Lungopassirio, quelle d’Estate, d’Inverno, Gilf, Tappeiner, i ponti della Posta e del Teatro. Fu proprio grazie a questa intuizione urbanistica che Merano assurse a metà del turismo internazionale. Parlavamo dei viali alberati,i quali ancora sono presenti a Merano: la pianta scelta fu il platano. Albero sacro ai Greci, rappresentava la Dea Madre ed era sempre vicino ai loro templi. Socrate faceva lezione all’ombra dei platani. Diffusa nel Rinascimento e cara a Napoleone (che la diffuse in tutta Europa) e anche alla Casa d’Asburgo che ne fece simbolo imperiale.
Merano quindi “Città Giardino” frutto di un sogno, realizzato, di un illuminato sindaco e un creativo urbanista, Theodor Fischer.

Copyright: IDM Alto Adige / Stefan Stefan Schütz

Autore: Flavio Schimenti

Un motivo in più

Sarà un caso, ma in questo periodo di pandemia stanno fioccando le novità editoriali in Alto Adige.
Si spazia dalla narrativa alla saggistica, si propongono nuove edizioni di vecchi classici dell’editoria locale e, naturalmente, a mettersi in gioco sono sia le case editrici che i singoli autori, grazie alle sempre crescenti opportunità offerte dall’autoproduzione.
Purtroppo le presentazioni pubbliche dei nuovi libri stentano a riprendere, svuotando un po’ le biblioteche e le librerie dal loro ruolo aggregativo, ma il periodo – si sa – non è dei migliori e l’auspicio è che le prossime settimane non ci riservino ulteriori restrizioni nella vita pubblica.
Una cosa è certa: gli autori non mancano. Così come – è il nostro auspicio e veniamo dunque al punto – i lettori.
Nella scorsa primavera abbiamo vissuto tutti per la prima volta l’esperienza di dover restare tappati in casa, con le nostre attività – fossero essere di studio e di lavoro, ma anche del tempo libero – “sospese” fino a nuovo ordine. Ebbene: molti di noi ne hanno approfittato per dedicarsi alla lettura, quella vera, cercando di sfuggire al vortice delle notizie spesso confuse e allarmanti relative al Coronavirus. Leggere un libro infatti – a molti sembra banale ma non a tutti di certo – è un’attività che di per sé “fa bene”, intrattenendo in modo equilibrato e consentendo spesso di imparare, approfondire e magari anche capire meglio noi stessi e il mondo che ci circonda.
Naturalmente non tutti i libri sono altrettanto importanti e di qualità, e questo vale anche per l’editoria locale. Ma c’è un unico modo per scoprirlo: leggere. E quindi discernere, anche nell’ottica delle letture future, magari consigliando parenti e amici.
Un po’ più in grande, forti delle nostre 77.500 copie complessive, anche noi di QuiMedia cercheremo di svolgere questo compito nei prossimi numeri dei nostri giornali. Anche sulla scia delle sollecitazioni che sempre più spesso ci giungono in redazione, non solo dal nostro editore ma anche e soprattutto da parte di altre case editrici e anche privati cittadini autori che – grazie a dio – ancora scelgono di passare il loro tempo riflettendo, raccontando e quindi scrivendo. Prendendosi appunto il tempo e invitando noi a fare altrettanto.

Autore: Luca Sticcotti – Direttore del giornale

Nascita e storia di Oltrisarco

Oltrisarco, in lingua tedesca Oberau, ha una storia antichissima e recente allo stesso tempo. Nell’attuale via Trento per secoli era presente la Porta Trento, via di accesso alla città per chi proveniva da Sud. Nella zona di ponte Loreto erano state collocate strutture ai margini della città, come il Lazzaretto gestito dall’Ordine Teutonico e altre strutture di servizio sotto il controllo dei Signori di Aslago, la cui residenza era la Niederhaus. Dall’alto il controllo della piana era dato dal castel Flavon/Haselberg. Il fondovalle essendo soggetto a diverse esondazioni dell’Isarco, almeno fino al consolidamento definitivo degli argini del XIX secolo, era scarsamente abitato e la strada da Nord a Sud, che partiva dalla chiesa di San Giacomo, passava sulle montagne a mezzacosta attraversando Aslago, Virgolo, Cardano e poi salendo sull’altipiano del Renon. La situazione cambiò drasticamente con le bonifiche e la realizzazione della ferrovia.
Nel 1859 venne realizzata la linea ferroviaria Verona-Bolzano e nel 1882 venne completata la bonifica della piana Atesina. Alla costruzione della ferrovia e alla bonifica parteciparono migliaia di maestranze, provenienti in gran parte dal Trentino e dalle zone limitrofe. Tali lavoratori poi resteranno in zona e Bolzano, avendo vietato l’immigrazione di italiani, concederà l’insediamento nell’allora Comune di Dodiciville, a cui Oltrisarco apparteneva. In poco meno di vent’anni, lungo l’attuale via Claudia Augusta, sorsero quindi centinaia di edifici e relative strutture di servizio. Le relative architetture varieranno dallo stile storicista, all’Ecclettismo, allo Jugendstil. In tal senso di grande pregio stilistico ad Oltrisarco troveranno collocazione la struttura del Tiro a segno del 1912, oggi sede delle Poste, in piazzetta Bersaglio; le Scuole Elementari Tambosi e la relativa Scuola Materna realizzata dall’architetto civico bolzanino Gustav Molte fra il 1911/12. Nel 1910 venne quindi progettata nel gusto Jugendstil la chiesa del S.S. Rosario, poi rivista nel 1920 nelle forme attuali e definitivamente inaugurata il 13 ottobre del 1935.

In foto principale: Il primo progetto della chiesa del S.S. Rosario

Autore: Flavio Schimenti

Il patrimonio del defunto e l’eredità

Di fondamentale importanza, al decesso di una persona, è la ricostruzione dell’asse ereditario, ovvero la determinazione del complesso dei beni appartenenti alla persona defunta, che si trasferiscono agli eredi. Possono fare parte di esso beni immobili come fabbricati e terreni, e anche aziende e quote societarie, beni mobili, quadri, titoli, valori mobiliari e denaro. Il valore dell’asse ereditario non deve essere necessariamente positivo, trattandosi di un insieme di attività e passività. L’ammontare dello stesso viene definito all’apertura della successione. Stabilire il valore dell’asse ereditario è fondamentale per la divisione dello stesso e per stabilire le quote di legittimità (ossia, le quote che per legge spettano ad alcuni soggetti, ascendenti, coniuge e figli, a prescindere da eventuali contrarie disposizioni contenute nel testamento). Nel definire la composizione dei beni facenti parte dell’asse ereditario bisogna considerare anche i beni che il defunto ha in vita donato in via diretta e/o indiretta. Tra le donazioni da considerare vi sono anche quelle di somme di denaro (purché tracciabili), versate dal defunto a favore, ad esempio, di un figlio, rispetto a un altro. Campanello d’allarme è l’eventuale presenza di donazioni a persone terze, ossia non chiamate all’eredità. Anche tali donazioni devono essere considerate per la ricostruzione dell’asse ereditario, ma l’erede la cui quota di legittima sia violata (ossia che riceve meno di quanto dalla legge previsto) potrà agire per il recupero del bene contro i beneficiari di tali donazioni solo nel caso in cui egli abbia accettato l’eredità con il cosiddetto “beneficio di inventario”, una procedura che prevede la redazione di un inventario. Considerando che ogni azione di disposizione del patrimonio del defunto (ad esempio, pagare le spese funerarie dal suo conto) costituisce accettazione pura e semplice dell’eredità e comporta l’impossibilità di accettare con beneficio di inventario, si comprende come si debba prestare massima attenzione. Per tale ragione, anche se nei giorni successivi alla morte spesso si ha comprensibilmente altro cui pensare, è fondamentale rivolgersi sempre a un avvocato, per essere tutelati al meglio.

Autore: Avv.to Dott. Massimo Mira

Il ricordo del primo “Stadtheater”

Sono in molti a transitare, più o meno frettolosi, per viale Stazione, ma non molti notano la targa bilingue che, accanto a un reperto architettonico, dal 10 maggio 2010 ricorda un importante pezzo di storia bolzanina: “In questo luogo sorgeva lo “Stadttheater” inaugurato il 14 aprile 1918 dal Borgomastro Julius Perathoner. Progettato dall’architetto Max Littmann (1862-1931) di Monaco di Baviera, disponeva di 750 posti. Nel corso del quarto di secolo assunse la denominazione di “Teatro Civico” e successivamente di “Teatro Giuseppe Verdi”.

Palco e platea

Venne gravemente danneggiato dai bombardamenti aerei nel dicembre 1943 e in seguito demolito. Fu un quarto di secolo che incise molto sulla vita culturale di Bolzano, se si pensa che dall’inaugurazione del 14 aprile 1918, con musiche di Beethoven, Mozart, Brahms, Wagner, all’ultimo evento, la proiezione (15 agosto-2 settembre 1943) del film “Il sogno di Butterfly” (1939) diretto da Carmine Gallone, furono più di 1800 gli eventi, alcuni con repliche, tra spettacoli, mostre d’arte, proiezioni di film, manifestazioni civili. Costruito a partire dal 16 luglio 1913 nel Parco di viale Stazione, il teatro ospitò compagnie tedesche e italiane e attori di fama che proposero commedie, operette, opere liriche; furono centinaia i protagonisti, tra attori, cantanti, musicisti, a calcare la scena del teatro per meritarsi calorosi applausi. Del lungo elenco che si dovrebbe fare ne menzioniamo alcuni, tra donne e uomini, specie per quanto concerne il pubblico italiano, che man mano prevalse per le imposizioni del regime di quel tempo: Laura Adani, Paola Borbone, Emma Gramatica, Toti Dal Monte, Evi Maltagliati, Elsa Merlini; Cesco Baseggio, Memo Benassi, Mario Mascagni, Salvo Randone, Renzo Ricci, Ruggero Ruggeri.
Stadttheater (1918), Teatro Civico (1923), Teatro Verdi (1937): ora il testimone è passato (6.9.1999) al nuovo Teatro Comunale di Bolzano. Sta correndo bene. Auguri!

In foto principale: Il teatro che sorgeva nei pressi della stazione

Autore: Leone Sticcotti

Gli angeli ci guardano: ecco la Bolzano beat dei Dedy Cemm

Venerdì 16 ottobre presso il Teatro Cristallo (Sal Giuliani, ore 20) verrà presentato il libro che racconta la storia dei Dedy Cemm, gruppo beat storico nella Bolzano degli anni ‘60. Il libro è stato scritto da Alberto Sigismondi, uno dei membri originari del gruppo musicale ed è stato pubblicato dalla casa editrice Praxis.

Alberto Sigismondi, profondo conoscitore della Bolzano dei quartieri, in particolare quello di Regina Pacis/Don Bosco, in cui è cresciuto quando ancora si usava chiamarlo Sciangai, presenterà venerdì 16 ottobre, alle ore 20 il suo libro dedicato allo storico gruppo beat bolzanino che nel 1967 fu il primo a registrare un 45 giri. La presentazione, con le dovute limitazioni dovute al Covid, si terrà alle ore 20 presso la Sala Giuliani della Parrocchia di Regina Pacis, dove tutto è cominciato, dove i Dedy Cemm hanno avuto la loro prima sala prove.
I Dedy Cemm erano allora Marco Merzi, Mario Gurrisi, Enrico Zottola e Guido “Chris” Perini, quattro giovani bolzanini che tra il 1964 e il 1965 misero in piedi uno dei tanti gruppi beat che animavano le serate bolzanine e della periferia provinciale. Ogni gruppo era particolarmente radicato nel suo quartiere e i Dedy Cemm erano senza ombra di dubbio il complesso più in vista di Sciangai. Per questo, il libro di Sigismondi a loro dedicato diventa particolarmente importante e interessante, perché racconta una Bolzano e un quartiere che a chi non li ha vissuti possono sembrare lontani anni luce, e lo fa raccontandolo attraverso gli occhi di chi allora era giovane e in qualche modo sognava, se non proprio di cambiare il mondo, di dare un piccolo contributo a farlo.
“L’idea di scrivere il libro – ci racconta l’autore – parte dalla figura di Marco Merzi, col quale avevo un grado di parentela che non è mai stato chiaro, ma che so esistere. Una specie di lontano cugino, come si suole dire. Mi piaceva ascoltarlo quando mi parlava di questo suo gruppo, ne ero affascinato e un giorno lui mi disse: ma perché, visto che hai tutta questa parlantina non scrivi un libro su di noi? Marco aveva una vita complicata purtroppo, ed è morto poco dopo che avevamo cominciato a mettere insieme i suoi ricordi. Siccome conoscevo anche Guido, il bassista della formazione, ho proposto a lui di farmi da memoria storica. Ovviamente non si poteva non raccogliere la testimonianza di Enrico, il tastierista, con Guido l’ultimo del gruppo con cui poter parlare.”
Il libro che ne è uscito (edito da Praxis ), il cui titolo completo è “Gli angeli ci guardano – I Dedy Cemm all’ombra dei Beatles da Bolzano a New York” racconta la genesi del gruppo contestualizzandola nello sviluppo del quartiere, che era cresciuto parecchio, divenendo molto di più che non la sola zona delle Semirurali, prosegue coi Dedy Cemm che dopo un’estate pazza in giro per l’Italia in tour per promuovere il loro 45 giri, condividendo i palchi con i big della musica italiana di allora, da Mino Reitano a Patty Pravo, ai Rokes e all’Equipe 84, sbarcarono a New York all’inizio del 1968 per suonare sulle navi da crociera. Il tutto con preziosi ricordi e aneddoti imperdibili, come quello della ragazzina, anzi diciamo pure bambina, che partì in treno per Milano per andare a vedere i Beatles perché aveva saputo che Guido sarebbe andato in Vespa a vedere il concerto!
“Insieme alla storia dei Dedy – prosegue Sigismondi – viene così fuori la storia del quartiere, che da Piazza Matteotti in giù era Sciangai, ma in su era invece Pechino! E vengono fuori anche aneddoti sui locali dell’epoca, tipo il dancing del Virgolo, di cui sono andato a scovare i vecchi gestori, tipo la taverna di Via San Quirino.”
Ma nel libro c’è spazio anche per i bar del quartiere, nei cui retrobottega spesso venivano ricavate sale prove per i complessi, o per le abitudini dei bolzanini di allora, come andare la domenica a pattinare in via Roma e poi a far merenda col castagnaccio, che era il piatto forte della pasticceria Bartolomei.
Unitamente al libro, riccamente illustrato da foto d’epoca, verrà presentato un CD con una nuova canzone dei Dedy Cemm di oggi, la prima dai tempi del primo singolo, intitolata giustamente Sciangai.

Autore: Paolo Crazy Carnevale – musicofilo

In arrivo la… “polvere bollente” di Chris Costa

Il cantante e compositore badiota, ma da tempo trasferito a Milano, sta per portare a termine un nuovo lavoro che culminerà con l’uscita di un vinile sostenuto da un crownfounding. Intanto sugli store digitali sono disponibili in anteprima il primo singolo e il remix “Parallel Skies”.

Sono trascorsi ben sette anni dall’ultima fatica discografica dell’artista badioto Chris Costa: si trattava di un progetto denominato “Mood Filter”, condiviso col chitarrista Luca Boscagin, registrato prevalentemente a Londra – dove allora Costa abitava – e orientato verso sonorità a cavallo tra funk e progressive. Chris Costa però in questi anni non è certo rimasto inattivo, e senza mai smettere di pensare ai propri progetti solisti è stato a lungo in tour come corista di Cesare Cremonini (per due anni) e poi di Eros Ramazzotti, per la tournee mondiale di “Perfetto “(altri due anni).
“Ho anche composto – ci racconta il musicista, che abbiamo contattato nella sua casa milanese – con Fabio Gargiulo le musiche per il film ‘ Italiano medio’ di Maccio Capatonda. Nei momenti liberi ho comunque continuato la mia attività live come solista, ho collaborato con gli amici Savana Funk per il loro vinile e lavorato in produzioni di danza contemporanea, pubblicità o artisti. Durante il lockdown ho composto la musica per l’intenso cortometraggio su tematiche Lgbt ‘Lola’ della regista Francesca Tasini”.
In tutto questo turbinio di impegni ed eventi però, Chris Costa non ha mai smesso di pensare al seguito di Mood Filter che si è ora concretizzato con un nuovo lavoro, stavolta quasi esclusivamente realizzato da solo, battezzato “Hot Dust”, polvere bollente: sotto questa denominazione vedrà la luce verso fine anno il vinile “Gods In The Womb”, già pronto ma in cerca di fondi per la pubblicazione: “Hot Dust è il risultato di un lungo lavoro di ricerca – ci spiega Chris –, quando non parti da strumenti tradizionali tutto diventa possibile ed è facile perdersi. All’inizio non sapevo esattamente dove sarei arrivato, l’unico imperativo era la coerenza tra i brani e la creazione di un mondo originale e compatto, una specie di concept album. All’inizio l’idea era di eliminare completamente strumenti che suonavo in precedenza, poi Marco Maccarini, mio vicino di casa, mi ha convinto a suonare il piano Wurlitzer su alcuni brani e non posso che ringraziarlo per questo, le regole sono evidentemente fatte per essere infrante.”
Il disco trae il titolo da un dipinto dell’artista iberico Josè Molina, che verrà usato per l’immagine di copertina, e pur essendo quasi esclusivamente farina del sacco di Costa, vede la presenza di qualche amico, come il succitato Maccarini, responsabile dell’intro parlata di una delle composizioni (tutte le altre voci che si ascoltano in “Gods In The Womb” sono opera di Chris, che della voce è uno specialista assoluto); nella title track ci sono poi Nicola Peruch e Giovanni Boscariol, conosciuti nella band di Ramazzotti, e c’è Luca Fronza, DJ e produttore che ha messo a disposizione la sua esperienza nel campo sub/beats/efx, fondamentale durante la fase di ricerca, che ad un certo punto ha portato alla realizzazione del primo singolo, “Grey Skies”, già disponibile sia in versione liquida che in formato vinilico a 7 pollici.

Chris Costa in una recente performance dal vivo


“A ottobre – prosegue Costa – partirà sul mio sito www.chriscostamusic.com il crowdfunding per il vinile ‘12’’’. Per il momento è prevista l’uscita del vinile e dei file digitali in alta qualità per chi parteciperà alla campagna. Sugli store digitali sono comunque già disponibili il primo singolo e il remix ‘Parallel Skies’”.
Il disco, che è stato quasi integralmente registrato nello studio di Chris e in quello di Fronza, ha però anche una piccola connessione con il capoluogo altoatesino: “Per registrare uno dei brani – conclude l’artista – sono tornato a casa, ci voleva un suono particolare che a Milano non avevo, così ho registrato una traccia anche a Bolzano, alla Q-Room di Sven Miracolo, usando l’Oberheim 4 voice, una delle tastiere analogiche più belle mai prodotte dall’uomo”.

Copyright foto principale: Luca Centola

Autore: Paolo Crazy Carnevale – musicofilo

1907: dal cavallo all’auto

Come nel resto d’Europa, anche dalle nostre parti per molti secoli il trasporto “pubblico” era prerogativa di carrozze trainate da cavalli. I percorsi erano accidentati, i tempi infiniti e le strade polverose. Gli spostamenti avvenivano tra una “posta” e l’altra, dove gli animali spossati trovavano il meritato ristoro. Ferdinand Prati istituì il suo “servizio di persone mediante carrozza” tra Bolzano e Egna nel 1837. Poi, agli albori del novecento, irruppe sulla scena un nuovo mezzo di trasporto che rivoluzionò i movimenti delle persone: l’automobile.
Il 7 agosto 1907, riferisce la “Bozner Zeitung”, ebbe luogo presso l’hotel Gasser un convegno pubblico convocato dal presidente della circoscrizione di Bolzano, il conte von Ceschi. Tema dell’incontro: la realizzazione di un collegamento automobilistico tra Bolzano e la Bassa Atesina per incrementare i rapporti, commerciali e non, tra il capoluogo e i paesi dell’Unterland mediante collegamenti rapidi e convenienti. Restava, ovviamente, la concorrenza della ferrovia, inaugurata mezzo secolo prima: ma questa era destinata anzitutto ai tragitti di lunga percorrenza e al turismo, dato che le stazioni ferroviarie erano per lo più dislocate lontano dai centri abitati. Qualcuno sperava anche nel prolungamento della linea tramviaria fino a Egna, ma questa idea venne ritenuta utopistica per gli eccessivi costi di realizzazione. I convenuti, tra cui il commissario von Trentini, i fratelli Mumelter e il banchiere Schwarz, concordarono all’unanimità che il “postale” a cavallo aveva fatto il suo tempo ed era arrivato il momento di “aprire le porte al mezzo di trasporto più nuovo e migliore, l’automobile”. Insieme ai colleghi di Bolzano (il noto Dr. Perathoner), Ora e Egna, tutti favorevoli alla richiesta della relativa concessione governativa, prese parte alla riunione anche il sindaco di Laives, Ebner. Riferì che il suo comune vedeva di buon occhio l’impresa e che di recente il consiglio comunale aveva già espresso un primo parere positivo anche se, ancora, mancava il sì definitivo. Riteneva che Laives potesse entrare nella costituenda società di trasporti con un capitale di 10000 fiorini. Bronzolo, Ora ed Egna erano ovviamente bendisposti verso l’automobile – mezzo dalle grandi potenzialità – e pronti a contribuire con 20000 fiorini, anche se le due località si contendevano caparbiamente il ruolo di paese “capolinea”. Fu quindi nominata una commissione di esperti incaricata di elaborare un conto costi-ricavi alla stregua dell’esperienza della neocostituita linea automobilistica pubblica Ora-Predazzo.

Autore: Reinhard Christanell

Consigli comunali: foto istantanee della nostra società

Nel terzo weekend di settembre l’intera popolazione dell’Alto Adige è stata chiamata nuovamente alle urne.
La prima buona notizia riguarda la partecipazione. C’era molta preoccupazione in merito, data la pandemia ancora in corso, ma i cittadini si sono recati ai seggi in un numero forse superiore alle aspettative, evidentemente desiderosi di rinnovare il principio sancito nel primo articolo della nostra Costituzione, ovvero che “la sovranità appartiene al popolo”. I nuovi consigli comunali, a parte qualche inevitabile eccezione, hanno anche fatto segnare un alto tasso di rinnovamento. Quindi sono stati numerosi anche i cittadini che si sono proposti per l’elettorato attivo, fiduciosi di poter dare un loro contributo per il funzionamento delle nostre istituzioni democratiche. La terza buona notizia è giunta dal forte ridimensionamento delle formazioni politiche caratterizzate da posizioni più estreme, sia dal punto di vista politico ideologico che politico-etnico. Questo potrebbe aver promosso per il futuro una maggiore qualità del dialogo tra le forze politiche, perlomeno sulla carta.
In diverse comunità comunali del nostro territorio si sono inoltre rafforzate formazioni politiche e liste civiche, vecchie o nuove, che – promosse da mistilingui – mettono al primo posto nel loro programma politico il superamento ideale – ma anche in molti casi esperienziale e “di vita” – del concetto di autonomia basato sui 2/3 gruppi linguistici.
In questo senso nello specifico il nuovo consiglio comunale di Bolzano ha fatto registrare un ulteriore cambiamento epocale, grazie all’ingresso di ben quattro nuovi membri con background migratorio.
Dal punto di vista delle lingue è come se la realtà vera e molteplice – dove gli idiomi praticati diventano per forza di cose tre, quattro o forse più – avesse preso la rincorsa, scavalcando a piè pari la nostra incapacità di “aprire” l’autonomia, adeguandola a una dimensione globalizzata.
I nuovi consiglieri comunali di Bolzano sono gente che studia e lavora, e che sul campo si è guadagnata le proprie preferenze.
Ora il consiglio comunale del capoluogo è davvero in grado di rappresentarne in sintesi la popolazione. E questa è davvero una buona notizia.

Autore: Luca Sticcotti – Direttore del giornale