Bolzano che caos, Bolzano immaginaria e il Sudtirolo in musica

La canzone “Bolzano”, firmata da Johnny Ponta, nei giorni scorsi è stata presentata come la prima dedicata al capoluogo altoatesino. Non è esattamente così, come viene spiegato in questo articolo che coglie l’occasione per allargare anche un po’ il discorso al resto del nostro territorio.

Si è fatto un gran parlare nelle scorse settimane della nuova canzone del countryman Johnny Ponta, una canzone dedicata a Bolzano, sua città adottiva. Nell’eccessiva risonanza data alla notizia dai media è capitato addirittura di leggere o sentire che “Bolzano” (questo è il titolo del brano, suonato per altro abbastanza asetticamente da prezzolati turnisti) è forse la prima canzone mai dedicata al capoluogo della nostra provincia. Per fortuna non è così, fin dagli anni sessanta, quando i Pooh incisero “Brennero 66”, canzone dedicata ai tristi fatti delle bombe e dei tralicci, abbiamo fruito di spesso belle (e ancor più spesso interessanti) canzoni dedicate al capoluogo e ad altre località altoatesine.
Ecco così l’occasione per rendere giustizia ad alcune composizioni e ad alcuni artisti locali che hanno cantato, nel bene e nel male, la loro terra. Per quanto riguarda Bolzano, la palma va sicuramente all’adrenalinico funky dei Modo, “Bolzano che caos”, brano irrinunciabile che esprime nel suo testo tutto il malessere di chi ha vissuto la città intorno a fine anni Ottanta, una città assai diversa da quella attuale, deserta la sera e assai poco propositiva, fatta eccezione per le brillanti iniziative di realtà culturali indipendenti e alternative. I Modo e il cantante Macao Timpone registrarono il brano nel loro disco omonimo, ma la canzone era già una hit nei concerti, grazie a un sound trascinante e a un testo che mescolava orgogliosamente Bolzano alle radici calabresi del cantante. A ruota si colloca la più recente “Bolzano immaginaria”, di Bobby Gualtirolo, un brano che esprime il difficile rapporto tra l’autore e la sua “hometown”, al punto da doversene immaginare una differente. Lo stesso autore ha scritto anche, eseguendola solo raramente in concerto, “Nato in Via Resia”. Assai più trascurabile, a livello di toponomastica cittadina la canzone “Corso Libertà” incisa da Maurizio Ingigneri su un oscuro 45 giri.
Massimo poeta dell’Alto Adige in musica è sicuramente stato Klaus Tengler, Klaus Levi in arte, visto che con questo nome ha pubblicato il suo unico album cantautorale nel 1981: proprio in quel disco accanto al bluegrass elettrico intitolato “Scalando l’Ortles” appariva “Brennero”, una fulgida perla in fingerpicking dall’immenso testo che racconta di un passo di frontiera oggi lontano anni luce da quello con l’Outlet e i turisti dello shopping. Nel repertorio di Andrea Maffei dei primissimi anni novanta fa capolino la dimenticata “Per fare un bagno a Monticolo” e rimanendo negli immediati dintorni del capoluogo incontriamo di nuovo Gualtirolo, autore della caustica “This Is Unterland” e della bellissima “Lillian, Rosemarie e il Jack di cuori”, che su una musica di Bob Dylan sposta l’azione all’ombra del Corno del Renon, dimostrando in entrambi i casi un forte legame culturale con la nostra terra.

Klaus Tengler
Copyright: Giorgio Fait


A livello di testi poetici non bisogna poi assolutamente dimenticare Georg Clementi, autore di una bellissima “Südtirol, amore mio”, apparsa sul suo LP del 1989 “Ein singender Poet”; per contro poca poesia ma tanta, tantissima energia e sagacia risiedono nel punk-rock alla Ramones dei WC, gruppo dell’altipiano dello Sciliar, che sul loro primo CD, “Menschen”, si permisero di rileggere il tradizionale “Tirol isch lai oans” ironizzando con giusta irriverenza sulle tradizioni locali a ogni costo, dai Lederhosen all’autentico speck sudtirolese fatto con carne di suini olandesi!
E che dire dei profeti bolzanini dell’heavy metal classico, quegli Skanners che hanno condiviso il palco con i Deep Purple, Ronny James Dio, le Girlschool e molti altri. Uno dei brani storici dei loro esordi s’intitolava “Oltrisarco in the night”, autentico inno al loro quartiere, anni dopo, la title track del loro terzo disco traeva invece ispirazione da una scritta rinvenuta a Castel Mareccio. I bolzanini Mad Puppet, rimanendo in ambito letterario medievale, hanno addirittura inciso un disco intero ispirato alle leggende di Re Laurino mentre nel repertorio dei Klakson, indubbiamente la band più underground del capoluogo si perde il conto delle canzoni d’ispirazione cittadina, spesso con connotazione rionale, da “Tibetani de Oltrisarco” a “Shangarola Baby”, passando per “Seven Oaks Mary” (ispirata alle presunte apparizioni della Madonna nella frazione di Settequerce), “Women From Bronzolo” e il blues parlato su Ötzi (l’unica ad aver avuto l’onore di apparire su un CD).
Vi chiederete a questo punto come sia la canzone di Johnny Ponta (https://youtu.be/TnAY7KWsli): a livello musicale è una ballata lenta, romantica, furba. Come è il furbo il testo che cita la Bolzano da cartolina che si vende ai turisti: il Catinaccio, Piazza Walther, una parola in tedesco, una citazione della più celebre fiction televisiva ambientata in regione. Tutto un po’ laccato, patinato, lontano da quell’imperfetto Sudtirolo in cui invece viviamo.

In foto principale: Johnny Ponta

Autore: Paolo Crazy Carnevale – musicofilo

“Metti su da lavar zo”: modi di dire tipici del laivesot

Le lingue, si sa, non rappresentano solo un elenco di parole ma, quasi sempre, una testimonianza “dinamica” della presenza e degli incontri di genti. Parole a volte insospettabili sono messaggere di elementi culturali assai stratificati che vanno “letti” come altri reperti di epoche passate.
Per quanto riguarda la nostra terra, votata all’andirivieni di persone e cose e inserita in un contesto linguistico che dalla Baviera raggiunge le pianure veneto-lombarde, si può dire che molto – ma non tutto – parte dal latino: non tutto perché sono assai significative, anche se numericamente scarse, le tracce delle cosiddette lingue pre-romane. Tra queste, il “retico”, imparentato con il più nobile etrusco, di cui a partire dal VII secolo a.C. utilizzava l’alfabeto, traspare ancora in decine di misteriosi toponimi locali. Accanto a questo idioma sappiamo della presenza del veneto antico e del celtico. Se il latino è stato capace, nei suoi cinque secoli di presenza, di assimilare queste lingue, fu l’arrivo di Goti e Longobardi a dare avvio alla lenta formazione, nella bocca delle persone, di un linguaggio “misto”, dove accanto alla lingua pura degli eruditi venne a codificarsi l’idioma multilinguistico definito “volgare”. Qualche traccia possiamo ancora trovarla nella caratteristica parlata “ladina” ora confinata in poche valli ma fino all’anno 1000 estesa su gran parte del nostro territorio. Dal medioevo in poi il latino volgare è stato fortemente contaminato dalle parlate delle popolazioni “barbariche” scese dal Brennero: dopo Goti e Longobardi, furono soprattutto i Baiuvari a imporsi per molti secoli. Scambi più o meno evidenti di vocaboli, prestiti, corruzioni a volte fantastiche sono il risultato di questi incroci secolari. Ma qui non vogliamo soffermarci su questa o quella parola stramba bensì su alcune espressioni verbali composte, sconosciute all’italiano e presenti nel dialetto. Partiamo da un classico: “metter su da lavar zo” (rigovernare i piatti), dal germanico “ab-spülen”e “auf-stellen”. Poi “tajar zo” e “tajar su”, con le stesse radici: “ab-schneiden” e “auf-schneiden”. “Svoidar fora” (svuotare) ricorda “aus-leeren. Espressioni come “’nar fora” e “vame for dai pei”, (uscire e togliti di mezzo), corrispondono a “aus-gehen”. Anche “dar fora” (distribuire o spendere) si rispecchia nel tedesco “aus-geben”. Il contrario, “dar endrio”, (restituire) deriva da “zurück-geben, “sentarse zo” (sedersi) da “sich nieder-setzen”. “Levar su” (alzarsi) corrisponde a “auf-stehen, “nar zo, nar su” (scendere, salire) a “hinunter-gehen e hinauf-gehen”. Ultimo esempio: “rider fora” (deridere), chiaramente ispirato ad “aus-lachen”.

In foto principale: Un’inscrizione retica. Oltre al retico sono molte le lingue che hanno contribuito allo sviluppo del dialetto

Autore: Reinhard Christanell

I Parassiti #1

Dopo due decadi di un giugno tanto fresco quanto perturbato, che ha fatto prosperare nevai, foreste e molti di noi, l’estate astronomica è alle porte. I minimi barici restano confinati oltralpe e chi abita a ridosso dello spartiacque alpino, oltre al gran caldo, deve sorbirsi pure il favonio. Un vento di caduta mite e secco che inibisce la nascita dei funghi, modella le nuvole in nubi lenticolari e mostra delle latifoglie il verso chiaro. Con queste condizioni anche le nostre piante del BalconORTO soffrono le folate aride: il terriccio si asciuga, le foglie si afflosciano, i fiori si seccano. Inizia lo stress idrico. Le piante così indebolite sono soggette ad attacchi parassitari, fungini e di varie malattie. Diagnosi che possono peraltro manifestarsi anche in condizioni diametralmente opposte, magari dopo piogge abbondanti e umidità stagnanti. Dimensioni dei vasi, esposizioni, annaffiature, consociazioni, ph del terriccio, ammendanti sono certo i primi passi verso una corretta gestione delle colture, ma non esiste garanzia di salute totale nonostante le nostre premure. Va da sé, naturalmente, affidarsi a metodi il più possibile naturali escludendo la chimica, fin troppo presente nella coltivazione tradizionale e nella distribuzione agroalimentare.
Queste puntate saranno pertanto incentrate, come utile compendio, in patologie e rimedi.
NOTA: il tempo di carenza (o intervallo di sicurezza) è il numero minimo dei giorni che deve intercorrere tra la data del trattamento e la data di raccolta degli ortaggi, prima di essere lavati e messi in tavola.

Afidi (pidocchi delle piante o gorgoglioni): questi insetti fitomizi, che si nutrono succhiando la linfa, sono lunghi da 1 a 4 mm e sono di vario colore: giallo, verde, grigio, marrone, nero. Alcune varietà di afidi hanno le ali, altre ne sono sprovviste. Solitamente l’afide nero aggredisce sia le parti epigee (cioè quelle fuori dal terreno), sia quelle ipogee (le radici) della pianta, mentre tutti gli altri solo le parti epigee. Colonizzano foglie, rami, e frutti, trasmettono forme virali da pianta a pianta. Si sviluppano molto velocemente e in colonie numerose. Esiste comunque un indizio, che potrebbe permettervi di individuare la presenza degli afidi, quando ancora non è massiccia: le formiche! Se notate spesso delle formiche intorno ai vostri ortaggi, ai vostri vasi è probabile che presto compariranno anche gli afidi. Le formiche infatti vivono in simbiosi con questi parassiti: trasportano le larve di afide sulle piante e le allevano, nutrendosi della sostanza zuccherina – la melata – che i parassiti secernono.
Rimedi: 1) rimozione manuale 2) 5 g di sapone di Marsiglia a scaglie in 500 ml di acqua. Irrorare la sera tramite spruzzino, poi ogni mattina risciacquare solo con acqua. Ripetere per 3 sere o più, in base al grado di infestazione. 3) Olio di Neem (Azadirachta indica): un cucchiaino da diluire in 500 ml di acqua e irrorare sempre di sera tramite spruzzino – Carenza 3/6 giorni 4) Piretro naturale: un cucchiaino da diluire in 500 ml di acqua con l’aggiunta di un cucchiaino di aceto, irrorare la sera tramite spruzzino – Carenza 3 giorni – Attenzione: il piretro non è sistemico, né citotropico, ma uccide anche insetti utili, come api e coccinelle.

Autore: Donatello Vallotta

L’attività di Luis Trenker architetto in città a Bolzano

Forse pochi sono a conoscenza che Luis Trenker, gardenese di nascita, alpinista, scalatore, romanziere , attore e regista – girò il film “Montagne in fiamme” nel 1931 – era anche architetto. A Bolzano per un breve periodo dal 1925 al 1930 mette in pratica pienamente la sua idea di architettura. Nel 1925 realizza a Oltrisarco, in località “Prato ghiacciato”, il progetto per un insediamento abitativo per la Cooperativa Case Popolari. Quattro blocchi di edifici, dalle forme semplici ed essenziali. Nel 1926 realizza Villa Pretz in via Castel Roncolo che firma insieme a Clemens Holzmeister. Si tratta di una bella residenza dalle forme razionali e innesti classicheggianti. Ma possiamo trovare le tracce più significative del suo linguaggio architettonico in quello che allora verrà chiamato “Rione Cesare Battisti” e in tedesco
“Beamtenhäuser”, realizzato fra il 1927 ed il 1930 fra via Armando Diaz e Piazza 4 Novembre, firmato anch’esso con l’architetto Holzmeister. Il rione che sorge di fronte al Palazzo degli Alti Comandi, nelle vicinanze del Monumento alla Vittoria e dietro il piacentiniano, ieratico e monumentale Corso Libertà (Corso 9 Maggio) avrà tutt’altre caratteristiche. L’idea sarà quella di creare una piccola città-giardino. Un lungo edificio che si affaccia su via Diaz, un secondo blocco in via Longon, e altre otto piccole unità abitative, poste simmetricamente all’interno del lotto. Anche qui la committenza non è pubblica, è privata la “Cooperativa impiegati statali e comunali”. Tale edilizia si ispira agli esperimenti abitativi realizzati nella cosiddetta “Vienna Rossa” degli anni ’20 e a quelli dell’edilizia socialista olandese. Nel blocco più lungo, rivolto verso sud, esso tende a incurvarsi, di fronte a esso ampi giardini, oggi coltivati a orti. Qui Trenker pone una scelta progettuale vincente, ogni blocco abitativo ha il suo balcone con l’angolo tagliato a spicchio. Il risultato è che i raggi solari possono penetrare più facilmente all’interno delle abitazioni e l’esposizione è tale che garantisce un’ideale illuminazione per tutta la giornata. Una stradina interna garantisce la comunicazione fra le unità abitative interne. Il complesso edilizio è inoltre fornito di un pozzo artesiano autonomo, tuttora utilizzato per irrigare gli orti. Tale esperimento abitativo nel ricreare una socialità di vicinato, di spazi urbani a dimensione umana, ne fanno uno dei pochi casi riusciti, oltre all’architettura puramente razionalista, dell’edilizia residenziale a Bolzano in quegli anni.

Autore: Flavio Schimenti

Lentius, profundius, suavius. Il messaggio attuale di Langer

Venticinque anni fa (3 luglio 1995) se ne andava Alexander Langer, un uomo che con la sua vita, la sua ricerca, le sue fatiche e la sua solitudine contribuì a dare dignità alla politica, che è l’arte della costruzione del bene comune e non un’attività di lotta per il potere e la spartizione delle risorse. Guardava a un cambiamento culturale.

“Sono convinto”, scrisse sul settimanale “Il Segno” nel marzo 1995, “che ormai il tempo sia più che maturo perché ci si occupi non solo e non tanto della definizione dei ‘diritti etnici’ (o nazionali, o confessionali, ecc.), ma della ricerca di criteri per costruire un ordinamento della convivenza pluri-culturale, che ovviamente non potrà essere in primo luogo concepito come un insieme di norme e di statuizioni legali, ma soprattutto di valori e di pratiche della mutua tolleranza, conoscenza e frequentazione.”
Vedeva con la passione del profeta la necessità di una correzione di rotta in campo politico, ecologico, economico nei rapporti tra gruppi etnico-religiosi (era in corso la guerra nei Balcani).
Negli ultimi mesi della sua vita fece appello a una “decisa rifondazione culturale e sociale di ciò che in una società o in una comunità si consideri desiderabile”.
Espresse questa esigenza in un discorso memorabile. “Sinora si è agito all’insegna del motto olimpico ‘citius, altius, fortius’ (più veloce, più alto, più forte), che meglio di ogni altra sintesi rappresenta la quintessenza dello spirito della nostra civiltà, dove l’agonismo e la competizione non sono la nobilitazione sportiva di occasioni di festa, bensì la norma quotidiana e onnipervadente. Se non si radica una concezione alternativa, che potremmo forse sintetizzare, al contrario, in ‘lentius, profundius, suavius’ (più lento, più profondo, più dolce), e se non si cerca in quella prospettiva il nuovo benessere, nessun singolo provvedimento, per quanto razionale, sarà al riparo dall’essere ostinatamente osteggiato, eluso o semplicemente disatteso.”

Autore: Paolo Bill Valente

La memoria di Falcone e Borsellino

Un altro anniversario che non si è potuto celebrare come di consueto, per le limitazioni sugli assembramenti, è stato quello del 23 maggio 2020.
Con una ridotta presenza di autorità e rappresentanze, si è ricordato, celebrando la “Giornata della legalità”, il sacrificio di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ai quali a Bolzano è intitolato il “Largo” che collega via Duca d’Aosta e Corso Italia, dietro il Tribunale. Nel medesimo luogo vi è anche una targa, dal 2015, raffigurante i due giudici, paladini della legalità.
Falcone e Borsellino si erano conosciuti da giovani giocando a calcio in parrocchia, furono poi colleghi, a Palermo, nell’Ufficio istruzione della sezione penale; collaborarono attivamente nel “pool antimafia”, guidato dal giudice Rocco Chinnici (anche lui vittima della mafia il 29 luglio 1983). I due colleghi magistrati prepararono assieme, ritirati con le famiglie per motivi di sicurezza presso il carcere dell’Asinara, l’istruttoria per il “maxiprocesso di Palermo” (10 febbraio 1986-16 dicembre 1987).


Fu tra le braccia di Paolo Borsellino che morì Giovanni Falcone, tra i colpiti dalla “strage di Capaci” del 23 maggio 1992. Borsellino si rendeva conto di essere anche lui nel mirino di “Cosa nostra”, di essere un “condannato a morte”.
Come furono importanti le indagini di Giovanni Falcone per ricostruire il percorso del denaro che accompagnava i traffici di droga, ai fini di un quadro sulla gigantesca organizzazione criminale collegante mafia americana e siciliana, non meno furono quelle di Borsellino sui legami tra Cosa Nostra e l’ambiente industriale milanese e del Nord Italia in generale. Fu infatti vittima del tritolo anche Borsellino, il 19 luglio 1992, in via d’Amelio, sotto l’abitazione di sua madre. Sicuramente Borsellino ha condiviso fino alla fine il pensiero del collega e amico Giovanni Falcone, che si trova nella frase riportata nella targa: “Gli uomini passano ma gli ideali restano e continueranno a camminare sulla gambe di altri uomini.” Un pensiero da fare nostro!

In foto principale: La commemorazione dell’Anpi a Bolzano

Autore: Leone Sticcotti

In bilico tra tastiere e cursori

Emigrato da una ventina d’anni in Svizzera, Francesco Mattuzzi è uno di quei personaggi del panorama musicale locale che hanno sempre abbinato la passione per la musica suonata a quella per la registrazione e la riproduzione dei suoni.

A tal riguardo ci racconta: “Si tratta in realtà di aver legato due passioni che ho avuto da sempre. I miei genitori mi hanno portato, probabilmente quando avevo tre anni, ad ascoltare una signora che suonava il pianoforte e da quel momento ho cominciato ad appassionarmi alla musica e a studiare pianoforte. Più tardi, credo ai tempi della scuola media, ho cominciato a interessarmi in generale ai computer e da lì il passo è stato breve: usare un computer per registrare la musica che si faceva all’epoca con le varie band e gli amici.”
Prima di trasferirsi in Confederazione Elvetica ha suonato in molte formazioni altoatesine, da quelle scolastiche che sono state la sua palestra alla Westbound, fino alla lunga collaborazione con George McAnthony: è opera di Francesco il lavoro di regia, produzione artistica e arrangiamento in “Dust Off My Boots”, l’ultimo e indubbiamente miglior lavoro del countryman di Appiano, inciso a Nashville nel 2010.
“George – ricorda oggi Mattuzzi – era una persona veramente speciale, capace di una grande umanità e generosità, ma allo stesso tempo molto dedito e concentrato quando si trattava di realizzare prodotti musicali e di organizzarsi per i concerti. Io gli sarò per sempre grato di avermi dato la possibilità di crescere come persona e come tecnico durante tutte le produzioni che abbiamo fatto assieme. Quando si lavora in studio da qualche anno come fonico, si impara ben presto che la qualità sonora di una registrazione è dettata in gran parte dalla qualità dei musicisti. Naturalmente ci sono regole da seguire per ottenere un buon prodotto, ma avere dei musicisti come quelli che hanno realizzato il disco di George a Nashville è il sogno di ogni fonico, perché se la sorgente è di alta qualità, il fonico deve solo alzare i fader e il brano funziona come per magia. Ricordo che George e io ci siamo incontrati con John Nicholson, il tecnico incaricato delle registrazioni, qualche giorno prima dell’inizio delle sessioni per discutere un piano d’azione. George era ovviamente un po’ nervoso e John lo ha calmato con un frase che mi è rimasta particolarmente impressa. Lui disse: ‘Con dei musicisti come questi non vedo proprio cosa potrebbe andare storto.’ Certo, poi c’è stato anche molto lavoro di produzione, editing e mixing da parte mia, ma l’atmosfera che si creava durante quelle sessioni a Nashville non l’ho più rivissuta in altre produzioni e credo che questo sia ciò che, in fin dei conti, il pubblico poi riconosce come qualità di un prodotto quando lo ascolta.”
In Svizzera il nostro conterraneo – che suona attualmente con la band Alpmannstreu, in cui la sua compagna è cantante e compositrice, proponendo un genere che viaggia tra il folk/pop e il rock, cantato in tedesco svizzero e quindi indirizzato principalmente a un pubblico del posto – ha lavorato per tredici anni presso SEC, una ditta che si occupa di installazioni di studi di registrazione, imparando moltissimo sull’ambito delle produzioni e registrazione musicali. In seguito è passato alla Studer, famosa principalmente per i registratori analogici a nastro molto in uso negli studi di registrazione di tutto il mondo prima dell’era digitale, dove si occupava di supporto e installazione dei banchi digitali per regie radio. Al momento lavora come project manager specializzato nella realizzazione della parte video (matrici video, interfacciamenti, trasmissione digitale su reti) presso SLG Broadcast. Interrogato riguardo al fatto se per essere un buon fonico sia necessario possedere un certo dono naturale, ci risponde: “È una domanda interessante, che viene posta troppo poco. Quando lavoravo per SEC abbiamo spesso organizzato delle settimane, dove abbiamo ospitato in studio degli studenti fonici, simulando sessioni di registrazione con vere band. Abbiamo notato che le tecniche di ripresa audio e la capacità di usare il software di registrazione sono qualità che si imparano facilmente. Anche il cosiddetto ‘ear-training’, ovvero la capacità di ascoltare e affinare l’orecchio si può imparare, se si ha un minimo di musicalità. Dove gli studenti erano sempre completamente spiazzati, erano le qualità umane che vanno messe in campo quando si ha a che fare con musicisti in studio. Ritengo che una persona che studia come fonico avrebbe bisogno di una formazione anche in ambiti come la psicologia e la gestione dello stress. Per ottenere dei buoni risultati, è fondamentale capire le personalità dei musicisti e metterli a proprio agio in studio, però non sono sicuro se questa sia una dote innata o che si può invece imparare.”

Autore: Paolo Crazy Carnevale – musicofilo

La Reif presso la “Pfleg” di Laives

Per molti secoli il centro economico di Laives è stata la cosiddetta “Reif”, in tedesco “Holzreif” o “Liechtensteiner Reif bei der Pfleg”.
Il grande deposito di legname all’imbocco della Vallarsa era di proprietà del Vescovo di Trento, che lo aveva affidato, come gran parte dei propri averi, ai suoi ministeriali del luogo, i Liechtenstein. Questi si erano avvalsi di un “Pfleger” (curatore), che risiedeva nel castrum inferius, poi denominato “Pfleg” proprio per questo motivo. Il Pfleger si faceva remunerare direttamente dai contadini, che gli consegnavano un tronco per ogni catasta di legname. Esistevano, a Laives, altre due Reif: una presso il maso Aichner, di proprietà dei Conti del Tirolo, e l’altra nell’odierna via Vadena, gestita direttamente dal Comune di Nova Ponente.
Il legname collocato per la commercializzazione presso la Reif proveniva dalla Val d’Ega e dal Monte Regolo, in particolare da Nova Ponente. Se inizialmente gli acquirenti di legna da ardere e da costruzione arrivavano soprattutto dalle zone limitrofe, verso il sedicesimo secolo la Reif di Laives esplose e divenne il punto di snodo di tutto il commercio di legname tra l’Alto Adige e l’Italia, in particolare verso la potente repubblica veneziana. Accanto alla Reif fiorì ovviamente anche il trasporto fluviale sull’Adige, gestito da poche famiglie in virtù di antichi privilegi. I tronchi, riuniti in zattere, scendevano le acque del fiume verso Venezia; con il legname viaggiavano anche persone e molte merci provenienti soprattutto dalla Germania.
Il trasporto dei tronchi dalla Reif fino al porto di Bronzolo era gestito dai “Tschanderer”, veri e propri monopolisti in costante lite tra loro e con gli altri utenti della strada che contribuivano a danneggiare con i loro carichi strascinati.
Per molti decenni tutta l’economia girò attorno a questo lucroso affare: fabbri, carrettieri, osti e molte altre figure professionali approfittarono del gran viavai di merci e persone. Quasi ogni famiglia trovava sostentamento in queste attività e anche gli agricoltori, altrimenti costretti alla pura sopravvivenza, poterono godere di una qualità di vita meno grama.
Oggi della Reif, il cui nome potrebbe derivare da un’antica unità di misura del legname (e non da “ripa” come molti pensano), è rimasto, purtroppo, solo il nome che designa il quartiere a monte del centro. Va comunque rimarcato che proprio qui è probabilmente sorto il primo “villaggio” stabile della zona già nell’età del ferro, come dimostrano i numerosi rinvenimenti di “case retiche” e, non ultimo, del noto tesoretto di Laives.

Autore: Reinhard Christanell

La differenza tra dato e conoscenza

La gestione della pandemia causata dal Covid-19 ha messo in evidenza due fatti fondamentali. Il primo: che raccogliere dati è necessario per ottenere conoscenza. Il secondo: che i dati di per sé stessi non significano conoscenza, ma anzi, che raccogliere dati poco affidabili apre le porte al caos.
Abbiamo potuto constatare infatti quanto sia importante raccogliere dati capillari sullo sviluppo della pandemia nei diversi distretti sanitari italiani, come ad esempio il numero di tamponi, il numero dei casi positivi, e il numero dei ricoverati in terapia intensiva.
Sulla base di questi dati sono state prese delle decisioni importantissime a livello strategico: quali attività tenere aperte, che forme di distanziamento sociale mettere in pratica, e così via. Allo stesso tempo, abbiamo osservato quanto sia complicato utilizzare questi dati per ricostruire una visione coerente della realtà. Più nello specifico: i numeri, da soli, non significano nulla. Per poterli interpretare e confrontare dobbiamo sapere come e quando sono stati raccolti, con che criteri sono stati processati, come sono stati aggregati e, infine, comparati.
Due esempi per tutti.
Il primo: la difficoltà di decidere se qualcuno è venuto a mancare “a causa del coronavirus”.
Il secondo: la difficoltà di calcolare il numero di tamponi positivi giorno per giorno, quando i dati sono invece raccolti alla sorgente con un margine di tempo più ampio (ad esempio: settimanale).
Tutto questo ci comunica un concetto molto semplice, ma purtroppo ampiamente sottovalutato: che bisogna impiegare i migliori esperti non solo per raccogliere, processare, trasformare e visualizzare i dati, ma in primis per associare ai dati una descrizione chiara di quale sia il loro significato.
Questa attività in informatica si indica col termine “modellazione concettuale”. Si tratta di un’attività che molti in informatica considerano tediosa e talvolta inutilmente complessa: richiede tempo, pazienza e la capacità di mettere assieme le competenze tecniche di un informatico con quelle di chi conosce il contesto dei dati (in questo caso medici, epidemiologi, e chi più ne ha più ne metta).
Ma è un’attività imprescindibile, perché è solo comprendendo il significato dei dati in tutte le loro sfumature che si può ottenere una visione fedele della realtà.
In altre parole: quando si va a cercare l’oro, non importa chi arriva prima, importa chi ha il setaccio migliore.

Autore: Marco Montali

La scuola che rimuove gli ostacoli e rende uguali

In tempi normali in questi giorni sarebbe finita la scuola. Non così quest’anno. La scuola – quella tra i banchi a cui siamo abituati – non c’è più stata. È stata trasferita in altri luoghi (o, spesso, non-luoghi come le videoconferenze). Eppure, d’altro lato, tutto è stato (per coloro che lo hanno voluto) occasione di apprendimento e di crescita.

L’assenza della scuola “in presenza” ha messo in luce limiti e pregi di un’istituzione (nelle sue diverse possibili forme) della quale nessuna società può fare a meno. Ha evidenziato anche le disuguaglianze. Non tutti hanno una situazione personale, familiare, economica tale da potersi permettere di frequentare la scuola da casa. Qualcuno, malgrado gli sforzi degli insegnanti, è rimasto tagliato fuori.
“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” È l’articolo 3 della Costituzione, un pilastro della convivenza civile.
Primo compito della scuola è proprio la rimozione degli ostacoli che rendono i cittadini meno uguali e meno liberi. Don Lorenzo Milani, di cui fra pochi giorni ricorre l’anniversario della morte, ce l’ha detto chiaramente: è la parola che rende uguali. “Io son sicuro… che la differenza fra il mio figliolo e il vostro non è nella quantità né nella qualità del tesoro chiuso dentro la mente e il cuore, ma in qualcosa che è sulla soglia fra il dentro e il fuori, anzi è la soglia stessa: la Parola.”
La scuola è elemento essenziale per lo sviluppo della vita democratica, “siede fra il passato e il futuro e deve averne presenti entrambi. È l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo del rasoio: da un lato formare in loro il senso della legalità, dall’altro la volontà di leggi migliori cioè il senso politico.”

Autore: Paolo Bill Valente