I lavoratori salvati dalla deportazione

Per le limitazioni sugli assembramenti, dovute alla pandemia in corso, non si è potuto celebrare come di consueto anche l’anniversario della Liberazione, per rendere omaggio, come in altre città, a persone che si impegnarono, dando anche la vita, per la libertà dal nazifascismo. Il Comune di Bolzano ha però ricordato con una targa, il 30 aprile 2005, anche chi poté lavorare, farsi una famiglia, nonostante i tempi, grazie all’attività a Bolzano sin dal 1935 di stabilimenti industriali. Fu nel 1934 che l’alta gerarchia fascista decise di realizzare una zona industriale a Bolzano; alle aziende, che per dieci anni non furono soggette a tassazione, furono concesse particolari sovvenzioni statali. Nel giro di pochi anni furono insediate 39 aziende, con oltre 8 mila lavoratori, giunti da tutto il nord Italia, per i quali si crearono i rioni “Littorio”, “Dux” e “Venezia” (ora “Novacella”, “Don Bosco”, “San Quirino”). I quartieri servivano infatti a ospitare gli impiegati statali e gli operai delle nuove industrie fatti migrare a partire dall’estate 1935; ciò per ovviare alla disoccupazione diffusa in Italia ma anche come ulteriore misura di “italianizzazione”. Ma ecco la targa bilingue, che si trova tra l’IVECO e la rotonda Vittime della Cellsa (angolo via Volta e via Pacinotti). “Città di Bolzano-Stadt Bozen / In questa zona industriale, gli Stabilimenti Acciaierie di Bolzano, Lancia, Magnesio e Leghe di Magnesio, Alluminio, Feltrinelli


Masonite e Calzaturificio Rossi, nel periodo tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945, assunsero diverse centinaia di giovani altoatesini, o provenienti da altre regioni d’Italia, per evitare loro la deportazione nei campi di lavoro in Germania. / La Città di Bolzano esprime grata riconoscenza alla Proprietà e alla Dirigenza degli Stabilimenti, per avere affrontato rischi personali ed oneri finanziari nel compiere un’opera altamente umanitaria, in un momento particolarmente difficile nella storia del Paese. / 25 aprile 2005.”

Autore: Leone Sticcotti

Anna Bernard è “Anna Carol”

Recentemente è uscito il nuovo EP della cantautrice bolzanina, che ha deciso di tornare alla sua madrelingua dopo le precedenti esperienze in lingua inglese con il progetto Carol Might Know. Il nuovo album di Anna Carol è prodotto dall’etichetta nazionale Nufabric Records e si intitola “Evoluzione”.

Ne abbiamo accennato brevemente quando lo scorso marzo è uscito il primo singolo tratto dal nuovo disco della cantautrice bolzanina. A breve distanza è stato messo in circolazione il disco intero, un EP di sei brani originali intitolato Evoluzione, e a fine maggio è stata la volta del secondo singolo, naturalmente in formato di video, intitolato “Com’è Fragile.”
Anna Carol, questo il nome d’arte con cui l’artista si presenta al pubblico con la nuova produzione, rispetto alle sue passate esperienze musicali, per questo disco ha deciso di tornare alla sua madrelingua, dopo aver usato prevalentemente l’inglese, sia ad inizio carriera nel campo delle cover che in seguito per i brani originali; un nome d’arte che è un voluto riferimento al nome del progetto Carol Might Know, con cui aveva realizzato un primo disco due anni fa.
“Il cambiamento di nome – ci racconta Anna – è in linea con l’evoluzione che c’è stata a livello musicale. Musicalmente, come autrice delle mie canzoni, sono nata all’estero, le mie prime canzoni le ho scritte quando stavo in Germania e poi ho continuato a Londra, e in quel momento mi sembrava che l’inglese fosse la lingua più idonea da utilizzare. Lo stesso vale per la denominazione Carol Might Know, dietro c’era il concetto che non fossi solo io ma che ci fosse una band con quel nome. Quando è uscito il primo EP con questo nome, stavo in Olanda e anche lì l’inglese era la lingua di riferimento. Ho cominciato a considerare l’idea di tornare all’italiano quando si è concretizzata la prospettiva di tornare a vivere qui”.
Per Anna, al momento del suo rientro in Italia, due cose sono state evidenti: la musica non era più solo quella dei talent, imperante quando se ne era andata, ma c’erano delle cose interessanti nel settore indie soul che l’hanno convinta che l’italiano si poteva usare. La seconda cosa era che i testi in inglese e il nome del gruppo, se in Olanda erano comprensibili da tutti, qui non risultavano così immediati, da qui il cambio di nome in Anna Carol, che, assicura, è quello definitivo.
“Un’altra cosa importante – prosegue la cantautrice – è il fatto che dopo l’esperienza con l’autoproduzione del primo EP, volevo affidarmi a qualcuno che mi seguisse a livello di produzione e questo è avvenuto per puro caso mentre promuovevo quel disco. Mi trovavo nelle Marche per un paio di concerti con la band e, al piano inferiore del posto in cui eravamo alloggiati, c’era uno studio di registrazione che abbiamo poi scoperto essere la base della Nufabric Records, che ha pubblicato ora Evoluzione. Avendo avuto occasione di conoscere i proprietari, avevo lasciato loro una copia di Carol Might Know, e da lì è partito tutto.”
In capo a un anno da quell’incontro fortuito, Anna si è ritrovata a registrare a Roma il nuovo disco, con alle spalle due produttori rodati (Emanuele Triglia e Alessandro Donadei) che avevano già lavorato con artisti che le piacevano, con la prospettiva di fare uscire il disco per la Nufabric: “Sono stati in grado di capire quello che volevo – dichiara Anna con soddisfazione – in quanto, da musicisti bravissimi quali sono, hanno saputo coniugare la loro esperienza nell’RnB e nell’indie soul col fatto che essendo una cantautrice per me era importante che venissero fuori ugualmente bene i contenuti dei testi. Nelle mie canzoni i contenuti prendono spunto talvolta dalla sfera personale, ma adesso sto anche scrivendo delle cose in cui emergono riferimenti a quella sociale. Passando dall’inglese all’italiano come lingua di scrittura ho dovuto fare una sorta di analisi di me stessa e quindi all’inizio la sfera personale era più coinvolta.”
Ovviamente con il blocco dei concerti legato all’emergenza sanitaria, il disco è uscito senza poter contare su una presentazione e su dei concerti d’appoggio, Anna dal canto suo, non trovando troppo interesse per i concerti online ha per ora pensato di fare un concerto in cortile, sotto casa, appena è stato possibile. La sua intenzione è però, quando si tornerà alla normalità, di scendere in campo con la sua band, di cui fanno parte la sua concittadina Anna Mongelli (che appare anche nel video di lancio del disco) e tre musicisti trentini, e suonare davanti ad un pubblico vero.
“A fine maggio – conclude Anna – è uscito il nuovo singolo, ‘Com’è Fragile’, con un video che ho realizzato a casa durante la quarantena, la canzone parla della fragilità intesa come vulnerabilità e quindi il contesto di realizzarlo tra le pareti domestiche ci stava: io ho fatto le riprese e poi con l’aiuto di un videomaker di Milano, che poi lo ha montato nel suo studio sfruttando effetti e videografica.”

Autore: Paolo Crazy Carnevale – musicofilo

26 gennaio 1934: una giornata a Laives

Un’epoca che per evidenti motivi ha segnato fortemente l’Alto Adige è quella del ventennio mussoliniano. Accanto al radicale cambio di indirizzo politico e amministrativo, anche in ambito economico e sociale i cambiamenti sono stati profondi e sconvolgenti. Basti pensare, per fare un solo esempio, alla proibizione della scuola tedesca e dell’uso di quella lingua in tutti gli ambiti pubblici introdotto già a metà degli anni venti.
Tuttavia in questa sede non ci occupiamo degli aspetti ampiamente risaputi di quel periodo ma soltanto di una notizia curiosa apparsa sulla stampa dell’epoca. Prendiamo infatti spunto da un articoletto comparso sul quotidiano di ispirazione fascista “Alpenzeitung”. A pagina 5, nella rubrica “Aus Bolzano Stadt und Land” (da Bolzano città e circondario), con il testo in tedesco ma tutti i nomi rigorosamente in italiano, spicca un articoletto che ci restituisce un quadro abbastanza fedele di quella che era la Laives dell’epoca. Nel pezzo si parla di un “Rapport des Fascio von Laives”, insomma della relazione annuale sull’attività del fascio locale. Scrive il cronista: “Ieri sera presso il dopolavoro ben adornato ha avuto luogo l’assemblea del fascio di Laives alla presenza del segretario federale Bellini, dell’ispettore di zona Maculan e del podestà Barone Altenburger.” Insomma, le massime autorità locali. Nel proseguire il cronista, riportando il discorso del segretario, ci dà delle informazioni sulle condizioni socio-economiche del paese: “Il segretario politico ha quindi illustrato lo stato nei campi, nelle numerose cave (importante ramo industriale del luogo), nella pubblica amministrazione (il bilancio comunale si è chiuso con un attivo di 30.000 lire), nei lavori pubblici (mezzo milione è stato speso per la scuola di S. Giacomo) e, anche, della grave disoccupazione. Ha infine esposto i desideri espressi dalla popolazione relativi ai prezzi (troppo alti) del biglietto del tram e del pagamento (sempre in ritardo) degli acconti ai produttori agricoli.” In particolar modo la disoccupazione di settanta persone e le misure a sostegno dei poveri sono state diffusamente trattate dall’oratore, come narrato dal cronista che riporta un altro dato interessante: “I soci del fascio sono passati dai 26 del 1932 ai 144 dell’anno successivo, i balilla da 45 a 181, le piccole italiane da 70 a 210”. Insomma, dopo un decennio, il fascismo aveva decisamente preso piede anche a Laives.

In foto principale: foto di gruppo a Laives negli anni Trenta

Autore: Reinhard Christanell

Il compost #3

Le mani sporche di terra e le unghie nere, i calli, la spalle anchilosate, la fronte madida, un fazzoletto sul capo e una sensazione di breve felicità. Per le genti uscite dalla guerra, sopravvissute alle devastazioni, alle privazioni, al grande silenzio della morte la terra era l’unica via. Curarla, coltivarla e mangiare dei suoi frutti una lezione di economia frugale. Ultimati i solchi per i trapianti con degli attrezzi di fortuna, quelle genti si crogiolavano all’ombra frondosa di grandi alberi, assaporando pane secco ammorbidito con aceto e un pizzico di sale. Il fruscio delle foglie innescato dalle brezze marine sovrastava ogni respiro, ogni pensiero. Lo sguardo veniva rapito dal volo radente di una farfalla. E, in quella conduzione dell’orto familiare, in un angolo fresco fra i gelsi e gli ulivi, spuntava un bancale rudimentale (la prima compostiera si direbbe), che conteneva un terriccio scuro, dal profumo di terra di bosco. Una sorta di restituzione al terreno degli scarti lasciati macerare. In quell’ammasso corvino aria, microrganismi, batteri, lieviti, attinomiceti e funghi hanno generato il compost. Questo spaccato rurale si contrappone con forza ai sistemi agricoli odierni, in cui i brevetti, la chimica e i pesticidi (con le loro pericolose derive) hanno campo libero, impoveriscono l’ambiente e minano la salute pubblica. Oggi anche noi possiamo “consegnare all’ambiente una goccia di splendore”: questo terriccio compostato ricco di biodiversità e molto equilibrato. In un grande contenitore coperto, assicurato ai venti, alle percolazioni e alla traspirazione, uniamo piccole quantità di terricci esausti, avanzi di cucina, di verdure, bucce di banane bio, fondi di caffè, di tè, gusci di uova di quaglia (quelle di gallina solo se tritate fini), scarti di giardino, rametti, sfalcio di prati, foglie secche, materiali degradabili, cartone, segatura e trucioli di legno non trattato. Ogni decina di giorni giriamone il contenuto e innaffiamo con parsimonia. Aggiungiamo una dozzina di lombrichi per velocizzare il processo. Evitiamo carne e pesce, cenere di sigaretta, gherigli di noci, agrumi e frutta troppo acquosa. Tempi: 60/90 giorni.

Ezio fai un concerto per l’ambiente?

Ezio Bosso
anima dolce e sensibile

“Sono andato a ripassare cos’è l’ambiente. Ambiente in Italiano è l’unico aggettivo che in realtà è un verbo, è il participio presente del verbo ambire, cioè arrivare intorno. Quando è nato era l’essere intorno, i latini lo chiamavano “ambiens”, perché era l’aria, perché l’aria ci è intorno, ci circonda e poi era il Tutto e poi era la Terra. Era quello che abbiamo e anche noi siamo intorno.”

Autore: Donatello Vallotta

Il complesso monumentale del Nettuno in piazza Erbe

In piazza Erbe, per tutto il Medioevo e fino a pochi secoli or sono, all’angolo con i Portici lato Nord esisteva la “berlina” pubblica, il luogo dove cioè venivano esposti al pubblico ludibrio tutti coloro che avevano commesso reati.
La collocazione della berlina in tale zona non era casuale. Proprio lì di fronte, sempre all’inizio dei Portici, infatti era collocato il primo carcere di Bolzano.
Allora la giustizia era molto veloce e sbrigativa: chi aveva infranto la legge per qualsiasi motivo andava subito giudicato e condannato. Ma dopo secoli i bolzanini si accorsero che quel luogo – nel quale per tutto il giorno il malfattore sottoposto alla gogna veniva insultato, deriso o peggio – non proponeva proprio una bella immagine della città. I viaggiatori e i commercianti avevano infatti iniziato a frequentare in maniera esponenziale i numerosi alberghi e le locande della zona. Per ingentilire per sempre quel luogo fu allora deciso di cancellare la memoria del posto infausto. Per questo nel 1731 venne interpellato lo scultore Georg Mayr Junior da Fiè, figlio di Georg Mayr Senior realizzatore delle sculture della Via Crucis del Calvario al Virgolo. Allo scultore venne chiesto qualcosa che potesse rappresentare in maniera aulica la città di Bolzano. Nello stesso anno l’artista presentò il suo progetto, realizzando due modelli scultorei e prevedendo la realizzazione dei medesimi in marmo. Il progetto non piacque e venne bocciato. Mayr ci aveva pensato un po’ per riuscire a capire cosa potesse rappresentare la città e le immediate adiacenze. Essa, oggi come allora, è attraversata da tre corsi d’acqua: l’Isarco, il Talvera e l’Adige. E quale “entità suprema”, nella nuova ottica settecentesca, era predisposta a proteggere le acque? La risposta è Poseidone o Nettuno per i Romani. Ecco allora che il “dio delle acque” si candidava a diventare il nuovo protettore della città. Il progetto venne prima archiviato, ma poi riproposto dieci anni dopo da Sembrock, il quale propose di mantenere inalterato il sistema monumentale originario, sostituendo solo la parte inerente alla scultura del Nettuno da realizzare in bronzo. Il numero 3, relativo ai corsi d’acqua sopra citati, è ricorrente in ogni parte del monumento. La parte basamentale in marmo che sostiene la struttura soprastante ha una articolazione polilobata, dalla quale si dipartono tre mensole a volute, che sorreggono altresì tre catini in bronzo a forma di conchiglia, sui quali si riversa l’acqua che sgorga dai tre delfini sostenuti dalla figura possente del Poseidone. Esso – fuso in bronzo nel 1744 e realizzato da Gioacchino Reis – ha la struttura ieratica della statuaria greca, mentre brandisce il tridente. Un unico basamento in marmo su tre gradini costituisce il complesso monumentale al quale vengono affiancate due fontanelle laterali di foggia settecentesca, con la vasca sempre a forma di conchiglia.
Il manufatto, dopo alterne vicende, venne ultimato nel 1777, ben 46 anni dopo il progetto iniziale di Georg Mayr.

In foto principale: La fontana situata in piazza Erbe all’inizio dei Portici
Copyright: s74 / Shutterstock.it

Autore: Flavio Schimenti

Silvius Magnago, la politica e l’autonomia di tutti

Dieci anni fa moriva uno degli ultimi testimoni e certamente uno dei principali protagonisti del percorso storico che ha portato all’autonomia altoatesina. Silvius Magnago era nato a Merano nel febbraio del 1914, a pochi mesi dallo scoppio della guerra che avrebbe visto, al suo esito, la divisione del Tirolo storico.

Magnago è stato certamente uomo di parte, ma al tempo stesso anche un “uomo ponte”. È l’incarnazione del confine con tutte le sue contraddizioni. Della frontiera che è muro e ponte, che separa e unisce, che chiude relazioni e mette in comunicazione. È la stessa biografia di Magnago a proporlo come icona di un mondo che evolve nella dialettica delle sue antinomie. Figlio di una coppia mistilingue, papà trentino, mamma di lingua tedesca (del Vorarlberg), crebbe in un’epoca di dittature, partecipò a una guerra “sbagliata” e tornò a casa mutilato.

Silvius Magnago

“Nel maggio 1945 – mi raccontò lo stesso Magnago qualche anno fa – ho trovato un Paese democratico che muoveva i primi passi. Parlando alla mia generazione ho subito cominciato a dire: non è il momento di stare con le mani in mano, solo perché la dittatura è finita. In quel periodo milioni di tedeschi venivano espulsi dai Paesi dell’Est. Noi avevamo avuto la ‘fortuna’ di poter restare o ritornare nella nostra terra. Mi sono sentito in dovere di impegnarmi a favore del mio gruppo linguistico e di quello ladino, che erano stati oppressi durante la dittatura, ora che c’era la libertà di farlo. E ho imparato ad apprezzare questa libertà man mano che l’ho conosciuta. Noi, sotto la dittatura, non avevamo conosciuto la libertà e la libertà non si apprezza se non si conosce.”
Nel nome della libertà scelse la politica anziché la violenza. Non fu un nazionalista ed ebbe chiare le prospettive dell’autonomia e di una realtà plurilingue. Già negli anni Ottanta ribadiva in ogni occasione che la nostra non è un’autonomia “a favore di un solo gruppo linguistico”, ma è un’autonomia “territoriale”, cioè di tutti.

In foto principale: Silvius Magnago a castel Firmiano con Elmar Pichler Rolle

Autore: Paolo Bill Valente

Passato e futuro: i sogni nel cassetto di Mike Frajria

Il musicista meranese Mike Frajria è uno che la musica ce l’ha nel DNA: la mamma era una brava fisarmonicista e il padre, pianista per diletto, avrebbe voluto diventare cantante d’opera. Va da sé che, quando Mike all’età di undici anni si è ritrovato, per una fortuita eredità, con una chitarra tra le mani, le cose non potevano che prendere una certa piega.

“Qualche anno dopo l’entrata in casa della chitarra – ricorda Mike –, è cresciuta poco a poco, sull’onda della moda dei ‘complessini beat’, la convinzione che con la musica mi sarei guadagnato da vivere.”
Nella seconda metà degli anni sessanta ci furono i Something Different, tra i gruppi del meranese più in voga allora, con tanto di cosiddette divise, poi, grazie a un soggiorno a Londra nell’estate del 1967 in cui ebbe la fortuna di vivere sulla propria pelle la magia della Swingin’ London, Frajria tornò in Alto Adige con un bagaglio musicale fantastico: fu forse il primo a suonare la musica di Jimi Hendrix dalle nostre parti. Studente a Milano un paio d’anni dopo, cominciò a frequentare gli ambienti musicali del capoluogo lombardo, incidendo anche un paio di quarantacinque giri. “Ben presto – prosegue a raccontare –, a Milano, attraversai Via Larga per passare dall’Università Statale alla Galleria del Corso e in Piazza Beccaria dove c’erano gli uffici di case discografiche e alcuni studi di registrazione. Da quel momento frequentai, più che la facoltà di lingue moderne, l’ambiente musicale di cui feci ben presto parte dando inizio alla mia travagliata carriera di musicista.”
Tra gli anni settanta, ottanta e novanta, Mike ha disseminato qua e là produzioni come autore, arrangiatore, produttore, interprete, da solo o con gruppi come Golden Pinguin Stars, Free Fantasy, Voll Svaghen (ricordate l’esilarante “Ghematonze”?), ha guidato per alcuni anni lo Studio Perpetuum Mobile, ed è stato coautore del musical su Ötzi intitolato “Frozen Fritz”. “I progetti ai quali sono affezionato sono molti. Se devo essere sincero non sono invece poi molte le cose che vorrei non aver fatto, ma che sono nate da compromessi che le necessità esistenziali spesso ti obbligano ad accettare in misura più o meno grande e dolorosa. Parlo soprattutto del Medio Evo, dei secoli bui della mia produzione musicale, asservito mio malgrado al pop-folcloristico d’Oltralpe. Beh, in pratica io non sono uno di quelli che sanno cosa vogliono, ma in quegli anni ho imparato che è già molto sapere cosa non voglio. Tornando alle mie produzioni più amate, si tratta sempre di progetti di una certa mole ed estensione: concept record, musical e soprattutto opere rock. Da quando, nel 1969, è uscito ‘Tommy’ degli Who, ho capito che quello era il mio format tanto che nel corso dei decenni ho continuato a sviluppare una marea di idee su svariate tematiche, alcune rimaste in fase di abbozzo con uno story-board, qualche testo, qualche arrangiamento o idea musicale, altre già più complete, altre invece già pronte per essere messe in scena. Ovviamente mi piacerebbe veder realizzato uno qualunque (o più) di questi lavori della cui validità sono convinto e che sono accomunati, anche i più vecchi, dall’attualità delle diverse tematiche.” Lavori fatti e finiti a cui manca solo la messa in scena sono “Crossover” sul superamento di problemi di appartenenza etnica e sul razzismo in genere, sullo sfondo della costruzione della Via Claudia Augusta avvenuta 2000 anni fa nella nostra regione, e “Silentium”. Ma in lavorazione ce ne sono anche una su Cristoforo Colombo e una ispirata dalla Primavera del Botticelli. Da una decina di anni, Frajria si è trasferito in Andalusia (Spagna) dove, oltre a suonare occasionalmente con musicisti locali, continua a pensare alle sue opere rock. “In corso per il momento non c’è nulla – conclude –, salvo la presa di contatto con il teatro di Almeria, il capoluogo della provincia in cui vivo, per ‘Silentium’ sulla cui realizzazione ho qualche idea che potrebbe funzionare… sempre che finisca questo periodaccio alla fine del quale, però, il denaro servirà a ben altro. Fino all’anno scorso suonavo in diverse formazioni rock-pop-blues, finché mi sono stufato di fare sempre gli stessi brani… diciamo che non ne potevo più di suonare fino allo sfinimento ‘Smoke On The Water’ e ‘Sweet Home Alabama’… Qui c’è molta gente che suona, ma quelli bravi con cui poter provare a montare, se non proprio brani propri, almeno arrangiamenti originali di cover, sono già super-impegnati. Io però continuo a cercare e magari, prima o poi, trovo la gente giusta e soprattutto disponibile. Sto suonando molto per conto mio e chissà che, quando si uscirà nuovamente, non riprenda a suonare da solo… brani conosciuti, visto il mercato locale, ma a modo mio. Ho il sospetto di essere sempre stato un lupo solitario, almeno musicalmente.”

In foto principale: A sinistra in alto Mike Frajria negli anni sessanta e a destra com’è oggi

Autore: Paolo Crazy Carnevale – musicofilo

Da Saturno a Sant’Antonio, l’area sacra di Laives

Punto centrale di Laives, cuore della città, è indubbiamente la chiesa dedicata a Sant’Antonio Abate. Questo ampio e luminoso spazio sembra essere stato collocato da sempre in un’area sacra, accanto agli antichi luoghi di culto posti sul Gampnerknott (“crozet”), sul Peterköfele e in cima al Montelargo. Nella zona solo in epoche recenti si sono poi aggiunti edifici pubblici di varia natura, dal municipio alle scuole.
Ma come ottennero quel nome la chiesa e lo stesso “quartiere” centrale? Intorno all’anno 1000 si diffuse in Europa il culto di questo santo e le sue reliquie furono portate in Francia a La-Motte-au-Bois. Non è dunque azzardato supporre che solo dopo quel momento il sito di Laives, denominato “St. Anton Abt”, avesse acquisito quel nome.
La testimonianza medievale del Vescovo di Trento che parla di “capella in honorem sancti Antoni confessoris antiquitis constructa” circoscrive ulteriormente l’intervallo di tempo da prendere in considerazione. “Antiquitis” non può che riferirsi a tempi remotissimi, che per un alto prelato tardo-medievale possono ragionevolmente considerarsi gli albori del proprio tempo ossia la parte terminale dell’Alto Medioevo.
Ciò appare convincente anche perché il Cristianesimo tardò a diffondersi nelle valli alpine anche a causa del dominio bavarese (fino al 788) su gran parte del territorio tirolese, Bolzano e Laives comprese. La scarsità di edifici di culto paleocristiani rinvenuti è abbastanza eloquente: dalle nostre parti è nota solamente la basilica di S. Pietro presso Castelvecchio/Caldaro, risalente al V secolo. È dunque solo in epoca carolingia o postcarolingia che si può ipotizzare l’introduzione del toponimo “St. Anton”.
Scrive lo studioso Imbrighi: “Tutti i toponimi preceduti dal titolo Sant- o Santo spesso hanno sostituito quelli di origine più antica.” In effetti, appare probabile che prima di quella “cappella” (un edificio molto piccolo per un abitato di qualche decina di case) il luogo fosse consacrato a una divinità pagana, posto che è difficile pensare che i (pochi) Romani e post-Romani insediati sul nostro territorio (specialmente in Galizia e Sottomonte) non praticassero alcun culto. E poiché l’agricoltura era il perno di quel mondo, si può senz’altro dedurre che un tempio (piccolo e di legno) dedicato a Saturno esistesse in quel posto da tempo immemorabile. Non si dimentichi che il culto di Saturno era diffusissimo nella Valle dell’Adige e lo stesso S. Vigilio subì il proprio martirio a colpi di “sgalmere”, degli zoccoli di legno, in Val Rendena per aver gettato nel fiume Sarca una statua proprio di questa divinità.

Autore: Reinhard Christanell

Luoghi di cura e di assistenza nella Bolzano medievale

Il problema del contagio della pandemia, dell’isolamento e dell’auto-isolamento è antico, almeno, quanto la storia dell’uomo. I nostri progenitori Neaderthal e Sapiens lo sapevano bene. Chi si ammalava all’interno del gruppo si auto-isolava per non contagiare gli altri esseri umani. Ma esisteva una “pietas” pregressa, che faceva sì che gli esseri “ammalati”, non venissero del tutto abbandonati. A questi individui infatti si dava, comunque, assistenza. Offrendo portava cibo e, per quanto possibile, le semplici cure mediche che le povere conoscenze di allora potevano consentire. Per quanto riguarda la storia di Bolzano il problema della salute, e della gestione della malattia erano ovviamente presenti sin dalle origini. Dalla conca bolzanina i romani si erano tenuti alla larga, temendo le pozze d’acqua lacustri, pericolose e malsane, portatrici di diverse pericolose e mortali malattie. I Reti prima di loro invece, avevano imparato a sfruttare le sorgenti d’acqua, ma quelle salubri, in senso benefico. Ne fecero infatti un vero e proprio culto, legato alla dea Reatia. Insieme alla località di Este (Padova) uno dei maggiori luoghi di venerazione, nonchè di utilizzo ai fini curativi in territorio alpino, fu proprio quello sito in località San Maurizio, i famosi “Bagni di Zolfo”.
Ma veniamo ai tempi più recenti. Siamo nel 1271 e un gruppo di ricchi mercanti bolzanini, decide di costituirsi in confraternita, la Confraternita di San Spirito. A proprie spese fa erigere, di fronte alla chiesa di S. Maria alla Palude, dove si trova l’odierno Duomo, un Hospitium. In esso venivano accolti: malati, poveri, pellegrini, vagabondi (quelli che noi oggi chiamiamo “senza fissa dimora”). Tale confraternita, costituita da laici, si proponeva di dare assistenza agli infermi affiancandosi all’opera di assistenza degli ordini ecclesiastici, che tramite i loro conventi, erano anche centri di cultura medica e farmaceutica. A Bolzano tale compito era svolto, dagli attigui conventi dei Francescani e dei Domenicani. L’antica costruzione dell’Hospitium è attualmente incorporata nell’edificio delle Poste e nel blocco architettonico, della parte retrostante, di fronte la chiesa di S. Domenico, dove venne poi costruito il Ginnasio cittadino. Tracce di esso sono visibili in entrambi i fronti strada, in via Cappuccini e in piazza Parrocchia. Ma le ricorrenti epidemie e l’elevata mortalità registrata fra i ricoverati, determinarono a un certo punto anche la creazione di un “lazzaretto” per l’isolamento dei più colpiti dalle malattie. Determinanti, rispetto a tutto ciò, furono due grandi pandemie nella storia cittadina: gli episodi di peste del 1347 e del 1478. Venendo così ad affermarsi il concetto di un luogo non più dedito alla guarigione degli inermi e del loro recupero, ma come mezzo, strumento e luogo di difesa per i sani. Il luogo scelto per il lazzaretto fu al di fuori della città, oltre ponte Loreto, ai piedi del Virgolo. Il lazzaretto venne gestito dai Cavalieri dell’Ordine Teutonico. Ristrutturato nel 1718, rimase attivo fino al 1879. L’antico ospedale di S. Spirito, invece, rimase in funzione fino al 1859, ovvero fino a quando venne costruito il nuovo ospedale su progetto dell’architetto Sebastian Altmann, nell’edificio che oggi ospita l’Università di Bolzano.

In foto principale: Qui in passato era situato l’Hospitium di Bolzano

Autore: Flavio Schimenti

La sfida di tracciare i movimenti

Si sta discutendo molto di come riportare le nostre città alla normalità. Il contesto è particolarmente difficile, visto che di questo Covid-19 sappiamo ancora così poco. Come impiegare al meglio le tecnologie digitali per far fronte alla diffusione del virus? Il dibattito è molto acceso: mai come in questo caso gli aspetti tecnologici hanno forti implicazioni sociali. In questo breve articolo, cercheremo semplicemente di fotografare alcuni temi di dibattito, rimanendo su aspetti puramente tecnologici.
Come menzionato nel report “Exit through the App Store?”, prodotto dall’istituto di ricerca indipendente “Ada Lovelace” in Inghilterra, le tecnologie digitali che si possono dare ai singoli cittadini per fronteggiare il virus si dividono in: “comprendere l’entità del virus” mediante applicazioni per tracciare i sintomi, “prevenire nuove infezioni” mediante applicazioni di tracciatura degli spostamenti e dei contatti, “riportare alla normalità” mediante applicazioni per certificare chi è immune (se di immunità possiamo parlare).
In Italia, il dibattito più acceso ruota attorno al secondo tipo di tecnologia, e in particolare all’app “Immuni” scelta dal Governo per fronteggiare la fase 2 dell’emergenza.
Un primo problema in applicazioni di questo tipo è come identificare chi si sposta senza usare informazioni sensibili che ne rivelerebbero l’identità – tenendo presente che spesso, anche solo sapendo come uno sconosciuto si è spostato, si può indovinare chi è.
Un secondo problema, quindi, è come proteggere questi dati e impedirne il furto da parte di terze parti; ci si scontra qui sul fatto che avere tutti i dati in un server centralizzato è molto rischioso a livello di sicurezza, ma molto utile per poter condurre le analisi necessarie a capire chi è entrato in contatto con chi.
Un terzo problema è definire, incrociando aspetti legali e medicina, quali dati vanno tracciati e per quanto tempo. Sfide complesse, soprattutto considerando che c’è un fattore da non dimenticare: il tempo.

Autore: Marco Montali