Gli algoritmi per il riconoscimento delle immagini stanno diventando sempre più diffusi e importanti. Sono già ad oggi impiegati, in modo più o meno visibile, in una ampissima gamma di applicazioni. Basti pensare alle app per la memorizzazione e la ricerca di foto, capaci di raggruppare tutte le foto in cui compare la stessa persona, o a sistemi molto più complessi come quelli che alcuni paesi stanno impiegando per tracciare movimenti e comportamenti dei propri cittadini. Evitando queste derive distopiche, ho recentemente riscoperto l’utilità di questi algoritmi mentre stavamo camminando nei campi e mia figlia mi ha chiesto se i frutti di un albero che non avevo mai visto prima fossero commestibili. In quell’occasione ho potuto utilizzare una delle numerosissime app che si possono scaricare sui nostri cellulari gratuitamente (o per pochi euro): ho fatto una foto all’albero e in una manciata di secondi l’app mi ha dato tutte le informazioni di cui avevo bisogno (nome, habitat, e così via). Come abbiamo già raccontato in passato, la caratteristica di questi algoritmi è quella di saper “imparare”: vengono addestrati con numerosissime immagini già classificate (ad esempio, immagini di melo, pero, albicocco), e imparano senza alcun intervento esterno a mimare i meccanismi che hanno portato a quella classificazione. Il risultato è spesso stupefacente per precisione, talmente stupefacente che l’app che ho utilizzato ha riconosciuto l’albero che ho fotografato riuscendo ad eliminare tutte le sorgenti di disturbo (presenza di altri alberi, cielo, oggetti vari). Come sempre, c’è però l’altra faccia della medaglia. Se è vero che questi algoritmi sono precisissimi nell’apprendere, è altrettanto vero che possono molto facilmente essere “fuorviati”. Già nel 2016, un team di ricercatori esperti di sistemi biometrici ha mostrato come indossando occhiali con particolari motivi e colori, fosse possibile prendersi gioco di alcuni noti algoritmi di riconoscimento facciale, facendosi classificare come divi di Hollywood. Potete solo immaginare quante multe prenderebbe George Clooney se questi algoritmi venissero impiegati per multare automaticamente chi è in eccesso di velocità.
Siamo nell’anno 1273 quando la chiesa di S. Maria del Conforto di Maia Bassa viene ceduta all’abbazia cistercense di Stams nel Tirolo austriaco. Non ne conosciamo il motivo, ma allora era usuale donare ai conventi le chiese più preziose presenti nel territorio, una sorta di dote nuziale fatta dai regnanti di allora. Quando l’edificio viene ceduto esso viene citato come “antico”, quindi si presume che risalga all’epoca della prima evangelizzazione del nostro territorio. Il nucleo originario del complesso, infatti risale al periodo del protoromantico, una pianta di forma quadrata ad aula unica con una sola abside. Accanto ad esso viene innalzato il bel campanile romanico lombardo con bifore e trifore, manomesso in epoca successiva. Nella parte più antica della chiesa troviamo il ciclo di affreschi più antico e unico nella regione. O meglio, quello che ne rimane dopo l’alluvione del Passirio del 1347, che portò via gran parte degli affreschi. Nell’arco trionfale sulla parete a sinistra troviamo la “ dormitio della Vergine”. E qui ci troviamo di fronte ad un mistero: cosa ci fa un affresco bizantino uguale a quello che troviamo a Palermo nella chiesa della Martorana, con lo stesso soggetto, la stessa composizione iconografica e gli stessi colori? Quello di Palermo risale al 1143 – 48, quello di Merano è del 1150 circa. Gli apostoli vegliano sul sepolcro il corpo della Madonna, e Cristo sorregge in braccio il corpo neonato della Vergine, citazione di “figlia del tuo stesso figlio”. È da presumere che chi lo abbia dipinto fosse un pittore girovago, come accadeva in epoca medievale, oppure qualche cavaliere lo abbia visto in Sicilia, per recarsi in Terra Santa o lo abbia commissionato per la chiesa di Merano. Tale soggetto avrà un’impronta dirompente per tutta la pittura dell’epoca e tutti gli affreschi di quel periodo si ispireranno a esso. La chiesa subirà modifiche a partire dal 1342, con nuovi cicli di affreschi e nuove strutture, fino ad assumere la forma attuale.
Una frenata ma non uno stop. La scena musicale altoatesina è stata fortemente condizionata dalla pandemia, ma gli autori locali stanno in realtà solo posticipando le loro prossime “uscite”. Più difficile la situazione per quanto riguarda la musica dal vivo: qualcosa si sta per fortuna muovendo, ma la ripartenza è molto lenta.
Nonostante durante il lungo periodo di clausura imposto dal virus la musica e i musicisti abbiano dimostrato in tutti i modi di essere vivi e di aver voglia di esserci, la ripresa non è stata così facile, scomoda complice la limitazione per gli assembramenti, inclusi quindi gli eventi musicali. Gli spettacoli di qualunque tipo sono davvero stati gli ultimi a ripartire e solo ora qualcosa si sta muovendo. Conseguentemente c’è quindi stato un rallentamento anche nelle produzioni che, si sa, hanno poi bisogno di un’adeguata promozione per arrivare alle orecchie del pubblico; certo, al giorno d’oggi molto viaggia sui social, come testimonia il notevole riscontro online che stanno avendo i Morisco, usciti col loro CD proprio poco prima della clausura, ma la musica dal vivo continua a essere un veicolo fondamentale. Eseleptitun (con un concerto allo Stanglerhof) e Bobby Gualtirolo (con una “residenza” di alcune serate al Theater Im Hof) sono stati i primi in assoluto a rimettersi in gioco e ora, seppure con limitazioni di affluenza, si tengono concerti un po’ in tutte le location a essi dedicate. Quello che ancora manca all’appello sono le uscite discografiche “solide”, ma ci sono diverse cose che stanno bollendo in pentola in tal senso. I Mad Puppet stanno terminando un nuovo disco che nelle intenzioni della band dovrebbe uscire anche in forma vinilica, mentre in dirittura d’arrivo ci dovrebbe essere anche l’esordio tardivo di Diego Baruffaldi. Anche Manuel Randi ha un disco in vista, così come i brissinesi Frei.Wild e il chitarrista Hubert Dorigatti sta lavorando a un disco previsto per la fine dell’anno. In attesa di queste e altre uscite, stanno arrivando alcune interessanti proposte in formato video o – come si usa dire adesso, rubando il nome a quelli che erano un tempo i 45 giri in vinile – di singolo online. Ultima uscita al momento in cui scriviamo è quella del rapper Zelda, al secolo Marco Picone, che ha appena messo in rete una struggente composizione intitolata “Sta scrivendo…” (youtu.be/Gpw544d7kTg), una canzone disperata, a modo suo romantica, d’amore, in cui il titolo si riferisce evidentemente alla scritta che appare sulla schermata di whatsapp quando uno dei nostri contatti sta rispondendo a un messaggio. Il brano, con arrangiamento essenziale a base di pianoforte e poco altro è sicuramente molto interessante. Pochi giorni prima di Zelda era stata la volta dell’atteso ritorno della cantautrice Camilla Cristoforetti, in arte Waira, assente dalle scene da troppo tempo. Waira, che un paio d’anni fa pareva stesse mettendo insieme il repertorio per un secondo disco poi rimasto in sospeso. Il nuovo singolo della cantautrice s’intitola “Breathe In” (youtu.be/pvR33bxR6H8) ed è una session acustica, intima, ma tutt’altro che informale. Il video è diretto con gusto da Mattia Mariotti (è opera sua anche il video di Zelda) che del brano è anche produttore: un testo personale sorretto dal solo accompagnamento della chitarra acustica con cui Waira dichiara tutto il suo bisogno di tornare alla musica, la voglia, bloccata dall’attesa di un qualcosa che le desse il “la” ma che sembrava non voler mai arrivare.
Marco (Zelda) Picone con Leonardo Varner Copyright: Mattia Mariotti
A fine giugno era stata invece la volta di Wicked And Bonny, con il singolo senza immagini (youtu.be/BENF78B6zi8) “Rumours”, su Shanti Powa Records con la partecipazione di Berise, degli Shanti Powa appunto. Rumours fa parte di un intero nuovo disco online del Sound System di base a Silandro, in bilico tra musica digitale e sistemi analogici, effetti sonori e musica suonata per un brano di chiara ispirazione reggae/dub, prodotto con gusto. Per chiudere, una composizione uscita in realtà a inizio marzo ma che con le sue oltre 21.000 visualizzazioni merita di essere considerata, in virtù del fatto che si tratta di un brano rap curiosamente al femminile, opera del duo NBWD, acronimo (in inglese) di “non c’è equilibrio senza diversità”. Bella Merano (youtu.be/_Hrl313CZ2M) è un testo tutt’altro che politically correct, ma molto arguto, sincero, espressione di un disagio tangibile di molta gioventù della città in riva al Passirio, dove evidentemente non tutto è rose e fiori (come ovunque del resto) come nelle cartoline e negli spot turistici. Il duo NBWD, da tenere assolutamente d’occhio, anzi d’orecchio, è formato da Zia B. (Laura De Marchi) e Mulanzo (Chiara Avanzo).
A meno che non ci venga in soccorso la mitologia (come nel caso di Roma e di altre leggendarie località) o, in casi del tutto eccezionali, una prova documentale certa, non è mai impresa agevole accertare l’esatto momento in cui è stata fondata una città. Nel caso di Laives e San Giacomo, zone frequentate da cacciatori in transito – e non solo – fin dai tempi più remoti, le prime tracce di vita collettiva stabile e organizzata risalgono presumibilmente al periodo intorno al VII secolo avanti Cristo, nell’Età del ferro. Infatti, tra il 1980 e il 1990 l’archeologo Lorenzo Dal Rì scoprì in località Reif, ai piedi del Peterköfele, a sua volta un antichissimo luogo di culto, 14 costruzioni “retiche” appartenenti a quell’epoca e abbandonate alcuni secoli più tardi. Si può dunque affermare che “l’età” di Laives, intesa come nucleo abitativo, è ormai prossima ai tre millenni. L’insediamento della Reif in realtà non si esauriva in quelle quattordici case di pietra e legno lievemente interrate – in parte rudimentali abitazioni dotate di focolare e in parte depositi o stalle – ma abbracciava sicuramente l’intera striscia di territorio che dal Rio Vallarsa arriva al Monte degli ulivi, successivamente sede della nota filanda. I molti reperti rinvenuti nelle case, dagli attrezzi e utensili ai resti di cibo, ossa animali e sementi, permettono di tracciare un quadro abbastanza circostanziato della vita di quella prima comunità laivesotta scesa dal Montelargo, sicuramente dedita all’allevamento del bestiame (bovini e ovini) e alla coltivazione di legumi e cereali (specialmente orzo). Insomma, siamo in presenza di un’economia di sussistenza con attività “commerciali” ancora ridotte al minimo. Nei periodi seguenti altre attività, quali l’estrazione del porfido e il commercio del legname, caratterizzeranno questo territorio. In tempi più recenti si sono aggiunti la coltivazione dei bachi da seta e quella ancora oggi prevalente delle mele; ma il vero filo rosso che attraversa tutta la storia di questa terra è sicuramente la coltivazione della vite e la produzione del vino. Il vino ha alle spalle una ricchissima storia mediorientale-mediterranea ed è stato introdotto nella penisola, attraverso l’Egeo, dagli Etruschi. Di certo non si può pensare al consumo del vino come avviene oggi: si trattava di una bevanda quasi sacrale che grazie alle sue facoltà inebrianti aveva il potere di mettere in contatto gli individui con le divinità. Perciò il vino era riservato prevalentemente a un’élite o a circostanze particolari. Ne parleremo la prossima volta.
1. Cocciniglie: insetti fitofagi. Hanno dimensioni ridotte, da pochi millimetri fino al centimetro. Una delle loro caratteristiche è la diversità tra i due sessi e la presenza di numerose ghiandole che secernono seta, cera, lacca con le quali ricoprono il loro corpo col caratteristico scudo, che funge nelle femmine perfino da riparo per le uova. La funzione dei maschi si limita alla fecondazione. In coincidenza della maturazione sessuale le femmine emettono dei potenti feromoni per attirare i maschi. Esse sono sprovviste di occhi, ma presentano un apparato boccale ben sviluppato, che permette loro di restare attaccate alle piante e succhiarne la linfa per l’intero arco della loro vita. Prediligono climi caldi e asciutti, inverni miti, tutti elementi fin troppo evidenti a causa del riscaldamento globale. Il loro attacco determina maculature, decolorazioni, accartocciamenti, deformazioni e riduzioni nello sviluppo di foglie e rami. Massicce infestazioni sono il preludio della fumaggine, malattia fungina che colpisce i frutti. Come gli afidi le cocciniglie trasudano melata e la presenza della formiche è un indizio da non sottovalutare. Ne esistono numerose specie: fioccosa, cotonosa, farinosa, mezzo grano di pepe, a scudetto. Colpiscono prevalentemente agrumi, vite, fico d’india, piante ornamentali, alberi da frutto, olivo, olmo, il prunus, ribes, lampone, mirtillo. Rimedi: 1) Rimozione manuale; 2) batuffolo di cotone imbevuto di alcool: strofinare fusti e foglie colpite, la sera; 3) olio bianco invernale e olio minerale bianco estivo, che agisce per soffocamento: diluire 5 ml di olio minerale in 500 ml di acqua, agitare bene e vaporizzare tramite spruzzino esclusivamente la sera, dopo il tramonto, lontano dagli insetti impollinatori – Carenza per l’uomo: minimo 20 giorni. Fondamentale: non utilizzare il prodotto su piante in fiore!
2. Cicaline o cicadelle: insetti fitomizi. Esiste oltre un centinaio di specie altamente dannose per le nostre colture. Si presentano come minuscole farfalline salterine, specie se agitiamo le piante aromatiche. Le dimensioni oscillano tra 1-2 mm fino a 1,5 cm. Hanno un corpo affusolato, slanciato, colori sgargianti e adottano il mimetismo, pertanto ce ne accorgiamo solo dai danni sulle pagine superiori delle foglie, che presentano puntini decolorati e depigmentati, con maculature gialle chiare-argentee. Forti attacchi provocano il disseccamento e l’accartocciamento completo. Come per la cimice asiatica esiste un predatore oofago naturale: l’Anagrus sp. Rimedi: 1) Rimozione manuale, difficile; 2) cattura strategica: collocare vicino alle piante colpite una ciotolina di colore giallo, con acqua e un cucchiaino di aceto. Riempire a metà e ripetere l’operazione ogni due giorni; 3) frullare 4/5 spicchi di aglio in 500 ml di acqua, poi filtrare. Inserire il contenuto con l’aggiunta di 5 g di sapone di Marsiglia in uno spruzzino. Irrorare la sera e risciacquare la mattina presto solo con acqua; 4) piretro naturale: un cucchiaino da diluire in 500 ml di acqua con l’aggiunta di un cucchiaino di aceto, irrorare la sera tramite spruzzino – Carenza 3 giorni – Attenzione: il piretro non è sistemico, né citotropico, ma uccide anche insetti utili, come api e coccinelle.
Nell’estate del 1931 viene inaugurato il Lido di Bolzano, commissionato dall’Azienda di Soggiorno e di Cura di Bolzano su progetto affidato agli architetti Ettore Sottsass e Willy Weyhenmeyer, per rilanciare l’immagine della città a livello internazionale e come luogo di divertimento e di svago per i bolzanini. Il nuovo lido prendeva il posto della storica piscina e scuola di tuffi e di nuoto Gugler in viale Venezia, attiva per più di ottant’anni. Modello dell’architettura razionalista, il lido è il primo esempio in tale stile in città. Sorto in prossimità dell’Isarco, andava a completare la zona “sportiva” insieme allo Stadio Druso. L’impostazione planimetrica della struttura ad L dalle pure forme geometriche comprendeva un corpo di accesso e la biglietteria, portando alla zona spogliatoio, illuminata dell’alto e dalle finestre a nastro poste sul lato di via Trieste. Lo snodo architettonico fra la biglietteria e gli spogliatoi è dato da una torretta semicilindrica ripresa da quella realizzata da Le Corbusier a Parigi nel 1924. Le tre piscine, una olimpionica con trampolino per i tuffi e due di medie dimensioni erano anch’esse disposte a L. Era un progetto all’avanguardia, dove le piscine erano riscaldate e illuminate anche nelle ore serali. In origine i bagnanti avevano a disposizione un ampio arenile di sabbia dove potersi svagare e prendere comodamente il sole, i prati arriveranno solo successivamente. All’interno dello stabilimento e su entrambi i lati erano presenti le cabine per i bagnanti disposte su due livelli. Snodo centrale era l’ampia terrazza, dove si accedeva da una scenografica scala tortile e si trovava il grande ristorante sviluppato a doppia altezza. Dalla sua apertura e fino agli anni ‘60, tutta la vita estiva e mondana della città si svolgeva di fatto su quella terrazza: feste danzanti, sfilate di moda, concerti , premiazioni sportive. Ai bagni, alle docce riscaldate, all’infermeria, si affiancavano anche zone relax e zone massaggi. Sulle riviste internazionali dell’epoca il Lido di Bolzano veniva definito uno dei più belli e all’avanguardia del mondo. I due progettisti disposero pilastri, lampade, scale e panchine, seguendo un puro e semplice design armonico. Cuore e fucina di nuovi e indiscussi talenti a livello olimpico, dalla famiglia Debiasi in avanti, il nostro Lido ha segnato una parte importante nella storia di Bolzano, nel campo sportivo e architettonico, in questi due secoli di storia.
In fotp principale: Il lido di Bolzano in una cartolina del 1948
Una campagna elettorale dovrebbe essere il momento in cui si mettono sul tavolo problemi, proposte di soluzione, prospettive di sviluppo, idee e visioni per il futuro. Spesso invece diventa una passerella di personaggi più o meno noti che ammiccano, lanciano slogan e cercano capri espiatori per racimolare una manciata di voti.
La Caritas diocesana ha suggerito alcune aree di intervento e fatto delle proposte. Tra i problemi aperti quelli della casa e del lavoro per le persone svantaggiate (e non solo), dell’offerta formativa per gli adulti, dell’assistenza alle persone anziane, della promozione del volontariato e dello sviluppo della comunità. “I Comuni sono l’ente territoriale più vicino ai cittadini e hanno la possibilità di rendersi conto dei bisogni delle persone e di dare risposte efficaci, coinvolgendo altri comuni o la Provincia, ma anche i cittadini e le loro organizzazioni.” Il Comune – come parte della collettività, la “res publica” – ha il dovere di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese” (art. 3 della Costituzione). Eliminare la povertà non significa eliminare i poveri o allontanarli, ma occuparsi di loro in modo da rimuovere le cause della povertà. A volte si osserva che in diverse località si vorrebbero collocare in periferia i servizi sociali per gruppi di popolazione svantaggiati. Perché? Dovrebbero invece rimanere nei centri, lì dove si svolge la vita di tutte le persone. Le pubbliche istituzioni sono a volte un po’ arroganti, perché si dimenticano di dover rispondere ai cittadini delle loro azioni. Uno stile di dialogo con le espressioni del Terzo settore da pari a pari, secondo il principio di sussidiarietà, aiuta senz’altro a fare il bene (e il meglio) della comunità.
Un altro caso in cui oltre all’intitolazione (22 febbraio 2010) di una via, piazza ecc. il Comune di Bolzano ha pensato bene, anzi benissimo, di dedicare anche una targa bilingue (inaugurata il 1° dicembre 2017), è quello riguardante i fratelli Scholl. I fratelli Scholl sono stati ricordati anche il 22 febbraio 2020 con una deposizione di fiori, un mazzo di rose bianche, proprio nella piazzetta a loro dedicata, che si trova all’angolo tra via Roma e via Trieste. La piazzetta Hans e Sophie Scholl ricorda e onora la resistenza contro il regime nazista dei fratelli Scholl. Entrambi erano membri della “Rosa Bianca”, un gruppo studentesco di Monaco di Baviera che durante la Seconda guerra mondiale organizzò la resistenza contro il regime dittatoriale di Adolf Hitler e dei nazisti, richiamandosi a principi di pacifismo, di libertà e di umanesimo. Hans e Sophie Scholl furono condannati a morte da un tribunale nazista e decapitati a Monaco nel carcere di Stadelheim il 22 febbraio del 1943. Il gruppo della “Rosa Bianca” era composto anche dagli studenti Christoph Probst, Alexander Schmorell e Willi Graf, tutti poco più che ventenni. A essi si unì un professore, Kurt Huber, 49 anni. Tutti furono uccisi con la ghigliottina. I membri della “Rosa Bianca” sono personaggi chiave dell’opposizione tedesca al nazismo, che negli anni 1943-1945 occupò anche Bolzano e la regione intera, istituendo anche qui il suo regime del terrore.
Piazzetta Hans e Sophie Scholl
“Il nome ‘tedesco’ rimarrà disonorato per sempre, se la gioventù tedesca non insorgerà e insieme vendicando ed espiando non schiaccerà i suoi aguzzini e non darà origine a una nuova Europa dello Spirito. Studentesse! Studenti! Il popolo tedesco guarda a noi!” (dal sesto volantino)
Hans Scholl: Ingersheim, 22.09.1928 – München, 22.02.1943
Sophie Scholl: Forchtenberg, 09.05.1921 – München, 22.02.1943
Sin dalle origini la conca di Merano era un importante snodo di smercio commerciale e di interscambio, che metteva in comunicazione la Val Padana con i bacini del Reno e del Danubio, tramite la via Claudia Augusta, attraverso la Val d’Adige, la Venosta e i passi Resia e Giovo. All’imbocco della Venosta a Tell era situata la “statio maiensis”, una vera e propria dogana al confine fra la Provincia romana della Rezia e la X Regio Italica di Venetia et Histria. L’allora popolazione, che non abitava il fondovalle della conca meranese, iniziò a insediarsi presso le strade di grande traffico, con la costruzione di qualche piccolo insediamento fra Maia Alta e Maia Bassa. In tarda età romana viene citato un “Castrum maiensinsis” da Aribone nella “Vita sancti Corbiniani”. Il castrum è identificabile col castel San Zeno, dove dimorò San Valentino nel V se. d.C. e successivamente nel VIII d.C. San Corbiniano, vescovo di Frisinga. Aribone, meranese di nascita, che divenne poi vescovo di Frisinga, è il primo vero e proprio scrittore in lingua tedesca e il successore di Corbiniano in quella sede vescovile. Si presume quindi, che l’Humus religioso, civile e culturale della città di Merano abbiano avuto luogo il quel luogo fortificato. Nel 857 troviamo la prima e vera citazione di Merano col nome “Mairania”. Da prima, feudo del principe vescovo di Trento, dal XIII secolo diventa capitale del territorio governato dai conti di Tirolo. Nel 1237 lungo il Passirio, si era creato un nuovo centro urbano citato come “Forum Mairaini”, nel 1260 “Burgum Merani” e nel 1317 “Civitas Merani”. L’antico borgo si riduceva all’attuale rione Steinach, tra il Duomo e la porta Passiria. Con l’epoca di Mainardo II viene aggiunta via dei Portici. La città viene cinta da mura ed è di forma quadrangolare, sulla quale si aprono quattro porte-torri: la Venosta, la Passiria, la Ultimo e la Bolzano. I Portici – sui quali si affacciavano le botteghe con le corti interne e dove sul retro vi erano gli orti fino alla cinta muraria – posti a Nord venivano chiamati “a monte”, quelli a Sud “ad acqua”. Nel 1317 i meranesi ottengono il privilegio di essere chiamati “cittadini”, di avere una propria zecca, che batte moneta pregiata per tutta la contea del Tirolo, di essere sede Giudiziaria e Corte di Appello, di essere una delle più importanti città mercantili in epoca medievale, in ambito europeo, e soprattutto di rivaleggiare e competere, da sempre con Bolzano, in questo importante ruolo.
C’erano almeno tre cose che Mario Vitale, batterista de La Statale 17 si era prefisso come obiettivo da ragazzo: registrare un disco, suonare in uno stadio e tenere un concerto in un teatro. A diciannove anni le aveva praticamente fatte tutte e tre!
Un anno dopo, nel 1979 la bella storia di questa mitica formazione bolzanina era già giunta al capolinea, lasciando un vuoto notevole nel panorama musicale cittadino. “Mario e io – ci racconta Paolo Beltrami, che della Statale è stato tastierista – ci conosciamo fin da bambini, siamo sempre rimasti amici e fin da ragazzini abbiamo avuto questa fissa di formare un gruppo musicale e lo abbiamo formato, eravamo teenager e tutte le occasioni erano buone per intrufolarsi e suonare.” La determinazione e la passione per la musica del quartetto (gli altri componenti originali erano Carlo Girardello alla chitarra e Paolo Depaoli al basso) erano tali che, un po’ per avere occasione di suonare con strumentazione professionale, un po’ per poter assistere ai concerti, non esitava ad autocandidarsi come spalla quando qualcuno capitava a suonare in città: nel carnet della Statale 17 si ricordano quantomeno gli Area e Arti e mestieri, in occasione di un concerto al Cinema Cristallo. “Quando nella stessa location si esibì il Perigeo – ricorda oggi Mario Vitale – siccome abitualmente si tenevano un concetto pomeridiano e uno serale, nell’intervallo tra i due spettacoli convinsi Bruno Biriaco a farmi provare la sua batteria, col risultato di ritrovarmi a fare una jam col bassista Giovanni Tommaso e il pianista Keith Tippett che si esibiva prima del Perigeo.” Va da sé che con queste premesse il quartetto avesse delle aspettative. A forza di serate danzanti (spesso a base di cover che venivano cantate da Beltrami), La Statale 17 cominciò a farsi conoscere nell’ambito cittadino anche per le proprie interessanti composizioni strumentali di stampo progressive rock, il genere che andava per la maggiore. “ll nome del gruppo – prosegue Beltrami – non c’entra nulla con l’omonima canzone di Guccini. C’era un gruppo che si chiamava La Statale 108, facevano musica da balera a Bibione e Lignano ed erano bravissimi. Una volta abbiamo aperto per loro al Dolomiti. La scelta del nome fu in loro onore, però siccome avevamo una strumentazione sfigata abbiamo scelto il numero 17! Poi era l’epoca degli acronimi come PFM, BMS e pure non avendo mai fatto uso di allucinogeni il nostro acronimo LSD era molto suggestivo!” La svolta definitiva per La Statale arrivò grazie all’incontro con Walter Klotzner dell’associazione Contrapunkt: dapprima ci fu un concerto da tutto esaurito all’Haus der Kultur che originò la possibilità si registrare il primo LP in vinile di gruppi cittadini, non per un’etichetta di fuori, un disco condiviso insieme agli Emphasis, altro gruppo coevo, un lato per ciascuno: “Il disco con la più brutta copertina della storia del rock – commenta il bassista Marco Signorini –, io ero entrato nel gruppo al posto di Depaoli proprio nel periodo tra il concerto e la registrazione del disco, però per le sedute in studio lo chiamammo a collaborare in due brani.”
1978: La Statale 17 in concerto allo Stadio Druso
“Eravamo giovanissimi – prosegue Vitale – e la fretta, l’emozione di fare il disco, forse non hanno aiutato a sfruttare al meglio l’occasione che ci era offerta.” Aggiunge il tastierista: “La sala era stata affittata per sei giorni, tre per noi e tre per gli Emphasis, registrazione e missaggio, per di più il sedici piste era nuovo e quindi anche per Peter Ghirardini, il proprietario dello studio, si trattava di fare pratica.” Il risultato fu un disco che fotografava la scena musicale bolzanina di quell’epoca, assolutamente in linea con quanto si ascoltava e faceva in Italia, un disco tutt’ora interessante e ricco di buone idee, sorprendente visto che tutti i musicisti coinvolti erano studenti teenager. Poi fu la volta del concerto allo Stadio Druso (un open air condiviso con Emphasis e Otho Mollis) e quindi di quello al teatro di Gries; infine, a marzo del 1979, un breve tour regionale portò la Statale anche a Innsbruck, con concerti sempre applauditi e affollati. “Per l’occasione – ci dice Carlo Girardello – al gruppo si era aggiunto il sassofonista Sandro Miori, oggi insegnante di musica a Vienna, entrato in un primo tempo in mia sostituzione, quando sono rientrato nella band in occasione del tour per un breve periodo siamo stati un quintetto.” “Quello che avrei voluto fare era suonare la batteria tutta la vita – conclude Mario Vitale – ma mi è stato impedito, dovevo andare all’università e studiare medicina. E così è stato.” E aggiunge Beltrami: “Quello che ci mancava era una strumentazione professionale, il cui prezzo in quegli anni era meno approcciabile che non oggi. Se avessimo avuto un equipaggiamento all’altezza forse avremmo anche preso in esame l’idea di provare a vivere di musica.” Girardello e Signorini hanno continuato a rimanere nel circuito delle cover band per un po’, il primo suonando per un certo periodo anche con gli Emphasis e in tempi più recenti con Greta Marcolongo, Anna Bernard, Gigi Grata, Loris Anesi e Charlie Penner.