Agire nel rispetto degli altri anche dopo COVID-19?

La fase due è cominciata in tutto il Paese all’insegna della riapertura dei servizi e del rilancio dell’economia. Abbiamo chiuso, adesso riapriamo. Naturalmente nel rispetto delle misure di sicurezza sanitaria. Ovvero: possiamo ricominciare a fare ciò che facevamo prima, ma con attenzione alle conseguenze delle nostre azioni.

Non dovrebbe essere sempre così? Qualcuno si ricorda ancora dei Fridays for Future? Il coronavirus ci ha distratti da sfide ben più importanti (pur senza negare la portata della pandemia). Queste sfide sono state raccolte cinque anni fa dall’ONU, con l’adesione di 193 stati, nei 17 Obiettivi per uno sviluppo sostenibile (SDGs). Si va dalla riduzione di povertà e fame alla salute all’educazione per tutti, dalla parità di genere alla tutela dell’ambiente e delle risorse, dall’economia a misura d’uomo alla promozione di pace e giustizia. In Alto Adige si è costituita una “Rete per la sostenibilità” composta da organizzazioni, associazioni, gruppi e singole persone che condividono lo scopo di lavorare agli obiettivi, cominciando a farlo in provincia di Bolzano. L’Istat pubblica ogni anno un rapporto per riferire sul grado di attuazione degli obiettivi in Italia. Nel farlo, pochi giorni fa, ha integrato i dati del 2019 con una prima valutazione degli effetti di COVID-19 sul raggiungimento dei goal, evidenziando “come la sostenibilità sociale sia strettamente interconnessa a quella economica e non può essere disgiunta da quella ambientale”. Infatti “le dinamiche che intercorrono sono globali e locali allo stesso tempo. La salute umana è legata ai sistemi naturali e la crisi scatenata dalla pandemia è sistemica, riguarda tutti i domini”. Il virus incide su salute e benessere, ma ha effetti anche su altri obiettivi: aumento della povertà, diseguaglianze nel campo dell’uso dell’informatica, disuguaglianze di genere e poi l’emergenza economica con le sue conseguenze anche in campo ambientale.

Autore: Paolo Bill Valente

La targa dedicata a Renato Mazzoni

Tra i pochi casi in cui oltre all’intitolazione di una via, piazza ecc. vi è anche la dedica di una targa, vi è quello riguardante Renato Mazzoni. La targa si trova, appunto, nella “piazzetta Questore Renato Mazzoni” (inaugurata il 26 giugno 2012), all’angolo tra via Druso e la passeggiata Lungo Isarco, appena prima di ponte Druso.
Chi era e cosa fece Renato Mazzoni? Nato a Rovigo nel 1897, figlio di un cancelliere di tribunale, laureatosi in giurisprudenza, Renato Mazzoni, dopo anni di servizio presso la questura di Venezia, nel maggio 1947 fu promosso a questore e destinato a Bolzano.
Uomo del dialogo, amico dell’Autonomia, il questore Mazzoni mise anima e cuore nella sua attività, cercando di interpretare al meglio il proprio ruolo; fu apprezzato dai cittadini dei vari gruppi linguistici, nonché dai rappresentanti delle forze politiche. Ecco di seguito il testo della targa.
Renato Mazzoni 1897-1958
Proveniente da Venezia, nei dieci anni di permanenza a Bolzano in qualità di Questore (1947/57) divenne profondo conoscitore della lingua, della cultura e delle problematiche locali. Nel marzo 1957 descrisse con lucidità politica e lungimiranza storica la ricaduta dell’inadeguata gestione dello Statuto d’Autonomia sulle future generazioni. Nonostante il generale riconoscimento della sua opera di comprensione e pacificazione tra i gruppi linguistici, dopo la manifestazione di Castel Firmiano del novembre 1957 da lui autorizzata, fu rimosso e trasferito a Treviso dove morì un anno dopo, il 28 dicembre 1958.
Fu veramente forte la delusione provocata dal provvedimento governativo, per la quale Renato Mazzoni, già provato dal dolore per la morte della moglie, dopo un breve scritto “Non ne posso più!” per il figlio Mariano, giunse a togliersi la vita presso il muro di cinta del cimitero di Treviso, dove trovarono esanime in terra il suo corpo con accanto una pistola.

In foto principale: L’inaugurazione della targa, avvenuta nel 2012

Autore: Leone Sticcotti

Otho Mollis: il prog rock nella Bolzano degli anni settanta

Quarantacinque anni fa tra le formazioni maggiormente attive sul territorio bolzanino (ma con incursioni anche nel vicino Trentino) c’erano gli Otho Mollis, un gruppo costituito dall’organista Giorgio Del Sante, il batterista Paolo Turetta e i giovanissimi Giorgio Mezzalira al basso e Franco Condè alla chitarra.

La scena musicale bolzanina degli anni settanta si differenziava parecchio da quella del decennio precedente. Nel ricordo di molti protagonisti dei sixties il servizio militare era stato una sorta di spartiacque, molti sostengono che al loro ritorno dalla naja la scena fosse per così dire svanita. In realtà, dei vecchi protagonisti, qualcuno aveva messo su famiglia e poi c’era stato l’avvento dei DJ che avevano letteralmente sostituito i complessi nei locali di ritrovo, riducendo notevolmente la possibilità per questi di esibirsi in pubblico. I giovani bolzanini non avevano però smesso di fare musica, erano solo cambiate le modalità: allora, quelle che oggi chiameremmo band cominciarono a dedicarsi alla composizione ed esecuzione di repertori originali e i concerti non erano più basati sulla musica da ballare, ma sul fatto di poterla ascoltare. Tra le formazioni maggiormente attive sul territorio cittadino (ma con incursioni anche nel vicino Trentino) c’erano gli Otho Mollis, gruppo dal curioso nome, suggerito dall’organista Giorgio Del Sante, più per la sua originalità e stranezza che per un riferimento all’imperatore romano Otone, detto “il Molle”. Con Del Sante c’erano il batterista Paolo Turetta (che già aveva militato nei Cormorani e ne fa parte tutt’oggi) e i giovanissimi Giorgio Mezzalira al basso e Franco Condé alla chitarra (in futuro entrambi coinvolti in gruppi fondamentali della scena). “Abbiamo cominciato suonare insieme – ricorda oggi Mezzalira – tra il 1973 e il 1974, la nostra sala prove era nei locali di una segheria della zona industriale che oggi non esiste più e che si trovava più o meno di fronte all’attuale Twenty. Un posto d’oro perché si potevano tenere i volumi a canna. Testi e musica li scrivevo io ma poi in sede di arrangiamento lavoravamo tutti e ne uscivano sempre gran belle idee compositive. Suonavamo musica prog, un genere allora in piena fioritura. Oltre ai brani nostri, a volte, inserivamo nei concerti anche cover dei Santana come ‘Evil Ways’, ‘Samba pa ti’, ‘Soul Sacrifice’… Ricordo che Franco Condè si era comprato la Gibson Les Paul De Luxe e si era imparato alla perfezione tutte le parti di Carlos Santana. Era un piacere suonare quei brani.” C’era poi un quasi quinto membro aggiunto, l’amico Fabrizio Dall’Oca, appassionato di musica che seguiva gli Otho Mollis, oltre che in sala prove, anche ovunque andassero a suonare. Lui s’intendeva un po’ di amplificazione e così divenne il tecnico del gruppo, districandosi tra cavi, impianto voci e strumenti; in qualche occasione poteva poi capitare che al gruppo si aggiungesse come seconda chitarra Roberto Banaletti (come risulta anche dalla foto del San Silvestro 1976). “Nella prima metà degli anni Settanta – prosegue a raccontare Giorgio Mezzalira – c’era una scena musicale abbastanza ricca a Bolzano e dintorni, la musica era un momento di aggregazione formidabile e ti capitava di fare session con un sacco di persone che suonavano, fosse anche solo i bonghetti appena comprati. Di conseguenza si moltiplicavano le formazioni. Se escludiamo i mega concerti al vecchio palaghiaccio e le marchette che si facevano ai veglioni per raccattare qualche soldino suonando nelle sale da ballo o negli hotel della Gardena e della Badia i classici della musica in voga, l’offerta dei concerti in quei primissimi anni Settanta non era così ricca. Difficilmente trovavi l’associazione o la persona che organizzava il concerto a te, giovane e acerbo musicista.”
Ma gli Otho Mollis non erano certo tipi da farsi spaventare e si fecero anche promotori di eventi autogestiti in cui proporre la propria musica, in barba alle difficoltà burocratiche e tecniche: quello che importava era la musica, il feeling che gravava attorno alla possibilità di ritrovarsi a suonare insieme, fosse a casa di qualcuno, sui prati, nei locali di una parrocchia, nelle sale prove, dovunque ci fosse una scusa per sfoderare la chitarra o le percussioni. Era del tutto naturale lanciarsi in lunghi brani strumentali, improvvisando e crescendo insieme.
“Abbiamo suonato nei teatri – conclude Giorgio – nelle sale civiche, nelle palestre, in concerti all’aperto, ma come si diceva anche in locali che facevano musica live. Ricordo a quest’ultimo proposito che in un famoso locale di Predazzo, di cui ora mi sfugge il nome, aprimmo per i Jet, i futuri Matia Bazar.”

Autore: Paolo Crazy Carnevale – musicofilo

Goethe in viaggio tra Bolzano e Trento

Il 10 settembre 1786, di buon mattino, una carrozza con a bordo un illustre sconosciuto parte da una via del centro di Bolzano (che oggi porta il suo nome) diretta verso Trento. Il 37enne, si fa chiamare Philipp Möller, ma in patria è già molto conosciuto e sarà ricordato come “uno dei più grandi letterati tedeschi e l’ultimo uomo universale a camminare sulla terra”.
Si tratta, ovviamente, di Johann Wolfgang von Goethe, autore de “I dolori del giovane Werther” e dei famosissimi versi “Conosci il paese dove fioriscono i limoni? / Nel verde fogliame splendono arance d’oro / Un vento lieve spira dal cielo azzurro / Tranquillo è il mirto, sereno l’alloro / Lo conosci tu? / Laggiù, laggiù / Vorrei con te, o mio amato, andare!”.
Raggiunge Laives sullo stretto e polveroso stradone che oggi conosciamo come ss. 12. Scrive nel suo diario: “Da Bolzano verso Trento si prosegue per nove miglia lungo una valle fertilissima.” Nelle righe seguenti descrive ciò che vede lungo il percorso e ci permette di conoscere, attraverso i suoi occhi, il paesaggio e l’atmosfera dell’epoca.
Lo stupore che lo coglie è grande, perché è proprio qui che scopre quello che nella sua mente è il paese solare che tanto aveva sognato e amato. “Tutto ciò che in altura stenta a germogliare e crescere, qui mostra forza e vitalità, il sole brilla caldissimo e si confida nuovamente in Dio.”
Insomma, rimane incantato dalla bellezza del territorio, dal clima caldo e, soprattutto, dalle persone che incontra lungo la via, così diverse sia per aspetto sia per carattere da quelle del suo nord. “Una povera donna mi chiese di ospitare il suo bambino in carrozza poiché il terreno ardente gli bruciava i piedi. Le usai questa carità in nome del Supremo. Il bambino era vestito a puntino ma non mi fu possibile fargli pronunciare una sola parola…”
Attraversata Laives lungo le attuali vie D. Chiesa e Marconi, la carrozza raggiunge Bronzolo e inizia a seguire la valle dell’Adige fino a Trento. “L’Adige fluisce quieto e sinuoso. Il territorio è densamente coltivato, a volte sembra che le piante si soffochino a vicenda. Uva, mais, mele, pere, mele cotogne e noci crescono ovunque. I muri sono ricoperti di rampicanti, l’edera cresce rigogliosa sui tronchi degli alberi; le lucertole sgusciano tra le fessure, tutto ciò che si muove sul terreno ricorda un autentico dipinto. Le trecce curate delle donne, gli uomini a torso nudo o coperti di giacche leggere, i forti buoi che conducono verso casa, gli asini stracarichi, tutto forma un quadro vivacissimo.” Arriverà a Trento a sera inoltrata.

In foto principale: La chiesetta del Peterköfele sopra Laives

Autore: Reinhard Christanell

La cimice asiatica

Halyomorpha halys è il nome scientifico della temuta cimice asiatica. Si tratta di un insetto fitofago che fa parte dell’ordine dei Rincoti, sottordine degli Eterotteri, famiglia dei Pentatomidi. È parente stretta della Nezara viridula Linnaeus, 1758, la cimice verde.
In Italia, il primo ritrovamento è avvenuto nel 2012 nel Modenese. È facile riconoscerla:
1) forma pentagonale
2) lunghezza dai 12 ai 17 mm 3) colore marmorizzato nella parte superiore
4) triangolo marrone nella parte finale del corpo
5) lunghe zampe.
Stipiti, fessurazioni, anfratti o qualsivoglia luogo riparato dal freddo e dalle intemperie invernali sono nascondigli prediletti di questa cimice, che sverna alla grande, specie nei vani della tapparelle, spalleggiata pure dal riscaldamento globale.
Non solo la sua presenza infastidisce, ma è il parassita più dannoso per ortaggi e alberi da frutto. Ha messo in ginocchio intere filiere agronomiche, specie del nord Italia. I danni alle colture sono irreversibili. Al momento di nutrirsi il suo apparato boccale, pungente e succhiatore, rilascia una saliva che provoca reazioni biochimiche, che portano alla necrosi dei tessuti vegetali colpiti, con gravi deformazioni e indurimenti dei frutti. Le deiezioni poi ne arrecano fastidiose fumaggini e un sapore più acidulo. Lo stadio di crescita comprende quattro fasi:
A) uova
B) neanidi
C) ninfe
D) adulte.
È un insetto fin troppo resistente, che si adatta alla perfezione all’ambiente circostante: la lotta chimica adottata per contenerne la diffusione non ha ottenuto gli esisti sperati, avvelenando ancor più massicciamente la natura e rafforzando la tempra delle cimici. Anche le nostre colture sui balconi sono esposte a questo problema, ma i rimedi naturali (dal sapone di Marsiglia, a quello potassico molle) sono efficaci solo se la cimice si trova allo stato neanide. Dopo otto anni l’unica soluzione valida ce l’ha fornita Madre Natura: si tratta del suo antagonista naturale, un parassitoide oofago, il Trissolcus japonicus, la famosa vespa samurai, un insetto piccolissimo, 2 mm di lunghezza, innocuo per l’uomo, che depone le sue uova proprio all’interno di quelle della cimice. La Regione Emilia-Romagna, dopo anni di studi, sarà la prima a effettuare lanci per liberare 66mila vespe samurai, entro il 2020, su 300 siti, costituiti da corridoi ecologici, siepi, vegetazioni di argini, aree verdi, adiacenti agli edifici e prossime ai frutteti. Su questi corridoi sarà vietato l’uso di pesticidi, per non rendere vana la sopravvivenza della vespa samurai.

Autore: Donatello Vallotta

L’antica chiesa di S. Quirino

Nella primavera dell’anno 757 , papa Paolo I donò al convento bavarese di Tegernsee le reliquie del martire cristiano S.Quirino, morto a Roma il 25 marzo del 299. Custoditi da due alti dignitari i resti del corpo del santo vennero inviati tramite un carro che attraverserò tutta la Penisola. Giunti a Bolzano dopo un’estenuante viaggio, i due custodi, stremati, si fermarono sulla riva destra del greto del Talvera. I due, dopo essersi abbondantemente rifocillati, pare che avessero ecceduto e largamente apprezzato il vino bolzanino che era stato loro offerto. Si addormentarono e sprofondarono in un intenso sonno in cui sognarono il santo che stavano trasportando, rivedendo il suo martirio. Risvegliati, decisero che avrebbero edificato una chiesa in sua memoria. I bolzanini condivisero con entusiasmo tale scelta e qualche decennio dopo iniziò la costruzione dell’edificio religioso dedicato a S. Quirino. Si tratterà di una delle architetture più antiche del periodo altomedievale presenti in regione. Di dimensioni modeste, presentava forma circolare, come tanti altri esempi architettonici coevi. La muratura venne realizzata in blocchi di pietra, tratti dal Talvera, parzialmente squadrati. Come in tutte le costruzioni preromaniche, le superfici finestrate erano assai modeste. Al centro della costruzione era collocato un pilastro, appena abbozzato, che sorreggeva la copertura conica. Su di essa si trovava una piccola torretta, che fungeva da cella campanaria, nella quale erano collocate due campane. La chiesa, posta com’era sul greto del Talvera, subì una sorte analoga a quella del convento di S.Maria in Augia. Ancora raffigurata nella grande alluvione del 1541 (Copia acquarellata Museo Civico di Bolzano) e ancora presente nelle incisioni di Bolzano realizzate da L. Pfendter, in quelle successive dal 1645 non verrà più rappresentata.
Essa non scomparve, abbandonata, dopo l’ennesima alluvione, ma una volta rinforzati gli argini adiacenti, venne sfruttata per erigervi sopra il maso Gugler. Inglobata in esso, al numero 13 di viale Venezia, la si può ancora scorgere nella parte retrostante della costruzione agricola. Si possono ancora riscontrare parti della struttura circolare e una tortuosa scala di accesso che conduce al livello della preesistente architettura. Gelosemente custodita dalla famiglia Gugler per quattro secoli, non è attualmente visitabile. In realtà, il sottoscritto ha avuto l’occasione di poterla vedere e garantisce che questa antica bellezza è in grado di affascinare ancora.

In foto principale: A sinistra la chiesa di San Quirino in una mappa del 1607

Autore: Flavio Schimenti

Liberi di riconoscersi fratelli nello “spezzare il pane”

L’ultimo provvedimento del Governo italiano, quello che ha inaugurato la cosiddetta “fase 2”, non ha restituito alle comunità religiose la possibilità di riunirsi per celebrare insieme. “I Vescovi italiani”, si è letto in un comunicato della Cei, “non possono accettare di vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto.”

A riportare la cosa alle sue giuste dimensioni è intervenuto il Papa, chiedendo per la Chiesa “la grazia della prudenza e dell’obbedienza alle disposizioni, perché la pandemia non torni”. Don Ivan Maffeis, vicesegretario della Cei, ha spiegato bene: “Il richiamo del Papa è davvero la cifra che ci serve per contemperare due esigenze che non possono essere contrapposte, la salute di tutti non può essere sottovalutata. Sottovalutare le indicazioni dell’autorità sanitaria significherebbe di fatto un’irresponsabilità che nessun cittadino può permettersi, sarebbe come calpestare i tanti morti, medici, infermieri, gli stessi sacerdoti e quanti, in una forma o nell’altra, si sono esposti per curare i malati di coronavirus compromettendo la loro stessa salute. Una sottovalutazione che sarebbe una irresponsabilità non scusabile.”

Il virus, un invito a “distinguere i segni dei tempi” (Mt 16,3), suscita alcune domande rispetto alla fase 3 e seguenti. Ad esempio: se le chiese vuote dopo il lockdown continuassero a rimanere vuote (come in buona parte lo erano prima del lockdown)? Il tempo presente non obbliga forse i cristiani a cercare il Signore là dove egli li aspetta (“vi precede in Galilea”, Mc 16,7, ovvero nelle periferie della storia), dove si fa riconoscere (“nello spezzare il pane”, Lc 24,13,35, ovvero nella condivisione), dove si è incarnato (“ho avuto fame, sete, ero malato, carcerato, straniero…”, Mt 25,31-46, ovvero nel servizio a chi è nel bisogno) e ad adorarlo in spirito e verità (Gv 4,23-24)?
Per poi tornare ogni settimana là dove si riunisce la comunità (pochi o tanti non importa) a dire insieme “grazie” e a fare memoria della Vita?

In foto principale: Da settimane il vescovo celebra nel Duomo di Bolzano privo di fedeli

Autore: Paolo Bill Valente

Laives e Bassa Atesina ai tempi degli antichi Romani

Dopo aver conquistato definitivamente con Druso e Tiberio, figli dell’imperatore Augusto, tutto il territorio retico nell’anno 15 a.C., i Romani posero mano all’organizzazione politico-militare del nuovo territorio.
Le terre annesse alla res pubblica solitamente venivano proclamate province mediante una “lex provinciae” e affidate al governo di un pretore.
Nel caso nostro Augusto mantenne in vita per diverso tempo il semplice distretto militare. Solo sotto Claudio, figlio del sopracitato Druso (quest’ultimo morì a soli 28 anni per una caduta da cavallo), oltre a essere terminata e battezzata la via Claudia Augusta, venne formata la provincia denominata Raetia con primo capoluogo Camdodunum, dove oggi sorge la località bavarese di Kempten im Allgäu.
In seguito, tutta la parte meridionale fu staccata dalla Raetia – probabilmente per non riunire sotto un unico cappello tutti i Reti sconfitti – e aggregata alla regione dell’Italia augustea Regio X Venetia et Histria, con confine a Sublavio (Chiusa). Le valli Venosta e Sarentino e una parte della valle d’Isarco rimasero nella Raetia, mentre la Val Pusteria, con l’importante città di Sebatum (S. Lorenzo di Sebato presso Brunico), venne aggregata al Norico insieme alla parte rimanente della Val d’Isarco.
Dunque Laives e Vadena, Pons Drusi (Bolzano) e Statio Mayensis (Merano) vennero di fatto inglobate nel territorio italiano e affidate tutte al municipium di Tridentum (Trento), romano già da mezzo secolo circa e che comprendeva anche le valli di Non e dell’Avisio. La Bassa Vallagarina apparteneva al municipium di Verona, la zona sudoccidentale a Brescia e il Primiero a Feltre.
Mentre proseguiva incessante la realizzazione della via Claudia Augusta fino a Passo Resia, lungo il percorso i Romani posizionarono basi militari di protezione che con il tempo sarebbero poi diventati paesi veri e propri. Endidae (Egna) fu il più rilevante in Bassa Atesina, perché da qui la strada si inerpicava verso Castelfeder dove in precedenza sorgeva un importante insediamento e luogo di culto retico. Prima di arrivare a Pons Drusi, la strada romana costeggiava – come quella retica in precedenza – la montagna fino a Laives occupata militarmente dai soldati romani, mentre una piccola stazione militare venne eretta a Pineta/Sissa sui terreni dell’odierno Maso Renner. Più a nord, punti militari furono previsti a Meltina (Maletum) e Nalles, il primo al confine con la Raetia, il secondo quale ultimo punto di controllo della strada prima del confine di Statio Mayensis (Merano).

Autore: Reinhard Christanell

La Liberazione 75 anni fa. Idee e parole per la fase tre.

In questo tempo in cui si vive e si muore, rischia di passare sotto silenzio il 75° anniversario della Liberazione. Oggi chiediamo di essere liberati dal virus e dalle restrizioni che esso impone. Aspettiamo la fase due, quella dell’uscita graduale dall’incubo. Arriverà anche la fase tre, quella della vita che continua, ma in modo diverso?

Lo spirito di una liberazione che lascia tracce nel lungo periodo è bene espresso dalle parole che don Josef Ferrari, assistente dei giovani di Azione Cattolica, pronunciò 75 anni fa nel ricordare l’amico Josef Mayr-Nusser nella chiesa del S. Cuore di Bolzano. Era l’11 aprile, ancora infuriava la guerra e da poco era giunta la tragica notizia della morte di Josef.
Disse don Ferrari: “Anche se molti altri hanno agito diversamente, prese solitario la sua decisione, ben consapevole delle conseguenze che essa avrebbe comportato. Davanti a lui la vita – sua moglie, che amava teneramente, il suo figlioletto, oggetto delle sue cure paterne e del suo amore, i suoi fratelli, ai quali era legato da amore fraterno – la sua terra tra i monti, che in un paesaggio estraneo e desolato aveva imparato ad amare ancora di più: tutto ciò deve essere stato davanti a lui. Egli prese tuttavia la sua decisione”.
Ci tenne a sottolineare che la sua non era stata una testimonianza improvvisata, una tantum, ma il frutto di un progetto di vita.
Don Ferrari lo spiegò con queste parole: “Quello che diceva era chiaro come l’acqua di una sorgente di montagna – quello che faceva, lo faceva per una bontà calda, che aveva il suo fondamento nella carità cristiana. Che portasse questo amore, lungo le sue camminate vincenziane, nelle baracche e nelle abitazioni dei poveri, che offrisse l’amore come una forza di conciliazione per le tensioni nella comunità dei giovani, era sempre lo stesso amore che nasceva dal suo cuore vicino a Dio. La sua gratuità era senza limiti e la sua disponibilità al servizio instancabile”.

In foto principale: Josef Mayr-Nusser è il primo da sinistra

Autore: Paolo Bill Valente

Digitalizzazione super e Covid-19

Mai come in questi giorni, a casa in attesa di capire come evolverà la situazione, si sta parlando di “digitalizzazione”. Organizzazioni, imprese, lavoratori, cittadini, studenti… tutti noi ci stiamo trovando, più o meno forzatamente, a confrontarci quotidianamente con le tecnologie digitali, per le attività più disparate: lavorare, studiare, ma anche semplicemente informarci, chiacchierare con amici e parenti, ordinare la spesa a domicilio, e un’infinità di altre cose.
Con un’ironia un po’ amara, in molti hanno sottolineato che il coronavirus sta assumendo il ruolo di “volano” nella trasformazione digitale delle imprese, fino a poco fa talvolta restie ad abbandonare le pratiche di lavoro consolidate negli anni, talvolta indecise su quali tecnologie e metodologie adottare per digitalizzarsi nel miglior modo possibile.

Il risultato attuale è un processo di digitalizzazione massiccio nato in un contesto di emergenza, e quindi certamente non ben pianificato, soprattutto per quanto riguarda i singoli cittadini, le piccole medie imprese, e gli ambiti formativi. Ci troviamo quindi a leggere una notizia sul web per poi ordinare la spesa su whatsapp oppure mandando una e-mail, mentre qualcuno ci contatta in videoconferenza su Zoom o Skype condividendo documenti di lavoro via Dropbox o Google Drive. Un frullato di tecnologie certamente non ben organizzato, ma che dimostra la nostra tenacia e resilienza, e da cui potranno nascere opportunità inaspettate e meravigliose per la città digitale.

Navigando un po’ in rete, si può davvero notare che tutte le aree dell’attività umana stanno cercando di manifestare la loro presenza e continuità anche in questa fase di lontananza fisica. Questo può significare semplicemente scoprire servizi online che già esistono da tempo, come è il caso ad esempio delle biblioteche; su biblioweb.medialibrary.it potete ad esempio vedere come funziona il servizio di prestito online di libri, quotidiani e riviste nella nostra Provincia.
Ma può anche voler dire inventare e creare nuovi modi di erogare i propri servizi, come nella sfera della maternità e del supporto a mamme e famiglie in gravidanza e nel puerperio. Mai come in questo caso la nascita di una famiglia corrisponde a un rinnovamento dei canali di supporto alla famiglia stessa. Canali che non possono essere ovviamente sostituiti in forma digitale, ma che danno l’opportunità di affiancare il digitale al reale creando una sinergia finora davvero poco esplorata… per chi è interessato, non resta che andare su internet e cercare la tantissime proposte online da parte di ostetriche, centri maternità, e anche figure non sanitarie ma centrate sul benessere della mamma, come quella della doula.

Autore: Marco Montali