Il tesoretto di Laives

Nei secoli immediatamente precedenti la rovinosa invasione romana del 15 a.C., che condusse al crollo della civiltà retica alpina, sul conoide di Laives era insediato un consistente nucleo di persone dedite principalmente alla coltivazione della vite.
Nelle abitazioni di pietra e legno e soprattutto negli edifici di pertinenza risalenti a quel periodo sono stati ritrovati, accanto a macine e telai, utensili per la spremitura dell’uva e la conservazione del vino. Siamo dunque in presenza di una collettività agricola organizzata e capace, oltretutto, di intrattenere rapporti di scambio culturale e commerciale con comunità limitrofe sia a nord che, soprattutto a sud. È infatti evidente il legame che ancora unisce questi individui al mondo mediterraneo-etrusco, del quale peraltro utilizza già in quel periodo l’alfabeto. È pure indiscutibile che questa popolazione iniziò ben presto a confrontarsi anche con una realtà decisamente superiore e in costante espansione come quella romana, che di lì a poco ne avrebbe sancito la definitiva scomparsa.
Possiamo dunque affermare senza ombra di dubbio che i Reti di Laives, anche dopo aver abbandonato il secolare sito sulle sponde del rio Vallarsa per stabilirsi ai margini delle campagne paludose della valle dell’Adige, dove forse era più immediato il contatto con i viandanti che iniziarono a transitare tra Roma e l’Europa settentrionale, erano non solo abituati a interagire in vari modi con l’universo romano ma ne vennero influenzati in modo via via crescente fino a non distinguersi quasi più dai potenti vicini. I Romani, da parte loro, descrivevano i Reti anche romanizzati della zona come persone brute e inaffidabili, giacché erano all’ordine del giorno assalti e saccheggi nei confronti dei viaggiatori in transito sulla rete stradale tra Tridentum e Pons Drusi.
In una delle 14 case retiche scavate in località Reif negli anni 80 del secolo scorso venne alla luce anche il cosiddetto “tesoretto di Laives”, 22 monete d’argento romane di un’epoca compresa all’incirca tra il 155 e il 115 a.C. I preziosi denari erano stati interrati in una di quelle case forse già abbandonate con l’evidente intenzione di sottrarle alle attenzioni di chi le cercava. Non è infatti difficile immaginare la provenienza di quel gruzzolo, che difficilmente poteva essere stato accumulato da un “bacan” del tempo nel corso di una vita lavorativa; molto più probabile si trattasse del bottino di un agguato ai danni di un commerciante romano forse rimasto anche vittima dell’aggressione lungo l’insidiose tracciato della vecchia via Claudia Augusta.

In foto principale: Una moneta ritrovata in località Reif
Copyright: L. Dal Rì

Autore: Reinhard Christanell

I parassiti #3

Aleurodidi (farfalline bianche o mosche bianche): insetti di 1-3 mm. Il loro corpo è ricoperto da un sottile strato di pruina cerosa simile alla farina. Si annidano, solitamente, nella pagina inferiore delle foglie nutrendosi della linfa. Causano ingiallimenti e indeboliscono le piante fino a farle morire. Colpiscono cavoli, melanzane, pomodori, angurie, meloni e cetrioli, ma anche piante ornamentali. Le farfalline compiono parecchie generazioni all’anno, con cicli variabili in base alle temperature. Sono molto aggressive per le piante ospiti. Difficile difendersi per il susseguirsi delle nascite e per l’accavallamento dei vari stadi di sviluppo. Producono la melata, che ricopre le foglie di una pellicola appiccicosa, che non fa respirare i tessuti. I macerati ed il piretro naturale sono del tutto inutili. Sconsiglio tuttavia di ricorrere al piretro chimico a base di piretroidi, deltametrine, cipermetrine, pymetrozine e imidacloprid o ad altri insetticidi sistemici.
Rimedi: 1) La contromisura naturale si attua con l’impiego di parassitoidi oofagi specifici, come l’imenottero Encarsia formosa (anche fuori serra); 2) Insetticida biologico Botanigard 22wp a base di spore di Beauveria bassiana; 3) Olio bianco invernale e olio minerale bianco estivo, che agisce per soffocamento: diluire 5 ml di olio minerale in 500 ml di acqua, agitare bene e vaporizzare tramite spruzzino esclusivamente la sera, dopo il tramonto, lontano dagli insetti impollinatori – Carenza per l’uomo: minimo 20 giorni. Fondamentale: non utilizzare il prodotto su piante in fiore!
Tuta Absoluta (minatrice o tignola fogliare), approdata in Spagna nel 2006. Questo lepidottero si insinua abilmente tra le pagine della foglie, creando delle vere e proprie gallerie molto lunghe chiamate “mine”. Compie sette/otto generazioni all’anno, specie nel sud Italia, ma è presente su tutto il territorio. I danni sulle pagine superiori sono visibili a occhio nudo, mente le larve si rintanano nei lati inferiori e sempre all’interno delle foglie.
Questa caratteristica rende difficile ogni tipo di controllo tramite macerati e insetticidi (sistemici esclusi). Sui balconi la tuta si limita a colpire le foglie, mentre in serre e campi coltivati è già capitato che le larve più mature si concentrino sui frutti, determinando blocchi di crescita e di invaiatura, marciumi e malattie fungine. Colpisce soprattutto pomodori, agrumi, ulivi e viti.
Rimedi: 1) rimozione manuale delle foglie colpite; 2) rete anti insetti, a maglie strette; 3) confusione sessuale tramite appositi feromoni (nelle serre); 4) trappole cromotropiche di colore nero (nelle serre); 5) trappole a elettroluminescenza, che però non sono selettive e che uccidono anche insetti utili; 6) Bacillus thuringiensis (varietà kurstaki e aizawai), un insetticida biologico a base di batteri sporigeni estremamente selettivi in grado di uccidere esclusivamente le larve di lepidotteri, non quelli adulti. È totalmente innocuo per gli impollinatori e anche per le coccinelle. Carenza per l’uomo: 3 giorni.

Autore: Donatello Vallotta

La centrale idroelettrica “Carlo Cicogna” di Cardano

Fra le zone di Rencio, Campiglio e Cardano, alla periferia nord di Bolzano, sorge la Centrale idroelettrica “Carlo Cicogna”. Prende il nome dall’allora presidente della Società Idroelettrica C. Cicogna che la ideò e la completò il 25 agosto del 1929. L’impianto entrò in funzione a settembre di quello stesso anno, dopo le verifiche strutturali e tecniche. Esso intercetta l’acqua del fiume Isarco all’altezza di Colma, tramite un’intercapedine mobile. L’impostazione architettonica ricorda da vicino le centrali elettriche disegnate dal futurista Antonio Sant’Elia qualche decennio prima. All’interno del palazzo del corpo centrale, a valle, è posizionata la “sala macchine” contenente cinque turbine “francis” ad asse centrale, le più potenti di quel periodo, sulle quali si innestano i cinque grandi condotti che si erigono inclinati sul pendio, verso la stazione a monte. In tale sito vengono esaltate tutte le caratteristiche della “modernità futurista”, il mito dell’elettricità, dell’efficienza, del motore e della “macchina”. L’opera allora, venne considerata fra le più innovative e moderne d’Europa, a essa si era direttamente interessato il governo centrale per l’utilizzo delle risorse idriche dell’arco alpino al servizio della nascente industria e della nuova espansione urbanistica di Bolzano, la città allora doveva raggiungere i centomila abitanti. La centrale con una linea elettrica ad alta tensione di 243 kw, esportava energia anche al servizio delle industrie della Lombardia e del Piemonte. Al corpo centrale a valle si affiancano alcune palazzine residenziali in gusto tardo-liberty, destinate al personale e alle loro famiglie in servizio alla Centrale. Esse, in qualche modo, assumono una certa dissonanza con la modernità dell’impianto, palese esempio in tale periodo storico di contrasto fra “passato” e “moderno”, tipica contraddizione anche in questo nostro territorio posto nel cuore delle Alpi.

Copyright foto principale: Davide Costanzo

Autore: Flavio Schimenti

Mendicanti: un facile bersaglio che porta (pochi) voti

Ci sono temi che sarebbe meglio non trattare in campagna elettorale perché l’orizzonte del voto ne falsa la percezione. Non si sa più se si vuole risolvere un problema, attirare l’attenzione di qualcuno o racimolare un pugno di voti. Uno di questi temi è quello dei mendicanti che periodicamente divengono oggetto di provvedimenti comunali.

Premettiamo che l’uso di sistemi invasivi e violenti per chiedere l’elemosina va perseguito e sanzionato. Per farlo basta applicare le norme già esistenti. Allo stesso modo è certamente da combattere qualsiasi forma di sfruttamento o di racket. Però: se ci sono indizi di questi fenomeni bisogna fare una denuncia alle autorità competenti le quali dovranno indagare, trovare e punire i colpevoli. Altrimenti parlare di racket e sfruttamento senza andare a fondo della questione diventa a sua volta un’azione illecita.
Non va nemmeno strumentalizzato il fatto che ci sono gruppi di mendicanti che vengono da altre città e si organizzano per raccogliere l’elemosina. Organizzarsi non è un reato. Che cosa vuol dire infine che il modo di chiedere l’elemosina è “molesto”, se non ci sono comprovabili atti di violenza? Anche la pubblicità che ci insegue ovunque e persino la campagna elettorale possono essere assai moleste.
Che fare dunque? La cosa di per sé è abbastanza semplice. Chiedere l’elemosina è un diritto riconosciuto. Il cittadino se vuole può dare qualcosa e se non vuole può non dare niente. Puntare il dito verso una categoria di persone in evidente stato di difficoltà (e associarla a gruppi di criminali) non è un comportamento politicamente giustificabile, men che meno in campagna elettorale.
Difendere i cittadini da chi infrange la legge è compito delle pubbliche autorità. Invece di occuparci di chi ci chiede qualche spicciolo all’angolo della strada, a volte forse con toni troppo insistenti, perché non ce la prendiamo con quelli che, zitti zitti, ci tolgono, senza chiedere, spazi vitali (altro che spiccioli) nei campi del sociale, della sanità, dell’istruzione, della ricerca, dell’ambiente?

Autore: Paolo Bill Valente

Re Laurino: un monumento discusso

Non c’è pace tra……le statue! Statue sì? Statue no? Sono quesiti di attualità in Italia, in Europa e in altri continenti, ma anche in quel di Bolzano: per i vivaci dibattiti sulla loro erezione e collocazione, per i vari loro spostamenti, non fu vita facile per alcune statue di Bolzano, come quella raffigurante il menestrello Walther von der Vogelweide (inaugurata il 15 settembre 1889), e quella dedicata alla Madonna (inaugurata l’9 dicembre 1909). Non fu facile nemmeno per la fontana di Re Laurino, che si trova in piazza Magnago, a fianco dei menhir di recente collocazione. Si tratta di una fontana sormontata da una scultura in marmo bianco di Lasa raffigurante il re degli Ostrogoti, Teodorico, in atto di sottomettere Laurino, il mitico re nano signore dello stupendo roseto, il Rosengarten, nelle Dolomiti; al mitico re a Bolzano fu dedicato un prestigioso Hotel e intitolata una via. Opera dello scultore Andrä Kompatscher, con la collaborazione di Arthur Winder, il monumento a re Laurino fu eretto nel 1907 sulla Passeggiata del Talvera; dopo l’atto vandalico la notte del 4 luglio 1933 da parte dei fascisti, che causò il distacco e la rottura della statua di re Teodorico, la statua fu smontata e rabberciata nel cortile del Museo Civico di Bolzano; nel 1936 trovò ricovero al Museo storico italiano della Guerra di Rovereto, per tornare dopo lunghe trattative di nuovo a Bolzano nel 1994 e collocata davanti a palazzo Widmann, nella piazza che il 25 maggio 2012 fu intitolata a Silvius Magnago. Sembrava una vita tranquilla per Teodorico, ma una mattina, quella dello scorso 12 giugno, lo si è visto imbavagliato con una grande mascherina cinese anti Covid. Si spera che d’ora innanzi Flavio Teodorico (454-526), detto il Grande, Re degli Ostrogoti ma anche Signore di Roma e d’Italia, possa continuare tranquillo nella fiducia che, come fatto da lui a suo tempo, anche nel vicino Palazzo la cosa pubblica venga bene amministrata, a pro di tutte le componenti la comunità.

In foto principale: La statua di Re Laurino in piazza Magnago

Autore: Leone Sticcotti

XelaM: convinti nel segno del rock’n’roll elettronico

Avete sempre pensato al rock’n’roll come a un genere da suonare rigorosamente con degli strumenti in mano? A rigor di logica non eravate troppo lontani dalla verità, ma può anche non essere esattamente così.

Rock’n’roll è innanzitutto una questione di spirito e il disco fresco di stampa del duo XelaM, uscito a sorpresa da poche settimane, è qui a dimostrarcelo. Curiosamente la pandemia era scoppiata contemporaneamente all’uscita dello spettacolare disco dei Morisco, che oltre che una coppia artistica sono una coppia nella vita, proprio come gli XelaM. E ora che l’emergenza si sta con cautela attenuando, ecco questo altrettanto notevole e diversissimo “Rock and Roll”, debutto su CD di Mr. Alex e Monik, gli XelaM appunto.
“Xelam – ci racconta Mr. Alex – era la sigla con cui abbiamo cominciato a sperimentare con la musica nella seconda metà degli anni Ottanta. In realtà la cosa non è durata molto, ci siamo esibiti poche volte in pubblico e di lì a poco abbiamo fondato un gruppo vero e proprio che si chiamava Anna e i Dentici, chitarra, basso, batteria e voce. Negli ultimi tempi abbiamo però ripreso in mano quella sigla e ci siamo rimessi in pista proprio da dove avevamo interrotto allora.”
Mr. Alex, che nell’ultimo decennio ha calcato spesso i palchi con la psichedelia fuzz dei Peggy Germs e con una formazione indirizzata soprattutto verso il rockabilly e il rock’n’roll del primo Elvis Presley, è tornato (ma in realtà non aveva mai smesso) a lavorare con tastiere programmate e suoni elettronici, mescolando atmosfere dark e punk con lo spirito rock’n’roll di cui si parlava poc’anzi. Lui e Monik hanno così registrato una decina di tracce per il nuovo disco, lavorando esclusivamente in casa e alternandosi nelle parti vocali, riuscendo a creare un prodotto che entusiasma. Spiccano brani come l’iniziale “Forever In My Heart”, “I’m Cool Baby” o il brano che titola il disco, con tanto di dotta citazione di “Tutti Frutti”.
“Siccome non siamo proprio giovanissimi – spiega Mr. Alex – abbiamo guardato in internet, per cercare qualcuno che potesse aiutarci a districarci nel mondo dei download e degli streaming. Così ho scritto a un’etichetta svizzera che mi pareva abbastanza in linea con la nostra proposta musicale. Mi hanno risposto subito dicendo che erano molto interessati a quello che facciamo. Non solo, si sono proposti a pubblicarci un CD fisico se avessimo avuto almeno dieci brani da proporre. Meglio di così non poteva andare. Di brani ne avevamo sei, ma visto che si doveva stare in casa senza poter uscire ci siamo messi subito al lavoro e siamo arrivati al numero di canzoni che ci era stato chiesto. A queste abbiamo anche aggiunto tre tracce dal vivo, giusto per dare l’idea di come funziona la nostra proposta su un palco.”
Detto fatto, la Swiss Dark Nights (così si chiama l’etichetta) ha dato immediatamente alle stampe cinquecento copie di “Rock and Roll”, che ora è regolarmente distribuito con comprensibile soddisfazione di Monik e Mr. Alex.
“Ci siamo trovati catapultati in un mondo che non immaginavamo – è Monik stavolta a parlare –, adesso ci arrivano i riscontri del lavoro di promozione e distribuzione che hanno fatto, ci sono addirittura stazioni radio in Messico che trasmettono la nostra musica. Il tipo della Swiss Dark Nights ha naturalmente interesse a pubblicizzare il CD visto che l’investimento lo ha fatto lui e oltre al fatto che ci propongono e promuovono, pare che stiano funzionando bene anche le vendite online. Per ora si tratta di distribuzione all’estero, dal dodici giugno è annunciata anche quella italiana tramite Audioglobe.”
Sicuramente, oltre al look azzeccato del duo, perfettamente a cavallo tra dark e rockabilly, e alla proposta musicale di un genere che sta tornando in auge, alla base dell’interesse per la musica degli XelaM, c’è il fatto che loro questo rock’n’roll elettronico lo hanno vissuto in tempo reale, che non stanno scimmiottando qualcuno, ma sono due che negli anni Ottanta c’erano e ascoltavano e proponevano proprio queste cose.
“Per noi è molto importante il fatto di usare la strumentazione giusta per fare questa musica – conclude Mr. Alex – uso rigorosamente i synth degli anni Ottanta per avere effettivamente un certo suono. Non mi piace adoperare programmi che replicano gli effetti, voglio proprio che siano quelli originali. Anche le batterie elettroniche che uso sono di quel periodo. E quelli dell’etichetta lo hanno capito al volo. Poi dal vivo uso tanto il theremin, è un po’ la mia chitarra, scendo tra il pubblico con questo strumento la gente impazzisce, è affascinata. Si tratta di una cosa incredibilmente coinvolgente, col theremin ho fatto tredici, mi avvicino al pubblico e vanno tutti fuori di testa. Il passo successivo, appena sarà possibile tornare a fare concerti, sarà fare il vinile, colorato, perché è quello è il formato che preferiamo per la musica!”

Autore: Paolo Crazy Carnevale – musicofilo

Le guglie che si stagliano nel cielo della città di Bolzano

I campanili, o più correttamente le torri campanarie, hanno per secoli caratterizzato il paesaggio urbano ed extraurbano. Ogni chiesa, convento o cappella privata ne aveva uno. Questi elementi architettonici che si protendono verso il cielo hanno in realtà un’origine antichissima. Pensiamo agli ziggurat, alle piramidi e ai templi dei Maya. Si tratta di elementi di congiunzione fra la terra e il cielo, dove l’eco e il suono delle campane arrivava all’udito di tutti, determinando i tempi e i ritmi della vita quotidiana.
La tipica forma a torre si differenzia per epoche e composizioni stilistiche. A Bolzano fra gli esempi più antichi abbiamo quello di S. Giovanni in Villa, massiccia composizione romanica con blocchi di porfido alleggeriti alla sommità da eleganti monofore, bifore e trifore. Il campanile, come tutti quelli di origine romanica, termina con una struttura piramidale. Nel periodo gotico, dove tutta la struttura dell’edificio ecclesiale si protende verso il cielo, anche la guglia della cella campanaria si allunga verso l’alto. Tale prerogativa caratterizzerà fortemente il paesaggio: pensiamo ai campanili delle chiese bolzanine di S.Maurizio, di S.Maddalena, di S. Giorgio, di S.Martino in Campiglio, della antica Parrocchiale di Gries, per arrivare fino a quello del Duomo di S.Maria Assunta.
Il campanile di quest’ultima si appoggia sulla struttura romanica preesistente.
Fra il 1500 e il 1519 su progetto di Burkhard Engelberg di Ausburg, Hans von Lutz realizza la nuova struttura riprendendola dal modello di S.Maria Gestalde a Vienna. A una base quadrata vi sovrappone, nella cella campanaria, una architettura di forma esagonale.
In esso trova spazio tutto il linguaggio formale del gotico, con pinnacoli, balaustre, statue, archi di collegamento rampanti e doccioni.
La cuspide alta quindici metri, interamente traforata, anche per motivi statici, è connotata da tre corone scultoree che si inanellano su di essa, sottolineando la dedizione alla Vergine della città di Bolzano. La guglia del duomo caratterizzerà per sempre l’immagine della città. Il secondo campanile, originariamente previsto sul lato meridionale, non verrà mai eseguito per motivi statici, ma soprattutto economici. Dal 1683, anno dell’occupazione di Vienna da parte delle truppe turche, i campanili prenderanno la caratteristica forma a cipolla, in qualche modo per esorcizzare lo scampato pericolo ottomano.

Autore: Flavio Schimenti

Dati: i vantaggi della raccolta alla fonte

Uno dei temi che sempre ricorrono in questa rubrica è quello dei dati. Nella città digitale i dati sono fondamentali per produrre servizi di qualità. Quando si parla di dati, spesso ci si riferisce al fatto che sono tantissimi, conseguentemente enfatizzando il fatto che per gestire questi “big data” abbiamo bisogno di un’enorme potenza “muscolare”. In realtà, la gestione dei dati è un tema molto più complesso. Una delle dimensioni fondamentali è quella della “qualità” del dato: se i dati che vengono raccolti sono interpretati male, troppo incompleti o non fedeli ai corrispondenti fenomeni reali, i servizi ai cittadini che vengono realizzati sulla base di questi dati diventano inutili, se non dannosi.
Per costruire una casa solida servono, dunque, solide fondamenta.
Un modo molto semplice per cercare di avere dati di qualità è quello di raccoglierli quanto più possibile vicino alla fonte, con dei meccanismi per cui chi sta alla fonte abbia interesse a essere quanto più possibile preciso e completo nel tradurre la propria realtà in dato.


Un esempio molto calzante è quello di lidonews.it. Si tratta di un sito che censisce tutti i lidi dell’Alto Adige, fornendo indicazioni su quali lidi sono aperti, e quali lidi hanno ancora posti disponibili – tema particolarmente importante in questa complessa fase di distanziamento sociale. Il sito funziona con un meccanismo molto semplice: sono i gestori stessi dei lidi a indicare, in tempo reale e tramite una app dedicata, quanti posti disponibili ci sono.
Lidonews si occupa a quel punto di aggregare tutte queste informazioni in un unico portale, dando anche indicazioni chiare su quando è stato effettuato l’ultimo aggiornamento dei posti disponibili, lido per lido.
Un servizio semplice ma davvero efficace.

Autore: Marco Montali

Traditori credibili del sistema di appartenenza etnica

Venticinque anni fa Alexander Langer se n’è andato, ma le sue provocazioni sono rimaste. E così il suo alto contributo di riflessione sulle situazioni che si ripropongono ciclicamente in una terra come l’Alto Adige, nella quale le appartenenze contano più dei diritti e il diritto non sa prescindere dalle appartenenze.

Una terra nella quale le dinamiche del potere (nella politica, nell’economia, nella comunicazione, nelle diverse forme in cui si articola la realtà sociale) sono condizionate dall’avere le spalle coperte da un qualche gruppo a vari livelli: di amicizia politica, economica, di parentela, di lingua.
In questo Sudtirolo fatto così Langer parlava “dell’importanza di mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera”. E diceva che occorrono “traditori della compattezza etnica”, ma non “transfughi”. Discorsi pericolosi che si leggono nei suoi “Dieci punti per la convivenza inter-etnica”.
“Accanto all’identità e ai confini più o meno netti delle diverse aggregazioni etniche”, scriveva Langer, “è di fondamentale rilevanza che qualcuno, in simili società, si dedichi all’esplorazione e al superamento dei confini: attività che magari in situazioni di tensione e conflitto assomiglierà al contrabbando, ma è decisiva per ammorbidire le rigidità, relativizzare le frontiere, favorire l’inter-azione.”
Serve anche oggi, come venticinque anni fa, questa “grande capacità di affrontare e dissolvere la conflittualità etnica”? È necessario, diceva Langer, “che in ogni comunità etnica si valorizzino le persone e le forze capaci di autocritica verso la propria comunità: veri e propri ‘traditori della compattezza etnica’, che però non si devono mai trasformare in transfughi, se vogliono mantenere le radici e restare credibili.”
Questioni superate? Anche oggi chi non è organico al sistema delle appartenenze, si pone a cavallo tra più culture e cerca il bene comune anziché il potere, sa quanto presto si possa entrare nel mirino di chi cerca il potere anziché il bene comune.

In foto principale: fotomontaggio di Roberto Tubaro

Autore: Paolo Bill valente

Il ricordo vivo di Giannantonio Manci

Un altro caso in cui si è dovuto celebrare un anniversario con le limitazioni anti Covid (distanza, mascherina…) , è quello riguardante il sacrificio di Giannantonio Manci, la cui figlia Annamaria era presente alla celebrazione dello scorso 6 luglio.
Di lui si fa memoria in una delle due lapidi commemorative di forma quadrata recanti iscrizioni in rilievo, che si trovano sulla facciata del Comando Truppe Alpine, in piazza 4 novembre.
La prima lapide è dedicata a Manlio Longon: “Manlio Longon qui ucciso da mano nazista nel sacrificio per la libertà qui rifulge 20 dicembre 1911-31 dicembre 1944”. La seconda invece recita così: “Giannantonio Manci combattente antifascista tra queste mura fu tratto a morte il 6 luglio 1944”. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 le armate tedesche avevano occupato la provincia di Bolzano, divenuta parte della “Zona d’operazione delle Prealpi”. Il Palazzo Alti Comandi di piazza 4 novembre a Bolzano divenne sede della Gestapo. Si creò allora un movimento di resistenza al nazifascismo, furono organizzati gruppi di partigiani, inquadrati nella Divisione CLN Zona Bolzano. Manlio Longon, dirigente della Magnesio di Bolzano, fu tra i promotori di tale resistenza. Il 15 dicembre 1944 cadde nelle mani della Gestapo e, dopo quindici giorni di torture, il 31 dicembre 1944 fu impiccato nella sua cella.
Giannantonio Manci, impegnato prima nell’opposizione al fascismo e poi al nazifascismo, come presidente del CLN di Trento organizzò il movimento partigiano trentino. Arrestato dalla Gestapo a Trento con altri partigiani il 28 giugno 1944, condotto a Bolzano, nella sede della Gestapo fu sottoposto a interrogatori e torture. Durante uno degli interrogatori, per non cedere alle torture, il 6 luglio 1944 si tolse la vita gettandosi da una finestra al terzo piano del palazzo.

In foto principale: La commemorazione avvenuta a Bolzano lo scorso 6 luglio

Autore: Leone Sticcotti